mercoledì, 10 ottobre 2007
"I'm not very bright, l guess."
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 3:01 pm

(Come avrebbe detto Marilyn, I guess)

Come dicevo un po' di tempo addietro, sono incappato in una discussione con un gruppo di bright. So che non mi ci dovrei mai ficcare, perche' finiscono sempre allo stesso modo: loro ti rinfacciano l'immacolata concezione e l'intelligent design — tu ti inalberi e cerchi di spiegare che il pensiero religioso non e' necessariamente fondamentalista (almeno non in quel senso) — loro ti rispondono che l'unico criterio di verita' del pensiero e' il metodo scientifico ecc. ecc. Discussione inutile — su binari predefiniti — e destinata a lasciare ognuno ferreamente convinto delle proprie ragioni — ma soprattutto dei torti attribuiti all'altro. Tanto e' vero che e' finita in un bel flame.
Solo che — non riuscendo a spiegarmi li' — mi e' venuta voglia di provare a chiarire qui (anche a me stesso) quel che penso. Ci ho messo un sacco di tempo a ruminare 'sta roba (un po' meno di Simonide, ma mica poi tanto) — e alla fine quel che ho scritto mi pare assolutamente incompiuto e parziale. Ma in fondo e' il bello del blog: posso sempre tornarci sopra, correggere, cambiare idea. Soprattutto se qualcuno ha voglia di ragionarne con me.

Zero. Ho scritto altrove che sono convinto che una scelta religiosa non puo' che essere integrale e non puo' che essere il fondamento della vita di una persona — e in questo senso sono un po' diffidente del modo in cui correntemente si usano i termini integralismo e fondamentalismo. Tuttavia — per chiarezza di argomentazione — adotto qui le definizioni piu' o meno standard: in questo post si parla di fondamentalismo intendendo la posizione di chi considera i dettami religiosi e/o i testi sacri di una religione interpretati letteralmente quale unico fondamento della sua visione del mondo, della sua etica e dei suoi comportamenti. Come integralismo intendo qui l'atteggiamento di chi ritiene che il fondamento religioso della sua interpretazione del mondo deve avere una applicazione integrale — e quindi valere erga omnes, incondizionatamente e senza eccezioni.

Uno. Con me — a parlar male di integralisti e clericali si sfonda una porta spalancata. Sono convinto che esista una forsennata offensiva oscurantista in questi anni, in Italia e nel mondo, che fa del male alla convivenza collettiva e mina alcune delle conquiste fondamentali della nostra civilta': la laicita' delle istituzioni, il pluralismo, la liberta' di coscienza — e perfino il senso piu' vero della religiosita'. E sono assolutamente equanime nel rifiutare integralisti cattolici, protestanti, ebrei, musulmani e chi piu' ne ha piu' ne metta. Anzi, forse mi stanno piu' vigorosamente sulle palle quelli vicini alle tradizioni religiose a cui mi sento affine, per cultura di nascita o per scelte — se non altro perche' mi accorgo piu' facilmente di quanto le loro posizioni non reggano a volte nemmeno sul piano teologico.
Quanto alle posizioni fondamentaliste — mi fanno proprio orrore — perche' sono frutto di una ignoranza dei meccanismi essenziali del pensiero religioso stesso — e finiscono — nella ricerca di una fedelta' letterale ai testi — per tradire nella maniera peggiore il senso, il valore di ogni racconto/discorso religioso. Quindi se qualcuno pretende di leggere la Bibbia (o il Corano o qualunque altro testo sacro) alla lettera e di trarne conclusioni che non tengono conto delle modalita' della narrazione, della cultura che lo ha generato, del tempo trascorso e cosi' via — secondo me fa torto prima di tutto all'intelligenza di D-o, poi alla sua, e infine a quella di tutti noi.
Aggiungo che in molti casi integralismi e fondamentalismi mi paiono non solo sbagliati ma in malafede, figli di un calcolo di potere e di una volonta' di sopraffazione, piu' che di effettiva convinzione interiore di fare la volonta' di D-o. Non che chi e' veramente convinto mi piaccia tanto di piu' — scegliere fra banditi e stupidi e' una brutta gara…
Ma a differenza dei miei interlocutori bright trovo ingiustificato fare d'ogni erba un fascio e buttar via il pensiero religioso tout court insieme agli eccessi del fondamentalismo o delle superstizioni vecchie e nuove. Si puo' fare (in buona o cattiva fede — e mi si perdoni l'involontario gioco di parole) un uso assai distorto della religione — cosi' come si puo' fare un uso assai distorto della scienza. Ma come il dottor Mengele non dimostra la fallacia del pensiero scientifico — cosi' il mullah Omar o il reverendo Falwell non possono essere usati per negare generalmente il valore del pensiero religioso. Credo di dire un'ovvieta' — ma sono un po' stufo di sentirmi rimproverare dagli scientisti duri e puri i crimini commessi in nome della religione.

