lunedì, 12 gennaio 2015
Echoes of France
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 7:49 pm

Fra tanta (pur comprensibile e doverosa) solennita' repubblicana, questo e' il mio piccolo omaggio alla Francia, alle sue vittime — e alla sua meravigliosa civilta' della contaminazione.

Forse agli spiriti irriverenti di Charlie Hebdo sarebbe piaciuto — o almeno lo avrebbero trovato un po' meno intollerabile del nostro unanimismo celebrativo di queste ore.


domenica, 20 aprile 2014
Status check
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:00 am

image

Dalla veranda di casa si vede il Ben Nevis. Il pc è stato dimenticato a Torino, la connessione internet fa schifo: ma per una volta non sembra così importante. Buona Pasqua a tutti.


martedì, 1 aprile 2014
Jacques Le Goff (1924-2014)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:39 pm

Un altro dei maestri che ci lascia. Gli devo alcune delle giornate piu' esaltanti che io abbia mai passato su un libro. E un amore per il Medioevo europeo che da allora non mi ha piu' abbandonato.


mercoledì, 11 dicembre 2013
Ciau Gipo
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:14 pm


(da La Stampa)

Lo so, uno chansonnier molto nordista e con simpatie leghiste non e' proprio quel che ci si aspetta di trovare su questo blog.
Ma io con "'l ses 'd via Coni", con "Porta Pila" e con "Sangon Blues" ci sono cresciuto — e sapere che Gipo non c'e' piu' mi fa sentire piu' vecchio e piu' triste.


venerdì, 6 dicembre 2013
Nelson Mandela (1918-2013)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 7:23 am


lunedì, 21 ottobre 2013
uyh 8508502i+ (parte seconda)
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici, la Cate — Scritto dal Ratto alle 5:11 pm

Dicevamo:

E certo, la nostra esperienza di genitori e' durissima: i nostri figli richiedono attenzione continua (no, non come tutti i figli: continua vuol dire ogni secondo che sono svegli, senza un attimo di distrazione, senza un momento di riposo — ogni giorno della loro vita), assorbono ogni istante del nostro tempo, ogni grammo delle nostre forze, ogni energia della nostra mente

Durissima nel senso che le cose piu' semplici (fare la spesa, uscire di casa, a volte perfino vestirsi, o dormire), in una delle frequenti giornate no, possono diventare tra il difficile e l'impossibile; nel senso che si vive con l'angoscia (tenuta sotto traccia, perche' non ci possiamo permettere di lasciarcene ostacolare) di che cosa accadra', di che cosa il futuro riserva alla nostra famiglia; nel senso che ogni giorno dobbiamo inventarci espedienti, accettare limiti, trovare accomodamenti; nel senso che dobbiamo cavarcela da soli, perche' il pubblico non ha ne' mezzi ne' volonta' di supportarci, ma anche perche' chi non ci e' passato non ha idea — e spesso quando crede di capire e di dare una mano, pur con le migliori intenzioni, finisce per essere solo un problema in piu' da gestire.
Ma i nostri figli sono dei bambini spettacolari. Sono persone con un pensiero originale, affascinante, sono una scoperta continua, basta provare a capirli — a fare attenzione a quel che hanno da dire. Sono un pozzo di affetti e di emozioni — che esprimono in maniera diretta e senza filtri. Non sono permalosi, non tengono il broncio, non dissimulano. Sono — a modo loro — dei grandi comunicatori, hanno un sense of humour forse un po' criptico e spiazzante, ma inconfondibile. E sono bellissimi — con una grazia fragile e tutta particolare — e una incrollabile consapevolezza di se'. I nostri figli, cosi' come sono, fanno di noi una famiglia forte e solida. Magari un pochino stramba e discretamente impermeabile al mondo esterno, questo si'. Ma sicuramente piu' unita e piu' salda — e per certi versi piu' felice — di tante famiglie "normali".
Insomma, per dirla con un blog che seguiamo, "Tragedy? Not in this house!". E vorremmo proprio che la si facesse finita di compatirci a vuoto — e che si facesse qualcosa di concreto per i diritti dei nostri figli e nostri. Se siamo vittime di qualcosa, non lo siamo dell'autismo dei nostri figli — ma della incapacita' (o del rifiuto) della societa' di dare loro spazio e strumenti per crescere bene, per mettere a frutto la loro inesauribile divergenza.


venerdì, 18 ottobre 2013
uyh 8508502i+
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici, la Cate — Scritto dal Ratto alle 6:30 pm

Il titolo e' della Cate, che ha cancellato l'originale pestando sulla tastiera. Il suo e' meglio del mio…

Ci sono notizie di cronaca, troppo frequenti, che in casa nostra si leggono con un nodo alla gola. Raccontano di persone autistiche uccise o ferite dai loro genitori o da coloro che se ne prendono comunque cura.
E' qualcosa che ci scruta dentro. E' la domanda che non osiamo nemmeno porci esplicitamente: "Potrei un giorno diventare quel padre, quella madre?". Anche perche' la copertura di queste notizie e' sempre costruita in modo da presentare la tragedia come l'esito quasi fatale di un insostenibile peso familiare. Cosi' l'ultimo caso, nella penna del cronista de La Stampa:

Da sempre accudiva con dedizione quel figlio di 11 [anni] autistico, ma da qualche mese era particolarmente depressa, tanto da essere seguita da uno psicologo e da dover prendere farmaci; stamani una cinquantenne di Città di Castello lo ha improvvisamente accoltellato. [...] «Chi vive quotidianamente la sfida appassionante e dolorosa di un figlio autistico sa quali vertigini di disperazione possono essere raggiunte da un genitore» sottolinea Salvatore Bianca, vicepresidente di Divento grande, associazione di genitori di ragazzi autistici.

E Gianluca Nicoletti, pur con la consapevolezza e la delicatezza che gli viene dall'esperienza diretta di genitore di un ragazzo autistico, rincara la dose:

Posso in coscienza sentirmi di dire, sulla mia personale esperienza familiare, che se il bambino di Promano è in realtà autistico, comprendo la depressione della madre, anche se naturalmente non giustifico minimamente il suo gesto.
Per una madre che viva in Italia non esistono, almeno al momento e per quello che io ho avuto modo di conoscere, molte situazioni altrettanto angosciose che dovere gestire un figlio autistico, alla soglia dell’ adolescenza. [...] Il peso maggiore di un problema così esteso, che rappresenta statisticamente la prima causa di disabilità, grava sulle famiglie. Nuclei familiari che lentamente vanno in disfacimento, dove le madri, ancor di più, restano sole a gestire un amatissimo vampiro, che allo stesso tempo è il loro carceriere e il loro sorvegliato speciale.

Ecco, io credo che questo modo di affrontare la notizia sia profondamente sbagliato. Soprattutto perche' cancella la soggettivita' del figlio autistico. Lo rappresenta come "un peso" da "gestire", da "accudire", magari "con dedizione", come una "sfida dolorosa", addirittura un, sia pur "amatissimo", "vampiro", un "carceriere", oltre che un "sorvegliato speciale". Ma mai come un individuo con una dignita', un carattere, delle gioie, delle frustrazioni, delle difficolta', delle capacita', dei desideri propri. Mai come persona.
E il dolore descritto e' tutto dei genitori, proiettati in "vertigini di disperazione", in "situazioni angosciose" quanto forse nessun'altra, condannati al "lento disfacimento" delle loro famiglie — e quindi comprensibilmente depressi. Ma nessuno dice nulla del dolore di un figlio — rifiutato dal genitore fino al punto di essere aggredito violentemente, minacciato nella sua stessa vita. Come se quel dolore fosse meno reale — o avesse meno valore perche' a provarlo e' un disabile. Come se quel dolore non fosse il dolore di una persona vera — tanto vera quanto la madre o il padre.
Certo, molte cose che dice Nicoletti sono sacrosante.

