Lunedì, 8 Marzo 2010
Perche' Napolitano (IMNSHO) ha sbagliato
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 3:31 pm

0. L'ho promesso e quindi lo scrivo — anche se il sentimento che prevale in questo momento e' di tale schifo che vorrei semplicemente potermene disinteressare, far finta di niente.
1. Il Presidente della Repubblica ha illustrato la sua scelta di firmare il decreto salva-liste con un messaggio informale di risposta alle lettere di due cittadini. Un gesto del tutto irrituale, su cui gia' di per se' varrebbe la pena di riflettere. A prima lettura, viste quelle righe citate dall'amico Alfonso Fuggetta, avevo addirittura pensato all'opera di un fantasioso blogger che in persona Praesidentis si fosse interrogato su quel che Napolitano avrebbe voluto dire potendo parlare fuor dai protocolli. Scoprire che invece il Presidente si era davvero unito alla folta schiera di noi che chiacchieriamo di politica sul web mi ha sbalordito — e non positivamente. La Presidenza della Repubblica, la piu' alta istituzione dello Stato, non deve chiacchierare: parla attraverso gli atti e attraverso comunicazioni formali e ufficiali; manda messaggi alle Camere, al piu' si rivolge alla Nazione a reti unificate, con tutta la solennita' e la gravita' del caso. E' una questione di rispetto per la carica, di rispetto per la funzione. C'e' di peggio: la Presidenza della Repubblica, come istituzione, non spiattella ai quattro venti i contrasti con un'altra istituzione dello Stato come il Governo — che e' invece quanto Napolitano ha fatto ("… la bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedi' sera"); o se lo fa, lo fa (ripeto) con tutta la solennita' e la gravita' del caso, non con un inciso che lascia aperta ogni interpretazione e ogni pettegolezzo sulle ragioni del contrasto. Ritengo percio' quel messaggio un gesto assolutamente inopportuno e non consono ai comportamenti che un Presidente della Repubblica dovrebbe mantenere: ripeto, solo un estremo imbarazzo puo' averlo determinato — e per quanto mi riguarda non lo giustifica comunque.
2. Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Assolutamente vero. L'unica via d'uscita praticabile possibile era appunto, come Napolitano spiega piu' sotto, una "soluzione politica", "una soluzione che fosse cioe' frutto di un accordo, concordata tra maggioranza e opposizioni". Il Presidente sostiene che questi accordi sono "difficili": ma era una via obbligata da percorrere, magari ricorrendo anche a tutta la sua autorita' per superare le "tendenze all'autosufficienza e scelte unilaterali" di una parte e le "diffidenze di fondo e indisponibilita'" dell'altra. Che questa via non sia stata percorsa e' un fatto — ed e' in parte non piccola responsabilita' dello stesso Capo dello Stato, che avrebbe ben potuto — e dovuto — richiamare severamente le parti alle loro responsabilita' davanti al Paese. Certo, non si sarebbe potuto passar sopra "errori e responsabilita' dei presentatori delle liste non ammesse": pertanto l'accordo politico avrebbe avuto un prezzo per il centrodestra. Ma di fronte ai pasticci della maggioranza, la preoccupazione del Capo dello Stato doveva essere come evitare *al Paese* le conseguenze *istituzionali* di quegli errori, non come salvare *la maggioranza* stessa dalle conseguenze *politiche*.
3. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo. Qui l'argomentazione di Napolitano e' profondamente sbagliata. Il problema infatti non e' la partecipazione o meno del maggior partito politico, ma il diritto di *tutti* i partiti a presentare liste, *indipendentemente* dalla loro rilevanza numerica: anche perche' le elezioni servono proprio a verificare tale rilevanza numerica — e se il 28 e 29 marzo i lombardi decidessero in massa di votare per il "Partito socialmonarchico liberalcattolico dei lavoratori autonomi della Valtellina", riducendo il PdL a una forza dello zerovirgola, la legittimita' del PdL a partecipare alle elezioni sarebbe stata per questo sminuita? e per converso, se la lista bocciata fosse stata quella della "Lega Lombarda dei Napoletani Immigrati - Unità Popolare Terrona e Proletaria", sarebbe stato un minore vulnus alla liberta' di espressione del voto? Cito Zagrebelsky, che lo dice meglio di me:

Con ciò si violano l'uguaglianza e l'imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L'uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l'uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del "principale contendente". Il tarlo sta proprio in quel "principale". Nelle elezioni non ci sono "principali" a priori. Come devono sentirsi i "secondari"? L'argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti.

4. Erano in gioco due interessi o "beni" entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di "beni" egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico. Non si puo' negare, dice Napolitano. Ma poi non spende una parola per dire che cosa e' stato fatto per tutelare il "rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge". Perche'? perche' molto semplicemente quel bene cosi' meritevole di tutela non e' stato affatto tutelato, anzi se ne e' tranquillamente fatto strame. Per certi versi, questa frase di Napolitano aggiunge la beffa al danno: "Avevi ragione anche tu, cittadino rispettoso delle regole, ma sai che c'e'? tanto tu le regole le rispetti comunque, quindi ci sentiamo autorizzati a mettertela nel culo per salvarlo a quelli che invece delle regole se ne fottono".
5. Ma in ogni caso […] la "soluzione politica" […] avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti - dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano - che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge. Qui il ragionamento di Napolitano pecca su due punti, entrambi determinanti.
Il primo e' che i pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano non erano l'ultima parola della magistratura. Tanto e' vero che il TAR del Lazio ha riammesso il listino della Polverini e quello della Lombardia aveva concesso a Formigoni la sospensiva grazie al quale il suo listino avrebbe potuto comunque concorrere alle elezioni. Si poteva — no si *doveva* almeno attendere che i giudici facessero il loro lavoro fino alla fine, prima di ricorrere a forzature delle regole.
Il secondo e' che il decreto-legge era una via *comunque* indisponibile per il Governo, perche' la legge vieta il ricorso a questo strumento in materia elettorale. Ancora una volta, Zagrebelsky:

La legge 400 dell'88 regola la decretazione d'urgenza. L'articolo 15, al comma 2, fa divieto di usare il decreto "in materia elettorale". C'è stata innanzitutto la violazione di questa norma, dettata non per capriccio, ma per ragioni sostanziali: la materia elettorale è delicatissima, è la più refrattaria agli interventi d'urgenza e, soprattutto, non è materia del governo in carica, cioè del primo potenziale interessato a modificarla a suo vantaggio.

In presenza di un accordo politico, il Parlamento avrebbe potuto approvare una legge ordinaria in due giorni e farla entrare immediatamente in vigore con la procedura d'urgenza prevista dall'art. 73 della Costituzione. Quindi non solo il decreto-legge e' una forzatura della norma, ma e' una forzatura non necessitata.
6. […] il testo successivamente elaborato dal Ministero dell'interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione - comunque inevitabilmente legislativa - potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura. Non entro nel merito del giudizio sugli *evidenti* vizi di costituzionalita' del decreto: me ne vengono in mente diversi possibili, ma mi e' chiaro che il ruolo del Presidente della Repubblica e' soltanto di primo vaglio — e non si sostituisce al giudizio di costituzionalita' vero e proprio che spetta alla Corte costituzionale. E' pero' falso che altre ipotesi di soluzione non siano state rappresentate, prima tra tutte quella del rinvio delle elezioni, certo non indolore, ma che almeno avrebbe permesso di ricostituire una effettiva base di parita' di condizioni tra i possibili concorrenti. La preoccupazione piuttosto sta nella fragilita' dello strumento adottato, che potrebbe cadere in qualunque momento (perche' non convertito in legge entro il termine, perche' cassato dalla Corte costituzionale), lasciando spazio a un caos istituzionale che potrebbe essere ben peggiore del vulnus arrecato dalla non partecipazione di alcune liste alle elezioni.
Per tutte queste ragioni — e con tutta la pacatezza necessaria — credo che il Presidente della Repubblica abbia commesso un errore grave firmando questo decreto, un errore che sminuisce il ruolo di garanzia dell'istituzione che rappresenta e che pesera' anche nella fiducia dei cittadini verso lo stato. Di qui a vociferare di "impeachment" di Napolitano ce ne corre: un errore politico non e' ne' alto tradimento ne' attentato alla Costituzione (art. 90 Cost.). Ma d'altra parte non si puo' confondere il rispetto dovuto alla Presidenza della Repubblica con un obbligo di acritico consenso.


Venerdì, 26 Febbraio 2010
Foehn
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 3:04 pm

Oggi a Torino soffia il foehn, violento. Sta arrivando la primavera.


(click for more)


Venerdì, 26 Febbraio 2010
Il 65/ e la lotta alle PM 10
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori, It, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto da waldorf alle 12:48 am

Pare che domenica 28 si scatenera' la grande offensiva del nord alle PM10. Tutti a piedi in tutta la pianura padana o quasi. Quale sia l'utilita' di una mossa del genere per i nostri polmoni e' abbastanza chiaro: nessuna. Ai sindaci serve per esorcizzare lo spettro dei fascicoli che molte procure (compresa quella di Torino) vanno aprendo in materia. In realta' che l'aria a Torino sia una roba poco adatta a essere respirata e' una cosa evidente, come e' evidente che il torinese medio non concepisce altra possibilità per spostarsi che l'automobile, e del resto non si vede che cosa ci si potrebbe aspettare di diverso dalla citta' della Fiat.
Ma i torinesi per la verita' hanno le loro buone ragioni, anche ora che le loro macchine sono Fiat solo in minoranza.
A me non piace guidare di natura, trovo semplicemente odioso il sistema dei controviali torinese (una cosa in cui, per citare Saetta McQueen, devi girare a destra per andare a sinistra!!) e trovo che i torinesi al volante siano un flagello. Trasferendomi qua ho pensato: e che diamine, in fondo e' una grande città con un esteso sistema di trasporti - ci sono persino 7 km di metropolitana :-) - si potra' girare a piedi! Per la verità Torino e' stata pensata, credo fino dal '600, per le macchine; le distanze sono enormi e attraversare un corso in una volta sola (che so, corso Vittorio) e' sempre un'impresa da suicida o da centometrista o meglio da centometrista suicida, data la lunghezza e la presenza dei suddetti controviali che spesso generano la presenza di tre diversi semafori pedonali per passare da un lato all'altro.
Ad ogni modo ci ho provato, a usare i piedi e i mezzi pubblici (la bicicletta e' veramente da animi forti), ma, dopo un anno e mezzo di tentativi, credo che mi rassegnero' a diventare un torinese a quattro ruote. Non fosse altro, per raggiungere la scuola di It dal mio ufficio con il 65/ (la cui fermata gia' e' a 3-400 metri) ci impiego come minimo 40 minuti, quando in macchina fuori delle ore di punta ce ne metterei 15 (e' un percorso di 3,3 km). Per non parlare delle soste al freddo che hanno contribuito a farmi venire una tremenda tosse, peggiorata certo dall'aria torinese, dato che in montagna diminuisce molto. Devo dire che la frequenza del suddetto 65/ e' bassa, pero' ne vedo un monte in circolazione quando non ne ho alcun bisogno (dev'essere la legge di Murphy degli autobus). La distribuzione dei mezzi nel tempo non e' comunque il punto forte del GTT - il Gruppo Torinese Trasporti - il che genera un altro simpatico fenomeno: quando ho bisogno di andare in centro per una commissione, nel tempo che impiego per superare i tre diversi semafori pedonali posti nei 50 metri dall'uscita del mio ufficio alla fermata dell'autobus (non quella del 65/, ben piu' lontana…) vedo passare implacabilmente autobus e tram di tutte le linee utili e, quando infine raggiungo la fermata, per dieci minuti non passa piu' niente.
Inoltre non esiste praticamente percorso in citta', per quanto breve, che non richieda di cumulare due o addirittura tre mezzi se non percorrendo chilometri a piedi.
Morale della favola: Chiamparino & co. possono mandarci a piedi tutte le domeniche da qua alla fine del mondo, ma fino a che prendere i mezzi pubblici sara' un'impresa che richiede un fisico d'acciaio, la pazienza di un santo e niente da fare nella vita, tutti gli altri giorni della settimana i torinesi con piena ragione continueranno a mettere il culo sulle loro macchine e le PM10 impazzeranno.

P. S.: oggi sono andata a prendere It con la metropolitana, facendomi una passeggiata di circa 1,5 km; ma fino a qui tutto bene. Peccato che al ritorno (che abbiamo intrapreso cumulando un autobus e la metro) la metro si e' fermata del tutto, costringendo me e It a scendere e farci a piedi il percorso corrispondente a due fermate per andare dalla psicomotricista. E meno male che il mio piccolo ha accettato di farsela quasi tutta a piedi, quasi per niente in collo (il che e' un successo), e pure di corsa!



(via Paese Seia)
Mah, io qualcosina da ridire anche su di Lui ce l'avrei.
(certo, i fan club sono peggio)



Lunedì, 8 Febbraio 2010
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 2:20 pm

Chiedo scusa a chi ci avesse scritto negli ultimi tempi all'indirizzo mail del blog: avevo dimenticato di far pulizia dello spam ed e' andato over-quota. Ora dovrebbe funzionare di nuovo.


Venerdì, 5 Febbraio 2010
Viene cosi'
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 2:40 pm

la neve dalla finestra del mio ufficio.


Le coppie gay? Non esisteranno per il prossimo censimento (via RdM, che invita a firmare questo)



Stranezze. E' arrivato *oggi* un trackback da Dotcoma. Del 2007.
E poi ci lamentiamo delle Poste Italiane.



Non lo conosce quasi nessuno, ma a me le sue foto piacciono tantissimo.



Martedì, 12 Gennaio 2010
Divergenze parallele
Nelle categorie: It, Pipponi, Love the Bomb, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 11:16 pm

Man mano che passa il tempo, mi rendo conto di una cosa probabilmente ovvia — ma che solo da poco ho messo davvero a fuoco. It — crescendo — somiglia sempre meno ai bambini neurotipici: man mano che le abilita', le competenze, le attitudini, i caratteri si definiscono, gli altri bambini tendono sempre piu' ad uniformarsi (al netto delle ovvie differenze individuali) ad uno standard comune; It invece va per la sua strada — e diverge. Non e' un giudizio di valore, ne' in un senso ne' nell'altro, sia ben chiaro — e' una semplice constatazione di fatto, con un sacco di conseguenze sia pratiche che psicologiche, per lui e per noi.

Nel linguaggio dei test e della psichiatria/psicologia, il fatto che It diverga dalla norma e' registrato come "ritardo". Su un piano strettamente funzionale, il termine e' sicuramente appropriato: ci sono zilioni di cose che i bambini neurotipici fanno e che It non sa fare, non sta imparando a fare — e forse non potra' o vorra' mai imparare. Prima fra tutte parlare — ma anche disegnare, ascoltare una storia, vestirsi da solo, avere la percezione del tempo, e cosi' via. Ma It non e' affatto in ritardo — sulla *sua* tabella di marcia: apprende in un attimo le cose che gli importano — e mostra abilita' che i suoi coetanei nemmeno si sognano — purche' rispondano alle *sue* motivazioni, che non sono quelle degli altri. It e' capace di un pensiero complesso, di emozioni estetiche, di sentimenti non banali, ma anche di organizzazione e di progetti: i *suoi* — che esprime tramite canali *suoi*, certo spesso difficili da decrittare perfino per noi, ma a volte cosi' clamorosamente, immediatamente chiari — a patto di volere/sapere assumere il *suo* punto di vista.

Al tempo stesso, man mano che It diverge dai suoi coetanei, cresce la distanza rispetto alle aspettative comuni. Se non sorprende piu' di tanto che un bambino di due anni vada in giro saltellando e gridando di eccitazione quando e' contento, a cinque comincia ad essere un po' strano, a otto probabilmente sara' guardato con sorpresa e apprensione, a quattordici sara' un "comportamento problema", per usare l'orrido gergo dei terapisti. Chissa', magari nel frattempo It avra' scelto altre modalita' per comunicare la sua eccitazione — ma altre "stramberie" gli resteranno — e saranno sempre piu' evidenti col passare del tempo. Non possiamo — e nemmeno vogliamo — sperare che crescendo It si comporti come il neurotipico che non e': anche in questo caso, nessun giudizio di valore — ma ancora una constatazione di fatto — e una serie di questioni aperte. Soprattutto sul tema dell'adattamento — quanto deve essere il mondo ad adattarsi a lui, e quanto lui al mondo — quanto possiamo sperare che esistano reciproci margini di adattamento — come gestire le situazioni (tante) in cui l'adattamento si rivelera' impraticabile da una parte o dall'altra o da entrambe.
E cosi' anche il nostro modo di pensare e di parlare diverge sempre piu' da quello delle famiglie "normali", al punto che diventa difficile trovare un terreno comune di comunicazione. Puo' sembrare — a volte — di parlare delle stesse cose con altre mamme o altri papa'. Capricci, sport, gite, scuola, interessi dei nostri figli — quale argomento piu' comune si puo' immaginare quando dei genitori si incontrano? Eppure, ci accorgiamo presto che stiamo parlando di *altre* cose, che — anche a non dover spiegare la condizione di It o a non dover sopportare la mal riposta compassione dei nostri interlocutori — e' davvero difficile far capire quanto e' diverso vivere con It le stesse cose, e' davvero difficile sottrarsi al doppio fraintendimento di chi crede che in fondo It sia piu' o meno come tutti gli altri bambini e di chi invece interpreta qualunque barlume di terreno comune tra It e gli altri come un ben augurante segno di possibile miglioramento o "guarigione": di convergenza verso la normalità.
No, It *diverge*. E noi finiamo per divergere dietro a lui. Mettere ponti su questa divergenza e' e sara' sempre piu' faticoso. Ma a noi il nostro bambino divergente piace com'e' — e vogliamo difendere in ogni modo il suo diritto ad essere fuori squadra, di traverso alla norma, ne' in ritardo ne' in anticipo, semplicemente su un'altra strada. E sappiamo che un po' per volta, in questo processo, gli assomigliamo sempre di piu' — impariamo da lui un'*altra* percezione del mondo — e cerchiamo di fare da traduttori — della sua bellezza e della sua ricchezza (ma anche delle sue difficolta' e delle sue asprezze, che sono tante) per gli altri — e delle cose del mondo (non sempre belle a dire il vero e non sempre pronte ad accogliere "alcunche' di ricco e strano") per lui.


Lunedì, 11 Gennaio 2010
Eric Rohmer se n'e' andato
Nelle categorie: Quel che resta, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:42 pm

Eric Rohmer (da sempre per me il "maestro" Eric) e' morto e io non mi sento tanto bene… certo non era ne' Dio ne' Marx (per fortuna) ma per me e spero per molti altri era un punto di riferimento essenziale. Pensavo che esistevano lui e i suoi film e mi sentivo meglio, in un mondo in cui i leghisti e i reality (due cose che mi sembrano l'opposto di Rohmer) impazzano; i suoi film continueranno ad esserci, ma il fatto che lui non ci sia più non e' certo indifferente.
Non e' certo vissuto poco, Rohmer (classe 1920), e meno male che e' andata cosi'. Gia' il piu' anziano degli esponenti della Nouvelle Vague, Rohmer ha sepolto il povero Truffaut (nato nel 1932 e morto nel 1984) e — mentre Godard (classe 1930) era morto creativamente da un bel pezzo — ha dato il suo meglio da anziano.
Per me Rohmer era piu' di un regista, se questo e' possibile. I suoi film pieni di chiacchiere filosofiche che hanno sempre rifuggito l'ovvio, ispirati da una cultura letteraria e visiva profonda, mi hanno insegnato a vedere il mondo in un modo particolare, che anima di significato anche le cose apparentemente banali. Rohmer amava le periferie e le cittadine di provincia, posti come Montélimar o Le Mans, e mai nei suoi film si coglie un'inquadratura di luoghi veramente riconoscibili di Parigi. Il suo film che ho amato di piu', L'ami de mon amie (1987) era tutto girato attorno a Parigi, e certe banlieues moderne che certamente farebbero storcere il naso ai turisti diventano il perfetto palcoscenico degli andirivieni sentimentali dei suoi personaggi, lo sfondo delle loro chiacchiere e confidenze; e il bello e' che nel film si parla non solo di sentimenti, ma anche di quegli spazi urbani che finiscono per diventare protagonisti della storia, dato che rappresentano, influenzano e mutano lo stato d'animo dei protagonisti. E' stato Rohmer per esempio, con Conte d'été (1996), a farmi desiderare di andare a tutti i costi all'isola di Ouessant, destinazione non certo esotica come tante popolari nelle offerte turistiche, eppure piena di suggestioni avventurose e mai raggiunta dai personaggi del film.
Anche grazie a Rohmer cammino per una citta' come Torino, piena di quartieri apparentemente anonimi (a cominciare dal mio), e trovo che ci sono un sacco di cose da vedere. E la vita cosi' e' sicuramente meno noiosa.
Per me questo modo di guardare alla realta' e' l'eredita' piu' bella che mi ha lasciato Eric Rohmer, qualsiasi cosa possano scrivere i critici cinematografici, che sicuramente ne sapranno piu' di me. Ma se un autore ti rimane dentro per qualcosa, magari per un qualcosa che neanche si immaginava lui stesso, e' un fatto che ha comunque significato — anche se qualcuno cerchera' di spiegarti che ci hai visto la cosa sbagliata.
Magari pero' il maestro non si sarebbe offeso se avessi potuto spiegargli cosa avevo imparato da lui. Peccato che ora non potro' piu' raccontarglielo.


Venerdì, 18 Dicembre 2009
Arbeit Macht Frei
Nelle categorie: Quel che resta, Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 1:46 pm




Arbeit Macht Frei

Originally uploaded by harvestmeadow2008

Qualcuno stamani ha portato via la scritta "Arbeit macht frei" dall'ingresso di Auschwitz.
E' insensato, terribile e sinistro.
Analisi non sono capace di farne. Moniti da dare non ne ho. Sono semplicemente sbigottito –


Sabato, 5 Dicembre 2009
Non ho voglia di scrivere
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:22 pm

… e invece sto sistemando foto a tutto spiano. Se mi volete mi trovate di la'.


Lunedì, 23 Novembre 2009
… anche a Solone.
Nelle categorie: Quel che resta, Ma vaffanculo! — Scritto dal Ratto alle 7:23 pm

Secondo il sapiente Solone, oggi sono al culmine esatto della mia vita, a metà tra il settimo e l'ottavo settennio, quando si e' al massimo nel pensiero e nella parola (fr. 27, 13-14 W: ἑπτὰ δὲ νοῦν καὶ γλῶσσαν ἐν ἑβδομάσιν μέγ᾿ ἄριστος | ὀκτώ τ'· ἀμφοτέρων τέσσαρα καὶ δέκ' ἔτη).
Sara' che son di nuovo due notti che non si dorme, sara' che oggi e' stata la piu' cupa delle giornate novembrine — ma se questo e' il meglio di me, siamo messi proprio male.


Venerdì, 13 Novembre 2009
Una sana scarica di ceffoni
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori, It — Scritto dal Ratto alle 11:05 am


(It in Terrazza Mascagni, un annetto fa)

La Terrazza Mascagni e' uno dei posti piu' belli di una citta' ingiustamente considerata brutta, Livorno.
Una masnada di (ragazzini?) deficienti l'ha insudiciata di scritte a spray. A volte uno vorrebbe poter ricorrere alle punizioni corporali.


Venerdì, 13 Novembre 2009
Avanti Savoia?
Nelle categorie: Quel che resta, Politica e altre indignazioni, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 10:37 am

A veder lo slogan della sua campagna per le Regionali — viene quasi il sospetto che Mercedes Bresso abbia qualche ambizione di restaurare la monarchia sabauda.


E' tanto che ho smesso di praticare la letteratura — anche come semplice lettore — quindi ho scarsa voce in capitolo.
Ma a me questo post di Floria pare sacrosanto.



Lunedì, 9 Novembre 2009
Conte Verde, Luci Rosse
Nelle categorie: Quel che resta, Curiosando e andando in giro, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 10:21 am

Ieri sera, la truce statua del Conte Verde — davanti a Palazzo di Citta' — sotto le luci d'artista (la foto e' fatta con il cellulare e fa abbastanza schifo, ma era una vista suggestiva):

Poco fiato per postare, in questo periodo — una montagna di lavoro, It si era perso i ritmi del sonno e abbiamo ripreso una routine decente solo da pochi giorni — stiamo recuperando.


Ogni tanto si legge una pagina che merita di esser tenuta come una bussola — e come un richiamo a quel che dobbiamo essere.
Claudio Magris ieri a Francoforte.



Mercoledì, 14 Ottobre 2009
La guerra tra i giornali e la fine dell'equilibrio tra i poteri
Nelle categorie: Umori e malumori, Pipponi, Emigrare? — Scritto da waldorf alle 12:18 am

Il conflitto scoppiato tra De Bortoli, Scalfari e Travaglio è certamente una delle ultime cose di cui avevamo bisogno, eppure non riesce a lasciarmi indifferente. Scalfari non è onesto quando descrive De Bortoli come una sorta di leccapiedi che è corso ad assicurare a Berlusconi la sua lealtà; è ameno osservare come oggi pur di dare dell'ignavo al collega Scalfari abbia commesso marchiani errori di trama de "I Promessi Sposi".
De Bortoli ha difeso dignitosamente la sua posizione di "liberale" sia rispetto a Berlusconi che a Scalfari e Travaglio, e non è colpa sua se Minzolini ha approfittato della questione per mettere in pessima luce Repubblica, senza contraddittorio.
Va anche riconosciuto che nella sua politica antiberlusconiana Repubblica, che dopo le elezioni del 2008 era parsa anche un po' propensa alla conciliazione e all'inciucio, è caduta spesso in eccessi di cattivo gusto; trovo discutibile ad esempio il patetico ritratto di Gino Flaminio, ex fidanzatino di Noemi Letizia, come una sorta di innocente ragazzo della porta accanto sedotto e abbandonato e le cui speranze sono state tradite dalle aspirazioni velinistico-politiche della sua passata fiamma; peggio ancora attribuire a Patrizia D'Addario lo status di eroina, mentre da un punto di vista morale mi sembra equivalente a chi l'ha ingaggiata e "utilizzata" secondo la raffinata terminologia dell'onorevole Ghedini.
Ciò nonostante, il momento è di quelli che appaiono poco compatibili con il moderatismo, con l'atteggiamento da buon borghese che si vuole tenere fuori dalla mischia e dagli eccessi, che è proprio di una persona che pure per molti versi apprezzo come il buon Gramellini. La sensazione di essere alla canna del gas che molti (inclusa me) provano da tempo è quanto mai forte, quando Napolitano deve spiegare che non appartiene al suo ruolo istituzionale spiegare ai giudici della Corte Costituzionale cosa devono fare. Sembra che ormai non vengano più tollerati i controlli e gli equilibri propri di qualsiasi costituzione repubblicana. Il popolo è sovrano ma aliena la sovranità eleggendo il capo assoluto che viene offeso da chiunque eserciti le sue ordinarie funzioni costituzionali, magari annullando delle leggi sulla base di fondati argomenti giuridici.
Essere moderati può significare allora assistere impotenti e quasi complici a questo massacro della Costituzione. D'altronde in nome di cosa scendere in piazza? Il principale partito di opposizione è impegnato a guardarsi l'ombelico, e numerosi dei suoi deputati non si presentano in Parlamento consentendo che una legge aspramente discussa dallo stesso PD e su cui il Governo ha posto la fiducia passi, perdendo l'occasione di cogliere una vittoria importantissima. Oggi Franceschini scopre che la Binetti è un problema dopo essersi fatto appoggiar da lei.
Trovo drammatico trovarsi in questa situazione; non avere il carattere del tribuno, mancare di una qualsiasi guida, e al contempo sapere che tutto questo è rovinoso e inaccettabile.
Verrà mai una fine?


La Rat-Family e' a Berlino.
Ha visto da lontano la manifestazione di Roma (che bella), e sta cercando di risparmiarsi quella di qui.



Anche voi siete sommersi di visite con referrer patrizia daddario (sic)?



Mercoledì, 16 Settembre 2009
Luciano Emmer (1918-2009)
Nelle categorie: Quel che resta, Cinema e TV — Scritto dal Ratto alle 1:46 pm

Era davvero un'altra Italia, la sua.


Lunedì, 14 Settembre 2009
Auguri
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:30 pm

Ho una voglia matta di entrare in aula, domani, e di conoscere i miei nuovi alunni. Ho una voglia matta di insegnare latino. E storia (antica). E letteratura. E la grammatica italiana. Dopo anni e anni di triennio liceale, ho scientemente deciso di cimentarmi con una prima liceo (linguistico). Niente di scontato. Tutto da costruire. O comunque da non sciupare. Interesse, curiosità, motivazione. Passione. Cavoli, a me insegnare piace da matti, nonostante tutto.

Cosi' Floria, nel suo post di inizio anno. A lei — e ai suoi colleghi che lavorano con entusiasmo e competenza nonostante tutto — un grazie di cuore. A mia figlia, che inizia la seconda liceo, l'augurio di trovare qualche prof come Floria. A un mio ex alunno, uno tra i piu' cari, oggi precario falciato dalla Gelmini, l'auspicio di poter tornare a scuola, come merita, in tempi migliori. E — per quanto riguarda me — un po' di nostalgia per il piu' bel mestiere del mondo (e un po' di sollievo per lo scampato pericolo).


Evidentemente in me i geni femminili sono belli robusti, perche' la mia aracnofobia e' proverbiale.
A pensarci bene, non sono nemmeno predisposto a essere un buon cacciatore.