Due. Su un altro piano: il pensiero scientifico piu' acuto da piu' di cinquant'anni almeno ha superato l'illusione positivista di poter dare una rappresentazione oggettiva, completa e coerente del mondo — e di essere quindi il canale privilegiato per la lettura, o addirittura per la definizione della realta'. Non voglio (e non ho gli strumenti per) fare una breve storia dell'epistemologia novecentesca in un post — ma credo che il consenso su questo punto dovrebbe essere facilmente raggiungibile. Nei modi che gli sono peculiari, il pensiero scientifico ha riconosciuto di essere un pensiero *debole*, cui sfugge la possibilita' di una piena padronanza del reale. Lo stesso percorso hanno compiuto contemporaneamente i filosofi — e perfino gli ambienti piu' avanzati della speculazione teologica (certo non Ratzinger — ma questo e' un *suo* problema intellettuale). A partire dal riconoscimento di questa intrinseca debolezza della capacita' umana di pensare il mondo, credo fermamente che diversi modelli di indagine abbiano — ciascuno nella sua direzione e con i metodi che gli sono propri — piena e diversa legittimita' ognuno nel proprio ambito. Percio' la religione fa molto male a tentare di entrare nel campo della scienza, di cui non padroneggia gli strumenti — o della politica — che si fonda su regole autonome. Ma la scienza deve ammettere la propria impotenza di fronte alle domande fondamentali dell'uomo — le domande sul senso della nostra stessa esistenza, che a rigor di metodo non e' nemmeno in grado di porsi. E che invece sono domande a cui e' difficile sfuggire — e che possono essere meglio affrontate con gli strumenti del pensiero mitico-religioso (o della letteratura — o dell'arte — o della filosofia, se e' per questo): sempre che si abbia la capacita' di riconoscere questi strumenti e di impiegarli correttamente — ma di questo diro' qualcosa in seguito.
A farla corta — credo che sia un atteggiamento sano ammettere che nessun metodo e nessun modello di indagine sul mondo e' capace di arrivare dappertutto. Ognuno fa luce su frammenti, su prospettive piu' o meno ampie — ma non e' abbastanza potente da illuminare l'intero quadro. E' troppo chiedere a tutti, scienziati, teologi, letterati, filosofi l'umilta' di riconoscersi *deboli* — e di accettare la legittimita' dell'apporto dell'altro?

Tre. Vedo un certo integralismo parareligioso nell'ateismo militante. Mi spiego meglio. L'esistenza o meno di D-o e' — con gli strumenti del pensiero razionale — un indecidibile. Non e' dimostrabile ne' il si' ne' il no. Di conseguenza il solo atteggiamento razionale e scientifico di fronte alla questione e' un ignoramus — e a voler essere rigorosi dovrebbe valere la proposizione che chiude il Tractatus: "Su cio' di cui non si puo' parlare, si deve tacere". Ogni passo in piu' e' un'adesione fideistica a una tesi non dimostrata. Che mi sta bene — a patto che la si riconosca per tale. E che si riconosca che la posizione del credente e quella dell'ateo sono speculari e perfettamente equivalenti.
Credere o non credere e' — da questo punto di vista — davvero la scommessa di Pascal. La scommessa di Pascal nel senso di assumersi il rischio intellettuale di andare oltre la certezza — di gettarsi oltre il perimetro di cio' che possiamo *sapere*. Certo, non e' una "scelta" in senso stretto, un puro atto di volonta' — la nostra condizione di credenti o di dubbiosi o di atei dipende spesso da fattori che sfuggono alla sfera puramente intellettiva — la fede e' come l'amore (in fondo e' una forma di amore): non si inventa se non c'e'; un cristiano qui parlerebbe di grazia — ma apriremmo un altro capitolo complicato, che non mi sento di affrontare. Sono fermamente convinto, pero', che sia una scelta lasciare aperta o no la possibilita' di una prospettiva religiosa nella propria vita: qui sta la scommessa, per chi la vuol fare in un senso o nell'altro.