Nel nostro paese l’ approccio a una sindrome, che si pensa debba interessare (pare) seicentomila persone, è assolutamente irrazionale e superficiale. [...] non possiamo perdere questa occasione per aprire una seria riflessione su quale sia il profondo senso di abbandono in cui si trova una famiglia che deve gestire un autistico, senza interlocutori certi e informati, senza che ci siano protocolli di abilitazione ufficializzati e applicati su tutto il territorio nazionale (le linee guida emanate due anni fa dall’ I[stituto] S[uperiore di] S[anita'] ancora non sono state tramutate in legge e nessuno sembra interessato concretamente che questo avvenga).

L'abbandono di cui parla Nicoletti e' — per le nostre famiglie — assolutamente, categoricamente reale. E non e' solo al livello dell'informazione o delle competenze: e' soprattutto al livello dei servizi. Per la Cate abbiamo chiesto il riconoscimento della 104 ai primi di aprile: e' stata convocata per la visita della commissione medica che deve accertare la sua condizione per domani oggi (si e' fatto tardi a furia di scrivere…) — piu' di sei mesi dopo — ed e' soltanto l'inizio dell'iter. Nel frattempo e' sfumata ogni ipotesi di avere un insegnante di sostegno per quest'anno — e tante grazie all'intervento precoce. Gli esperti concordano sull'importanza di un trattamento intensivo nei primi anni di vita: ma tutto cio' che siamo riusciti ad ottenere per la Cate e' un'ora settimanale di psicomotricita'. Paghiamo di tasca nostra tutti gli interventi riabilitativi di It — e non stiamo riuscendo ad ottenere che la scuola si sforzi di insegnargli qualcosa; si accontenta di tenerlo in parcheggio — sprecando il suo tempo e le sue abilita'. E potremmo continuare — e la nostra situazione non e' delle peggiori.
E certo, la nostra esperienza di genitori e' durissima: i nostri figli richiedono attenzione continua (no, non come tutti i figli: continua vuol dire ogni secondo che sono svegli, senza un attimo di distrazione, senza un momento di riposo — ogni giorno della loro vita), assorbono ogni istante del nostro tempo, ogni grammo delle nostre forze, ogni energia della nostra mente [continua]

QED: arrivato a questo punto (erano piu' o meno le due del mattino) la Cate si e' svegliata e ha preteso di rimettersi a dormire sdraiata su di me — un'oretta dopo si e' svegliato anche It, completamente fuori di se' — e ha passato il resto della nottata a gridare, dimenarsi, correre da un angolo all'altro della casa — fino a mattino. La parte finale del pippone e' rimandata — speriamo — a stasera.


giovedì, 17 ottobre 2013
Dalla parte di Antigone
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:16 am

Si da' sepoltura dignitosa ai morti. Anche ai nemici. Anche ai peggiori. Perche' e' parte essenziale di cio' che ci rende umani — e' la piu' antica, primordiale manifestazione di civilta' e di cultura. Perche' la nostra pretesa di essere diversi dalle bestie nasce proprio da quando abbiamo cominciato a seppellire i morti. Perche' l'oltraggio a un cadavere e' la piu' incivile, bestiale delle azioni — i nazisti l'hanno praticata — e noi non possiamo abbassarci al loro livello.


martedì, 20 agosto 2013
Les Vertus
Nelle categorie: Il mondo per gli occhi, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:12 pm


Il cimitero di guerra canadese a Dieppe, alla luce della luna


lunedì, 19 agosto 2013
In memoriam
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:01 am


lunedì, 1 luglio 2013
Gino Nunes (1941-2013)
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:44 am

Per Gino la politica non era uno sport da signorine. Aveva ben chiaro che quello che contava erano i rapporti di forza, il potere, la capacita' di ottenere dei risultati — e che le alleanze, gli accordi, ma anche gli scontri, avevano senso in quanto permettevano di disegnare un sistema di potere e di raggiungere degli scopi.
Questo lo ha reso spesso sgradevole, abrasivo, perfino talvolta brutale. Certo non aiutavano a renderlo simpatico la vena polemica e la vis verbale tutta livornese che lo caratterizzavano — e la chiarezza senza giri di parole con cui amava dire la sua. Probabilmente se fosse stato piu' ipocrita o piu' cauto si sarebbe fatto meno nemici e avrebbe potuto ambire a cariche piu' prestigiose di quelle a cui il suo partito lo ha confinato, preferendogli personaggi meno scomodi ma infinitamente meno lucidi e incisivi di lui.
Aveva fama di politico spregiudicato, di pochi scrupoli, di negoziatore duro e tignoso. Si curava pochissimo di smentire questa sua immagine — e in genere di piacere e di accattivarsi simpatie. Si muoveva con assoluta disinvoltura nella bassa cucina della politica, nelle trattative con i personaggi piu' sgradevoli e piu' difficili, nella zona grigia dove il potere e il denaro si presentano per quello che sono. Lo ha sempre fatto mantenendo una rigorosa, inattaccabile onesta' personale, che perfino i suoi avversari gli hanno sempre dovuto riconoscere — e nello stesso tempo senza mai atteggiarsi a santimonioso censore dei costumi personali e politici altrui.
Aveva la passione dell'amministrazione, piu' ancora che della politica "alta". Viveva con un minimo di fastidio i dibattiti puramente teorici (cui pure partecipava con lucidita' e con giudizi spesso tanto sbrigativi quanto calzanti), ma era fiero delle strade, delle reti informatiche, insomma delle soluzioni concrete che la sua azione riusciva a realizzare.
Era difficile pensare che potesse aver fatto altro che politica in vita sua, perche' la politica era la sua spina dorsale, il suo orizzonte, il suo pensiero dominante. Invece alla politica era arrivato tardi, dopo anni di brillante professione medica, a cui aveva rinunciato proprio per dedicarsi a tempo pieno alla vita pubblica.
La sua ironia era feroce, ma la esercitava su se stesso tanto quanto sugli altri — e questo gli permetteva di non prendere troppo sul serio ne' le vicende della politica ne' il suo stesso ruolo. Era cio' che gli permetteva di vivere al tempo stesso con estrema passione e con un certo distacco la battaglia quotidiana.
Non lo dava a vedere, ma era un uomo di alti ideali; credeva fortemente nel compito della politica di rendere migliori le vite delle persone, di superare le ingiustizie, di promuovere una societa' piu' libera e piu' egualitaria. Sapeva che per arrivarci occorreva sporcarsi le mani — ma non accettava che si potessero dimenticare gli obiettivi alti per cui ci si sporcavano le mani. Per questo si sentiva sempre piu' estraneo alla politica dei nostri tempi — e ne dava, privatamente, giudizi e ritratti sprezzanti.
Per me Gino e' stato un maestro di politica — e un amico. Per quanto fossimo diversissimi per carattere e per formazione, devo a lui molto del modo in cui vedo la vita pubblica.
Gino avrebbe probabilmente stroncato con una battutaccia anche questo mio ricordo, che avrebbe vissuto con imbarazzo. Vorrei che potesse farlo.


mercoledì, 19 giugno 2013
Dita incrociate
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:37 am

La figlia grande in questo momento si sta cimentando con le tracce della prima prova dell'esame di maturita'.


mercoledì, 19 giugno 2013
A costo di essere il solo a dirlo
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:15 am

Il crimine di Giovanni Vantaggiato e' certamente uno di quelli particolarmente efferati ed odiosi. La colpevolezza e' accertata oltre ogni possibile dubbio. Le finalita' di terrorismo, per quanto confusamente, possono essere ravvisate. L'ordinamento prevede l'ergastolo per casi come questo. E quindi la condanna all'ergastolo e' certamente un atto di giustizia secondo la legge della Repubblica.
Ma, come ho scritto altrove, non riesco a non considerare comunque l'ergastolo una pena crudele e inumana – e che trovi posto nella nostra legislazione mi pare un residuo di barbarie inaccettabile. Perfino di fronte al delitto di cui si e' macchiato Giovanni Vantaggiato. Perche' la nostra Repubblica — e la sua giustizia — debbono essere migliori dei criminali che giudicano.