Giovedì, 30 Luglio 2009
Urbis et orbis?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 3:19 pm

Da Nòva24 di oggi, pagina 17:


Venerdì, 17 Luglio 2009
Non saro' mai…
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 8:04 pm

Un po' prima dei trent'anni mi sono reso conto con dispetto che non ero ne' Dante Alighieri ne' — in subordine — Dio. Un po' prima dei quaranta ho constatato con rassegnazione che non avevo gran che di significativo da dire neanche nell'ambito della critica. Ma ora, arrivato alla soglia dei cinquanta, mi accorgo che non saro' mai nemmeno Tommaso Labranca — e non e' poi tanto male.

Mi e' venuto fatto di pensarlo leggendo il Collateral del numero 27 di FilmTV (12 luglio 2009), dedicato a Tiziano Scarpa e al Premio Strega. Probabilmente non e' online perche' l'acido avrebbe corroso il doppino di rame.


Non sarei certissimo che il colore sia importante.
Però sto cercando di capire qual è la causa e quale l'effetto nel rapporto causa/effetto tra il possedere un'Audi ed essere uno str***o (la correlazione non è perfetta ma altissima).

(.mau. nei commenti a questo post di Leonardo)

(Noi lo pensiamo da anni che i proprietari di Audi sono piu' o meno tutti str***i — e a dire il vero, se fossimo sicuri che l'Audi e' la causa e non l'effetto, quasi quasi faremmo l'investimento di comprarne una)



Venerdì, 3 Luglio 2009
Torino in bici (2)
Nelle categorie: Quel che resta, Curiosando e andando in giro, It, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 1:26 am

(e l'uno dov'e'? nei post non ancora pubblicati, semipronto da settimane — ma tant'e'…)

Stasera It ha voluto uscire dopo cena, a tutti i costi. Cosi' abbiamo preso la bicicletta e ci siamo fatti un lungo giro in centro. Qui qualche foto di Piazza Vittorio, Via Po, Piazza Castello e Via Palazzo di Città:



It l'ha presa cosi'

nonostante la pioggia che ci ha sorpresi sulla via del ritorno.


Mercoledì, 1 Luglio 2009
Giallo di rabbia
Nelle categorie: Quel che resta, Ma vaffanculo!, Umori e malumori, It — Scritto dal Ratto alle 9:55 pm

(per la precisione giallo-verdino-acido-bilioso: color Poste Italiane, insomma)

Qualche giorno fa ci e' arrivato un pacco. O meglio, ci e' arrivato il solito avviso giallo, perche' quando passa il postino la gente normale e' a lavorare. E ritirarlo, il pacco, e' un bel problema, perche' di solito quando gli uffici postali sono aperti la gente normale e' a lavorare. Niente di insolito, per carita' — ma il sospetto e' che Poste Italiane progetti i suoi servizi intorno alle esigenze dei soli pensionati.
Oggi sono uscito in anticipo dal lavoro per andare a prendere It a scuola e portarlo a fare psicomotricita'. Nel frattempo, calcolo, facendo un po' di corse e di acrobazie, dovrei riuscire a passare dall'ufficio postale, che non e' troppo lontano da scuola, e ritirare il famoso pacco. L'avviso giallo dice che l'orario e' dalle 8.30 alle 17.30. Se arrivo alla posta entro le quattro e quaranta — per la seduta di psico alle cinque e un quarto ce la facciamo. Di misura ma ce la facciamo.
Raccatto il pargolo di corsa — lo scaravento in macchina — riparto — arrivo — trovo un fortunoso parcheggio — faccio scendere il pargolo — lo convinco che non e' il caso di fare una bizza — mi scapicollo dentro l'ufficio postale — e vado a sbattere in questo:

Non. Ci. Credo. Ricontrollo l'avviso giallo:

Di nuovo: Non. Ci. Credo.
Chiedo informazioni a un impiegato di un altro sportello. Mi dice che l'ADR e' chiuso. Gli faccio osservare l'orario in bella vista sull'avviso. "Avra' sbagliato a scrivere il portalettere". Mi innervosisco. Faccio notare che l'orario sul'avviso non e' scritto a mano, e' un loro timbro, quindi se mai l'errore non e' proprio dell'ultimo portalettere. Mi ripete che ora lo sportello e' chiuso. Chiedo di un responsabile. Non c'e'. Devo aver fatto la faccia feroce, perche' mi guarda preoccupato e poi fa, scandendo bene, magari per paura che non capisca — o che lo inghiotta prima della fine della frase: "Guardi, ora lo sportello e' chiuso, ma se lei fa il giro da dietro e prova a entrare, forse e' ancora aperto e puo' provare a farsi consegnare il pacco." Ringhio un grazie fra i denti, trascino via il povero It un po' stranito, faccio il giro dell'edificio attraversando il piazzale di carico e scarico dei furgoni postali, trovo una porticina aperta, entro. Nessuno. Nessunissimo. Un silenzio obitoriale, in cui rimbombano gli strilli di un It ormai piuttosto spazientito. Potrei infilarmi nell'ufficio e rovistare tranquillamente tra pacchi e documenti — o sguinzagliare It a far coriandoli di quel che trova — nessuno mi fermerebbe:

Non avessi fretta di riportare It a psicomotricita', quasi quasi mi installerei li' ad aspettare per vedere dopo quanto tempo ariva qualcuno. Prevale il senso pratico, rifaccio il giro dell'isolato, ricarico It in macchina, riparto di corsa verso nuove e meravigliose avventure.
Tuttavia sono curioso di sapere di chi e' la colpa di questo grottesco disservizio. Quindi — oltre che qui — questa storia la racconto alla Stampa; la racconterei volentieri anche al servizio clienti delle Poste: ma non si trova da nessuna parte, almeno online (devo chiedere a "Chi l'ha visto?").


Qui si porta il lutto per Viareggio.



Giovedì, 18 Giugno 2009
Anche noi siamo orgogliosi
Nelle categorie: It, Pipponi, English digest, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 1:26 pm

Non ci siamo consultati prima — e Waldorf mi ha bruciato sul tempo, pero' dice che dovrei pubblicare anche il mio post…

Per una ironica coincidenza, il 18 giugno e' il secondo anniversario del giorno in cui It ha avuto la sua prima diagnosi di disturbo pervasivo dello sviluppo — ed e' anche il giorno dell'orgoglio autistico — almeno per le comunita' del mondo anglosassone in cui la difesa dei diritti delle persone autistiche e' molto piu' avanti che da noi.
Personalmente non so se di per se' ci sia motivo di essere particolarmente orgogliosi di essere autistici. Non lo so perche' — come direbbe RdM — "non ho l'onore"; ma anche perche' non sono troppo convinto che una condizione genetica — di cui la persona non ha alcun merito ed alcuna responsabilita' — possa essere ragione di orgoglio; piu' in generale, essere orgogliosi del proprio corredo genetico puo' condurre su una china pericolosa, se sconfina nella convinzione di essere migliori degli altri. Essere orgogliosi del proprio autismo, in questo senso, non e' necessariamente meglio che essere orgogliosi del colore della propria pelle.
Su un altro piano, pero', credo che le persone autistiche abbiano diritto di essere orgogliose di se stesse — come chiunque altro, non meno di chiunque altro. E in questo senso di un Autistic Pride c'e' bisogno: perche' bisogna sradicare l'idea che gli autistici sono *sbagliati* — che sono una sciagura per se stessi e per coloro che hanno intorno. Perfino le associazioni di tutela, qui da noi almeno, finiscono per essere succubi di un cliché negativo sugli autistici — l'autismo e' una disgrazia, e' una condizione che menoma irrimediabilmente le persone che ne sono colpite ed e' una catastrofe che riduce le famiglie alla disperazione e alla disgregazione, ecc. ecc. (cito come esempio un agghiacciante documento ufficiale di Autism Europe, riportato pari pari in numerosi siti di associazioni di genitori, a partire dall'ANGSA Lombardia). Invece dovremmo riconoscere il valore delle persone per quello che sono — e celebrarlo.
Inutile negarlo: i giorni di due anni fa sono stati duri. It stava passando il momento bruttissimo della regressione, era arrabbiato, spaventato, triste — incomprensibile. Noi ce lo vedevamo cambiare — in peggio, in qualcosa di ignoto — davanti agli occhi — e non avevamo strumenti per capire. Quando abbiamo cominciato ipotizzare che It fosse autistico — e' stato come se qualcosa di terribile e di definitivo ci si fosse abbattuto addosso. Perche' l'immagine dell'autismo che viene presentata a chi non ne sa nulla e' quella di una malattia devastante, che annulla le persone, che le chiude in un mondo orribile e ristretto. Che angoscia, pensare che il nostro povero bambino — cosi' solare, cosi' bello, cosi' perfetto — potesse essere travolto da una cosa del genere. I neuropsichiatri non sono stati piu' confortanti — tutti tesi a spiegarci che nostro figlio non ci avrebbe mai manifestato amore o attaccamento, che non ci vedeva nemmeno come persone — e cosi' via (non credo che fosse insensibilita' e nemmeno impreparazione: credo che ci sia — in questi casi — una sorta di bisogno professionale di preparare le famiglie al peggio: ma il risultato e' che rimandi a casa dei genitori sconvolti).
Poi un po' alla volta — molto grazie alle letture in rete, che ci hanno fatto vedere una prospettiva diversa e persone autistiche e famiglie tutt'altro che devastate (se c'e' una cosa di cui la comunita' autistica dev'esser fiera e' proprio questa), molto grazie a It, che gradualmente tornava ad essere il bambino felice di essere al mondo che conoscevamo — ci siamo resi conto che l'autismo puo' creare una montagna di problemi e di ostacoli, ma che non e' la fine della vita — e non e' nemmeno una condanna a una vita infelice — ne' per It ne' per noi. It e' un bambino bellissimo — di una sua peculiare bellezza –, ha una capacita' sorprendente di comunicare anche senza parlare, ha un carattere affettuoso e forte, un modo singolare ed affascinante di leggere il mondo e di farcelo vedere: e l'autismo e' un tratto inseparabile e costitutivo della sua personalita'. Non sappiamo se It e' orgoglioso di se stesso — ci pare per lo meno che stia bene nei suoi mocassini — ma noi siamo certamente orgogliosi di lui. In questo senso — si' — e' bello ed e' giusto che ci sia una celebrazione dell'orgoglio autistico: e vorremmo che tanti, anche qui in Italia, imparassero a celebrare la bellezza delle persone che hanno un cervello diverso dal nostro.

English digest in a few days


Giovedì, 18 Giugno 2009
"Apertura" o calci nei coglioni?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Umori e malumori, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 1:30 am

E' tanto che da queste parti non si scrive piu' nulla su Israele. E' che si rischiano contemporaneamente il travaso di bile e la crisi depressiva — e basta e avanza l'Italia per causare questo tipo di patologie. Pero' trovarmi piu' d'accordo con Lia che com MMax mi sorprende a tal punto che non posso fare a meno di provare a spiegare perche'.

La stampa italiana propone in linea di massima un'interpretazione benigna del discorso di Netanyahu (qui la versione integrale — la sola di cui fidarsi, perche' i resoconti giornalistici italiani omettono delle parti molto significative), che sarebbe "un'apertura"ai Palestinesi e alla soluzione dei due stati. Invece per i Palestinesi e' peggio di una scarica di calci nei coglioni ed e' un ostacolo monumentale a qualunque trattativa. Provo a sintetizzare i motivi essenziali:
1. Per Netanyahu il diritto al ritorno degli esuli palestinesi non esiste. Il problema dei profughi deve essere risolto fuori dai confini di Israele e senza la partecipazione di Israele. Sul piano pratico, Netanyahu non dice cose molto diverse da quelle che sono state scritte in tanti piani di pace — e perfino nell'Accordo di Ginevra*: e' evidente che il ritorno puro e semplice di tre milioni di profughi palestinesi significherebbe l'annegamento di Israele, e che quindi una soluzione realistica non puo' che limitare il numero di profughi vi potranno essere accolti. Ma — sul piano negoziale — questa e' la piu' pesante, la piu' dolorosa delle concessioni che i Palestinesi dovranno fare sulla via della pace, e quindi dovra' essere compensata da concessioni altrettanto importanti su temi altrettanto sensibili: di questo nel discorso di Netanyahu non c'e' traccia. Il diritto al ritorno e' cancellato preliminarmente, in cambio di nulla. Anche perche' per il primo ministro vi e' una sostanziale asimmetria nel diritto dei due popoli alla terra: "The connection of the Jewish People to the Land has been in existence for more than 3,500 years. Judea and Samaria, the places where our forefathers Abraham, Isaac and Jacob walked, our forefathers David, Solomon, Isaiah and Jeremiah — this is not a foreign land, this is the Land of our Forefathers"; quanto ai Palestinesi, "the truth is that in the area of our homeland, in the heart of our Jewish Homeland, now lives a large population of Palestinians" (i corsivi sono miei). In questa lettura il diritto e' tutto dalla parte del popolo ebraico, i Palestinesi sono al massimo un accidente storico, si trovano li' senza alcuna ragione** — e quindi e' una benigna concessione permettere loro di autogovernarsi su parte di una terra che di diritto appartiene comunque agli Ebrei.
2. E' abbastanza ovvio quel che ne discende sul tema cruciale dei confini e degli insediamenti israeliani nel West Bank. Netanyahu si guarda bene dal menzionare la Linea Verde come confine internazionale accettato — e nemmeno come base di partenza per un negoziato che preveda scambi territoriali. Cosi' come si guarda bene dal dichiarare che la pace comportera' l'evacuazione di gran parte — se non di tutti — gli insediamenti nel West Bank; anzi, degli insediamenti rivendica il diritto alla "crescita naturale", negando in partenza di poterli realmente congelare nella fase negoziale. Non c'e' una parola contro i coloni degli avamposti illegali che sottraggono sempre nuove terre ai Palestinesi; al contrario, "the settlers are not enemies of peace. They are our brothers and sisters". Si dira' che perfino l'Accordo di Ginevra non prevede lo sgombero integrale degli insediamenti: ma nel momento in cui pretende di cancellare il ritorno dei Palestinesi in Israele, Netanyahu rifiuta di annunciare il ritorno degli Israeliani in Israele. Quale sia il territorio del futuro stato palestinese e' del tutto indeterminato ("The territorial issues will be discussed in a permanent agreement"), non e' detto che debba somigliare al frastagliato arcipelago di Lia, ma non ci sono garanzie che somigli a un'entita' territoriale minimamente sensata come quella prevista a Ginevra.
3. Una certezza territoriale in compenso c'e', nella visione di Netanyahu: Gerusalemme deve rimanere la capitale indivisa dello Stato di Israele. Questo nonostante il significato storico, religioso e nazionale di Gerusalemme per i Palestinesi, nonostante almeno un terzo della popolazione sia palestinese, nonostante una qualche forma di spartizione della capitale sia un aspetto consolidato di qualunque ipotesi di accordo da trent'anni a questa parte. Vi e' d'altronde una perfetta coerenza tra la posizione di Netanyahu e la politica di accerchiamento dei quartieri arabi con insediamenti ebraici che da anni va avanti e che mira a isolare la citta' dalla Cisgiordania. Ma senza una spartizione di Gerusalemme nessun accordo di pace sara' mai praticabile.

[A questo punto dovrei ancora scrivere sulla questione della continuita' territoriale, delle comunicazioni e del controllo dello spazio aereo e marittimo del futuro stato palestinese; del tema della smilitarizzazione dello stato palestinese e della sua protezione; dell'acqua e dell'economia. Tutte questioni su cui il discorso di Netanyahu quando va bene e' reticente e quando va male dice cose che implicano la totale non sostenibilita' dell'ipotetico stato palestinese. Ma sono quasi le due del mattino e il pippone e' gia' abbastanza lungo. Percio' per il momento salto alle conclusioni — e mi riservo di tornare in argomento tra qualche giorno.]

Insomma — che Netanyahu si dichiari a favore della soluzione dei due stati e' forse significativo vista la sua storia politica e personale: ma e' una dichiarazione smentita dalla selva di limiti e di condizioni poste a contorno — e dalla situazione sul campo: come direbbe MMax, "reality talks".
Per certi versi, quella enunciata da Netanyahu e' di fatto la piu' antisionista delle posizioni, perche' nel momento in cui rende impraticabile il percorso verso i due stati, apre inevitabilmente (non oggi, non domani forse, ma e' solo questione di tempo) la deriva verso la creazione di uno stato binazionale tra il Giordano e il mare: il che, dato che la demografia non perdona, significa la scomparsa di Israele come "homeland of the Jewish people".

* Art. 7, dove pero' e' previsto che Israele accolga parte dei profughi e paghi una compensazione per le proprieta' perdute dagli esuli.
** A ben vedere non sono nemmeno un popolo ("Palestinian people") ma una popolazione ("a large Palestinian population"): quindi un'entita' demografica, non storica e nazionale (cosi' correttamente nota Akiva Eldar su Ha'aretz di qualche giorno fa, purtroppo non piu' online)


Lunedì, 8 Giugno 2009
Autism: The Musical
Nelle categorie: It, Cinema e TV, Pipponi, Love the Bomb, Roba da autistici — Scritto da waldorf alle 7:09 am

Devo chiedere preventivamente scusa per questa specie di incrocio tra una recensione e uno sfogo personale.

In genere i film sull'handicap presentano storie eroiche di persone che superando incredibili ostacoli riescono in grandi cose, storie alla Pistorius per intenderci. Con una disabilita' come l'autismo questo e' parecchio più difficile; gli autistici non sono soggetti proprio facilmente piegabili alle regole della retorica cinematografica, specie americana, in quanto assai poco sensibili agli obiettivi cui sono sensibili i normali. Cosi' anche nel primo e piu' famoso film su di un autistico, Rain Man, il protagonista, pur dimostrando sbalorditive competenze matematiche, sbanca un casino' facendolo pero' piu' o meno involontariamente.
Autism: The Musical, un documentario della celebrata rete americana HBO (quella di Sex and The City del bellissimo The Wire, per intenderci) in parte vuole proprio raccontare la storia di un gruppo di bambini autistici che riesce in un'impresa impossibile, quella di mettere in scena un musical, sembra di capire proprio sull'autismo. Non per niente la faccenda va sotto il nome (uno zinzino ambizioso) di "Miracle Project"…
Alla guida della compagnia si trova Elaine aka "Coach E", la madre di uno di loro, un bambino russo adottato, Neal, di circa 10 anni, affetto da una forma di autismo piuttosto severo. Gli altri protagonisti sono Adam, un 8enne che suona il violoncello, Henry, Asperger appassionato di dinosauri (figlio niente di meno che di Stephen Stills dei Crosby, Stills and Nash), Wyatt, un altro — sembra — Asperger dalla sbalorditiva autoconsapevolezza, e Lexi, una 14enne ecolalica, però piuttosto brava nel canto.
In realta' del musical e di come vengano affrontate tutte le possibili difficolta' dell'impresa (mi sembra allucinante anche la sola idea di trattenere in una stanza una masnada di autistici) nel film si vede piuttosto poco e da questo poco si ha l''impressione che in molto siano intervenuti gli adulti per supportare sulla scena i bambini. Ci sono poi alcune scene di isteria prima dello spettacolo, che credo si verifichino in ogni saggio di danza o analoghi che si tenga sulla faccia del globo, anche se qui ovviamente assume connotati un po' piu' seri.
Il documentario quindi parla soprattutto dei cinque bambini protagonisti, delle loro storie e di quelle dei loro genitori.
Non e' stata per me una visione ne' facile ne' rassicurante. Il tono generale del documentario, derivante direttamente dai genitori, e' che avere un figlio autistico e essere autistico e' una tragedia. Una frase tipica e' detta proprio da Elaine: "Il mondo per un bambino autistico e' un posto triste e spaventoso". L'insegnante di sostegno di Adam poi scuotendo la testa si chiede cosa sarebbe quel bambino (che sembra veramente un tipo in gamba) se non fosse autistico. La madre di Lexi racconta di come e' caduta in depressione per via dell'autismo della figlia.
Devo dire che avrei voluto entrare nel film e litigare con questa gente. Si', i vostri bambini sono autistici, e' un gran casino, ma sono belli, sanno fare un sacco di cose e potrebbero godersi la vita, con i dinosauri e quant'altro, se non gli trasmetteste la sensazione che tutto e' terribile, che li vorreste normali, che siete angosciati per il loro futuro.
Nel documentario manca piu' o meno assolutamente il senso dell'umorismo e qualunque persona normale che lo guardera' si commuovera', certo, ma forse non capira' fino in fondo la bellezza di questi bambini.
E loro invece sono proprio belli e a volte anche buffi e divertenti. Certo il mondo che li circonda non e' fatto per capirli e accoglierli.
Mi ha impressionato il fatto che Wyatt, un bambino che faceva discorsi di una profondita' assai difficile da riscontrare in un adulto medio, sia considerato sulla base dei test sostanzialmente un ritardato.
Pero' dobbiamo cominciare noi genitori a scoprire quello che c'e' di bello in loro, perche' nessuno altrimenti lo verra' a sapere, nemmeno i nostri bambini, che sono autistici si', ma mica scemi. E che loro non sentano di essere belli e speciali, questo si' che e' un dramma.
Comunque, se vi capita, guardatelo Autism: The Musical; gira su Cult, il canale sofisticato del gruppo Fox in una rassegna dal titolo irritante come "L'elogio dell'imperfezione" (e che, gli esseri umani "normali" sono dei perfetti che possono permettersi di guardare con condiscendenza agli altri?).
Ma guardatelo per i bambini, che sono veramente uno spettacolo. E non date troppa retta ai genitori, le cose sono assai meglio di come dicono loro.


Giovedì, 4 Giugno 2009
Opzione zero
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 8:38 am

Come milioni di altri elettori, ho ricevuto ieri mattina questa lettera di Romano Prodi che invita, nonostante tutto, a votare per il PD alle prossime europee. Si potrebbe fare qualche considerazione sul tono secco secco e men che entusiasta della missiva, ma lascio perdere. Provo invece a spiegare perche' non accogliero' quell'invito, pur essendo stato uno dei fautori del Partito Democratico fin dal 1995 — e pur continuando a pensare che se l'Italia ha una speranza non puo' venire che di li'.
Le mie scelte elettorali andranno il piu' possibile nella direzione di una sorta di opzione zero della politica — il no (tra l'incazzato e il disperato) a tutte le alternative poste in campo*.
Il fatto e' che il PD in questo momento non e' niente. Al di la' del meritorio sforzo di Franceschini, che ha fatto una buona campagna elettorale, al di la' del positivo silenzio di Rutelli e dei teodem**, che se non altro ha ridotto l'inquinamento, il PD continua a essere quello di prima, cioe' un contenitore di correnti senza un pensiero, senza un'identita' e un progetto riconoscibile — senza un denominatore comune minimo nemmeno sui temi essenziali: la laicita' dello stato, la scuola pubblica, l'accoglienza dei migranti, i diritti civili. Non si e' liberato di un gruppo dirigente responsabile della catastrofe — sono ancora tutti li' — per ora mandano avanti Franceschini, sperando che si faccia spennare al posto loro — poi ricominceranno a far casino come prima (o — se saremo molto fortunati — se ne andranno ognuno per la sua strada). Quel che e' peggio, un partito che e' nato per superare la contrapposizione tra riformismo di sinistra e riformismo cattolico e' ostaggio di un ritorno prepotente all'identitarismo cattolico come asse portante della politica. Infine — continua ad essere un partito incapace di dare messaggi, idee, voce e anima all'opposizione che pure da qualche parte in questo paese c'e' ancora. Ecco — per un partito inutile come questo io non posso votare. Con sofferenza, perche' e' stato il mio partito prima ancora che nascesse — ma no grazie. Alle europee andro' al seggio e votero' scheda bianca***. Sperando di essere tantissimi a farlo. Sperando di travolgere con un'astensione di massa il gruppo dirigente di questo partito — e di far piazza pulita per poter ripartire. Non votero' il PD per spirito di servizio verso l'idea che il PD aveva in se' — e che gli attuali leader hanno dilapidato e demolito. Spero che di loro non resti in piedi nessuno — e che nello spazio vuoto si possa cominciare a ricostruire un progetto di governo di questo paese — se non e' (come temo) troppo tardi.
Discorso diverso e' quello delle amministrative. Qui — sul terreno delle cose concrete — si deve ancora costruire la linea di difesa dal rischio della marea di destra. Scegliendo caso per caso — e cercando di non premiare troppo chi non se lo e' meritato. Nel nostro caso specifico, non votero' al primo turno delle Provinciali di Torino, perche' ne' il PD ne' Saitta mi hanno convinto nella passata amministrazione: ma se il centrosinistra non vincera' al primo turno non gli faro' mancare il mio voto al ballottaggio. Se fossi a Firenze pero', di fronte alla candidatura del "nuovo" Matteo Renzi, un pensierino a votare per Valdo Spini lo farei.
Il referendum, infine: sono contrario alla pratica di far mancare il quorum per liberarsi dei quesiti elettorali indigesti. D'altronde sono convinto che la riforma che uscirebbe da una vittoria dei si' sarebbe perfino peggiore dell'attuale grottesco sistema elettorale. E trovo che tra le colpe del PD ci sia anche quella di aver scriteriatamente appoggiato un referendum dai contenuti pericolosi solo perche' si spera di gettare scompiglio nel campo avverso. Percio' devo ancora decidere se rifiutare la scheda o votare no. Ma anche di questo il gruppo dirigente del PD porta responsabilita' precise.

* Ovviamente degli aracnidi e dei baciapile variamente assortiti non val nemmeno la pena di parlare. Sono il nemico — e basta. E dico il nemico, non l'avversario.

** Sarebbe stato troppo bello — scopro che Rutelli ha parlato — per affermare ancora una volta una posizione incompatibile con quella della maggioranza del partito — e tanto per cambiare una posizione stupida e sbagliata.

*** No, per quegli altri pezzi e bocconi di sinistra non posso proprio votare. Non mi piacevano prima, non mi piacciono adesso — e trovo davvero surreale la loro capacita' di dividersi su cose che forse non capiscono nemmeno piu' loro — almeno si dividessero per le poltrone, ma nemmeno quelle prenderanno — vanitas vanitatum.

P. S. Gia' che avete letto il mio pippone fin quaggiu', leggetevi anche quel che dice MMAX, che ha piu' dubbi di me, ma mi sembra orientato grosso modo alla stessa maniera.


Mercoledì, 3 Giugno 2009
I tigli e la scuola che non finisce mai
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:21 pm

Davanti alla mia scuola elementare c'era un viale di tigli, come tanti. Gli ultimi giorni di scuola, certo i più belli, erano associati al persistente odore degli alberi in fiore, forse un po' forte ma in fondo gradevole specie se appunto segnale di un evento lieto. Erano giorni veramente spensierati, in cui andare a scuola non mi faceva fatica, perché ormai era stato tutto detto e scritto e c'era solo il sapore, stavolta leopardiano, di una specie di prolungato sabato del villaggio.
Negli anni quell'odore mi è rimasto, con meccanismo che è inevitabile ahimè definire proustiano, ricollegato ad una indefinibile sensazione di felicità che provo non solo prima di aver capito che viene dall'olfatto, ma addirittura di aver realizzato che nei paraggi ci sono dei tigli in fiore.
Ora davanti alla nostra casa di Torino tante piante di tigli costeggiano la strada. E tornando a casa un pomeriggio sono stata colpita di nuovo da quella strana felicità. Non ci è voluto molto per realizzare che era un felicità ingannevole, che ormai la scuola non finisce più, che i doveri, le responsabilità e i problemi ci sono tutti i giorni dell'anno; in questi momenti mi sembra di essere Nanni Moretti in Palombella Rossa che urla rimpiangendo i pomeriggi di maggio passati a giocare al pallone. E' in queste occasioni che mi capita di provare una certa nostalgia per l'infanzia, che pure non ricordo con grande piacere. Preferisco però dover pagare quel breve momento di felicità sensoriale con un po' di amarezza piuttosto che rinunciare per sempre a quei pochi secondi in cui ogni anno, torno a frequentare la quarta elementare.


Martedì, 2 Giugno 2009
Un ponticello su un fiume di guai?
Nelle categorie: Quel che resta, It — Scritto da waldorf alle 7:28 pm

Abbiamo trascorso quasi tutto il ponte del 2 giugno in Toscana dai parenti e i guai non sono certo mancati… cominciando dal traffico che credevamo almeno in parte di avere eluso partendo il sabato piuttosto che il venerdì per poi invece trovarci in coda quasi ininterrotta da Ovada a Firenze Sud. C'è stato poi il clima che ha funestato noi come molti altri. Solo che non prevedendo la pioggia siamo partiti senza l'apposita attrezzatura specie per It. Ed è stata molto dura lottare con lui che voleva evadere per saltare a pie' pari nelle pozze e arrampicarsi sui giochi bagnati senza neanche un impermeabile… per la verità ho dovuto concedergli di farlo almeno un po', dato che con autistica ostinazione il piccolo avrebbe potuto urlare per ore intere davanti alla porta. A questa disgrazia si è poi aggiunto il fatto che a casa dei nonni per inadempienze della Telecom non c'era Internet, quindi niente ricerca dei cartoni di Wyle Coyote su You Tube che è una delle occupazioni preferite di It (con la mamma come braccio esecutivo, si intende). Pure il giro al locale ipermercato, in genere fonte di consolazione se non altro grazie al reperimento di qualche oggetto marchiato Cars, è stato reso semi-impossibile dalle code di quelli che condividevano un destino simile al nostro, che arrivavano abbondantemente fuori del parcheggio.
Infine siamo tornati a casa lunedì sera, e almeno oggi ci siamo goduti una lunga passeggiata in bicicletta per una Torino assolata e semideserta, una città lasciata a pochi Marcovaldi non in fuga per il ponte. Ma di questo forse parlerà Angelo..


