lunedì, 21 ottobre 2013
uyh 8508502i+ (parte seconda)
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici, la Cate — Scritto dal Ratto alle 5:11 pm

Dicevamo:

E certo, la nostra esperienza di genitori e' durissima: i nostri figli richiedono attenzione continua (no, non come tutti i figli: continua vuol dire ogni secondo che sono svegli, senza un attimo di distrazione, senza un momento di riposo — ogni giorno della loro vita), assorbono ogni istante del nostro tempo, ogni grammo delle nostre forze, ogni energia della nostra mente

Durissima nel senso che le cose piu' semplici (fare la spesa, uscire di casa, a volte perfino vestirsi, o dormire), in una delle frequenti giornate no, possono diventare tra il difficile e l'impossibile; nel senso che si vive con l'angoscia (tenuta sotto traccia, perche' non ci possiamo permettere di lasciarcene ostacolare) di che cosa accadra', di che cosa il futuro riserva alla nostra famiglia; nel senso che ogni giorno dobbiamo inventarci espedienti, accettare limiti, trovare accomodamenti; nel senso che dobbiamo cavarcela da soli, perche' il pubblico non ha ne' mezzi ne' volonta' di supportarci, ma anche perche' chi non ci e' passato non ha idea — e spesso quando crede di capire e di dare una mano, pur con le migliori intenzioni, finisce per essere solo un problema in piu' da gestire.
Ma i nostri figli sono dei bambini spettacolari. Sono persone con un pensiero originale, affascinante, sono una scoperta continua, basta provare a capirli — a fare attenzione a quel che hanno da dire. Sono un pozzo di affetti e di emozioni — che esprimono in maniera diretta e senza filtri. Non sono permalosi, non tengono il broncio, non dissimulano. Sono — a modo loro — dei grandi comunicatori, hanno un sense of humour forse un po' criptico e spiazzante, ma inconfondibile. E sono bellissimi — con una grazia fragile e tutta particolare — e una incrollabile consapevolezza di se'. I nostri figli, cosi' come sono, fanno di noi una famiglia forte e solida. Magari un pochino stramba e discretamente impermeabile al mondo esterno, questo si'. Ma sicuramente piu' unita e piu' salda — e per certi versi piu' felice — di tante famiglie "normali".
Insomma, per dirla con un blog che seguiamo, "Tragedy? Not in this house!". E vorremmo proprio che la si facesse finita di compatirci a vuoto — e che si facesse qualcosa di concreto per i diritti dei nostri figli e nostri. Se siamo vittime di qualcosa, non lo siamo dell'autismo dei nostri figli — ma della incapacita' (o del rifiuto) della societa' di dare loro spazio e strumenti per crescere bene, per mettere a frutto la loro inesauribile divergenza.


venerdì, 18 ottobre 2013
uyh 8508502i+
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici, la Cate — Scritto dal Ratto alle 6:30 pm

Il titolo e' della Cate, che ha cancellato l'originale pestando sulla tastiera. Il suo e' meglio del mio…

Ci sono notizie di cronaca, troppo frequenti, che in casa nostra si leggono con un nodo alla gola. Raccontano di persone autistiche uccise o ferite dai loro genitori o da coloro che se ne prendono comunque cura.
E' qualcosa che ci scruta dentro. E' la domanda che non osiamo nemmeno porci esplicitamente: "Potrei un giorno diventare quel padre, quella madre?". Anche perche' la copertura di queste notizie e' sempre costruita in modo da presentare la tragedia come l'esito quasi fatale di un insostenibile peso familiare. Cosi' l'ultimo caso, nella penna del cronista de La Stampa:

Da sempre accudiva con dedizione quel figlio di 11 [anni] autistico, ma da qualche mese era particolarmente depressa, tanto da essere seguita da uno psicologo e da dover prendere farmaci; stamani una cinquantenne di Città di Castello lo ha improvvisamente accoltellato. [...] «Chi vive quotidianamente la sfida appassionante e dolorosa di un figlio autistico sa quali vertigini di disperazione possono essere raggiunte da un genitore» sottolinea Salvatore Bianca, vicepresidente di Divento grande, associazione di genitori di ragazzi autistici.

E Gianluca Nicoletti, pur con la consapevolezza e la delicatezza che gli viene dall'esperienza diretta di genitore di un ragazzo autistico, rincara la dose:

Posso in coscienza sentirmi di dire, sulla mia personale esperienza familiare, che se il bambino di Promano è in realtà autistico, comprendo la depressione della madre, anche se naturalmente non giustifico minimamente il suo gesto.
Per una madre che viva in Italia non esistono, almeno al momento e per quello che io ho avuto modo di conoscere, molte situazioni altrettanto angosciose che dovere gestire un figlio autistico, alla soglia dell’ adolescenza. [...] Il peso maggiore di un problema così esteso, che rappresenta statisticamente la prima causa di disabilità, grava sulle famiglie. Nuclei familiari che lentamente vanno in disfacimento, dove le madri, ancor di più, restano sole a gestire un amatissimo vampiro, che allo stesso tempo è il loro carceriere e il loro sorvegliato speciale.

Ecco, io credo che questo modo di affrontare la notizia sia profondamente sbagliato. Soprattutto perche' cancella la soggettivita' del figlio autistico. Lo rappresenta come "un peso" da "gestire", da "accudire", magari "con dedizione", come una "sfida dolorosa", addirittura un, sia pur "amatissimo", "vampiro", un "carceriere", oltre che un "sorvegliato speciale". Ma mai come un individuo con una dignita', un carattere, delle gioie, delle frustrazioni, delle difficolta', delle capacita', dei desideri propri. Mai come persona.
E il dolore descritto e' tutto dei genitori, proiettati in "vertigini di disperazione", in "situazioni angosciose" quanto forse nessun'altra, condannati al "lento disfacimento" delle loro famiglie — e quindi comprensibilmente depressi. Ma nessuno dice nulla del dolore di un figlio — rifiutato dal genitore fino al punto di essere aggredito violentemente, minacciato nella sua stessa vita. Come se quel dolore fosse meno reale — o avesse meno valore perche' a provarlo e' un disabile. Come se quel dolore non fosse il dolore di una persona vera — tanto vera quanto la madre o il padre.
Certo, molte cose che dice Nicoletti sono sacrosante.

Nel nostro paese l’ approccio a una sindrome, che si pensa debba interessare (pare) seicentomila persone, è assolutamente irrazionale e superficiale. [...] non possiamo perdere questa occasione per aprire una seria riflessione su quale sia il profondo senso di abbandono in cui si trova una famiglia che deve gestire un autistico, senza interlocutori certi e informati, senza che ci siano protocolli di abilitazione ufficializzati e applicati su tutto il territorio nazionale (le linee guida emanate due anni fa dall’ I[stituto] S[uperiore di] S[anita'] ancora non sono state tramutate in legge e nessuno sembra interessato concretamente che questo avvenga).

L'abbandono di cui parla Nicoletti e' — per le nostre famiglie — assolutamente, categoricamente reale. E non e' solo al livello dell'informazione o delle competenze: e' soprattutto al livello dei servizi. Per la Cate abbiamo chiesto il riconoscimento della 104 ai primi di aprile: e' stata convocata per la visita della commissione medica che deve accertare la sua condizione per domani oggi (si e' fatto tardi a furia di scrivere…) — piu' di sei mesi dopo — ed e' soltanto l'inizio dell'iter. Nel frattempo e' sfumata ogni ipotesi di avere un insegnante di sostegno per quest'anno — e tante grazie all'intervento precoce. Gli esperti concordano sull'importanza di un trattamento intensivo nei primi anni di vita: ma tutto cio' che siamo riusciti ad ottenere per la Cate e' un'ora settimanale di psicomotricita'. Paghiamo di tasca nostra tutti gli interventi riabilitativi di It — e non stiamo riuscendo ad ottenere che la scuola si sforzi di insegnargli qualcosa; si accontenta di tenerlo in parcheggio — sprecando il suo tempo e le sue abilita'. E potremmo continuare — e la nostra situazione non e' delle peggiori.
E certo, la nostra esperienza di genitori e' durissima: i nostri figli richiedono attenzione continua (no, non come tutti i figli: continua vuol dire ogni secondo che sono svegli, senza un attimo di distrazione, senza un momento di riposo — ogni giorno della loro vita), assorbono ogni istante del nostro tempo, ogni grammo delle nostre forze, ogni energia della nostra mente [continua]

QED: arrivato a questo punto (erano piu' o meno le due del mattino) la Cate si e' svegliata e ha preteso di rimettersi a dormire sdraiata su di me — un'oretta dopo si e' svegliato anche It, completamente fuori di se' — e ha passato il resto della nottata a gridare, dimenarsi, correre da un angolo all'altro della casa — fino a mattino. La parte finale del pippone e' rimandata — speriamo — a stasera.


sabato, 20 aprile 2013
Un pessimo risultato
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:12 pm

Premessa. Non so nemmeno perche' scrivo sta roba. Il blog non lo legge piu' nessuno, tanto. Forse serve solo come terapia per tenere a bada la bile — e un po' a futura memoria mia, per vedere tra qualche anno se ci ho dato o no.
Ri-Premessa. Sono stato un prodiano della prima ora, da quando non lo era nessuno. Percio' — lo ammetto — sono avvelenato. E credo di aver ragione di essere avvelenato, perche' Prodi era l'unico dei candidati che avrebbe potuto essere il Presidente della Repubblica di cui avremmo avuto bisogno.
Tri-Premessa. Ho una grande stima politica per Napolitano. Credo che sia stato, pur con qualche errore, un buon Presidente in un momento difficilissimo, che abbia il merito di averci traghettati attraverso una navigazione davvero pericolosa senza mai perdere di vista i valori della Costituzione. Credo anche che sia un uomo di grande correttezza e coraggio istituzionale — e che usera' al meglio le sue virtu' anche in questo secondo mandato. La mia stima non viene meno per quel che diro' sotto.

Rieleggere Napolitano alla Presidenza della Repubblica e' stato un errore grave. Sul piano politico, innanzi tutto. Perche' si tratta di una rielezione tutta subalterna alla logica delle larghe intese, di un governo organico e politico che mette insieme PD e PDL: due aree che rappresentano (o almeno dovrebbero rappresentare) concezioni opposte della politica e blocchi sociali antagonisti. E che quindi finiranno per paralizzarsi a vicenda e per potersi accordare soltanto al ribasso. Non e' quello di cui abbiamo bisogno.
Attenzione, e' ben diverso dal governo presidenziale di Monti, nato come pausa della lotta politica, con un'agenda dettata dalle emergenze e con l'obiettivo di restituire la parola al sovrano dopo un breve periodo. Qui stiamo parlando di un accordo e di un governo *politico* che mette insieme destra e sinistra, con la nascita di un programma condiviso. Credo che sia nello stesso tempo irrealistico e pernicioso, perche' la situazione necessita di scelte precise, coraggiose, anche contestabili: ma frutto di una visione chiara e forte di come vogliamo che sia la societa' italiana tra dieci anni. E delle due l'una: o il PD puo' costruire una visione comune con Berlusconi, con Brunetta, con la Gelmini, con Tremonti, con Maroni, con la Santanché (devo continuare la galleria degli orrori?) — e la prospettiva e' agghiacciante — o non puo', e questo significa che il governo sara' preda di risse continue e non riuscira' a far nulla. Nell'uno e nell'altro caso, e' una prospettiva che puo' solo far male all'Italia.

Ma l'errore e' ancora piu' grave sul piano istituzionale. Perche' trasforma, con la forza di un precedente, l'ultima istituzione robusta e amata della Repubblica, la Presidenza.
Nella Costituzione materiale di questo paese, la rieleggibilita' del Presidente era saggiamente restata una possibilita' soltanto teorica. Il limite del settennato e' stato finora una garanzia rispetto all'esercizio dei poteri presidenziali — in un certo senso una garanzia di terzieta' del Presidente. Qualunque Presidente, anche il piu' forte e/o il piu' autoritario, alla fine del mandato sarebbe uscito di scena definitivamente. Nessun Presidente, nemmeno il piu' opportunista, avrebbe favorito questa o quella parte per assicurarsi la rielezione. Ora questa garanzia e' saltata.
Ancor piu' grave e' che Napolitano sia stato rieletto, con ogni verosimiglianza, sulla base di un accordo che limita la durata del suo mandato. Se cosi' fosse, e basta l'anagrafe a confermarlo, si creerebbe un altro pericoloso precedente. Ancora una volta, la sostanziale inamovibilita' del Presidente nel corso del settennato ha reso la carica indisponibile ai desideri degli altri poteri dello Stato: dall'esecutivo alle maggioranze parlamentari: e' stata lo scudo dietro a cui si poteva riparare la funzione di garanzia del Presidente rispetto ai tentativi di forzatura costituzionale degli altri poteri. Se questa garanzia viene meno e la durata in carica rientra per cosi' dire nella disponibilita' della politica, l'indipendenza del Presidente ne viene fortemente sminuita.
Infine una considerazione meno da costituzionalista del bar: la modalita' di quest'elezione, pur essendo assolutamente legittima e democratica (Rodota' merita gratitudine per averlo ricordato ai suoi sostenitori, loro si' eversivi), mette la Presidenza della Repubblica all'ombra dell'inciucio e di una politica che non sa piu' farsi comprendere dagli elettori. Sara' difficile (e ci vorra' tutta la sapienza e l'indipendenza politica di Napolitano) evitare che cio' si trasformi in un'ondata di impopolarita' e di discredito sull'ultima istituzione repubblicana che gli Italiani rispettavano.
Insomma — per calcoli di breve respiro politico — i responsabili di PD e PDL hanno assestato tre belle picconate all'architettura costituzionale dell'Italia. Sono danni di lungo termine, destinati a pesare per anni e che forse non sara' possibile riparare.

D'altra parte, non credo che convergere su Rodota' sarebbe stata una buona scelta comunque. Non per la persona e per la sua storia, che sono di assoluto merito. In altre condizioni, Rodota' avrebbe potuto essere un meraviglioso Presidente della Repubblica. Ma i candidati non sono soltanto individui, sono anche l'espressione delle parti politiche che li propongono: e votare Rodota' significava accettare una subalternita' al grillismo, che non mi pare migliore del (e per certi aspetti nemmen diverso dal) berlusconismo. Diverso sarebbe stato se il PD avesse proposto Rodota' in prima battuta: ma e' tutto da vedersi se Grillo lo avrebbe a quel punto fatto votare ai suoi — o se l'avrebbe affondato in quanto candidato del "pdmenoelle". Personalmente trovo sbagliata e pericolosa la pretesa di primazia politica di una forza che ha preso il 25% dei voti e non ha capacita' di alleanze — e credo che assecondare questa pretesa convergendo sul suo candidato sarebbe stato politicamente inaccettabile.

Infine: il Partito Democratico e' morto. Lo e' anche se qualcuno ne raccogliera' i cocci e il nome e se ne fara' un feudo politico. Ed e' morto non solo e non tanto per le sue divisioni interne; e' morto perche' e' definitivamente venuto meno al progetto politico per cui era nato: quello di costituire una grande forza riformista moderna, radicata nell'incontro delle culture dei partiti di massa da cui nasceva — e alternativa alla destra: a quella di Berlusconi in particolare, ma anche a una destra civile e liberale. Una cultura riformista condivisa nel PD non e' mai nata — e l'alternativa alla destra sta lasciando il posto alle larghe intese. Per chi come me ha creduto in quel progetto e' una sconfitta cocente.
D'altronde, per come e' fatta la politica italiana, non credo che ci sia spazio per un soggetto "di sinistra" alternativo al PD e capace di contendergli seriamente l'elettorato: i voti in uscita dal PD andranno al prossimo Masaniello di passaggio, che sia ancora Grillo o no. Percio' l'ipotesi di un nuovo partito, costruito intorno a SEL e alla sinistra PD (magari a Barca in contrapposizione a Renzi) certamente mi farebbe sentire "a casa", ma credo che sia destinata a restare un progetto minoritario e al piu' di testimonianza. E non e' cio' di cui abbiamo bisogno.

Vedo moltiplicarsi le prese di posizione del tipo "Napolitano non mi rappresenta", "Napolitano non e' il mio Presidente". Non le condivido. Per quanto politicamente viziata sia la sua rielezione, Napolitano e' il Presidente legittimo — e confido che continuera' ad essere il buon garante della Costituzione e della Repubblica che ha dimostrato di essere fino ad oggi. Giorgio Napolitano e', nonostante tutto, il mio Presidente.


domenica, 30 settembre 2012
Abbiamo contro perfino il peperoncino?
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 7:09 pm

Lo scrivo a posteriori, perche' non volevo nemmeno per sbaglio interferire con un'iniziativa di raccolta fondi che per molti versi mi pare lodevole.

Qualche giorno fa, nel parcheggio di un grande centro commerciale della periferia torinese, ho visto questa locandina:

L'iniziativa raccoglie fondi per la creazione di centri per il trattamento dei bambini autistici da due a dodici anni, in in diverse citta' italiane e in particolare qui a Torino. Personalmente ho molte perplessita' sul metodo ABA: tuttavia e' un approccio sperimentato che — entro certi limiti — porta risultati positivi: quindi ben venga che si creino strutture capaci di avviare precocemente bambini autistici a questo trattamento.
Quel che non mi va giu' — proprio non mi va giu' — e' lo slogan della campagna "Contro l'autismo scende in piazza il peperoncino". Al di la' dell'immagine vagamente ridicola dei peperoncini in corteo con striscioni e bandiere, quel che disturba e' l'idea purtroppo ricorrente che l'autismo sia un nemico *contro* cui lottare — una forza oscura e minacciosa contro la quale mobilitarsi, da sconfiggere. Perche' quest'idea si innesta su un'altra, altrettanto ricorrente e nefasta: che i nostri bambini possano essere "guariti" dall'autismo come li si guarisce dal morbillo — o perfino da una leucemia. Che il loro autismo sia qualcosa di estrinseco, che non fa parte di loro, che si sovrappone al loro vero essere — e li deforma, li rende malati, sofferenti. E che il giorno che sradicheremo l'autismo da loro, finalmente i nostri figli emergeranno in tutta la loro perfezione, belli e sani come devono essere. Normali, finalmente.
Non e' cosi'. I nostri figli *sono autistici*, non *hanno l'autismo*. Fa parte di loro, dei loro geni, della loro persona — in maniera essenziale, costitutiva. Essere autistici e' una parte importante della loro natura, del loro carattere — delle loro difficolta' certo, ma anche delle loro gioie, del loro modo di vedere il mondo, di starci dentro. Se non sappiamo rispettare e amare il loro essere autistici, stiamo rifiutando un carattere importante dei nostri figli, vorremmo annullare un pezzo fondamentale della loro persona. Non c'e' un bambino normale nascosto dentro a It: c'e' un bambino clamorosamente fuori dal normale, che puo' essere una persona realizzata e ragionevolmente serena soltanto se lo si aiuta a vivere al meglio la sua diversita'.
Per questo chi scende in piazza contro l'autismo scende in piazza contro nostro figlio, non per lui. Anche perche' alimenta l'idea che il nostro bambino autistico sia alla fin fine sbagliato, difettoso — che possa avere un pieno valore di persona umana soltanto nella misura in cui lo si aggiusti, lo si faccia assomigliare alle persone normali.
No grazie. Non abbiamo bisogno che si scenda in piazza contro l'autismo. Sono gia' in tanti a farci la guerra, negando a nostro figlio i diritti elementari: una scuola adatta a lui, ambienti di vita non discriminatori, un aiuto concreto per superare le difficolta' che incontra, un rapporto con le istituzioni non vessatorio. Ci mancavano solo piu' i peperoncini.


domenica, 27 maggio 2012
Il messaggio e' sempre piu' chiaro
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Emigrare?, It, Ma vaffanculo!, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 2:22 am

Alla presentazione di uno studio condotto dall'ANIA (l'associazione che riunisce le societa' di assicurazione) e dalla Fondazione CaRiPLO, dal titolo "Autonomia delle persone con disabilita': un nuovo contributo per assicurarla" (pun intended, come si vedra' tra poco), il Ministro Fornero ha dichiarato che “Non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi’’ [per le persone disabili, NdRatto]. Ha poi aggiunto: “Sia il privato che lavora per il profitto sia il volontariato no profit sono necessari per superare i vincoli di risorse. Il privato, in più del pubblico, possiede anche la creatività per innovare e per creare prodotti [assicurativi, NdRatto] che aiutino i disabili. La sinergia tra pubblico e privato va quindi rafforzata” (*).

Innanzi tutto, si tranquillizzi, signora Ministro. Lo Stato non fornisce affatto "tutto in termini di trasferimenti e servizi". Se devo giudicare dal caso di It, a dire il vero non fornisce quasi niente. Lo Stato concede a nostro figlio un tempo scuola che e' il 60% di quello dei suoi compagni di classe. Lo Stato concede a uno solo di noi genitori non piu' di tre giorni al mese di permessi retribuiti dal lavoro per le esigenze di assistenza di nostro figlio. Lo Stato elargisce un assegno di accompagnamento di 493 euro al mese per dodici mensilita', con cui dovremmo sopperire alle spese relative alle necessita' di assistenza continuativa di nostro figlio. Tramite il Comune paga una decina di ore settimanali di intervento di un'affidataria — ma questo lusso ci verra' tagliato, perche' non ci sono piu' soldi. Ah, dimenticavo, It non paga sull'autobus — e sulla metropolitana (ah, che stupido, non pagherebbe comunque, visto che ha meno di undici anni). Tutto qui. Il servizio sanitario pubblico non eroga *nessuna* delle terapie di nostro figlio. Paghiamo noi, di tasca nostra, ogni ora di terapia, ogni intervento rieducativo, ogni strumento/sussidio che possa essere utile alla crescita di nostro figlio. Sia chiaro, non me ne sto lagnando. Sono i soldi meglio spesi del nostro bilancio famigliare, con ogni probabilita'. Ma, signora Ministro, lo Stato e' cosi' lontano dal "fornire tutto" che Lei dovrebbe vergognarsi di fronte a noi — e di fronte a tutti i disabili italiani e alle loro famiglie — per aver detto con tanta leggerezza una frase del genere. Vergognarsi, signora Ministro: non farci un piantino sopra.

In secondo luogo: si', lo Stato dovrebbe "fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi" ai suoi cittadini disabili. Perche' lo dice la Costituzione (art. 3: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."; art. 38: "Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.").
Perche' se lo Stato non tutela i suoi cittadini piu' deboli, allora e' la ragione stessa del contratto sociale che viene meno.
Perche' lasciare questo compito alla carita' pubblica (altro non e' il volontariato, di cui pure apprezziamo tutti lo sforzo) significa dire che la collettivita' nella sua espressione piu' alta, quella delle istituzioni, rifiuta di farsene carico. Significa ancora una volta proclamare che i cittadini disabili sono un peso che la comunita' non vuole sulle spalle — e che lascia quindi all'eventuale generosita' dei singoli.
Perche', infine, affidare i cittadini disabili al mercato, al privato che, come dice Lei stessa, "lavora per il profitto", significa banalmente che quei privati, se vogliono far bene il loro lavoro, dovranno spremere dalle famiglie dei disabili almeno un euro in piu' di quelli che dovranno conceder loro in termini di prestazioni. Significa quindi togliere risorse a quelle famiglie, non darne.

Il Governo si sara' anche rimangiato il progetto di tagliare le indennita' di accompagnamento: ma ogni volta che affronta il tema della disabilita', il messaggio che ci tocca ascoltare e' sempre lo stesso, con una chiarezza martellante: "Avete un figlio ritardato? Sono cazzi vostri."

(*) Il testo dell'intervento del Ministro non e' ad oggi disponibile in rete, ne' sul sito degli organizzatori del convegno, ne' su quello del Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale: quindi cito solo i passaggi che mi sono noti tramite un articolo sul sito della FISH. Puo' darsi che – ricollocate nel loro contesto – le affermazioni di Fornero assumano un significato diverso. Allo stato delle informazioni disponibili, suonano molto ma molto male.

P. S. Ma la signora Ministro non si e' sentita un pochino a disagio a sponsorizzare con il suo intervento uno studio la cui finalita' e' quella — perfin dichiarata — di estendere il mercato delle assicurazioni al settore dei disabili, dove per ora la penetrazione e' molto bassa? Non e' parso, nemmeno per un momento, al Ministro Fornero, di far la figura del venditore che bussa alla porta di casa per venderti un mirabilante nuovo prodotto?


mercoledì, 4 aprile 2012
Qualcosa di sinistra
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 2:40 am

E' un po' che sto rimuginando su queste cose e che mi riprometto di farci un post. Ho dei libri sul comodino per documentarmi e qualche volta ne leggo una pagina. Insomma, lasciato a me stesso — alla stanchezza del blog e alla stanchezza di un periodo tra i piu' difficili degli ultimi anni — questa cosa l'avrei trascinata fin dopo le elezioni del 2013.
Pero' questo post di Alfonso Fuggetta mi da' una spinta. Alfonso (si) chiede polemicamente "che cosa vuol dire essere di sinistra", e argomenta: "Alla fin fine, il punto è molto semplice, credo: essere di sinistra vuol dire issare bandiere oppure risolvere problemi in modo da tutelare tutti, promuovere uguaglianza e giustizia sociale, …?"
Detto cosi' e' semplice — cosi' semplice da voler dire tutto e il contrario di tutto. Tanto quanto l'invocazione al "vero riformismo" che chiude il post.
Al di la' dei dissensi che ci dividono spesso, Alfonso ha comunque il merito di porre un problema serio, in un momento in cui mi pare evidente che la politica annaspa — e cerca identita' e tematiche tanto effimere quanto facili e inconcludenti ("bandiere", direbbe lui), con il respiro dei titoli sul giornale o dei tweet. Io credo invece che ci sia bisogno di uno sguardo piu' lungo, e al tempo stesso molto concreto — di restare all'essenziale.
E l'essenziale, secondo me, in Italia e in Europa oggi, si puo' riassumere in due grandi temi collegati. La disuguaglianza economica cresce e la mobilita' sociale diminuisce. Da anni, in un trend che pare inarrestabile e che per lo piu' viene presentato come una sorta di fatalita', non come il prodotto di scelte e di politiche ben precise. Ecco, io credo che essere di sinistra oggi voglia dire, semplicemente, mettere al centro della propria azione questi due temi: come rovesciare la tendenza e fare in modo che la disuguaglianza diminuisca anziche' crescere e che l'ascesa nella scala sociale torni ad essere una possibilita' concreta per tutti. Poi potremo discutere sulle ricette, potremo dibattere se per ridurre la disuguaglianza occorre agire sulla leva fiscale e sulla ridistribuzione attiva della ricchezza o stimolare la competitivita' e accrescere le opportunita' individuali, potremo ragionare se un mercato del lavoro meno garantito/protetto puo' essere utile o meno, eccetera. Ma bisogna riportare al centro del discorso politico questo punto: su questo fare un programma di governo, costruire alleanze politiche, definire progetti e iniziative. Altrimenti, davvero, destra e sinistra diventano parole di comodo, concetti indistinguibili.
Per tornare all'attualita', ma non e' il tema che mi interessa di piu', a me pare evidente che quello dell'equita' sociale, della redistribuzione della ricchezza, *non* sia il pensiero del governo dei professori. E' probabile che molte delle scelte che Monti sta facendo siano piu' o meno obbligate, che il cammino sia stretto. Ma una politica di sinistra, anche assai moderatamente di sinistra, non puo' pensare di mettersi in continuita' con questa esperienza.

Su un altro piano, ho trovato stimolante il post di Floria sul "nuovo soggetto politico" di Ginsborg & co. Anche a me e' parsa una iniziativa interessante, nell'asfittico panorama di questo momento. Ma le perplessita' sono forti, per varie ragioni.
Una, evidenziata anche da Floria, e' il linguaggio. Il manifesto si rivolge a un'elite intellettuale — e difficilmente riuscira' ad uscire da li'. La storia politica italiana e' piena di generoso e affascinante giacobinismo, dai tempi del Partito d'Azione (di cui pure mi sento orfano inconsolabile) in giu': ma le elite che hanno ragione sono destinate sempre a nobili, inascoltate sconfitte.
La seconda sta nella firma, in calce al documento, di Sandro Plano, esponente di spicco del movimento NO TAV. Io temo che questa firma, al di la' del merito, indichi una vicinanza degli estensori del manifesto a quel ribellismo massimalista che e' un'altra esiziale caratteristica della sinistra italiana. E' una compagnia che non porta lontano.
Un nuovo soggetto politico ha bisogno di essere radicale, ma non puo' permettersi il lusso di essere massimalista. E dev'essere rigoroso, ma morira' se non sapra' rinunciare all'elitarismo giacobino.


domenica, 1 gennaio 2012
Post ombelicale sul 2011 — e su questo blog
Nelle categorie: It, Pipponi, Quel che resta, la Cate — Scritto dal Ratto alle 11:41 pm

L'anno appena finito e' stato un anno complicato, per la Rat-Family. Bellissimo: allietato dalla nascita di XX, che si avvia trionfalmente (e camminando sicura sui suoi due piedi!) al primo compleanno; punteggiato da tante grandi e piccole conquiste di It, che e' sempre piu' strambo, ma sempre piu' abile a farsi capire, a capire, ad entrare nelle situazioni, a gestirsi; segnato in positivo da tanti bei momenti privati e dalla consapevolezza di quanto e' prezioso e bello saperci divertire insieme, nonostante le difficolta'; marcato dal sollievo di una grande liberazione pubblica, che aspettavamo da troppo tempo. Ma cosi' duro da lasciarci spesso senza fiato: perche' gestire due bambini non e' due volte, ma venti volte piu' faticoso che gestirne uno; perche' l'impatto di It con la scuola elementare e' andato, alla fin fine, bene — ma ci e' costato vagonate di bile e di angoscia — e ancora non e' finita; perche' le vacanze si sono rivelate poco adatte ai desideri e agli umori di It — e quindi, per quanto splendide per tanti versi, ci hanno restituito al lavoro piu' stanchi e stressati di prima; perche' il lavoro e' stato troppo poco o troppo o troppo confuso e costellato di cambiamenti, raramente per il meglio (e comunque per fortuna c'e' ancora); perche' la crisi non ci toglie il pane di bocca, ma ci proietta comunque in un'incertezza costante — e almeno per It si e' gia' trasformata in meno assistenza, meno servizi, meno scuola; e per tante e tante ansie e fatiche troppo private o troppo complicate per raccontarle. Beh, non ci e' mancata la forza — e la fortuna — per affrontare tutto e per restare in bilico sull'onda — e onestamente ci siamo anche divertiti.
Ma l'energia e la voglia di continuare a raccontare le cose che facciamo — e le cose che vediamo — quella l'abbiamo trovata di rado — e si vede. The Rat Race langue, spesso resta zitto di fronte a cose che una volta avrebbe commentato, piu' spesso ancora lascia sotto silenzio momenti della nostra vita che un tempo avrebbe condiviso. E, soprattutto, la conversazione si e' spenta. Succede un po' su tutti i blog: si scrive poco, si legge meno ancora — e soprattutto non si commenta quasi piu'. La conversazione si e' spostata sui social network — ma li' mi sembra piu' chiacchiericcio, senza la capacita' di dialogare un po' piu' a fondo — e sinceramente non mi ci ritrovo. Un po' mi manca, un po' mi mancano gli amici che leggevo assiduamente e che ora — come noi — scrivono tre righe quando capita. Per ora la baracca, che entra oggi nel suo decimo anno, resta aperta — ma mi piacerebbe aver piu' fiducia nella sua ragione di essere.