Quattro. Il pensiero religioso segue logiche proprie, fondamentalmente quelle del mito. E bisogna saperle leggere, per giudicare. Il pensiero mitico-religioso non e' un pensiero erroneo, o primitivo, o ingenuo. E' una modalita' di lettura del mondo che ha le sue vie, i suoi strumenti, i suoi fini. Il mito (e per mito intendo, sia ben chiaro, anche i racconti della Bibbia o del Corano o di qualunque altro libro sacro) non e' una favoletta — ma e' un racconto paradigmatico, un modo di raccontare il perche' del mondo come e' e di fondare i comportamenti delle persone in quel mondo. Certo, la mentalita' mitico-religiosa pretende che siano *vere* le storie che racconta — non le considera semplici allegorie o apologhi morali. Ma si tratta di una verita' *normativa*, piu' che di una verita' fattuale: e' vero il mito in quanto e' vero cio' che significa — non necessariamente in quanto sono veri tutti gli avvenimenti di cui parla. C'e' una formula folgorante di un filosofo della religione della tarda antichita', Salustio, che dice "Queste cose non accaddero mai, ma sono sempre". Questo ha due conseguenze, tra mille piu' importanti: che le interpretazioni letterali dei racconti sacri sono *sbagliate* perche' non colgono il tipo di verita' insito nel mito — e che insistere sull'implausibilita' logico-fattuale di un racconto sacro non ne scalfisce di una virgola il valore di verita'. In altre parole: dire che Maria ha concepito Gesu' senza un rapporto sessuale con un uomo, ma per l'intervento dello Spirito Santo, e' un modo narrativo per dire che Gesu' e' nello stesso tempo uomo e D-o — che e' figlio di una donna mortale e di D-o stesso. La verita' di cronaca e' un dettaglio — poco piu' che un pettegolezzo.
Io credo che il pensiero mitico-religioso abbia una legittimita' non inferiore a quella del pensiero scientifico, se ognuno resta nel suo ambito. E non mi sento un oscurantista se nella mia ricerca di senso resto in ascolto — cerco di essere attento alle possibilita' offerte da questo tipo di pensiero.
Detto questo, niente implica che la scelta religiosa avvenga nelle forme delle religioni rivelate. Ma le religioni rivelate sono un immenso patrimonio di paradigmi — una ricchezza che attraversa millenni di storia umana e che fa parte in maniera profonda del nostro tessuto di identita'. Difficile sottrarsi — in una prospettiva religiosa — alla convinzione che l'Altro veramente parli dentro quel patrimonio. E al bisogno di ascoltarlo. Ancora piu' difficile — e forse futile — tentare di percorrere strade diverse: anche in questo, essere nani sulle spalle di giganti val piu' che stare a scrutare l'orizzonte dal basso della propria solitaria statura.

Cinque. Proprio perche' si snoda in racconti — in miti — alla fin fine nell'esperienza religiosa la *fede* occupa un posto assai marginale — cosi' come le manifestazioni vere o presunte del soprannaturale. Conta molto di piu' l'adesione etica al mondo che quei racconti tratteggiano — e prima ancora la convinzione di essere o meno autosufficienti e compiuti. E conta stabilire – nelle forme del pensiero mitico-religioso — una relazione con l'assolutamente Altro da noi — una relazione personale diretta e fondante della nostra esistenza (fondante e integrale — che non e' meno esigente ma e' ben diverso da integralista e fondamentalista).

Conclusioni provvisorie. Dove sono io? Nel mezzo del dubbio. Di domande che non ammettono ne' la risposta semplicistica dei bright — ne' il semplice aderire a una prospettiva religiosa. So che non siamo autosufficienti — che un barlume di senso si puo' immaginare solo di fronte a un Altro (il λόγος πρὸς τὸν Θεόν, "la parola posta di fronte a Dio" del vangelo di Giovanni) — non riesco a trovare un cammino — anche perche' non posso che scontrarmi con il *vero* problema di una scelta religiosa che non e' quello della fede, ma quello della teodicea — e quello della responsabilita' (e di qui viene la mia sempre crescente lontananza teologica dal Cristianesimo — ma questa e' un'altra storia, che porterebbe troppo lontano).

Post scriptum. Giusto per chiarezza, anche se forse si capisce da quel che ho scritto. Credo che Ratzinger abbia assolutamente torto quando dice che la scienza senza D-o e' una minaccia. Credo l'esatto contrario — che scienza e religione debbano, come stato e Chiesa, restare rigorosamente separati e ciascuno sovrano nel proprio modo di comprendere il mondo — ogni commistione dei linguaggi e delle logiche non puo' che essere deleteria. Certo — e' difficile pensare a una ricerca scientifica applicata che non sia guidata da un'etica — ma certo non puo' essere la fede a dettare quest'etica — meno che mai una specifica religione rivelata, con la pretesa di imporre la propria etica a tutti.
Detto questo, cancellare il problema etico o far finta che non ci sia e' certamente una cattiva idea per chi si occupa di tecnica (piu' che di scienza pura) — e varrebbe la pena di rifletterci, al di la' delle prediche del Papa.

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