Martedì, 2 Giugno 2009
Delitto al Leon d'Oro
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto da waldorf alle 7:27 pm

Purtroppo non è il titolo di un romanzo giallo, magari di un Maigret. Il Leon d'Oro è un albergo ristorante di Casteldelfino, un borgo decisamente affascinante della Val Varaita, non lontano dal confine con la Francia, un posto un po' fuori dal mondo che noi amiamo da tempo. Una domenica di questo nevosissimo inverno ci siamo fermati a pranzare, in una cornice un po' surreale, in compagnia di alpini e poliziotti inviati per fronteggiare l'emergenza climatica. Pure It accettò di mangiare un po' di agnolotti, il che per lui è stato un discreto riconoscimento alla cucina del posto. L'atmosfera, con metri di neve sui tetti delle case, era decisamente fiabesca.
Ma anche a Casteldelfino succedono cose che ti immagineresti solo in determinati quartieri della pericolosa metropoli torinese, quelli di cui si parla con grande allarme tutti i giorni in certe pubblicazioni. E così la signora che gestiva il Leon d'Oro è stata inopinatamente uccisa, a quanto pare da un ex tossicodipendente uscito da circa un anno dal carcere di Fossano, per motivi ancora non chiariti.
Non c'è una morale in questa storia; ma non può non colpire il destino che porta una signora non più giovane a finire uccisa in un borgo di montagna dove ha intrapreso con un certo coraggio la gestione di un albergo. Non è certo così che avrebbe pensato di poter finire, né noi avremmo pensato di ricordarci per sempre una bella domenica ricollegandola ad un brutale omicidio.
E pensare che l'albergatrice, Rosalia Perricone. a quanto pare era originaria di Palermo ed è arrivata al capo opposto del paese, in in luogo completamente diverso, per morire così.
Riposi in pace, signora Perricone. Magari c'e' un paradiso per gli albergatori dei paesi di montagna, senza impianti sciistici e torme di turisti.


Martedì, 2 Giugno 2009
Ricorrenze
Nelle categorie: Quel che resta, Politica e altre indignazioni, It — Scritto dal Ratto alle 10:55 am

Ho scritto altrove del mio legame affettivo con la Festa della Repubblica. Oggi il sentimento che prevale e' di essere restato orfano di quella festa e di quella repubblica: non e' rimasto niente da festeggiare — e non e' rimasto niente dei valori repubblicani se la maggioranza degli Italiani ha voluto al governo gente che puo' affiggere immondizia come questa:

Oggi e' (anche) la giornata nazionale dell'autismo. Questo genere di eventi non mi piace — e l'ho gia' detto qui sul blog — ci vedo troppa commiserazione. Noi questa giornata la festeggeremo con il nostro autistico preferito, divertendoci insieme a lui in giro.


Lunedì, 1 Giugno 2009
Paolo Zocchi (1961-2009)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:42 pm

Paolo Zocchi e' stato un amico — uno di quelli con cui puoi anche litigare ma di cui devi riconoscere comunque l'onesta' e l'intelligenza. Abbiamo fatto un po' di strada insieme — poi ci siamo persi di vista da quando la politica per me si e' fatta lontana. Apprendo della sua morte in un incidente di montagna — ed e' un'assurdita' a cui non mi so rassegnare.

P. S. Qui un bel ricordo di Paolo.


Lunedì, 11 Maggio 2009
You're a big girl now
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:45 pm

Mia figlia grande oggi compie quindici anni.
Ci vediamo troppo poco e condividiamo troppo poco delle nostre vite — e continua ad essere un ovosodo dentro che non va ne' in su e ne' in giu'. Pero' questa foto, che risale alla nostra vacanza a Istanbul, mi e' parsa un bel modo di farle gli auguri qui dal blog — e di esserci.


Sabato, 9 Maggio 2009
Se esiste
Nelle categorie: Quel che resta, Paradossi — Scritto dal Ratto alle 12:41 am

Maroni si vanta di aver respinto in Libia oltre 200 migranti. Io prego che D-o gli chieda conto di ogni sofferenza, di ogni morte che questa decisione puo' causare.


Giovedì, 2 Aprile 2009
Vivere con un cigno nero
(Autism Awareness Day)
Nelle categorie: It, Pipponi, English digest, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 3:17 am

Ho gia' avuto modo di esprimere la mia diffidenza nei confronti della "Giornata mondiale dell'autismo" indetta dall'ONU. Mi pare piu' che altro un momento propizio alla commiserazione, o ai luoghi comuni sulla necessita' di curare l'autismo — o peggio di "far guerra" all'autismo, come proclamava un ineffabile giornale torinese l'anno scorso. Di commiserazione non abbiamo bisogno, di cure meno ancora — e figuriamoci di guerra. Per di piu' un "Autism Awareness Day" e' una misura di "awareness" troppo lunga o troppo breve: le uniche scale possibili della consapevolezza sono tutta la vita e ogni singolo istante.
Detto cio', e a costo di far la figura di Renzo Tramaglino, provo a mettere a frutto l'occasione per cercare di spiegare — a me stesso prima di tutti — un po' di cose che credo di avere imparato da It — fino ad ora.

Un Cigno nero è un evento altamente improbabile con tre caratteristiche fondamentali. Primo: è isolato e imprevedibile. Secondo: ha un impatto enorme. Terzo: la nostra natura ci spinge ad architettare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo meno casuale di quanto non sia in realtà. Il successo di Google è un Cigno nero, l’ascesa di Hitler e l’11 settembre sono Cigni neri. E lo sono anche la nascita delle religioni, le guerre o i crolli delle borse, e alcuni avvenimenti che scandiscono la nostra esistenza: l’amore è un Cigno nero. Nassim Nicholas Taleb è convinto che un piccolo numero di Cigni neri sia alla radice di ogni sconvolgimento della storia e sia in grado di spiegare quasi tutto il nostro mondo.*

It e' un cigno nero. Il suo autismo era del tutto imprevedibile ("altamente improbabile"?) — ha trasformato radicalmente le nostre esistenze — e ci scontriamo ogni giorno con la tentazione di cercare spiegazioni che semplicemente non ci sono.
Ma a parte lo shock iniziale, sono quasi due anni che conviviamo *ogni giorno* con l'altamente improbabile e con l'assolutamente imprevedibile. Perche' It e' una sfida quotidiana a quel che ci si puo' aspettare, e' un po' come gli assoli di Charlie Parker, la nota successiva e' sempre in un posto un po' diverso da dove credevi che sarebbe stata. It non sta nelle regole, non e' calcolabile: non solo non somiglia per niente alle persone neurotipiche — ma non somiglia gran che nemmeno al profilo standard (ammesso che un profilo standard abbia senso) delle persone autistiche. Ogni tentativo di categorizzare i suoi atteggiamenti, i suoi comportamenti, i suoi pensieri si scontra con il fatto che lui e' *comunque* fuori dallo schema. In ogni momento, qualunque cosa faccia. Il nostro cigno nero non e' accaduto una volta per tutte — continua ad accadere in continuazione.
Cosi' abbiamo man mano imparato ad avere una assoluta familiarita' con l'improbabile — stiamo a bagno nel paradosso di aspettarci continuamente l'inatteso e di prevedere l'imprevisto. Non che questo ci renda piu' preparati: It riesce sempre a spiazzarci, a sfidare la nostra capacita' di prevederlo e di capire in anticipo — e spesso anche di capire a posteriori, nel bene e nel male.
Non e' che non capiamo nostro figlio. OK, a volte *davvero* non lo capiamo, ma per lo piu' abbiamo sviluppato insieme dei codici di comunicazione che ci permettono di dirci di tutto. Ma il fatto e' che il modo in cui It percepisce il mondo e lo interpreta — il suo stile cognitivo, verrebbe voglia di dire — non e' continuo e fatto di elaborazioni successive e di adeguamento dell'ignoto al noto — ma di esplosioni di esperienza e di ritorni incessanti — di ripetizioni rassicuranti e di catastrofiche spettacolari trasformazioni. E il solo modo di stargli dietro e' lasciarsi portare dal suo modo di pensare — per quel che siamo capaci di fare noi neurotipici, con la nostra diversa percezione e il nostro diverso pensiero.
Ma l'imprevisto piu' radicale, quello che nessuno ti dice, e' che il cigno nero e' bellissimo. Proprio perche' e' cosi' radicalmente inatteso — perche' le sue espressioni, i suoi sorrisi, le sue collere ti colpiscono cosi' spesso impreparato — perche' quel che lo interessa tu non l'hai mai visto davvero, fino a che non l'ha guardato lui — It ha uno sguardo che cambia il mondo, che ti costringe a prospettive che non soltanto non hai mai pensato, ma che in realta' non sei capace di pensare nemmeno quando te le mostra — semplicemente sono li' — una scoperta continua — in cui anche l'esperienza permette di anticipare assai poco. "Beauty walks on a razor's edge — one day I'll make it mine", come diceva Bob Dylan. Senza It non ci sarei mai arrivato.
Non e' facile vivere con il nostro cigno nero. Ma non e' ne' una sventura da compatire, ne' un privilegio di cui andar fieri. L'imprevedibile costa fatica — chiede di essere sempre vigilanti — e spesso, anziche' avere il sapore della scoperta di terre inesplorate, ha l'aspetto prosaico e pauroso di un vetro sfondato in un momento di collera — o di agitazione.
Pero' se proprio dovessi dare un messaggio per l'Autism Awareness Day — e' che vale la pena di cercare di essere consapevoli di come appare il mondo a un bambino autistico. E' un cigno nero, con tutta la devastazione cognitiva che porta con se' — e con tutta la bellezza oscura che non si puo' nemmeno immaginare con lo sguardo fissato sulla normalita'.

Sorry, I'll never be able to say that in English. (one of the wonderful things about internet is that there's always someone willing to help: so here's the translation, courtesy of Sara)

Living with a black swan
I have already expressed my distrust for the UN Autism Awareness Day. To me it looks more like a favourable moment for commiseration, or for clichés on the necessity to cure autism – or even worse, to make war to autism, as an indescribable newspaper from Turin (Italy) proclaimed last year. We do not need commiseration, even less we need cures – and obviously we do not need wars. Furthermore, an Autism Awareness *Day* is too long or too short an awareness span: the only possible measures of awareness can be life long and in every moment.
That said, I would like to try to take advantage of this occasion to explain – to myself first of all – a few things I think I have learned from "It" – so far.

A Black swan is a highly improbable event with three fundamental characteristics. First: it is isolated and unpredictable. Second: it has a massive impact. Third: our nature induces us to find justifications afterwards for its appearance, in order to make it a less casual event than it actually is.*

"It" is a black swan. His autism was totally unpredictable (“highly improbable”?) – it has radically transformed our lives – and every day we are tempted to look for explanations that just do not exist.
But apart from the initial shock, it is almost two years now that we deal every day with the highly improbable and the totally unpredictable. Because "It" is a daily challenge to anything we might expect; it is something like Charlie Parker’s solos, his next note is always in a slightly different place from where you thought it should have been. "It" does not follow the rules, he has nothing in common with neurotypical people – but he also has little in common with the standard profile (if a standard profile does have sense) of autistic people. Every attempt to put into categories his attitudes, his behaviour, his thoughts, clashes with the fact that he is *however* outside a pattern – always, no matter what he is doing. Our black swan did not occur once for all – it goes on occurring continuously.
Therefore, day by day we have learned to have absolute familiarity with the improbable – we are living in the paradox of continuously expecting the unexpected and predicting the unpredictable. Not that this helps us much: "It" is always capable of deceiving us, he always challenges our capability to predict and understand in advance – and often also to understand afterwards, through the good and the bad. It is not that we do not understand our son. OK, sometimes we *really* do not understand him, but mostly we have developed a set of communication codes that allow us to “talk” about anything. But the problem is that the way "It" perceives and interprets the world – his cognitive style, one could say – is not continuous and built from subsequent elaborations and from the adaptation of the unknown to the known – but it comes from explosions of experience and unceasing returns – from reassuring repetitions and spectacular and catastrophic transformations. And the only way to keep up with him is to follow his way of thinking – as much as it is possible for neurotypicals like us, with our different perception and our different way of thinking.
But the most radically unexpected event, the one that no one tells you, is that the black swan is gorgeous. It is particularly because it is so radically unexpected – because his expressions, his smiles, his rages catch you so often unprepared – because the things that interest him are those that you have never really seen, until he looked at them – "It" has eyes that change the world, they force you to take into account perspectives that not only you had never thought about, but that in effect you are still not capable of thinking even when he shows them to you – they are simply there – a continuous discovery – for which even experience is not enough to anticipate very much. “Beauty walks on a razor’s edge – one day I’ll make it mine”, as Bob Dylan said. Without "It" I would have never understood.
It is not easy to live with our black swan. But it is neither a misfortune to commiserate, nor a privilege to be proud about. The unexpected needs hard work – it demands us to be always alert – and often, instead of having the flavour of a discovery of unexplored lands, it has the mundane and scary appearance of a window broken in a moment of rage – or of anxiety.
But if I should leave a message for the Autism Awareness Day – it would be that it is worthwhile to try to be aware of how the world appears to an autistic child. It is a black swan, with all the cognitive devastation it brings with him – and with all its dark beauty, impossible to even imagine if the eyes are fixed on normality.

* OK, ammetto la mia abissale ignoranza: fino all'altro ieri il libro di Taleb per me non era altro che una copertina ed un titolo vagamente accattivante visto sugli scaffali delle librerie. Tutt'ora non l'ho letto, tanto e' vero che cito un risvolto di copertina. Il fatto e' che una collega di lavoro ne ha parlato — e la metafora mi ha colpito come un treno in corsa. Non vogliatemene — quindi — se la mia argomentazione e' inesatta, o infedele, o ignorante. Anzi e' sicuramente tutte queste cose. Ma per una volta mi permetto il lusso di scrivere sulla spinta di una suggestione. E di usarla come puro pretesto.

* I take this from Nassim Nicholas Taleb's book “The Black Swan”. OK, I admit my ignorance: until recently, it was just a cover with an attractive title glimpsed on the shelves of a bookstore. I still have not read it, and in fact what I cite comes from the back cover. Therefore, please excuse me if my reasoning is not correct, false or ignorant. Actually, it is probably all three. For once I permitted myself the luxury of writing from the power of a suggestion. And use it as a pretext.


Domenica, 22 Marzo 2009
L'autismo e il Papa

Alain Juppé e' un politico di quelli di cui avremmo un sacco di bisogno in Italia: un rappresentante di quella destra laica, repubblicana e civile da cui puoi dissentire su mille cose, ma con cui c'e' un terreno etico, culturale e istituzionale comune. E' un uomo di destra, non un aracnide. E poi e' sindaco di Bordeaux, che e' una bella citta' dall'aria ben amministrata — ed e' uno dei pochi politici che tengono davvero un blog personale — uno in cui ti racconta di che cosa fa come sindaco, ma anche i libri che legge, i film che e' andato a vedere, gli aneddoti di vita quotidiana — e in cui si prende la briga di rispondere di persona ai commenti. Tutto questo per dire che Juppé e' uno che mi piace, che mi sta pure simpatico, al di la' delle differenze politiche.
Ora, Alain Juppé se l'e' presa di brutto col Papa in un'intervista a France Culture: e fin qui niente di male, anzi — ci fosse in Italia qualche politico (di destra ma non solo) sufficientemente libero dalle influenze vaticane da poter dire che "avverte un profondo disagio" per le posizioni espresse da Benedetto XVI in materia di AIDS e preservativi o per la vicenda della revoca della scomunica ai vescovi lefevriani — o da affermare che questo Papa comincia ad essere "un serio problema".
Ma Juppé ha aggiunto che Benedetto XVI "sembra vivere in una condizione di autismo totale". E qui mi e' saltata la mosca al naso. Perche' come al solito si chiama in causa l'autismo, in maniera superficiale, per associarlo a un difetto morale o a una colpa: "autismo" finisce per essere sinonimo di incapacita' di compassione, di relazione, di ascolto — e c'e' un aspetto nemmeno tanto implicito di condanna in tutto cio'. Di qui a concludere che le persone autistiche sono difettose — sono *sbagliate* — il passo e' troppo breve. La gente sa poco di autismo — e se ne fa un'idea per lo piu' dall'uso metaforico della parola. Cosi', quando incontra sulla sua strada una persona autistica *per davvero* e non per metafora, ha gia' nella testa un pregiudizio ben preciso — ha gia' implicitamente formulato un giudizio negativo. Un giudizio *morale* negativo. E si comporta di conseguenza.
E' ora di smetterla. Piu' nessuno trova socialmente accettabile dare di "mongoloide" a qualcuno per dire che non si comporta in maniera intelligente. Dare di "autistico" a chi non mostra empatia o a chi non rivela capacita' di relazione con gli altri non e' meno gratuitamente dispregiativo nei confronti degli autistici veri.
Sono solo metafore, si dira'. Ma le parole sono pietre, quando servono implicitamente a consolidare pregiudizi e stereotipi contro categorie di persone che si', sono profondamente diverse da noi, ma non sono affatto peggiori di noi — e non sono per niente "difettose".

P. S. L'ho scritto, a Juppé, commentando il suo blog. Vedremo se e che cosa risponde.

Autism and the Pope
Sorry for our few English speaking readers: my English posts have been too rare — because I discovered that blogging in a different language is a lot harder than I expected.
This time I'll try to make up, so Maddy can spare Nonna's eyes.

Alain Juppé is a former French Prime Minister (he is now the Mayor of Bordeaux) and a good blogger — one of the few politicians I know of who actually write their own blogs. Recently he has harshly criticized the Pope, among other things, because of his stances on condoms and AIDS in Africa, and because of the lifting of the excommunication of the negationist bishop Williamson. Juppé's thesis (which I find absolutely correct) is that the Pope is severing the Church from the needs and the beliefs of the society, and even of many Catholics.
But to stress his argument, Juppé said that the Pope "seems to be living in a condition of complete autism". Here we go again: "autism" is used as a metaphor of a negative moral stance, an inherently despicable contempt of human relationships and of empathy. I believe this use of language helps consolidating prejudice against autistic people, and it fosters the misconception that autistics are "wrong" and "defective" — and that they should be changed in something else if they are to be accepted by other people. I feel that this should not be tolerated: no decent person would find acceptable to use "Down" as an insulting word for someone not bright enough. Why is autism different?
(Alain Juppé's blogpost on the reactions to his interview is here: I commented on it, hoping to bring up some reactions. To date, nothing happened.)


Martedì, 10 Marzo 2009
For dummies
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 7:46 am

Per tutti i dummies come me che non avevano ancora trovato una soluzione a questo: se usate questo, questo funziona.

Idea spudoratamente saccheggiata da questo post di Mantellini


No, di quella cosa li' non parlo.
Non riesco a convincermi che ci sia qualcosa da dire.



Giovedì, 5 Febbraio 2009
RSS for dummy (uno solo, cioe' io)
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto da Amministratore alle 1:40 pm

Voglio capire: c'e' qualcuno di voi che ci legge via RSS? perche' Feedburner da mesi mi dice che *nessuno* ha sottoscritto il feed e *nessuno* lo usa mai — e vabbe' che The Rat Race non fa grandi numeri, ma ho la sensazione che qualcosa non funzioni…


Sabato, 31 Gennaio 2009
Unita' di misura
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:53 am

Ma secondo voi Lord Farquaad e' alto un Brunetta (Bn) oppure il Ministro Brunetta e' alto un Farquaad (Fq)?


Martedì, 6 Gennaio 2009
Post sconclusionato per cominciare il 2009

Il blog tace da un sacco di tempo — e per lo piu' quando ci si mette qualcosa sono fotografie, che non richiedono troppo pensiero e troppa concentrazione. Il fatto e' che la nostra vita quotidiana e' faticosa — molto faticosa — anche quando le cose vanno nel complesso piuttosto bene, come adesso. Con tutti i grandi progressi di questi mesi, It rimane un bambino estremamente iperattivo, capace di passare mezze giornate a correre su e giu' per la casa, prendendo e lanciando giocattoli (e ogni altro genere di oggetti), chiedendo in successione un DVD una merendina un gioco di uscire di saltare sul letto di giocare con il pc di papa' un DVD (non quello di prima!) un DVD (non quello di prima!) un gioco (non quello di prima!) una merendina (un'altra — quella di prima e' finita tutta sbriciolata e impastata sul parquet) un film (quello di prima prima — ma la seconda scena e basta) — e arrabbiandosi terribilmente se le sue richieste non vengono comprese ed esaudite in un batter d'occhio. Il tutto ovviamente senza una parola a rendere piu' facile la negoziazione.
Per fortuna It e' anche un bambino entusiasmante, dolcissimo, intelligente, affettuoso — che ci riempie la vita. Una delle cose piu' brutte, che fanno piu' male — e piu' false oltretutto — e' il luogo comune che dice quanto sono sfortunati, quanto vanno commiserati, quanto devono sentirsi afflitti e disperati i genitori di bambini autistici: non e' cosi' — e comunque non abbiamo tempo per queste cose. Ma stanchi — di una stanchezza che non da' tregua, questo si'. E quindi trovare la forza (e il tempo materiale) di continuare a scrivere sul blog e' sempre piu' difficile. E tutta la mia ammirazione va a quelle persone che — in situazioni come la nostra — ci riescono, e trovano modo di scrivere con humour, con sensibilita', con intelligenza sulla loro esperienza di genitori. E di tutto il resto. Vorrei riuscirci anche io, ma il piu' delle volte a fine giornata sono in uno stato in cui il massimo delle mie capacita' mentali arriva ai videogiochi.
D'altra parte parecchi degli argomenti di cui The Rat Race si e' sempre occupato ormai mi riducono all'afasia. La politica italiana e' un panorama di disperante irrilevanza su cui non saprei davvero che parole spendere. Parlare di laicita' e di scelte religiose significherebbe oggi accettare un confronto con chi non solo dimostra di non volerlo, ma non crea nemmeno le condizioni minime per meritarlo; in altri contesti si sarebbe detto che non c'e' un partner per parlare — e quando si arriva a questo gli esiti sono sempre nefasti. E poi c'e' la piaga aperta di Israele e della Palestina — che mi pare ormai un groviglio in cui nessuna parte ha altro che torti e in cui ogni parola non fa che ripetere cose inutili e gia' ascoltate — quando non e' piegata alle piccole, piccolissime polemiche di casa nostra — io parole non ne ho piu', e in realta' nemmeno convinzioni: soltanto un grande sconforto.
In queste condizioni, e' davvero difficile scrivere di qualcosa di sensato — e il blog resta li' — piu' che altro per lasciare un canale aperto in attesa di tempi migliori (davvero?).
Ah, dimenticavo: buon anno a tutti, per quel che dipende da ognuno di noi. Perche' se non noi, chi? e se non ora, quando?

P. S. Tra le cose di cui non avrei voluto parlare c'e' la morte di Jett Travolta: troppe illazioni e troppa confusione per una tragedia che chiederebbe prima di tutto rispetto per la sofferenza di una famiglia. Ma nel TG1 di stasera e' andato in onda un pezzo di Giulio Borrelli che supera ogni limite di indecenza e approssimazione — e non posso non reagire, stavolta: "[Jett] soffriva a quanto pare di autismo fin dall'infanzia, si estraniava dalla realta'. Ma il padre, seguace di Scientology, ha sempre cercato di negare l'evidenza, per restare fedele al presunto divieto della sua chiesa di usare psicofarmaci. […] Era stato il fratello, Joy Travolta, ad accusare l'attore di chiudere gli occhi di fronte alla realta': bastavano cinque minuti, diceva lo zio di Jett, per capire che il ragazzo era affetto da autismo […]".
In cosi' poche parole e' sorprendente essere riusciti a mettere insieme tante inesattezze — tra cui alcune pericolose:
1. non ci sono evidenze definitive che Jett fosse autistico;
2. l'autismo non e' una malattia, ma una condizione genetica (non direste mai che qualcuno "soffre di capelli biondi" o "soffre di pelle scura");
3. *non* ci sono psicofarmaci indicati per il trattamento dell'autismo; e in ogni caso non c'e' una "cura" per qualcosa che comunque non e' una malattia;
4. i disturbi dello spettro autistico sono condizioni molto complesse — e chiunque pensi di poterli diagnosticare in cinque minuti o e' un imbecille o e' in malafede.
Insomma — al TG1 si sono persi una splendida occasione per stare zitti.


Mi da' troppo la nausea leggere le dichiarazioni di Benedetto XVI sul suo predecessore Pio XII.
Quindi non le commento — ma la prossima volta che qualcuno mi parlera' del magistero morale della Chiesa credo che prendero' chiodi e martello.



Lo leggo in colpevole ritardo, ma questo post di Ribat al Mujahid mi pare condivisibile in toto.
(Giusto per riprendere un po' di ragionamenti sulla prospettiva religiosa)



Martedì, 28 Ottobre 2008
Sicuro?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:07 pm


Domenica, 19 Ottobre 2008
Ci leviamo di torno
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 9:00 am

per una settimana. Se nel frattempo il governo approva qualcosa di particolarmente nauseante, non ditecelo — potremmo decidere di non tornare proprio.


Sull'importanza del tempo pieno Bankitalia ha scoperto l'acqua calda
(da Repubblica).



Martedì, 14 Ottobre 2008
Will Claxton (1927-2008)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:52 am


Mercoledì, 8 Ottobre 2008
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Politica e altre indignazioni, Pipponi, Di(ver)s(e)abilita' — Scritto dal Ratto alle 1:10 pm

l'attacco agli insegnanti di sostegno nella scuola. Ma sinceramente non mi aspettavo che arrivasse proprio da LaVoce.info, che ha pubblicato il 6 ottobre scorso un articolo a firma di Massimo Bordignon e Daniele Checchi in cui si criticano i tagli della Gelmini alla scuola e che si conclude con questo paragrafo:

C’è infine una curiosa assenza nelle proposte governative. Non è possibile pensare di intervenire in modo efficace sulla spesa del personale docente in Italia se non si affronta con coraggio anche il problema della tutela degli studenti con handicap. Gli insegnanti di sostegno sono l’unica categoria ad aver mostrato una crescita incessante nell’ultimo decennio, fino a raggiungere l’11 per cento del totale nel 2007, con un costo complessivo per le finanze pubbliche che può essere stimato, in difetto, in oltre 4 miliardi di euro. In più, la loro distribuzione territoriale è sospetta. Lo stesso numero di studenti disabili produce il 50 per cento in più di insegnanti di sostegno al Sud rispetto al Nord. Le politiche relative alla tutela devono essere riviste, introducendo criteri più rigorosi nell’accertamento della disabilità, protocolli che specifichino l’utilizzo del personale per tipologia di disabilità e che consentano di verificare l’efficacia delle politiche di integrazione. I primi a essere beneficiati sarebbero proprio gli studenti più bisognosi di tutela.

Una premessa: qui non si parla di "tutela" degli studenti con handicap, ma di attuazione pratica dei diritti costituzionali dei cittadini diversamente abili. L'integrazione scolastica ha come obiettivo "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3 Cost.). Non e' una nota a pie' di pagina delle finalita' della scuola — e' uno dei suoi compiti essenziali.
E poi vediamo un po' di numeri (ne abbiamo gia' parlato in passato): gli alunni diversamente abili nella scuola statale italiana nello scorso anno scolastico erano (stando alle statistiche ufficiali) 161.686. Gli insegnanti di sostegno erano 45.608: cioe' uno ogni 3,54 studenti disabili. Cioe' drammaticamente troppo pochi, come sa chiunque abbia un figlio portatore di handicap a scuola.
Gli insegnanti di sostegno sono cresciuti di numero nell'ultimo decennio? e meno male, perche' l'integrazione scolastica non si fa con le buone parole. Devono crescere ancora, perche' per molti dei nostri figli e' indispensabile un rapporto di uno a uno, se si vuole che a scuola non siano soltanto parcheggiati — e se si vuole che non diventino un peso sulla classe nel suo complesso. Il problema se mai e' quello della qualificazione degli insegnanti di sostegno, che troppo spesso sono persone di buona volonta' ma di nessuna competenza — e non si improvvisa l'intervento educativo su un bambino autistico, solo per restare al caso che conosco. Quindi bisogna spendere *di piu'*, non di meno: per non avere piu' studenti diversamente abili senza sostegno — e per avere insegnanti adeguatamente formati e competenti. Per altro, stimare a oltre 4 miliardi la spesa per quarantacinquemila insegnanti vuol dire ipotizzare un costo a persona di circa 90.000 euro: mi piacerebbe vedere i conti, perche' quello e' il *mio* costo al lordo annuo — e io guadagno parecchio di piu' di un insegnante (gente, ho cambiato lavoro per questo…).
Sui numeri degli insegnanti di sostegno nel Sud non ho riscontri, e anche in questo caso mi piacerebbe vedere i dati a disposizione degli articolisti; ma non sono sorpreso — data la carenza generale di strutture di assistenza ai disabili nel meridione, il ricorso all'insegnante di sostegno e' probabilmente l'unico intervento (pubblico) di cui un bambino disabile puo' godere in molte realta'. Al di la' della scuola ci sono ASL che non prendono in carico per mancanza di fondi, di personale e di preparazione, Comuni che non forniscono assistenza, medici di base che al massimo prescrivono qualche psicofarmaco. Ok, tagliamo sugli insegnanti di sostegno: ma diamo ad ogni persona portatrice di handicap nel Sud un trattamento complessivo almeno equivalente a quello di cui puo' godere mio figlio a Torino. Anche qui: e' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli ecc. ecc.
L'articolo auspica criteri piu' rigorosi per l'accertamento della disabilita'. L'esperienza di chi e' a scuola e' che gia' ora ottenere la certificazione (e quindi il sostegno) non e' una passeggiata. Magari non pone problemi particolari — salvo tempi geologici e del tutto aleatori — per chi come It ha una diagnosi assai severa; ma per un alunno con un disturbo apparentemente meno grave, come certe forme di ADHD, puo' essere parecchio difficile — e cio' non significa che non ci sia altrettanto bisogno di una figura di sostegno dedicata e preparata specificamente. Quindi anche in questo caso una stretta ulteriore significa soltanto colpire chi e' meno difeso.
Il fatto e' che — tra le righe — l'articolo mette in questione proprio l'assunto fondamentale, che e' l'integrazione scolastica degli studenti disabili. Parlare di "protocolli … che consentano di verificare l’efficacia delle politiche di integrazione" significa ipotizzare che le politiche di integrazione nel loro complesso possano essere rimesse in discussione se "non efficaci" — e che si possa tornare al tempo delle scuole speciali. Intendiamoci, non ci vedo nessuno scandalo: resto convinto che l'integrazione scolastica sia la migliore delle soluzioni possibili, ma *soltanto* se e' fatta con i mezzi necessari, cioe' con risorse umane adeguate nel numero e nella qualificazione. Quindi funziona soltanto se costa — e costa molto. Se si debbono fare le nozze con i fichi secchi, come gia' accade in molti casi in Italia, continuo a chiedermi se non sarebbe piu' efficace concentrare le risorse su buoni progetti di educazione speciale. Ne abbiamo gia' discusso in passato, non torno sull'argomento. Tuttavia non ci si puo' nascondere dietro una frasetta ipocrita — e aggiungere che "i primi a essere beneficiati sarebbero proprio gli studenti più bisognosi di tutela": se si taglia la spesa per gli insegnanti di sostegno, salta l'integrazione scolastica — e non e' un bel risultato per i nostri figli, perche' le classi differenziali sono comunque una soluzione di serie B.
E' chiaro, siamo in tempi di darwinismo sociale — e i nostri figli non sono i piu' adatti a sopravvivere. Non mi sorprende che molti lo pensino. Ma mi piacerebbe che avessero lo stomaco di dirmelo in faccia. Soprattutto se fingono di stare dalla mia parte — e da quella di mio figlio.