(In Norvegia Anders Behring Breivik e' stato condannato a ventun anni di carcere)


lunedì, 3 giugno 2013
Boia deh
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 1:24 pm

Non seguo il calcio — ma che il Livorno torni in A e' una notizia che mi fa piacere. In fondo mi considero una specie di livornese onorario…


venerdì, 26 aprile 2013
Senza parole
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Il mondo per gli occhi, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:20 am


(Essaouira, ieri al tramonto)


sabato, 20 aprile 2013
Un pessimo risultato
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:12 pm

Premessa. Non so nemmeno perche' scrivo sta roba. Il blog non lo legge piu' nessuno, tanto. Forse serve solo come terapia per tenere a bada la bile — e un po' a futura memoria mia, per vedere tra qualche anno se ci ho dato o no.
Ri-Premessa. Sono stato un prodiano della prima ora, da quando non lo era nessuno. Percio' — lo ammetto — sono avvelenato. E credo di aver ragione di essere avvelenato, perche' Prodi era l'unico dei candidati che avrebbe potuto essere il Presidente della Repubblica di cui avremmo avuto bisogno.
Tri-Premessa. Ho una grande stima politica per Napolitano. Credo che sia stato, pur con qualche errore, un buon Presidente in un momento difficilissimo, che abbia il merito di averci traghettati attraverso una navigazione davvero pericolosa senza mai perdere di vista i valori della Costituzione. Credo anche che sia un uomo di grande correttezza e coraggio istituzionale — e che usera' al meglio le sue virtu' anche in questo secondo mandato. La mia stima non viene meno per quel che diro' sotto.

Rieleggere Napolitano alla Presidenza della Repubblica e' stato un errore grave. Sul piano politico, innanzi tutto. Perche' si tratta di una rielezione tutta subalterna alla logica delle larghe intese, di un governo organico e politico che mette insieme PD e PDL: due aree che rappresentano (o almeno dovrebbero rappresentare) concezioni opposte della politica e blocchi sociali antagonisti. E che quindi finiranno per paralizzarsi a vicenda e per potersi accordare soltanto al ribasso. Non e' quello di cui abbiamo bisogno.
Attenzione, e' ben diverso dal governo presidenziale di Monti, nato come pausa della lotta politica, con un'agenda dettata dalle emergenze e con l'obiettivo di restituire la parola al sovrano dopo un breve periodo. Qui stiamo parlando di un accordo e di un governo *politico* che mette insieme destra e sinistra, con la nascita di un programma condiviso. Credo che sia nello stesso tempo irrealistico e pernicioso, perche' la situazione necessita di scelte precise, coraggiose, anche contestabili: ma frutto di una visione chiara e forte di come vogliamo che sia la societa' italiana tra dieci anni. E delle due l'una: o il PD puo' costruire una visione comune con Berlusconi, con Brunetta, con la Gelmini, con Tremonti, con Maroni, con la Santanché (devo continuare la galleria degli orrori?) — e la prospettiva e' agghiacciante — o non puo', e questo significa che il governo sara' preda di risse continue e non riuscira' a far nulla. Nell'uno e nell'altro caso, e' una prospettiva che puo' solo far male all'Italia.

Ma l'errore e' ancora piu' grave sul piano istituzionale. Perche' trasforma, con la forza di un precedente, l'ultima istituzione robusta e amata della Repubblica, la Presidenza.
Nella Costituzione materiale di questo paese, la rieleggibilita' del Presidente era saggiamente restata una possibilita' soltanto teorica. Il limite del settennato e' stato finora una garanzia rispetto all'esercizio dei poteri presidenziali — in un certo senso una garanzia di terzieta' del Presidente. Qualunque Presidente, anche il piu' forte e/o il piu' autoritario, alla fine del mandato sarebbe uscito di scena definitivamente. Nessun Presidente, nemmeno il piu' opportunista, avrebbe favorito questa o quella parte per assicurarsi la rielezione. Ora questa garanzia e' saltata.
Ancor piu' grave e' che Napolitano sia stato rieletto, con ogni verosimiglianza, sulla base di un accordo che limita la durata del suo mandato. Se cosi' fosse, e basta l'anagrafe a confermarlo, si creerebbe un altro pericoloso precedente. Ancora una volta, la sostanziale inamovibilita' del Presidente nel corso del settennato ha reso la carica indisponibile ai desideri degli altri poteri dello Stato: dall'esecutivo alle maggioranze parlamentari: e' stata lo scudo dietro a cui si poteva riparare la funzione di garanzia del Presidente rispetto ai tentativi di forzatura costituzionale degli altri poteri. Se questa garanzia viene meno e la durata in carica rientra per cosi' dire nella disponibilita' della politica, l'indipendenza del Presidente ne viene fortemente sminuita.
Infine una considerazione meno da costituzionalista del bar: la modalita' di quest'elezione, pur essendo assolutamente legittima e democratica (Rodota' merita gratitudine per averlo ricordato ai suoi sostenitori, loro si' eversivi), mette la Presidenza della Repubblica all'ombra dell'inciucio e di una politica che non sa piu' farsi comprendere dagli elettori. Sara' difficile (e ci vorra' tutta la sapienza e l'indipendenza politica di Napolitano) evitare che cio' si trasformi in un'ondata di impopolarita' e di discredito sull'ultima istituzione repubblicana che gli Italiani rispettavano.
Insomma — per calcoli di breve respiro politico — i responsabili di PD e PDL hanno assestato tre belle picconate all'architettura costituzionale dell'Italia. Sono danni di lungo termine, destinati a pesare per anni e che forse non sara' possibile riparare.

D'altra parte, non credo che convergere su Rodota' sarebbe stata una buona scelta comunque. Non per la persona e per la sua storia, che sono di assoluto merito. In altre condizioni, Rodota' avrebbe potuto essere un meraviglioso Presidente della Repubblica. Ma i candidati non sono soltanto individui, sono anche l'espressione delle parti politiche che li propongono: e votare Rodota' significava accettare una subalternita' al grillismo, che non mi pare migliore del (e per certi aspetti nemmen diverso dal) berlusconismo. Diverso sarebbe stato se il PD avesse proposto Rodota' in prima battuta: ma e' tutto da vedersi se Grillo lo avrebbe a quel punto fatto votare ai suoi — o se l'avrebbe affondato in quanto candidato del "pdmenoelle". Personalmente trovo sbagliata e pericolosa la pretesa di primazia politica di una forza che ha preso il 25% dei voti e non ha capacita' di alleanze — e credo che assecondare questa pretesa convergendo sul suo candidato sarebbe stato politicamente inaccettabile.

Infine: il Partito Democratico e' morto. Lo e' anche se qualcuno ne raccogliera' i cocci e il nome e se ne fara' un feudo politico. Ed e' morto non solo e non tanto per le sue divisioni interne; e' morto perche' e' definitivamente venuto meno al progetto politico per cui era nato: quello di costituire una grande forza riformista moderna, radicata nell'incontro delle culture dei partiti di massa da cui nasceva — e alternativa alla destra: a quella di Berlusconi in particolare, ma anche a una destra civile e liberale. Una cultura riformista condivisa nel PD non e' mai nata — e l'alternativa alla destra sta lasciando il posto alle larghe intese. Per chi come me ha creduto in quel progetto e' una sconfitta cocente.
D'altronde, per come e' fatta la politica italiana, non credo che ci sia spazio per un soggetto "di sinistra" alternativo al PD e capace di contendergli seriamente l'elettorato: i voti in uscita dal PD andranno al prossimo Masaniello di passaggio, che sia ancora Grillo o no. Percio' l'ipotesi di un nuovo partito, costruito intorno a SEL e alla sinistra PD (magari a Barca in contrapposizione a Renzi) certamente mi farebbe sentire "a casa", ma credo che sia destinata a restare un progetto minoritario e al piu' di testimonianza. E non e' cio' di cui abbiamo bisogno.