E comunque, se posso rubare la citazione a Waldorf, "Bon hiver", piu' ancora che "buon anno", a tutti noi.


domenica, 4 dicembre 2011
Far pagare (anche) i ricchi
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Pipponi, Politica e altre indignazioni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 10:54 pm

Premetto: sono convinto che per cavarcela, come Italia, dobbiamo tirare la cinghia — ferocemente e tutti. Comunque la si voglia girare, lo stock del debito pubblico accumulato negli anni passati dev'essere drasticamente ridotto — e questo significa che non ce n'e' per nessuno. Quindi le mazzate che il governo ci sta per assestare sono assolutamente inevitabili — e non si puo' pensare che tocchi soltanto a qualcun altro.
Ma proprio per questo credo che nessuna manovra sia accettabile se non grava su tutti — e se non grava piu' pesantemente sui piu' ricchi. E per ora non mi par proprio che sia cosi': l'imposta sulla prima casa e' una patrimoniale sulla classe media (il 74% delle famiglie italiane e' proprietario della casa in cui vive); l'aumento dell'addizionale regionale IRPEF e quello dell'IVA colpiscono tutti allo stesso modo, quindi proporzionalmente i redditi piu' bassi in misura maggiore; le disposizioni sulle pensioni impattano essenzialmente sul lavoro dipendente presente e futuro; la reintroduzione dei ticket su molte prestazioni sanitarie e i tagli agli enti locali rendono piu' costosi (o piu' limitati) i servizi pubblici — di cui usufruiscono principalmente i ceti meno abbienti. L'unica misura decisamente mirata ai ricchi, cioe' l'aumento dell'aliquota massima dell'IRPEF, e' sparita dalla manovra all'ultimo istante. Insomma, facciamola corta: pagano i poveri cristi, pagano le persone normali, ai ricchi veri sostanzialmente si fara' il solletico.
Perche' i ricchi sono pochi e comunque non contano dal punto di vista statistico, come da piu' parti si dice — e perche' se si vuol far cassa bisogna farla sui poveri e sulla classe media? A guardare bene i numeri, non e' cosi'. Sono andato a leggermi il rapporto 2009 di Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie, pubblicato a dicembre 2010 (se ce ne e' uno piu' recente, vi sono grato fin d'ora se me lo vorrete segnalare); i dati di cui parlo sono vecchiotti, del 2008, ma penso che siano nei grandi numeri ancora significativi. Secondo il rapporto, il 10% piu' abbiente delle famiglie italiane possiede il 45% circa della ricchezza; vuol dire una media di un milione e mezzo di patrimonio netto a famiglia e un monte complessivo di circa 3.800 miliardi di euro (nota a margine: il 50% meno abbiente raccoglie in tutto il 9,5% della ricchezza e possiede mediamente 70.000 euro di patrimonio: lascio ogni commento all'evidenza). Un'imposta straordinaria dello 0,5% su questi patrimoni porterebbe alle casse dello stato, euro piu' euro meno, diciannove miliardi in un anno, con un contributo medio a famiglia di circa 8.000 euro. Detto in altri termini, imponendo al 10% piu' ricco delle famiglie italiane una tassa straordinaria non superiore al 4% del loro reddito disponibile, si potrebbe quasi raddoppiare il valore della manovra — creando disponibilita' di risorse per interventi a favore della crescita e dei consumi. E si noti che non sto dicendo di far pagare di meno agli altri.
Ma Monti in conferenza stampa ha detto che non si puo' fare, perche' non si e' in grado di conoscere l'entita' e la composizione dei grandi patrimoni. Verrebbe voglia di invitarlo a leggersi la documentazione statistica di Bankitalia, che a me e' costata non piu' di dieci minuti di ricerche su Google. Il fatto e' che qui di equita' tutti parlano — ma alla fine a buscarle saranno sempre i soliti.
No, essere "not Berlusconi" non basta. Se Monti non ha altro da offrire sul piano dell'equita', per me ha gia' chiuso prima di cominciare.

Se qualcuno e' interessato a capire da dove vengono le cifre che ho sparato qui sopra, puo' scaricarsi qui una tabellina piu' analitica, interamente basata sui dati di Bankitalia: *.ODS oppure *.PDF.

P. S. Le lacrime della Fornero e il relativo, insopportabile siparietto con Monti — a mio giudizio — vincono di gran lunga il premio "Vaffanculo 2011", stracciando qualunque possibile concorrenza.


sabato, 30 luglio 2011
Fedeli a se stessi
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:37 am

La Norvegia — per tante ragioni — ci e' particolarmente cara. Percio' la notizia degli attentati di Utøya e di Oslo ci ha scossi e rattristati, forse piu' di quanto ci si potrebbe aspettare da un evento tutto sommato lontano — e tutto sommato terribilmente *interno* a quel paese.
Il fatto e' che la Norvegia, per noi, era un posto perfino un po' noioso — e sicuramente immerso in ritmi cosi' lenti da sconcertare noi indolenti mediterranei — ma facevi presto a capire che la noia e la lentezza erano quelli di una societa' talmente ben regolata da rendere inutile correre, sgomitare, tagliare gli angoli. Era un posto in cui potevi dimenticare una macchina con le portiere spalancate in un parcheggio per diverse ore — e al ritorno trovare tutto assolutamente intatto. Era il paese in cui un ubriaco che spacca una vetrina di un centro commerciale fa talmente notizia da arrivare al TG nazionale con tanto di interviste alla polizia. Era anche il paese in cui si vendono le cassette della frutta lasciandole incustodite sul bordo della strada, cosi' chi vuol comprare le prende, lascia i soldi in un cestino li' accanto — ed eventualmente si fa il resto da solo — e nessuno pensa di rubarsi ne' la frutta ne' i soldi. Avevamo l'immagine di una societa' fondata sulla fiducia nel prossimo e su una sorta di controllo/autocontrollo sociale cosi' solido da rendere ovvia quella fiducia — ma anche sulla certezza che tutto e' sufficientemente ben funzionante che nessuno ha davvero bisogno (e nemmeno voglia, in fondo) di "arrangiarsi".

Ecco, e' questo modello sociale che ci pare che l'attentatore abbia colpito al cuore — e che temiamo possa non riprendersi piu'. Proprio perche' la strage e' stata compiuta da un norvegese, uno apparentemente normale — magari un po' strano, ma chi non lo e' a vivere piu' o meno isolato in quelle campagne — e perche' ha colpito soprattutto ragazzi — la generazione dei figli — non puo' non aver spezzato il presupposto della fiducia. La Norvegia diventera', suo malgrado, una societa' piu' diffidente, piu' preoccupata, piu' simile al resto dell'Europa — cosi' pensavamo subito dopo l'attentato. Probabilmente sara' cosi'.
Ma la Norvegia non ha reagito come tutti ci saremmo aspettati. Nonostante l'enormita' dell'accaduto — nonostante la violenza del trauma nazionale — non c'e' stato alcun isterismo, non c'e' stato alcun crollo di nervi. Il paese ha reagito con assoluta compostezza, ma anche con la piena coscienza di non voler diventare diverso — di voler essere fedele a se stesso. Con una tranquillita' e una forza impressionanti, ben rappresentate dai discorsi del principe ereditario Haakon e del primo ministro Stoltenberg — che sono secondo me tra i piu' begli esempi recenti di discorso pubblico — e la testimonianza di quanto puo' essere nobile e preziosa e lungimirante la politica, quando e' in mano a una classe dirigente degna di questo nome.
Certo, l'evento ha suscitato una serie di interrogativi e di dibattiti. Ma — per esempio — praticamente nessuno ha sfruttato l'occasione per fare propaganda contro questo o quell'avversario politico. Al contrario, tutti i partiti hanno concordato di rinviare fino a meta' agosto l'avvio della campagna elettorale per le amministrative di settembre.
Il Frp, che e' un po' la Lega Nord dei norvegesi, non e' stato attaccato dagli altri partiti, nonostante le parole d'ordine contro gli immigrati e contro il multiculturalismo prestassero facilmente il fianco alle critiche — e perfino nonostante l'attentatore fosse stato in passato un loro militante. D'altronde, uno dei maggiori esponenti del Frp ha dichiarato che il partito dovra' moderare i toni del suo discorso politico, perche' evidentemente evocare la crociata puo' avere conseguenze terribili.
Si discute sul fatto che Breivik rischi al massimo ventun anni di carcere, secondo la legge norvegese: ma si *discute*, appunto. Nessuno sventola il cappio, nessuno invoca la giustizia sommaria. Nel dibattito nessuno perde di vista che il fine della pena e' la riabilitazione — e non la vendetta. Non si e' alzata una voce a criticare il fatto che il carcere che ospita Breivik sia dotato di tutti i comfort.
In tv, sui giornali non si e' visto un cadavere — non e' emerso un dettaglio splatter che sia uno. L'informazione e' stata meticolosa, continua, angosciante e totalizzante: ma non morbosa, nemmeno un po' — e mai priva di rispetto. Ciononostante la stampa e' stata criticata per aver talvolta mancato di sensibilita' nei confronti dellle vittime e dei loro familiari.
Le organizzazioni giovanili di *tutti* i partiti stanno registrando un forte aumento delle iscrizioni dopo il 22 luglio*. Ragazzi di quattordici, quindici, sedici anni decidono di dedicare un pezzo del loro tempo alla politica per far valere le loro idee. Come quelli che sono stati ammazzati ad Utøya, tutti giovani militanti di un partito sentito come un pezzo della societa' e non come baluardo di una casta.
Alla fine — forse — contro tutto — la Norvegia riuscira' a restare se stessa — ed e' una non piccola consolazione.

* Val la pena anche di leggere l'appello pubblicato oggi dai leader di *tutte* le organizzazioni giovanili dei partiti (e' in norvegese, ma la traduzione di Google Chrome in inglese e' abbastanza comprensibile).

P. S. Il confronto con la vita pubblica nel nostro sciagurato paese — no, non ho l'animo di farlo.


domenica, 8 maggio 2011
(Che) esperienza(,) Italia(!)
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Ma vaffanculo!, Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 9:47 am

Venerdì scorso, con i nonni e Costanza (It era a scuola — perche' non avrebbe comunque gradito questo genere di cose), siamo andati alla Venaria Reale a vedere il nuovo percorso espositivo della Reggia e la tanto decantata mostra "La Bella Italia", uno degli eventi clou delle celebrazioni del centocinquantenario dell'Unita'.
Approfittando dell'ora (quella della pausa pranzo), non ancora affollata nonostante l'arrivo degli Alpini per l'Adunata e degli appassionati di ciclismo per la partenza del Giro d'Italia, andiamo in biglietteria per fare l'abbonamento che ci permettera' di andare e venire tra mostre e musei di Torino e del Piemonte senza dover ogni volta pagare il biglietto (quasi una necessita', avendo figli privi di pazienza — che spesso e volentieri ci costringono a parzialissime visite lampo). Dentro ci sono due sportelli aperti, uno per i gruppi e uno per le visite individuali; all'uno e all'altro non piu' di sei/sette persone in attesa. Arrivato il nostro turno, chiediamo di fare l'abbonamento (come per altro indicato sul sito), ma l'impiegata ci dice che — dato l'affollamento — non puo' soddisfare la nostra richiesta; protestiamo, anche perche' il prezzo del biglietto "singolo" equivale da solo a quasi meta' di quello dell'abbonamento. Ci viene risposto, con discutibile ironia, che non ci ha ordinato il medico di vedere la reggia. Viene la tentazione di risponder male e di girare i tacchi, ma poi abbozziamo, se non altro per i nonni, che abbiamo trascinato fin qui — e ci rassegnamo a fare i biglietti per la visita. Quel che e' certo e' che a questo punto l'Abbonamento Musei, per il 2011, non lo faremo — e tante grazie alla brillante promozione della cultura in Piemonte.
Il percorso di visita della Reggia — solo in parte nuovo rispetto al passato — ha qualche caduta di gusto e qualche concessione di troppo al son et lumière, ma e' nel complesso interessante ed efficace. E poi la Galleria di Diana, con quella luce incredibile, con il contrasto tra la geometria implacabile del pavimento e la leggerezza degli stucchi, vale da sola non il semplice prezzo del biglietto, ma forse un viaggio fino a Torino:

La mostra, dal canto suo (per quanto — o forse perche' — curata da Paolucci e "messa in scena" da Ronconi), e' francamente imbarazzante. Certo — ci sono, tutte riunite insieme, tante di quelle icone della cultura italiana da far venire una certa vertigine. Ma ettari di croste, che avrebbero avuto tutto da guadagnare restando nella penombra dei magazzini, hanno trovato posto accanto a (e a volte al posto di) capolavori; il che di per se' non sarebbe terribile, se non in certi casi in cui francamente si e' esagerato: in fondo le mostre servono anche a far vedere opere che normalmente non ricevono adeguata attenzione. Il problema vero e' che la rappresentazione delle "capitali" italiane e' nella migliore delle ipotesi episodica ed impressionistica — in alcuni casi decisamente monca di capitoli essenziali (Venezia senza Bellini!) e infarcita di opere di nessuna rilevanza: sembra quel che e' rimasto negli occhi di un viaggiatore affrettato e non abbastanza colto dopo un sommario grand tour in Italia. Ma l'aspetto peggiore sta nell'allestimento, che tra l'altro impedisce una buona fruizione dello spazio (bellissimo) delle Scuderie e della Citroniera progettate da Juvarra: finte rovine di mattoni pseudo-romani, una moquette verde a chiazze irregolari, a simulare un prato, con tanto di foglie cadute qua e la' — sostituita a tratti da specchi a rappresentare, immagino, degli stagni.

Un look da stampa piranesiana d'occasione — o da trattoria romana per turisti, che nel complesso trasmette un'idea folcloristica dell'Italia — una roba da pizza e mandolini.
Ultima chicca della visita: il pagamento automatico del parcheggio funzionava male, con il risultato che ho dovuto pagare due volte e poi chiamare (al citofono, perche' non c'era nessuno presente) l'assistenza per farmi aprire la sbarra in uscita.
Spero proprio che l'esperienza dei tantissimi turisti che stanno visitando Torino in questi giorni sia stata migliore della nostra. Torino lo merita, probabilmente chi ha la responsabilita' di assicurare la qualita' delle loro visite no.


giovedì, 5 maggio 2011
Alla Tesoriera con Costanza – primavera 2011
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Quel che resta, la Cate — Scritto da waldorf alle 11:44 am

E' un luogo comune — come tale vero — che ognuno ha piu' o meno affinita' con una o l'altra stagione dell'anno. Il mio spirito e' torturato dall'estate, alternativamente cullato e depresso dall'autunno, sferzato dall'inverno e, banalmente, carezzato dalla primavera, breve stagione ormai in via di estinzione. Quando il vento comincia a ingentilirsi, compaiono le violette e le prime foglie sugli alberi e si tornano a sentire gli augelli, come direbbe Leopardi, subito mi sento presa da piacevoli sensazioni sepolte nei mesi precedenti. Non e' questione di ragionamento, l'arrivo della primavera lo percepisco fisicamente.
Quest'anno poi la ri-nascita della natura, sempre per parlare poeticamente, e' seguita alla nascita di Costanza, che ora impara a conoscere la primavera.
Cosi' abbiamo condiviso lo splendore delle prime giornate di aprile, tanto piu' che all'austera Torino particolarmente dona la primavera, e ne abbiamo passato una buona parte al parco della Tesoriera. Purtroppo a questo bell'inizio di aprile sono seguite una botta di caldo da piaga biblica e una botta di freddo piu' naturale ma impeditiva di lunghe permanenze al parco. Ora che ormai e' maggio le giornate sono variabili e un po' freddine, ma cio' non blocca certo le nostre passeggiate tra madre e figlia.
La Tesoriera, al numero 192 di corso Francia, non e' un posto di tendenza, ne' particolarmente noto, affondato in un quartiere abbastanza popolare come Parella, dove abitiamo noi. Il parco, originato dalla tenuta di un tesoriere dei Savoia, circonda la villa che credo nel suo aspetto attuale debba molto all'intervento ottocentesco promosso dal Marchese di Sartirana. Certo per molto tempo il tutto doveva essere sito in aperta campagna, tra campi e cascine. Ora al posto delle cascine ci sono condomini di diversi piani, che a loro volta sommergono il tessuto delle villette liberty ancora qua e la' presenti nella zona e probabilmente pure loro costruite quando da queste parti c'era poco piu' che campagna.
Il parco per la verita' e' di ridotte dimensioni, e si puo' andare da un lato all'altro in cinque minuti circa. Essenzialmente c'e' un'area giochi, anche troppo piccola per la platea dei giovani utenti, una bocciofila (un pallaio, come almeno una volta veniva chiamato in Toscana) intitolata a tale don M. Plassi, un chioschetto di bibite e gelati, una piccola giostra, una bella fontana, due prati piuttosto grandi, due corti viali di tigli imponenti, diversi altri begli alberi di veneranda eta', aiuole di tulipani e papaveri — e naturalmente la villa. Dovrebbe ospitare una biblioteca musicale, ma la villa e' in restauro da diverso tempo (io non l'ho mai vista in funzione e il cartello indica una fine lavori per il 2 marzo 2009…); ultimamente se non altro hanno tolto le impalcature e probabilmente a causa della breve apertura per la primavera del Fai (purtroppo non sono potuta andare) hanno adornato la recinzione del cantiere con il bandone di Esperienza Italia. Si vede comunque la bella facciata bianca e gialla della villa ed e' gia' qualcosa.
La Tesoriera nel suo complesso e' un luogo veramente ameno, anche se meriterebbe ben piu' rilevanti interventi di manuntenzione, altrimenti potrebbe essere ancora piu' bello. Non e' da farne una colpa a nessuno, di questi tempi si fa quello che si puo' e del resto recentemente, forse anche perche' le elezioni si approssimano, si vedono spesso operai al lavoro nel parco…
Ma quello che mi piace della Tesoriera e' la sua dimensione di quartiere, il suo essere una specie di giardino esteso per le case del circondario.
Le ridotte dimensioni limitano l'interesse degli amanti del footing e simili (che pure sono rappresentati) e in generale escludono l'interesse di chi non abita nelle immediate vicinanze, a differenza di parchi piu' grandi come la Pellerina o il Valentino. Invece con la bella stagione i residenti vicini si spargono per i vialetti e i prati della Tesoriera. Se in stagioni piu' rigide la gamma dei frequentatori e' piu' ristretta (un po' di bambini e i padroni dei cani, che certo non possono evitare di portar fuori i fedeli animali) in primavera sono rappresentate se non altro tutte le classi di eta', dai neonati come Costanza (per la verita' pochi, mi sa che i genitori se li conservano in casa) ai vecchietti piu' malridotti, a volte in sedia a rotelle e accompagnati da badanti di svariate nazionalita' che poi si riuniscono per scambiare quattro chiacchiere e alleviare cosi' il peso di un mestiere mica facile. Adolescenti si scambiano effusioni su panchine non sempre cosi' riparate, i bambini in grado di camminare e correre scorrazzano in qua e la', gli anziani meno anziani giocano a carte attorno ad affollati tavolini di plastica, discutendo su ogni singolo punto, altri invece giocano a bocce, soggetti di varia eta' prendono il sole sui prati, persone mature leggono sulle panchine, le madri degli infantiu' più piccoli come me li passeggiano cercando di far prendere loro aria e tenerli buoni e quando possono si siedono su una panchina a riposarsi un po'. Un giorno ho scambiato qualche chiacchera con la mamma di una quasi coetanea di Costanza (una giovincella di 5 giorni di meno) che con la figlia nel marsupio faceva giri del parco a passo militaresco pur di non far svegliare la piccola.
Ovviamente si incontrano cani di ogni eta', razza e dimensione accompagnati da padroni piu' o meno mannianamente coordinati. Non manca nemmeno chi fa musica o fanciulle che fanno il bagno nella fontana, a mo' di anitine della semiperiferia torinese. Una frequentatrice abituale dell'ora di pranzo fa yoga giocando contemporaneamente con il suo pastore tedesco.
C'e' poi entro il recinto del parco un asilo comunale che ospita sia il nido che la scuola dell'infanzia, e durante il giorno nel suo giardino compaiono spesso i bambinelli con i loro grembulini a quadratini di vario colore.
Io e Costanza capitiamo alla Tesoriera almeno una volta al giorno. Quando lei si addormenta, io mi posso mettere a leggere qualcosa e a guardarmi intorno e osservare lei pensando che non ci deve essere cosa tanto bella come dormire nella carrozzina vicino alla mamma, cullata dal cinguettio e magari da una lieve brezza primaverile. Magari lei nella sua limitata esperienza di vita non e' d'accordo, ma io al posto suo sarei parecchio felice. Per la verita' ne approfitto anche per leggere un po', in questo periodo un bel mattone come Underworld di Don DeLillo.
A volte in realta' penso che quello che mi affascina nella Tesoriera in questo periodo sia la capacita' del luogo di riunire tante persone di eta' e attitudini diverse, che il parco ospita tutte insieme dando accoglienza al loro bisogno di uscire, di incontrarsi o anche soltanto di godere dell'ombra dei suoi alberi per leggere il giornale. E in molta parte le esigenze delle persone che vi si trovano sono legate alla loro eta' e alla fase della vita che attraversano.
Cosi' la Tesoriera ogni giorno mi offre lo spettacolo di un completo ciclo dell'esistenza umana e mi fa sentire inglobata in questo ciclo e per una volta tanto parte di esso in modo non differente da tutti gli altri. E questo pensiero, guardando Costanza che del ciclo e' appena entrata a far parte, mi fa sentire insieme commossa e atterrita.


martedì, 29 marzo 2011
Le mamme ai tempi di Neanderthal
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 9:43 am

Non me la sento più di dire che cosa sia giusto o meno nel crescere i figli.
Il modo in cui ognuno fa il genitore non può che essere personalissimo, dato che risente ovviamente delle esperienze di vita, del modo in cui siamo stati allevati, della nostra cultura e convinzioni, ma anche delle nostre possibilità fisiche e materiali. Credo che siano veramente poche le persone che però non ce la mettono tutta per dare il loro meglio.
Pure io provo, giorno per giorno, ad essere un buon genitore, ma per quanto riguarda Enrico essere madre di un bambino autistico è qualcosa, credo, di così profondamente diverso dall'esperienza comune e senza reale possibilità di agganci neanche con realtà simili che le regole tendono a scomparire. Cerchi di arrangiarti, di andare avanti, di adattarti alle necessità e di mantenere un provvisorio equilibrio, e certo non sei in grado di scrivere manuali. Per le mamme poi c'è sempre in serbo il senso di colpa, la sottile idea che tuo figlio sia così per qualche sbaglio che hai fatto mentre lo aspettavi o per come lo hai cresciuto all'inizio.
Devo dire però che, forse perché cresciuta all'epoca del femminismo, nonostante tutto detesto istintivamente la moda culturale degli ultimi tempi, quella del ritorno alla natura, l'esaltazione talebana dell'allattamento al seno, della madre a tempo pieno e così via. Così stamani, leggendo questo articolo, in cui si commenta l'opera di una psicologa americana che propone addirittura di prendere esempio dalla preistoria, non ho potuto fare a meno di avvertire un travaso di bile. Se è vero che il modo di allevare i figli che si è imposto con il tempo è per certi versi troppo artificiale, non mi pare che il passato (specie preistorico..) offra grande conforto e trovo ingiusto che ancora una volta il peso debba essere gettato sulle spalle delle madri. Allattare un figlio addirittura oltre un anno di età significa rinunciare sostanzialmente a lavorare senza che sia seriamente dimostrato il vantaggio per il figlio suddetto; non mi risulta che ai tempi in cui non esisteva il latte in polvere i sistemi immunitari rafforzati dall'allattamento al seno consentissero di evitare morti precoci per svariate malattie epidemiche. Che so, ancora all'inizio di questo secolo la spagnola ha ucciso milioni e milioni di persone. Sarò ignorante, ma mi pare che abbiano avuto per la salute collettiva una maggiore importanza il miglioramento delle condizioni igieniche in cui si vive e la diffusione dei vaccini rispetto agli anticorpi trasmessi dalla mamma.
Mi pare poi che sia frutto di un preconcetto che i genitori un tempo stessero più vicino ai figli o fossero in grado di impartire una migliore educazione, sia per cultura che per impossibilità materiale considerato il numero dei figli medesimi, in mancanza di anticoncezionali; sono piuttosto gli ultimi decenni ad aver esaltato l'importanza della presenza parentale nell'educazione. Del resto prima di Rousseau (uno che dei suoi figlioli si è sempre fregato) e dell' "Emile" credo che i "bambini" neanche esistessero come "persone" e che si assumesse una identità solo dopo essere sopravvissuti alla mortalità infantile, altissima. A nessuno poi per molto tempo è venuto in mente che i bambini non dovessero lavorare. Come si può seriamente trovare trarre insegnamenti da un passato che è solo un mito, che non offre reali termini di paragone con una realtà del tutto diversa?
Se anche si cercasse di ispirarsi a modelli parentali di tempi remoti, quale garanzia c'è dell'effetto di un tale sforzo in un contesto sociale del tutto diverso, in cui i bambini sono comunque circondati dalla realtà contemporanea?
E' però ben difficile ancora una volta evitare i sensi di colpa e così io personalmente mi sforzo con la mia figlia neonata di delegare il meno possibile, anche perché la mancanza di nonni vicini non mi lascia molta scelta. Ma il lavoro onestamente mi manca e prima o poi dovrò lasciare la piccola all'asilo nido o ad una tata. Ne verrà fuori una persona con forte disagio emotivo, egocentrica e violenta, come sostiene la psicologa di cui all'articolo?
Io purtroppo non posso saperlo con certezza, ma mi consola che non lo sappiano neanche quelli che riempono la carta stampata di precetti per mamme ansiose. Mi sa che non rimane altro che affidarsi alla sorte e al caro vecchio buon senso.
Anche perché a quelli che vogliono spiegare agli altri come vivere di tanto in tanto le cose non vanno benissimo, anche se nel frattempo hanno fatto i soldi vendendo le loro formule di non provata efficacia.


giovedì, 17 marzo 2011
W'TLA
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 4:00 am

(che poi sarebbe la meta' di W L'ITALIA!)

17 marzo 1861 - 17 marzo 2011

Mi sono chiesto a lungo che cosa penso della festa del 17 marzo e del 150° anniversario dell'Unita'. No — non mi interessano le polemiche stupide sulla festivita' in se' — e non voglio nemmeno fare un ragionamento pseudo leghista. Ma mi sto chiedendo se davvero abbiamo ragione di festeggiare — e di essere orgogliosi di essere Italiani — e soprattutto se personalmente posso condividere questo orgoglio. Io, proprio io che tempo fa avevo scritto che scappare e' la sola cosa sensata che si possa fare — per chi lo puo' fare. Io, proprio io che in fondo sento molto piu' mia, anche emotivamente, la bandiera con le dodici stelle che il tricolore italiano — che penso da quando ho l'eta' della ragione che la mia patria vera sia l'Europa e che il tempo degli stati nazionali sia finito. Io, proprio io che davanti agli elenchi di "vado via" e "resto qui" di Fazio e Saviano mi riconoscevo quasi sempre (impotentemente) nelle ragioni dei "vado via".
D'altro canto come negare che ci sono cose che mi rendono fiero di essere italiano — e non parlo soltanto della pastasciutta e della cupola di Brunelleschi. Sono fiero di essere italiano quando vedo la dignita' degli operai di Mirafiori. Sono fiero di essere italiano quando rileggo la Costituzione. Sono fiero di essere italiano se penso alla legge sull'integrazione scolastica, che tutti i paesi civili ci invidiano o stanno cercando di copiare. Sono fiero tutte le volte che dimostriamo — e sono tante — di saper vivere con la "decenza quotidiana" di cui parlava un grande fuori moda, tutte le volte che mi guardo intorno e vedo che c'e' tanta gente civile, dignitosa, seria, appassionata — che c'e' un popolo di cui e' bello sentirsi parte — meglio, a cui e' *un onore* appartenere.
E poi penso all'Italia degli evasori fiscali. All'Italia che e' stata entusiasticamente fascista nel 1938 e in cui non c'era piu' un solo fascista in giro nel 1946. All'Italia delle raccomandazioni, delle conoscenze, dell'illegalita' diffusa. Penso alle volte che per ottenere per mio figlio un diritto ho dovuto affrontare mille ostacoli — e ce l'ho fatta alla fine soprattutto perche' sapevo quali leve muovere. Penso all'Italia di chi dice che bisogna sparare agli immigrati come a leprotti. Che i disabili gravi non dovrebbero stare a scuola. Penso all'Italia che ha meno donne occupate e meno donne in posizioni di responsabilita' di praticamente qualsiasi paese europeo. E' Italia pure questa — e non per un accidente cosmico: e' Italia perche' c'e' una grande parte di Italiani che *sono cosi'* — che sono stati fascisti e che oggi sono leghisti e berlusconiani — e che domani saranno qualunque cosa che permetta loro di continuare ad essere come sono — egoisti, pavidi, privi di senso del dovere, di responsabilita', della comunita' e delle istituzioni. E di questa Italia mi vergogno — profondamente — e mi vien fatto di pensare che sarebbe bello potersi tirar fuori, poter dire che non ho niente a che fare con lei.
Il fatto e' che ce ne sono due, di Italie. Che l'unita' e' ancora tutta da fare — e forse non si potra' fare mai. E che la mia patria — se ne ho una — e' una meta' dell'Italia — e che l'altra meta' mi fa abbastanza orrore. Per fortuna, vien fatto di pensare, quella meta' della patria se ne frega e con il tricolore ci si pulisce il culo. E allora forse vale la pena di festeggiare, oggi. Per la mia Italia — e alla faccia di quella di quegli altri.


giovedì, 13 gennaio 2011
Dopo Mirafiori (2)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:37 pm

(Continua da qui)

2. L'accordo di Mirafiori prevede l'uscita dal contratto collettivo nazionale di lavoro e la stipula di un contrtto aziendale di primo livello. Da piu' parti, compreso il PD, si parla di superamento del CCNL come di un fatto di modernita', di un'evoluzione positiva. Si e' presentata anche una proposta di regolamentazione della materia che prevede esplicitamente la prevalenza della contrattazione aziendale su quella nazionale di categoria.
Personalmente lo scardinamento del sistema dei contratti collettivi nazionali mi pare invece una delle iatture peggiori che questa vicenda porta con se'. L'esempio di Mirafiori fara' precedente (alla faccia di chi diceva che Pomigliano sarebbe stata un'eccezione) — e il panorama delle relazioni sindacali si trasformera' in un groviglio di accordi aziendali. Con il risultato che i lavoratori, divisi, perderanno la loro principale forza contrattuale, il numero — e i sindacati si troveranno nell'impossibilita' di rappresentare interessi generali o trasversali, trovandosi ridotti alla prospettiva della singola azienda o addirittura del singolo impianto produttivo. E' uno sviluppo pericoloso per tante ragioni. La prima e' che la divisione rende tanto piu' vulnerabili i soggetti che piu' dovrebbero essere tutelati (penso alle PMI, alle situazioni di crisi, alle imprese con alta densita' di occupazione femminile o straniera, ecc. ecc.: tutte condizioni che rendono i dipendenti paticolarmente esposti e ricattabili e che faranno accettare contratti al ribasso che il CCNL avrebbe potuto tamponare). La seconda e' che il sindacato confederale attraverso i CCNL e gli accordi nazionali quadro (come quello vituperato del '93) ha promosso, a volte in maniera distorta forse, ma in linea di massima coerente, un disegno di coesione del paese e di tutela di interessi e diritti generali: se non sara' piu' in grado di farlo in futuro, come temo, sara' peggio per tutti. Per i lavoratori, ma anche per il sistema paese nel complesso — e perfino per le imprese. La terza ragione e' collegata alla seconda: e' possibile che le imprese spuntino dei vantaggi nel breve termine, ma un sindacato che non ha la capacita' di guardare agli interessi generali e ai livelli nazionali sara' in prospettiva un sindacato rivendicativo e corporativo, che moltiplichera' le microvertenze se non altro per guadagnare legittimazione agli occhi dei lavoratori. Si tende a dimenticare che gli accordi nazionali sono anche stati un efficacissimo strumento di gestione ordinata e di prevenzione della conflittualita' a livello aziendale: se si vuole rinunciare a questo strumento che davvero giova a tutti, auguri.