P. S. (9 ottobre): Avevo inviato il link di questo post nei commenti all'articolo della Voce. Non lo hanno pubblicato. Ho chiesto chiarimenti e mi hanno risposto cosi': Non abbiamo pubblicato il suo commento non per censura, ma per il semplice fatto che invece che proporre le sue tesi nell'apposito spazio, rimanda immediatamente al suo blog. Per linea editoriale cerchiamo di scoraggiare questo tipo di comportamento.


Lunedì, 29 Settembre 2008
Castagne d'India
Nelle categorie: Quel che resta, It, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 1:08 pm


Io le ho sempre trovate bellissime da guardare e da toccare — e da bambino le raccoglievo con entusiasmo sui viali di Torino — salvo che poi non sapevo come giocarci, si prestavano poco a qualunque uso (troppo irregolari per fare da biglie, troppo deperibili per tesaurizzarle e basta, sarebbero state ideali come proiettili per la fionda, ma una fionda non sono mai riuscito ad averla) — e mi e' rimasta addosso questa duplice sensazione, di entusiasmo e di frustrazione.

(It, che non si fa problemi se non ha una fionda, trova che siano perfette da lanciare nelle fontane — e perfino nelle pozzanghere)


Mercoledì, 24 Settembre 2008
"Capire cognitivamente, capire in modo esperienziale"
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, It, Pipponi, English digest, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 4:07 pm

No, il gergo del titolo non e' mio — ma c'e' chi lo usa, come vedrete.

Tuttoscienze de La Stampa di oggi pubblica un'intervista a Giacomo Rizzolatti, a firma di Gabriele Beccaria. Gia' il titolo mi ha fatto fare un salto sulla sedia: "I bimbi autistici non si specchiano". Caspita, It si specchia eccome, trova lo specchio della camera un gioco splendido, soprattutto quando ci si guarda mentre fa i salti sul letto. E non solo si specchia: si riconosce nelle fotografie — e gli piace. Poi ho capito: e' colpa del titolista, che non sa che tra uno specchio e i neuroni-specchio, oggetto dell'articolo, c'e' lo stesso rapporto che passa tra un paniere di vimini e il paniere dell'ISTAT*. Vabbe' — mica si puo' pretendere che i titolisti capiscano quello che c'e' scritto negli articoli. E allora sono andato avanti a leggere.
Frase di apertura: "Si trovera' una cura per l'autismo?". Cominciamo male. L'autismo non e' una malattia, come l'influenza o come il vaiolo. E' una condizione genetica, una diversa conformazione del cervello (a cominciare dalla presenza o meno dei "neuroni-specchio"). Quindi e' una caratteristica di una persona, non diversamente dal colore degli occhi o dei capelli, dalla statura o dalla predisposizione alla calvizie. Parlare di cura e di guarigione non solo non ha senso, ma porta sulla strada sbagliata. Quello di cui persone come It hanno bisogno e' innanzi tutto rispetto per la loro diversita' — e capacita' da parte di tutti di valorizzare i tratti positivi di quella diversita'. E poi, certo, strumenti di sostegno e di aiuto per le difficolta' che essere autistici si porta dietro: soprattutto nel campo della comunicazione. Imparare a comunicare per i nostri figli e' una sfida, forse la sfida piu' grande — e li' si' che c'e' bisogno di interventi, di lavoro, di competenze, di tecniche. Imparare a gestire le relazioni sociali, le regole sottintese che governano i rapporti fra persone e gruppi: e anche qui c'e' bisogno di metodi per insegnare, per far capire, per rendere padroneggiabili situazioni che per una persona autistica possono essere assai disorientanti. Di questo abbiamo bisogno, noi genitori e i nostri figli. Di una "cura" che faccia sparire l'autismo — cioe' che faccia sparire un tratto caratteristico di quello che i nostri figli sono — beh, sinceramente non sappiamo che fare.
Vado avanti: "Questi bambini… capiscono cognitivamente che cosa fa una persona, ma non sono in grado di capirlo in modo esperienziale. Per esempio, guardano un individuo che afferra un bicchiere, ma dentro di loro non riescono a ricreare la formula motoria di quel gesto.". Per come conosco nostro figlio, questo e' semplicemente falso. Il punto se mai e' che i suoi interessi divergono da quelli comuni — e quindi la sua attenzione non va necessariamente alle cose che paiono importanti *a me*. Ma per quelle che paiono importanti *a lui* ha una singolare capacita' non soltanto di imparare, ma di progettare, di studiare e risolvere problemi — di agire in maniera tale da raggiungere i suoi obiettivi. E quindi evidentemente di "fare esperienza" dei pezzi di mondo che gli interessano. E' chiaro che anche questo pone una sfida educativa: ci sono centinaia di cose che a It non interessano e che deve comunque imparare a fare e a gestire, e per le quali bisogna trovare i canali — spesso oscuri — che accendano una sua risposta. Ma pensare che alle persone autistiche manchi una forma di esperienza/esperimento della realta' significa non aver mai tentato di capirne una.
Ancora: "Lei … studia la loro [degli autistici, NdRatto] incapacita' di provare emozioni. Giusto?" "E' un'incapacita' enorme. Ora si deve cercare un modo per far capire loro che cosa sono le emozioni.". Beh, dopo aver letto questa roba sono andato a prendere It a scuola e gli ho fatto un po' di foto sulla via di casa: ditemi se secondo voi questo e' un bambino incapace di provare emozioni:

It si è accorto che volevo fargli delle foto e mi prende in giro scappando e facendomi le pernacchie

Ora — io non metto in dubbio l'autorevolezza di Rizzolatti come ricercatore, ne' l'importanza delle sue scoperte. Ho anche l'impressione che una parte delle stronzate (pardon, "affermazioni discutibili") espresse nel testo siano piu' frutto di sciatteria dell'articolista (pardon, "sintesi giornalistica") che dell'effettivo pensiero dello scienziato. Tuttavia e' difficile sfuggire alla sensazione che in queste ricerche ci sia un sacco di scienza ("capiscono cognitivamente") e nessuna conoscenza delle persone reali che stanno dietro l'etichetta di autismo ("non sono in grado di capirlo in modo esperienziale"). Peccato per loro, non sanno che cosa si perdono. Mio figlio, con tutto il suo autismo, e in parte probabilmente proprio *per il suo autismo*, e' un bambino eccezionale — e varrebbe la pena di conoscerlo, prima di avventurarsi a dire che non sa fare esperienza del mondo o non capisce le emozioni.

Il prof. Rizzolatti partecipera' il 26 settembre a Torino al convegno "Cervello, Cultura e Comportamento Sociale", organizzato dalla Fondazione Rosselli, con una relazione sul tema "Neuroni specchio e cognizione sociale".

* Viene voglia di osservare che non riconoscere le metafore e' un tipico comportamento ascritto alle persone autistiche…

Sorry, English digest to follow as soon as I manage.


Giovedì, 18 Settembre 2008
Che palle l'IKEA!
Nelle categorie: Quel che resta, It, English digest, Di(ver)s(e)abilita' — Scritto dal Ratto alle 7:54 pm

(che non e' un insulto — anzi)

Come capita durante i traslochi delle famiglie non troppo provviste di quattrini, la Rat-Family ha fatto il solco sulla via dell'IKEA per arredare la nuova casa. E li', tra code multiple, sgomitate nella folla, ricerche affannose in magazzino, assegni staccati e polpette svedesi, It ha scoperto il "Paradiso dei Bambini", ovvero il baby-parking e la sua vasca con le palline gialle e blu. Per un po' di volte abbiamo cercato di dissuaderlo, temendo che potesse essere difficile da gestire e da controllare in quelle condizioni. Ieri pero' ci siamo fatti coraggio, abbiamo spiegato la situazione e la condizione di It alla gentilissima animatrice del baby-park, in modo che sapesse come comportarsi — e lo abbiamo messo a sguazzare felice tra le palle dell'IKEA. Risultato: un'ora di assoluto divertimento, in cui It ha finito per farsi imitare da un paio di bambini presenti (saltelli e sfarfallamenti autistici compresi!) — e in cui e' risultato decisamente meno scatenato e incontrollabile dei piccoli neurotipici presenti. Con un'attenzione discreta e gentile delle animatrici, evidentemente ben istruite sull'accoglienza dei bambini con bisogni speciali — a dimostrazione del fatto che si puo' evitare abbastanza facilmente di creare situazioni discriminatorie. Capito, signori di Carrefour?

P. S. Per quanto riguarda la vicenda raccontata da Black Cat, restiamo in attesa di vedere quali azioni positive assumera' Carrefour per rimediare: a noi due parole di scuse non bastano. Proprio perche' ci e' chiaro che e' *assolutamente possibile* non discriminare.

IKEA has balls
As it often happens to not-too-well-off families, moving to a new house means to make endless trips at the nearest IKEA store to buy new furniture. In this process, It discovered the wonders of IKEA's baby parking — and insisted to be allowed to go in. We were reluctant at first, because we feared he would not be controllable in that kind of situation. At last we gave in: we explained our son's condition to the lady at the baby parking, she was very concerned and welcoming — and off he went to play with the yellow and blue balls in the pool. End of story: one full hour of great amusement — and he even taught some other boys a few distinctive autistic jumps and hand-flappings. All in all, our It has not been more difficult to control or more restless than any NT kid. The people fron IKEA have been caring, discreet and attentive — which demonstrates that it *is* possible for a big retail store to create non discriminatory conditions for children with special needs. Just what Carrefour did not do on this occasion (*).
(*) Answering a request from HJ, let me try to summarize what happened at the Assago (Milan) Carrefour supermarket. During the local date of the "Disney Cars Tour", Black Cat took his (autistic) son to see the show and to get some photos with the characters from the movie. As the boy was not quick and responsive enough to adapt to the photographers requests, he has been uncerimoniously shoved away from the photo booth ("Move on, we can't wait for you — we've no time to spare — just go away!"). When his mom protested, a clerk from Carrefour snapped back: "But if he's not normal, why do you take him among the people?".
Black Cat wrote a protest e-mail to Carrefour and published it on her blog, prompting a mass reaction from the Italian blogosphere (over 700 comments and 250 posts so far). Carrefour has replied with some (IMO) lame and vague apologies — and a phone call. Still waiting for further developments: in the meanwhile, we've stopped shopping at the local Carrefour store.


Lunedì, 15 Settembre 2008
Primo giorno di scuola
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:19 pm

Domani mia figlia grande, Sara, inizia il liceo. Lo ammetto, sono emozionato io per lei — forse piu' di lei.
Anche It inizia l'inserimento nella nuova scuola torinese — che ci pare bellissima — e che sembra piacergli tanto.

Crescono, crescono. In bellezza (e saggezza?). ;-)


Mercoledì, 10 Settembre 2008
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:07 am

(siamo ancora vivi — tra uno scatolone e l'altro)


Domenica, 7 Settembre 2008
Progress Report (6)
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 3:34 pm

Prende forma, un po' per volta.
Meno uno!


Sabato, 6 Settembre 2008
Progress Report (5)
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 5:39 pm


Casa nuova, in tempo reale.
Meno due. Ce la facciamo.


Venerdì, 5 Settembre 2008
Progress Report (4)
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 7:50 pm

Lo skyline del nostro vecchio soggiorno, oggi pomeriggio.
Meno tre…


Martedì, 2 Settembre 2008
Progress Report (3)
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 8:50 pm

WiFi area…
Meno sei.


Lunedì, 1 Settembre 2008
Progress Report (2)
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 1:32 am

A volte ritornano:

Meno sette — no facciamo sette e mezzo, che gli scatoloni sono di ieri e cosi' mi sento un po' meno con l'acqua alla gola.


Sabato, 30 Agosto 2008
Progress Report
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 1:38 pm

Meno nove…


Venerdì, 29 Agosto 2008
Normalità?
Nelle categorie: It, Pipponi — Scritto da waldorf alle 11:56 pm

Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli, coll’uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi. Forse questa risposta sarebbe più valida e più ragionevole di quella di Talete, che dimandato da Solone perché non si ammogliasse, rispose mostrando le inquietudini dei genitori per gl’infortunii e i pericoli de’ figliuoli. Sarebbe, dico, più valido e più ragionevole lo scusarsi dicendo di non volere aumentare il numero dei malvagi.

Scrivo qui dopo tanto tempo, un po' per la vorticosita' di questo periodo, un po' perche'nel complesso mi sembrava di non avere piu' niente da dire. Pero' il post sui giardinetti di Angelo mi fa venire voglia di aggiungere qualcosa, non forse in modo particolarmente logico, ma mi piacerebbe che mi leggesse qualcuno che puo' capire quello che intendo.
Da quando so che Enrico e' autistico, mi sono trovata ovviamente spesso a riflettere cosa significa essere normali e quello che mi sarebbe piaciuto per mio figlio. In queste condizioni ci si trova prima degli altri genitori di fronte al fatto che non possiamo avere dei figli esattamente come li vogliamo e che tante delle nostre aspettative per loro verranno inevitabilmente deluse. Vieni proiettato in una dimensione completamente diversa e sconosciuta, in cui devi abituarti a pensare in modo nuovo se vuoi sopravvivere. Vedere la clamorosa bellezza di tuo figlio, che non ha niente a che vedere con gli altri. E pensare che il tuo bambino ti piaccia com'e', pur con la dolorosa coscienza di quanto la sua esistenza potra' essere difficile per la sua diversita'.
Da una parte ti chiedi se i genitori dei bambini normali si rendano conto della fortuna che hanno, di quanto e' esaltante vederli crescere, imparare a parlare, leggere, giocare in modi sempre piu' creativi. Ti domandi quali mai problemi al mondo possano avere gli altri genitori, di cosa dovrebbero angosciarsi, perche' a loro va piu' o meno tutto bene, se i loro figli crescono normalmente, sani e potenzialmente contenti, sempre che loro non facciano del proprio meglio per rovinarli, cosa che spesso capita.
D'altronde pero' mi guardo intorno e gia' magari non mi piacciono cosi' tanto i bambini che incontro. Poi vedo gli adolescenti che saranno tra un po', tutti telefonini, turpiloquio e vacuita' (ce ne saranno di migliori, ma per strada non se ne notano molti). Poi ancora vedo gli adulti, che in una percentuale molto alta votano Berlusconi e compari per dire la cosa (forse) meno grave che mi viene in mente.
Cosi' ripenso al pensiero di Leopardi che riporto sopra, in cui con il suo solito ottimismo stabilisce che tutti i figli sono destinati a divenire "malvagi".
Penso anche a quante cose comunque vanno storte nei rapporti con i figli, nel tempo.
E allora mi chiedo se la felicita' dei genitori che hanno bambini normali non sia forse molto temporanea e se dietro l'angolo per loro non ci siano delusioni anche peggiori del mio dolore quotidiano.
Enrico non e' meschino, non e' aggressivo, non credo che possa concepire la cattiveria che pure gia' spesso i bambini conoscono. Probabilmente crescendo avra' un sacco di problemi, ma non diventera' "malvagio" nel senso leopardiano.
Mi si puo' biasimare se mi sento "sfortunata" ma solo fino ad un certo punto?
Ripeto: devi cambiare prospettiva se vuoi sopravvivere. E io credo di averla cambiata.
Ma con cio' non auguro a nessuno di vivere l'angoscia che si puo' provare in questa situazione specie pensando al futuro.
Cosi' vorrei dire a tutti i genitori "normali": godetevi i vostri bambini normali, finche' ne avete la possibilita'. Non vi perdete questi momenti distraendovi con altro, perche' non c'e' niente di cosi' importante o cosi irrecuperabile. Credo che personalmente il giorno in cui Enrico (spero) mi chiamera' "mamma" sara' forse il piu' bello e il meno scontato della mia vita.

English digest to follow in a few days…


Venerdì, 22 Agosto 2008
Una scuola per l'Italia — l'Italia?
Nelle categorie: Quel che resta, Politica e altre indignazioni, Emigrare? — Scritto dal Ratto alle 3:05 pm

Leggo sul bel blog di Alfonso Fuggetta un articolo di Galli della Loggia sulla scuola italiana.
A naso, e di fretta perche' oggi e' giornata di casino.
Condivido un punto importante di quel che dice Galli Della Loggia, a livello di analisi. La scuola ha perso l'anima perche' non ha piu' un'idea di civilta' (forse piu' che di paese) da trasmettere - e quindi finisce per non trasmettere niente — se non un po' per caso e molto per la tenace volonta' di tanti insegnanti appassionati e di pochi studenti che ancora vogliono galleggiare al di sopra del liquame.
La scuola di Gentile aveva un'idea precisa, organica di civilta' (e di organizzazione sociale) da trasmettere, e a suo modo funzionava, e anche bene — ma quella visione ormai non e' piu' proponibile, da decenni — e nessuna riforma o nessun intervento si e' posto il problema di sostituirla con qualcosa di altrettanto organico.
Ma e' della scuola il problema? O non e' forse che "la cesura che era andata producendosi nei tre decenni precedenti è venuta finalmente alla luce: ha definitivamente preso forma un’Italia nuova, ma questa Italia nuova non riesce più a pensare se stessa, non riesce più a pensarsi come un intero, come nazione, a progettare il suo futuro" — e quindi non e' capace di esprimere una qualunque idea di civilta' — di modello di valori e di convivenza? Non c'e' piu' un'idea dell'Italia; non c'e' piu' una "civilta' italiana" — non c'e' piu' nella testa delle persone, non c'e' piu' nei disegni della classe dirigente: e chiedere alla scuola di inventarsela, per conto suo — di trasmetterla alla societa' che ormai non sa piu' che cosa e' e che cosa vuol essere — mi pare pretendere un po' troppo.
Se poi lo si pretende da questa scuola umiliata, maltrattata, privata di mezzi, allora e' la solita — italianissima ma del vecchio stampo — lamentazione da intellettuale trombone.

P. S. Leggetevi i pensierini di Floria, che e' una che nella scuola resiste resiste resiste. Dicono tutto di quel che la scuola e' in realta' — al di la' delle trombonate dei Galli della Loggia.


Giovedì, 26 Giugno 2008
Sotto la Mole
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 4:40 pm

E' ufficiale: da settembre questo blog si trasferisce sotto la Mole. Quindi le settimane passate sono state occupate dalla ricerca della casa nuova, della scuola e del nuovo team di terapisti per It, ecc. ecc. ecc. — oltre che dal lavoro (che ovviamente esplode proprio quando uno dovrebbe lasciarlo) e dagli sforzi per sopravvivere al caldo e all'Italia: energie per scrivere qui sopra non ne sono rimaste — e probabilmente non ce ne saranno ancora per un po'.
D'altronde, almeno personalmente, credo che non spenderei comunque una parola a commentare le prodezze degli aracnidi che governano e che rappresentano alla perfezione l'ethos di questo paese. Sono semplicemente incommentabili. Se tornera' il fiato, ci saranno altre cose di cui parlare.


Venerdì, 30 Maggio 2008
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Quel che resta, Curiosando e andando in giro — Scritto dal Ratto alle 8:45 pm

Periodo davvero troppo faticoso per scrivere sul blog. Ora stacchiamo i fili per qualche giorno (si, partiamo *di nuovo*: e' che star fermi qui proprio non ci va giu') — poi spero che avremo di nuovo fiato.


Mercoledì, 7 Maggio 2008
Right or wrong my country?
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Umori e malumori, Pipponi, Emigrare? — Scritto dal Ratto alle 10:09 am

Come promesso, provo a rispondere a Paolo Bizzarri. Temo che potrei scrivere un libro — non riesco nemmeno a mettere in fila gli argomenti — percio' provo ad andare per punti (e a puntate, se no viene un'enciclopedia invece di un post).

Uno. Anche io odio l'idea di un'Italia senza speranza — la odio tanto piu' perche' le scelte personali e professionali che abbiamo fatto anni addietro implicavano la *decisione* di restare, la *scommessa* che di questo paese si potesse fare qualcosa di buono — e il risultato e' che la Rat-family e' un prodotto drammaticamente poco esportabile sul mercato del lavoro europeo. La odio perche' e' una sconfitta personale — perche' io ci ho provato, magari sbagliando, magari facendo solo peggio — ma ci ho messo anni della mia vita a tentare di lavorare perche' l'Italia somigliasse almeno un po' a un paese decente. La odio perche' per tanti versi amo l'Italia — i luoghi, la lingua, il cibo, la luce (tutte quelle cose che piacciono agli stranieri — e forse non e' un caso).
Ma trovo che il paragone con Gagnano non sia calzante. Perche' non e' il degrado materiale quello che mi spaventa e che mi fa sentire terribilmente fuori posto, in questo paese. Certo, quello preoccupa per molti motivi, ma e' figlio di un degrado ben peggiore, di un degrado della convivenza, della decenza quotidiana della vita associata — ben prima che della politica. Questo e' un paese in cui i massacratori di Verona hanno trovato un humus complice e comprensivo nelle famiglie, nelle comunita', nelle compagne di scuola che oggi — intervistate alla tv — dicono che gli assassini erano persone tanto per bene, sempre disposte ad aiutare gli altri. Questo e' un paese in cui una multa per divieto di sosta scatena un tentativo di linciaggio di massa nella piazza piu' bella e vivibile di Torino. Questo e' un paese in cui tutta la popolazione di un comunello del Canavese si coalizza contro un bambino autistico perche' considera suo padre un prepotente. Questo e' un paese in cui Alemanno puo' andare alle Fosse Ardeatine e stare senza apparente imbarazzo nella stessa formazione politica di Ciarrapico. E gli esempi potrebbero riempire pagine e pagine. Se volessi ridurre a una formula semplice, questo e' un paese dove ai diritti si preferiscono i privilegi, i doveri sono sempre e solo quelli degli altri — e nessuno risponde mai di cio' che ha fatto o detto. E' un paese di prepotenti e cialtroni. Il resto vien dietro a questa mirabile accoppiata.
Vien dietro la qualita' infima della nostra classe politica, e il cortissimo respiro delle sue proposte. Vien dietro l'incapacita' di progettare un futuro — perche' i vantaggi non arrivano subito e perche' magari l'uovo oggi sembra piu' promettente. Vien dietro la qualita' desolante dei servizi — perche' nessuno risponde della inefficienza e perche' comunque ci si arrangia per conoscenze ed amicizie ad ottenere cio' che non arriva per la via diretta. Vien dietro il circolo vizioso tristissimo di una spesa pubblica sprecona, di tasse troppo alte per chi le paga ed evase da chiunque materialmente ci riesce — e di politici che cavalcano l'evasione e parlano di ridurre la quantita', ma mai di migliorare la qualita' della spesa. Vien dietro la lagna generalizzata per i prezzi dell'energia, ma l'opposizione strenua al nucleare e ai rigassificatori. E ancora potrei andare avanti per pagine.
Per farla corta su questo punto, credo che la crisi dell'Italia sia soprattutto morale — e che l'Italia non abbia nessuna capacita' e nessun desiderio di tirarsene fuori. E' tutto sommato a suo agio nel brago, e' il suo brago — e magari se ne lagna, ma poi non e' disposta a far nulla per uscirne. Anzi. Tutto questo non ha direttamente a che fare con Berlusconi e con il risultato elettorale. E' connaturato in questo paese. Berlusconi non fa che fare appello alla pancia, agli istinti peggiori — e vince per questo. Vince perche' tendenzialmente asseconda la natura degli Italiani, avendo fatto intimamente proprio l'assunto mussoliniano per cui governarli e' non impossibile ma inutile.
Per un po' di anni ho creduto che questa situazione fosse reversibile — e che lo fosse attraverso la politica. Mi pare che ci siamo bruciati tutti i tentativi, tutti gli strumenti, tutte le formule — e che oggi siamo messi peggio, assai peggio di quando la prima repubblica e' franata sotto le tangenti. Da un paese simile, se si puo', bisogna scappare.

Nelle prossime puntate:
Due. Che cosa chiediamo a un posto, quando pensiamo di andarci a stare?
Tre. Il futuro e i nostri figli.
Quattro. Patriottismo nonostante tutto?
Cinque. E perche' allora sono ancora qui?

Continua


Martedì, 6 Maggio 2008
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:32 am

Stasera prevale un senso di scoramento e di schifo. Verona. L'inattesa (per me almeno) coda di paglia del neo-presidente della Camera. Sempre piu' mi convinco che questo paese non ha speranza.


Ho sempre pensato tutto il male possibile di Ceronetti.
Ma questo articolo sulla Stampa del 17 marzo, in cui sostiene che lo stato palestinese non puo' (e probabilmente non deve) vedere la luce, e' anche peggio di quel che potevo aspettarmi.



Martedì, 11 Marzo 2008
Scusate il silenzio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 7:35 pm

ma qui si preparano alcune novita' importanti — e d'altronde disquisire della candidatura di Ciarrapico non e' che proprio sia tutta 'sta gran libidine.


Lunedì, 25 Febbraio 2008
Continuo a non trovare il tempo
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:41 am

A Milano si e' celebrata la giornata della lentezza, con tanto di decalogo. Non che io voglia fare troppa polemica dopo quella che gia' c'e' stata su questo blog sullo stesso tema, ma 'sta storia della lentezza mi sembra proprio una menata. Capisco alcune delle regole del decalogo della vita slow, tipo salutare le persone in ascensore, che non costa assolutamente niente mentre il contrario mi sembra solo scortesia. Capisco anche non arrabbiarsi nelle code, che e' pure spesso un principio di civilta' e fonte di salute, visto che se incontri la persona sbagliata rischi pure di fartele dare o di beccarti una querela per un vaff… di troppo. Per il resto pero' ho l'impressione che sia roba per gente con vite poco complicate e con un sacco di tempo (come e' possibile evitare di fare due cose per volta o prendersi "cinque giorni di decompressione dalle ferie"??) e l'idea di multare sia pure simbolicamente i passanti che camminano troppo veloce e' al di la' di qualsiasi commento. Del resto in Italia lo slow te lo impongono per forza, basta andare alla posta a fare un bollettino o aver bisogno di andare da qualche parte in treno. La lentezza e' assicurata senza alcuno sforzo. Magari ogni tanto ci vorrebbe una giornata della velocita', intesa come velocizzazione delle pratiche amministrative o dei tempi dei mezzi di trasporto pubblici, mentre in questo paese l'unica velocita' che va di moda e' quella degli str… che ti sorpassano a destra in autostrada e simili.


Repubblica se ne accorge ora. Harlem.org e' nei miei bookmarks da anni.



Martedì, 5 Febbraio 2008
Tesori del futuro
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:06 am

Ma a voi sembra davvero il caso di riempirsi la casa di carabattole (rigorosamente da non utilizzare per non togliere loro valore) in attesa che diventino merce preziosa nel 2030 (quando potremmo essere tutti morti :-)) ?


Domenica, 3 Febbraio 2008
Invece, tempo non ce n'e'
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:11 am

Il discorso sulla lentezza, e sul riprendersi il tempo, mi pare molto pericoloso. Cerco di spiegarmi. Se lei va 3 giorni a Fermo a giocare lentamente a Shangai, a dialogare lentamente (spero qualcuno abbia qualcosa da dire), a fare lente passeggiate, a casa intanto chi rifà i letti, chi porta i bambini a scuola, chi fa la spesa, chi la cena?
E se lei, tornata lentamente (in treno?), lentamente riordina la casa, rilegge poesie (Ungaretti), va al mercato a comprare la verdura (biologica) freschissima, quando scrive i suoi bellissimi àrticoli? Non è vero che "per trovar tempo bisogna rallentare", bisogna innanzi tutto aver degli schiavi (o delle mogli). Il tempo pare sempre corto a tutti. 60 anni fa mia nonna aveva 2 domestiche fisse e se lavoravano lentamente le chiamava pigre. Nelle nostre lunghe, lentissime estati in campagna, diceva: "Avrei bisogno di più tempo". E poi: le azioni, quasi sempre materiali, che secondo i nostri maitre à penser dobbiamo compier lentamente (comprare, pulire, cucinar verdura, usar pannolini, pannoloni riciclabili) indovini a chi toccano? Non ci hanno ancora detto di non usare la lavatrice, ma ci manca poco: vuoi mettere lo spreco di acqua, energia, detergente… Poi, le cose delicate si sciupano meno lavate a mano. E si puo' applicare "l'equazione Petrini": sciupandosi meno le cose, ne compriamo di meno, e avremo bisogno di meno soldi, quindi lavoreremo di meno e avremo più tempo.
Bello, no? Carlo Petrini non salverà il mondo ma potrebbe riuscirgli di rimandarci tutte in cucina. A me piace correre, in senso materiale e metaforico. Fa bene allo spirito, e non permetto a nessuno di insegnarmi come è meglio passi il mio tempo.
Ringrazio Bonduelle per l'insalata di quarta gamma del supermercato sotto casa: nei venti minuti che mi avanzano, leggo il suo articolo su D.