Vedo moltiplicarsi le prese di posizione del tipo "Napolitano non mi rappresenta", "Napolitano non e' il mio Presidente". Non le condivido. Per quanto politicamente viziata sia la sua rielezione, Napolitano e' il Presidente legittimo — e confido che continuera' ad essere il buon garante della Costituzione e della Repubblica che ha dimostrato di essere fino ad oggi. Giorgio Napolitano e', nonostante tutto, il mio Presidente.


venerdì, 14 dicembre 2012
Le stagioni in citta'
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 7:27 am

Al buio nel letto prima di alzarti — sai che e' nevicato perche' il rumore del traffico e' molto meno del solito — per quest'ora. Sai che e' nevicato poco (troppo poco?) perche' il rumore del traffico c'e' ancora.


domenica, 14 ottobre 2012
Progressive
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:52 pm

Come se il mondo non fosse gia' abbastanza disorientante di suo, da oggi lo sto guardando attraverso il mio primo paio di lenti progressive.


domenica, 30 settembre 2012
Abbiamo contro perfino il peperoncino?
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 7:09 pm

Lo scrivo a posteriori, perche' non volevo nemmeno per sbaglio interferire con un'iniziativa di raccolta fondi che per molti versi mi pare lodevole.

Qualche giorno fa, nel parcheggio di un grande centro commerciale della periferia torinese, ho visto questa locandina:

L'iniziativa raccoglie fondi per la creazione di centri per il trattamento dei bambini autistici da due a dodici anni, in in diverse citta' italiane e in particolare qui a Torino. Personalmente ho molte perplessita' sul metodo ABA: tuttavia e' un approccio sperimentato che — entro certi limiti — porta risultati positivi: quindi ben venga che si creino strutture capaci di avviare precocemente bambini autistici a questo trattamento.
Quel che non mi va giu' — proprio non mi va giu' — e' lo slogan della campagna "Contro l'autismo scende in piazza il peperoncino". Al di la' dell'immagine vagamente ridicola dei peperoncini in corteo con striscioni e bandiere, quel che disturba e' l'idea purtroppo ricorrente che l'autismo sia un nemico *contro* cui lottare — una forza oscura e minacciosa contro la quale mobilitarsi, da sconfiggere. Perche' quest'idea si innesta su un'altra, altrettanto ricorrente e nefasta: che i nostri bambini possano essere "guariti" dall'autismo come li si guarisce dal morbillo — o perfino da una leucemia. Che il loro autismo sia qualcosa di estrinseco, che non fa parte di loro, che si sovrappone al loro vero essere — e li deforma, li rende malati, sofferenti. E che il giorno che sradicheremo l'autismo da loro, finalmente i nostri figli emergeranno in tutta la loro perfezione, belli e sani come devono essere. Normali, finalmente.
Non e' cosi'. I nostri figli *sono autistici*, non *hanno l'autismo*. Fa parte di loro, dei loro geni, della loro persona — in maniera essenziale, costitutiva. Essere autistici e' una parte importante della loro natura, del loro carattere — delle loro difficolta' certo, ma anche delle loro gioie, del loro modo di vedere il mondo, di starci dentro. Se non sappiamo rispettare e amare il loro essere autistici, stiamo rifiutando un carattere importante dei nostri figli, vorremmo annullare un pezzo fondamentale della loro persona. Non c'e' un bambino normale nascosto dentro a It: c'e' un bambino clamorosamente fuori dal normale, che puo' essere una persona realizzata e ragionevolmente serena soltanto se lo si aiuta a vivere al meglio la sua diversita'.
Per questo chi scende in piazza contro l'autismo scende in piazza contro nostro figlio, non per lui. Anche perche' alimenta l'idea che il nostro bambino autistico sia alla fin fine sbagliato, difettoso — che possa avere un pieno valore di persona umana soltanto nella misura in cui lo si aggiusti, lo si faccia assomigliare alle persone normali.
No grazie. Non abbiamo bisogno che si scenda in piazza contro l'autismo. Sono gia' in tanti a farci la guerra, negando a nostro figlio i diritti elementari: una scuola adatta a lui, ambienti di vita non discriminatori, un aiuto concreto per superare le difficolta' che incontra, un rapporto con le istituzioni non vessatorio. Ci mancavano solo piu' i peperoncini.


lunedì, 17 settembre 2012
L'Shana Tova
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 4:43 pm

Non e' stato un anno dolce, questo. E non promette di essere dolce nemmeno quello che viene. Ma un anno di tenacia, di testardaggine, questo si', lo sara'. E speriamo che regga.

domenica, 19 agosto 2012
Lest we forget (Dieppe 1942-2012)

All'alba del 19 agosto 1942, seimila soldati alleati, dei quali cinquemila canadesi della Seconda Divisione di fanteria (The Essex Scottish Regiment, The Royal Hamilton Light Infantry, The Royal Regiment of Canada, Les Fusiliers Mont-Royal, The Queen's Own Cameron Highlanders of Canada, The South Saskatchewan Regiment, The Lorne Scots, The Calgary Tank Regiment, The Toronto Scottish Regiment), tentarono uno sbarco su Dieppe.
L'operazione (nome in codice "Jubilee") fu un terribile e sanguinoso fallimento. A causa di errori di pianificazione, della mancanza dell'elemento sorpresa, della difficolta' a coordinare i movimenti delle truppe con l'aviazione e la marina, dell'inadeguatezza dei mezzi e delle tattiche, i soldati furono per lo piu' inchiodati sulle ripide spiagge di sassi e sotto le falaises. Il bilancio dell'operazione fu tragico: dei seimila soldati partiti, meno di tremila fecero ritorno alle loro basi in Inghilterra, ritirandosi sotto il fuoco dopo nove ore di combattimento. I soli reggimenti canadesi lasciarono sul terreno piu' di novecento vittime.
Il valore militare del raid di Dieppe e' — nella migliore delle ipotesi — assai controverso. Non si tratto' di un tentativo di invasione, ne' di un raid con un obiettivo chiaro e limitato, come quello di St. Nazaire di pochi mesi prima, che porto' alla distruzione del bacino di carenaggio per impedire ai tedeschi di farne uso per la loro flotta. A Dieppe l'operazione ebbe piu' che altro lo scopo di mostrare a Stalin la volonta' britannica (ma anche l'impossibilita' di fatto) di portare i combattimenti in Europa occidentale, in modo da aprire un secondo fronte e alleggerire il peso delle armate tedesche contro la Russia. Fu — di fatto — un sacrificio consapevole e militarmente sterile, con finalita' tutte politiche. Non a caso, verrebbe voglia di dire, anche se la vulgata celebrativa e' molto attenta a non sottolinearlo, in questa missione non furono rischiate truppe britanniche in senso stretto, se non in piccola misura: il grosso dell'azione, e delle perdite, fu canadese.

La citta' — anche a distanza di settant'anni — ha mantenuto assai viva la memoria del sacrificio dei soldati canadesi. Ogni casa e' pavesata di bandiere con la foglia d'acero e i ricordi dei combattimenti sono preservati con attenzione — e con un tono assai piu' sobrio di quello che pochi chilometri piu' a ovest viene usato per celebrare gli eventi del D-Day. C"e' un memoriale dei combattenti canadesi, messo su con pochi mezzi, molta competenza e molta emozione da un'associazione denominata "Jubilee", il cui motto e' appunto "Lest we forget". La veglia che si e' tenuta ieri sera al cimitero di guerra canadese ha visto la partecipazione di molte centinaia di persone. Nonostante Dieppe sia una stazione balneare importante nel pieno della stagione, si respira un'aria un po' meno spensierata, un po' piu' consapevole che altrove. A noi questa presenza della memoria — e della memoria di una strage che poteva probabilmente essere evitata — e' parsa una bella cosa — una cosa di cui sentirci partecipi.


domenica, 27 maggio 2012
Il messaggio e' sempre piu' chiaro
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Emigrare?, It, Ma vaffanculo!, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 2:22 am

Alla presentazione di uno studio condotto dall'ANIA (l'associazione che riunisce le societa' di assicurazione) e dalla Fondazione CaRiPLO, dal titolo "Autonomia delle persone con disabilita': un nuovo contributo per assicurarla" (pun intended, come si vedra' tra poco), il Ministro Fornero ha dichiarato che “Non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi’’ [per le persone disabili, NdRatto]. Ha poi aggiunto: “Sia il privato che lavora per il profitto sia il volontariato no profit sono necessari per superare i vincoli di risorse. Il privato, in più del pubblico, possiede anche la creatività per innovare e per creare prodotti [assicurativi, NdRatto] che aiutino i disabili. La sinergia tra pubblico e privato va quindi rafforzata” (*).