3. L'accordo prevede che soltanto i sindacati firmatari possano svolgere la loro attivita' all'interno dello stabilimento. Chi e' contrario non ha piu' spazi di accessibilita' (assemblee, permessi sindacali, bacheca, spazi fisici, possibilita' di comunicazione informatica), non ha rappresentanza, non puo' nemmeno piu' ricevere direttamente dall'azienda le quote di adesione degli iscritti (ricordo che su questo punto il sindacato confederale, CISL e UIL in testa, fece una gran battaglia ai tempi del referendum abrogativo del 2000: hanno cambiato idea?). Per di piu' le rappresentanze sindacali verrebbero nominate dai sindacati firmatari e non elette dai lavoratori: di conseguenza, qualunque esigenza dei lavoratori che non trovi espressione nel sindacato firmatario e' destinata a restare non espressa e non rappresentata — e se i lavoratori dovessero in futuro ritenere non piu' rappresentativa la loro RSA non avrebbero alcuno strumento per sostituirla.
Non e' soltanto un atto di repressione del dissenso. C'e' dietro un'idea precisa, che e' stata espressa piu' volte in questi giorni, cioe' che il conflitto tra lavoratori ed impresa sia una cosa del passato, e che nel presente contesto il ruolo delle relazioni sindacali sia quello di favorire la convergenza di interessi tra i due soggetti. Questa idea di relazioni industriali non e' nuova, e' quella propria di tutti i sistemi totalitari: dal fascismo in Italia al socialismo reale in URSS o in Cina. Per i regimi del socialismo reale l'idea di fondo era che la presa del potere da parte della classe operaia avesse cancellato la lotta di classe: i lavoratori — ormai padroni di se stessi — non potevano essere in conflitto con chi, in nome loro, dirigeva la produzione. Dal canto suo, anche il regime fascista riteneva superata la contrapposizione degli interessi di lavoratori e imprese nel sistema delle corporazioni e in nome dell'interesse superiore della produzione, che avrebbe dovuto e potuto assicurare il benessere dei singoli e la potenza della nazione: anche in questa logica il conflitto sindacale e' percepito come autolesionistico. A me sembra che in molti discorsi recenti sull'obsolescenza della lotta di classe e del conflitto sindacale si respiri la stessa identica aria.
Sia nella negazione pratica della democrazia interna, sia nei presupposti teorici, mi chiedo in che cosa il modello di relazioni sindacali di Mirafiori sia diverso da quello tanto vituperato dei "sindacati ufficiali" della Cina di oggi o della Polonia pre-Solidarnosc, giusto per fare due esempi. E vorrei che qualcuno mi spiegasse a quale titolo poi sproloquiamo sulla negazione dei diritti democratici e sindacali in altri paesi.
Va detto pero' che i sindacati confederali (CGIL compresa) hanno gravi colpe su questo tema. Una conventio ad excludendum nei confronti dei sindacati non firmatari di contratti c'e' da sempre nella cultura confederale, parallela a un tentativo di garantirsi una rappresentanza esclusiva dei lavoratori. Marchionne, CISL e UIL hanno semplicemente sfruttato a loro favore un sistema che in gran parte preesisteva ed era finalizzato a mantenere ai margini della trattativa sindacale sigle come i COBAS e i sindacati autonomi. D'altronde, quando Camusso propone una firma tecnica dell'accordo perche' la FIOM non sia tagliata fuori dalla rappresentanza, mostra di vedere come solo problema quello dell'esclusione della propria sigla, non quello del restringimento degli spazi di democrazia sindacale. Ho l'impressione che su questo punto una riflessione seria e critica non farebbe male a nessuno — temo che nessuno avra' la voglia e la forza di farla.

Oggi si vota a Mirafiori. Si vota con il ricatto di un padrone che dice "o cosi' o perdete il lavoro"; con un capo del governo che dice "o cosi' o fa bene Marchionne a portarvi via il lavoro" (alla faccia della tutela dell'interesse nazionale); con larga parte dell'opposizione che ha scelto la tutela degli interessi dei datori di lavoro anziche' quella dei diritti dei lavoratori. Non c'e' storia. A Mirafiori vincera' il si' — e vorrei davvero che qualcuno fosse capace di convincermi che non sara' una iattura.
Dopo questo si' — comunque — bisognera' pur cominciare a capire che sistema di relazioni sociali (prima ancora che industriali) sta nascendo, quali sono i rischi — e soprattutto (lo so che suona vecchio e leninista, ma mi sa che tutto il mio ragionamento suona vecchio) — "che fare?"

(2 – continua)


mercoledì, 12 gennaio 2011
Dopo Mirafiori (1)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 1:35 am

Sentite, io 'ste robe qui e' un bel po' che ce le ho a sobbollire (e a suppurare) dentro — e man mano rimando, perche' mi pare di aver nello stesso tempo troppa carne al fuoco e niente di definitivamente chiarito. Pero' se non comincio a dirle — va a finire che mi ci strozzo, e magari a parlarne con qualcun altro capisco meglio pure io.
Perche' da un po' di tempo a questa parte leggo un sacco di gente (anche persone intelligenti e che stimo, anche a sinistra, anche nel PD — e perfino da qualche parte in CGIL) impegnata a spiegare che Marchionne incarna una modernita' inarrestabile — e che opporsi all'accordo di Mirafiori e' un vezzo arcaico, o peggio un tafazzismo fuor di luogo, ecc. ecc. Siccome a me questo modo di veder le cose proprio non torna, provo a dire perche' non sono convinto — nella speranza che un confronto con altri mi aiuti a comprendere meglio, se non a cambiare idea.
Siccome sara' lunga, vado a puntate. E lo schema che grosso modo voglio seguire e' questo:

  1. L'accordo di Mirafiori

  2. Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro

  3. La rappresentanza sindacale e la democrazia

  4. La (re)distribuzione del reddito e la giustizia sociale

  5. Resa senza condizioni, scontro sociale — oppure concertazione?

  6. Che fare dopo Mirafiori?

1. Io mi sono preso l'onere di leggermelo tutto, l'accordo di Mirafiori. Non sono certo di averlo *capito* tutto, perche' ha (ovviamente) contenuti molto specifici e tecnici — e mi mancano la cultura e i riferimenti necessari. Percio' puo' darsi che diverse cose mi sfuggano, in bene e in male. Provo a dire che cosa ci ho letto dentro.
Ci ho letto un peggioramento delle condizioni di lavoro degli operai. Meno pause durante la giornata di lavoro, la mensa spostata a inizio o fine turno, sabati lavorativi, perfino la possibilita' di avere turni di *dieci ore* giornaliere di lavoro con una interruzione di mezz'ora per la mensa. E centoventi ore di straordinario l'anno a discrezione dell'azienda, da effettuare nei sabati e nelle giornate di riposo, con altre ottanta ore che possono essere aggiunte a seguito di un accordo con il sindacato: detto cosi' forse non fa impressione, ma vuol dire che possono saltare da quindici a venticinque giornate di riposo sulle circa cento che ci sono nell'anno (ferie escluse). Certo, lo straordinario e' retribuito (e vorrei pure vedere). Certo, se il lavoro c'e' non si puo' che esser contenti. Ma vorrei vederlo Matteo Renzi, che predica tanto sulle buone ragioni di Marchionne, a mettere in fila in un anno da quindici a venticinque settimane di quarantotto ore di lavoro *fisico*.
Devo dire che mi hanno colpito meno le tanto vituperate norme "contro l'assenteismo". Trovo scandaloso, in linea di principio, che il datore di lavoro decida di non pagare la malattia sulla base di una sorta di "presunzione di colpevolezza" del lavoratore assente: ma il dettaglio dei meccanismi previsti e' tale da rendere probabilmente marginali — e verosimilmente abbastanza ben mirate ai veri assenteisti, se ci sono — le sanzioni.
Non ho letto neppure, al contrario di quanto e' stato detto, una limitazione al diritto di sciopero. Sinceramente, sarei contento che qualcuno mi spiegasse quale clausola potrebbe essere utilizzata per impedire uno sciopero o per sanzionare i lavoratori che dovessero aderire ad uno sciopero (il testo degli artt. 1 e 2 non mi pare, per quanto oscuro e contorto, interpretabile in questo senso: se sbaglio, spiegatemi perche', per favore). L'accordo rimane brutto anche senza bisogno di gridare al lupo su questo punto.
Ora, fa parte dell'etica e del ruolo del sindacato firmare anche brutti accordi, se i rapporti di forza sono sfavorevoli e se si riescono comunque a strappare contropartite su altri piani. Se questo fosse davvero il caso dell'accordo di Mirafiori, bene avrebbero fatto CISL e UIL a firmare. Ma l'aspetto peggiore e' che in questo caso si e' accettato un peggioramento delle condizioni di lavoro in cambio di nulla. Nel testo dell'accordo non c'e' alcun impegno di FIAT a mantenere o ad incrementare i livelli occupazionali, non c'e' alcun impegno vincolante ad investire su Mirafiori. Gli impegni vincolanti sono tutti a carico dei lavoratori e del sindacato; da parte datoriale c'e' un generico riferimento (in premessa e non nel testo vero e proprio, e mai richiamato nell'articolato) alla illustrazione avvenuta in novembre del "piano per il rilancio produttivo dello stabilimento di Mirafiori Plant": non c'e' un numero, non c'e' un obiettivo, nulla. Se i lavoratori o il sindacato non dovessero rispettare anche una sola clausola dell'accordo, l'azienda sarebbe libera di recedere dallo "scambio contrattuale" (art. 1): ma se FIAT non desse seguito in tutto o in parte alle sue (vaghe) promesse su investimenti e occupazione, se non mettesse in produzione modelli competitivi, ecc., niente e nessuno potrebbe contestarle una qualche violazione dei patti.
Un accordo cosi' asimmetrico e' in effetti una resa senza condizioni. E cio' limitandosi strettamente al merito — e senza aver affrontato questioni di carattere piu' generale, come quella dello strappo al sistema dei CCNL e della rappresentanza sindacale (su cui diro' la mia — spero — domani, visto che il pippone ha gia' sfondato, per stanotte, le ottocento parole).

(1 – continua)


lunedì, 27 settembre 2010
Lettera dell'Assessore Pellegrino di Chieri sull'integrazione degli alunni disabili a scuola
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 4:46 pm

Ricevo dall'Assessore Pellegrino questa mail relativa alla vicenda di cui abbiamo parlato qui, qui, qui e qui:

Egregi Signori/e
Rispondo personalmente alle vostre mail, anche se per lo più dense d’insulti e cattiverie nei miei confronti, perché comunque denotano in voi un vivo senso di sensibilità, sensibilità gravemente offesa dalle dichiarazioni, a me attribuite, che avete letto su LA STAMPA.

Ma tutti voi avete un difetto, peraltro comune a molti, quello di ingenuità, ingenuità di credere che quanto riportato sulla carta stampata corrisponda alla verità dei fatti, il che purtroppo, come ho potuto sperimentare a mie spese, non sempre accade.
Fortunatamente la seduta del Consiglio Comunale in cui avrei fatto quelle affermazioni è stata integralmente registrata, e spero che al più presto il mio intervento, trascritto o in sonoro, possa essere a disposizione di tutti sul sito del Comune di Chieri.
Per ora vi allego il testo della mia conferenza stampa di ieri pomeriggio, peraltro disponibile anche in sonoro sul sito www.radiochieri.it.

Vi evidenzio anche il mio slogan a conclusione della conferenza stampa: dico si, assolutamente si, ai disabili a scuola.
Con il che ho inteso dire che penso alla scuola non tanto come ad un luogo dove inserire il ragazzo in situazione di difficoltà, ma anche e soprattutto un complesso sistema, che corrisponde ad una fase della vita dell’uomo, volto alla sua formazione: culturale, civile, sociale.
Compito precipuo della scuola è dunque educare, fare crescere, non nella sua componente fisica, cui già pensa la natura, ma in quella psichica – intellettuale – spirituale il piccolo uomo fino a farlo diventare un uomo degno di questo nome.

E quando la scuola non può assolvere a questo compito e diventa soltanto una sorta di luogo di custodia quasi detentiva, come nel caso che io ho esposto di un ragazzo gravemente disabile psichico, e non fisico, abbandonato, perché altro termine non so usare, in scuola a camminare avanti ed indietro nei corridoi, ebbene allora è mio dovere di amministratore pubblico, pur se la relativa soluzione non rientra nelle mie competenze istituzionali, evidenziare il problema perché vi sia data una congrua soluzione, perché sia data una risposta alla richiesta urgente di aiuto che proviene da questo ragazzo.
Risposta che certo non consiste nelle classi differenziate o simili, e che forse ancora non può essere completamente trovata nelle realtà attuali, ma che comunque non può essere tralasciata, anche a costo di avere grane, come a me è capitato.

E questo ho fatto e non me ne pento, anche se le mie parole non solo sono state travisate, ma persino trasformate in altre, e ciò nella prospettiva di un attacco politico, non tanto a me che sono solo un cittadino provvisoriamente prestato alla politica e non un politico di mestiere, quanto alla amministrazione di centro destra di cui faccio parte. Attacco oltretutto che, almeno ad oggi, non proviene dai consiglieri di opposizione dell’amministrazione cittadina che nulla hanno replicato alle mie parole nel Consiglio Comunale aperto (e che mi auguro non approfitteranno della situazione mettendosi anch’essi a cavalcare la tigre), ma da qualcuno che evidentemente ha più attenzione a fare gretta politica di denigrazione della parte avversa, piuttosto che a contribuire a risolvere un problema che tocca i cittadini più deboli.

Comunque ho fiducia che da questa situazione di prova in cui la Provvidenza mi ha voluto collocare derivino delle possibilità di miglioramento per i più deboli, per quelli, che purtroppo mi risulta siano numericamente in crescita, si trovano abbandonati a camminare avanti ed indietro nei corridoi.

Ovviamente non ricambio le ingiurie che molti di voi mi hanno inviato, ma chiedo a costoro di darmi una mano in questa solitaria battaglia, in coerenza con la loro sensibilità giustamente turbata dall’articolo apparso sul giornale.

Cordialmente.

Giuseppe Pellegrino

Qui l'allegato con le dichiarazioni dell'Assessore in conferenza stampa.
Qui la trascrizione integrale dell'intervento dell'Assessore al Consiglio comunale aperto del 21 settembre.

Questa e' la risposta che ho inviato all'Assessore:

Egregio assessore Pellegrino,

La ringrazio per aver voluto rispondere alla mia mail dello scorso 24 settembre. Ho letto con attenzione la sua risposta, cosi' come il testo delle sue dichiarazioni in conferenza stampa — ed anche la trascrizione integrale del suo intervento al Consiglio comunale del 21 settembre.

Mi permetta comunque di non riconoscermi nell'accusa di ingenuita' che formula nella sua risposta: proprio perche' sono abituato a verificare le fonti delle mie informazioni, ho preso atto della sua smentita non appena ne ho avuto notizia e mi sono sentito in dovere di venire ad assistere di persona alla sua conferenza stampa del 25 scorso. Non essendo riuscito ad ascoltare per intero le sue dichiarazioni, ho fatto in modo di procurarmi l'audio integrale e la trascrizione, in maniera da poter formare il mio giudizio di prima mano.

Devo darle atto che il tono delle sue dichiarazioni e' certamente piu' pacato e meno offensivo di quello che la ricostruzione giornalistica de La Stampa le ha attribuito. Non leggo da nessuna parte, nelle sue parole, alcune frasi che le sono state attribuite, come che i disabili "non hanno niente a che fare con l'istruzione", o che "disturbano". Me ne rallegro, perche' sarebbero state davvero dichiarazioni "idiote e cattive".

Tuttavia nella sostanza tanto il suo intervento al Consiglio del 21, quanto le parole da lei pronunciate in conferenza stampa il 25, quanto infine il contenuto della sua mail di ieri mi costringono a confermare la mia opinione: credo che le posizioni da lei espresse, pure nella versione “corretta”, presentino aspetti difficilmente conciliabili con il suo ruolo di assessore all’istruzione, e, temo, con le stesse previsioni della legge italiana in materia di educazione scolastica degli alunni disabili.

Mi permetta di esporle, il piu' pacatamente possibile, perche' mi sono formato questo convincimento.
Nelle sue dichiarazioni, lei fa riferimento alla questione delle "diverse tipologie di handicap": il suo — quindi — non e' soltanto un discorso su un caso particolare, ma una posizione generale sull'opportunita' di integrazione dei minori portatori di handicap nella scuola: in bocca ad un assessore in una sede ufficiale, questa posizione diventa necessariamente l'espressione di una linea politica della sua amministrazione, salvo smentita da parte del suo Sindaco.
Nella sostanza, la linea che lei ha espresso e che — fino a prova del contrario — e' quella della Giunta di cui lei fa parte, e' che "per talune di queste tipologie, per fortuna la quasi totalita', risulta assolutamente necessario ed opportuno [...] provvedere alla [...] integrazione nell'ambiente scolastico"; "per talaltre tipologie, eccezionali ma a quanto pare in aumento, costituite da gravi – gravissime disabilita' psichiche [...], il sostegno che puo' essere fornito a scuola [...] non mi pare la soluzione piu' idonea per realizzare, per quanto possibile, un recupero del ragazzo alla vita sociale".
Lei prosegue dicendo che "l'attuale struttura delle nostre scuole [...] ed i servizi che si possono approntare a sostegno, non mi paiono idonei a costituire un utile ed efficace aiuto al minore disabile in queste condizioni" e che, a preferenza dell'integrazione nella scuola, "vadano individuate, e ove non esistenti realizzate, altre localizzazioni piu' efficacemente strutturate, con risorse umane e materiali all'uopo predisposte, piu' funzionalmente idonee a rispondere alla domanda di aiuto…".
Lei percio' sostiene che non per tutti i disabili l'integrazione a scuola e' auspicabile ed utile. In particolare laddove le disabilita' mentali portino a comportamenti problematici, la soluzione preferibile sarebbe l'inserimento in strutture speciali "predisposte alla cura ed al recupero".
Innanzi tutto, questa posizione e' in contrasto con la legge italiana. Come lei sa, in attuazione dell'art. 3 della nostra Costituzione, la legge 104/1992 prevede (art. 12 c. 2) che "E' garantito il diritto all'educazione e all'istruzione della persona handicappata nelle sezioni di scuola materna, nelle classi comuni delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado e nelle istituzioni universitarie". Non sono previste eccezioni, nemmeno per i casi "difficili": "L'esercizio del diritto all'educazione e all'istruzione non può essere impedito da difficoltà di apprendimento né da altre difficoltà derivanti dalle disabilità connesse all'handicap. (art. 12 c. 4)".
Ma l'integrazione non e' soltanto un dovere imposto dalla legge. E' una necessita' educativa e sociale, per i bambini e ragazzi disabili — ma anche per quelli "normali" che imparano a entrare in un rapporto positivo, di responsabilita' e di condivisione, con chi e' diverso da loro. Tutto questo si perderebbe con l'isolamento in strutture diverse dalla scuola.
Ma anche accedendo alla sua ipotesi, dove sono queste strutture? Ci sono gia' oggi migliaia di casi di bambini e ragazzi disabili allontanati di fatto dalla scuola perche' l'assistenza ed il sostegno non sono adeguati o addirittura mancano del tutto. Questi casi si stanno moltiplicando perche' i tagli ai fondi colpiscono pesantemente in situazioni dove, come lei sa bene, mancava gia' l'essenziale. Questi bambini e ragazzi, spero che lei lo sappia, non trovano collocazione in altre strutture, che non esistono quasi da nessuna parte. Finiscono abbandonati — privati di interventi educativi e di possibilita' di socializzazione che non possono e non dovrebbero essere lasciati a carico delle famiglie.
Potra' obiettare che spesso il sostegno a scuola e' inadeguato, per quantita' e qualita', ai bisogni di molti alunni disabili, in particolare laddove le loro condizioni richiedano competenze e interventi specifici. E' certamente vero: e dove mancano le competenze il sostegno si riduce spesso a custodia e a protezione, non e' intervento educativo, non e' integrazione con il gruppo classe, non e' potenziamento delle capacita' cognitive e relazionali dell'alunno disabile. Sono situazioni gravissime, di cui abbiamo purtroppo esempio quotidianamente. Ma la soluzione non e' fuori dalla scuola e fuori dalla legge: e' intervenire per fare in modo che i diritti di queste persone siano garantiti nell'ambiente scolastico: rivedere meccanismi di nomina e graduatorie degli insegnanti di sostegno, garantire la disponibilita' di fondi e di organico, migliorare la formazione, creare strutture scolastiche effettivamente accoglienti, garantire i servizi comunali che la legge prevede, ecc.
Ora — in particolare da un amministratore pubblico — questo mi sarei aspettato: mi sarei aspettato che fosse lui il primo a far valere ogni mezzo, ogni pressione, ogni strumento a disposizione della sua istituzione e della politica (di quella politica che — cosi' interpretata — non e' affatto cosa di cui vergognarsi!) perche' al ragazzo che va su e giu' per il corridoio fossero garantite modalita' di sostegno e di integrazione adeguate a scuola. Perche' il diritto all'integrazione scolastica, quella vera, quella fatta bene, quella che costa soldi e che richiede lavoro, competenza, dedizione, sia garantito a tutti, anche ai giovani cittadini "difficili". Mi sarei aspettato davvero un "Si', assolutamente si' ai disabili a scuola".
Invece no: invece lei propone di selezionare i piu' deboli dei deboli — e di allontanarli dalla scuola, di segregarli altrove (un "altrove" che lei stesso riconosce che non esiste). Lei dice di fatto: "Si' ai disabili a scuola: ma non proprio tutti". Lei — come minimo — si arrende, rinuncia a lavorare per garantire i diritti di tutti. E con lei si arrende e rinuncia l'istituzione che rappresenta.
Ma non basta: perfino al di la' delle sue buone intenzioni e della sua buona fede, che non esito a riconoscere, con questo atteggiamento lei da' forza alla tentazione che riemerge da tante parti, quella di abbandonare i piu' deboli, perche' farli camminare insieme agli altri e' troppo difficile — o troppo costoso in tempi di ristrettezze economiche. C'e' un'aria strisciante di darwinismo sociale, in questi anni, che rappresenta le persone deboli come un peso per la societa' — e la tutela dei loro diritti come un lusso che non possiamo piu' permetterci. Le sue dichiarazioni, anche se non credo che questo fosse il suo intento, alimentano questo clima. In fondo a questo cammino io vedo il ritorno alle scuole segregate, magari in nome della migliore assistenza alle persone disabili e del piu' razionale impiego di risorse economiche limitate.
Se ben riflette alle implicazioni delle sue dichiarazioni, si renderà conto come questo non possa essere accettabile, né veramente degno del suo importante ruolo di assessore all'istruzione, ed anzi si risolva in un vulnus al suo dovere di lavorare per il bene pubblico. Queste sono le ragioni per le quali, con grande rammarico, mi creda, continuo a chiederle di rassegnare le dimissioni dall'incarico di assessore all'Istruzione, essendo le posizioni finora da lei espresse in contrasto con i doveri discendenti dalle relative funzioni.

Grazie per la sua attenzione.

Angelo M. Buongiovanni


lunedì, 21 giugno 2010
If no(w) Europe
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:53 am

Ho detto la mia sui temi in discussione su If no(w) Europe.


giovedì, 17 giugno 2010
Per Paolo Zocchi
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Free Knowledge, Pipponi, Quel che resta, Roba da autistici, Web — Scritto dal Ratto alle 12:55 pm

Paolo

Oggi a Roma (all'Hotel Quirinale alle ore 18) viene presentato un volume di scritti in memoria di Paolo Zocchi. E' un bel modo di ricordarlo, cercando di mettere in campo riflessioni per il futuro. Non ce la faro' ad esserci di persona — ma ci sono con il cuore e con il cervello.

C'e' anche un mio contributo sull'importanza del web 2.0 per la comunicazione (e la liberazione) delle persone autistiche.


lunedì, 8 marzo 2010
Perche' Napolitano (IMNSHO) ha sbagliato
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 3:31 pm

0. L'ho promesso e quindi lo scrivo — anche se il sentimento che prevale in questo momento e' di tale schifo che vorrei semplicemente potermene disinteressare, far finta di niente.
1. Il Presidente della Repubblica ha illustrato la sua scelta di firmare il decreto salva-liste con un messaggio informale di risposta alle lettere di due cittadini. Un gesto del tutto irrituale, su cui gia' di per se' varrebbe la pena di riflettere. A prima lettura, viste quelle righe citate dall'amico Alfonso Fuggetta, avevo addirittura pensato all'opera di un fantasioso blogger che in persona Praesidentis si fosse interrogato su quel che Napolitano avrebbe voluto dire potendo parlare fuor dai protocolli. Scoprire che invece il Presidente si era davvero unito alla folta schiera di noi che chiacchieriamo di politica sul web mi ha sbalordito — e non positivamente. La Presidenza della Repubblica, la piu' alta istituzione dello Stato, non deve chiacchierare: parla attraverso gli atti e attraverso comunicazioni formali e ufficiali; manda messaggi alle Camere, al piu' si rivolge alla Nazione a reti unificate, con tutta la solennita' e la gravita' del caso. E' una questione di rispetto per la carica, di rispetto per la funzione. C'e' di peggio: la Presidenza della Repubblica, come istituzione, non spiattella ai quattro venti i contrasti con un'altra istituzione dello Stato come il Governo — che e' invece quanto Napolitano ha fatto ("… la bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedi' sera"); o se lo fa, lo fa (ripeto) con tutta la solennita' e la gravita' del caso, non con un inciso che lascia aperta ogni interpretazione e ogni pettegolezzo sulle ragioni del contrasto. Ritengo percio' quel messaggio un gesto assolutamente inopportuno e non consono ai comportamenti che un Presidente della Repubblica dovrebbe mantenere: ripeto, solo un estremo imbarazzo puo' averlo determinato — e per quanto mi riguarda non lo giustifica comunque.
2. Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Assolutamente vero. L'unica via d'uscita praticabile possibile era appunto, come Napolitano spiega piu' sotto, una "soluzione politica", "una soluzione che fosse cioe' frutto di un accordo, concordata tra maggioranza e opposizioni". Il Presidente sostiene che questi accordi sono "difficili": ma era una via obbligata da percorrere, magari ricorrendo anche a tutta la sua autorita' per superare le "tendenze all'autosufficienza e scelte unilaterali" di una parte e le "diffidenze di fondo e indisponibilita'" dell'altra. Che questa via non sia stata percorsa e' un fatto — ed e' in parte non piccola responsabilita' dello stesso Capo dello Stato, che avrebbe ben potuto — e dovuto — richiamare severamente le parti alle loro responsabilita' davanti al Paese. Certo, non si sarebbe potuto passar sopra "errori e responsabilita' dei presentatori delle liste non ammesse": pertanto l'accordo politico avrebbe avuto un prezzo per il centrodestra. Ma di fronte ai pasticci della maggioranza, la preoccupazione del Capo dello Stato doveva essere come evitare *al Paese* le conseguenze *istituzionali* di quegli errori, non come salvare *la maggioranza* stessa dalle conseguenze *politiche*.
3. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo. Qui l'argomentazione di Napolitano e' profondamente sbagliata. Il problema infatti non e' la partecipazione o meno del maggior partito politico, ma il diritto di *tutti* i partiti a presentare liste, *indipendentemente* dalla loro rilevanza numerica: anche perche' le elezioni servono proprio a verificare tale rilevanza numerica — e se il 28 e 29 marzo i lombardi decidessero in massa di votare per il "Partito socialmonarchico liberalcattolico dei lavoratori autonomi della Valtellina", riducendo il PdL a una forza dello zerovirgola, la legittimita' del PdL a partecipare alle elezioni sarebbe stata per questo sminuita? e per converso, se la lista bocciata fosse stata quella della "Lega Lombarda dei Napoletani Immigrati – Unità Popolare Terrona e Proletaria", sarebbe stato un minore vulnus alla liberta' di espressione del voto? Cito Zagrebelsky, che lo dice meglio di me:

Con ciò si violano l'uguaglianza e l'imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L'uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l'uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del "principale contendente". Il tarlo sta proprio in quel "principale". Nelle elezioni non ci sono "principali" a priori. Come devono sentirsi i "secondari"? L'argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti.

4. Erano in gioco due interessi o "beni" entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di "beni" egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico. Non si puo' negare, dice Napolitano. Ma poi non spende una parola per dire che cosa e' stato fatto per tutelare il "rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge". Perche'? perche' molto semplicemente quel bene cosi' meritevole di tutela non e' stato affatto tutelato, anzi se ne e' tranquillamente fatto strame. Per certi versi, questa frase di Napolitano aggiunge la beffa al danno: "Avevi ragione anche tu, cittadino rispettoso delle regole, ma sai che c'e'? tanto tu le regole le rispetti comunque, quindi ci sentiamo autorizzati a mettertela nel culo per salvarlo a quelli che invece delle regole se ne fottono".
5. Ma in ogni caso [...] la "soluzione politica" [...] avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti – dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano – che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge. Qui il ragionamento di Napolitano pecca su due punti, entrambi determinanti.
Il primo e' che i pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano non erano l'ultima parola della magistratura. Tanto e' vero che il TAR del Lazio ha riammesso il listino della Polverini e quello della Lombardia aveva concesso a Formigoni la sospensiva grazie al quale il suo listino avrebbe potuto comunque concorrere alle elezioni. Si poteva — no si *doveva* almeno attendere che i giudici facessero il loro lavoro fino alla fine, prima di ricorrere a forzature delle regole.
Il secondo e' che il decreto-legge era una via *comunque* indisponibile per il Governo, perche' la legge vieta il ricorso a questo strumento in materia elettorale. Ancora una volta, Zagrebelsky:

La legge 400 dell'88 regola la decretazione d'urgenza. L'articolo 15, al comma 2, fa divieto di usare il decreto "in materia elettorale". C'è stata innanzitutto la violazione di questa norma, dettata non per capriccio, ma per ragioni sostanziali: la materia elettorale è delicatissima, è la più refrattaria agli interventi d'urgenza e, soprattutto, non è materia del governo in carica, cioè del primo potenziale interessato a modificarla a suo vantaggio.

In presenza di un accordo politico, il Parlamento avrebbe potuto approvare una legge ordinaria in due giorni e farla entrare immediatamente in vigore con la procedura d'urgenza prevista dall'art. 73 della Costituzione. Quindi non solo il decreto-legge e' una forzatura della norma, ma e' una forzatura non necessitata.
6. [...] il testo successivamente elaborato dal Ministero dell'interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura. Non entro nel merito del giudizio sugli *evidenti* vizi di costituzionalita' del decreto: me ne vengono in mente diversi possibili, ma mi e' chiaro che il ruolo del Presidente della Repubblica e' soltanto di primo vaglio — e non si sostituisce al giudizio di costituzionalita' vero e proprio che spetta alla Corte costituzionale. E' pero' falso che altre ipotesi di soluzione non siano state rappresentate, prima tra tutte quella del rinvio delle elezioni, certo non indolore, ma che almeno avrebbe permesso di ricostituire una effettiva base di parita' di condizioni tra i possibili concorrenti. La preoccupazione piuttosto sta nella fragilita' dello strumento adottato, che potrebbe cadere in qualunque momento (perche' non convertito in legge entro il termine, perche' cassato dalla Corte costituzionale), lasciando spazio a un caos istituzionale che potrebbe essere ben peggiore del vulnus arrecato dalla non partecipazione di alcune liste alle elezioni.
Per tutte queste ragioni — e con tutta la pacatezza necessaria — credo che il Presidente della Repubblica abbia commesso un errore grave firmando questo decreto, un errore che sminuisce il ruolo di garanzia dell'istituzione che rappresenta e che pesera' anche nella fiducia dei cittadini verso lo stato. Di qui a vociferare di "impeachment" di Napolitano ce ne corre: un errore politico non e' ne' alto tradimento ne' attentato alla Costituzione (art. 90 Cost.). Ma d'altra parte non si puo' confondere il rispetto dovuto alla Presidenza della Repubblica con un obbligo di acritico consenso.


martedì, 12 gennaio 2010
Divergenze parallele
Nelle categorie: It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 11:16 pm

Man mano che passa il tempo, mi rendo conto di una cosa probabilmente ovvia — ma che solo da poco ho messo davvero a fuoco. It — crescendo — somiglia sempre meno ai bambini neurotipici: man mano che le abilita', le competenze, le attitudini, i caratteri si definiscono, gli altri bambini tendono sempre piu' ad uniformarsi (al netto delle ovvie differenze individuali) ad uno standard comune; It invece va per la sua strada — e diverge. Non e' un giudizio di valore, ne' in un senso ne' nell'altro, sia ben chiaro — e' una semplice constatazione di fatto, con un sacco di conseguenze sia pratiche che psicologiche, per lui e per noi.

Nel linguaggio dei test e della psichiatria/psicologia, il fatto che It diverga dalla norma e' registrato come "ritardo". Su un piano strettamente funzionale, il termine e' sicuramente appropriato: ci sono zilioni di cose che i bambini neurotipici fanno e che It non sa fare, non sta imparando a fare — e forse non potra' o vorra' mai imparare. Prima fra tutte parlare — ma anche disegnare, ascoltare una storia, vestirsi da solo, avere la percezione del tempo, e cosi' via. Ma It non e' affatto in ritardo — sulla *sua* tabella di marcia: apprende in un attimo le cose che gli importano — e mostra abilita' che i suoi coetanei nemmeno si sognano — purche' rispondano alle *sue* motivazioni, che non sono quelle degli altri. It e' capace di un pensiero complesso, di emozioni estetiche, di sentimenti non banali, ma anche di organizzazione e di progetti: i *suoi* — che esprime tramite canali *suoi*, certo spesso difficili da decrittare perfino per noi, ma a volte cosi' clamorosamente, immediatamente chiari — a patto di volere/sapere assumere il *suo* punto di vista.