Questa lettera a firma della signora Luciana Virando e' comparsa sul numero odierno di "D" di Repubblica a commento di un articolo di Concita De Gregorio pubblicato su un precedente numero, contenente una sorta di elogio della lentezza. Non ho molto da aggiungere, faccio la parassita perche' trovo condivisibile ogni parola della signora Luciana, la cui lettera mi sembra molto ben scritta. Solo vorrei dire che non amo molto i laudatores temporis acti quando lodano un tempo che non e' mai esistito oppure non si rendono conto delle implicazioni di certe lodi. Per esempio voler tornare alla lentezza, magari richiamando stili di vita di un tempo, in molti casi significa voler ignorare che quello era uno stile di vita delle classi alte, condotto sulla pelle dei vari domestici (del resto come ha detto qualcuno, dietro una grande donna c'e' sempre una grande governante) e del resto probabilmente gli amanti della lentezza godono tuttora di simili privilegi. Apprezzo poi il riferimento a Petrini, uno che ha le sue ragioni ma mi irrita profondamente nella sua pervicace volonta' di ignorare la realta' e la necessita' del compromesso. I ristoranti slow food sono una bellissima idea, ma per la gente con bambini (specie autistici come nel nostro caso, ma non solo) possono essere un bel problema… non si potrebbe avere un food magari non troppo fast e di qualita' non scadente ma possibilmente non eccessivamente slow? Cosi' almeno non saremmo costretti a ripiegare su McDonald's quando siamo a giro con il pargolo. Ma non voglio continuare a sproloquiare, sottraendovi il tempo per andare a comprare verdura al mercatino biologico e pulirla adeguatamente :-))


I Lego compiono cinquant'anni oggi (via Slashdot)



Mercoledì, 16 Gennaio 2008
Grazie a tutti
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 10:19 pm

Stamattina alle 11.49 e' passato di qui il centomillesimo visitatore di The Rat Race, nientemeno che da Atene (almeno cosi' dice Shinystat):


Questo post a proposito della moratoria sull'aborto mi pare pieno di buon senso. Ma forse il buon senso non e' di moda tra i teo-qualcosa italiani.



Lunedì, 24 Dicembre 2007
Oscar Peterson (1925-2007)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 7:20 pm


Domenica, 23 Dicembre 2007
Spe Salvi for dummies
Nelle categorie: Pipponi, Laicita'/Religione — Scritto dal Ratto alle 5:15 pm

Come promesso, mi sono letto l'enciclica di Benedetto XVI — e mi piacerebbe discuterne con chi e' interessato ad uscire dagli schemi teocon vs. bright. Perche' in una prospettiva del genere invece non c'e' un bel niente da discutere: per i primi e' oro colato, per i secondi carta da cesso. Posizioni legittime — ma che mi interessano tanto quanto quelle degli ultras del Genoa o della Samp.
Premetto: la Spe Salvi mi e' parsa un documento importante — che va ben oltre le discussioni "politiche" sul ruolo della Chiesa nella societa' — e disegna un orizzonte teologico forte. Personalmente ne condivido ben poco — ma e' ovvio, visto che proprio *sul piano teologico* ho smesso di riconoscermi in una prospettiva cristiana diversi anni fa. E' comunque un testo che pone domande significative — e che merita attenzione per quel che dice (e non per come lo usera' la Binetti).

Ma che cosa dice, in sostanza la Spe Salvi — almeno per quel tanto che ne ho capito e che mi e' sembrato importante? Provo a farne un riassuntino — per i dummies come me (se ho scritto qualcosa di non accurato mi corrigerete).
Secondo Benedetto XVI la speranza cristiana trae dalla fede la certezza della sua realizzazione — e quindi e' in se' una speranza che gia' trova compimento e realizzazione *oggi*, nella certezza del credente di essere amato senza condizioni e pertanto redento, indipendentemente dalle condizioni in cui vive. Il contentuto di questa speranza e' appunto la redenzione, la salvezza — una prospettiva di vita felice in un mondo ricondotto a verita' e giustizia; proprio per questo la speranza cristiana non e' un fatto individuale, ma implica una visione del mondo e dei rapporti sociali — e' speranza di redenzione del mondo e non soltanto del singolo. Come tale, implica la fede nella signoria di D-o sul mondo.
Benedetto segnala poi che questa concezione collettiva della speranza cristiana e' stata abbandonata — ripiegando su una lettura puramente individuale — e sostituita dalla fede nel progresso scientifico e nella liberta' politica come strumenti per la salvezza collettiva dell'umanita'. E qui viene il passo che ha suscitato piu' controversie nella discussione sui giornali: secondo il Papa progresso scientifico e liberta' politica, per quanto importanti, non possono redimere l'umanita' — solo D-o puo' farlo.

[mode comment on: Questo e' forse l'unico punto su cui concordo in pieno con l'enciclica. Si puo' essere molto legittimamente convinti che non abbia alcun senso parlare di redenzione: e' la posizione materialista e razionalista, che assume il mondo come (unico) dato di fatto — niente di ulteriore ha senso. Si puo' credere che il mondo possa essere migliorato, modificato, aggiustato — ma restando *dentro* i confini di cio' che e' dato. Ma se si crede — come credo io — che il mondo che ci e' dato e' irrimediabilmente storto, ingiusto, orrendo — e che l'azione degli uomini possa tutt'al piu' arginare la sofferenza, ma non eliminarla — allora o si abbandona la speranza e si tenta al massimo di limitare i danni — o veramente si spera nell'uscita dal sistema di riferimento — nella redenzione appunto: che per definizione non puo' venire dall'interno del sistema stesso. Che questa speranza sia ben fondata — in generale o piu' specificamente all'interno di una prospettiva cristiana — e' tutt'altro paio di maniche, di cui ho provato a occuparmi con poco successo anni fa. Mode comment off]

Mi pare importante anche la lettura dell'ateismo come una forma estrema di protesta contro l'ingiustizia nel mondo, come rivolta di fronte all'apparente fallimento della teodicea. A questa prospettiva Benedetto XVI risponde ancora una volta con la proposta della speranza cristiana come strumento efficace di redenzione del mondo e non soltanto dell'individuo.

[mode comment on: Sul tema della teodicea mi aspettavo di piu', francamente — forse perche' lo considero il vero nodo di qualunque discorso religioso — e un nodo essenzialmente irrisolto. Non riesco a togliermi di dosso la sensazione che il passaggio dell'enciclica sia un po' liquidatorio, sia per la questione dell'ateismo, che mi pare piu' complessa, sia sulla questione del rapporto tra D-o e giustizia *nella storia* e nel mondo. Mode comment off]

L'enciclica si chiude con indicazioni sul modo di vivere la speranza nella preghiera, nell'azione, nella sofferenza e nella prospettiva del giudizio. Temi importanti — ma in un certo senso derivativi rispetto al nodo essenziale che mi pare quello che ho riassunto sopra.
Spero di non essere stato troppo infedele al senso del testo — per quel che ne ho capito. La cosa buffa e' che sul tema della speranza cristiana avevo scritto una cosa quattordici anni fa, quando ancora frequentavo la Chiesa — quando ero piu' presuntuoso e convinto di aver cose da dire — e non solo dubbi e problemi aperti. Sono pagine che non mi convincono piu' completamente, ma siccome non avro' mai la forza di scrivere meglio quel che penso oggi — e nelle linee generali riflettono ancora le mie convinzioni, le metto qui se vi venisse mai voglia di leggerle.


Martedì, 30 Ottobre 2007
Classi differenziali?
Nelle categorie: Quel che resta, It, Di(ver)s(e)abilita' — Scritto dal Ratto alle 1:54 pm

Ho letto la notizia di Repubblica e il commento di Marco Lodoli, santimoniosamente indignato.
Da ex insegnante — e con un sacco di dubbi e di incertezze — mi permetto di non essere d'accordo con la santimoniosa indignazione. Certo, l'idea di mettere la scuola pubblica in concorrenza con i promozionifici dei due-o-piu'-anni-in-uno mi pare sbagliata e perfino un po' idiota. Ma, nel merito, mi sono sempre chiesto se non faremmo un migliore servizio ai nostri alunni organizzando le classi per livelli di apprendimento, in modo da avere gruppi omogenei e quindi percorsi didattici che possono essere seguiti piu' o meno allo stesso passo da un'intera classe. Naturalmente questo implica che gli insegnanti migliori e piu' motivati, i piu' capaci di tirarsi dietro i ragazzi vengano destinati alle classi di alunni che hanno piu' strada da fare — altrimenti si fanno dei ghetti in cui la scuola rinuncia ad insegnare. Dall'altra parte, gli alunni con i migliori risultati potrebbero trovare ambienti che valorizzino adeguatamente l'eccellenza.
Ho chiari i rischi: la segregazione razziale dei piccoli geni dai piccoli cancheri, la stratificazione di classe sociale, ecc. ecc.
Piccolo dettaglio: succede gia' — in via piu' o meno spontanea. Il liceo dove ho insegnato per anni (pubblico e assolutamente egualitario), siccome aveva fama di scuola seria e "difficile", selezionava *di fatto* in entrata i suoi studenti — poi li selezionava di nuovo con la moria della prima — e alla fine era un bel ritratto della buona borghesia cittadina — insegnare li' dentro era facile facile — e dava un sacco di soddisfazioni, il grosso della fatica era gia' fatto.
Per gli *altri* c'erano i gironi successivi del secondo liceo, dell'istituto tecnico, del magistrale, dei vari professionali. Dove colleghi magari piu' bravi di me faticavano il triplo per ottenere un terzo — e con un implacabile marchio di serie B, o C — o peggio.
Lo so — e' una riflessione scorrettissima e non piace nemmeno a me che la faccio. Ma ripeto: siamo sicuri che un buon sistema di classi *differenziate* per livello di competenza iniziale non potrebbe far qualcosa di buono per gli alunni?
E per ora butto soltanto li' — ci devo riflettere su — siamo davvero sicuri che l'integrazione scolastica degli alunni disabili — come nostro figlio — faccia loro del bene? non sarebbe piu' utile, almeno per molti di loro, avere un ambiente di apprendimento ritagliato sulle loro abilita' e disabilita' — piuttosto che essere appesi all'aleatoria presenza (e competenza) di un insegnante di sostegno in un contesto che non tiene conto, generalmente, dei loro bisogni?
Non ho la verita' in tasca — mi piacerebbe davvero che ne venisse fuori un minimo di discussione — senza preconcetti.


Mercoledì, 24 Ottobre 2007
Educare un figlio (autistico)
Nelle categorie: It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 7:47 pm

Per chi come noi e' piombato di colpo nel mondo dell'autismo e si trova a dover crescere un pargolo palesemente *diverso da tutti gli altri* — internet e' una risorsa preziosa e una croce terribile. Perche' l'informazione e' la cosa piu' importante — capire e' il primo passo per qualunque tentativo di essere utili ad It — ma la rete e' un bombardamento di notizie in cui c'e' tutto e il contrario di tutto. E per estrarne quello di cui ci si puo' fidare — o che ci puo' servire — ci vogliono attenzione, cultura, pazienza — e una notevole quantita' di saldezza di nervi. Ben inteso, la rete non fa altro che riprodurre la confusione che sul tema dell'autismo regna sovrana anche altrove.
Da un lato c'e' gente — come gli scatenati del DAN!, che hanno ricevuto una mano immeritata e potenzialmente assai dannosa da Beppe Grillo — che sostiene che l'autismo e' una patologia da intossicazione (da mercurio, da vaccinazioni, da metalli pesanti in genere, da glutine, da caseina — o da chissa' che altro) e che rimuovendo l'intossicazione se ne puo' guarire: basta assumere dei farmaci il cui uso non e' raccomandato dalla scienza medica ufficiale e il cui costo e' stellare, cambiare stile alimentare, ecc. ecc. Balle senza alcun fondamento scientifico che arricchiscono qualche praticone e danno un po' di speranza (vana) a qualche famiglia — e talvolta fanno danno.
Dall'altra ci sono le scuole medico-terapeutiche piu' o meno mainstream — che partono dal punto di vista che l'autismo e' una condizione non reversibile, di carattere organico e congenito: non si cura, non se ne guarisce. La sola possibilita' di garantire una vita "normale" a una persona autistica quindi e' intervenire sui suoi comportamenti per modificarli, "ricondizionarla" in modo che sviluppi le abilita' necessarie all'autonomia, alla comunicazione e all'interazione sociale. Ma ricondizionare via software l'hardware difettoso — passatemi l'immagine — e' un'impresa di immensa complessita' e significa intervenire in maniera estremamente massiccia e invasiva nella vita di un bambino: ore e ore di attivita' ogni giorno — con programmi piu' o meno rigidamente scanditi — e prima si comincia meglio e' — e i risultati comunque sono tutt'altro che sicuri.
Gli uni e gli altri pero' sembrano d'accordo su un punto: l'autismo va curato/trattato. Bisogna intervenire sul bambino autistico perche' raggiunga comportamenti normali — o meno anormali possibile.
Ma c'e' chi contesta proprio questo assunto fondamentale. E sono molte persone autistiche — o loro genitori — che rivendicano questa condizione come una diversita' da rispettare e non una patologia da curare. Che sostengono che imporre a un autistico comportamenti da "neurotipico" e' una crudelta', una umiliazione, una negazione della personalita'. Insomma — un vero e proprio abuso: una persona autistica ha un cervello strutturato diversamente, percepisce il mondo in un altro modo rispetto a noi neurotipici — ha sensazioni, emozioni, bisogni fisici e mentali non sovrapponibili ai nostri. La "normalita'" nei comportamenti di un autistico e' nella migliore delle ipotesi una forzatura, un costringere la persona a comportarsi per quel che non e' — e implicitamente a considerare "sbagliato" il suo vero modo di essere. Con quale conseguenza sulla percezione di se' e sull'autostima e' facile da immaginare. Chi si schiera a difesa della neurodiversita' sostiene quindi che l'intervento sulle persone autistiche non deve avere come obiettivo la cura — o lo sradicamento dei comportamenti autistici — ma dev'essere finalizzato esclusivamente ad alleviarne gli handicap sociali: favorire la comunicazione, sostenere l'autonomia. Ma lasciare che le persone autistiche continuino a vivere come tali — e che siano rispettate come tali.
Devo confessare che e' questo il punto di vista che piu' mi pare sensato — e piu' rispettoso di It. D'altronde e' difficile trovare il giusto limite tra l'intervento indispensabile e quello che diventa invasivo — specie se devi decidere per un figlio — correre il rischio che non apprenda a parlare, a controllare i propri bisogni fisiologici, a stare in mezzo ad altre persone. Non tentare di tutto per rendere possibile la sua indipendenza nel mondo — e' una scelta che credo nessun genitore possa fare senza una immane sofferenza — e forse non ha nemmeno il diritto di farla.
Non ho risposte su questo. Non so fino a che punto l'amore per nostro figlio deve spingerci sulla via di cercare di minimizzare il suo autismo e di farlo assomigliare il piu' possibile a una persona "normale" — o viceversa ad accettare fino in fondo la sua diversita' e a fare in modo che possa *il meglio possibile* vivere da diverso. E a dire la verita' non so nemmeno troppo bene quali differenze ci sono tra questi due approcci quando si passa dalla teoria alle cose da fare.
C'e' soltanto un elemento di riflessione a cui finora sono arrivato. Ed e' che educare un figlio, neurotipico o no, e' *comunque* imporgli dei modelli di comportamento socialmente accettabili, insegnargli le regole secondo cui vive la comunita', fargli conoscere ed accettare le necessita' del mondo in cui vive. Non c'e' nulla di spontaneo in questo — e c'e' un discreto grado di costrizione *comunque*: nessun bambino impara spontaneamente a fare la popo' nel vasino, a non fare le pernacchie alla gente, a non gridare dove bisogna fare silenzio, a non prendere il giocattolo del proprio vicino al parco giochi — e cosi' via crescendo. Piu' importante ancora: nessun bambino (e nessun ragazzo e nessun adulto) impara spontaneamente il rispetto degli altri — dei loro bisogni e delle loro percezioni — e la capacita' simmetrica di pretendere pari rispetto: anche in questo c'e' un percorso educativo, fatto di apprendimento e spesso di forzatura — solo con il tempo quella forzatura viene interiorizzata — e diventa parte di noi. Questa roba si chiama, in fondo, cultura.
Al tempo stesso — educare un bambino — e poi un ragazzo — vuol dire lasciarlo diventare cio' che e' — lasciare che scopra le sue tendenze — i suoi modi di essere — le sue peculiarita' — che affermi il suo modo di stare nel mondo — e non mettersi troppo in mezzo.
Non so se questo equilibrio, gia' cosi' difficile nell'essere genitori di un figlio che percepisce e pensa come noi, si riesce a mantenere con un figlio tanto radicalmente diverso da noi. Ma forse e' la sola strada che abbiamo davanti — e il brutto e' che anche se arrivi a capire il principio nessuno ti dice quali sono le cose giuste da fare per metterlo decentemente in pratica.

P. S. Se non ci sono link al DAN! e a Beppe Grillo, non e' che me li sono dimenticati — e' che certa gente non la voglio proprio linkare — niente pubblicita' nemmeno per sbaglio.


Martedì, 16 Ottobre 2007
Mai dimenticare. Mai perdonare.
Nelle categorie: Quel che resta, Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:26 am

Immagine da Wikimedia Commons

Oggi e' il sessantaquattresimo anniversario della deportazione degli ebrei romani.


Giovedì, 11 Ottobre 2007
Il club dei bamboccioni
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:58 pm

Umberto Eco si e' unito al club dei tanti che danno ai giovani italiani di "bamboccioni" o simili per la loro prolungata permanenza in casa dai genitori, spiegando che pur di andare via da casa si puo' e si deve fare di tutto, come il lustrascarpe, e che i meravigliosi giovani che frequentano il suo master (o roba analoga) sull'editoria sono pronti a tutto, vincono borse di studio e poi vivono in cinque in una stanza come i marocchini immigrati pur di perseguire i loro obiettivi. Io non so se Eco e i suoi preziosi allievi abbiano mai lustrato scarpe (boh), io personalmente che sono riuscita a lasciare casa in modo definitivo solo a trent'anni ho lavorato in fabbrica dopo la laurea come metalmeccanica e ho anche prestato manodopera agricola. Certo, sono una del club dei bamboccioni perché non ho avuto il coraggio di prendere casa per conto mio fino a quando non ho avuto un lavoro stabile e retribuito in modo da pagare l'affitto con tranquillita'. Ma non e' il caso personale che mi interessa. Neanche voglio difendere quelli della mia generazione che non e' granche' , come tutte le generazioni del resto.
Pero' credo anche che il problema sia piu' complesso di come viene presentato spesso da politici e intellettuali e che l'attenzione debba essere spostata un po' dai figli bamboccioni alla generazione dei loro genitori. Sono spesso i genitori i primi a non incoraggiarti ad andartene, sono loro che occupano i posti di lavoro a tempo indeterminato che tu magari non vedrai mai nella vita, e loro i proprietari degli immobili che hanno raggiunto prezzi stellari in affitto e in vendita.
Ci sono poi secoli di cultura della famiglia e un contesto sociale assolutamente non idoneo a favorire l'uscita di casa dei giovani, che certo hanno i loro torti, in quanto molto spesso assolutamente contrari a sacrifici di qualsiasi tipo, dalla riduzione del tenore di vita alla necessita' di fare lavatrici e mangiare uova al tegamino. Magari, che so, ci si puo' sposare anche prima di essersi assicurati il servizio fotografico, il filmino e la cucina da 15.000 euro.
Pero' appunto sarebbe il momento di smettere di generalizzare e sputare sentenze su fenomeni sociali che coinvolgono milioni di persone, ciascuna con una storia diversa e spiegare tutto con la mancanza di carattere da un lato o con la precarietà lavorativa dal lato opposto.


Mercoledì, 10 Ottobre 2007
"I'm not very bright, l guess."
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Pipponi, Laicita'/Religione — Scritto dal Ratto alle 3:01 pm

(Come avrebbe detto Marilyn, I guess)

Come dicevo un po' di tempo addietro, sono incappato in una discussione con un gruppo di bright. So che non mi ci dovrei mai ficcare, perche' finiscono sempre allo stesso modo: loro ti rinfacciano l'immacolata concezione e l'intelligent design — tu ti inalberi e cerchi di spiegare che il pensiero religioso non e' necessariamente fondamentalista (almeno non in quel senso) — loro ti rispondono che l'unico criterio di verita' del pensiero e' il metodo scientifico ecc. ecc. Discussione inutile — su binari predefiniti — e destinata a lasciare ognuno ferreamente convinto delle proprie ragioni — ma soprattutto dei torti attribuiti all'altro. Tanto e' vero che e' finita in un bel flame.
Solo che — non riuscendo a spiegarmi li' — mi e' venuta voglia di provare a chiarire qui (anche a me stesso) quel che penso. Ci ho messo un sacco di tempo a ruminare 'sta roba (un po' meno di Simonide, ma mica poi tanto) — e alla fine quel che ho scritto mi pare assolutamente incompiuto e parziale. Ma in fondo e' il bello del blog: posso sempre tornarci sopra, correggere, cambiare idea. Soprattutto se qualcuno ha voglia di ragionarne con me.

Zero. Ho scritto altrove che sono convinto che una scelta religiosa non puo' che essere integrale e non puo' che essere il fondamento della vita di una persona — e in questo senso sono un po' diffidente del modo in cui correntemente si usano i termini integralismo e fondamentalismo. Tuttavia — per chiarezza di argomentazione — adotto qui le definizioni piu' o meno standard: in questo post si parla di fondamentalismo intendendo la posizione di chi considera i dettami religiosi e/o i testi sacri di una religione interpretati letteralmente quale unico fondamento della sua visione del mondo, della sua etica e dei suoi comportamenti. Come integralismo intendo qui l'atteggiamento di chi ritiene che il fondamento religioso della sua interpretazione del mondo deve avere una applicazione integrale — e quindi valere erga omnes, incondizionatamente e senza eccezioni.

Uno. Con me — a parlar male di integralisti e clericali si sfonda una porta spalancata. Sono convinto che esista una forsennata offensiva oscurantista in questi anni, in Italia e nel mondo, che fa del male alla convivenza collettiva e mina alcune delle conquiste fondamentali della nostra civilta': la laicita' delle istituzioni, il pluralismo, la liberta' di coscienza — e perfino il senso piu' vero della religiosita'. E sono assolutamente equanime nel rifiutare integralisti cattolici, protestanti, ebrei, musulmani e chi piu' ne ha piu' ne metta. Anzi, forse mi stanno piu' vigorosamente sulle palle quelli vicini alle tradizioni religiose a cui mi sento affine, per cultura di nascita o per scelte — se non altro perche' mi accorgo piu' facilmente di quanto le loro posizioni non reggano a volte nemmeno sul piano teologico.
Quanto alle posizioni fondamentaliste — mi fanno proprio orrore — perche' sono frutto di una ignoranza dei meccanismi essenziali del pensiero religioso stesso — e finiscono — nella ricerca di una fedelta' letterale ai testi — per tradire nella maniera peggiore il senso, il valore di ogni racconto/discorso religioso. Quindi se qualcuno pretende di leggere la Bibbia (o il Corano o qualunque altro testo sacro) alla lettera e di trarne conclusioni che non tengono conto delle modalita' della narrazione, della cultura che lo ha generato, del tempo trascorso e cosi' via — secondo me fa torto prima di tutto all'intelligenza di D-o, poi alla sua, e infine a quella di tutti noi.
Aggiungo che in molti casi integralismi e fondamentalismi mi paiono non solo sbagliati ma in malafede, figli di un calcolo di potere e di una volonta' di sopraffazione, piu' che di effettiva convinzione interiore di fare la volonta' di D-o. Non che chi e' veramente convinto mi piaccia tanto di piu' — scegliere fra banditi e stupidi e' una brutta gara…
Ma a differenza dei miei interlocutori bright trovo ingiustificato fare d'ogni erba un fascio e buttar via il pensiero religioso tout court insieme agli eccessi del fondamentalismo o delle superstizioni vecchie e nuove. Si puo' fare (in buona o cattiva fede — e mi si perdoni l'involontario gioco di parole) un uso assai distorto della religione — cosi' come si puo' fare un uso assai distorto della scienza. Ma come il dottor Mengele non dimostra la fallacia del pensiero scientifico — cosi' il mullah Omar o il reverendo Falwell non possono essere usati per negare generalmente il valore del pensiero religioso. Credo di dire un'ovvieta' — ma sono un po' stufo di sentirmi rimproverare dagli scientisti duri e puri i crimini commessi in nome della religione.

Due. Su un altro piano: il pensiero scientifico piu' acuto da piu' di cinquant'anni almeno ha superato l'illusione positivista di poter dare una rappresentazione oggettiva, completa e coerente del mondo — e di essere quindi il canale privilegiato per la lettura, o addirittura per la definizione della realta'. Non voglio (e non ho gli strumenti per) fare una breve storia dell'epistemologia novecentesca in un post — ma credo che il consenso su questo punto dovrebbe essere facilmente raggiungibile. Nei modi che gli sono peculiari, il pensiero scientifico ha riconosciuto di essere un pensiero *debole*, cui sfugge la possibilita' di una piena padronanza del reale. Lo stesso percorso hanno compiuto contemporaneamente i filosofi — e perfino gli ambienti piu' avanzati della speculazione teologica (certo non Ratzinger — ma questo e' un *suo* problema intellettuale). A partire dal riconoscimento di questa intrinseca debolezza della capacita' umana di pensare il mondo, credo fermamente che diversi modelli di indagine abbiano — ciascuno nella sua direzione e con i metodi che gli sono propri — piena e diversa legittimita' ognuno nel proprio ambito. Percio' la religione fa molto male a tentare di entrare nel campo della scienza, di cui non padroneggia gli strumenti — o della politica — che si fonda su regole autonome. Ma la scienza deve ammettere la propria impotenza di fronte alle domande fondamentali dell'uomo — le domande sul senso della nostra stessa esistenza, che a rigor di metodo non e' nemmeno in grado di porsi. E che invece sono domande a cui e' difficile sfuggire — e che possono essere meglio affrontate con gli strumenti del pensiero mitico-religioso (o della letteratura — o dell'arte — o della filosofia, se e' per questo): sempre che si abbia la capacita' di riconoscere questi strumenti e di impiegarli correttamente — ma di questo diro' qualcosa in seguito.
A farla corta — credo che sia un atteggiamento sano ammettere che nessun metodo e nessun modello di indagine sul mondo e' capace di arrivare dappertutto. Ognuno fa luce su frammenti, su prospettive piu' o meno ampie — ma non e' abbastanza potente da illuminare l'intero quadro. E' troppo chiedere a tutti, scienziati, teologi, letterati, filosofi l'umilta' di riconoscersi *deboli* — e di accettare la legittimita' dell'apporto dell'altro?

Tre. Vedo un certo integralismo parareligioso nell'ateismo militante. Mi spiego meglio. L'esistenza o meno di D-o e' — con gli strumenti del pensiero razionale — un indecidibile. Non e' dimostrabile ne' il si' ne' il no. Di conseguenza il solo atteggiamento razionale e scientifico di fronte alla questione e' un ignoramus — e a voler essere rigorosi dovrebbe valere la proposizione che chiude il Tractatus: "Su cio' di cui non si puo' parlare, si deve tacere". Ogni passo in piu' e' un'adesione fideistica a una tesi non dimostrata. Che mi sta bene — a patto che la si riconosca per tale. E che si riconosca che la posizione del credente e quella dell'ateo sono speculari e perfettamente equivalenti.
Credere o non credere e' — da questo punto di vista — davvero la scommessa di Pascal. La scommessa di Pascal nel senso di assumersi il rischio intellettuale di andare oltre la certezza — di gettarsi oltre il perimetro di cio' che possiamo *sapere*. Certo, non e' una "scelta" in senso stretto, un puro atto di volonta' — la nostra condizione di credenti o di dubbiosi o di atei dipende spesso da fattori che sfuggono alla sfera puramente intellettiva — la fede e' come l'amore (in fondo e' una forma di amore): non si inventa se non c'e'; un cristiano qui parlerebbe di grazia — ma apriremmo un altro capitolo complicato, che non mi sento di affrontare. Sono fermamente convinto, pero', che sia una scelta lasciare aperta o no la possibilita' di una prospettiva religiosa nella propria vita: qui sta la scommessa, per chi la vuol fare in un senso o nell'altro.