Innanzi tutto, si tranquillizzi, signora Ministro. Lo Stato non fornisce affatto "tutto in termini di trasferimenti e servizi". Se devo giudicare dal caso di It, a dire il vero non fornisce quasi niente. Lo Stato concede a nostro figlio un tempo scuola che e' il 60% di quello dei suoi compagni di classe. Lo Stato concede a uno solo di noi genitori non piu' di tre giorni al mese di permessi retribuiti dal lavoro per le esigenze di assistenza di nostro figlio. Lo Stato elargisce un assegno di accompagnamento di 493 euro al mese per dodici mensilita', con cui dovremmo sopperire alle spese relative alle necessita' di assistenza continuativa di nostro figlio. Tramite il Comune paga una decina di ore settimanali di intervento di un'affidataria — ma questo lusso ci verra' tagliato, perche' non ci sono piu' soldi. Ah, dimenticavo, It non paga sull'autobus — e sulla metropolitana (ah, che stupido, non pagherebbe comunque, visto che ha meno di undici anni). Tutto qui. Il servizio sanitario pubblico non eroga *nessuna* delle terapie di nostro figlio. Paghiamo noi, di tasca nostra, ogni ora di terapia, ogni intervento rieducativo, ogni strumento/sussidio che possa essere utile alla crescita di nostro figlio. Sia chiaro, non me ne sto lagnando. Sono i soldi meglio spesi del nostro bilancio famigliare, con ogni probabilita'. Ma, signora Ministro, lo Stato e' cosi' lontano dal "fornire tutto" che Lei dovrebbe vergognarsi di fronte a noi — e di fronte a tutti i disabili italiani e alle loro famiglie — per aver detto con tanta leggerezza una frase del genere. Vergognarsi, signora Ministro: non farci un piantino sopra.

In secondo luogo: si', lo Stato dovrebbe "fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi" ai suoi cittadini disabili. Perche' lo dice la Costituzione (art. 3: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."; art. 38: "Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.").
Perche' se lo Stato non tutela i suoi cittadini piu' deboli, allora e' la ragione stessa del contratto sociale che viene meno.
Perche' lasciare questo compito alla carita' pubblica (altro non e' il volontariato, di cui pure apprezziamo tutti lo sforzo) significa dire che la collettivita' nella sua espressione piu' alta, quella delle istituzioni, rifiuta di farsene carico. Significa ancora una volta proclamare che i cittadini disabili sono un peso che la comunita' non vuole sulle spalle — e che lascia quindi all'eventuale generosita' dei singoli.
Perche', infine, affidare i cittadini disabili al mercato, al privato che, come dice Lei stessa, "lavora per il profitto", significa banalmente che quei privati, se vogliono far bene il loro lavoro, dovranno spremere dalle famiglie dei disabili almeno un euro in piu' di quelli che dovranno conceder loro in termini di prestazioni. Significa quindi togliere risorse a quelle famiglie, non darne.

Il Governo si sara' anche rimangiato il progetto di tagliare le indennita' di accompagnamento: ma ogni volta che affronta il tema della disabilita', il messaggio che ci tocca ascoltare e' sempre lo stesso, con una chiarezza martellante: "Avete un figlio ritardato? Sono cazzi vostri."

(*) Il testo dell'intervento del Ministro non e' ad oggi disponibile in rete, ne' sul sito degli organizzatori del convegno, ne' su quello del Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale: quindi cito solo i passaggi che mi sono noti tramite un articolo sul sito della FISH. Puo' darsi che – ricollocate nel loro contesto – le affermazioni di Fornero assumano un significato diverso. Allo stato delle informazioni disponibili, suonano molto ma molto male.

P. S. Ma la signora Ministro non si e' sentita un pochino a disagio a sponsorizzare con il suo intervento uno studio la cui finalita' e' quella — perfin dichiarata — di estendere il mercato delle assicurazioni al settore dei disabili, dove per ora la penetrazione e' molto bassa? Non e' parso, nemmeno per un momento, al Ministro Fornero, di far la figura del venditore che bussa alla porta di casa per venderti un mirabilante nuovo prodotto?


When execution gets cheaper, so should planning (via Seth's Blog)



mercoledì, 4 aprile 2012
Qualcosa di sinistra
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 2:40 am

E' un po' che sto rimuginando su queste cose e che mi riprometto di farci un post. Ho dei libri sul comodino per documentarmi e qualche volta ne leggo una pagina. Insomma, lasciato a me stesso — alla stanchezza del blog e alla stanchezza di un periodo tra i piu' difficili degli ultimi anni — questa cosa l'avrei trascinata fin dopo le elezioni del 2013.
Pero' questo post di Alfonso Fuggetta mi da' una spinta. Alfonso (si) chiede polemicamente "che cosa vuol dire essere di sinistra", e argomenta: "Alla fin fine, il punto è molto semplice, credo: essere di sinistra vuol dire issare bandiere oppure risolvere problemi in modo da tutelare tutti, promuovere uguaglianza e giustizia sociale, …?"
Detto cosi' e' semplice — cosi' semplice da voler dire tutto e il contrario di tutto. Tanto quanto l'invocazione al "vero riformismo" che chiude il post.
Al di la' dei dissensi che ci dividono spesso, Alfonso ha comunque il merito di porre un problema serio, in un momento in cui mi pare evidente che la politica annaspa — e cerca identita' e tematiche tanto effimere quanto facili e inconcludenti ("bandiere", direbbe lui), con il respiro dei titoli sul giornale o dei tweet. Io credo invece che ci sia bisogno di uno sguardo piu' lungo, e al tempo stesso molto concreto — di restare all'essenziale.
E l'essenziale, secondo me, in Italia e in Europa oggi, si puo' riassumere in due grandi temi collegati. La disuguaglianza economica cresce e la mobilita' sociale diminuisce. Da anni, in un trend che pare inarrestabile e che per lo piu' viene presentato come una sorta di fatalita', non come il prodotto di scelte e di politiche ben precise. Ecco, io credo che essere di sinistra oggi voglia dire, semplicemente, mettere al centro della propria azione questi due temi: come rovesciare la tendenza e fare in modo che la disuguaglianza diminuisca anziche' crescere e che l'ascesa nella scala sociale torni ad essere una possibilita' concreta per tutti. Poi potremo discutere sulle ricette, potremo dibattere se per ridurre la disuguaglianza occorre agire sulla leva fiscale e sulla ridistribuzione attiva della ricchezza o stimolare la competitivita' e accrescere le opportunita' individuali, potremo ragionare se un mercato del lavoro meno garantito/protetto puo' essere utile o meno, eccetera. Ma bisogna riportare al centro del discorso politico questo punto: su questo fare un programma di governo, costruire alleanze politiche, definire progetti e iniziative. Altrimenti, davvero, destra e sinistra diventano parole di comodo, concetti indistinguibili.
Per tornare all'attualita', ma non e' il tema che mi interessa di piu', a me pare evidente che quello dell'equita' sociale, della redistribuzione della ricchezza, *non* sia il pensiero del governo dei professori. E' probabile che molte delle scelte che Monti sta facendo siano piu' o meno obbligate, che il cammino sia stretto. Ma una politica di sinistra, anche assai moderatamente di sinistra, non puo' pensare di mettersi in continuita' con questa esperienza.