Al tempo stesso, man mano che It diverge dai suoi coetanei, cresce la distanza rispetto alle aspettative comuni. Se non sorprende piu' di tanto che un bambino di due anni vada in giro saltellando e gridando di eccitazione quando e' contento, a cinque comincia ad essere un po' strano, a otto probabilmente sara' guardato con sorpresa e apprensione, a quattordici sara' un "comportamento problema", per usare l'orrido gergo dei terapisti. Chissa', magari nel frattempo It avra' scelto altre modalita' per comunicare la sua eccitazione — ma altre "stramberie" gli resteranno — e saranno sempre piu' evidenti col passare del tempo. Non possiamo — e nemmeno vogliamo — sperare che crescendo It si comporti come il neurotipico che non e': anche in questo caso, nessun giudizio di valore — ma ancora una constatazione di fatto — e una serie di questioni aperte. Soprattutto sul tema dell'adattamento — quanto deve essere il mondo ad adattarsi a lui, e quanto lui al mondo — quanto possiamo sperare che esistano reciproci margini di adattamento — come gestire le situazioni (tante) in cui l'adattamento si rivelera' impraticabile da una parte o dall'altra o da entrambe.
E cosi' anche il nostro modo di pensare e di parlare diverge sempre piu' da quello delle famiglie "normali", al punto che diventa difficile trovare un terreno comune di comunicazione. Puo' sembrare — a volte — di parlare delle stesse cose con altre mamme o altri papa'. Capricci, sport, gite, scuola, interessi dei nostri figli — quale argomento piu' comune si puo' immaginare quando dei genitori si incontrano? Eppure, ci accorgiamo presto che stiamo parlando di *altre* cose, che — anche a non dover spiegare la condizione di It o a non dover sopportare la mal riposta compassione dei nostri interlocutori — e' davvero difficile far capire quanto e' diverso vivere con It le stesse cose, e' davvero difficile sottrarsi al doppio fraintendimento di chi crede che in fondo It sia piu' o meno come tutti gli altri bambini e di chi invece interpreta qualunque barlume di terreno comune tra It e gli altri come un ben augurante segno di possibile miglioramento o "guarigione": di convergenza verso la normalità.
No, It *diverge*. E noi finiamo per divergere dietro a lui. Mettere ponti su questa divergenza e' e sara' sempre piu' faticoso. Ma a noi il nostro bambino divergente piace com'e' — e vogliamo difendere in ogni modo il suo diritto ad essere fuori squadra, di traverso alla norma, ne' in ritardo ne' in anticipo, semplicemente su un'altra strada. E sappiamo che un po' per volta, in questo processo, gli assomigliamo sempre di piu' — impariamo da lui un'*altra* percezione del mondo — e cerchiamo di fare da traduttori — della sua bellezza e della sua ricchezza (ma anche delle sue difficolta' e delle sue asprezze, che sono tante) per gli altri — e delle cose del mondo (non sempre belle a dire il vero e non sempre pronte ad accogliere "alcunche' di ricco e strano") per lui.


mercoledì, 14 ottobre 2009
La guerra tra i giornali e la fine dell'equilibrio tra i poteri
Nelle categorie: Emigrare?, Pipponi, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 12:18 am

Il conflitto scoppiato tra De Bortoli, Scalfari e Travaglio è certamente una delle ultime cose di cui avevamo bisogno, eppure non riesce a lasciarmi indifferente. Scalfari non è onesto quando descrive De Bortoli come una sorta di leccapiedi che è corso ad assicurare a Berlusconi la sua lealtà; è ameno osservare come oggi pur di dare dell'ignavo al collega Scalfari abbia commesso marchiani errori di trama de "I Promessi Sposi".
De Bortoli ha difeso dignitosamente la sua posizione di "liberale" sia rispetto a Berlusconi che a Scalfari e Travaglio, e non è colpa sua se Minzolini ha approfittato della questione per mettere in pessima luce Repubblica, senza contraddittorio.
Va anche riconosciuto che nella sua politica antiberlusconiana Repubblica, che dopo le elezioni del 2008 era parsa anche un po' propensa alla conciliazione e all'inciucio, è caduta spesso in eccessi di cattivo gusto; trovo discutibile ad esempio il patetico ritratto di Gino Flaminio, ex fidanzatino di Noemi Letizia, come una sorta di innocente ragazzo della porta accanto sedotto e abbandonato e le cui speranze sono state tradite dalle aspirazioni velinistico-politiche della sua passata fiamma; peggio ancora attribuire a Patrizia D'Addario lo status di eroina, mentre da un punto di vista morale mi sembra equivalente a chi l'ha ingaggiata e "utilizzata" secondo la raffinata terminologia dell'onorevole Ghedini.
Ciò nonostante, il momento è di quelli che appaiono poco compatibili con il moderatismo, con l'atteggiamento da buon borghese che si vuole tenere fuori dalla mischia e dagli eccessi, che è proprio di una persona che pure per molti versi apprezzo come il buon Gramellini. La sensazione di essere alla canna del gas che molti (inclusa me) provano da tempo è quanto mai forte, quando Napolitano deve spiegare che non appartiene al suo ruolo istituzionale spiegare ai giudici della Corte Costituzionale cosa devono fare. Sembra che ormai non vengano più tollerati i controlli e gli equilibri propri di qualsiasi costituzione repubblicana. Il popolo è sovrano ma aliena la sovranità eleggendo il capo assoluto che viene offeso da chiunque eserciti le sue ordinarie funzioni costituzionali, magari annullando delle leggi sulla base di fondati argomenti giuridici.
Essere moderati può significare allora assistere impotenti e quasi complici a questo massacro della Costituzione. D'altronde in nome di cosa scendere in piazza? Il principale partito di opposizione è impegnato a guardarsi l'ombelico, e numerosi dei suoi deputati non si presentano in Parlamento consentendo che una legge aspramente discussa dallo stesso PD e su cui il Governo ha posto la fiducia passi, perdendo l'occasione di cogliere una vittoria importantissima. Oggi Franceschini scopre che la Binetti è un problema dopo essersi fatto appoggiar da lei.
Trovo drammatico trovarsi in questa situazione; non avere il carattere del tribuno, mancare di una qualsiasi guida, e al contempo sapere che tutto questo è rovinoso e inaccettabile.
Verrà mai una fine?


giovedì, 18 giugno 2009
Anche noi siamo orgogliosi
Nelle categorie: English digest, It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 1:26 pm

Non ci siamo consultati prima — e Waldorf mi ha bruciato sul tempo, pero' dice che dovrei pubblicare anche il mio post…

Per una ironica coincidenza, il 18 giugno e' il secondo anniversario del giorno in cui It ha avuto la sua prima diagnosi di disturbo pervasivo dello sviluppo — ed e' anche il giorno dell'orgoglio autistico — almeno per le comunita' del mondo anglosassone in cui la difesa dei diritti delle persone autistiche e' molto piu' avanti che da noi.
Personalmente non so se di per se' ci sia motivo di essere particolarmente orgogliosi di essere autistici. Non lo so perche' — come direbbe RdM — "non ho l'onore"; ma anche perche' non sono troppo convinto che una condizione genetica — di cui la persona non ha alcun merito ed alcuna responsabilita' — possa essere ragione di orgoglio; piu' in generale, essere orgogliosi del proprio corredo genetico puo' condurre su una china pericolosa, se sconfina nella convinzione di essere migliori degli altri. Essere orgogliosi del proprio autismo, in questo senso, non e' necessariamente meglio che essere orgogliosi del colore della propria pelle.
Su un altro piano, pero', credo che le persone autistiche abbiano diritto di essere orgogliose di se stesse — come chiunque altro, non meno di chiunque altro. E in questo senso di un Autistic Pride c'e' bisogno: perche' bisogna sradicare l'idea che gli autistici sono *sbagliati* — che sono una sciagura per se stessi e per coloro che hanno intorno. Perfino le associazioni di tutela, qui da noi almeno, finiscono per essere succubi di un cliché negativo sugli autistici — l'autismo e' una disgrazia, e' una condizione che menoma irrimediabilmente le persone che ne sono colpite ed e' una catastrofe che riduce le famiglie alla disperazione e alla disgregazione, ecc. ecc. (cito come esempio un agghiacciante documento ufficiale di Autism Europe, riportato pari pari in numerosi siti di associazioni di genitori, a partire dall'ANGSA Lombardia). Invece dovremmo riconoscere il valore delle persone per quello che sono — e celebrarlo.
Inutile negarlo: i giorni di due anni fa sono stati duri. It stava passando il momento bruttissimo della regressione, era arrabbiato, spaventato, triste — incomprensibile. Noi ce lo vedevamo cambiare — in peggio, in qualcosa di ignoto — davanti agli occhi — e non avevamo strumenti per capire. Quando abbiamo cominciato ipotizzare che It fosse autistico — e' stato come se qualcosa di terribile e di definitivo ci si fosse abbattuto addosso. Perche' l'immagine dell'autismo che viene presentata a chi non ne sa nulla e' quella di una malattia devastante, che annulla le persone, che le chiude in un mondo orribile e ristretto. Che angoscia, pensare che il nostro povero bambino — cosi' solare, cosi' bello, cosi' perfetto — potesse essere travolto da una cosa del genere. I neuropsichiatri non sono stati piu' confortanti — tutti tesi a spiegarci che nostro figlio non ci avrebbe mai manifestato amore o attaccamento, che non ci vedeva nemmeno come persone — e cosi' via (non credo che fosse insensibilita' e nemmeno impreparazione: credo che ci sia — in questi casi — una sorta di bisogno professionale di preparare le famiglie al peggio: ma il risultato e' che rimandi a casa dei genitori sconvolti).
Poi un po' alla volta — molto grazie alle letture in rete, che ci hanno fatto vedere una prospettiva diversa e persone autistiche e famiglie tutt'altro che devastate (se c'e' una cosa di cui la comunita' autistica dev'esser fiera e' proprio questa), molto grazie a It, che gradualmente tornava ad essere il bambino felice di essere al mondo che conoscevamo — ci siamo resi conto che l'autismo puo' creare una montagna di problemi e di ostacoli, ma che non e' la fine della vita — e non e' nemmeno una condanna a una vita infelice — ne' per It ne' per noi. It e' un bambino bellissimo — di una sua peculiare bellezza –, ha una capacita' sorprendente di comunicare anche senza parlare, ha un carattere affettuoso e forte, un modo singolare ed affascinante di leggere il mondo e di farcelo vedere: e l'autismo e' un tratto inseparabile e costitutivo della sua personalita'. Non sappiamo se It e' orgoglioso di se stesso — ci pare per lo meno che stia bene nei suoi mocassini — ma noi siamo certamente orgogliosi di lui. In questo senso — si' — e' bello ed e' giusto che ci sia una celebrazione dell'orgoglio autistico: e vorremmo che tanti, anche qui in Italia, imparassero a celebrare la bellezza delle persone che hanno un cervello diverso dal nostro.

English digest in a few days


giovedì, 18 giugno 2009
"Apertura" o calci nei coglioni?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Pipponi, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 1:30 am

E' tanto che da queste parti non si scrive piu' nulla su Israele. E' che si rischiano contemporaneamente il travaso di bile e la crisi depressiva — e basta e avanza l'Italia per causare questo tipo di patologie. Pero' trovarmi piu' d'accordo con Lia che com MMax mi sorprende a tal punto che non posso fare a meno di provare a spiegare perche'.

La stampa italiana propone in linea di massima un'interpretazione benigna del discorso di Netanyahu (qui la versione integrale — la sola di cui fidarsi, perche' i resoconti giornalistici italiani omettono delle parti molto significative), che sarebbe "un'apertura"ai Palestinesi e alla soluzione dei due stati. Invece per i Palestinesi e' peggio di una scarica di calci nei coglioni ed e' un ostacolo monumentale a qualunque trattativa. Provo a sintetizzare i motivi essenziali:
1. Per Netanyahu il diritto al ritorno degli esuli palestinesi non esiste. Il problema dei profughi deve essere risolto fuori dai confini di Israele e senza la partecipazione di Israele. Sul piano pratico, Netanyahu non dice cose molto diverse da quelle che sono state scritte in tanti piani di pace — e perfino nell'Accordo di Ginevra*: e' evidente che il ritorno puro e semplice di tre milioni di profughi palestinesi significherebbe l'annegamento di Israele, e che quindi una soluzione realistica non puo' che limitare il numero di profughi vi potranno essere accolti. Ma — sul piano negoziale — questa e' la piu' pesante, la piu' dolorosa delle concessioni che i Palestinesi dovranno fare sulla via della pace, e quindi dovra' essere compensata da concessioni altrettanto importanti su temi altrettanto sensibili: di questo nel discorso di Netanyahu non c'e' traccia. Il diritto al ritorno e' cancellato preliminarmente, in cambio di nulla. Anche perche' per il primo ministro vi e' una sostanziale asimmetria nel diritto dei due popoli alla terra: "The connection of the Jewish People to the Land has been in existence for more than 3,500 years. Judea and Samaria, the places where our forefathers Abraham, Isaac and Jacob walked, our forefathers David, Solomon, Isaiah and Jeremiah — this is not a foreign land, this is the Land of our Forefathers"; quanto ai Palestinesi, "the truth is that in the area of our homeland, in the heart of our Jewish Homeland, now lives a large population of Palestinians" (i corsivi sono miei). In questa lettura il diritto e' tutto dalla parte del popolo ebraico, i Palestinesi sono al massimo un accidente storico, si trovano li' senza alcuna ragione** — e quindi e' una benigna concessione permettere loro di autogovernarsi su parte di una terra che di diritto appartiene comunque agli Ebrei.
2. E' abbastanza ovvio quel che ne discende sul tema cruciale dei confini e degli insediamenti israeliani nel West Bank. Netanyahu si guarda bene dal menzionare la Linea Verde come confine internazionale accettato — e nemmeno come base di partenza per un negoziato che preveda scambi territoriali. Cosi' come si guarda bene dal dichiarare che la pace comportera' l'evacuazione di gran parte — se non di tutti — gli insediamenti nel West Bank; anzi, degli insediamenti rivendica il diritto alla "crescita naturale", negando in partenza di poterli realmente congelare nella fase negoziale. Non c'e' una parola contro i coloni degli avamposti illegali che sottraggono sempre nuove terre ai Palestinesi; al contrario, "the settlers are not enemies of peace. They are our brothers and sisters". Si dira' che perfino l'Accordo di Ginevra non prevede lo sgombero integrale degli insediamenti: ma nel momento in cui pretende di cancellare il ritorno dei Palestinesi in Israele, Netanyahu rifiuta di annunciare il ritorno degli Israeliani in Israele. Quale sia il territorio del futuro stato palestinese e' del tutto indeterminato ("The territorial issues will be discussed in a permanent agreement"), non e' detto che debba somigliare al frastagliato arcipelago di Lia, ma non ci sono garanzie che somigli a un'entita' territoriale minimamente sensata come quella prevista a Ginevra.
3. Una certezza territoriale in compenso c'e', nella visione di Netanyahu: Gerusalemme deve rimanere la capitale indivisa dello Stato di Israele. Questo nonostante il significato storico, religioso e nazionale di Gerusalemme per i Palestinesi, nonostante almeno un terzo della popolazione sia palestinese, nonostante una qualche forma di spartizione della capitale sia un aspetto consolidato di qualunque ipotesi di accordo da trent'anni a questa parte. Vi e' d'altronde una perfetta coerenza tra la posizione di Netanyahu e la politica di accerchiamento dei quartieri arabi con insediamenti ebraici che da anni va avanti e che mira a isolare la citta' dalla Cisgiordania. Ma senza una spartizione di Gerusalemme nessun accordo di pace sara' mai praticabile.

[A questo punto dovrei ancora scrivere sulla questione della continuita' territoriale, delle comunicazioni e del controllo dello spazio aereo e marittimo del futuro stato palestinese; del tema della smilitarizzazione dello stato palestinese e della sua protezione; dell'acqua e dell'economia. Tutte questioni su cui il discorso di Netanyahu quando va bene e' reticente e quando va male dice cose che implicano la totale non sostenibilita' dell'ipotetico stato palestinese. Ma sono quasi le due del mattino e il pippone e' gia' abbastanza lungo. Percio' per il momento salto alle conclusioni -- e mi riservo di tornare in argomento tra qualche giorno.]

Insomma — che Netanyahu si dichiari a favore della soluzione dei due stati e' forse significativo vista la sua storia politica e personale: ma e' una dichiarazione smentita dalla selva di limiti e di condizioni poste a contorno — e dalla situazione sul campo: come direbbe MMax, "reality talks".
Per certi versi, quella enunciata da Netanyahu e' di fatto la piu' antisionista delle posizioni, perche' nel momento in cui rende impraticabile il percorso verso i due stati, apre inevitabilmente (non oggi, non domani forse, ma e' solo questione di tempo) la deriva verso la creazione di uno stato binazionale tra il Giordano e il mare: il che, dato che la demografia non perdona, significa la scomparsa di Israele come "homeland of the Jewish people".

* Art. 7, dove pero' e' previsto che Israele accolga parte dei profughi e paghi una compensazione per le proprieta' perdute dagli esuli.
** A ben vedere non sono nemmeno un popolo ("Palestinian people") ma una popolazione ("a large Palestinian population"): quindi un'entita' demografica, non storica e nazionale (cosi' correttamente nota Akiva Eldar su Ha'aretz di qualche giorno fa, purtroppo non piu' online)


lunedì, 8 giugno 2009
Autism: The Musical
Nelle categorie: Cinema e TV, It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici — Scritto da waldorf alle 7:09 am

Devo chiedere preventivamente scusa per questa specie di incrocio tra una recensione e uno sfogo personale.

In genere i film sull'handicap presentano storie eroiche di persone che superando incredibili ostacoli riescono in grandi cose, storie alla Pistorius per intenderci. Con una disabilita' come l'autismo questo e' parecchio più difficile; gli autistici non sono soggetti proprio facilmente piegabili alle regole della retorica cinematografica, specie americana, in quanto assai poco sensibili agli obiettivi cui sono sensibili i normali. Cosi' anche nel primo e piu' famoso film su di un autistico, Rain Man, il protagonista, pur dimostrando sbalorditive competenze matematiche, sbanca un casino' facendolo pero' piu' o meno involontariamente.
Autism: The Musical, un documentario della celebrata rete americana HBO (quella di Sex and The City del bellissimo The Wire, per intenderci) in parte vuole proprio raccontare la storia di un gruppo di bambini autistici che riesce in un'impresa impossibile, quella di mettere in scena un musical, sembra di capire proprio sull'autismo. Non per niente la faccenda va sotto il nome (uno zinzino ambizioso) di "Miracle Project"…
Alla guida della compagnia si trova Elaine aka "Coach E", la madre di uno di loro, un bambino russo adottato, Neal, di circa 10 anni, affetto da una forma di autismo piuttosto severo. Gli altri protagonisti sono Adam, un 8enne che suona il violoncello, Henry, Asperger appassionato di dinosauri (figlio niente di meno che di Stephen Stills dei Crosby, Stills and Nash), Wyatt, un altro — sembra — Asperger dalla sbalorditiva autoconsapevolezza, e Lexi, una 14enne ecolalica, però piuttosto brava nel canto.
In realta' del musical e di come vengano affrontate tutte le possibili difficolta' dell'impresa (mi sembra allucinante anche la sola idea di trattenere in una stanza una masnada di autistici) nel film si vede piuttosto poco e da questo poco si ha l"impressione che in molto siano intervenuti gli adulti per supportare sulla scena i bambini. Ci sono poi alcune scene di isteria prima dello spettacolo, che credo si verifichino in ogni saggio di danza o analoghi che si tenga sulla faccia del globo, anche se qui ovviamente assume connotati un po' piu' seri.
Il documentario quindi parla soprattutto dei cinque bambini protagonisti, delle loro storie e di quelle dei loro genitori.
Non e' stata per me una visione ne' facile ne' rassicurante. Il tono generale del documentario, derivante direttamente dai genitori, e' che avere un figlio autistico e essere autistico e' una tragedia. Una frase tipica e' detta proprio da Elaine: "Il mondo per un bambino autistico e' un posto triste e spaventoso". L'insegnante di sostegno di Adam poi scuotendo la testa si chiede cosa sarebbe quel bambino (che sembra veramente un tipo in gamba) se non fosse autistico. La madre di Lexi racconta di come e' caduta in depressione per via dell'autismo della figlia.
Devo dire che avrei voluto entrare nel film e litigare con questa gente. Si', i vostri bambini sono autistici, e' un gran casino, ma sono belli, sanno fare un sacco di cose e potrebbero godersi la vita, con i dinosauri e quant'altro, se non gli trasmetteste la sensazione che tutto e' terribile, che li vorreste normali, che siete angosciati per il loro futuro.
Nel documentario manca piu' o meno assolutamente il senso dell'umorismo e qualunque persona normale che lo guardera' si commuovera', certo, ma forse non capira' fino in fondo la bellezza di questi bambini.
E loro invece sono proprio belli e a volte anche buffi e divertenti. Certo il mondo che li circonda non e' fatto per capirli e accoglierli.
Mi ha impressionato il fatto che Wyatt, un bambino che faceva discorsi di una profondita' assai difficile da riscontrare in un adulto medio, sia considerato sulla base dei test sostanzialmente un ritardato.
Pero' dobbiamo cominciare noi genitori a scoprire quello che c'e' di bello in loro, perche' nessuno altrimenti lo verra' a sapere, nemmeno i nostri bambini, che sono autistici si', ma mica scemi. E che loro non sentano di essere belli e speciali, questo si' che e' un dramma.
Comunque, se vi capita, guardatelo Autism: The Musical; gira su Cult, il canale sofisticato del gruppo Fox in una rassegna dal titolo irritante come "L'elogio dell'imperfezione" (e che, gli esseri umani "normali" sono dei perfetti che possono permettersi di guardare con condiscendenza agli altri?).
Ma guardatelo per i bambini, che sono veramente uno spettacolo. E non date troppa retta ai genitori, le cose sono assai meglio di come dicono loro.


giovedì, 4 giugno 2009
Opzione zero
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 8:38 am

Come milioni di altri elettori, ho ricevuto ieri mattina questa lettera di Romano Prodi che invita, nonostante tutto, a votare per il PD alle prossime europee. Si potrebbe fare qualche considerazione sul tono secco secco e men che entusiasta della missiva, ma lascio perdere. Provo invece a spiegare perche' non accogliero' quell'invito, pur essendo stato uno dei fautori del Partito Democratico fin dal 1995 — e pur continuando a pensare che se l'Italia ha una speranza non puo' venire che di li'.
Le mie scelte elettorali andranno il piu' possibile nella direzione di una sorta di opzione zero della politica — il no (tra l'incazzato e il disperato) a tutte le alternative poste in campo*.
Il fatto e' che il PD in questo momento non e' niente. Al di la' del meritorio sforzo di Franceschini, che ha fatto una buona campagna elettorale, al di la' del positivo silenzio di Rutelli e dei teodem**, che se non altro ha ridotto l'inquinamento, il PD continua a essere quello di prima, cioe' un contenitore di correnti senza un pensiero, senza un'identita' e un progetto riconoscibile — senza un denominatore comune minimo nemmeno sui temi essenziali: la laicita' dello stato, la scuola pubblica, l'accoglienza dei migranti, i diritti civili. Non si e' liberato di un gruppo dirigente responsabile della catastrofe — sono ancora tutti li' — per ora mandano avanti Franceschini, sperando che si faccia spennare al posto loro — poi ricominceranno a far casino come prima (o — se saremo molto fortunati — se ne andranno ognuno per la sua strada). Quel che e' peggio, un partito che e' nato per superare la contrapposizione tra riformismo di sinistra e riformismo cattolico e' ostaggio di un ritorno prepotente all'identitarismo cattolico come asse portante della politica. Infine — continua ad essere un partito incapace di dare messaggi, idee, voce e anima all'opposizione che pure da qualche parte in questo paese c'e' ancora. Ecco — per un partito inutile come questo io non posso votare. Con sofferenza, perche' e' stato il mio partito prima ancora che nascesse — ma no grazie. Alle europee andro' al seggio e votero' scheda bianca***. Sperando di essere tantissimi a farlo. Sperando di travolgere con un'astensione di massa il gruppo dirigente di questo partito — e di far piazza pulita per poter ripartire. Non votero' il PD per spirito di servizio verso l'idea che il PD aveva in se' — e che gli attuali leader hanno dilapidato e demolito. Spero che di loro non resti in piedi nessuno — e che nello spazio vuoto si possa cominciare a ricostruire un progetto di governo di questo paese — se non e' (come temo) troppo tardi.
Discorso diverso e' quello delle amministrative. Qui — sul terreno delle cose concrete — si deve ancora costruire la linea di difesa dal rischio della marea di destra. Scegliendo caso per caso — e cercando di non premiare troppo chi non se lo e' meritato. Nel nostro caso specifico, non votero' al primo turno delle Provinciali di Torino, perche' ne' il PD ne' Saitta mi hanno convinto nella passata amministrazione: ma se il centrosinistra non vincera' al primo turno non gli faro' mancare il mio voto al ballottaggio. Se fossi a Firenze pero', di fronte alla candidatura del "nuovo" Matteo Renzi, un pensierino a votare per Valdo Spini lo farei.
Il referendum, infine: sono contrario alla pratica di far mancare il quorum per liberarsi dei quesiti elettorali indigesti. D'altronde sono convinto che la riforma che uscirebbe da una vittoria dei si' sarebbe perfino peggiore dell'attuale grottesco sistema elettorale. E trovo che tra le colpe del PD ci sia anche quella di aver scriteriatamente appoggiato un referendum dai contenuti pericolosi solo perche' si spera di gettare scompiglio nel campo avverso. Percio' devo ancora decidere se rifiutare la scheda o votare no. Ma anche di questo il gruppo dirigente del PD porta responsabilita' precise.

* Ovviamente degli aracnidi e dei baciapile variamente assortiti non val nemmeno la pena di parlare. Sono il nemico — e basta. E dico il nemico, non l'avversario.

** Sarebbe stato troppo bello — scopro che Rutelli ha parlato — per affermare ancora una volta una posizione incompatibile con quella della maggioranza del partito — e tanto per cambiare una posizione stupida e sbagliata.

*** No, per quegli altri pezzi e bocconi di sinistra non posso proprio votare. Non mi piacevano prima, non mi piacciono adesso — e trovo davvero surreale la loro capacita' di dividersi su cose che forse non capiscono nemmeno piu' loro — almeno si dividessero per le poltrone, ma nemmeno quelle prenderanno — vanitas vanitatum.

P. S. Gia' che avete letto il mio pippone fin quaggiu', leggetevi anche quel che dice MMAX, che ha piu' dubbi di me, ma mi sembra orientato grosso modo alla stessa maniera.


giovedì, 2 aprile 2009
Vivere con un cigno nero
(Autism Awareness Day)
Nelle categorie: English digest, It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 3:17 am

Ho gia' avuto modo di esprimere la mia diffidenza nei confronti della "Giornata mondiale dell'autismo" indetta dall'ONU. Mi pare piu' che altro un momento propizio alla commiserazione, o ai luoghi comuni sulla necessita' di curare l'autismo — o peggio di "far guerra" all'autismo, come proclamava un ineffabile giornale torinese l'anno scorso. Di commiserazione non abbiamo bisogno, di cure meno ancora — e figuriamoci di guerra. Per di piu' un "Autism Awareness Day" e' una misura di "awareness" troppo lunga o troppo breve: le uniche scale possibili della consapevolezza sono tutta la vita e ogni singolo istante.
Detto cio', e a costo di far la figura di Renzo Tramaglino, provo a mettere a frutto l'occasione per cercare di spiegare — a me stesso prima di tutti — un po' di cose che credo di avere imparato da It — fino ad ora.

Un Cigno nero è un evento altamente improbabile con tre caratteristiche fondamentali. Primo: è isolato e imprevedibile. Secondo: ha un impatto enorme. Terzo: la nostra natura ci spinge ad architettare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo meno casuale di quanto non sia in realtà. Il successo di Google è un Cigno nero, l’ascesa di Hitler e l’11 settembre sono Cigni neri. E lo sono anche la nascita delle religioni, le guerre o i crolli delle borse, e alcuni avvenimenti che scandiscono la nostra esistenza: l’amore è un Cigno nero. Nassim Nicholas Taleb è convinto che un piccolo numero di Cigni neri sia alla radice di ogni sconvolgimento della storia e sia in grado di spiegare quasi tutto il nostro mondo.*

It e' un cigno nero. Il suo autismo era del tutto imprevedibile ("altamente improbabile"?) — ha trasformato radicalmente le nostre esistenze — e ci scontriamo ogni giorno con la tentazione di cercare spiegazioni che semplicemente non ci sono.
Ma a parte lo shock iniziale, sono quasi due anni che conviviamo *ogni giorno* con l'altamente improbabile e con l'assolutamente imprevedibile. Perche' It e' una sfida quotidiana a quel che ci si puo' aspettare, e' un po' come gli assoli di Charlie Parker, la nota successiva e' sempre in un posto un po' diverso da dove credevi che sarebbe stata. It non sta nelle regole, non e' calcolabile: non solo non somiglia per niente alle persone neurotipiche — ma non somiglia gran che nemmeno al profilo standard (ammesso che un profilo standard abbia senso) delle persone autistiche. Ogni tentativo di categorizzare i suoi atteggiamenti, i suoi comportamenti, i suoi pensieri si scontra con il fatto che lui e' *comunque* fuori dallo schema. In ogni momento, qualunque cosa faccia. Il nostro cigno nero non e' accaduto una volta per tutte — continua ad accadere in continuazione.
Cosi' abbiamo man mano imparato ad avere una assoluta familiarita' con l'improbabile — stiamo a bagno nel paradosso di aspettarci continuamente l'inatteso e di prevedere l'imprevisto. Non che questo ci renda piu' preparati: It riesce sempre a spiazzarci, a sfidare la nostra capacita' di prevederlo e di capire in anticipo — e spesso anche di capire a posteriori, nel bene e nel male.
Non e' che non capiamo nostro figlio. OK, a volte *davvero* non lo capiamo, ma per lo piu' abbiamo sviluppato insieme dei codici di comunicazione che ci permettono di dirci di tutto. Ma il fatto e' che il modo in cui It percepisce il mondo e lo interpreta — il suo stile cognitivo, verrebbe voglia di dire — non e' continuo e fatto di elaborazioni successive e di adeguamento dell'ignoto al noto — ma di esplosioni di esperienza e di ritorni incessanti — di ripetizioni rassicuranti e di catastrofiche spettacolari trasformazioni. E il solo modo di stargli dietro e' lasciarsi portare dal suo modo di pensare — per quel che siamo capaci di fare noi neurotipici, con la nostra diversa percezione e il nostro diverso pensiero.
Ma l'imprevisto piu' radicale, quello che nessuno ti dice, e' che il cigno nero e' bellissimo. Proprio perche' e' cosi' radicalmente inatteso — perche' le sue espressioni, i suoi sorrisi, le sue collere ti colpiscono cosi' spesso impreparato — perche' quel che lo interessa tu non l'hai mai visto davvero, fino a che non l'ha guardato lui — It ha uno sguardo che cambia il mondo, che ti costringe a prospettive che non soltanto non hai mai pensato, ma che in realta' non sei capace di pensare nemmeno quando te le mostra — semplicemente sono li' — una scoperta continua — in cui anche l'esperienza permette di anticipare assai poco. "Beauty walks on a razor's edge — one day I'll make it mine", come diceva Bob Dylan. Senza It non ci sarei mai arrivato.
Non e' facile vivere con il nostro cigno nero. Ma non e' ne' una sventura da compatire, ne' un privilegio di cui andar fieri. L'imprevedibile costa fatica — chiede di essere sempre vigilanti — e spesso, anziche' avere il sapore della scoperta di terre inesplorate, ha l'aspetto prosaico e pauroso di un vetro sfondato in un momento di collera — o di agitazione.
Pero' se proprio dovessi dare un messaggio per l'Autism Awareness Day — e' che vale la pena di cercare di essere consapevoli di come appare il mondo a un bambino autistico. E' un cigno nero, con tutta la devastazione cognitiva che porta con se' — e con tutta la bellezza oscura che non si puo' nemmeno immaginare con lo sguardo fissato sulla normalita'.