Quattro. Il pensiero religioso segue logiche proprie, fondamentalmente quelle del mito. E bisogna saperle leggere, per giudicare. Il pensiero mitico-religioso non e' un pensiero erroneo, o primitivo, o ingenuo. E' una modalita' di lettura del mondo che ha le sue vie, i suoi strumenti, i suoi fini. Il mito (e per mito intendo, sia ben chiaro, anche i racconti della Bibbia o del Corano o di qualunque altro libro sacro) non e' una favoletta — ma e' un racconto paradigmatico, un modo di raccontare il perche' del mondo come e' e di fondare i comportamenti delle persone in quel mondo. Certo, la mentalita' mitico-religiosa pretende che siano *vere* le storie che racconta — non le considera semplici allegorie o apologhi morali. Ma si tratta di una verita' *normativa*, piu' che di una verita' fattuale: e' vero il mito in quanto e' vero cio' che significa — non necessariamente in quanto sono veri tutti gli avvenimenti di cui parla. C'e' una formula folgorante di un filosofo della religione della tarda antichita', Salustio, che dice "Queste cose non accaddero mai, ma sono sempre". Questo ha due conseguenze, tra mille piu' importanti: che le interpretazioni letterali dei racconti sacri sono *sbagliate* perche' non colgono il tipo di verita' insito nel mito — e che insistere sull'implausibilita' logico-fattuale di un racconto sacro non ne scalfisce di una virgola il valore di verita'. In altre parole: dire che Maria ha concepito Gesu' senza un rapporto sessuale con un uomo, ma per l'intervento dello Spirito Santo, e' un modo narrativo per dire che Gesu' e' nello stesso tempo uomo e D-o — che e' figlio di una donna mortale e di D-o stesso. La verita' di cronaca e' un dettaglio — poco piu' che un pettegolezzo.
Io credo che il pensiero mitico-religioso abbia una legittimita' non inferiore a quella del pensiero scientifico, se ognuno resta nel suo ambito. E non mi sento un oscurantista se nella mia ricerca di senso resto in ascolto — cerco di essere attento alle possibilita' offerte da questo tipo di pensiero.
Detto questo, niente implica che la scelta religiosa avvenga nelle forme delle religioni rivelate. Ma le religioni rivelate sono un immenso patrimonio di paradigmi — una ricchezza che attraversa millenni di storia umana e che fa parte in maniera profonda del nostro tessuto di identita'. Difficile sottrarsi — in una prospettiva religiosa — alla convinzione che l'Altro veramente parli dentro quel patrimonio. E al bisogno di ascoltarlo. Ancora piu' difficile — e forse futile — tentare di percorrere strade diverse: anche in questo, essere nani sulle spalle di giganti val piu' che stare a scrutare l'orizzonte dal basso della propria solitaria statura.

Cinque. Proprio perche' si snoda in racconti — in miti — alla fin fine nell'esperienza religiosa la *fede* occupa un posto assai marginale — cosi' come le manifestazioni vere o presunte del soprannaturale. Conta molto di piu' l'adesione etica al mondo che quei racconti tratteggiano — e prima ancora la convinzione di essere o meno autosufficienti e compiuti. E conta stabilire - nelle forme del pensiero mitico-religioso — una relazione con l'assolutamente Altro da noi — una relazione personale diretta e fondante della nostra esistenza (fondante e integrale — che non e' meno esigente ma e' ben diverso da integralista e fondamentalista).

Conclusioni provvisorie. Dove sono io? Nel mezzo del dubbio. Di domande che non ammettono ne' la risposta semplicistica dei bright — ne' il semplice aderire a una prospettiva religiosa. So che non siamo autosufficienti — che un barlume di senso si puo' immaginare solo di fronte a un Altro (il λόγος πρὸς τὸν Θεόν, "la parola posta di fronte a Dio" del vangelo di Giovanni) — non riesco a trovare un cammino — anche perche' non posso che scontrarmi con il *vero* problema di una scelta religiosa che non e' quello della fede, ma quello della teodicea — e quello della responsabilita' (e di qui viene la mia sempre crescente lontananza teologica dal Cristianesimo — ma questa e' un'altra storia, che porterebbe troppo lontano).

Post scriptum. Giusto per chiarezza, anche se forse si capisce da quel che ho scritto. Credo che Ratzinger abbia assolutamente torto quando dice che la scienza senza D-o e' una minaccia. Credo l'esatto contrario — che scienza e religione debbano, come stato e Chiesa, restare rigorosamente separati e ciascuno sovrano nel proprio modo di comprendere il mondo — ogni commistione dei linguaggi e delle logiche non puo' che essere deleteria. Certo — e' difficile pensare a una ricerca scientifica applicata che non sia guidata da un'etica — ma certo non puo' essere la fede a dettare quest'etica — meno che mai una specifica religione rivelata, con la pretesa di imporre la propria etica a tutti.
Detto questo, cancellare il problema etico o far finta che non ci sia e' certamente una cattiva idea per chi si occupa di tecnica (piu' che di scienza pura) — e varrebbe la pena di rifletterci, al di la' delle prediche del Papa.


Mercoledì, 3 Ottobre 2007
Siamo qui
Nelle categorie: Quel che resta, Curiosando e andando in giro, It — Scritto dal Ratto alle 2:20 am

e in un sacco di altri posti — e il piccolo anfibio sguazza beato (il problema e' *toglierlo* dall'acqua).


Sabato, 29 Settembre 2007
Ciao
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:18 pm

La Rat-Family va al mare per una settimanetta. L'ipotesi Dahab alla fine non si e' rivelata praticabile — sara' per un altro momento. Andalusia, stavolta. Se c'e' un po' di wi-fi in albergo, magari postiamo qualcosa.


Bob Dylan e' sicuramente il mio candidato.



Domenica, 16 Settembre 2007
Fantapolitica
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 2:02 am

Torno sulla lettera del ministro Fioroni, perche' l'incazzatura non mi e' passata. E siccome non mi piace criticare e basta, provo a far finta di essere io il ministro e di rispondere come credo che un ministro dovrebbe rispondere. Senza vendere sogni, ma con ipotesi concrete. Senza gettare fango sulle istituzioni e senza smentire le scelte fatte, ma proponendo soluzioni graduali per uscire dal problema. La risposta *politica* di un ministro: non quella di un rivoluzionario o di un visionario, ma nemmeno quella di un cialtrone ipocrita.
Ovviamente le misure che propongo possono essere tutte sbagliate — e si puo' discutere su tutto. Ma il mio e' un semplice esercizio retorico per far capire che tipo di atteggiamento mi aspetterei da chi ha responsabilita' di governo.

Cara signora xxx,
la sua lettera non mi ha sorpreso, purtroppo, perche' sono consapevole che la scuola italiana non e' stata in grado di fare abbastanza per i suoi alunni diversamente abili. Le ragioni sono molte e vanno dalla carenza di fondi e di strutture alla scarsa cultura dell'integrazione che ancora permane in alcune parti del nostro sistema educativo. Come ministro ho assunto personalmente decisioni che non hanno aiutato a migliorare questa situazione, perche' costretto dall'esigenza di ridurre in breve tempo le spese del mio Ministero. Sono state scelte dolorose di cui non si puo' andare fieri, ma che hanno avuto una precisa necessita' di bilancio.
Ritengo tuttavia che la scuola italiana, che ha fatto la scelta coraggiosa di integrare gli alunni disabili nelle classi e di non tenerli separati dai loro compagni, abbia in se' un'eccellenza di modello che deve essere sostenuta da interventi e risorse adeguati. Non posso promettere che nei prossimi anni ci sara', come pure riterrei auspicabile, un insegnante di sostegno per ogni alunno disabile che ne ha necessita': si tratterebbe di piu' di sessantamila nuovi docenti con un costo annuo per la Pubblica Amministrazione di circa due miliardi e mezzo di euro, una cifra che non e' compatibile con le condizioni economiche del Paese. Tuttavia posso promettere che la mia azione di governo puntera' ad invertire la tendenza ed a garantire la crescita di risorse reali per la scuola, con particolare attenzione a tutte le misure che — a norma della nostra Costituzione — contribuiscono a "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Per essere concreto, Le illustro alcune misure che il mio Ministero adottera' a partire dal prossimo anno scolastico 2008-2009:
1. Aumento del 5% dei posti di insegnanti di sostegno (costo stimato: 160 Mln). E' poco, ma e' oggettivamente difficile fare di piu' in un anno e l'obiettivo e' di iniziare un trend che dovra' continuare negli anni a venire.
2. Creazione di un fondo speciale per l'integrazione degli alunni disabili, che sara' distribuito per iniziative legate all'autonomia scolastica e finalizzate a migliorare i servizi per gli alunni portatori di handicap. Tale fondo avra' una dotazione di 2000 euro per alunno disabile (costo stimato: 340 Mln).
3. Attivazione di percorsi di formazione sull'integrazione dei disabili (mirati alle situazioni concrete) per 10.000 docenti delle scuole di ogni ordine e grado (costo stimato 10 Mln).
Come vede, queste iniziative avranno un costo molto rilevante, che la comunita' nazionale dovra' coprire adeguatamente.
A tal fine intendo proporre l'istituzione di un contributo obbligatorio per l'integrazione a carico delle famiglie, nella misura media di 20 euro per alunno delle scuole di ogni ordine e grado. So che si tratta di una mossa impopolare — ma le somme richieste ad ogni famiglia sarebbero oggettivamente esigue (e distribuite progressivamente in base al reddito) e d'altronde la massa finanziaria raccolta (circa 180 Mln) costituirebbe un elemento importante per rendere realizzabili i progetti che ho esposto sopra.
Resterebbero da finanziare comunque circa 330 Mln di euro, che possono essere reperiti o reindirizzando il 5% della quota del cosiddetto "tesoretto fiscale" destinata alla spesa sociale o in Finanziaria 2008 rinviando e/o limando le ipotesi di riduzione dell'ICI e di altre imposte. So che anche in questo caso si tratterebbe di una misura impopolare, ma credo che dovremmo tutti tenere a mente la citazione delle "Leggi" di Platone che abbiamo inscritto in epigrafe del DPEF 2008-2011 e che ispira le linee di azione del nostro governo:

E' difficile innanzitutto sapere che e' necessario per un'autentica arte politica prendersi cura non dell'interesse privato, ma di quello pubblico - infatti l'interesse comune lega insieme le citta', quello privato le dilania -, e capire che l'interesse comune, se e' ben stabilito, e' utile tanto all'interesse comune quanto a quello privato, ad ambedue in sostanza, molto piu' di quello privato.

So che le misure che qui ho tratteggiato non saranno sufficienti a risolvere a livello di sistema i problemi che Lei ha indicato nella sua lettera. Credo tuttavia che potra' convenire con me che sono un insieme di provvedimenti importante e tale da dare un segnale della volonta' della scuola italiana di essere all'altezza della scommessa impegnativa dell'integrazione, che e' una prassi di assoluta eccellenza mondiale e che e' intenzione del Governo sostenere con tutti i mezzi disponibili.
So anche di poter contare sull'attenzione e sulla collaborazione di tutti i docenti e di tutti i genitori che — come Lei — sono impegnati nel duro ed esaltante compito di far crescere bene i nostri ragazzi, disabili o no.
Cordialmente,
Il Ministro della Pubblica Istruzione

A margine un po' di fonti:
Statistiche sulla popolazione scolastica
Statistiche sulla disabilita' nella scuola e sul numero di insegnanti di sostegno
DPEF 2008-2011


Giovedì, 13 Settembre 2007
Rosh Ha'shana 5768
Nelle categorie: Quel che resta, Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:03 am

L'anno comincia in un momento difficile per noi. Speriamo che sia piu' dolce del precedente.
Un augurio un po' ospedaliero dalla Rat-Family.


Lunedì, 3 Settembre 2007
Non dice a me…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:55 pm

… ovviamente. Ma fa piacere lo stesso leggerlo sul muro andando a lavorare, no?


Mercoledì, 15 Agosto 2007
Un'altra corsa
Nelle categorie: Quel che resta, It — Scritto dal Ratto alle 9:40 am

Son quasi due mesi che non scriviamo piu' su The Rat Race. Non e' stato il superlavoro — e non sono state le vacanze. Il fatto e' che in questi due mesi scarsi tutto il nostro mondo e' cambiato radicalmente — e c'e' voluto tempo per capire e cercare di abituarci — e per renderci conto se volevamo/potevamo scrivere anche di questo.

A It e' stato diagnosticato un disturbo generalizzato dello sviluppo — per dirla in maniera piu' comprensibile una forma di autismo (OK, si dice piu' correttamente un "disturbo dello spettro autistico" — ma a volte semplificare e' un modo di umanizzare le parole — e le cose). Per fortuna, il nostro Enrico e' un bambino affettuoso, a modo suo socievole, allegro, curioso: la malattia non lo ha isolato completamente dal mondo e la mancanza di linguaggio verbale non gli impedisce di comunicare bisogni, stati d'animo, perfino sentimenti. Stare con lui e' una gioia — oltre che una grande fatica quotidiana.
Ma per garantirgli una vita piena, serena, significativa, autonoma — c'e' moltissimo lavoro da fare. Dovranno intervenire medici, logopedisti, terapeuti di ogni tipo. Ma soprattutto la sua condizione richiede a noi genitori un'attenzione e una presenza continui — un impegno di ogni momento per aiutarlo a fare conquiste che per un bambino *normale* sono al di sotto dell'ovvio — e che per il nostro Enrico sono difficili quanto indispensabili mattoncini di una futura indipendenza.
Abbiamo gia' scoperto che la mano pubblica non ha abbastanza risorse e non sa coordinare quelle che ha per dare a bambini come Enrico l'assistenza di cui hanno bisogno. L'autismo e' una malattia da privilegiati — nel senso che solo i privilegiati (economicamente, socialmente e culturalmente) sono in grado di assicurare ai figli una diagnosi precoce, un accesso adeguato alla conoscenza degli strumenti di cura, le migliori terapie disponibili, il tempo libero necessario per seguirli. Per fortuna siamo nella categoria — ed e' dura perfino cosi'.
Per noi la corsa dei topi e' finita. Non abbiamo piu' tempo di correre dietro al lavoro e a tutto il resto. Stiamo correndo dietro a nostro figlio. Senza fiato — piu' che mai — e con il cuore in gola. Ma anche — per strano che possa sembrare — con allegria — e con l'entusiasmo che ci viene da lui.
Ci proveremo a raccontarvelo, se ne saremo capaci — e se la corsa ci lascera' tempo.

Enrico corre sulla riva del mare delle nostre vacanze — c'e' la sua energia, il suo entusiasmo per il mondo — e si', anche il movimento scomposto delle mani e della testa che rivela la sua malattia — ma non meno la sua gioia di vivere. E il fatto che lui corre davanti — e noi dietro. Un po' come i versi di Mr. Tambourine Man:
Yes, to dance beneath the diamond sky with one hand waving free,
Silhouetted by the sea, circled by the circus sands,
With all memory and fate driven deep beneath the waves,
Let me forget about today until tomorrow.
Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,
I'm not sleepy and there is no place I'm going to.
Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,
In the jingle jangle morning I'll come followin' you.

Per questo ci pare che possa diventare l'immagine migliore del nostro blog — del nostro tentativo di raccontare quel che stiamo vivendo.

P. S. Ci comprenderete se — in questo come negli altri post in cui si parla di nostro figlio — i commenti sono disabilitati. Non cerchiamo attestati di comprensione e d'altro canto spammer e troll non sarebbero sopportabili. Se avete qualcosa di vero e di serio da dirci — o da chiederci — usate l'indirizzo di mail del blog. Grazie.


Lunedì, 25 Giugno 2007
Peggio degli infradito?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:11 pm

Ora suppongo che stia per contagiare la massa italiana la moda dei Crocs, gli zoccoli in plastica (o apparente tale, non ho fatto ricerche, lo confesso) tutti colorati. Probabilmente e' vero che sono ottimi per camminare e penso che vadano benissimo su una spiaggia o qualcosa del genere ma l'idea che diventino calzatura urbana generalizzata mi fa un po' rabbrividire (specie se penso all'idea del calzino sotto, come qualcuno fa). Forse forse rivaluto le care vecchie infradito che in passato mi hanno gia' fatto brontolare.


Mercoledì, 13 Giugno 2007
Debitore moroso
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:46 pm

… di un post: RdM ci aveva passato (una vita fa) il testimone di una catena su "cinque motivi per tenere un blog". Non e' che non rispondiamo per scortesia, e' che non ce li abbiamo mica tanto chiari, i motivi. Qui si scrive (anzi: solo questa meta' del blog scrive, per ora) — "un po' per celia…" — quando c'e' il fiato per scrivere. E ce n'e' sempre meno.


Lunedì, 4 Giugno 2007
Honoris Causa
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:38 pm

Ricevo dall'amico Beppe Attardi e rilancio volentieri, anche se temo che proprio non potro' esserci:

Il prossimo 15 giugno l'Università di Pisa conferirà la Laurea Specialistica in Informatica Honoris Causa a Alan Kay per i suoi meriti nell'invenzione del personal computing e della programmazione a oggetti.
Il programma della cerimonia è disponibile alla pagina: http://medialab.di.unipi.it/Event/AlanKay/.
Ai partecipanti verrà distribuita una copia dello storico articolo "Personal Computing" che Alan Kay presentò a Pisa nel 1975 in anteprima mondiale.
Nella sua Lectio Doctoralis Alan Kay parlerà dell'iniziativa
One Laptop For Child (OLPC). L'iniziativa (www.laptop.org) si propone di contribuire all'istruzione dei bambini del (terzo) mondo, attraverso un computer portatile dal costo di soli 100 dollari, per esplorare, sperimentare, comunicare ed esprimersi pienamente.
Alan Kay è uno dei promotori dell'iniziativa OLPC assieme a Nicholas Negroponte del MIT.
Il ruolo che possono avere le nuove tecnologie a favore di uno sviluppo sostenibile del terzo mondo sarà uno degli argomenti dell'incontro/conversazione con Alan Kay previsto il giorno 15 alle ore 17 presso il Polo Didattico Carmignani (Piazza dei Cavalieri).
Verrà presentato, in anteprima per l'Europa, un prototipo del laptop da 100$.
Siete tutti invitati a partecipare ai due eventi.


Mercoledì, 23 Maggio 2007
Overflow
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:27 pm

Gente, qui fino a fine luglio si versa in queste condizioni. Blogging sporadico nei prossimi tempi.


Domenica, 13 Maggio 2007
The blogger is out
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:33 am

Questo blog stamani lascia It dai nonni, raccoglie la figlia grande e parte per una settimana di vacanza. Forse posteremo qualche foto, se troviamo connettivita', tempo e voglia.

(a margine: tanta voglia di tornarci, in questo paese pieno di baciapile ipocriti, non ce l'ho)


Sabato, 12 Maggio 2007
Anche io da grande mi voglio ispirare?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:02 pm

Floria mi spinge a violare un rigoroso tabu' di questo blog — cioe' di non parlare di blog, di come si fanno i blog, di che cosa significano i blog eccetera eccetera. Per una volta lo faccio — ma poi il tabu' torna strettamente in vigore.

Il fatto e' che il problema non me l'ero proprio mai posto. Nel senso che dell'ispirazione diffido, tutto sommato. Mi spiego meglio. O sei un poeta e ci hai la Musa con la M maiuscola che ti viene a trovare e va dittando — e tu allora scrivi — e perfino in questo caso la scrittura e' 90% perspiration, tecnica, duro lavoro. Oppure sei un cristo qualunque che scrive piu' o meno quel che gli passa per la testa — e scomodare l'ispirazione mi pare una cosa grossa.
Anche perche' le idee vengono da se'. A getto continuo. Mica sono le idee il problema: basta guardarsi intorno, leggere in giro, ascoltare una conversazione. Sara' che io sono uno curioso, che cerca di avere un'idea su tutto — e spesso ce le ha confuse proprio per questo — ma in una giornata tipo trovo sempre almeno dieci cose su cui vorrei dire la mia.
Allora il vero punto non e' l'ispirazione, ma la selezione. Dato che non e' che il tempo abbondi, dieci post in una giornata sono troppi, spesso non ho respiro nemmeno per scriverne uno, figuriamoci. Anche perche' — ahime' — io sono uno mostruosamente lento a scrivere. Non ho la vena facile — salvo che mi pigli l'incazzatura — ma allora non so bene quel che scrivo e forse non dovrei scrivere proprio.
Insomma — a farla corta — ho in mente una coda di post non scritti che ci potrei alimentare The Rat Race per sei mesi. Quali escono dalla coda e' sostanzialmente casuale — ogni tanto uno si fa strada in una mezz'oretta — ogni tanto mi *impongo* di scriverne un altro — per lo piu' restano li' e continuano a crescere su se stessi — e poi magari vengono bypassati dalle due righe scritte di corsa stans pede in uno per "stare sull'attualita'". Ce ne sono altri che invecchiano e muoiono lentamente li', senza essere mai scritti — ma mica e' detto che fossero quelli che mi interessavano di meno.
D'altra parte questo e' un blog — mica la Divina Commedia. E per di piu' e' un blog che non ha alcuna ambizione creativa — al massimo cerca di essere il mio pezzo di conversazione.

A me piacerebbe sentire che cosa ne pensano due blog parecchio piu' ispirati di questo: Eiochemipensavo e Colti sbagli. Se non mi mandano a quel paese, l'uno per eccesso di catene, l'altro perche' se ne sta nella sua bolla.


Floria dice le cose che spiegano come mai ho smesso di fare l'insegnante.



Curzio Maltese ha fatto imbestialire Floria. E ha ragione Floria. Da vendere.



Venerdì, 4 Maggio 2007
Sbam
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:01 pm

Dai e dai, a furia di correre the rat race, il Ratto oggi si e' fermato di schianto su un guard rail della tangenziale di Torino. Lui illeso anche se dolorante — la Ratmobile un po' meno. Forse ho parlato troppo male della Chiesa cattolica e qualcuno mi sta punendo? ;-)

P. S. Le procedure di un pronto soccorso hanno qualcosa di surreale. Sono assai probabilmente efficaci e del tutto corrette — ma sono surreali lo stesso.
P.P.S. Questo qui sta diventando un blog traumatologico ;-(


Mercoledì, 2 Maggio 2007
Cosa manca alla multimedialita' vera
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:09 am

Oggi vorrei postare questo odore:

Sperando che duri, perche' qui ce n'e' davvero un gran bisogno.


Mercoledì, 25 Aprile 2007
Ahio!
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:56 pm

Ok, volevo scrivere un post sul 25 aprile — ma ho preso un'altalenata in fronte nel tentativo (vano) di non far cadere It dall'altalena suddetta — e ho un po' di mal di testa… Ne riparliamo magari nel 2008, eh? [P. S. del 26 aprile: nel frattempo — leggetevi questo post di eìo, che qui la si pensa un po' come lui]

It non si e' fatto niente — e anche io sto bene — siamo di dura cervice noi.


Sabato, 14 Aprile 2007
Top of the heap
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto da Amministratore alle 11:07 am

… of spam:

Come direbbe eio, il limite e' il cielo…


Giovedì, 12 Aprile 2007
Metafisica
Nelle categorie: Quel che resta, Curiosando e andando in giro — Scritto dal Ratto alle 2:24 pm

Scattata col telefonino (e quindi la qualita' e' quella che e') in Terrazza Mascagni a Livorno, a novembre scorso — e ritrovata oggi levando un po' di casino dalla scheda troppo piena.


Mercoledì, 14 Marzo 2007
Fra un po'
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:14 pm

torno, prometto. Devo finire di scrivere un articolo - poi alzo la testa. Da scomunicato qual sono*, un po' di cose da dire le avrei.

* no — mi correggo — escluso dai sacramenti. Ma non era questo il senso della scomunica?


Venerdì, 9 Marzo 2007
Madeleine
Nelle categorie: Quel che resta, Mangiare bere e andare a spasso — Scritto dal Ratto alle 1:01 am

Ero convinto che non esistessero piu', soppiantati da merendine ben piu' sofisticate e glamorous. E invece qualche giorno fa me li sono ritrovati davanti al supermercato, identici a quarant'anni fa, perfino con la stessa grafica e con la plastichina trasparente confezionata a busta: i Fruttini della Zuegg, dico — quelli che mi mangiavo a merenda ai tempi delle estati a Coazze, una cosa come un paio di vite fa. E sono perfino buoni come me li ricordavo.


Giovedì, 8 Marzo 2007
Uno charme da magliari
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:12 pm

Siamo degli appassionati viaggiatori nella provincia francese — e quasi di conseguenza affezionati clienti dei Logis de France, alberghi disseminati in tutto il paese, che garantiscono notti e tavole decenti a prezzi ragionevoli anche nei paesini e nei posti fuori dai circuiti turistici. Ma dobbiamo dire che qualche dubbio ci viene, leggendo la loro nuova pubblicita' in italiano (piu' o meno):


Lunedì, 22 Gennaio 2007
Ritardataria indignazione
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:17 pm

In questi giorni ho troppe altre cose per la testa per riuscire a leggere i blog — cosi' sono piu' o meno l'ultimo blogger a venire a sapere dell'orrenda vicenda di Magdi Allam che si impadronisce di una mail privata di Lia e la pubblica con nomi cognomi e dettagli sul Corriere della Sera.
Sono schifato — e personalmente non comprero' (e non linkero') piu' il Corriere fino a che Allam restera' una sua firma — magari non sarebbe male se provassimo a farlo in tanti.
Per il resto, la penso esattamente come MMax, su tutta la linea — e su ogni cosa che dice.
A Lia, ovviamente, tutta la solidarieta' immaginabile — scusandomi per il ritardo.

Ben altri e ben piu' importanti di me espresso la loro indignazione e la loro solidarieta' a Lia. La lista dei link su Gattostanco.


Domenica, 21 Gennaio 2007
A suivre
Nelle categorie: Quel che resta, Cinema e TV — Scritto dal Ratto alle 6:31 pm

A quarantotto anni, qualche giorno fa, e' morta Solveig Dommartin. Il cielo sopra Berlino e' stato un pezzo importante della mia mitologia personale — e questa morte cosi' precoce mi ha colpito. Verrebbe voglia di poterla salutare con quell'à suivre che chiudeva il film — invece del solito The End.


Giovedì, 18 Gennaio 2007
Apnea profonda
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:19 pm

quindi nemmeno un post striminzito — in questi giorni


Sabato, 13 Gennaio 2007
Non ci saremo
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 7:42 pm

NoCamp a Vercelli, il 30 gennaio 2007. Informazioni qui:

Io non faro' un talk su NaDa, il software che non fa nulla.


Martedì, 26 Dicembre 2006
Goodbye, Mr. Dynamite
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:08 am


Giovedì, 21 Dicembre 2006
E' uscito!
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto da Amministratore alle 1:08 pm

Il Calendario 2007 di The Rat Race:

A breve la versione scaricabile online. A stampa costa 16 euro piu' spese di spedizione — puro prezzo di costo per dodici mesi di autentico paesaggio Bogia-Nen…


Mercoledì, 20 Dicembre 2006
Diabolico
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 9:57 pm

Oggi alle 21.40:


Giovedì, 30 Novembre 2006
Big Love
Nelle categorie: Quel che resta, Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 11:45 pm

Big Love, la serie della mitica HBO su una famiglia mormone poligama, prodotta tra gli altri da Tom Hanks e ora in onda su Foxlife, mi ha lasciato perplessa ancora piu' di quanto avrei previsto. Dato che i poligami ormai, per quanto ne so, sono una stretta minoranza anche tra i mormoni dello Utah, in una serie che tratta di loro ti aspetteresti un certo risalto alla componente religiosa o ideologica della scelta della poligamia (io personalmente ignoro quale sia il motivo per cui alcuni mormoni ritengono lecita - o addirittura dovuta? -la poligamia).
Nelle prime due puntate di Big Love quasi nessun cenno viene fatto a questa problematica (magari lo dicono con il tempo, boh) e il risultato e' che ci si trova di fronte alla storia di una per quanto assurda, famiglia borghese, con un marito, tre mogli, sei o sette figli e tre case vicine, dove i problemi non sono poi tanto anomali e la religione ha un ruolo del tutto secondario. Altrimenti la presenza di tutte queste mogli serve a creare pruriginose situazioni di condivisione sessuale, con il povero marito costretto a ricorrere al viagra perche' altrimenti non ce la fa, e le donne che litigano per i turni. Inoltre si creano fantastiche occasioni per mostrare il protagonista maschile a culo nudo (chissa' perche' delle donne non si vede neanche una tetta).
Non so se la serie e' destinata a cambiare ne' se avro' la pazienza di verificarlo, pero' nel frattempo sono sconcertata dalla scelta di affrontare un argomento cosi' spinoso con cosi' poca originalita'.
Perche' non fare la solita serie sulla solita famiglia se non volendo osare veramente?


Giovedì, 23 Novembre 2006
Inside post
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:02 pm

Nel senso che questo lo capiscono — se va bene — in tre.

Sono giornatacce, nel complesso. Pero' oggi ho acceso the Rat Ra…dio su Pandora e la prima canzone che ha sputato fuori e' stata questa. E poi in macchina tornando a casa ho trovato che alla radio parlavano di questo. Lassu' qualcuno si e' ricordato di me.


Martedì, 21 Novembre 2006
Una perdita
Nelle categorie: Quel che resta, Cinema e TV — Scritto da tutti e due alle 8:48 pm

Questo blog e' ufficialmente in lutto per la perdita di Robert Altman. Ci manchera'. E non e' retorica, perche' ancora di recente ci aveva dato un grande film come Radio America.. Sono contenta che abbiamo potuto vederlo al cinema, in una delle nostre rare libere uscite. E basta, perche' tanto ci penseranno i giornali a far scorrere i classici fiumi di inchiostro. Magari ci torno su quando gli altri smettono di parlarne.


Giovedì, 9 Novembre 2006
Magari non ho capito…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:37 pm

a causa della mia scarsa formazione ma mi e' sembrato che il Governatore della Banca d'Italia Draghi abbia in qualche maniera dato la colpa anche ai precari della loro precarieta' collegandola alla mancanza di istruzione nel nostro Paese. Certamente il Governatore ne sa piu' di me, pero' io ho avuto l'impressione che l'Italia sia piena di precari parecchio istruiti, con tanto di lauree e master ecc. ecc. E' che loro non lo sanno, ma sono ignoranti e di conseguenza un po' meritevoli di essere precari.
PS a seguito del primo commento ricevuto che mi ha fornito il link per leggere interamente il discorso del Governatore aggiungo il passaggio in cui Draghi fa riferimento al precariato seppur non usando la parola:
"Possedere un elevato livello di istruzione costiuisce inoltre il migliore strumento per ridurre i rischi insiti in percorsi di carriera frammentari e quelli connessi alla perdita dell'occupazione oggi più elevati che in passato a causa del crescente ricorso a rapporti di lavoro a tempo determinato. All'aumentare della qualificazione professionale cresce infatti l'incentivo per l'impresa e investire in rapporti stabili e duraturi, diventa maggiore la possibilità per il lavoratore di ritrovare pronta collocazione nel caso di rapporti di lavoro insoddisfacenti o di eventi sfavorevoli che coinvolgano il posto di lavoro".
Rivolto a chi e' al governo certo il discorso vale a incoraggiare un maggiore investimento nell'istruzione, ma letto da chi l'istruzione ce l'ha ed e' precario lo stesso suona quanto meno come un bel discorso teorico. E non fa certo sentire meglio.
Ad ogni modo la lectio magistralis di Draghi in quasi tutti i suoi aspetti mi sembra molto condivisibile, anche se le cose che dice sarebbero per lo piu' ovvie. Peccato che certe ovvieta' in Italia non sembrino affatto tali.