Su un altro piano, ho trovato stimolante il post di Floria sul "nuovo soggetto politico" di Ginsborg & co. Anche a me e' parsa una iniziativa interessante, nell'asfittico panorama di questo momento. Ma le perplessita' sono forti, per varie ragioni.
Una, evidenziata anche da Floria, e' il linguaggio. Il manifesto si rivolge a un'elite intellettuale — e difficilmente riuscira' ad uscire da li'. La storia politica italiana e' piena di generoso e affascinante giacobinismo, dai tempi del Partito d'Azione (di cui pure mi sento orfano inconsolabile) in giu': ma le elite che hanno ragione sono destinate sempre a nobili, inascoltate sconfitte.
La seconda sta nella firma, in calce al documento, di Sandro Plano, esponente di spicco del movimento NO TAV. Io temo che questa firma, al di la' del merito, indichi una vicinanza degli estensori del manifesto a quel ribellismo massimalista che e' un'altra esiziale caratteristica della sinistra italiana. E' una compagnia che non porta lontano.
Un nuovo soggetto politico ha bisogno di essere radicale, ma non puo' permettersi il lusso di essere massimalista. E dev'essere rigoroso, ma morira' se non sapra' rinunciare all'elitarismo giacobino.


lunedì, 13 febbraio 2012
Eternit
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:41 pm

Siamo tutti attoniti dalla lista delle vittime: il giudice sta leggendo i nomi dei morti da quasi mezz'ora e siamo alla S (era solo un primo elenco, dopo mezz'ora siamo tornati alla A). Poi ci saranno tutti i malati.

P. S. C'e' gia' polemica se i 16 anni di reclusione siano troppi o troppo pochi. A me interessa poco, passato il principio della colpevolezza: mi interessa di piu' capire — anche se so che e' un ragionamento giuridicamente inconsistente — se i circa 250 (180, a contar meglio) milioni che i responsabili dovranno pagare in risarcimenti siano piu' o meno dei profitti che l'Eternit ha ottenuto omettendo le misure di sicurezza. Perche' se alla fin fine l'Eternit ci avesse guadagnato lo stesso, sarebbe una triste, tragica ironia — e un incitamento a correre analoghi rischi anche per il futuro.


lunedì, 9 gennaio 2012
Ma saranno almeno di buon cuore?
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 12:42 am

Qualcuno e' arrivato su The Rat Race cercando su Google "stivali burberi". Peccato che l'aggiunta "copie a poco prezzo" sciupi un po' la poesia.


domenica, 1 gennaio 2012
Post ombelicale sul 2011 — e su questo blog
Nelle categorie: It, Pipponi, Quel che resta, la Cate — Scritto dal Ratto alle 11:41 pm

L'anno appena finito e' stato un anno complicato, per la Rat-Family. Bellissimo: allietato dalla nascita di XX, che si avvia trionfalmente (e camminando sicura sui suoi due piedi!) al primo compleanno; punteggiato da tante grandi e piccole conquiste di It, che e' sempre piu' strambo, ma sempre piu' abile a farsi capire, a capire, ad entrare nelle situazioni, a gestirsi; segnato in positivo da tanti bei momenti privati e dalla consapevolezza di quanto e' prezioso e bello saperci divertire insieme, nonostante le difficolta'; marcato dal sollievo di una grande liberazione pubblica, che aspettavamo da troppo tempo. Ma cosi' duro da lasciarci spesso senza fiato: perche' gestire due bambini non e' due volte, ma venti volte piu' faticoso che gestirne uno; perche' l'impatto di It con la scuola elementare e' andato, alla fin fine, bene — ma ci e' costato vagonate di bile e di angoscia — e ancora non e' finita; perche' le vacanze si sono rivelate poco adatte ai desideri e agli umori di It — e quindi, per quanto splendide per tanti versi, ci hanno restituito al lavoro piu' stanchi e stressati di prima; perche' il lavoro e' stato troppo poco o troppo o troppo confuso e costellato di cambiamenti, raramente per il meglio (e comunque per fortuna c'e' ancora); perche' la crisi non ci toglie il pane di bocca, ma ci proietta comunque in un'incertezza costante — e almeno per It si e' gia' trasformata in meno assistenza, meno servizi, meno scuola; e per tante e tante ansie e fatiche troppo private o troppo complicate per raccontarle. Beh, non ci e' mancata la forza — e la fortuna — per affrontare tutto e per restare in bilico sull'onda — e onestamente ci siamo anche divertiti.
Ma l'energia e la voglia di continuare a raccontare le cose che facciamo — e le cose che vediamo — quella l'abbiamo trovata di rado — e si vede. The Rat Race langue, spesso resta zitto di fronte a cose che una volta avrebbe commentato, piu' spesso ancora lascia sotto silenzio momenti della nostra vita che un tempo avrebbe condiviso. E, soprattutto, la conversazione si e' spenta. Succede un po' su tutti i blog: si scrive poco, si legge meno ancora — e soprattutto non si commenta quasi piu'. La conversazione si e' spostata sui social network — ma li' mi sembra piu' chiacchiericcio, senza la capacita' di dialogare un po' piu' a fondo — e sinceramente non mi ci ritrovo. Un po' mi manca, un po' mi mancano gli amici che leggevo assiduamente e che ora — come noi — scrivono tre righe quando capita. Per ora la baracca, che entra oggi nel suo decimo anno, resta aperta — ma mi piacerebbe aver piu' fiducia nella sua ragione di essere.

E comunque, se posso rubare la citazione a Waldorf, "Bon hiver", piu' ancora che "buon anno", a tutti noi.


domenica, 4 dicembre 2011
Far pagare (anche) i ricchi
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Pipponi, Politica e altre indignazioni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 10:54 pm

Premetto: sono convinto che per cavarcela, come Italia, dobbiamo tirare la cinghia — ferocemente e tutti. Comunque la si voglia girare, lo stock del debito pubblico accumulato negli anni passati dev'essere drasticamente ridotto — e questo significa che non ce n'e' per nessuno. Quindi le mazzate che il governo ci sta per assestare sono assolutamente inevitabili — e non si puo' pensare che tocchi soltanto a qualcun altro.
Ma proprio per questo credo che nessuna manovra sia accettabile se non grava su tutti — e se non grava piu' pesantemente sui piu' ricchi. E per ora non mi par proprio che sia cosi': l'imposta sulla prima casa e' una patrimoniale sulla classe media (il 74% delle famiglie italiane e' proprietario della casa in cui vive); l'aumento dell'addizionale regionale IRPEF e quello dell'IVA colpiscono tutti allo stesso modo, quindi proporzionalmente i redditi piu' bassi in misura maggiore; le disposizioni sulle pensioni impattano essenzialmente sul lavoro dipendente presente e futuro; la reintroduzione dei ticket su molte prestazioni sanitarie e i tagli agli enti locali rendono piu' costosi (o piu' limitati) i servizi pubblici — di cui usufruiscono principalmente i ceti meno abbienti. L'unica misura decisamente mirata ai ricchi, cioe' l'aumento dell'aliquota massima dell'IRPEF, e' sparita dalla manovra all'ultimo istante. Insomma, facciamola corta: pagano i poveri cristi, pagano le persone normali, ai ricchi veri sostanzialmente si fara' il solletico.
Perche' i ricchi sono pochi e comunque non contano dal punto di vista statistico, come da piu' parti si dice — e perche' se si vuol far cassa bisogna farla sui poveri e sulla classe media? A guardare bene i numeri, non e' cosi'. Sono andato a leggermi il rapporto 2009 di Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie, pubblicato a dicembre 2010 (se ce ne e' uno piu' recente, vi sono grato fin d'ora se me lo vorrete segnalare); i dati di cui parlo sono vecchiotti, del 2008, ma penso che siano nei grandi numeri ancora significativi. Secondo il rapporto, il 10% piu' abbiente delle famiglie italiane possiede il 45% circa della ricchezza; vuol dire una media di un milione e mezzo di patrimonio netto a famiglia e un monte complessivo di circa 3.800 miliardi di euro (nota a margine: il 50% meno abbiente raccoglie in tutto il 9,5% della ricchezza e possiede mediamente 70.000 euro di patrimonio: lascio ogni commento all'evidenza). Un'imposta straordinaria dello 0,5% su questi patrimoni porterebbe alle casse dello stato, euro piu' euro meno, diciannove miliardi in un anno, con un contributo medio a famiglia di circa 8.000 euro. Detto in altri termini, imponendo al 10% piu' ricco delle famiglie italiane una tassa straordinaria non superiore al 4% del loro reddito disponibile, si potrebbe quasi raddoppiare il valore della manovra — creando disponibilita' di risorse per interventi a favore della crescita e dei consumi. E si noti che non sto dicendo di far pagare di meno agli altri.
Ma Monti in conferenza stampa ha detto che non si puo' fare, perche' non si e' in grado di conoscere l'entita' e la composizione dei grandi patrimoni. Verrebbe voglia di invitarlo a leggersi la documentazione statistica di Bankitalia, che a me e' costata non piu' di dieci minuti di ricerche su Google. Il fatto e' che qui di equita' tutti parlano — ma alla fine a buscarle saranno sempre i soliti.
No, essere "not Berlusconi" non basta. Se Monti non ha altro da offrire sul piano dell'equita', per me ha gia' chiuso prima di cominciare.