Sorry, I'll never be able to say that in English. (one of the wonderful things about internet is that there's always someone willing to help: so here's the translation, courtesy of Sara)

Living with a black swan
I have already expressed my distrust for the UN Autism Awareness Day. To me it looks more like a favourable moment for commiseration, or for clichés on the necessity to cure autism – or even worse, to make war to autism, as an indescribable newspaper from Turin (Italy) proclaimed last year. We do not need commiseration, even less we need cures – and obviously we do not need wars. Furthermore, an Autism Awareness *Day* is too long or too short an awareness span: the only possible measures of awareness can be life long and in every moment.
That said, I would like to try to take advantage of this occasion to explain – to myself first of all – a few things I think I have learned from "It" – so far.

A Black swan is a highly improbable event with three fundamental characteristics. First: it is isolated and unpredictable. Second: it has a massive impact. Third: our nature induces us to find justifications afterwards for its appearance, in order to make it a less casual event than it actually is.*

"It" is a black swan. His autism was totally unpredictable (“highly improbable”?) – it has radically transformed our lives – and every day we are tempted to look for explanations that just do not exist.
But apart from the initial shock, it is almost two years now that we deal every day with the highly improbable and the totally unpredictable. Because "It" is a daily challenge to anything we might expect; it is something like Charlie Parker’s solos, his next note is always in a slightly different place from where you thought it should have been. "It" does not follow the rules, he has nothing in common with neurotypical people – but he also has little in common with the standard profile (if a standard profile does have sense) of autistic people. Every attempt to put into categories his attitudes, his behaviour, his thoughts, clashes with the fact that he is *however* outside a pattern – always, no matter what he is doing. Our black swan did not occur once for all – it goes on occurring continuously.
Therefore, day by day we have learned to have absolute familiarity with the improbable – we are living in the paradox of continuously expecting the unexpected and predicting the unpredictable. Not that this helps us much: "It" is always capable of deceiving us, he always challenges our capability to predict and understand in advance – and often also to understand afterwards, through the good and the bad. It is not that we do not understand our son. OK, sometimes we *really* do not understand him, but mostly we have developed a set of communication codes that allow us to “talk” about anything. But the problem is that the way "It" perceives and interprets the world – his cognitive style, one could say – is not continuous and built from subsequent elaborations and from the adaptation of the unknown to the known – but it comes from explosions of experience and unceasing returns – from reassuring repetitions and spectacular and catastrophic transformations. And the only way to keep up with him is to follow his way of thinking – as much as it is possible for neurotypicals like us, with our different perception and our different way of thinking.
But the most radically unexpected event, the one that no one tells you, is that the black swan is gorgeous. It is particularly because it is so radically unexpected – because his expressions, his smiles, his rages catch you so often unprepared – because the things that interest him are those that you have never really seen, until he looked at them – "It" has eyes that change the world, they force you to take into account perspectives that not only you had never thought about, but that in effect you are still not capable of thinking even when he shows them to you – they are simply there – a continuous discovery – for which even experience is not enough to anticipate very much. “Beauty walks on a razor’s edge – one day I’ll make it mine”, as Bob Dylan said. Without "It" I would have never understood.
It is not easy to live with our black swan. But it is neither a misfortune to commiserate, nor a privilege to be proud about. The unexpected needs hard work – it demands us to be always alert – and often, instead of having the flavour of a discovery of unexplored lands, it has the mundane and scary appearance of a window broken in a moment of rage – or of anxiety.
But if I should leave a message for the Autism Awareness Day – it would be that it is worthwhile to try to be aware of how the world appears to an autistic child. It is a black swan, with all the cognitive devastation it brings with him – and with all its dark beauty, impossible to even imagine if the eyes are fixed on normality.

* OK, ammetto la mia abissale ignoranza: fino all'altro ieri il libro di Taleb per me non era altro che una copertina ed un titolo vagamente accattivante visto sugli scaffali delle librerie. Tutt'ora non l'ho letto, tanto e' vero che cito un risvolto di copertina. Il fatto e' che una collega di lavoro ne ha parlato — e la metafora mi ha colpito come un treno in corsa. Non vogliatemene — quindi — se la mia argomentazione e' inesatta, o infedele, o ignorante. Anzi e' sicuramente tutte queste cose. Ma per una volta mi permetto il lusso di scrivere sulla spinta di una suggestione. E di usarla come puro pretesto.

* I take this from Nassim Nicholas Taleb's book “The Black Swan”. OK, I admit my ignorance: until recently, it was just a cover with an attractive title glimpsed on the shelves of a bookstore. I still have not read it, and in fact what I cite comes from the back cover. Therefore, please excuse me if my reasoning is not correct, false or ignorant. Actually, it is probably all three. For once I permitted myself the luxury of writing from the power of a suggestion. And use it as a pretext.


mercoledì, 8 ottobre 2008
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Ma vaffanculo!, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 1:10 pm

l'attacco agli insegnanti di sostegno nella scuola. Ma sinceramente non mi aspettavo che arrivasse proprio da LaVoce.info, che ha pubblicato il 6 ottobre scorso un articolo a firma di Massimo Bordignon e Daniele Checchi in cui si criticano i tagli della Gelmini alla scuola e che si conclude con questo paragrafo:

C’è infine una curiosa assenza nelle proposte governative. Non è possibile pensare di intervenire in modo efficace sulla spesa del personale docente in Italia se non si affronta con coraggio anche il problema della tutela degli studenti con handicap. Gli insegnanti di sostegno sono l’unica categoria ad aver mostrato una crescita incessante nell’ultimo decennio, fino a raggiungere l’11 per cento del totale nel 2007, con un costo complessivo per le finanze pubbliche che può essere stimato, in difetto, in oltre 4 miliardi di euro. In più, la loro distribuzione territoriale è sospetta. Lo stesso numero di studenti disabili produce il 50 per cento in più di insegnanti di sostegno al Sud rispetto al Nord. Le politiche relative alla tutela devono essere riviste, introducendo criteri più rigorosi nell’accertamento della disabilità, protocolli che specifichino l’utilizzo del personale per tipologia di disabilità e che consentano di verificare l’efficacia delle politiche di integrazione. I primi a essere beneficiati sarebbero proprio gli studenti più bisognosi di tutela.

Una premessa: qui non si parla di "tutela" degli studenti con handicap, ma di attuazione pratica dei diritti costituzionali dei cittadini diversamente abili. L'integrazione scolastica ha come obiettivo "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3 Cost.). Non e' una nota a pie' di pagina delle finalita' della scuola — e' uno dei suoi compiti essenziali.
E poi vediamo un po' di numeri (ne abbiamo gia' parlato in passato): gli alunni diversamente abili nella scuola statale italiana nello scorso anno scolastico erano (stando alle statistiche ufficiali) 161.686. Gli insegnanti di sostegno erano 45.608: cioe' uno ogni 3,54 studenti disabili. Cioe' drammaticamente troppo pochi, come sa chiunque abbia un figlio portatore di handicap a scuola.
Gli insegnanti di sostegno sono cresciuti di numero nell'ultimo decennio? e meno male, perche' l'integrazione scolastica non si fa con le buone parole. Devono crescere ancora, perche' per molti dei nostri figli e' indispensabile un rapporto di uno a uno, se si vuole che a scuola non siano soltanto parcheggiati — e se si vuole che non diventino un peso sulla classe nel suo complesso. Il problema se mai e' quello della qualificazione degli insegnanti di sostegno, che troppo spesso sono persone di buona volonta' ma di nessuna competenza — e non si improvvisa l'intervento educativo su un bambino autistico, solo per restare al caso che conosco. Quindi bisogna spendere *di piu'*, non di meno: per non avere piu' studenti diversamente abili senza sostegno — e per avere insegnanti adeguatamente formati e competenti. Per altro, stimare a oltre 4 miliardi la spesa per quarantacinquemila insegnanti vuol dire ipotizzare un costo a persona di circa 90.000 euro: mi piacerebbe vedere i conti, perche' quello e' il *mio* costo al lordo annuo — e io guadagno parecchio di piu' di un insegnante (gente, ho cambiato lavoro per questo…).
Sui numeri degli insegnanti di sostegno nel Sud non ho riscontri, e anche in questo caso mi piacerebbe vedere i dati a disposizione degli articolisti; ma non sono sorpreso — data la carenza generale di strutture di assistenza ai disabili nel meridione, il ricorso all'insegnante di sostegno e' probabilmente l'unico intervento (pubblico) di cui un bambino disabile puo' godere in molte realta'. Al di la' della scuola ci sono ASL che non prendono in carico per mancanza di fondi, di personale e di preparazione, Comuni che non forniscono assistenza, medici di base che al massimo prescrivono qualche psicofarmaco. Ok, tagliamo sugli insegnanti di sostegno: ma diamo ad ogni persona portatrice di handicap nel Sud un trattamento complessivo almeno equivalente a quello di cui puo' godere mio figlio a Torino. Anche qui: e' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli ecc. ecc.
L'articolo auspica criteri piu' rigorosi per l'accertamento della disabilita'. L'esperienza di chi e' a scuola e' che gia' ora ottenere la certificazione (e quindi il sostegno) non e' una passeggiata. Magari non pone problemi particolari — salvo tempi geologici e del tutto aleatori — per chi come It ha una diagnosi assai severa; ma per un alunno con un disturbo apparentemente meno grave, come certe forme di ADHD, puo' essere parecchio difficile — e cio' non significa che non ci sia altrettanto bisogno di una figura di sostegno dedicata e preparata specificamente. Quindi anche in questo caso una stretta ulteriore significa soltanto colpire chi e' meno difeso.
Il fatto e' che — tra le righe — l'articolo mette in questione proprio l'assunto fondamentale, che e' l'integrazione scolastica degli studenti disabili. Parlare di "protocolli … che consentano di verificare l’efficacia delle politiche di integrazione" significa ipotizzare che le politiche di integrazione nel loro complesso possano essere rimesse in discussione se "non efficaci" — e che si possa tornare al tempo delle scuole speciali. Intendiamoci, non ci vedo nessuno scandalo: resto convinto che l'integrazione scolastica sia la migliore delle soluzioni possibili, ma *soltanto* se e' fatta con i mezzi necessari, cioe' con risorse umane adeguate nel numero e nella qualificazione. Quindi funziona soltanto se costa — e costa molto. Se si debbono fare le nozze con i fichi secchi, come gia' accade in molti casi in Italia, continuo a chiedermi se non sarebbe piu' efficace concentrare le risorse su buoni progetti di educazione speciale. Ne abbiamo gia' discusso in passato, non torno sull'argomento. Tuttavia non ci si puo' nascondere dietro una frasetta ipocrita — e aggiungere che "i primi a essere beneficiati sarebbero proprio gli studenti più bisognosi di tutela": se si taglia la spesa per gli insegnanti di sostegno, salta l'integrazione scolastica — e non e' un bel risultato per i nostri figli, perche' le classi differenziali sono comunque una soluzione di serie B.
E' chiaro, siamo in tempi di darwinismo sociale — e i nostri figli non sono i piu' adatti a sopravvivere. Non mi sorprende che molti lo pensino. Ma mi piacerebbe che avessero lo stomaco di dirmelo in faccia. Soprattutto se fingono di stare dalla mia parte — e da quella di mio figlio.

P. S. (9 ottobre): Avevo inviato il link di questo post nei commenti all'articolo della Voce. Non lo hanno pubblicato. Ho chiesto chiarimenti e mi hanno risposto cosi': Non abbiamo pubblicato il suo commento non per censura, ma per il semplice fatto che invece che proporre le sue tesi nell'apposito spazio, rimanda immediatamente al suo blog. Per linea editoriale cerchiamo di scoraggiare questo tipo di comportamento.


mercoledì, 24 settembre 2008
"Capire cognitivamente, capire in modo esperienziale"
Nelle categorie: English digest, It, Ma vaffanculo!, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 4:07 pm

No, il gergo del titolo non e' mio — ma c'e' chi lo usa, come vedrete.

Tuttoscienze de La Stampa di oggi pubblica un'intervista a Giacomo Rizzolatti, a firma di Gabriele Beccaria. Gia' il titolo mi ha fatto fare un salto sulla sedia: "I bimbi autistici non si specchiano". Caspita, It si specchia eccome, trova lo specchio della camera un gioco splendido, soprattutto quando ci si guarda mentre fa i salti sul letto. E non solo si specchia: si riconosce nelle fotografie — e gli piace. Poi ho capito: e' colpa del titolista, che non sa che tra uno specchio e i neuroni-specchio, oggetto dell'articolo, c'e' lo stesso rapporto che passa tra un paniere di vimini e il paniere dell'ISTAT*. Vabbe' — mica si puo' pretendere che i titolisti capiscano quello che c'e' scritto negli articoli. E allora sono andato avanti a leggere.
Frase di apertura: "Si trovera' una cura per l'autismo?". Cominciamo male. L'autismo non e' una malattia, come l'influenza o come il vaiolo. E' una condizione genetica, una diversa conformazione del cervello (a cominciare dalla presenza o meno dei "neuroni-specchio"). Quindi e' una caratteristica di una persona, non diversamente dal colore degli occhi o dei capelli, dalla statura o dalla predisposizione alla calvizie. Parlare di cura e di guarigione non solo non ha senso, ma porta sulla strada sbagliata. Quello di cui persone come It hanno bisogno e' innanzi tutto rispetto per la loro diversita' — e capacita' da parte di tutti di valorizzare i tratti positivi di quella diversita'. E poi, certo, strumenti di sostegno e di aiuto per le difficolta' che essere autistici si porta dietro: soprattutto nel campo della comunicazione. Imparare a comunicare per i nostri figli e' una sfida, forse la sfida piu' grande — e li' si' che c'e' bisogno di interventi, di lavoro, di competenze, di tecniche. Imparare a gestire le relazioni sociali, le regole sottintese che governano i rapporti fra persone e gruppi: e anche qui c'e' bisogno di metodi per insegnare, per far capire, per rendere padroneggiabili situazioni che per una persona autistica possono essere assai disorientanti. Di questo abbiamo bisogno, noi genitori e i nostri figli. Di una "cura" che faccia sparire l'autismo — cioe' che faccia sparire un tratto caratteristico di quello che i nostri figli sono — beh, sinceramente non sappiamo che fare.
Vado avanti: "Questi bambini… capiscono cognitivamente che cosa fa una persona, ma non sono in grado di capirlo in modo esperienziale. Per esempio, guardano un individuo che afferra un bicchiere, ma dentro di loro non riescono a ricreare la formula motoria di quel gesto.". Per come conosco nostro figlio, questo e' semplicemente falso. Il punto se mai e' che i suoi interessi divergono da quelli comuni — e quindi la sua attenzione non va necessariamente alle cose che paiono importanti *a me*. Ma per quelle che paiono importanti *a lui* ha una singolare capacita' non soltanto di imparare, ma di progettare, di studiare e risolvere problemi — di agire in maniera tale da raggiungere i suoi obiettivi. E quindi evidentemente di "fare esperienza" dei pezzi di mondo che gli interessano. E' chiaro che anche questo pone una sfida educativa: ci sono centinaia di cose che a It non interessano e che deve comunque imparare a fare e a gestire, e per le quali bisogna trovare i canali — spesso oscuri — che accendano una sua risposta. Ma pensare che alle persone autistiche manchi una forma di esperienza/esperimento della realta' significa non aver mai tentato di capirne una.
Ancora: "Lei … studia la loro [degli autistici, NdRatto] incapacita' di provare emozioni. Giusto?" "E' un'incapacita' enorme. Ora si deve cercare un modo per far capire loro che cosa sono le emozioni.". Beh, dopo aver letto questa roba sono andato a prendere It a scuola e gli ho fatto un po' di foto sulla via di casa: ditemi se secondo voi questo e' un bambino incapace di provare emozioni:

It si è accorto che volevo fargli delle foto e mi prende in giro scappando e facendomi le pernacchie

Ora — io non metto in dubbio l'autorevolezza di Rizzolatti come ricercatore, ne' l'importanza delle sue scoperte. Ho anche l'impressione che una parte delle stronzate (pardon, "affermazioni discutibili") espresse nel testo siano piu' frutto di sciatteria dell'articolista (pardon, "sintesi giornalistica") che dell'effettivo pensiero dello scienziato. Tuttavia e' difficile sfuggire alla sensazione che in queste ricerche ci sia un sacco di scienza ("capiscono cognitivamente") e nessuna conoscenza delle persone reali che stanno dietro l'etichetta di autismo ("non sono in grado di capirlo in modo esperienziale"). Peccato per loro, non sanno che cosa si perdono. Mio figlio, con tutto il suo autismo, e in parte probabilmente proprio *per il suo autismo*, e' un bambino eccezionale — e varrebbe la pena di conoscerlo, prima di avventurarsi a dire che non sa fare esperienza del mondo o non capisce le emozioni.

Il prof. Rizzolatti partecipera' il 26 settembre a Torino al convegno "Cervello, Cultura e Comportamento Sociale", organizzato dalla Fondazione Rosselli, con una relazione sul tema "Neuroni specchio e cognizione sociale".

* Viene voglia di osservare che non riconoscere le metafore e' un tipico comportamento ascritto alle persone autistiche…

Sorry, English digest to follow as soon as I manage.


venerdì, 29 agosto 2008
Normalità?
Nelle categorie: It, Pipponi — Scritto da waldorf alle 11:56 pm

Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli, coll’uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi. Forse questa risposta sarebbe più valida e più ragionevole di quella di Talete, che dimandato da Solone perché non si ammogliasse, rispose mostrando le inquietudini dei genitori per gl’infortunii e i pericoli de’ figliuoli. Sarebbe, dico, più valido e più ragionevole lo scusarsi dicendo di non volere aumentare il numero dei malvagi.

Scrivo qui dopo tanto tempo, un po' per la vorticosita' di questo periodo, un po' perche'nel complesso mi sembrava di non avere piu' niente da dire. Pero' il post sui giardinetti di Angelo mi fa venire voglia di aggiungere qualcosa, non forse in modo particolarmente logico, ma mi piacerebbe che mi leggesse qualcuno che puo' capire quello che intendo.
Da quando so che Enrico e' autistico, mi sono trovata ovviamente spesso a riflettere cosa significa essere normali e quello che mi sarebbe piaciuto per mio figlio. In queste condizioni ci si trova prima degli altri genitori di fronte al fatto che non possiamo avere dei figli esattamente come li vogliamo e che tante delle nostre aspettative per loro verranno inevitabilmente deluse. Vieni proiettato in una dimensione completamente diversa e sconosciuta, in cui devi abituarti a pensare in modo nuovo se vuoi sopravvivere. Vedere la clamorosa bellezza di tuo figlio, che non ha niente a che vedere con gli altri. E pensare che il tuo bambino ti piaccia com'e', pur con la dolorosa coscienza di quanto la sua esistenza potra' essere difficile per la sua diversita'.
Da una parte ti chiedi se i genitori dei bambini normali si rendano conto della fortuna che hanno, di quanto e' esaltante vederli crescere, imparare a parlare, leggere, giocare in modi sempre piu' creativi. Ti domandi quali mai problemi al mondo possano avere gli altri genitori, di cosa dovrebbero angosciarsi, perche' a loro va piu' o meno tutto bene, se i loro figli crescono normalmente, sani e potenzialmente contenti, sempre che loro non facciano del proprio meglio per rovinarli, cosa che spesso capita.
D'altronde pero' mi guardo intorno e gia' magari non mi piacciono cosi' tanto i bambini che incontro. Poi vedo gli adolescenti che saranno tra un po', tutti telefonini, turpiloquio e vacuita' (ce ne saranno di migliori, ma per strada non se ne notano molti). Poi ancora vedo gli adulti, che in una percentuale molto alta votano Berlusconi e compari per dire la cosa (forse) meno grave che mi viene in mente.
Cosi' ripenso al pensiero di Leopardi che riporto sopra, in cui con il suo solito ottimismo stabilisce che tutti i figli sono destinati a divenire "malvagi".
Penso anche a quante cose comunque vanno storte nei rapporti con i figli, nel tempo.
E allora mi chiedo se la felicita' dei genitori che hanno bambini normali non sia forse molto temporanea e se dietro l'angolo per loro non ci siano delusioni anche peggiori del mio dolore quotidiano.
Enrico non e' meschino, non e' aggressivo, non credo che possa concepire la cattiveria che pure gia' spesso i bambini conoscono. Probabilmente crescendo avra' un sacco di problemi, ma non diventera' "malvagio" nel senso leopardiano.
Mi si puo' biasimare se mi sento "sfortunata" ma solo fino ad un certo punto?
Ripeto: devi cambiare prospettiva se vuoi sopravvivere. E io credo di averla cambiata.
Ma con cio' non auguro a nessuno di vivere l'angoscia che si puo' provare in questa situazione specie pensando al futuro.
Cosi' vorrei dire a tutti i genitori "normali": godetevi i vostri bambini normali, finche' ne avete la possibilita'. Non vi perdete questi momenti distraendovi con altro, perche' non c'e' niente di cosi' importante o cosi irrecuperabile. Credo che personalmente il giorno in cui Enrico (spero) mi chiamera' "mamma" sara' forse il piu' bello e il meno scontato della mia vita.

English digest to follow in a few days…


mercoledì, 7 maggio 2008
Right or wrong my country?
Nelle categorie: Emigrare?, Pipponi, Politica e altre indignazioni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 10:09 am

Come promesso, provo a rispondere a Paolo Bizzarri. Temo che potrei scrivere un libro — non riesco nemmeno a mettere in fila gli argomenti — percio' provo ad andare per punti (e a puntate, se no viene un'enciclopedia invece di un post).

Uno. Anche io odio l'idea di un'Italia senza speranza — la odio tanto piu' perche' le scelte personali e professionali che abbiamo fatto anni addietro implicavano la *decisione* di restare, la *scommessa* che di questo paese si potesse fare qualcosa di buono — e il risultato e' che la Rat-family e' un prodotto drammaticamente poco esportabile sul mercato del lavoro europeo. La odio perche' e' una sconfitta personale — perche' io ci ho provato, magari sbagliando, magari facendo solo peggio — ma ci ho messo anni della mia vita a tentare di lavorare perche' l'Italia somigliasse almeno un po' a un paese decente. La odio perche' per tanti versi amo l'Italia — i luoghi, la lingua, il cibo, la luce (tutte quelle cose che piacciono agli stranieri — e forse non e' un caso).
Ma trovo che il paragone con Gagnano non sia calzante. Perche' non e' il degrado materiale quello che mi spaventa e che mi fa sentire terribilmente fuori posto, in questo paese. Certo, quello preoccupa per molti motivi, ma e' figlio di un degrado ben peggiore, di un degrado della convivenza, della decenza quotidiana della vita associata — ben prima che della politica. Questo e' un paese in cui i massacratori di Verona hanno trovato un humus complice e comprensivo nelle famiglie, nelle comunita', nelle compagne di scuola che oggi — intervistate alla tv — dicono che gli assassini erano persone tanto per bene, sempre disposte ad aiutare gli altri. Questo e' un paese in cui una multa per divieto di sosta scatena un tentativo di linciaggio di massa nella piazza piu' bella e vivibile di Torino. Questo e' un paese in cui tutta la popolazione di un comunello del Canavese si coalizza contro un bambino autistico perche' considera suo padre un prepotente. Questo e' un paese in cui Alemanno puo' andare alle Fosse Ardeatine e stare senza apparente imbarazzo nella stessa formazione politica di Ciarrapico. E gli esempi potrebbero riempire pagine e pagine. Se volessi ridurre a una formula semplice, questo e' un paese dove ai diritti si preferiscono i privilegi, i doveri sono sempre e solo quelli degli altri — e nessuno risponde mai di cio' che ha fatto o detto. E' un paese di prepotenti e cialtroni. Il resto vien dietro a questa mirabile accoppiata.
Vien dietro la qualita' infima della nostra classe politica, e il cortissimo respiro delle sue proposte. Vien dietro l'incapacita' di progettare un futuro — perche' i vantaggi non arrivano subito e perche' magari l'uovo oggi sembra piu' promettente. Vien dietro la qualita' desolante dei servizi — perche' nessuno risponde della inefficienza e perche' comunque ci si arrangia per conoscenze ed amicizie ad ottenere cio' che non arriva per la via diretta. Vien dietro il circolo vizioso tristissimo di una spesa pubblica sprecona, di tasse troppo alte per chi le paga ed evase da chiunque materialmente ci riesce — e di politici che cavalcano l'evasione e parlano di ridurre la quantita', ma mai di migliorare la qualita' della spesa. Vien dietro la lagna generalizzata per i prezzi dell'energia, ma l'opposizione strenua al nucleare e ai rigassificatori. E ancora potrei andare avanti per pagine.
Per farla corta su questo punto, credo che la crisi dell'Italia sia soprattutto morale — e che l'Italia non abbia nessuna capacita' e nessun desiderio di tirarsene fuori. E' tutto sommato a suo agio nel brago, e' il suo brago — e magari se ne lagna, ma poi non e' disposta a far nulla per uscirne. Anzi. Tutto questo non ha direttamente a che fare con Berlusconi e con il risultato elettorale. E' connaturato in questo paese. Berlusconi non fa che fare appello alla pancia, agli istinti peggiori — e vince per questo. Vince perche' tendenzialmente asseconda la natura degli Italiani, avendo fatto intimamente proprio l'assunto mussoliniano per cui governarli e' non impossibile ma inutile.
Per un po' di anni ho creduto che questa situazione fosse reversibile — e che lo fosse attraverso la politica. Mi pare che ci siamo bruciati tutti i tentativi, tutti gli strumenti, tutte le formule — e che oggi siamo messi peggio, assai peggio di quando la prima repubblica e' franata sotto le tangenti. Da un paese simile, se si puo', bisogna scappare.

Nelle prossime puntate:
Due. Che cosa chiediamo a un posto, quando pensiamo di andarci a stare?
Tre. Il futuro e i nostri figli.
Quattro. Patriottismo nonostante tutto?
Cinque. E perche' allora sono ancora qui?

Continua


domenica, 23 dicembre 2007
Spe Salvi for dummies
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 5:15 pm

Come promesso, mi sono letto l'enciclica di Benedetto XVI — e mi piacerebbe discuterne con chi e' interessato ad uscire dagli schemi teocon vs. bright. Perche' in una prospettiva del genere invece non c'e' un bel niente da discutere: per i primi e' oro colato, per i secondi carta da cesso. Posizioni legittime — ma che mi interessano tanto quanto quelle degli ultras del Genoa o della Samp.
Premetto: la Spe Salvi mi e' parsa un documento importante — che va ben oltre le discussioni "politiche" sul ruolo della Chiesa nella societa' — e disegna un orizzonte teologico forte. Personalmente ne condivido ben poco — ma e' ovvio, visto che proprio *sul piano teologico* ho smesso di riconoscermi in una prospettiva cristiana diversi anni fa. E' comunque un testo che pone domande significative — e che merita attenzione per quel che dice (e non per come lo usera' la Binetti).

Ma che cosa dice, in sostanza la Spe Salvi — almeno per quel tanto che ne ho capito e che mi e' sembrato importante? Provo a farne un riassuntino — per i dummies come me (se ho scritto qualcosa di non accurato mi corrigerete).
Secondo Benedetto XVI la speranza cristiana trae dalla fede la certezza della sua realizzazione — e quindi e' in se' una speranza che gia' trova compimento e realizzazione *oggi*, nella certezza del credente di essere amato senza condizioni e pertanto redento, indipendentemente dalle condizioni in cui vive. Il contentuto di questa speranza e' appunto la redenzione, la salvezza — una prospettiva di vita felice in un mondo ricondotto a verita' e giustizia; proprio per questo la speranza cristiana non e' un fatto individuale, ma implica una visione del mondo e dei rapporti sociali — e' speranza di redenzione del mondo e non soltanto del singolo. Come tale, implica la fede nella signoria di D-o sul mondo.
Benedetto segnala poi che questa concezione collettiva della speranza cristiana e' stata abbandonata — ripiegando su una lettura puramente individuale — e sostituita dalla fede nel progresso scientifico e nella liberta' politica come strumenti per la salvezza collettiva dell'umanita'. E qui viene il passo che ha suscitato piu' controversie nella discussione sui giornali: secondo il Papa progresso scientifico e liberta' politica, per quanto importanti, non possono redimere l'umanita' — solo D-o puo' farlo.

[mode comment on: Questo e' forse l'unico punto su cui concordo in pieno con l'enciclica. Si puo' essere molto legittimamente convinti che non abbia alcun senso parlare di redenzione: e' la posizione materialista e razionalista, che assume il mondo come (unico) dato di fatto -- niente di ulteriore ha senso. Si puo' credere che il mondo possa essere migliorato, modificato, aggiustato -- ma restando *dentro* i confini di cio' che e' dato. Ma se si crede -- come credo io -- che il mondo che ci e' dato e' irrimediabilmente storto, ingiusto, orrendo -- e che l'azione degli uomini possa tutt'al piu' arginare la sofferenza, ma non eliminarla -- allora o si abbandona la speranza e si tenta al massimo di limitare i danni -- o veramente si spera nell'uscita dal sistema di riferimento -- nella redenzione appunto: che per definizione non puo' venire dall'interno del sistema stesso. Che questa speranza sia ben fondata -- in generale o piu' specificamente all'interno di una prospettiva cristiana -- e' tutt'altro paio di maniche, di cui ho provato a occuparmi con poco successo anni fa. Mode comment off]

Mi pare importante anche la lettura dell'ateismo come una forma estrema di protesta contro l'ingiustizia nel mondo, come rivolta di fronte all'apparente fallimento della teodicea. A questa prospettiva Benedetto XVI risponde ancora una volta con la proposta della speranza cristiana come strumento efficace di redenzione del mondo e non soltanto dell'individuo.