Mercoledì, 1 Novembre 2006
Caldarroste e calzature
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:36 pm

Quello che penso delle infradito l'ho gia' detto diverso tempo fa e non lo ripeto. Pero' oggi pomeriggio ho visto una cosa divertente in merito alla voga che li vuole indossati in ogni occasione che non riesco a fare meno di segnalare.
Oggi e' stata una bellissima giornata autunnale (un insolito regalo nel novembre piemontese) ma nel tardo pomeriggio cominciava a far fresco. Dato il giorno festivo e la tradizione di lasciare un regalino ai morti, nel corso della mia cittadina di residenza stazionava un banchetto di caldarroste; tra le varie persone in fila ce n'era una che ha attratto inevitabilmente la mia attenzione, cioe' una fanciulla che indossava pantaloni jeans in foggia piu' o meno caprese, con le gambe nude e le infradito. E vedere qualcuno far la fila per le caldarroste con la calzatura piu' estiva e inconsistente che si possa immaginare mi e' sembrato proprio buffo. Un segno di questi tempi strani, in cui si e' deciso di disancorare la moda dalle temperature.


Martedì, 31 Ottobre 2006
Ritocchi
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 11:48 am

all'aspetto di The Rat Race.
Da oggi la testata mostra soltanto foto "di stagione". Ditemi se vi piace di piu' cosi' o se era meglio prima.


Giovedì, 5 Ottobre 2006
Troppe cose, cara Scarlett (o no?)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 3:50 pm

Pare che Scarlett Johansson, pompata dai media come attrice piu' desiderabile del momento, rivendichi il diritto di avere un cervello oltre che delle curve. Dichiarazioni come queste, molto frequenti da parte delle donne piu' belle del mondo, mi lasciano sempre perplessa. La prima reazione istintiva e' di dire "e che cavolo, anche il cervello volete, non vi basta essere su tutte le copertine, guadagnare un mucchio di soldi, poter avere qualunque uomo?". In secondo luogo penso che insomma non e' giusto, a nessuna donna bruttina e intelligente si rimprovererebbe di voler essere anche bella, solo che e' molto piu' facile affermare di essere intelligente senza esserlo che carine senza esserlo (che so, la Litizzetto non puo' sostenere di essere alta 1,80 e che nessuno l'ha capito..).
Fatto sta che l'intelligenza, specie di determinati tipi, non e' questa gran cosa, e forse e' meglio essere belle e accontentarsi di essere ritenute tali, pur quando si e' consapevoli di saperla piu' lunga. Comincio a pensare che in realta' sia la furbizia la cosa che piu' aiuta e che la piu' dritta di tutte sia quella falsa bella di Paris Hilton che se va a giro per il mondo accumulando altri soldi oltre a quelli che ha di famiglia e affermando che non capisce un granché..


Venerdì, 29 Settembre 2006
La legge e' legge (finche' ci piace?)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 3:05 pm

Trovo parecchio fastidiosa, personalmente, la vicenda ormai tormentone della bambina bielorussa sottratta o forse rapita dai coniugi italiani affidatari "stagionali" con la complicita' delle cosiddette "nonne". Capisco che il bene di un bambino venga al di sopra di ogni altra cosa, ma c'e' una prepotenza di fondo in questa storia che non mi sembra tollerabile. Sembra che i protagonisti abbiano stabilito che la legge si rispetta finche' ci va bene, quando poi decidiamo che non ci torna ce ne freghiamo perche' siamo superiori. Cosi' i due non-genitori, che forse non hanno accettato fino in fondo il carattere provvisorio della loro genitorialita' che caratterizza e rende a volte dolorose le situazioni di affidamento, hanno agito con l'aria di ritenere di avere il coltello dalla parte del manico e di poter tenere tutti in scacco. Peccato che il loro vantaggio derivasse dal fatto che avevano commesso un reato e che cosi' comportandosi abbiano danneggiato altri bambini che non c'entravano nulla.
Forse al loro posto mi sarei comportata come loro, non so, eppure c'e' qualcosa che non va. Magari e' il fatto che anche i valori ritenuti superiori andrebbero fatti valere nelle forme dovute, senza l'assoluta presunzione di avere ragione. E in fondo forse anche le autorita' bielorusse, considerate ovviamente come sospette e inaffidabili a priori, dal loro punto di vista potrebbero avere delle ragioni di non fidarsi.


Mercoledì, 27 Settembre 2006
Scritte sul muro
Nelle categorie: Quel che resta, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 2:17 pm

(sull'argomento ha scritto molto meglio di me — un'eternita' di tempo addietro — Daniela Amenta su Linea Gotica)

Per chi come me e' stato adolescente negli anni settanta le scritte sui muri sono state uno degli approcci piu' istintivi e immediati alla politica. Erano una forma di presidio del territorio, ti dicevano se il quartiere in cui passavi era "fascio" o "rosso" — erano testimonianze di arditismo politico (andare a scrivere BOIA CHI MOLLA su un muro in Barriera di Milano o a Mirafiori Sud — oppure PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO sulla recinzione di un villone in collina) — erano il segno della presenza delle organizzazioni — e la prima forma di diffusione delle parole d'ordine.
A Torino, in quegli anni, prevaleva uno stile cubitale, squadrato, di grandi dimensioni — a colori piatti rossi o neri. Niente a che vedere con le pretese artistiche e la vivacita' coloristica dei graffiti di epoche successive. Solo slogan sul muro — brutali come gli scontri di piazza e come la politica di quegli anni.
Poi, un (bel?) giorno, e' arrivato il riflusso. Di colpo. Per me ha avuto l'aspetto di un ELENA TI AMO scritto su un muro vicino a casa: in nero, a caratteri cubitali, squadrati e sgraziati: proprio lo stesso stile di BOIA CHI MOLLA. Il buffo e' che credo di sapere chi fosse Elena: una mia ex compagna di classe delle scuole medie, a tredici anni paffuta e perfino un po' baffuta, la cui famiglia aveva un negozio di fiori a pochi passi da li' — evidentemente qualche anno dopo aveva sviluppato grazie insospettabili. Ma non e' questo il punto: e' che quel muro, di fronte a cui c'era una fabbrica notoriamente rossa — di quelle in cui la CGIL finiva per essere l'ala destra — fino a quel momento era stato dominio incontrastato degli slogan di LC e delle falciemartello di due metri per due. "Elena ti amo" non era roba che si potesse pensare di scrivere — su quel muro li' — almeno fino al giorno prima. Era cento volte piu' eversivo che trovarci scritto VIVA IL DUCE.
Nel giro di pochi mesi, l'argine aveva ceduto — la politica aveva lasciato il posto al privato — lo sciopero dei trentacinque giorni in FIAT* era finito come era finito — sugli anni settanta si girava (finalmente?) pagina. ELENA TI AMO si era dimostrato piu' forte di ORA E SEMPRE RESISTENZA.
Quasi trent'anni dopo — i muri sono passati dalla fase del tazebao a quella del reality. Sulla strada che faccio per andare al lavoro si legge questa scritta:

Volendo, c'e' un piccolo romanzo dietro quella scritta — e io ho avuto la sorte di seguirne l'evoluzione, mattina dopo mattina. All'inizio, sopra una scritta piu' vecchia ormai cancellata**, comparve uno stereotipo PiccolA TI AMO. Fece bella mostra di se', forse per la gioia della destinataria — o forse no — per qualche mese. Poi — un brutto giorno — una mano corresse PiccolA in PiccolO — cancello' AMO e lo sostitui' con un brutale ROMPO IL CULO!. Piccola non aveva gradito la plateale avance? o aveva gradito e si era ritrovata con un bel palco di corna? o quale altro motivo di litigio tra innamorati? oppure ancora — lo scherzo di una banda di ragazzini ai danni della coppia? Comunque — per Piccola e Piccolo — un bel po' di visibilita': la strada e' parecchio trafficata e la curva costringe a rallentare proprio li' davanti. Passa un po' di tempo — e qualcuno cancella l'insultante minaccia: rappacificazione? Piccola ci ha ripensato? oppure Piccolo ha fatto un raid notturno per togliersi dalla gogna? o gli impiegati del Comune hanno piu' prosaicamente restaurato la pubblica decenza (e perche' mai avrebbero dovuto cancellare soltanto una parte della scritta, invece di passare una bella mano di grigio su tutto?)?
Da allora — piu' nessuna novita'. Chissa' che fine hanno fatto Piccola e Piccolo — in fondo mi piacerebbe che qualcuno mi raccontasse il resto della loro storia.

* Siccome e' successo una vita fa — e credo che pochi dei pochi lettori di The Rat Race ne abbiano una memoria precisa, qui c'e' un racconto di quello sciopero. Di parte, bellissimo — verissimo. Soprattutto per quella sensazione — cosi' puntualmente rievocata — che tutto stava cambiando — che finiva un'epoca per la citta' e per l'Italia.

** Sospetto che anche la scritta precedente avesse a che fare con (la stessa o un'altra?) PICCOLA — a giudicare dalle tracce della vernice bianca di copertura. Con il che il romanzetto assumerebbe l'andamento della saga — ma le mie capacita' di epigrafista-paleografo si fermano qui…


Lunedì, 25 Settembre 2006
Awful plastic surgery
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:05 am

Ho scoperto tramite una rivista femminile letta dal parrucchiere l'esistenza di una vera galleria degli orrori, www.awfulplasticsurgery.com, cioe' una serie quasi infinita di resoconti di interventi di plastica dei divi americani, soprattutto malriusciti. Sembrera' una cosa frivola, ma credo che guardare 'sta roba di tanto in tanto sia consolante. Un po' perche' puoi sghignazzare della gente ricca e famosa che si fa operare per rendersi perfettamente ridicola, con le facce perennemente sorridenti o le tette a scaffale. Un po' anche perche' vederli ti guarisce da qualsiasi tentazione di chirurgia. E del resto ci sono cose dei ritocchi e ritocchini che mi sembrano orribili di principio a prescindere dal risultato. In particolare modo mi risulta allucinante l'idea del botulino, un veleno il cui effetto principale e' quello, se ho capito bene, di indurre una sorta di paralisi dei muscoli facciali, con conseguente distensione della pelle e sparizione delle rughe (scusate l'imprecisione).
Del resto nessuno puo' cambiare il fatto che invecchiamo e moriamo, l'unica cosa che ci rimane e' vivere e lasciare che l'esistenza ci segni. Il nostro volto ci rispecchia e perdere anche questo e' veramente a mio avviso un po' perdere l'identita'. Ma tutto questo ragionamento suppongo che richieda avere un qualche genere di espressivita' da preservare. E in effetti non e' sempre detto che ci sia…


Venerdì, 22 Settembre 2006
Rosh Ha'shana 5767
Nelle categorie: Quel che resta, Ebraismo, Israele e dintorni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 12:35 pm

Stasera inizia il capodanno ebraico. Per me, per noi, quest'anno che si sta chiudendo e' stato importante, faticoso, bello — a momenti troppo duro — e difficile. Non e' che al resto del mondo sia andata diversamente — e forse pretendere che l'anno che verra' sia piu' facile sarebbe come credere alla favoletta degli almanacchi nuovi.
Mangiate qualcosa di dolce stasera, pero', perche' e' di buon augurio.


Venerdì, 15 Settembre 2006
De mortuis nisi bene?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:41 am

Io non riesco a credere che Oriana Fallaci avrebbe gradito l'ecumenismo degli elogi postumi che le vengono tributati in queste ore — anche da parte dei molti che — a mio giudizio con ragione — hanno detestato tutto cio' che ha detto e scritto negli ultimi anni. Il suo modo di pensare prevedeva — radicalmente — amici e nemici, bene e male — e aveva identificato i nemici e il male nel mondo islamico, nei diversi da noi per eccellenza. Penso che sia rispetto nei suoi confronti non fare finta che non fosse cosi'. Il disaccordo, l'inconciliabilita' delle posizioni e' cosi' forte che non puo' non durare oltre la morte.


Martedì, 5 Settembre 2006
Stasera
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:56 pm

il Ratto parte per un w-e a Parigi con la figlia grande — ritardatario regalo di compleanno. Niente post fino a domenica — ma intanto leggetevi questo, che merita e che condivido.

Per altro: il Presidente Bartlet e' il mio eroe — ma non quanto Leo McGarry.


Giovedì, 24 Agosto 2006
I miei capelli, le matite e l'eta'
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:58 pm

Ieri sera la signorache taglia i capelli a It e a me mi ha fatto sentire proprio vecchio.
Il fatto e' che quando ho i capelli troppo corti, mi stanno diritti, perpendicolari al cranio — quindi cerco sempre di fermare le volenterose forbici dei parrucchieri al di sopra della lunghezza che permette di distinguere la mia testa da uno spazzolone. Ieri, per spiegare la cosa alla invero molto gentile signora, ho rispolverato il paragone, che ai mei tempi era topico, con l'omino delle matite Presbitero:

Ve la ricordate questa pubblicita', che campeggiava nelle cartolerie ai tempi della mia prima elementare? Ditemi di si', ditemi che non sono l'ultimo giurassico relitto che l'ha vista "dal vivo". Perche' la mia parrucchiera, di un po' di anni piu' giovane di me — lei e' proprio caduta dalle nuvole — e mi e' toccato spiegarle per benino "Era una pubblicita' fatta cosi' e cosi'…" –
I capelli grigi ce li ho da un po' — ma ieri sera me li sono sentiti grigi come poche volte nella vita. Un omino delle matite Presbitero tutto di HB e 2B…


Mercoledì, 23 Agosto 2006
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:22 pm

Per ragioni che ignoro, le nostre foto ospitate su 23 sono inaccessibili e il caricamento della home page si blocca in attesa del server.
Fino a nuovo ordine le foto in testata e quelle della colonna di destra sono disabilitate.


Martedì, 8 Agosto 2006
Un provvisorio punto della situazione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 2:42 pm

In questi giorni ho accumulato un po' di letture e di riflessioni sulla guerra in Libano. Se come temo alcuni link sono nel frattempo andati offline, segnalatemeli: ho fatto copie locali di tutti gli articoli.

A volte essere buon profeta e' tanto facile quanto spiacevole. Israele sta perdendo la guerra in Libano:
- la sta perdendo sul terreno, innanzi tutto: Haifa e il nord del paese sono sotto attacco quotidiano da perte dei razzi di Hezbollah, le perdite sono alte, i progressi poco visibili — e il fattore tempo non gioca a favore di Israele.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi militari (anche perche' non erano chiari e definiti in partenza), come riferiva gia' il 5 agosto questo interessante reportage di Libération: i soldati catturati continuano ad essere nelle mani di Hamas e di Hezbollah, le capacita' militari della milizia sciita libanese non sono state annientate, anche se certamente hanno subito qualche ridimensionamento, la "fascia di sicurezza" che Israele vuole nel sud del Libano e' tutto tranne che assicurata; solo un'escalation ulteriore del conflitto, con l'attacco alle retrovie di Hezbollah nella valle della Bekaa e con azioni su larga scala volte alla demolizione sistematica dell'infrastruttura logistica, potrebbe a questo punto dare ad Israele una vera vittoria sul piano militare. Gia' qualche giorno fa un analista serio come il generale Jean sulla Stampa si era espresso in questo senso [non trovo l'articolo online; questo, del 26 luglio, dice cose in parte analoghe]; oggi perfino un giornale di sinistra come Ha'aretz, che pure avanza forti riserve sul senso e la conduzione della guerra, caldeggia l'escalation, proprio a partire dalla constatazione della sconfitta sul campo:

Let there be no doubt: Despite the efforts of the prime minister and IDF generals to enumerate the IDF's achievements, the war as it approaches its end is seen by the region and the world - and even by the Israeli public - as a stinging defeat with possibly fateful implications.

Tuttavia l'escalation avrebbe rischi e costi politici, militari ed umani difficilmente sostenibili: e' da sperare che ad Israele manchino il tempo e la volonta' politica per andare in questa direzione.

- la sta perdendo sul piano degli strumenti diplomatici: tanto che la bozza di risoluzione ONU — che pure e' frutto di un compromesso molto favorevole a Israele — arriva perfino a prevedere che lo stato ebraico faccia concessioni territoriali (la questione delle "fattorie di Sheba", per la cui importanza rimando a questo articolo apparso oggi su L'Orient-Le Jour di Beirut); nell'ipotesi disegnata dal primo ministro libanese Siniora il dispiegamento dell'esercito nel sud del paese avverra' con il consenso di Hezbollah e quindi la milizia sciita avra' modo di conservare il suo potenziale offensivo. Inutile dire che il massacro di Qana e' stato determinante nell'alienare ad Israele i consensi internazionali necessari a una soluzione per lei positiva. In questo senso ho trovato illuminante un articolo di Nehemia Shtrasler uscito su Ha'aretz del primo agosto:

Now, after the tragic events in Qana, which killed some 60 civilians, even Israel's greatest ally has changed direction and says it wants a speedy cease-fire. […] Based on what has happened in the field, nothing remains of the grandiose goals of the beginning of the war.
Soon we will start to long for the excellent agreement offered by the G-8 at the beginning of the war. Today, it, too, is unattainable.

- la sta perdendo sul piano della percezione nazionale: il fronte interno mostra, pur nel sostegno generalizzato all'azione militare, segni di nervosismo e di perdita di coesione. L'opinione pubblica israeliana *si sente* sconfitta di fronte alla capacita' di Hezbollah di reagire e di continuare a colpire. Ze'ev Sternhell gia' il 3 agosto definiva quella in Libano "The most unsuccessful war".
In queste condizioni, tra l'altro, anche l'attuazione del piano di convergenza del governo Olmert si dimostrera' particolarmente difficile, perche' avranno buon gioco gli avversari di qualunque ritiro dal West Bank ad invocare il doppio precedente del Libano e della Striscia di Gaza: territori — sosterranno — da cui Israele si e' ritirato unilateralmente e dai quali viene una minaccia forte alla sicurezza dei cittadini, che nemmeno una guerra su larga scala e' in grado di neutralizzare.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi politici: il consenso per Hamas in Palestina e' alle stelle (al 55% secondo un sondaggio riportato da Repubblica lo scorso 7 agosto) — e i moderati palestinesi sono chiusi all'angolo; in Libano Hezbollah e' il partner determinante per definire la cessazione delle ostilita' ed ha riguadagnato favore e solidarieta' presso la popolazione e presso la classe politica. Il primo ministro Siniora non esita a dire che gli obiettivi di Hezbollah sono gli obiettivi di tutti i Libanesi e che senza l'accordo di tutti i partiti non ci sara' alcun invio di forze internazionali nel sud del paese: se pure dovra' ridurre il proprio potenziale militare dopo il cessate il fuoco, il partito sciita ha gia' riguadagnato ampiamente sul piano politico quel che perdera' sul piano degli armamenti. Il risultato e' che il governo Olmert si trovera' una Palestina in cui il prestigio di Hamas non sara' piu' discutibile e un Libano in cui l'unita' politica delle varie fazioni avra' come comune denominatore l'avversione a Israele. Amir Oren traccia cosi' il quadro di chi e' il vero vincitore del conflitto, ad oggi:

In Western terms, if the cease-fire resolution is accepted in its current formulation, then Nasrallah lost the confrontation with Israel during the past month. In Eastern terms, which are the ones that really count in this part of the world, he only improved his position by taking a step backward in anticipation of the next round. The cease-fire depends on the agreement of the government of Lebanon and, at this point, that depends on Nasrallah. If the world is impatient to close the Lebanese case and move on, Nasrallah is capable of giving it and Israel the runaround - and of racking up further concessions. He exists, therefore he is important.

A titolo di provvisoria conclusione: Israele e' entrata in questa guerra con obiettivi mal definiti e senza una strategia politica, rispondendo in termini puramente militari a un'aggressione politicamente assai meditata da parte di Hamas e di Hezbollah. Com'era ovvio, sono stati questi ultimi a trarne vantaggio. Come suggerisce Akiva Eldar in questo articolo, c'e' una sola cosa che il governo Olmert potrebbe fare per rovesciare il tavolo e garantirsi una soluzione politicamente vantaggiosa del conflitto: riaprire le trattative tanto con la Siria per il Golan, quanto con i Palestinesi per la cessazione dell'occupazione — allargando all'improvviso l'orizzonte, e chiedendo con assoluta fermezza nello stesso tempo che la comunita' internazionale garantisca la sicurezza rispetto alle ambizioni nucleari dell'Iran, Israele potrebbe ottenere molto di piu' che con la guerra anche sul difficile terreno libanese. Ma a Gerusalemme tira tutt'altro vento — e nulla di simile accadra'.


Lunedì, 7 Agosto 2006
Letture e allergie
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:56 pm

Dalla vacanza in Francia sono tornato con una nausea tutta particolare per i giornali italiani, per i quali le sole notizie interessanti sono le espettorazioni di D'Alema o di Casini. Percio' mi sono fatto un regalo: l'abbonamento a Le Monde online a sei euro al mese. Almeno un po' di informazione internazionale vera riesco a leggerla…


Venerdì, 28 Luglio 2006
Al volo
Nelle categorie: Quel che resta, Curiosando e andando in giro — Scritto dal Ratto alle 11:10 pm

Siamo qui.
Per altro, mi scuso del ritardo con cui pubblico i commenti di questi giorni — ma internet e' difficile da raggiungere e cara assatanata — confermo blogging nullo o sporadico.
Digiuno totale di notizie da quando siamo partiti — quindi non ho idea se fuori da questa valle c'e' ancora un mondo. Ne avevo bisogno.
L'unica informazione arrivata fin qui e' che in Italia hanno stabilito che — fatti fuori Moggi e Giraudo e mandata in B la Juve — il calcio e' sano e pulito come un neonato appena uscito dal bagnetto. Buon divertimento.


Sabato, 22 Luglio 2006
In vacanza
Nelle categorie: Quel che resta, Curiosando e andando in giro — Scritto da Amministratore alle 9:56 am

La Rat-family da stamattina si trasferisce qui:

Blogging sporadico o nullo per i prossimi quindici giorni.


Giovedì, 20 Luglio 2006
Magari!
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:58 am

Non si legge bene, ma la pubblicita' dice: "Basta vivere di corsa: con xxx xxxx puoi volare". Ecco, qui ce ne sarebbe parecchio bisogno…


Mercoledì, 19 Luglio 2006
;
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:48 pm

Tramite eiochemipensavo scopro questa campagna per la difesa del punto e virgola; ovviamente aderisco con entusiasmo. (o ;?)


Mercoledì, 19 Luglio 2006
Le strane simmetrie di una guerra asimmetrica
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 12:36 pm

Premetto : non credo che abbia senso stare da una parte o dall'altra nella(e) guerra(e) tra Israele e i suoi vicini. Nella migliore delle ipotesi hanno torto marcio tutti. Quindi non spendero' una sola parola per dire chi ha ragione (d'altronde si sprecano quelli che lo fanno) — la mia empatia con Israele e' nota anche ai sassi e non viene certamente meno adesso che (non dimentichiamolo, nonostante l'asimmetria della risposta) e' stata aggredita: ma l'ultima cosa di cui Israele ha bisogno sono volenterosi supporter. Cerco invece di fare qualche qualche riflessione — e di capire cui prodest. Segue pippone.

Cominciamo con una novita': Israele sta subendo pesanti sconfitte nella guerra che si combatte ai suoi confini settentrionali e meridionali. Certo, il conto delle vittime e delle distruzioni farebbe sembrare il contrario, ma siamo in una guerra asimmetrica, in cui il vantaggio e lo svantaggio dei contendenti si misura su metri diversi:
- Gli scontri di frontiera a Gaza e al confine libanese sono costati all'IDF numerosi morti (una dozzina, se non ricordo male) e tre soldati fatti prigionieri (il termine rapiti mi pare improprio, trattandosi di combattenti): si tratta di una sconfitta cocente, sia sul piano strettamente militare, perche' l'esercito ha dimostrato di essere vulnerabile ad attacchi che dovrebbe poter fronteggiare senza difficolta', sia sul piano politico, perche' i soldati catturati danno *comunque* un forte potere di scambio ai nemici palestinesi e libanesi, sia infine sul piano propagandistico, perche' Hamas ed Hezbollah si accreditano come forze capaci di colpire Israele dove fa male: un risultato importante presso le opinioni pubbliche arabe, ma anche presso quella israeliana.
- La corvetta Hanit — una delle navi di punta della piccola ma robusta marina israeliana — e' stata colpita da un obsoleto missile di fabbricazione cinese lanciato da Hezbollah al largo delle coste libanesi: esagerando un po' — ma tanto per capirci — e' come se avessero abbattuto un aereo con arco e frecce. Ci sono stati quattro morti nell'equipaggio, la nave ha subito danni piuttosto gravi e ha rischiato di essere affondata. Per una marina militare che non subiva perdite in combattimento almeno dalla guerra del Kippur e' un colpo mica da poco, che sta sollevando un vespaio di polemiche in Israele.
- Haifa e' ormai sistematicamente oggetto dei bombardamenti di Hezbollah. Il lancio di razzi sul territorio israeliano non e' una novita', ma finora si era limitato alle zone di frontiera e a piccoli centri come Sderot a sud o Qiryat Shmona a nord: Haifa e' nel cuore del paese ed e' la terza citta' di Israele, dopo Tel Aviv e Gerusalemme. E' un salto di qualita' anche rispetto agli attentati suicidi, proprio perche' implica una capacita' *militare* di colpire, una vera e propria simmetria, nella guerra asimmetrica, tra Israele e i suoi nemici*.

La strategia militare israeliana si fonda da dopo il 1948 sulla capacita' di portare la guerra sul territorio nemico, senza permettere che il nemico la porti in Israele. Si tratta di una strategia — vorrei farlo notare — assolutamente *difensiva* e non offensiva, che parte da due constatazioni di fatto: la prima e' che Israele non ha spazio da cedere in una guerra (se si combatte sul suo territorio vuol dire che gli obiettivi fondamentali sono gia' persi); la seconda e' che, nel bilancio delle forze in campo, non ha uomini da perdere nello scontro, e che ogni vittima militare o civile non e' rimpiazzabile (quindi ogni morto israeliano "pesa" di piu' di quelli nemici: non e' razzismo o disprezzo dell'altro — e' una banale constatazione demografica**). Questo implica che IDF sia (ed appaia) sostanzialmente invincibile: altro non e' il famoso "muro di ferro". La guerra in corso sta mettendo in crisi proprio la percezione di invulnerabilita' dell'IDF e questo spiega probabilmente la violenza della reazione israeliana: e' un tentativo di ristabilire, sul terreno e in termini di immagine, l'asimmetria strategica su cui si fonda la sicurezza (e la percezione di sicurezza) del paese. In questo senso si tratta di una risposta necessitata, per non dire di un riflesso condizionato.

Tuttavia, scatenando una campagna militare su vasta scala, Israele risponde di fatto in maniera *qualitativamente* simmetrica e prevedibile, anhe se *quantitativamente* asimmetrica, all'offensiva nemica. Di fatto, sta ballando sulla musica suonata da Hamas ed Hezbollah. Sono i movimenti islamisti che hanno l'iniziativa e che definiscono il terreno dello scontro secondo quanto conviene loro: clausewitzianamente, fanno della guerra la continuazione della politica con altri mezzi, cosa che Israele non pare capace di fare. Tra le molte asimmetrie della guerra in corso, questa e' forse la piu' significativa: Israele ha la forza militare ma non la capacita' politica per vincere, Hamas e Hezbollah non hanno altrettanta forza militare, ma usano quella del nemico per garantirsi vantaggi politici significativi:
- Il governo di Hamas era in grave difficolta' politica e aveva dovuto accettare il referendum voluto da Abu Mazen sul "piano dei prigionieri" (il cui esito, verosimilmente, avrebbe costituito un riconoscimento de facto di Israele): l'attacco al posto di frontiera e la cattura del caporale Gilad sono chiaramente stati un tentativo (perfettamente riuscito) di sabotare il processo politico. La risposta pesantissima di Israele ha infatti ricompattato l'opinione pubblica palestinese intorno alle posizioni piu' dure e seppellito l'ipotesi del referendum, togliendo i falchi di Hamas dall'angolo.
- Hezbollah stava subendo fortissime pressioni per disarmare le proprie milizie — l'attacco israeliano al Libano sta indebolendo il governo di unita' nazionale e parallelamente restituendo un ruolo forte alla Siria; per di piu' in questo contesto la richiesta di disarmo della milizia suonerebbe all'opinione pubblica libanese come una resa al diktat del nemico israeliano e non come un necessario passaggio per la pacificazione nazionale. Anche in questo caso, Israele sta facendo un grosso regalo politico ai suoi nemici.