Se qualcuno e' interessato a capire da dove vengono le cifre che ho sparato qui sopra, puo' scaricarsi qui una tabellina piu' analitica, interamente basata sui dati di Bankitalia: *.ODS oppure *.PDF.

P. S. Le lacrime della Fornero e il relativo, insopportabile siparietto con Monti — a mio giudizio — vincono di gran lunga il premio "Vaffanculo 2011", stracciando qualunque possibile concorrenza.


(sto lavorando 'round the clock — prima o poi torno)



giovedì, 27 ottobre 2011
La mia nonna Vittoria – 24.10.1920-27.10.2010
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:13 am


E' un anno che di colpo se n'e' andata la mia nonna Vittoria, mentre io ero lontana quasi cinquecento chilometri da lei e solo ora a stento riesco a scrivere questo post. So che socialmente e' considerato quasi ridicolo alla mia eta' essere tanto provati dalla morte di una nonna novantenne, ma io non riesco ancora a pensare a lei senza avere voglia di piangere; mi fa male in particolare pensare che ci ha lasciati pochi mesi prima di poter conoscere la sua seconda bisnipote. So che ci teneva davvero.
L'unico modo di renderle omaggio che conosco, piu' che portarle fiori, e' consegnare alla rete il ricordo di quanto fosse graziosa a diciassette anni, nel 1937, durante un soggiorno dagli zii che abitavano a Rimini. Allora, ai tempi in cui il Duce era al suo apice, Rimini, piu' o meno la stessa immortalata in Amarcord, era un po' un centro del mondo. La mia nonna molto provinciale nella fotografia porta con timido orgoglio il cappellino alla moda che forse si era comprata proprio li'. Quella ragazza, leopardianamente ignara del suo destino, non credo proprio che si aspettasse di diventare moglie e madre nel giro di pochi anni e men che mai di dover affrontare una guerra e tutto quello che ne e' conseguito. E a me piace pensarla cosi, la mia nonna, giovane, carina e ingenua (e ingenua in fondo lo e' sempre rimasta), nemmeno vagamente presaga della mia futura esistenza.
Per inciso: una delle ultime cose che la mia nonna ha fatto e' stata indignarsi per le c…te (la nonna odiava le parolacce) di Gasparri a Ballaro'…


lunedì, 29 agosto 2011
Un mese fuori dal mondo
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori, Web — Scritto dal Ratto alle 5:09 pm

Un mese intero di vacanze senza internet, senza posta elettronica — senza nemmeno mettere il naso sul blog, o su FF, o su Flickr. O sui siti di notizie.

Per certi versi e' stata dura — ti rendi conto di quanta informazione utile e pratica diventa difficile da reperire se non puoi semplicemente cercarla in rete, come sei abituato a fare. Dall'orario di un museo ai percorsi stradali su Google Maps, al sapere se in una citta' c'e' una piscina coperta (informazione indispensabile in Normandia, dove piove sempre — e con un figlio come It, che ritiene la sua nuotata quotidiana un diritto divino).
E poi, la preoccupazione sotto sotto di perderti qualche novita' importante. Che cosa diavolo stara' succedendo in Italia? E quella mail di lavoro che aspettavo? E la mia posta privata, con i suoi millanta messaggi?

Poi torni a casa e scopri che in Italia si parla ancora esattamente delle stesse cose di cui si parlava prima: la manovra bis, il caso Penati, l'abolizione delle Province, il caso di Avetrana, Tremonti che litiga con Berlusconi e poi tutto finisce in burla — e che nessuna novita' *vera* c'e' stata (non che nel resto del mondo siano successe piu' cose, a quanto pare: Gheddafi stava cadendo un mese fa e ancora non e' caduto, di sanzioni alla Siria si parlava allora e ancora si parla adesso, e cosi' via). Quanto alle mail aziendali — sembra che tutte le urgenze del ventinove luglio siano slittate senza colpo ferire al dieci settembre. E dei trecentocinquanta messaggi arrivati sulla posta privata — piu' o meno trecentoquarantotto si potevano cancellare senza nemmeno leggerli.

E allora forse forse puo' valer la pena di staccarla davvero la spina, un mese ogni tanto — e di godersi di piu' la possibilita' di zittire il rumore di fondo dell'informazione — in rete e non.

Beh — ricreazione finita — si ricomincia. I blog degli amici pero' me li vado a leggere tutti, post per post. Se non sono stati fuori dal mondo anche loro.


sabato, 30 luglio 2011
Fedeli a se stessi
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:37 am

La Norvegia — per tante ragioni — ci e' particolarmente cara. Percio' la notizia degli attentati di Utøya e di Oslo ci ha scossi e rattristati, forse piu' di quanto ci si potrebbe aspettare da un evento tutto sommato lontano — e tutto sommato terribilmente *interno* a quel paese.
Il fatto e' che la Norvegia, per noi, era un posto perfino un po' noioso — e sicuramente immerso in ritmi cosi' lenti da sconcertare noi indolenti mediterranei — ma facevi presto a capire che la noia e la lentezza erano quelli di una societa' talmente ben regolata da rendere inutile correre, sgomitare, tagliare gli angoli. Era un posto in cui potevi dimenticare una macchina con le portiere spalancate in un parcheggio per diverse ore — e al ritorno trovare tutto assolutamente intatto. Era il paese in cui un ubriaco che spacca una vetrina di un centro commerciale fa talmente notizia da arrivare al TG nazionale con tanto di interviste alla polizia. Era anche il paese in cui si vendono le cassette della frutta lasciandole incustodite sul bordo della strada, cosi' chi vuol comprare le prende, lascia i soldi in un cestino li' accanto — ed eventualmente si fa il resto da solo — e nessuno pensa di rubarsi ne' la frutta ne' i soldi. Avevamo l'immagine di una societa' fondata sulla fiducia nel prossimo e su una sorta di controllo/autocontrollo sociale cosi' solido da rendere ovvia quella fiducia — ma anche sulla certezza che tutto e' sufficientemente ben funzionante che nessuno ha davvero bisogno (e nemmeno voglia, in fondo) di "arrangiarsi".