[mode comment on: Sul tema della teodicea mi aspettavo di piu', francamente -- forse perche' lo considero il vero nodo di qualunque discorso religioso -- e un nodo essenzialmente irrisolto. Non riesco a togliermi di dosso la sensazione che il passaggio dell'enciclica sia un po' liquidatorio, sia per la questione dell'ateismo, che mi pare piu' complessa, sia sulla questione del rapporto tra D-o e giustizia *nella storia* e nel mondo. Mode comment off]

L'enciclica si chiude con indicazioni sul modo di vivere la speranza nella preghiera, nell'azione, nella sofferenza e nella prospettiva del giudizio. Temi importanti — ma in un certo senso derivativi rispetto al nodo essenziale che mi pare quello che ho riassunto sopra.
Spero di non essere stato troppo infedele al senso del testo — per quel che ne ho capito. La cosa buffa e' che sul tema della speranza cristiana avevo scritto una cosa quattordici anni fa, quando ancora frequentavo la Chiesa — quando ero piu' presuntuoso e convinto di aver cose da dire — e non solo dubbi e problemi aperti. Sono pagine che non mi convincono piu' completamente, ma siccome non avro' mai la forza di scrivere meglio quel che penso oggi — e nelle linee generali riflettono ancora le mie convinzioni, le metto qui se vi venisse mai voglia di leggerle.


mercoledì, 24 ottobre 2007
Educare un figlio (autistico)
Nelle categorie: It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 7:47 pm

Per chi come noi e' piombato di colpo nel mondo dell'autismo e si trova a dover crescere un pargolo palesemente *diverso da tutti gli altri* — internet e' una risorsa preziosa e una croce terribile. Perche' l'informazione e' la cosa piu' importante — capire e' il primo passo per qualunque tentativo di essere utili ad It — ma la rete e' un bombardamento di notizie in cui c'e' tutto e il contrario di tutto. E per estrarne quello di cui ci si puo' fidare — o che ci puo' servire — ci vogliono attenzione, cultura, pazienza — e una notevole quantita' di saldezza di nervi. Ben inteso, la rete non fa altro che riprodurre la confusione che sul tema dell'autismo regna sovrana anche altrove.
Da un lato c'e' gente — come gli scatenati del DAN!, che hanno ricevuto una mano immeritata e potenzialmente assai dannosa da Beppe Grillo — che sostiene che l'autismo e' una patologia da intossicazione (da mercurio, da vaccinazioni, da metalli pesanti in genere, da glutine, da caseina — o da chissa' che altro) e che rimuovendo l'intossicazione se ne puo' guarire: basta assumere dei farmaci il cui uso non e' raccomandato dalla scienza medica ufficiale e il cui costo e' stellare, cambiare stile alimentare, ecc. ecc. Balle senza alcun fondamento scientifico che arricchiscono qualche praticone e danno un po' di speranza (vana) a qualche famiglia — e talvolta fanno danno.
Dall'altra ci sono le scuole medico-terapeutiche piu' o meno mainstream — che partono dal punto di vista che l'autismo e' una condizione non reversibile, di carattere organico e congenito: non si cura, non se ne guarisce. La sola possibilita' di garantire una vita "normale" a una persona autistica quindi e' intervenire sui suoi comportamenti per modificarli, "ricondizionarla" in modo che sviluppi le abilita' necessarie all'autonomia, alla comunicazione e all'interazione sociale. Ma ricondizionare via software l'hardware difettoso — passatemi l'immagine — e' un'impresa di immensa complessita' e significa intervenire in maniera estremamente massiccia e invasiva nella vita di un bambino: ore e ore di attivita' ogni giorno — con programmi piu' o meno rigidamente scanditi — e prima si comincia meglio e' — e i risultati comunque sono tutt'altro che sicuri.
Gli uni e gli altri pero' sembrano d'accordo su un punto: l'autismo va curato/trattato. Bisogna intervenire sul bambino autistico perche' raggiunga comportamenti normali — o meno anormali possibile.
Ma c'e' chi contesta proprio questo assunto fondamentale. E sono molte persone autistiche — o loro genitori — che rivendicano questa condizione come una diversita' da rispettare e non una patologia da curare. Che sostengono che imporre a un autistico comportamenti da "neurotipico" e' una crudelta', una umiliazione, una negazione della personalita'. Insomma — un vero e proprio abuso: una persona autistica ha un cervello strutturato diversamente, percepisce il mondo in un altro modo rispetto a noi neurotipici — ha sensazioni, emozioni, bisogni fisici e mentali non sovrapponibili ai nostri. La "normalita'" nei comportamenti di un autistico e' nella migliore delle ipotesi una forzatura, un costringere la persona a comportarsi per quel che non e' — e implicitamente a considerare "sbagliato" il suo vero modo di essere. Con quale conseguenza sulla percezione di se' e sull'autostima e' facile da immaginare. Chi si schiera a difesa della neurodiversita' sostiene quindi che l'intervento sulle persone autistiche non deve avere come obiettivo la cura — o lo sradicamento dei comportamenti autistici — ma dev'essere finalizzato esclusivamente ad alleviarne gli handicap sociali: favorire la comunicazione, sostenere l'autonomia. Ma lasciare che le persone autistiche continuino a vivere come tali — e che siano rispettate come tali.
Devo confessare che e' questo il punto di vista che piu' mi pare sensato — e piu' rispettoso di It. D'altronde e' difficile trovare il giusto limite tra l'intervento indispensabile e quello che diventa invasivo — specie se devi decidere per un figlio — correre il rischio che non apprenda a parlare, a controllare i propri bisogni fisiologici, a stare in mezzo ad altre persone. Non tentare di tutto per rendere possibile la sua indipendenza nel mondo — e' una scelta che credo nessun genitore possa fare senza una immane sofferenza — e forse non ha nemmeno il diritto di farla.
Non ho risposte su questo. Non so fino a che punto l'amore per nostro figlio deve spingerci sulla via di cercare di minimizzare il suo autismo e di farlo assomigliare il piu' possibile a una persona "normale" — o viceversa ad accettare fino in fondo la sua diversita' e a fare in modo che possa *il meglio possibile* vivere da diverso. E a dire la verita' non so nemmeno troppo bene quali differenze ci sono tra questi due approcci quando si passa dalla teoria alle cose da fare.
C'e' soltanto un elemento di riflessione a cui finora sono arrivato. Ed e' che educare un figlio, neurotipico o no, e' *comunque* imporgli dei modelli di comportamento socialmente accettabili, insegnargli le regole secondo cui vive la comunita', fargli conoscere ed accettare le necessita' del mondo in cui vive. Non c'e' nulla di spontaneo in questo — e c'e' un discreto grado di costrizione *comunque*: nessun bambino impara spontaneamente a fare la popo' nel vasino, a non fare le pernacchie alla gente, a non gridare dove bisogna fare silenzio, a non prendere il giocattolo del proprio vicino al parco giochi — e cosi' via crescendo. Piu' importante ancora: nessun bambino (e nessun ragazzo e nessun adulto) impara spontaneamente il rispetto degli altri — dei loro bisogni e delle loro percezioni — e la capacita' simmetrica di pretendere pari rispetto: anche in questo c'e' un percorso educativo, fatto di apprendimento e spesso di forzatura — solo con il tempo quella forzatura viene interiorizzata — e diventa parte di noi. Questa roba si chiama, in fondo, cultura.
Al tempo stesso — educare un bambino — e poi un ragazzo — vuol dire lasciarlo diventare cio' che e' — lasciare che scopra le sue tendenze — i suoi modi di essere — le sue peculiarita' — che affermi il suo modo di stare nel mondo — e non mettersi troppo in mezzo.
Non so se questo equilibrio, gia' cosi' difficile nell'essere genitori di un figlio che percepisce e pensa come noi, si riesce a mantenere con un figlio tanto radicalmente diverso da noi. Ma forse e' la sola strada che abbiamo davanti — e il brutto e' che anche se arrivi a capire il principio nessuno ti dice quali sono le cose giuste da fare per metterlo decentemente in pratica.

P. S. Se non ci sono link al DAN! e a Beppe Grillo, non e' che me li sono dimenticati — e' che certa gente non la voglio proprio linkare — niente pubblicita' nemmeno per sbaglio.


mercoledì, 10 ottobre 2007
"I'm not very bright, l guess."
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 3:01 pm

(Come avrebbe detto Marilyn, I guess)

Come dicevo un po' di tempo addietro, sono incappato in una discussione con un gruppo di bright. So che non mi ci dovrei mai ficcare, perche' finiscono sempre allo stesso modo: loro ti rinfacciano l'immacolata concezione e l'intelligent design — tu ti inalberi e cerchi di spiegare che il pensiero religioso non e' necessariamente fondamentalista (almeno non in quel senso) — loro ti rispondono che l'unico criterio di verita' del pensiero e' il metodo scientifico ecc. ecc. Discussione inutile — su binari predefiniti — e destinata a lasciare ognuno ferreamente convinto delle proprie ragioni — ma soprattutto dei torti attribuiti all'altro. Tanto e' vero che e' finita in un bel flame.
Solo che — non riuscendo a spiegarmi li' — mi e' venuta voglia di provare a chiarire qui (anche a me stesso) quel che penso. Ci ho messo un sacco di tempo a ruminare 'sta roba (un po' meno di Simonide, ma mica poi tanto) — e alla fine quel che ho scritto mi pare assolutamente incompiuto e parziale. Ma in fondo e' il bello del blog: posso sempre tornarci sopra, correggere, cambiare idea. Soprattutto se qualcuno ha voglia di ragionarne con me.

Zero. Ho scritto altrove che sono convinto che una scelta religiosa non puo' che essere integrale e non puo' che essere il fondamento della vita di una persona — e in questo senso sono un po' diffidente del modo in cui correntemente si usano i termini integralismo e fondamentalismo. Tuttavia — per chiarezza di argomentazione — adotto qui le definizioni piu' o meno standard: in questo post si parla di fondamentalismo intendendo la posizione di chi considera i dettami religiosi e/o i testi sacri di una religione interpretati letteralmente quale unico fondamento della sua visione del mondo, della sua etica e dei suoi comportamenti. Come integralismo intendo qui l'atteggiamento di chi ritiene che il fondamento religioso della sua interpretazione del mondo deve avere una applicazione integrale — e quindi valere erga omnes, incondizionatamente e senza eccezioni.

Uno. Con me — a parlar male di integralisti e clericali si sfonda una porta spalancata. Sono convinto che esista una forsennata offensiva oscurantista in questi anni, in Italia e nel mondo, che fa del male alla convivenza collettiva e mina alcune delle conquiste fondamentali della nostra civilta': la laicita' delle istituzioni, il pluralismo, la liberta' di coscienza — e perfino il senso piu' vero della religiosita'. E sono assolutamente equanime nel rifiutare integralisti cattolici, protestanti, ebrei, musulmani e chi piu' ne ha piu' ne metta. Anzi, forse mi stanno piu' vigorosamente sulle palle quelli vicini alle tradizioni religiose a cui mi sento affine, per cultura di nascita o per scelte — se non altro perche' mi accorgo piu' facilmente di quanto le loro posizioni non reggano a volte nemmeno sul piano teologico.
Quanto alle posizioni fondamentaliste — mi fanno proprio orrore — perche' sono frutto di una ignoranza dei meccanismi essenziali del pensiero religioso stesso — e finiscono — nella ricerca di una fedelta' letterale ai testi — per tradire nella maniera peggiore il senso, il valore di ogni racconto/discorso religioso. Quindi se qualcuno pretende di leggere la Bibbia (o il Corano o qualunque altro testo sacro) alla lettera e di trarne conclusioni che non tengono conto delle modalita' della narrazione, della cultura che lo ha generato, del tempo trascorso e cosi' via — secondo me fa torto prima di tutto all'intelligenza di D-o, poi alla sua, e infine a quella di tutti noi.
Aggiungo che in molti casi integralismi e fondamentalismi mi paiono non solo sbagliati ma in malafede, figli di un calcolo di potere e di una volonta' di sopraffazione, piu' che di effettiva convinzione interiore di fare la volonta' di D-o. Non che chi e' veramente convinto mi piaccia tanto di piu' — scegliere fra banditi e stupidi e' una brutta gara…
Ma a differenza dei miei interlocutori bright trovo ingiustificato fare d'ogni erba un fascio e buttar via il pensiero religioso tout court insieme agli eccessi del fondamentalismo o delle superstizioni vecchie e nuove. Si puo' fare (in buona o cattiva fede — e mi si perdoni l'involontario gioco di parole) un uso assai distorto della religione — cosi' come si puo' fare un uso assai distorto della scienza. Ma come il dottor Mengele non dimostra la fallacia del pensiero scientifico — cosi' il mullah Omar o il reverendo Falwell non possono essere usati per negare generalmente il valore del pensiero religioso. Credo di dire un'ovvieta' — ma sono un po' stufo di sentirmi rimproverare dagli scientisti duri e puri i crimini commessi in nome della religione.

Due. Su un altro piano: il pensiero scientifico piu' acuto da piu' di cinquant'anni almeno ha superato l'illusione positivista di poter dare una rappresentazione oggettiva, completa e coerente del mondo — e di essere quindi il canale privilegiato per la lettura, o addirittura per la definizione della realta'. Non voglio (e non ho gli strumenti per) fare una breve storia dell'epistemologia novecentesca in un post — ma credo che il consenso su questo punto dovrebbe essere facilmente raggiungibile. Nei modi che gli sono peculiari, il pensiero scientifico ha riconosciuto di essere un pensiero *debole*, cui sfugge la possibilita' di una piena padronanza del reale. Lo stesso percorso hanno compiuto contemporaneamente i filosofi — e perfino gli ambienti piu' avanzati della speculazione teologica (certo non Ratzinger — ma questo e' un *suo* problema intellettuale). A partire dal riconoscimento di questa intrinseca debolezza della capacita' umana di pensare il mondo, credo fermamente che diversi modelli di indagine abbiano — ciascuno nella sua direzione e con i metodi che gli sono propri — piena e diversa legittimita' ognuno nel proprio ambito. Percio' la religione fa molto male a tentare di entrare nel campo della scienza, di cui non padroneggia gli strumenti — o della politica — che si fonda su regole autonome. Ma la scienza deve ammettere la propria impotenza di fronte alle domande fondamentali dell'uomo — le domande sul senso della nostra stessa esistenza, che a rigor di metodo non e' nemmeno in grado di porsi. E che invece sono domande a cui e' difficile sfuggire — e che possono essere meglio affrontate con gli strumenti del pensiero mitico-religioso (o della letteratura — o dell'arte — o della filosofia, se e' per questo): sempre che si abbia la capacita' di riconoscere questi strumenti e di impiegarli correttamente — ma di questo diro' qualcosa in seguito.
A farla corta — credo che sia un atteggiamento sano ammettere che nessun metodo e nessun modello di indagine sul mondo e' capace di arrivare dappertutto. Ognuno fa luce su frammenti, su prospettive piu' o meno ampie — ma non e' abbastanza potente da illuminare l'intero quadro. E' troppo chiedere a tutti, scienziati, teologi, letterati, filosofi l'umilta' di riconoscersi *deboli* — e di accettare la legittimita' dell'apporto dell'altro?

Tre. Vedo un certo integralismo parareligioso nell'ateismo militante. Mi spiego meglio. L'esistenza o meno di D-o e' — con gli strumenti del pensiero razionale — un indecidibile. Non e' dimostrabile ne' il si' ne' il no. Di conseguenza il solo atteggiamento razionale e scientifico di fronte alla questione e' un ignoramus — e a voler essere rigorosi dovrebbe valere la proposizione che chiude il Tractatus: "Su cio' di cui non si puo' parlare, si deve tacere". Ogni passo in piu' e' un'adesione fideistica a una tesi non dimostrata. Che mi sta bene — a patto che la si riconosca per tale. E che si riconosca che la posizione del credente e quella dell'ateo sono speculari e perfettamente equivalenti.
Credere o non credere e' — da questo punto di vista — davvero la scommessa di Pascal. La scommessa di Pascal nel senso di assumersi il rischio intellettuale di andare oltre la certezza — di gettarsi oltre il perimetro di cio' che possiamo *sapere*. Certo, non e' una "scelta" in senso stretto, un puro atto di volonta' — la nostra condizione di credenti o di dubbiosi o di atei dipende spesso da fattori che sfuggono alla sfera puramente intellettiva — la fede e' come l'amore (in fondo e' una forma di amore): non si inventa se non c'e'; un cristiano qui parlerebbe di grazia — ma apriremmo un altro capitolo complicato, che non mi sento di affrontare. Sono fermamente convinto, pero', che sia una scelta lasciare aperta o no la possibilita' di una prospettiva religiosa nella propria vita: qui sta la scommessa, per chi la vuol fare in un senso o nell'altro.

Quattro. Il pensiero religioso segue logiche proprie, fondamentalmente quelle del mito. E bisogna saperle leggere, per giudicare. Il pensiero mitico-religioso non e' un pensiero erroneo, o primitivo, o ingenuo. E' una modalita' di lettura del mondo che ha le sue vie, i suoi strumenti, i suoi fini. Il mito (e per mito intendo, sia ben chiaro, anche i racconti della Bibbia o del Corano o di qualunque altro libro sacro) non e' una favoletta — ma e' un racconto paradigmatico, un modo di raccontare il perche' del mondo come e' e di fondare i comportamenti delle persone in quel mondo. Certo, la mentalita' mitico-religiosa pretende che siano *vere* le storie che racconta — non le considera semplici allegorie o apologhi morali. Ma si tratta di una verita' *normativa*, piu' che di una verita' fattuale: e' vero il mito in quanto e' vero cio' che significa — non necessariamente in quanto sono veri tutti gli avvenimenti di cui parla. C'e' una formula folgorante di un filosofo della religione della tarda antichita', Salustio, che dice "Queste cose non accaddero mai, ma sono sempre". Questo ha due conseguenze, tra mille piu' importanti: che le interpretazioni letterali dei racconti sacri sono *sbagliate* perche' non colgono il tipo di verita' insito nel mito — e che insistere sull'implausibilita' logico-fattuale di un racconto sacro non ne scalfisce di una virgola il valore di verita'. In altre parole: dire che Maria ha concepito Gesu' senza un rapporto sessuale con un uomo, ma per l'intervento dello Spirito Santo, e' un modo narrativo per dire che Gesu' e' nello stesso tempo uomo e D-o — che e' figlio di una donna mortale e di D-o stesso. La verita' di cronaca e' un dettaglio — poco piu' che un pettegolezzo.
Io credo che il pensiero mitico-religioso abbia una legittimita' non inferiore a quella del pensiero scientifico, se ognuno resta nel suo ambito. E non mi sento un oscurantista se nella mia ricerca di senso resto in ascolto — cerco di essere attento alle possibilita' offerte da questo tipo di pensiero.
Detto questo, niente implica che la scelta religiosa avvenga nelle forme delle religioni rivelate. Ma le religioni rivelate sono un immenso patrimonio di paradigmi — una ricchezza che attraversa millenni di storia umana e che fa parte in maniera profonda del nostro tessuto di identita'. Difficile sottrarsi — in una prospettiva religiosa — alla convinzione che l'Altro veramente parli dentro quel patrimonio. E al bisogno di ascoltarlo. Ancora piu' difficile — e forse futile — tentare di percorrere strade diverse: anche in questo, essere nani sulle spalle di giganti val piu' che stare a scrutare l'orizzonte dal basso della propria solitaria statura.

Cinque. Proprio perche' si snoda in racconti — in miti — alla fin fine nell'esperienza religiosa la *fede* occupa un posto assai marginale — cosi' come le manifestazioni vere o presunte del soprannaturale. Conta molto di piu' l'adesione etica al mondo che quei racconti tratteggiano — e prima ancora la convinzione di essere o meno autosufficienti e compiuti. E conta stabilire – nelle forme del pensiero mitico-religioso — una relazione con l'assolutamente Altro da noi — una relazione personale diretta e fondante della nostra esistenza (fondante e integrale — che non e' meno esigente ma e' ben diverso da integralista e fondamentalista).

Conclusioni provvisorie. Dove sono io? Nel mezzo del dubbio. Di domande che non ammettono ne' la risposta semplicistica dei bright — ne' il semplice aderire a una prospettiva religiosa. So che non siamo autosufficienti — che un barlume di senso si puo' immaginare solo di fronte a un Altro (il λόγος πρὸς τὸν Θεόν, "la parola posta di fronte a Dio" del vangelo di Giovanni) — non riesco a trovare un cammino — anche perche' non posso che scontrarmi con il *vero* problema di una scelta religiosa che non e' quello della fede, ma quello della teodicea — e quello della responsabilita' (e di qui viene la mia sempre crescente lontananza teologica dal Cristianesimo — ma questa e' un'altra storia, che porterebbe troppo lontano).

Post scriptum. Giusto per chiarezza, anche se forse si capisce da quel che ho scritto. Credo che Ratzinger abbia assolutamente torto quando dice che la scienza senza D-o e' una minaccia. Credo l'esatto contrario — che scienza e religione debbano, come stato e Chiesa, restare rigorosamente separati e ciascuno sovrano nel proprio modo di comprendere il mondo — ogni commistione dei linguaggi e delle logiche non puo' che essere deleteria. Certo — e' difficile pensare a una ricerca scientifica applicata che non sia guidata da un'etica — ma certo non puo' essere la fede a dettare quest'etica — meno che mai una specifica religione rivelata, con la pretesa di imporre la propria etica a tutti.
Detto questo, cancellare il problema etico o far finta che non ci sia e' certamente una cattiva idea per chi si occupa di tecnica (piu' che di scienza pura) — e varrebbe la pena di rifletterci, al di la' delle prediche del Papa.


domenica, 16 settembre 2007
Fantapolitica
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 2:02 am

Torno sulla lettera del ministro Fioroni, perche' l'incazzatura non mi e' passata. E siccome non mi piace criticare e basta, provo a far finta di essere io il ministro e di rispondere come credo che un ministro dovrebbe rispondere. Senza vendere sogni, ma con ipotesi concrete. Senza gettare fango sulle istituzioni e senza smentire le scelte fatte, ma proponendo soluzioni graduali per uscire dal problema. La risposta *politica* di un ministro: non quella di un rivoluzionario o di un visionario, ma nemmeno quella di un cialtrone ipocrita.
Ovviamente le misure che propongo possono essere tutte sbagliate — e si puo' discutere su tutto. Ma il mio e' un semplice esercizio retorico per far capire che tipo di atteggiamento mi aspetterei da chi ha responsabilita' di governo.

Cara signora xxx,
la sua lettera non mi ha sorpreso, purtroppo, perche' sono consapevole che la scuola italiana non e' stata in grado di fare abbastanza per i suoi alunni diversamente abili. Le ragioni sono molte e vanno dalla carenza di fondi e di strutture alla scarsa cultura dell'integrazione che ancora permane in alcune parti del nostro sistema educativo. Come ministro ho assunto personalmente decisioni che non hanno aiutato a migliorare questa situazione, perche' costretto dall'esigenza di ridurre in breve tempo le spese del mio Ministero. Sono state scelte dolorose di cui non si puo' andare fieri, ma che hanno avuto una precisa necessita' di bilancio.
Ritengo tuttavia che la scuola italiana, che ha fatto la scelta coraggiosa di integrare gli alunni disabili nelle classi e di non tenerli separati dai loro compagni, abbia in se' un'eccellenza di modello che deve essere sostenuta da interventi e risorse adeguati. Non posso promettere che nei prossimi anni ci sara', come pure riterrei auspicabile, un insegnante di sostegno per ogni alunno disabile che ne ha necessita': si tratterebbe di piu' di sessantamila nuovi docenti con un costo annuo per la Pubblica Amministrazione di circa due miliardi e mezzo di euro, una cifra che non e' compatibile con le condizioni economiche del Paese. Tuttavia posso promettere che la mia azione di governo puntera' ad invertire la tendenza ed a garantire la crescita di risorse reali per la scuola, con particolare attenzione a tutte le misure che — a norma della nostra Costituzione — contribuiscono a "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Per essere concreto, Le illustro alcune misure che il mio Ministero adottera' a partire dal prossimo anno scolastico 2008-2009:
1. Aumento del 5% dei posti di insegnanti di sostegno (costo stimato: 160 Mln). E' poco, ma e' oggettivamente difficile fare di piu' in un anno e l'obiettivo e' di iniziare un trend che dovra' continuare negli anni a venire.
2. Creazione di un fondo speciale per l'integrazione degli alunni disabili, che sara' distribuito per iniziative legate all'autonomia scolastica e finalizzate a migliorare i servizi per gli alunni portatori di handicap. Tale fondo avra' una dotazione di 2000 euro per alunno disabile (costo stimato: 340 Mln).
3. Attivazione di percorsi di formazione sull'integrazione dei disabili (mirati alle situazioni concrete) per 10.000 docenti delle scuole di ogni ordine e grado (costo stimato 10 Mln).
Come vede, queste iniziative avranno un costo molto rilevante, che la comunita' nazionale dovra' coprire adeguatamente.
A tal fine intendo proporre l'istituzione di un contributo obbligatorio per l'integrazione a carico delle famiglie, nella misura media di 20 euro per alunno delle scuole di ogni ordine e grado. So che si tratta di una mossa impopolare — ma le somme richieste ad ogni famiglia sarebbero oggettivamente esigue (e distribuite progressivamente in base al reddito) e d'altronde la massa finanziaria raccolta (circa 180 Mln) costituirebbe un elemento importante per rendere realizzabili i progetti che ho esposto sopra.
Resterebbero da finanziare comunque circa 330 Mln di euro, che possono essere reperiti o reindirizzando il 5% della quota del cosiddetto "tesoretto fiscale" destinata alla spesa sociale o in Finanziaria 2008 rinviando e/o limando le ipotesi di riduzione dell'ICI e di altre imposte. So che anche in questo caso si tratterebbe di una misura impopolare, ma credo che dovremmo tutti tenere a mente la citazione delle "Leggi" di Platone che abbiamo inscritto in epigrafe del DPEF 2008-2011 e che ispira le linee di azione del nostro governo:

E' difficile innanzitutto sapere che e' necessario per un'autentica arte politica prendersi cura non dell'interesse privato, ma di quello pubblico – infatti l'interesse comune lega insieme le citta', quello privato le dilania -, e capire che l'interesse comune, se e' ben stabilito, e' utile tanto all'interesse comune quanto a quello privato, ad ambedue in sostanza, molto piu' di quello privato.

So che le misure che qui ho tratteggiato non saranno sufficienti a risolvere a livello di sistema i problemi che Lei ha indicato nella sua lettera. Credo tuttavia che potra' convenire con me che sono un insieme di provvedimenti importante e tale da dare un segnale della volonta' della scuola italiana di essere all'altezza della scommessa impegnativa dell'integrazione, che e' una prassi di assoluta eccellenza mondiale e che e' intenzione del Governo sostenere con tutti i mezzi disponibili.
So anche di poter contare sull'attenzione e sulla collaborazione di tutti i docenti e di tutti i genitori che — come Lei — sono impegnati nel duro ed esaltante compito di far crescere bene i nostri ragazzi, disabili o no.
Cordialmente,
Il Ministro della Pubblica Istruzione

A margine un po' di fonti:
Statistiche sulla popolazione scolastica
Statistiche sulla disabilita' nella scuola e sul numero di insegnanti di sostegno
DPEF 2008-2011


martedì, 8 agosto 2006
Un provvisorio punto della situazione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 2:42 pm

In questi giorni ho accumulato un po' di letture e di riflessioni sulla guerra in Libano. Se come temo alcuni link sono nel frattempo andati offline, segnalatemeli: ho fatto copie locali di tutti gli articoli.

A volte essere buon profeta e' tanto facile quanto spiacevole. Israele sta perdendo la guerra in Libano:
- la sta perdendo sul terreno, innanzi tutto: Haifa e il nord del paese sono sotto attacco quotidiano da perte dei razzi di Hezbollah, le perdite sono alte, i progressi poco visibili — e il fattore tempo non gioca a favore di Israele.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi militari (anche perche' non erano chiari e definiti in partenza), come riferiva gia' il 5 agosto questo interessante reportage di Libération: i soldati catturati continuano ad essere nelle mani di Hamas e di Hezbollah, le capacita' militari della milizia sciita libanese non sono state annientate, anche se certamente hanno subito qualche ridimensionamento, la "fascia di sicurezza" che Israele vuole nel sud del Libano e' tutto tranne che assicurata; solo un'escalation ulteriore del conflitto, con l'attacco alle retrovie di Hezbollah nella valle della Bekaa e con azioni su larga scala volte alla demolizione sistematica dell'infrastruttura logistica, potrebbe a questo punto dare ad Israele una vera vittoria sul piano militare. Gia' qualche giorno fa un analista serio come il generale Jean sulla Stampa si era espresso in questo senso [non trovo l'articolo online; questo, del 26 luglio, dice cose in parte analoghe]; oggi perfino un giornale di sinistra come Ha'aretz, che pure avanza forti riserve sul senso e la conduzione della guerra, caldeggia l'escalation, proprio a partire dalla constatazione della sconfitta sul campo:

Let there be no doubt: Despite the efforts of the prime minister and IDF generals to enumerate the IDF's achievements, the war as it approaches its end is seen by the region and the world – and even by the Israeli public – as a stinging defeat with possibly fateful implications.

Tuttavia l'escalation avrebbe rischi e costi politici, militari ed umani difficilmente sostenibili: e' da sperare che ad Israele manchino il tempo e la volonta' politica per andare in questa direzione.

- la sta perdendo sul piano degli strumenti diplomatici: tanto che la bozza di risoluzione ONU — che pure e' frutto di un compromesso molto favorevole a Israele — arriva perfino a prevedere che lo stato ebraico faccia concessioni territoriali (la questione delle "fattorie di Sheba", per la cui importanza rimando a questo articolo apparso oggi su L'Orient-Le Jour di Beirut); nell'ipotesi disegnata dal primo ministro libanese Siniora il dispiegamento dell'esercito nel sud del paese avverra' con il consenso di Hezbollah e quindi la milizia sciita avra' modo di conservare il suo potenziale offensivo. Inutile dire che il massacro di Qana e' stato determinante nell'alienare ad Israele i consensi internazionali necessari a una soluzione per lei positiva. In questo senso ho trovato illuminante un articolo di Nehemia Shtrasler uscito su Ha'aretz del primo agosto:

Now, after the tragic events in Qana, which killed some 60 civilians, even Israel's greatest ally has changed direction and says it wants a speedy cease-fire. [...] Based on what has happened in the field, nothing remains of the grandiose goals of the beginning of the war.
Soon we will start to long for the excellent agreement offered by the G-8 at the beginning of the war. Today, it, too, is unattainable.

- la sta perdendo sul piano della percezione nazionale: il fronte interno mostra, pur nel sostegno generalizzato all'azione militare, segni di nervosismo e di perdita di coesione. L'opinione pubblica israeliana *si sente* sconfitta di fronte alla capacita' di Hezbollah di reagire e di continuare a colpire. Ze'ev Sternhell gia' il 3 agosto definiva quella in Libano "The most unsuccessful war".
In queste condizioni, tra l'altro, anche l'attuazione del piano di convergenza del governo Olmert si dimostrera' particolarmente difficile, perche' avranno buon gioco gli avversari di qualunque ritiro dal West Bank ad invocare il doppio precedente del Libano e della Striscia di Gaza: territori — sosterranno — da cui Israele si e' ritirato unilateralmente e dai quali viene una minaccia forte alla sicurezza dei cittadini, che nemmeno una guerra su larga scala e' in grado di neutralizzare.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi politici: il consenso per Hamas in Palestina e' alle stelle (al 55% secondo un sondaggio riportato da Repubblica lo scorso 7 agosto) — e i moderati palestinesi sono chiusi all'angolo; in Libano Hezbollah e' il partner determinante per definire la cessazione delle ostilita' ed ha riguadagnato favore e solidarieta' presso la popolazione e presso la classe politica. Il primo ministro Siniora non esita a dire che gli obiettivi di Hezbollah sono gli obiettivi di tutti i Libanesi e che senza l'accordo di tutti i partiti non ci sara' alcun invio di forze internazionali nel sud del paese: se pure dovra' ridurre il proprio potenziale militare dopo il cessate il fuoco, il partito sciita ha gia' riguadagnato ampiamente sul piano politico quel che perdera' sul piano degli armamenti. Il risultato e' che il governo Olmert si trovera' una Palestina in cui il prestigio di Hamas non sara' piu' discutibile e un Libano in cui l'unita' politica delle varie fazioni avra' come comune denominatore l'avversione a Israele. Amir Oren traccia cosi' il quadro di chi e' il vero vincitore del conflitto, ad oggi:

In Western terms, if the cease-fire resolution is accepted in its current formulation, then Nasrallah lost the confrontation with Israel during the past month. In Eastern terms, which are the ones that really count in this part of the world, he only improved his position by taking a step backward in anticipation of the next round. The cease-fire depends on the agreement of the government of Lebanon and, at this point, that depends on Nasrallah. If the world is impatient to close the Lebanese case and move on, Nasrallah is capable of giving it and Israel the runaround – and of racking up further concessions. He exists, therefore he is important.

A titolo di provvisoria conclusione: Israele e' entrata in questa guerra con obiettivi mal definiti e senza una strategia politica, rispondendo in termini puramente militari a un'aggressione politicamente assai meditata da parte di Hamas e di Hezbollah. Com'era ovvio, sono stati questi ultimi a trarne vantaggio. Come suggerisce Akiva Eldar in questo articolo, c'e' una sola cosa che il governo Olmert potrebbe fare per rovesciare il tavolo e garantirsi una soluzione politicamente vantaggiosa del conflitto: riaprire le trattative tanto con la Siria per il Golan, quanto con i Palestinesi per la cessazione dell'occupazione — allargando all'improvviso l'orizzonte, e chiedendo con assoluta fermezza nello stesso tempo che la comunita' internazionale garantisca la sicurezza rispetto alle ambizioni nucleari dell'Iran, Israele potrebbe ottenere molto di piu' che con la guerra anche sul difficile terreno libanese. Ma a Gerusalemme tira tutt'altro vento — e nulla di simile accadra'.


mercoledì, 19 luglio 2006
Le strane simmetrie di una guerra asimmetrica
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 12:36 pm

Premetto : non credo che abbia senso stare da una parte o dall'altra nella(e) guerra(e) tra Israele e i suoi vicini. Nella migliore delle ipotesi hanno torto marcio tutti. Quindi non spendero' una sola parola per dire chi ha ragione (d'altronde si sprecano quelli che lo fanno) — la mia empatia con Israele e' nota anche ai sassi e non viene certamente meno adesso che (non dimentichiamolo, nonostante l'asimmetria della risposta) e' stata aggredita: ma l'ultima cosa di cui Israele ha bisogno sono volenterosi supporter. Cerco invece di fare qualche qualche riflessione — e di capire cui prodest. Segue pippone.