Per concludere: se l'obiettivo di Olmert e' la sicurezza attraverso l'indebolimento dei movimenti estremisti islamici — o a maggior ragione se l'obiettivo e' il disimpegno dai Territori e la nascita di uno stato palestinese con cui convivere in ragionevole sicurezza — la reazione militare di questi giorni e' una risposta perdente, perche' rafforza gli avversari arabi ed israeliani di quella prospettiva. Ma se l'obiettivo fosse, simmetricamente alle esigenze di Hamas e di Hezbollah, perpetuare l'insicurezza e congelare sine die ogni processo politico — allora il governo israeliano avrebbe fatto la scelta migliore. Per ottenere che cosa? per poter arrivare alla definizione unilaterale dei confini di Israele e quindi all'annessione, riconosciuta dalla comunita' internazionale, della maggior parte degli insediamenti nel West Bank. Ma di questo, cioe' del "piano di convergenza", parlero' un'altra volta, se trovero' il tempo…

* Vorrei per altro far notare che Hamas ed Hezbollah hanno avviato le ostitlita' attaccando per lo piu' obiettivi militari: i posti di frontiera, le unita' combattenti nemiche, i centri logistici come la stazione merci di Haifa, ecc. Hanno cioe' alzato il livello dello scontro colpendo simbolicamente (ma non solo simbolicamente) bersagli "simmetrici", obiettivi di guerra e non di attacchi terroristici. Anche il bombardamento di obiettivi civili, per altro, non e' che un'immagine simmetrica (non voglio dire una risposta) di quelli che Israele conduce sistematicamente nei Territori e in Libano (penso alla distruzione di centrali elettriche, ponti, edifici pubblici — e alle perdite civili connesse): in altri termini, i nemici di Israele stanno conducendo una guerra il piu' possibile "simmetrica" — l'asimmetria e' se mai nella rappresentazione che ne danno i media occidentali: se Israele bombarda i sobborghi o il porto di Beirut colpisce obiettivi militari (cosi' il GR RAI un paio di giorni fa); se Hamas colpisce i militari di un posto di frontiera israeliano e' un attacco terroristico.
(Non sto dicendo — per favore non fraintendete — che Hamas fa bene e/o che Israele fa del terrorismo. Dico solo che nella guerra in corso le modalita' dello scontro sono sorprendentemente simmetriche e che forse i nostri mezzi di informazione farebbero bene a darne conto).

** Un'altra simmetria/asimmetria interessante (evito qui valutazioni di ordine etico, mi limito a descrivere quel che vedo): Israele considera le vite dei suoi cittadini assolutamente *non spendibili*; quando colpisce i civili palestinesi e libanesi lo fa perche' paradossalmente scommette sul fatto che anche i loro governi considerino quelle vite non spendibili — e quindi con un obiettivo di deterrenza, piu' che di ritorsione. Hamas ed Hezbollah invece palesemente ritengono le vite dei loro concittadini assolutamente spendibili per conseguire obiettivi politici e d'altronde hanno chiarissimo che Israele non fa altrettanto con quelle dei propri abitanti: questa diversa percezione spiega l'assoluta inefficacia della politica israeliana della deterrenza e degli attacchi ai civili.


Lunedì, 17 Luglio 2006
Si fa presto a dire Spagna
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 4:34 pm

Ora va di moda dire che la Spagna e' il migliore dei mondi possibili, tanto che per esempio, oltre ai matrimoni gay, hanno piu' taxi e quelli che hanno costano meno. Per la verita' nei miseri cinque giorni della mia vita che ho trascorso in Spagna nella primavera di quest'anno mi e' anche capitato di venire fregata da un tassista per niente abusivo di Siviglia che mi ha preso il doppio di quella che poi ho scoperto essere la tariffa concordata aereoporto-centro e mi ha scaricata con la scusa del traffico e della zona pedonale ad un quarto d'ora a piedi dall'albergo (con le valigie). Mi dispiace per Zapatero, ma ho dovuto constatare che non bastano Almodovar e un premier innovativo per eliminare le sacche di inefficenza e mediterranea attitudine a fregare il prossimo che, vivaddio, non ci sono solo qua. Inutile dire che la mia fiducia nella categoria tassisti ultimamente non e' proprio alle stelle, con tante scuse a quelli onesti e servizievoli che sicuramente ci sono in Italia e in Spagna.


Martedì, 11 Luglio 2006
Fuori programma
Nelle categorie: Quel che resta, It — Scritto dal Ratto alle 12:49 am

Volevo scrivere un post sul piano di convergenza di Olmert e piu' in generale sulle ultime vicende del conflitto tra Israele e Palestinesi. Invece abbiamo dedicato la serata a far ricucire It (i suoi primi due punti!) al locale pronto soccorso…


Lunedì, 10 Luglio 2006
Beh, lo dice pure lui…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:15 am

"Abbiamo vinto per un palo - dice Prodi - un palo ha fatto la differenza. Ci sono delle competizioni in cui si vince così…". Una battuta che sembra azzardare un parallelo tra la vittoria azzurra e il successo elettorale del centrosinistra ottenuto per soli 25mila voti: "Una piccola differenza ma che si rivela determinante tra chi vince e chi non" ironizza il premier. (da Repubblica).

Pur nell'inversione retorica, mi pare che anche Prodi riconosca che sono state entrambe vittorie per il rotto della cuffia.


Domenica, 9 Luglio 2006
Paulo maiora
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:49 pm

Ieri mi sono comprato e stamani ho finito di leggere L'umanita' in tempi bui di Hannah Arendt. E' un libricino smilzo smilzo — ma come sempre nelle cose della Arendt tanto sobrio quanto illuminante. A dire il vero avevo ceduto al fascino del titolo, prima di tutto, perche' credo di essere il terzultimo brechtiano in circolazione (rivendico di essere protetto dal WWF) — ho trovato tutt'altro da quel che cercavo:

Infatti gia' da molto tempo e' risultato evidente che i pilastri della verita' sono stati anche i pilastri dell'ordine politico e che il mondo (a differenza delle persone che lo abitano e che si muovono liberamente in esso) ha bisogno di quei pilastri come garanzia di continuita' e permanenza, senza le quali non e' in grado di offrire ai mortali la patria relativamente sicura e imperitura di cui hanno bisogno. (…) Il mondo diventa inumano, inospitale per i bisogni umani, che sono bisogni di esseri mortali, quando e' violentemente trascinato in un movimento in cui non si da' piu' alcun tipo di permanenza.


Venerdì, 7 Luglio 2006
Auguri!
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da tutti e due alle 10:00 am

a RdM e fiancé che si sposano oggi. A proposito: ma da oggi il fiancé cambia nome?


Mercoledì, 5 Luglio 2006
Autopubblicita' sfacciata (e due)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:28 am

Il convegno sui dati pubblici e' andato molto bene, nonostante il sottoscritto. Spero che presto potremo pubblicare gli atti e che la discussione continui.


Mercoledì, 5 Luglio 2006
Vittorie all'italiana
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:01 am

Premetto: io non capisco nulla di calcio e nemmeno mi interessa troppo. Pero' mi pare che il *trionfo* della Nazionale in questo Mondiale somigli tanto a quello dell'Unione alle elezioni: per il rotto della cuffia, con un grosso aiuto del caso, dopo aver fatto di tutto per non vincere — e soprattutto perche' gli avversari erano o scarsi o cotti.
Ma la retorica degli eroi non ce la risparmia nessuno.


Sabato, 24 Giugno 2006
Finalmente
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 3:21 pm

Dopo aver cancellato qualcosa come ventimila commenti spam in tre giorni, ho installato Akismet. Facilissimo, gratis, del tutto trasparente — e ha gia' fatto fuori duecento commenti spam in dieci minuti scarsi, senza che io dovessi far nulla. Che pacchia.


Lunedì, 19 Giugno 2006
E' bella e brava…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:19 am

pero' Nicole Kidman passa direttamente dalle file di Scientology al ruolo di icona cattolica e in particolare di simbolo positivo per la CEI, data la sua decisione di sposarsi in chiesa. Dal mio punto di vista, peggio di cosi'…


Giovedì, 15 Giugno 2006
Extreme Makeover e il fascino dell'orrido
Nelle categorie: Quel che resta, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:28 am

Credo che una delle mie massime perversioni da cultrice ell'orrido sia che ogni tanto mi lascio assorbire da Extreme Makeover, il reality ABC che in Italia va in onda su Fox Life, in cui bruttoni e bruttini vengono sottoposti a dosi massicce di chirurgia plastica, laser, capsule in porcellana per i denti, training (questo mi sa molto di meno del resto) , parrucchiere e shopping perdiventare "belli".
C'e' una cosa che mi affascina e mi irrita al punto estremo in tutto cio', vale a dire l'assoluta confusione tra il piano estetico e quello etico, per cui e' chiaro che tutto questo processo di trasformazione a colpi di bisturi viene vissuto con un sentimento di positivita' morale. E' poi buffo vedere la parte finale in cui l'ex brutto/a viene presentato al pubblico dei familiari, mogli, mariti, fidanzati/e, i quali pacificamente (anche le mamme!!) ritenevano orrendo il protagonista della trasmissione e piangono commossi vedendolo tanto cambiato. Si raggiungono vette di insensatezza nella versione di coppia, in cui sia il marito che la moglie o i conviventi ecc. vengono sottoposti al processo, e affrontano insieme la prova vantando la loro unione e il loro amore in questi momenti cosi' difficili. E certo non deve essere una passeggiata subire cosi' tanti interventi sul proprio corpo in tanto poco tempo, ma se si pensa al contesto… comunque da copione tutti i protagonisti del reality hanno questo atteggiamento eroico manco fossero partiti missionari o stessero lottando contro qualche seria malattia (per la verita' credo che questa componente ci sia un po' in tutti i vari reality, ma non so bene).
La cosa che mi incuriosisce e' se questi tizi, che si suppone essere persone "vere" e che in genere sono poveracci della working class sciatti e malvestiti (se no il makeover mica farebbe tanta differenza) saranno capaci tornati alla loro vita di tutti i giorni di gestire il cambiamento, anche economicamente (continuare a avere cura dei capelli, sostituire qualche costosissima protesi dentaria, seguire il programma di fitness che gli avevano propinato, comprare altri vestiti all'altezza del nuovo look) o se tutti i loro cambiamenti non crolleranno miseramente senza adeguata manutenzione.
Del resto il risultato di tanto affanno, nonostante che ovviamente nella sceneggiatura tutti proclamino che il tizio/a è diventato bellissimo, sono assai perplimenti. Non saprei mai dire se il risultato finale e' veramente migliore di quello di partenza, perche', per quanto brutta, la persona che ha iniziato il processo era una persona vera (nei limiti del possibile per un reality). Alla fine invece ne risulta un essere totalmente o quasi finto, forse non male esteticamente (a parte che non comprendo l'amore degli americani per le dentature enormi e sbiancate all'inverosimile) ma soprattutto sgradevolmente falso.
Pero' non escludo di ricascarci dentro, perche' la demenza ha sempre un suo fascino.


Delizioso (non nel senso di del.icio.us).



Martedì, 13 Giugno 2006
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 10:17 am

Ho notato che il menu di sinistra veniva caricato irregolarmente su MSIE (appariva in fondo alla pagina), mentre era correttamente visualizzato su Firefox. Ho rimesso le mani nei CSS: ora come lo vedete?
(pero', che cosa aspettate a cambiare browser? lo sapete che IE fa ribrezzo…)


Martedì, 6 Giugno 2006
Numeri
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 11:39 pm

06.06.06 23.07.34:


Lunedì, 29 Maggio 2006
D-o tace e il Papa parla troppo
Nelle categorie: Quel che resta, Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:03 am

Questo blog proprio non ce la fa, da parecchio tempo, a tenere un ritmo di post decente. Non mancherebbero le cose da dire — anzi l'elenco degli appunti si allunga di giorno in giorno — mancano il tempo e la concentrazione, dedicati sempre piu' a lavoro e figlioli. Prima o poi migliorera'… o no?

Pero' il Papa che va ad Auschwitz e dichiara che la Shoah e' stata responsabilita' di pochi criminali, assolvendo il popolo tedesco "vittima" del nazismo, e' troppo per stare zitto. Auschwitz fu un'immensa opera collettiva. Impossibile senza una partecipazione attiva e massiccia, non solo dei tedeschi nella loro maggioranza, ma anche di molti altri popoli europei. Ridurre la Shoah alla colpa di pochi non solo e' una intollerabile operazione di giustificazione — ma finisce per dare di Auschwitz un'immagine del tutto distorta: come se fosse l'opera di qualche pazzo disumano, un'eccezione o un incidente di percorso. Accusare il silenzio di D-o e' sicuramente giusto — ma guai a dimenticare che Auschwitz e' opera degli uomini — di uomini concreti e reali, che portano colpe concrete e reali — e di massa, perche' nulla di tutto cio' sarebbe mai accaduto se davvero i responsabili fossero stati un manipolo di deviati.

Scopro che questo post, insieme ad uno di Passi nel deserto, e' finito su Libero Blog. Il dibattito che ne e' nato mi pare sconfortante — e tutto centrato sul cattolicesimo.
[Continua qui]


Mercoledì, 17 Maggio 2006
Eccoci (piu' o meno)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da tutti e due alle 12:25 pm

Siamo stati fuori qualche giorno per il nostro anniversario. Con tante scuse a chi ha commentato e non e' stato pubblicato sollecitamente.
Poi vi raccontiamo, quando riprendiamo fiato.


Giovedì, 4 Maggio 2006
E poi qualcuno si stupisce
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:34 am

se ho radicalmente smesso di tifare Juventus?

Pero' non e' che la mia squadra del fegato, lo Zalgiris di Vilnius, dia tutte queste soddisfazioni: concluso il campionato 2005 al terzultimo posto, e' quartultima nell'avvio di stagione 2006.


Mercoledì, 3 Maggio 2006
Time warp
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:25 pm

The Boss che canta We Shall Overcome.


Da oggi tra le mie letture c'e' daRkSidE blog, che ho scoperto solo ora, ma con cui sento una notevole affinita'.



Martedì, 11 Aprile 2006
Sette cose che non succederanno
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 11:07 am

Se questo fosse un paese appena appena decente, probabilmente non avremmo avuto questi risultati elettorali. Pero' voglio esercitarmi in una finzione accademica — e provare a prospettare un percorso politico che un paese appena appena decente, dopo queste elezioni, cercherebbe di mettere in piedi. Ovviamente — data la premessa — niente o quasi niente di quel che scrivo succedera' — ma sapete com'e', uno deve pur tentare di esercitare la ragionevolezza — prima di arrendersi all'evidenza dell'irrazionalita'.
1. Prodi e i suoi smetterebbero *subito* di cantar vittoria: il centrosinistra non ha vinto e non ha un mandato popolare per governare. Se ha una maggioranza significativa alla Camera e' solo grazie a una legge elettorale definita con un termine tecnico "una porcata" (certo, si puo' obiettare che alla fine si e' ritorta contro gli apprendisti stregoni che l'hanno inventata, ma non cambia la sostanza); al Senato qualche risicato voto di vantaggio dipenderebbe esclusivamente dai senatori a vita e dagli eletti della circoscrizione estero: cioe' da persone che *non* rappresentano la volonta' del corpo elettorale correttamente inteso (sul voto degli Italiani all'estero ho sempre ritenuto che sia un'assurdita' e un controsenso democratico: non ho cambiato idea perche' oggi ci possono far da ciambella). Pensare di governare cinque anni con questa situazione e' — oltre che del tutto velleitario — assai poco democratico.
2. Berlusconi accetterebbe *subito* il responso elettorale cosi' come e', per chiudere il piu' rapidamente possibile la fase di totale incertezza, che tra l'altro fa male ai mercati e alla stabilita' gia' acciaccata del paese. Anche perche' questi risultati sono figli della *sua* legge elettorale e perche' in ogni caso neppure il centrodestra avrebbe i numeri o il mandato elettorale per governare — non piu' del centrosinistra.
3. Centrodestra e centrosinistra andrebbero insieme da Ciampi a chiedere tre cose:
- la sua disponibilita' ad essere rieletto Presidente — in puro spirito di servizio verso la Repubblica –, con un voto plebiscitario al primo scrutinio ed eventualmente con l'implicito accordo che passata l'emergenza potra' dimettersi quando riterra' opportuno;
- che dia l'incarico di formare il nuovo governo *subito* (prima della rielezione) a una personalita' di sua fiducia, al di sopra delle parti e con lo specifico (e limitato) mandato di riportare il paese nei parametri del patto di stabilita': l'uomo ideale ce l'abbiamo — e si chiama Mario Monti;
- che dichiari fin d'ora che — esaurito il mandato del governo al piu' tardi dopo la finanziaria 2007 — chiamera' gli Italiani a votare per un nuovo Parlamento.
4. Monti farebbe un governo caratterizzato da ministri economici di alto profilo e di nessuna speranza/ambizione di restare in politica, con un occhio a coinvolgere personaggi che godano di autorita' e prestigio presso le forze sociali, sindacati compresi. Al di fuori dei ministeri economici, sceglierebbe figure dignitose ma di secondo piano, preferibilmente non troppo legate ai partiti: tanto dovrebbero gestire l'ordinaria amministrazione e nulla piu'. Questo governo si cercherebbe i voti in Parlamento senza una maggioranza precostituita, ma con la "non sfiducia" delle principali forze politiche.
5. Il governo farebbe una politica economica di lacrime e sangue, scontentando tanto l'elettorato di sinistra che quello di destra, ma dando una rassettata ai conti pubblici — e magari introducendo qualche misura di rilancio dell'economia, ammesso che si riesca a trovarne una capace di ottenere il necessario consenso in Parlamento.
6. La Finanziaria 2007 verrebbe approvata in anticipo, diciamo entro novembre 2006.
7. A febbraio-marzo 2007 si voterebbe di nuovo. Se gli schieramenti volessero bene all'Italia, nel frattempo avrebbero assicurato un ricambio generazionale, proponendo dei nuovi leader al posto degli artefici del disastroso pareggio di oggi.
Sto delirando? Ma tanto ve l'avevo detto che non succedera' niente di tutto questo, no? Ed e' per questo che me ne voglio andare.

Tre noterelle a margine — tanto il pippone e' gia' un pippone, qualche paragrafo in piu' non puo' peggiorare il risultato.
1. Non ho e non ho mai avuto alcuna simpatia terzista e detesto le grandi coalizioni. Proprio per questo credo che l'attuale legislatura dovrebbe avere vita brevissima — e l'unico percorso *responsabile* per poter votare di nuovo senza sfasciare tutto mi pare questo. L'alternativa e' qualche mese di rissa senza quartiere — e poi votare lo stesso perche' nessuno ha la forza per governare. O una vera grande coalizione, che sarebbe capace di tirar fuori tutto il peggio dell'uno e dell'altro schieramento.
2. Sono stato un prodiano della primissima ora e ho creduto a lungo che Prodi potesse fare la differenza e dare all'Italia un governo moderno. Ma ora credo che sia venuto il momento di passare la mano: evidentemente la sua persona e la sua ricetta politica — in oltre dieci anni — non hanno avuto la capacita' di imporsi.
3. Tra poco c'e' il referendum sulla riforma costituzionale: eravamo tutti convinti che sarebbe stato poco piu' che una formalita' e che avremmo respinto quell'obbrobrio senza nemmeno doverci affaticare troppo, contando sulla minor capacita' di mobilitazione dell'avversario. L'affluenza alle urne dimostra che non e' cosi'. Sara' una battaglia durissima, all'ultimo voto — e non possiamo permetterci di non vincere nemmeno questa volta. Ne va davvero della *sostanza* della democrazia in Italia.


Lunedì, 10 Aprile 2006
E' ufficiale:
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 10:50 pm

questo blog cerca lavoro all'estero. Si accettano proposte e suggerimenti.


Mercoledì, 5 Aprile 2006
Mi spiego meglio
Nelle categorie: Quel che resta, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 6:02 pm

L'avevo promesso — e mantengo. L'articolo di Lorenzo Mondo sulla Stampa del 3 aprile e' di una bruttezza ripugnante. Cito, cosi' ci capiamo meglio:

Abbiamo infatti appreso che su Mario Alessi, il più sfrontato e spietato degli assassini, pendeva una condanna a cinque anni di carcere per lo stupro di una ragazza consumato nel Duemila in Sicilia, sotto gli occhi del fidanzato legato a un albero. I due gradi di giudizio erano stati concordi nella condanna, che per diventare esecutiva esigeva ancora la pronuncia della Cassazione.
Appaiono già lunghissimi cinque anni per sanzionare un crimine accertato, ma diventa surreale l'attesa di una parola definitiva per la quale sembrerebbero bastare nel caso, con tutto l'agio degli emeriti giudici, ventiquattro, al massimo quarantott'ore di carte sfogliate, di sapienti dibattiti. Stando, beninteso, al comune sentire, che non s'intende di pandette, di codicilli, di precisazioni ed eccezioni, delle quali suole imbellettarsi una avvizzita giustizia.

L'uccisione di un bambino e' certo uno di quei crimini che suscitano un orrore tale da perdere la misura — e da padre capisco le pulsioni di linciaggio che si sentono da tante parti, anche insospettabili (Rizzo dei Comunisti Italiani che invoca l'ergastolo "senza sconti di pena", Buglio della Rosa nel Pugno, il partito ipergarantista per eccellenza, che dice "Bisogna metterli in cella e buttare via la chiave"). Ma la giustizia — con le sue forme, le sue cautele, la presunzione di innocenza, i tre gradi di giudizio, le garanzie per gli imputati — beh, tutte queste cose servono proprio ora, che si sente allo stomaco la morsa del disgusto e il bisogno di cancellare anche fisicamente gli autori di tanto orrore.
L'"avvizzita giustizia" non serve ad altro — se vogliamo — che ad imbrigliare ed a disinnescare le pulsioni di vendetta, a sostituirle con forme garantite di protezione sociale. Le sue pandette e i suoi codicilli, le precisazioni e le eccezioni, lungi dall'essere un orpello e un belletto, sono la garanzia della imparzialita', della necessaria impermeabilita' alle emozioni, ai turbamenti. La legge segue delle forme — che sono a tutela di tutti. Saltare le forme, o disprezzarle in nome del "comune sentire" e' la negazione dello stato di diritto — e non a caso (mi insegnano) il "comune sentire" era uno dei fondamenti del diritto nella Germania nazista. E' proprio ora che abbiamo bisogno della freddezza, dell'impersonalita' e della distanza della Giustizia — ora che dobbiamo difenderci anche dai nostri sentimenti offesi.
Certo, si puo' discutere sulle lentezze dei processi in Italia, chiedersi perche' ci vogliono cinque anni, quando va molto bene, per arrivare alla fine di una vicenda giudiziaria. Ma in primo luogo non ha diritto di chiederlo chi in tutti questi anni ha brandito le garanzie dell'imputato e la presunzione di innocenza come strumento di difesa personale e di parte — e ha piu' e piu' volte messo mano alle normative proprio per rendere piu' difficile la condanna degli imputati: le uniche parole che vorremmo sentire da quella parte sono "Abbiamo sbagliato". In secondo luogo dovremmo parlare di organici insufficienti, di strumenti inadeguati, di fondi per il funzionamento dei tribunali ridotti al lumicino, di moltiplicazione futile del ricorso alla giustizia penale — tutte cause vere di ingorgo dell'opera della magistratura: ma sono argomenti che non soddisfano la voglia di forca.
Di una cosa non possiamo permetterci di discutere: della tenuta delle garanzie — quelle garanzie che e' troppo facile scambiare per formalismi bizantini ed arzigogoli senza sostanza. E' su quegli arzigogoli che si fonda la distinzione tra una societa' civile e la barbarie. E la civilta' — per quanto disagio possa mettere addosso — sta poi tutta li', nel non toccare Caino — nel non condannare nemmeno Mario Alessi senza passare attraverso la bonne et due forme. Abbiamo bisogno di dighe contro l'incivilta' — e additare la giustizia al pubblico ludibrio come fa Mondo e' un bel modo per prendere a picconate la diga proprio nei giorni della piena.


Trovo di una bruttezza ripugnante questo articolo di Lorenzo Mondo sulla Stampa. Poi argomentero', ma intanto volevo dirlo.



Lunedì, 3 Aprile 2006
Che fatica votare!
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 12:25 am

(Qui, non in Israele)

CORREZIONE: i seggi attribuiti alla coalizione maggioritaria al Senato in Piemonte 2 sono 13 e non 12 (55% con arrotondamento per eccesso). Mi scuso per l'imprecisione; ma il ragionamento di fondo non e' inficiato.

Sto cercando di capire come fare a mantenere un minimo di valore al mio voto con questo sistema elettorale. Mi spiego meglio: al di la' della scelta "di campo" tra destra e sinistra, il proporzionale in salsa berlusconiana non lascia apparentemente altra liberta' di voto agli elettori. Con le liste bloccate sono le segreterie di partito che decidono chi ha la certezza, chi una solida possibilita' e chi nessuna di entrare in Parlamento. In realta' il potere degli elettori di scegliersi i rappresentanti e' ridotto al lumicino. Personalmente non ci sto — voglio per lo meno che il mio voto non serva ad eleggere qualcuno che proprio non mi va giu'. Provo a spiegare come penso di fare — nella speranza di rendermi utile a qualcuno che ha il mio stesso problema — e magari di ricevere lumi da qualcuno che ha trovato soluzioni migliori della mia.
La cosa fondamentale e' capire quanti seggi potrebbe prendere la lista che vorreste votare nella vostra circoscrizione. In realta' c'e' una buona dose di azzardo e di complicazione anche in questo primo passo, perche' implica una "scommessa" su chi vincera' le elezioni al Senato nella vostra Regione e chi le vincera' alla Camera a livello nazionale: da questo infatti deriva l'attribuzione dei premi di maggioranza che si spalmano sulle liste a livello circoscrizionale.
Dovete anche essere in grado di calcolare quale e' (alla grossa) la percentuale di voti che le vostre liste di circoscrizione alla Camera apportano al risultato nazionale delle liste stesse, perche' e' su questa base che avverra' il riparto dei seggi per circoscrizione.

Esempio*.
Circoscrizione Piemonte 2 (la mia) alla Camera - Ipotesi di vittoria dell'Unione a livello nazionale.
L'Unione prende in questa circoscrizione piu' o meno il 3,4% del voto nazionale, che fa grosso modo undici o dodici seggi con il premio di maggioranza (nove o dieci se invece si dovesse perdere a livello nazionale). Questo significa piu' o meno 7 o 8 seggi al listone dell'Ulivo, uno a testa a Rifondazione, Rosa nel Pugno, Verdi e Comunisti [per la cronaca e' andata cosi': Ulivo 7, Rifondazione, Rosa nel Pugno, Comunisti e Italia dei Valori 1 seggio a testa — non avevo sbagliato tanto (11 aprile 2006)].
Circoscrizione Piemonte al Senato - Ipotesi di vittoria (sia pure di misura, ma questo farebbero capire i sondaggi) dell'Unione a livello regionale.
Con il premio di maggioranza scatterebbero per l'Unione 12 seggi, che si distribuirebbero proporzionalmente grosso modo cosi': 4/5 ai DS, 3/4 alla Margherita, 1/2 a a Rifondazione, 1 a testa a Rosa nel Pugno, Comunisti e forse Verdi.
Circoscrizione Piemonte al Senato - Ipotesi di vittoria della Casa delle Liberta' a livello regionale.
Alle minoranze andrebbero 10 seggi, presumibilmente tutti all'Unione: 3/4 ai DS, 3 alla Margherita, 1/2 a Rifondazione, 1 alla Rosa nel Pugno e forse 1 a Comunisti/Verdi [qui sono stato meno bravo: 3 ai DS, 2 a Margherita e Rifondazione, 1 a Di Pietro e 1 a Comunisti/Verdi].

A questo punto avete una ipotesi piu' o meno ragionevole di distribuzione dei seggi (io me la sono fatta a mano, ma se vi fidate ci sono i dati sulle circoscrizioni della Camera che ha pubblicato Il termometro politico. Non e' finita qui.
Scartate le teste di lista (i candidati "nazionali" che stanno in cima alla lista e che sono presenti in piu' circoscrizioni: c'e' una significativa possibilita' che siano eletti altrove e quindi lascino il posto ai primi dei non eletti nella vostra circoscrizione); contate da qui in giu' il numero di seggi attribuiti alla lista. Magari aggiungetene uno per sicurezza e/o scaramanzia. I primi nomi non vi interessano: saranno eletti *comunque*, che voi votiate per quella lista o meno. Invece concentratevi sugli ultimi: sono i candidati in bilico, quelli che potrebbero finire in Parlamento o no a seconda del risultato del partito — in altri termini, sono quelli per cui il vostro voto e' determinante.

Esempio*.
Circoscrizione Piemonte 2 alla Camera - Lista dell'Ulivo.

PRODI ROMANO (testa di lista - scartatelo, sara' eletto probabilmente altrove)
GENTILONI SILVERI PAOLO (testa di lista - scartatelo, sara' eletto probabilmente altrove)
DAMIANO CESARE (1 - eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
LOVELLI MARIO (2 - eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
LEDDI IN MAIOLA MARIA (3 - eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
RAMPI ELISABETTA (4 - eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
FIORIO MASSIMO (5 - eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
BARBI MARIO (6 - assai probabilmente eletto, verificate chi e' prima di votare la lista)
GIULIETTI GIUSEPPE (7 - probabilmente eletto, verificate chi e' prima di votare la lista)
RABINO MARIANO (8 - potrebbe essere eletto se la lista va bene, il vostro voto potrebbe essere determinante)
ZARETTI GRAZIANO (9 - qualche probabilita' di essere eletto, non trascuratelo)
PASTORE PIER LUIGI (da qui in giu' scarse o nulle probabilita' di elezione)
SCAGLIA CLAUDIO UMBERTO
TRIVELLI MAURO
DONETTI JENNY
RASORE MARINA
BERARDO LIVIO
PIOLA GIANPIERO
ANTONIETTI GIORGIO
STEFANUZZI VALERIO
PORTINARO ALESSANDRO
ANFOSSO VALERIA**

A questo punto, lista per lista tra quelle che considerate "votabili", studiatevi le biografie politiche dei candidati "in bilico": il vost