Cominciamo con una novita': Israele sta subendo pesanti sconfitte nella guerra che si combatte ai suoi confini settentrionali e meridionali. Certo, il conto delle vittime e delle distruzioni farebbe sembrare il contrario, ma siamo in una guerra asimmetrica, in cui il vantaggio e lo svantaggio dei contendenti si misura su metri diversi:
- Gli scontri di frontiera a Gaza e al confine libanese sono costati all'IDF numerosi morti (una dozzina, se non ricordo male) e tre soldati fatti prigionieri (il termine rapiti mi pare improprio, trattandosi di combattenti): si tratta di una sconfitta cocente, sia sul piano strettamente militare, perche' l'esercito ha dimostrato di essere vulnerabile ad attacchi che dovrebbe poter fronteggiare senza difficolta', sia sul piano politico, perche' i soldati catturati danno *comunque* un forte potere di scambio ai nemici palestinesi e libanesi, sia infine sul piano propagandistico, perche' Hamas ed Hezbollah si accreditano come forze capaci di colpire Israele dove fa male: un risultato importante presso le opinioni pubbliche arabe, ma anche presso quella israeliana.
- La corvetta Hanit — una delle navi di punta della piccola ma robusta marina israeliana — e' stata colpita da un obsoleto missile di fabbricazione cinese lanciato da Hezbollah al largo delle coste libanesi: esagerando un po' — ma tanto per capirci — e' come se avessero abbattuto un aereo con arco e frecce. Ci sono stati quattro morti nell'equipaggio, la nave ha subito danni piuttosto gravi e ha rischiato di essere affondata. Per una marina militare che non subiva perdite in combattimento almeno dalla guerra del Kippur e' un colpo mica da poco, che sta sollevando un vespaio di polemiche in Israele.
- Haifa e' ormai sistematicamente oggetto dei bombardamenti di Hezbollah. Il lancio di razzi sul territorio israeliano non e' una novita', ma finora si era limitato alle zone di frontiera e a piccoli centri come Sderot a sud o Qiryat Shmona a nord: Haifa e' nel cuore del paese ed e' la terza citta' di Israele, dopo Tel Aviv e Gerusalemme. E' un salto di qualita' anche rispetto agli attentati suicidi, proprio perche' implica una capacita' *militare* di colpire, una vera e propria simmetria, nella guerra asimmetrica, tra Israele e i suoi nemici*.

La strategia militare israeliana si fonda da dopo il 1948 sulla capacita' di portare la guerra sul territorio nemico, senza permettere che il nemico la porti in Israele. Si tratta di una strategia — vorrei farlo notare — assolutamente *difensiva* e non offensiva, che parte da due constatazioni di fatto: la prima e' che Israele non ha spazio da cedere in una guerra (se si combatte sul suo territorio vuol dire che gli obiettivi fondamentali sono gia' persi); la seconda e' che, nel bilancio delle forze in campo, non ha uomini da perdere nello scontro, e che ogni vittima militare o civile non e' rimpiazzabile (quindi ogni morto israeliano "pesa" di piu' di quelli nemici: non e' razzismo o disprezzo dell'altro — e' una banale constatazione demografica**). Questo implica che IDF sia (ed appaia) sostanzialmente invincibile: altro non e' il famoso "muro di ferro". La guerra in corso sta mettendo in crisi proprio la percezione di invulnerabilita' dell'IDF e questo spiega probabilmente la violenza della reazione israeliana: e' un tentativo di ristabilire, sul terreno e in termini di immagine, l'asimmetria strategica su cui si fonda la sicurezza (e la percezione di sicurezza) del paese. In questo senso si tratta di una risposta necessitata, per non dire di un riflesso condizionato.

Tuttavia, scatenando una campagna militare su vasta scala, Israele risponde di fatto in maniera *qualitativamente* simmetrica e prevedibile, anhe se *quantitativamente* asimmetrica, all'offensiva nemica. Di fatto, sta ballando sulla musica suonata da Hamas ed Hezbollah. Sono i movimenti islamisti che hanno l'iniziativa e che definiscono il terreno dello scontro secondo quanto conviene loro: clausewitzianamente, fanno della guerra la continuazione della politica con altri mezzi, cosa che Israele non pare capace di fare. Tra le molte asimmetrie della guerra in corso, questa e' forse la piu' significativa: Israele ha la forza militare ma non la capacita' politica per vincere, Hamas e Hezbollah non hanno altrettanta forza militare, ma usano quella del nemico per garantirsi vantaggi politici significativi:
- Il governo di Hamas era in grave difficolta' politica e aveva dovuto accettare il referendum voluto da Abu Mazen sul "piano dei prigionieri" (il cui esito, verosimilmente, avrebbe costituito un riconoscimento de facto di Israele): l'attacco al posto di frontiera e la cattura del caporale Gilad sono chiaramente stati un tentativo (perfettamente riuscito) di sabotare il processo politico. La risposta pesantissima di Israele ha infatti ricompattato l'opinione pubblica palestinese intorno alle posizioni piu' dure e seppellito l'ipotesi del referendum, togliendo i falchi di Hamas dall'angolo.
- Hezbollah stava subendo fortissime pressioni per disarmare le proprie milizie — l'attacco israeliano al Libano sta indebolendo il governo di unita' nazionale e parallelamente restituendo un ruolo forte alla Siria; per di piu' in questo contesto la richiesta di disarmo della milizia suonerebbe all'opinione pubblica libanese come una resa al diktat del nemico israeliano e non come un necessario passaggio per la pacificazione nazionale. Anche in questo caso, Israele sta facendo un grosso regalo politico ai suoi nemici.

Per concludere: se l'obiettivo di Olmert e' la sicurezza attraverso l'indebolimento dei movimenti estremisti islamici — o a maggior ragione se l'obiettivo e' il disimpegno dai Territori e la nascita di uno stato palestinese con cui convivere in ragionevole sicurezza — la reazione militare di questi giorni e' una risposta perdente, perche' rafforza gli avversari arabi ed israeliani di quella prospettiva. Ma se l'obiettivo fosse, simmetricamente alle esigenze di Hamas e di Hezbollah, perpetuare l'insicurezza e congelare sine die ogni processo politico — allora il governo israeliano avrebbe fatto la scelta migliore. Per ottenere che cosa? per poter arrivare alla definizione unilaterale dei confini di Israele e quindi all'annessione, riconosciuta dalla comunita' internazionale, della maggior parte degli insediamenti nel West Bank. Ma di questo, cioe' del "piano di convergenza", parlero' un'altra volta, se trovero' il tempo…

* Vorrei per altro far notare che Hamas ed Hezbollah hanno avviato le ostitlita' attaccando per lo piu' obiettivi militari: i posti di frontiera, le unita' combattenti nemiche, i centri logistici come la stazione merci di Haifa, ecc. Hanno cioe' alzato il livello dello scontro colpendo simbolicamente (ma non solo simbolicamente) bersagli "simmetrici", obiettivi di guerra e non di attacchi terroristici. Anche il bombardamento di obiettivi civili, per altro, non e' che un'immagine simmetrica (non voglio dire una risposta) di quelli che Israele conduce sistematicamente nei Territori e in Libano (penso alla distruzione di centrali elettriche, ponti, edifici pubblici — e alle perdite civili connesse): in altri termini, i nemici di Israele stanno conducendo una guerra il piu' possibile "simmetrica" — l'asimmetria e' se mai nella rappresentazione che ne danno i media occidentali: se Israele bombarda i sobborghi o il porto di Beirut colpisce obiettivi militari (cosi' il GR RAI un paio di giorni fa); se Hamas colpisce i militari di un posto di frontiera israeliano e' un attacco terroristico.
(Non sto dicendo — per favore non fraintendete — che Hamas fa bene e/o che Israele fa del terrorismo. Dico solo che nella guerra in corso le modalita' dello scontro sono sorprendentemente simmetriche e che forse i nostri mezzi di informazione farebbero bene a darne conto).

** Un'altra simmetria/asimmetria interessante (evito qui valutazioni di ordine etico, mi limito a descrivere quel che vedo): Israele considera le vite dei suoi cittadini assolutamente *non spendibili*; quando colpisce i civili palestinesi e libanesi lo fa perche' paradossalmente scommette sul fatto che anche i loro governi considerino quelle vite non spendibili — e quindi con un obiettivo di deterrenza, piu' che di ritorsione. Hamas ed Hezbollah invece palesemente ritengono le vite dei loro concittadini assolutamente spendibili per conseguire obiettivi politici e d'altronde hanno chiarissimo che Israele non fa altrettanto con quelle dei propri abitanti: questa diversa percezione spiega l'assoluta inefficacia della politica israeliana della deterrenza e degli attacchi ai civili.


martedì, 11 aprile 2006
Sette cose che non succederanno
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:07 am

Se questo fosse un paese appena appena decente, probabilmente non avremmo avuto questi risultati elettorali. Pero' voglio esercitarmi in una finzione accademica — e provare a prospettare un percorso politico che un paese appena appena decente, dopo queste elezioni, cercherebbe di mettere in piedi. Ovviamente — data la premessa — niente o quasi niente di quel che scrivo succedera' — ma sapete com'e', uno deve pur tentare di esercitare la ragionevolezza — prima di arrendersi all'evidenza dell'irrazionalita'.
1. Prodi e i suoi smetterebbero *subito* di cantar vittoria: il centrosinistra non ha vinto e non ha un mandato popolare per governare. Se ha una maggioranza significativa alla Camera e' solo grazie a una legge elettorale definita con un termine tecnico "una porcata" (certo, si puo' obiettare che alla fine si e' ritorta contro gli apprendisti stregoni che l'hanno inventata, ma non cambia la sostanza); al Senato qualche risicato voto di vantaggio dipenderebbe esclusivamente dai senatori a vita e dagli eletti della circoscrizione estero: cioe' da persone che *non* rappresentano la volonta' del corpo elettorale correttamente inteso (sul voto degli Italiani all'estero ho sempre ritenuto che sia un'assurdita' e un controsenso democratico: non ho cambiato idea perche' oggi ci possono far da ciambella). Pensare di governare cinque anni con questa situazione e' — oltre che del tutto velleitario — assai poco democratico.
2. Berlusconi accetterebbe *subito* il responso elettorale cosi' come e', per chiudere il piu' rapidamente possibile la fase di totale incertezza, che tra l'altro fa male ai mercati e alla stabilita' gia' acciaccata del paese. Anche perche' questi risultati sono figli della *sua* legge elettorale e perche' in ogni caso neppure il centrodestra avrebbe i numeri o il mandato elettorale per governare — non piu' del centrosinistra.
3. Centrodestra e centrosinistra andrebbero insieme da Ciampi a chiedere tre cose:
- la sua disponibilita' ad essere rieletto Presidente — in puro spirito di servizio verso la Repubblica –, con un voto plebiscitario al primo scrutinio ed eventualmente con l'implicito accordo che passata l'emergenza potra' dimettersi quando riterra' opportuno;
- che dia l'incarico di formare il nuovo governo *subito* (prima della rielezione) a una personalita' di sua fiducia, al di sopra delle parti e con lo specifico (e limitato) mandato di riportare il paese nei parametri del patto di stabilita': l'uomo ideale ce l'abbiamo — e si chiama Mario Monti;
- che dichiari fin d'ora che — esaurito il mandato del governo al piu' tardi dopo la finanziaria 2007 — chiamera' gli Italiani a votare per un nuovo Parlamento.
4. Monti farebbe un governo caratterizzato da ministri economici di alto profilo e di nessuna speranza/ambizione di restare in politica, con un occhio a coinvolgere personaggi che godano di autorita' e prestigio presso le forze sociali, sindacati compresi. Al di fuori dei ministeri economici, sceglierebbe figure dignitose ma di secondo piano, preferibilmente non troppo legate ai partiti: tanto dovrebbero gestire l'ordinaria amministrazione e nulla piu'. Questo governo si cercherebbe i voti in Parlamento senza una maggioranza precostituita, ma con la "non sfiducia" delle principali forze politiche.
5. Il governo farebbe una politica economica di lacrime e sangue, scontentando tanto l'elettorato di sinistra che quello di destra, ma dando una rassettata ai conti pubblici — e magari introducendo qualche misura di rilancio dell'economia, ammesso che si riesca a trovarne una capace di ottenere il necessario consenso in Parlamento.
6. La Finanziaria 2007 verrebbe approvata in anticipo, diciamo entro novembre 2006.
7. A febbraio-marzo 2007 si voterebbe di nuovo. Se gli schieramenti volessero bene all'Italia, nel frattempo avrebbero assicurato un ricambio generazionale, proponendo dei nuovi leader al posto degli artefici del disastroso pareggio di oggi.
Sto delirando? Ma tanto ve l'avevo detto che non succedera' niente di tutto questo, no? Ed e' per questo che me ne voglio andare.

Tre noterelle a margine — tanto il pippone e' gia' un pippone, qualche paragrafo in piu' non puo' peggiorare il risultato.
1. Non ho e non ho mai avuto alcuna simpatia terzista e detesto le grandi coalizioni. Proprio per questo credo che l'attuale legislatura dovrebbe avere vita brevissima — e l'unico percorso *responsabile* per poter votare di nuovo senza sfasciare tutto mi pare questo. L'alternativa e' qualche mese di rissa senza quartiere — e poi votare lo stesso perche' nessuno ha la forza per governare. O una vera grande coalizione, che sarebbe capace di tirar fuori tutto il peggio dell'uno e dell'altro schieramento.
2. Sono stato un prodiano della primissima ora e ho creduto a lungo che Prodi potesse fare la differenza e dare all'Italia un governo moderno. Ma ora credo che sia venuto il momento di passare la mano: evidentemente la sua persona e la sua ricetta politica — in oltre dieci anni — non hanno avuto la capacita' di imporsi.
3. Tra poco c'e' il referendum sulla riforma costituzionale: eravamo tutti convinti che sarebbe stato poco piu' che una formalita' e che avremmo respinto quell'obbrobrio senza nemmeno doverci affaticare troppo, contando sulla minor capacita' di mobilitazione dell'avversario. L'affluenza alle urne dimostra che non e' cosi'. Sara' una battaglia durissima, all'ultimo voto — e non possiamo permetterci di non vincere nemmeno questa volta. Ne va davvero della *sostanza* della democrazia in Italia.


lunedì, 3 aprile 2006
Che fatica votare!
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:25 am

(Qui, non in Israele)

CORREZIONE: i seggi attribuiti alla coalizione maggioritaria al Senato in Piemonte 2 sono 13 e non 12 (55% con arrotondamento per eccesso). Mi scuso per l'imprecisione; ma il ragionamento di fondo non e' inficiato.

Sto cercando di capire come fare a mantenere un minimo di valore al mio voto con questo sistema elettorale. Mi spiego meglio: al di la' della scelta "di campo" tra destra e sinistra, il proporzionale in salsa berlusconiana non lascia apparentemente altra liberta' di voto agli elettori. Con le liste bloccate sono le segreterie di partito che decidono chi ha la certezza, chi una solida possibilita' e chi nessuna di entrare in Parlamento. In realta' il potere degli elettori di scegliersi i rappresentanti e' ridotto al lumicino. Personalmente non ci sto — voglio per lo meno che il mio voto non serva ad eleggere qualcuno che proprio non mi va giu'. Provo a spiegare come penso di fare — nella speranza di rendermi utile a qualcuno che ha il mio stesso problema — e magari di ricevere lumi da qualcuno che ha trovato soluzioni migliori della mia.
La cosa fondamentale e' capire quanti seggi potrebbe prendere la lista che vorreste votare nella vostra circoscrizione. In realta' c'e' una buona dose di azzardo e di complicazione anche in questo primo passo, perche' implica una "scommessa" su chi vincera' le elezioni al Senato nella vostra Regione e chi le vincera' alla Camera a livello nazionale: da questo infatti deriva l'attribuzione dei premi di maggioranza che si spalmano sulle liste a livello circoscrizionale.
Dovete anche essere in grado di calcolare quale e' (alla grossa) la percentuale di voti che le vostre liste di circoscrizione alla Camera apportano al risultato nazionale delle liste stesse, perche' e' su questa base che avverra' il riparto dei seggi per circoscrizione.

Esempio*.
Circoscrizione Piemonte 2 (la mia) alla Camera – Ipotesi di vittoria dell'Unione a livello nazionale.
L'Unione prende in questa circoscrizione piu' o meno il 3,4% del voto nazionale, che fa grosso modo undici o dodici seggi con il premio di maggioranza (nove o dieci se invece si dovesse perdere a livello nazionale). Questo significa piu' o meno 7 o 8 seggi al listone dell'Ulivo, uno a testa a Rifondazione, Rosa nel Pugno, Verdi e Comunisti [per la cronaca e' andata cosi': Ulivo 7, Rifondazione, Rosa nel Pugno, Comunisti e Italia dei Valori 1 seggio a testa -- non avevo sbagliato tanto (11 aprile 2006)].
Circoscrizione Piemonte al Senato – Ipotesi di vittoria (sia pure di misura, ma questo farebbero capire i sondaggi) dell'Unione a livello regionale.
Con il premio di maggioranza scatterebbero per l'Unione 12 seggi, che si distribuirebbero proporzionalmente grosso modo cosi': 4/5 ai DS, 3/4 alla Margherita, 1/2 a a Rifondazione, 1 a testa a Rosa nel Pugno, Comunisti e forse Verdi.
Circoscrizione Piemonte al Senato – Ipotesi di vittoria della Casa delle Liberta' a livello regionale.
Alle minoranze andrebbero 10 seggi, presumibilmente tutti all'Unione: 3/4 ai DS, 3 alla Margherita, 1/2 a Rifondazione, 1 alla Rosa nel Pugno e forse 1 a Comunisti/Verdi [qui sono stato meno bravo: 3 ai DS, 2 a Margherita e Rifondazione, 1 a Di Pietro e 1 a Comunisti/Verdi].

A questo punto avete una ipotesi piu' o meno ragionevole di distribuzione dei seggi (io me la sono fatta a mano, ma se vi fidate ci sono i dati sulle circoscrizioni della Camera che ha pubblicato Il termometro politico. Non e' finita qui.
Scartate le teste di lista (i candidati "nazionali" che stanno in cima alla lista e che sono presenti in piu' circoscrizioni: c'e' una significativa possibilita' che siano eletti altrove e quindi lascino il posto ai primi dei non eletti nella vostra circoscrizione); contate da qui in giu' il numero di seggi attribuiti alla lista. Magari aggiungetene uno per sicurezza e/o scaramanzia. I primi nomi non vi interessano: saranno eletti *comunque*, che voi votiate per quella lista o meno. Invece concentratevi sugli ultimi: sono i candidati in bilico, quelli che potrebbero finire in Parlamento o no a seconda del risultato del partito — in altri termini, sono quelli per cui il vostro voto e' determinante.

Esempio*.
Circoscrizione Piemonte 2 alla Camera – Lista dell'Ulivo.

PRODI ROMANO (testa di lista – scartatelo, sara' eletto probabilmente altrove)
GENTILONI SILVERI PAOLO (testa di lista – scartatelo, sara' eletto probabilmente altrove)
DAMIANO CESARE (1 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
LOVELLI MARIO (2 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
LEDDI IN MAIOLA MARIA (3 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
RAMPI ELISABETTA (4 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
FIORIO MASSIMO (5 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
BARBI MARIO (6 – assai probabilmente eletto, verificate chi e' prima di votare la lista)
GIULIETTI GIUSEPPE (7 – probabilmente eletto, verificate chi e' prima di votare la lista)
RABINO MARIANO (8 – potrebbe essere eletto se la lista va bene, il vostro voto potrebbe essere determinante)
ZARETTI GRAZIANO (9 – qualche probabilita' di essere eletto, non trascuratelo)
PASTORE PIER LUIGI (da qui in giu' scarse o nulle probabilita' di elezione)
SCAGLIA CLAUDIO UMBERTO
TRIVELLI MAURO
DONETTI JENNY
RASORE MARINA
BERARDO LIVIO
PIOLA GIANPIERO
ANTONIETTI GIORGIO
STEFANUZZI VALERIO
PORTINARO ALESSANDRO
ANFOSSO VALERIA**

A questo punto, lista per lista tra quelle che considerate "votabili", studiatevi le biografie politiche dei candidati "in bilico": il vostro voto servira' ad eleggere o a mandare a casa proprio loro, per tutti gli altri il gioco e' gia' fatto. Quando avete il panorama completo, fate un raffronto e decidete dove mettere la vostra croce.
Per farvela breve, sono diverse ore di lavoro per i calcoli e diverse ore di lavoro per scovare notizie sui candidati — e solo per ridurre il tasso di casualita' del vostro voto, non per riuscire a votare davvero per un candidato che vi piace. D'altronde, che questo sistema elettorale sia una porcata, lo dicono anche gli indecenti che lo hanno voluto.

P. S. Tutta 'sta fatica per essere sicuro di non votare un astensionista!
P. P. S. Dimenticavo: se la vostra lista non prende alcun seggio nella circoscrizione, NON significa che il vostro voto andra' perso: sempre che superi gli sbarramenti previsti dalla legge, l'attribuzione dei seggi e' regionale per il Senato e nazionale per la Camera — quindi il voto che avete dato potrebbe contribuire indirettamente all'elezione di un candidato altrove (tipicamente ai primi posti nelle circoscrizioni piu' popolose).

* Gli esempi sono fatti sulla mia circoscrizione e sulle liste dell'Unione, perche' anche i sassi sanno che sto in Piemonte e che votero' per Prodi: ma il calcolo — variati i nomi e le liste — vale per qualunque partito e orientamento politico — e per qualunque circoscrizione.
** Ovviamente con liste che hanno percentuali piu' basse, il gioco e' piu' semplice: scartate le teste di lista, il primo candidato e/o il secondo sono probabilmente i soli che val la pena di prendere in esame.


lunedì, 30 gennaio 2006
Single and fabulous !?
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:34 pm

Perche' in tutte le serie televisive sulle donne singles le protagoniste hanno lavori meravigliosi e guardagnano in proporzione, ma passano il tempo soprattutto a preoccuparsi di avere o meno un fidanzato a a farsi infinite s….. su tali argomenti*? La realizzazione professionale non conta niente nell'ottica di una donna di questi tempi? A me non pare che sia tanto scontata né assolutamente una cosa da buttare via. Si vede che si considera il problema superato, e poi non e' divertente vedere una che fa la disoccupata e vive in un tugurio o peggio con mamma e papa' come di norma capita in Italia.
D'altronde il modo di vedere la propria vita sentimentale imperante in queste fiction e' sostanzialmente subordinato alle scelte dall'uomo che pero' e' deprivato di psicologia e personalita' (chi mai si chiede cosa pensi Big in Sex and the City?). Insomma l'uomo insieme come divinita' dalla cui bocca si pende (chiama non chiama, mi chiede o non mi chiede di sposarlo, mi presenta alla mamma o no) ma al contempo essere insignificante, perche' sono le donne quelle spiritose, intelligenti, brillanti.
Quindi, considerato che le serie non esprimono certo la realta' ma in esse si rispecchiano milioni di donne che le seguono, pare che in questo momento il modello di donna che va per la maggiore sia quello di persone assolutamente forti, di successo nella carriera, e assolutamente dipendenti al tempo stesso, che insieme sovrastano l'uomo e ne subiscono le decisioni e gli impulsi. Le donne di tutto il mondo per lo meno occidentale si ritrovano in questo alternarsi di potenza e soggezione e partecipano alle sventure di una Ally McBeal, avvocato di successo ma morbosamente attaccata ad un amore adolescenziale, o di una Carrie Bradshaw, columnist per un quotidiano di New York, pero' capace di passare anni a ossessionare se stessa e le amiche per un uomo impossibile. In queste condizioni, se si puo' riconoscere che questo tipo di televisione insegna che essere singles non è una deminutio, pero' si deve anche ammettere che la condizione di donna senza uomo viene concepita come mera attesa, anche se con lati divertenti.
Non sono sicura che questa idea di donna mi piaccia. Spero che sia solo una reazione sballata delle generazioni immediatamente successive alle grandi conquiste del femminismo, forse propense a dare per scontate tante cose importanti, come appunto il diritto ad avere una carriera e a vivere liberamente la propria sessualita', e insieme ancora legate a ideali di femminilita' ereditati dalle generazioni pre-femminismo. Magari prima o poi si trovera' un equilibrio, chissa'.
Ma intanto devo ammettere che spesso mi diverto parecchio anch'io con le storie delle singles televisive.

Esemplare mi sembra la puntata di Clara Sheller appena trasmessa sul satellite; la protagonista ottiene un importante incarico nel giornale in cui lavora. Lungi dal godersi il successo e impegnarsi fino in fondo, Clara continua a pensare solo agli uomini e in particolare al suo capo facendo di tutto per portarlo a spingere fino in fondo la simpatia che ha per lei, che poteva benissimo essere controllata, e portarselo a letto, rischiando cosi' grossi problemi sul lavoro senza alcun costrutto per la sua vita privata. Naturalmente poi, chissa' come, il suo incarico Clara lo porta brillantemente a termine, pur se dalla sceneggiatura sembra non averci pensato un secondo…


venerdì, 20 gennaio 2006
La moda e la morte
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:39 am

Lepoardi immagina nel Dialogo della Moda e della Morte, che la Moda, rivolgendosi alla Morte, le dica, confrontando le rispettive capacità distruttive:
Io mi contento per lo piu' delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono pero' mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo ch'essi vi improntino per bellezza….storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l'amore che mi portano.
L'operetta morale di Leopardi, non una delle più conosciute, mi e' sempre sembrata fonte di grandi verita'. La moda impera in modo così assoluto da far accettare profonde sofferenze fisiche pur di obbedire ai suoi dettami, talvolta e anzi spesso senza alcun effetto di abbellimento della persona. Questo e' evidentemente sempre accaduto, come dimostra per non dire altro il fatto stesso che Leopardi metta in bocca alla Moda simili parole.
Nonostante appunto la perennita' del fenomeno, negli ultimi anni l'operetta mi torna in mente con particolare frequenza. Sara' una mia impressione infondata, ma la moda che si e' affermata piu' o meno dall'inizio del ventunesimo secolo e' caratterizzata non solo dal cattivo gusto e dall'abbandono delle convenzioni piu' diffuse in precedenza su quello che era lecito portare per lo meno fuori casa, ma anche dalla diffusione di cose che sembrano fatte apposta per far soffrire la gente senza donare ai piu'. Ad esempio l'ombelico prima e ora praticamente l'inguine esposto tutto l'anno, anche con cinque sotto zero, gli stivali in tutte le forme portati anche in giornate estive, le scarpe da donna piu' strette che mai con tacchi e punte inverosimili, gli infradito forse comodi sul momento, ma fonte secondo gli esperti di infiniti problemi, dalla tendinite in giu', il tanga che mi sembra la negazione della comodita', i tatuaggi, il piercing in parti del corpo in cui il buco e' prima doloroso e poi antigienico.
Di fronte a queste voghe, la mia perplessita' e' diversa da quella espressa da Leopardi nei confronti di quella della sua epoca, sentita come negazione della natura e della vita. La moda di questi tempi proclama a gran voce la deformalizzazione, l'abbandono appunto dei codici di abbigliamento per cui una volta ci si vestiva diversamente per andare in spiaggia, a scuola, in discoteca, in chiesa o in tribunale, mentre ora non esistono piu' look proibiti da nessuna parte. Peccato che il piu' delle volte coniughi questo abbandono dei codici o forse l'adozione rigida di un non-codice appunto con la scomodita'. Quello che mi chiedo e' se le persone abbiano subito una mutazione fisica a cui io sono rimasta estranea (che so hanno le pance con incorporata sotto pelle la cintura del dottor Gibaud per evitare freddo e dolori o i piedi a punta per entrare nelle scarpe che vanno di moda ora) o se in nome della moda si siano autoconvinti che stanno bene cosi'. Chissa' che ne avrebbe pensato Leopardi. Sicuramente avrebbe brontolato, come al suo solito. Non per nulla mi sta simpatico.


domenica, 6 novembre 2005
Piemonte
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi — Scritto da waldorf alle 7:54 pm

Quando The Rat Race ha cambiato veste ed e' diventato bogia-nen, Angelo ha scritto una sorta di post-editoriale. Ora, a distanza di qualche tempo, scrivo io un proclama sul Piemonte, la regione dove vivo da piu' di due anni.
Sono nata nella Toscana dell'interno e ci ho vissuto per trent'anni prima di trasferirmi a Pisa. Amo la Toscana perche' e' bella e sono molto contenta di essere toscana come Dante e tanti altri grandi. Ma da quando il mestiere che sono finita a fare un po' per scelta un po' per caso mi ha sradicato dalla mia terra, la sento assai meno "mia". Per la verita' gia' abitare a Pisa, che non ho sentito per niente come mia citta', mi aveva disorientato.
Il Piemonte poi e' un caso particolare. Io da lontano avevo sempre pensato che fosse noioso e non bello, e non avevo mai provato a conoscerlo. Da quando ci vivo, con Angelo lo abbiamo girato in lungo e in largo e ho completamente cambiato idea. I primi tempi soffrivo moltissimo per i cieli di queste parti di autunno, spesso apparentemente cosi' smorti, cosi' tristi, e mi mancava il cielo toscano, che nella memoria ricostruivo come nei quadri di Silvestro Lega (un non-toscano, peraltro). Ora ho interiorizzato anche questo, e la luce bianca dell'autunno piemontese e' parte del mio paesaggio dell'anima.
Ma quello che mi ha reso caro il Piemonte e' che e' la terra ideale per una persona tendente allo snobismo come me. Nel senso che quasi nessuno lo apprezza e lo conosce, compresi i piemontesi doc, quando invece e' pieno di meraviglie naturali, specie montane, di cittadine "nobili", di affascinanti paesini, per non parlare del cibo e del vino. Poi ci sono le cose che mi piacciono in particolare, come il carattere cortese e riservatissimo della gente, che sembra quadrata ed e' matta peggio dei cavalli, le bizzarrie architettoniche, i ristoranti familiari da pranzo della domenica con menu irremovibile, i comuni da cento abitanti.
Cosi' adottare il Piemonte e sostenerne la bellezza e' stato facile, nel senso che certamente non mi ritrovavo in compagnia di una folla di persone, ed anzi a volte ho l'impressione che basti la parola Piemonte a far sbadigliare la gente.
Io pero' questa regione ormai la amo davvero. Ho sviluppato dentro di me un curioso sentimento di familiarita' ed estraneita', un'ironica malinconia da sradicata appunto, che si accentua quando mi imbatto in qualcosa di assolutamente tipico, come un gruppo di anziani che giocano a bocce o una giornata di nebbia continua. E' casa mia con i suoi difetti e i suoi pregi, penso, e un giorno probabilmente non lo sara' piu'. Ma per il momento questa terra mi e' cara e la Toscana invece diventa sempre piu' lontana.


mercoledì, 26 ottobre 2005
Perche' non possiamo (non?) dirci cristiani
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 12:51 pm

La grande offensiva cattolica* che vediamo in corso in questo periodo e che ha l'obiettivo dichiarato ed evidente di "riportare Dio al centro della vita pubblica" mi induce a un po' di riflessioni, forse contradditorie. Mi piacerebbe ragionarne insieme.
Questo non e' un post sulle mie convinzioni religiose personali. Che ci sono — e vengono da un rapporto adulto con il cristianesimo (sono nato e cresciuto in una famiglia non praticante per non dire radicalmente agnostica), da una serie di domande teologiche che nel cristianesimo non hanno trovato risposta e che mi hanno spinto ad approfondire la conoscenza dell'ebraismo — restando ben al di qua di ogni ipotesi di conversione. Ma cio' sia detto soltanto per sgombrare il terreno dalla facile obiezione che il mio sarebbe il discorso di un non credente: la questione e' un'altra.
Pur non sentendomi religiosamente un cristiano, ho sempre pensato che il cristianesimo sia una parte determinante della mia personale e della nostra (italiana ed europea) identita'. Non si capisce nulla di cio' che noi siamo se non attraverso la lente interpretativa della cultura cristiana.
Sul piano individuale: le nostre concezioni di colpa, di perdono, di responsabilita', di solidarieta', ecc. dipendono in gran parte da due millenni di cristianesimo. Sul piano delle nostre relazioni interpersonali: il nostro lessico (il nostro armamentario mentale) amoroso e' figlio del cristianesimo, come la nostra idea di famiglia, perfino quando negli esiti si allontana dall'ortodossia (il matrimonio civile e perfino i PACS imitano sul piano dei simboli e degli effetti il matrimonio religioso, ecc.). Sul piano delle identita' collettive, infine: credo che senza la Bibbia non si capisca nulla della cultura dell'Italia e dell'Europa. Dante e la Torre di Pisa, Bach, Giotto, Angelico, ma perfino i nomi dei posti e delle strade, i modi di dire, le feste: nulla di tutto questo esisterebbe senza la presenza pervasiva del cristianesimo nella nostra vita e nella nostra storia.
Per questo ho sempre trovato un po' assurdo il dibattito sulla menzione delle "radici cristiane" nel preambolo della costituzione europea: certo che le radici dell'Europa sono cristiane, sono *principalmente* cristiane — nel bene e nel male. Il concetto stesso di Europa e' storicamente figlio della cristianita' occidentale. Non riconoscerlo e' come rinnegare una parte fondante della nostra eredita'. Perfino quando le nostre radici cristiane vogliono dire secoli di persecuzioni antisemite o le Crociate o altre cose di cui non possiamo andar fieri. Negare la cristianita' della nostra storia e della nostra cultura e' una falsificazione che non possiamo permetterci — e che e' perfino immorale, perche' finisce per separare le nostre responsabilita' dalla nostra storia. Per tutte queste ragioni — crocianamente — non possiamo non dirci cristiani.
Tuttavia vi e' nel ragionare della Chiesa e dei suoi alfieri politici un non sequitur irrimediabile. Ed e' che da questo riconoscimento storico e culturale debba necessariamente discendere un'accettazione dell'etica cristiana — o meglio cattolica — nella vita pubblica e privata, e che lo stato stesso debba uniformarsi al dettato ecclesiastico nella sua legislazione. Questo tentativo di imporre per via surrettizia le opinioni religiose di una minoranza come se potessero essere l'unico fondamento morale della vita di tutti e' tanto inaccettabile quanto figlio di una intrinseca debolezza: se l'etica cristiana fosse realmente condivisa dalla maggioranza, non ci sarebbe bisogno di imporla per legge. Ecco, di fronte a questa pretesa innaturale e presuntuosa, di fronte a questo tentativo vano di rimettere in una camicia di forza una societa' che le si e' sottratta, io — io personalmente, mica dico che dovremmo farlo tutti — sento il dovere di marcare la mia differenza: no — io non posso dirmi cristiano**.

* Trovo singolare che da parte cattolica si ricorra alla retorica della difesa della liberta' religiosa minacciata da una sorta di aggressione concentrica islamo-laicista. E' evidente che la situazione e' quella inversa: quando la gerarchia ecclesiastica, per bocca del suo massimo rappresentante, se la prende perfino con la tolleranza, ad essere costretta sulla difensiva e' la cultura civile, laica — non certo il sentimento religioso.

** Aggiungo anche un'altra cosa, a proposito del sempre crescente stuolo dei "laici devoti" alla Marcello Pera: separare l'etica cristiana dalla sequela Christi, dall'amore per Gesu' salvatore che si traduce in imitazione del suo comportamento — a me, per quel poco di familiarita' con il cristianesimo che ho, pare una bestemmia — e bella grossa pure. L'etica cristiana non e' indipendente dalla fede — e da una fede operante. E sorprenderebbe — se non fosse una chiara operazione politica — il sostegno di questo Papa, tanto attento all'ortodossia, a un atteggiamento cosi' poco cristiano.


lunedì, 24 ottobre 2005
La vita dura del moralista laico
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:45 am

Ebbene sì, appartengo alla antipatica schiera dei moralisti. In famiglia mi danno della moralista fin dall'adolescenza e se un tempo reagivo con dispetto, ora, passati gli anni, non potrei che riconoscere che hanno ragione. Il fatto e' che ho deciso di non vergognarmene piu', nonostante che il moralismo sia un modo di vedere le cose assai poco di moda in questa epoca e da sempre connotato di un'aura negativa. Dove proprio il moralismo non ha cittadinanza e' al di fuori dell'area religiosa, in questo paese di impronta ovviamente cattolica. Io non mi riconosco nel cattolicesimo, ma non credo che essere laici debba comportare il relativismo come mancanza assoluta di canoni di comportamento e di conseguenza di giudizio. Certamente diventa tutto piu' difficile quando non ti rimane altro che la coscienza e il sentimento del giusto a guidarti, ma cio' non significa, a differenza di quanto sembra voler credere il Papa, che un laico non possa che attingere una guida morale nei precetti della Chiesa.
Cristo ha detto, come tutti sanno, "chi e' senza peccato scagli la prima pietra". La frase evangelica viene ogni tanto riciclata per stabilire che no, non si puo' giudicare gli altri. E invece io credo che si debba giudicare; cio' non significa non avere comprensione e tolleranza, né predicare bene e razzolare male, ma che occorre stabilire il significato e il peso dei comportamenti umani. E' se stessi del resto che si deve giudicare prima di tutti gli altri.
Non credo che si possa fare a meno della responsabilita', mentre mi pare di vivere in un mondo, e in un paese, che ha buttato a mare lo stesso concetto della responsabilita' personale. A scuola non si boccia piu', i politici e gli alti burocrati fanno cose incredibili ma non si dimettono, le madri assassine agiscono in preda alla depressione post partum e ricevono sollecite visite di pietosi parlamentari. Capisco che metto insieme cose diverse e lontane, ma sono tutti fenomeni che appartengono ad una stessa temperie. Si tratta appunto di buttare a mare la responsabilita', l'idea che a qualcuno si possano addebitare determinati fatti e che debba pagare per quelli. E poi a tutti gli altri si dice "chi sei tu per giudicare?". Eppure ci sono quelli che a scuola si danno da fare per meritarsi la promozione, le madri che nonostante la depressione, che innegabilmente esiste, si prendono cura dei figli, le persone che sul lavoro e nell'espletamento di funzioni pubbliche fanno il loro dovere con coscienza. Perche' queste persone non possono giudicare? E perche' gli altri non si assumono la propria responsabilita'?
Se credere che ci siano delle regole da rispettare e che esista lo spazio di una condanna per chi non le rispetta e' moralismo, io ne sono senza dubbio colpevole e non me ne vergogno, appunto. Il problema e' individuarle, le regole, specie se appunto sei un esponente della strana razza dei laici;
ma una volta individuate, e' giusto giudicare. Ripeto, partendo da se stessi.


venerdì, 14 ottobre 2005
Toscanellum, Mattarellum, Gerrymandering, Proportionnelle
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:15 am

Ho fatto la campagna per i referendum sul maggioritario del '93 e da allora non ho cambiato idea. Sono convinto che un buon sistema elettorale maggioritario, affiancato a primarie vere o a un doppio turno secco (come quello per l'elezione dei sindaci, per capirci) non potrebbe che far del bene alla politica italiana*. Sono anche convinto che la legge elettorale e' stata la vera malattia del sistema politico-istituzionale degli ultimi venti anni, e che il Mattarellum non l'ha affatto risolta, anzi: la battaglia referendaria e' stata tradita piu' e piu' volte e la transizione italiana che a quella battaglia aveva affidato molte delle sue speranze e' rimasta incagliata.
Detto questo, resto convinto che l'Unione abbia sbagliato battaglia. Non perche' il papocchio confezionato dal Polo non sia indigeribile e vergognosamente congegnato per danneggiare il centrosinistra, truccando di fatto le elezioni. E' cosi', al di la' di ogni ragionevole dubbio. Berlusconi sta cercando di scappare con la cassa. Ma questo fa parte della normale bassa cucina della politica: giocherellare con i meccanismi elettorali e' una tentazione ricorrente di chi e' al potere. Mitterrand si invento' in Francia la proportionnelle con lo scopo piuttosto spregevole di dare al Front National di Le Pen una robusta rappresentanza parlamentare a danno della destra gaullista e moderata**; in America, dove a nessuno viene in mente che si possa modificare il sistema maggioritario, si ridisegnano i collegi elettorali per blindarne il maggior numero possibile a favore di questo o quel partito (e' una pratica tanto comune e frequente che esiste addirittura un termine specifico, "gerrymandering", per definirla). Lo stesso Mattarellum e' figlio di convenienze e di papocchi, non del referendum. Non e' bello, ma la politica funziona cosi' — e gridare alla legge truffa e' una polemica dal fiato cortissimo. Anche se di legge truffa si tratta.
Se mai, il problema vero e' un altro: che l'ingegneria istituzional/elettorale di questi tempi e' drammaticamente miope. In tutto questo dibattito, qualcuno ha messo lo sguardo a *dopo* le elezioni? qualcuno ci ha detto *perche'* conviene passare al proporzionale — o perche' *e' giusto* restare ancorati al maggioritario? Quali sono le differenze per il Paese, dove stanno i meriti e gli svantaggi dell'uno e dell'altro sistema? Qui l'Unione avrebbe potuto fare una battaglia vera, mostrare come la destra non ha *alcuna* idea di governo, si sta soltanto preparando a fare opposizione nella maniera piu' devastante — e controproporre un disegno di lungo periodo, un sistema elettorale fatto non per vincere le prossime elezioni, ma per durare trent'anni con un buon equilibrio tra stabilita' di governo e rappresentanza, per dare potere reale di scelta ai cittadini e non agli apparati, ecc. Su questi temi la ggente non e' sorda. I referendum del '93 lo dimostrano. Ma se ha la sensazione che la politica stia discutendo di un seggio in piu' a Follini o a Diliberto — allora non vede la differenza e se ne frega. Ha altri problemi a cui pensare.

* Non sto a spiegare le ragioni, perche' gia' il pippone rischia di venirmi lungo cosi', figuriamoci se mi addentro in un raggionamendo a meta' tra ingegneria istituzionale e logiche interne dei partiti; magari di questo si parla un'altra volta.

** In Italia non funzionerebbe, perche' non c'e' argine politico a destra: pur di vincere questi qui fanno alleanze anche con i peggiori arnesi fascisti e razzisti (anzi, se li tengono cari, come dimostra la presenza di Borghezio…). E questa forse e' l'altra grande malattia politica dell'Italia: non avere una destra decente — ma questo e' un problema di piu' lungo periodo, e' una delle debolezze strutturali di questo paese dal 1876 in poi.


mercoledì, 13 luglio 2005
P-austeniano 5 – Il bello delle donne secondo Jane Austen
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:11 pm

"Eliza Bennet," said Miss Bingley, when the door was closed on her, "is one of those young ladies who seek to recommend themselves to the other sex by undervaluing their own, and with many men, I dare say, it succeeds. But, in my opinion, it is a paltry device, a very mean art".
Queste parole vengono pronunciate dal personaggio di Caroline Bingley nel capitolo 8 di Pride and Prejudice, all'esito di una discussione sulla qualita' media dell'educazione femminile e di quello che e' necessario (cioe' che lo era all'epoca) per ritenere una donna colta. Darcy e Miss Bingley hanno enumerato come indispensabili una quantita' enorme di doti e conoscenze, al che Elizabeth ha osservato che le pareva difficile che conoscessero anche solo una mezza dozzina di donne con una simile competenza. Caroline, gelosa di Elizabeth, osserva in sua assenza che appunto la sua rivale deve essere una di quelle donne che denigrano il proprio sesso per attirare l'attenzione degli uomini.
Faccio riferimento a questo passo per dire che personalmente ho l'impressione che Jane Austen, nonostante che nei suoi romanzi siano le donne a fare la parte del leone, come donna del sette-ottocento era ben al di qua dell'essere una femminista e non si aspettava dalle donne di piu' di quanto non si aspettasse dagli uomini. In altre parole non si faceva bella denigrando il suo sesso, secondo l’attitudine mal giudicata da Caroline Bingley, ma neanche lo esaltava. E all'interno del suo genere, con attitudine sostanzialmente illuminista, chiaramente le piacevano le donne dotate di una robusta razionalita' ed era assai poco attratta nei confronti delle creature romantiche e sentimentali (vedere la contrapposizione tra Marianne e Elinor in Sense and Sensibility ); bisogna comunque riconoscere pero' che forse l'eroina per cui la Austen ha piu' simpatia e' Emma dell'omonimo romanzo, il cui raziocinio e' completamente annebbiato da un eccesso di pregiudizi, che invece fuorviano solo in parte quello di Elizabeth.
Ma neanche Emma abbandona, nonostante le sue erronee valutazioni sulle persone che la circondano, il sentiero della virtuosa padronanza di se stessa. Mi spiego meglio; la Austen aveva un chiaro giudizio favorevole delle donne capaci di ragionare con la loro teste, che non si facevano appunto accecare dai pregiudizi della societa' contemporanea e quindi non valutavano gli altri secondo il prestigio sociale o i soldi che possedevano. Era pero’ anche necessario per la scrittrice inglese che le donne sapessero al contempo mantenere una ferrea rispettabilita'. La mancanza assoluta della prima capacita’ rendeva per la Austen una donna del tutto non apprezzabile intellettualmente e soprattutto moralmente – sempre che, a differenza della duttile Emma, non fosse ancora in grado di imparare altri canoni di valutazione- ma la mancanza di rispettabilita' ne faceva una sorta di paria. Qualsiasi cosa pensasse, era dovere quasi professionale della donna mantenere una reputazione integra. Per fortuna nella societa' inglese di fine '700-inizio '800 ci si poteva permettere qualcosa di piu' che nei film di Germi ambientati in Sicilia.
Si puo' capire quindi come manchino nei romanzi austeniani le eroine romantiche e appassionate, capaci di sacrificare tutto per amore; non era certo un clima da Anna Karenina. Marianne Dashwood, l’unico esempio possibile in questo senso, arriva vicino a pagare con la vita la sua sconsideratezza, dato che la malattia che quasi la uccide e' senza dubbio conseguenza dell'esagerazione nell'abbandonarsi alle emozioni, piuttosto esasperate che domate.
Che io ricordi nell'opera della Austen c'e' del resto un solo adulterio rappresentato direttamente, cioe' la relazione tra Maria Rushworth e Henry Crawford in Mansfield Park; e se le cose a Maria non vanno a finire cosi' tragicamente come a Madame Bovary, la Austen la manda in esilio in un posto isolato con la insopportabile zia, che e' una bella punizione. E negli altri romanzi l'adulterio credo non sia neanche menzionato, come se fosse una prospettiva neanche pensabile.
Capisco che il punto di vista della Austen, ricostruito cosi' (certo altri possono dare interpretazioni molto diverse) possa apparire moralistico o limitato; del resto la stessa scrittrice credo che non abbia vissuto grandi passioni nella sua vita (non si sa molto). Sono certo piu' interessanti, quando non c'e' la penna della Austen almeno, le donne piene di sentimento, che si buttano a capofitto nelle passioni del momento. D'altronde in assenza di una propensione alla rivoluzione, si puo’ capire che fosse "professionale" da parte delle donne di allora far convivere una certa indipendenza intellettuale con la rispettabilita' esterna. Oggi e' possibile certamente una liberta' infinitamente maggiore, anche perche' per le donne a differenza di quanto accadeva in quel modello di societa' il matrimonio non e' certo l'unica prospettiva di carriera immaginabile.
Pero' Jane Austen come al solito c'ha ragione, perche' le abitudini e le idee sono profondamente cambiate, ma delle donne (e anche degli uomini) che vivono con autocontrollo i propri sentimenti c'e' ancora bisogno.


lunedì, 11 luglio 2005
L'imbecille guarda il dito
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:19 pm

Spero, dicendo la mia, di sfuggire al puro chiacchiericcio che Lorenza giustamente denuncia a proposito di Londra. D'altronde se l'indecente Calderoli puo' dire le cazzate che dice restando ministro, potro' ben dirne qualcuna io che sono solo un blogger.
1. Checche' ne dicano tutti quelli che si riempiono la bocca di guerra (salvo esser pronti a darsela a gambe appena le cose cominciano a farsi serie), il terrorismo non si puo' battere sul piano militare. Ha la scelta del terreno, del tempo, delle armi, il vantaggio della sorpresa e dell'assenza di remore e di regole. Quindi — come sa chiunque abbia anche soltanto giocato una volta a Risiko in vita sua — sara' sempre in grado di colpire. Le risposte militari possibili — prevenzione e repressione sul terreno o guerra ai possibili sponsor internazionali dei terroristi — non hanno mai dato risultati adeguati. Il primo caso e' quello dell'Irlanda del Nord, o del West Bank (su cui tornero'), dove decenni di occupazione e di repressione che non guarda per il sottile non hanno mai portato a risultati definitivi: sotto pressione i gruppi armati spariscono per un po' di tempo, poi ritornano rafforzati e resi piu' popolari dalla repressione stessa. Il secondo caso e' quello dell'Afghanistan e dell'Iraq: ammesso e non concesso che si trattasse delle centrali internazionali del terrore, dopo l'invasione e l'occupazione la virulenza dei terroristi si e' se mai accresciuta.
1b. Da piu' parti si obietta a questo ragionamento che la risposta militare funzionerebbe se l'Occidente si levasse i guanti e picchiasse veramente duro. Altro che processi, altro che diritti umani ecc.: siamo in guerra, ci si comporti come in una guerra; facciamo scorrere il sangue per davvero, estirpiamo la malapianta con la forza e si vedra' se il terrorismo e' invincibile. Mi pare che il ragionamento faccia acqua da piu' parti:
a) Si direbbe che i guanti ce li siamo tolti da un bel pezzo: la guerra in Iraq ha fatto decine di migliaia di morti e ha devastato un paese; Abu Ghraib e Guantanamo sono centri di detenzione e di tortura illegali secondo qualunque standard occidentale; la pratica di rapire cittadini stranieri e consegnarli ad autorita' di paesi compiacenti perche' li "interroghino" senza andare per il sottile e' politica ufficiale degli Stati Uniti ed e' per lo meno tollerata dai governi europei (Italia in testa). Alla fine non mi pare che i risultati siano gran che.
b) Questa scelta implica il venir meno di tutti i valori che fanno dell'Occidente un luogo "diverso" nel mondo (e dal mio punto di vista il luogo migliore in cui si possa vivere), dallo stato di diritto, all'inviolabilita' della persona, al rifiuto della guerra di aggressione, ecc. In altri termini: per difendere l'Occidente stiamo demolendo le sue conquiste e i suoi valori. Se e' cosi', i terroristi hanno nell'antiterrorismo l'arma piu' efficace per la loro vittoria.
2. Come giustamente dice Blair, il terrorismo ha cause profonde e non sparira' finche' queste cause non saranno rimosse. Possiamo elaborare le migliori risposte in termini di sicurezza, possiamo portare a Guantanamo decine di migliaia anziche' decine di persone — finche' non avremo rimosso le cause, il terrorismo sara' vivo e vegeto. Non possiamo seriamente credere che un mondo economicamente tanto squilibrato, in cui il PIL pro capite, a parità di potere d'acquisto, in Italia e' di 27.500 dollari, in Israele di 20.800, in Iraq di 3.500 e nel West Bank di 800 (dati CIA, aggiornati tra il 2003 e il 2005: e di proposito non ho preso gli estremi della scala della ricchezza e della poverta'), possa essere un mondo in pace. Soprattutto visto che noi occidentali siamo in buona parte responsabili di questi squilibri e facciamo di tutto per mantenerli intatti (basti pensare a come si e' chiuso il G8 a Gleneagles: un po' di elemosina all'Africa, ma nessuna rinuncia al protezionismo agricolo che impedisce ai paesi del Sud del mondo di trovare uno sbocco ai loro prodotti). Se poi aggiungiamo l'occupazione della Palestina, la guerra in Iraq, gli attacchi all'Iran, non si capisce perche' mai dovremmo essere tanto amati da quelle parti.
Questo giustifica il terrorismo? no, certo. Ma chiediamocelo seriamente — una buona volta: queste popolazioni hanno altri modi per farci sentire la loro voce, la loro collera, la loro umiliazione? Quando parlano civilmente e sommessamente, noi li stiamo a sentire? E siamo pronti a dare risposte politiche al problema politico della disuguaglianza, oppure preferiamo dare risposte militari al problema del terrorismo? Se le bombe di Londra ci indicano la luna, noi preferiamo guardare il dito?


mercoledì, 22 giugno 2005
P-austeniano 4 – Il matrimonio e il romanticismo
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 4:12 pm

Un po' di mesi fa ho pubblicato un post in cui partendo dal recente film di Ken Loach, Un bacio appassionato, cercavo di riflettere sul significato del matrimonio e del suo ruolo nella ricerca della felicita'. Loach nel suo film rappresentava la situazione di una famiglia pakistana residente a Glasgow alle prese con un forte scontro sociale e culturale tra genitori e figli. I primi vengono ritratti come pienamente inseriti nella logica del matrimonio combinato, che consente la perpetuazione di un certo gruppo sociale e la conservazione dei suoi valori; i secondi subiscono l'influenza della nostra cultura e tendono alla ricerca della felicita' e dell'amore, rischiando la sofferenza e appunto l'espulsione dal gruppo sociale o comunque la marginalita'.
In alcuni casi del resto la cultura del matrimonio combinato, accompagnata alla negazione dei diritti delle donne e alla diffusione della violenza su di loro, porta a tragiche conseguenze , arrivandosi alla uccisione di donne che si sono rese colpevoli di un qualunque comportamento deviante.
Tutto cio' palesemente non c'entra con Jane Austen. Pero' mi serve per ribadire la mia convinzione, forse discutibile, che il matrimonio "antropologicamente" abbia ben poco e che fare con l'amore, per lo meno nel senso di essere frutto di un rapporto amoroso, che magari puo' nascere in conseguenza al matrimonio. Il matrimonio e' stato quasi sempre nella storia teso ad altre finalità e l'amore veniva ricercato in diversi modi. Il matrimonio d'amore e' un portato relativamente recente della cultura romantica.
Cio' che trovo meraviglioso nei romanzi della Austen e' il fatto di essere a cavallo tra due logiche, cioe' appunto quella del matrimonio come coronamento di una storia di amore e quella del matrimonio come assetto di rapporti economici e sociali. In tutti i suoi romanzi le persone sono descritte con indicazione precisissima del loro "valore", in termine di capitale e di rendita, e le possibilita' delle giovani coppie che aspirano al matrimonio sono analizzate minuziosamente, in termini per esempio di numero di stanze della loro futura casa e di possibilita' di andare a giro in carrozza propria.
In certi casi il matrimonio e' palesemente solo una sistemazione (vedere la Charlotte di Pride and Prejudice che sposa l'insopportabile Collins), al contrario a volte una passione interviene per scardinare progetti matrimoniali "perfetti" dal punto di vista della convenienza (vedere Darcy nello stesso romanzo che sposa Elizabeth Bennet, di modeste risorse, nonostante i piani della zia Lady Catherine di accasarlo con la cugina piena di soldi). Spesso la prospettiva e' però molto ambigua.
Mi riferisco in particolare a Persuasione, in cui Anne Elliot riesce a sposare il capitano Wentworth, l'amore della sua vita dopo una separazione durata otto anni e mezzo. Anne era gia' stata fidanzata con il capitano a 19 anni, ma aveva rotto il fidanzamento un po' per la persuasione operata dall'amica Lady Russell in virtu' dell'inadeguatezza del partito, un po' per non essere di peso all'amato che era salpato per fare la sua fortuna nella Marina inglese (erano i tempi di Nelson, per capirci). Anne e' figlia di un baronetto scapato e molto compreso del suo rango, il che almeno di partenza le dava qualche diritto di pretendere uno con i soldi. Poi gli anni passano, Anne continua ad amare Wentworth e capisce di aver fatto uno sbaglio, rifiuta un partito migliore, Charles Musgrove, che si prende la sorella minore; nel frattempo gli affari di famiglia vanno a rotoli. Dopo tanti anni Wentworth (con un capitale di 25mila sterline accumulato in marina) riappare nella vita di Anne, che non spera piu' di poterlo recuperare; del resto a questo punto Wentworth e' un marito assai desiderabile per molte. Ma lui invece la ama ancora e dopo una mezza storia con un'altra, le chiede di sposarlo.
Da un certo punto di vista la storia di una passione cosi' costante e' molto romantica. Dall'altro il fatto che bene o male lui sia stato rifiutato (anche se in seguito ad un'opera di persuasione) da giovane perche' "non abbastanza" e accettato ad anni di distanza con un bel capitale (mentre la famiglia di Anne ha perso soldi e prestigio) sembra indice di un certo peso delle cose materiali. E' particolarmente significativo che Anne dica a Wentworth, quando lui glielo chiede, che lo avrebbe sposato se due anni dopo la loro rottura (quando lui aveva qualche migliaio di sterline in piu') fosse tornato da lei.
Altro esempio di matrimonio "ambiguo" e' quello di Emma, che dopo un sacco di errori di prospettiva sposa il cognato Mr. Knightey. Lui l'ha sempre amata, ma ha circa 15 anni piu' di lei ed e' destinato a farle da padre, visto che il suo e' alquanto vacuo. E' una scelta romantica quella di Emma o di tutta sicurezza visto che Mr. Knightley e' sempre stato la colonna della sua vita e appare in tutto degno delle sue pretese da un punto di vista sociale?
Elizabeth poi sposa Darcy solo per amore o anche per stima o la vista della sua splendida tenuta ha avuto un ruolo determinante nella scelta?
Insomma Jane Austen sembra divertirsi, con una punta di cinismo, a costruire nei suoi romanzi delle storie che cambiano del tutto significato rispetto a seconda del punto di vista. Il che puo' valere anche per la realta' odierna; pensate ad Anna Falchi che vanta il fatto di sposare il nuovo ricco Ricucci in comunione dei beni, dicendo che non riesce a concepire un matrimonio dove si stabilisca cosa e' dell'uno e cosa dell'altro. Sara' molto nobile, ma guarda caso quello con i soldi e' lui. Cosi' i contratti prematrimoniali possono essere visti come espressione di mancanza di fiducia e scarso romanticismo da parte del piu' ricco, ma anche di buona fede e (limitato) disinteresse da parte del meno fornito di pecunia.
Per come la vedo io, non si puo' dare torto a Jane Austen. Nessun matrimonio, temo, puo' prescindere da realta' molto materiali come le possibilita' economiche e le differenze sociali.


lunedì, 20 giugno 2005
Giapponesi?
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:26 am

Su Repubblica cartacea di oggi (p. 9) Filippo Ceccarelli fa della facile ironia sui dissenzienti della Margherita che — non convinti dalla svolta nei rapporti tra Prodi e Rutelli — continuano a mostrare disagio e a non escludere la loro uscita dal partito. Costoro sarebbero, con immagine ricorrente ed abusata, paragonabili a quei soldati giapponesi che, ignari della fine della seconda guerra mondiale, continuarono a combattere nella giungla delle Filippine fino agli anni '70.
Non mi piace la polemica per la polemica, e credo che quella di oggi sia particolarmente stupida. O particolarmente qualunquista, nel senso che riduce una questione politica vera a una rissa tra capicorrente. Mi spiego. Ho gia' chiarito piu' volte che considero lo scontro tra Prodi e Rutelli quello tra due concezioni, ugualmente legittime, ma non conciliabili, del centrosinistra e della sua natura politica. Ora quello scontro si e' chiuso (almeno per questa fase) con la vittoria di Rutelli e con la trasformazione sempre piu' evidente del centrosinistra in una coalizione tra forze che mantengono la propria diversita', che la sottolineano come elemento identitario — e che si accordano su un programma e su una squadra di governo comuni, magari scelti attraverso il meccanismo delle primarie (su cui per altro mi pare che la Margherita gia' stia frenando, prima ancora che si sia spenta l'eco dell'accordo raggiunto). Altre prospettive non sono all'ordine del giorno.
La conseguenza ovvia e' che i partiti esistenti si stanno riposizionando: la Margherita ad occupare il centro moderato, con una forte impronta cattolica e con la vocazione di pescare consenso moderato in libera uscita dalla destra; i DS a presidiare l'area elettorale fedele all'idea dell'Ulivo unitario, orfana di una casa politica — e in generale le componenti laiche e socialdemocratiche, in un certo senso il mainstream dello schieramento; Rifondazione, Comunisti e Verdi a contendersi l'area radicale della sinistra*. In un mondo un po' piu' lineare di questo i tre gruppi presenterebbero ciascuno un candidato alle primarie e si conterebbero. Sappiamo gia' che non andra' cosi'.
Personalmente, ho gia' detto che non credo che si senta il bisogno di un altro partitino — e spero che la scissione della Margherita — se e quando avverra' — non abbia questo esito. Oggi un partito ulivista rischia di essere una contraddizione e un elemento di instabilita' di cui possiamo fare a meno. Tuttavia, proprio perche' i partiti rafforzano e ridefiniscono identita' e posizionamenti, credo che sia inevitabile che le persone ne traggano le ovvie conseguenze, lasciando in alcuni casi le loro vecchie collocazioni e scegliendone di nuove. Non ci vedo nessuna rigidita' da giapponesi nella giungla, al contrario, il semplice riconoscimento che sono cambiate alcune condizioni della politica italiana e che c'e' bisogno di adattare la propria attivita' alle nuove condizioni. Chi non si sente cattolico e moderato, chi non crede che ci sia bisogno nel centrosinistra di un partito con una forte impronta cattolica e moderata — evidentemente in Margherita non ha piu' motivo di restare. Da giapponesi, questo si', sarebbe restare a fare una resistenza inutile e isolata per continuare a rivendicare la natura "ulivista" di un partito che ha scelto a larghissima maggioranza di andare in una direzione diversa (se il suo elettorato lo seguira', e' tutt'altra questione).
Ah, dimenticavo: io non votero' un astensionista alle prossime politiche.

* I partitini minori, da Di Pietro ai Socialisti a Mastella — per ora non mi interessano, in questo discorso: tanto della loro identita' separata sono sempre stati difensori strenui — e in questo non sono cambiati per niente.


mercoledì, 3 marzo 2004
La grazia a Priebke?
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 7:32 pm

Sinceramente — quello della grazia a Priebke e' un argomento che mi mette in difficolta'.
Credo che Priebke meriti in pieno la sua condanna. E che la meriti due volte, per aver commesso i fatti per cui e' stato condannato e per non aver mai dimostrato alcun ravvedimento. Credo anche che la memoria della Repubblica esigesse ed esiga ancora una giustizia inflessibile nei confronti dei crimini nazifascisti — e tanto piu' oggi che c'e' chi quei crimini vorrebbe dimenticare e far dimenticare. Per questo sono stato tra i sostenitori della necessita' di processare Priebke e di arrivare alla sentenza.
Pero' sono anche contrario all'ergastolo. Lo sono da quando ho l'uso della ragione e forse da prima. Credo che non ci sia alcuna giustizia nel privare per sempre della liberta' una persona, indipendentemente dalla gravita' delle sue colpe. Non posso fare eccezione per Priebke, anche se i suoi crimini mi ripugnano fino al profondo e se trovo che sia impensabile perdonarlo: solo le sue vittime avrebbero il diritto di farlo.

Aggiungo che trovo particolarmente odiosi i fascisti che organizzano manifestazioni e campagne a favore di un personaggio spregevole come Priebke. Mi ripugnano tanto piu' perche' e' evidente che il loro obiettivo reale non e' la liberazione di un vecchio dalla galera, ma la cancellazione della condanna per i crimini nazifascisti.
Pero' sono sempre turbato quando l'autorita' nega a qualcuno il diritto di manifestare pubblicamente un'opinione politica, anche la piu' sbagliata. La nostra Costituzione parla chiaro: "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi (…) Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorita', che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumita' pubblica (art. 17 Cost.). Tra i motivi per vietare una manifestazione, l'indecenza non e' prevista — ed e' giusto cosi', per quanto faccia male allo stomaco.
Questa gente orrenda va combattuta con le armi della democrazia: l'argomentazione, la critica, la forza dei numeri di quella per fortuna stragrande maggioranza di italiani che di dimenticare gli orrori del nazifascismo non vuole saperne.

E allora? e allora non so. Priebke e' certamente al suo posto in galera e chi manifesta per liberarlo promuove una causa indecente. Ma se la Repubblica fosse capace di rinunciare ad infliggere una pena incivile come l'ergastolo, riaffermando al tempo stesso che con quella condanna si era fatta giustizia e che nessuna conciliazione e' possibile con chi ancora rivendica l'eredita' fascista — credo che come cittadino mi sentirei pienamente rappresentato.
Ad ogni buon conto, la prossima volta che torno a Roma, vado in pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine.

Quanto all'onorevole Taormina, che si accoda ai fascisti per motivi che forse e' caritatevole non aver chiari, lo iscrivo automaticamente nella categoria "Ma vaffanculo".

Some rights reserved

I contenuti originali di questo blog sono coperti da una Licenza Creative Commons.

Creative Commons License

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.

Autori

Accedi
Registrati

Aggreghiamo su

Autism Blogs Directory

Gambero Rosso Social Space

A casa Montag

Autismo: risorse online

Blog: autistici e genitori

Blog: culture di rete

Blog: Ebrei e Arabi

Blog: informatori

Blog: inventori

Blog: narratori

Blog: punti di vista

Ebraismo, Medio Oriente

Free Knowledge

Il mondo per gli occhi

Le mie webradio

Politica

Tutto il resto