Ecco, e' questo modello sociale che ci pare che l'attentatore abbia colpito al cuore — e che temiamo possa non riprendersi piu'. Proprio perche' la strage e' stata compiuta da un norvegese, uno apparentemente normale — magari un po' strano, ma chi non lo e' a vivere piu' o meno isolato in quelle campagne — e perche' ha colpito soprattutto ragazzi — la generazione dei figli — non puo' non aver spezzato il presupposto della fiducia. La Norvegia diventera', suo malgrado, una societa' piu' diffidente, piu' preoccupata, piu' simile al resto dell'Europa — cosi' pensavamo subito dopo l'attentato. Probabilmente sara' cosi'.
Ma la Norvegia non ha reagito come tutti ci saremmo aspettati. Nonostante l'enormita' dell'accaduto — nonostante la violenza del trauma nazionale — non c'e' stato alcun isterismo, non c'e' stato alcun crollo di nervi. Il paese ha reagito con assoluta compostezza, ma anche con la piena coscienza di non voler diventare diverso — di voler essere fedele a se stesso. Con una tranquillita' e una forza impressionanti, ben rappresentate dai discorsi del principe ereditario Haakon e del primo ministro Stoltenberg — che sono secondo me tra i piu' begli esempi recenti di discorso pubblico — e la testimonianza di quanto puo' essere nobile e preziosa e lungimirante la politica, quando e' in mano a una classe dirigente degna di questo nome.
Certo, l'evento ha suscitato una serie di interrogativi e di dibattiti. Ma — per esempio — praticamente nessuno ha sfruttato l'occasione per fare propaganda contro questo o quell'avversario politico. Al contrario, tutti i partiti hanno concordato di rinviare fino a meta' agosto l'avvio della campagna elettorale per le amministrative di settembre.
Il Frp, che e' un po' la Lega Nord dei norvegesi, non e' stato attaccato dagli altri partiti, nonostante le parole d'ordine contro gli immigrati e contro il multiculturalismo prestassero facilmente il fianco alle critiche — e perfino nonostante l'attentatore fosse stato in passato un loro militante. D'altronde, uno dei maggiori esponenti del Frp ha dichiarato che il partito dovra' moderare i toni del suo discorso politico, perche' evidentemente evocare la crociata puo' avere conseguenze terribili.
Si discute sul fatto che Breivik rischi al massimo ventun anni di carcere, secondo la legge norvegese: ma si *discute*, appunto. Nessuno sventola il cappio, nessuno invoca la giustizia sommaria. Nel dibattito nessuno perde di vista che il fine della pena e' la riabilitazione — e non la vendetta. Non si e' alzata una voce a criticare il fatto che il carcere che ospita Breivik sia dotato di tutti i comfort.
In tv, sui giornali non si e' visto un cadavere — non e' emerso un dettaglio splatter che sia uno. L'informazione e' stata meticolosa, continua, angosciante e totalizzante: ma non morbosa, nemmeno un po' — e mai priva di rispetto. Ciononostante la stampa e' stata criticata per aver talvolta mancato di sensibilita' nei confronti dellle vittime e dei loro familiari.
Le organizzazioni giovanili di *tutti* i partiti stanno registrando un forte aumento delle iscrizioni dopo il 22 luglio*. Ragazzi di quattordici, quindici, sedici anni decidono di dedicare un pezzo del loro tempo alla politica per far valere le loro idee. Come quelli che sono stati ammazzati ad Utøya, tutti giovani militanti di un partito sentito come un pezzo della societa' e non come baluardo di una casta.
Alla fine — forse — contro tutto — la Norvegia riuscira' a restare se stessa — ed e' una non piccola consolazione.

* Val la pena anche di leggere l'appello pubblicato oggi dai leader di *tutte* le organizzazioni giovanili dei partiti (e' in norvegese, ma la traduzione di Google Chrome in inglese e' abbastanza comprensibile).

P. S. Il confronto con la vita pubblica nel nostro sciagurato paese — no, non ho l'animo di farlo.


venerdì, 29 luglio 2011
In vacanza
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:37 pm

Domani la Rat-family parte per un mesetto — prima qui e poi qui.
Non c'e' internet in nessuna delle due case — quindi mi sa che ci risentiamo a settembre.


martedì, 21 giugno 2011
Il lentissimo viaggio della nave veloce
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 2:35 am

Premetto, e' un post sconclusionato e senza particolare senso. Mi andava di scriverlo.

AGGIORNAMENTO: sullo stesso argomento, in una chiave piu' seria e piu' professionale, ha scritto Finn Arne Jørgensen sul suo blog. Vale la pena di leggerlo.

Il secondo canale della televisione norvegese NRK (piu' o meno come dire RAI Due in Italia) sta trasmettendo un viaggio dell'Hurtigruten, il traghetto postale costiero, da Bergen a Kirkenes, al confine con la Russia. Cinque giorni e mezzo di viaggio, trasmessi in diretta non-stop, anche approfittando del solstizio e del sole di mezzanotte, che garantisce luce ininterrotta sulla scenografica navigazione. Come dichiarano orgogliosamente, sono 8040 minuti ininterrotti, la piu' lunga diretta del mondo.
Il viaggio dell'Hurtigruten e' una cosa che fa parte della mia mitologia famigliare — per tante ragioni. La Norvegia e' uno dei miei luoghi dell'anima — uno di quelli da cui non ti liberi mai, dopo che l'hai visto una volta. C'e' chi ha il mal d'Africa — io ho il mal del Nord ;-)
Percio' non ho resistito — e mi sono guardato qualche spezzone della trasmissione su internet. Niente a che fare con un reality, come titolava un giornale italiano che riportava la notizia un paio di giorni fa. Piuttosto un incrocio tra un sito di webcam, uno spottone di promozione del turismo — e l'insostenibile tendenza della tv nazionale norvegese a raccontare le minuzie di villaggio, come la piu' sperduta delle emittenti locali del resto del mondo. Una roba obiettivamente inguardabile — con dei tempi inconcepibili per qualunque tv a sud di Oslo.
Ma ci sono alcune cose che mi hanno colpito.
La prima, la piu' banale, e' che la bellezza di quei luoghi e' tale che riesce a togliere il respiro perfino in un format come questo.
La seconda e' che in Norvegia evidentemente non succede mai nulla e non c'e' mai nulla con cui divertirsi: solo cosi' si spiega non solo che un'idea del genere possa esser venuta a qualcuno, ma che questo qualcuno abbia convinto una tv importante a realizzarla e a trasmetterla, e che la tv abbia profuso un bel po' di energie nel realizzarla. Ma soprattutto quel che sorprende e' che la trasmissione e' diventata un evento nazionale: su tutto il percorso, a tutte le ore del giorno (non della notte, perche' la notte non c'e'), accorre gente a salutare la nave con cartelli e bandiere, con la banda e le majorettes, su barche, dai ponti, dalle banchine dei moli, perfino dagli elicotteri delle piattaforme petrolifere: e' una specie di celebrazione itinerante. E il bello e' che non e' un evento, di per se': l'Hurtigruten viaggia lungo tutta la costa norvegese da una cosa come 120 anni; passa da quei posti tutti i santi giorni e nessuno ci fa caso piu' di tanto, a meno che non stia aspettando un pacco o abbia bisogno di andare sull'isola di fronte. E' una cosa totalmente normale. Ma *questa* volta tutti lo vogliono veder passare. Potenza della televisione — e probabilmente della scarsita' di diversivi (AGGIORNAMENTO: pare che almeno meta' dei Norvegesi si sia sintonizzata su NRK2 per vedere almeno un pezzo della diretta, facendo di questa la trasmissione piu' seguita della storia della televisione norvegese).
L'ultima e' che tutta questa cosa implica un modello di vita inconcepibilmente lento per le nostre abitudini. Una lentezza che probabilmente farebbe saltare i nervi a quasi chiunque di noi — verosimilmente anche a me. Eppure devo confessare che ne subisco il fascino — che per certi versi mi pare — perfino noia compresa — un ritmo desiderabile. E d'altra parte e' un ritmo che permette alla Norvegia di essere uno dei paesi piu' competitivi del mondo. Alla faccia della nostra fretta.

P. S. Per ironia della lingua, Hurtigruten significa "rotta veloce". Cosi', tanto per capirci.


domenica, 8 maggio 2011
(Che) esperienza(,) Italia(!)
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Ma vaffanculo!, Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 9:47 am

Venerdì scorso, con i nonni e Costanza (It era a scuola — perche' non avrebbe comunque gradito questo genere di cose), siamo andati alla Venaria Reale a vedere il nuovo percorso espositivo della Reggia e la tanto decantata mostra "La Bella Italia", uno degli eventi clou delle celebrazioni del centocinquantenario dell'Unita'.
Approfittando dell'ora (quella della pausa pranzo), non ancora affollata nonostante l'arrivo degli Alpini per l'Adunata e degli appassionati di ciclismo per la partenza del Giro d'Italia, andiamo in biglietteria per fare l'abbonamento che ci permettera' di andare e venire tra mostre e musei di Torino e del Piemonte senza dover ogni volta pagare il biglietto (quasi una necessita', avendo figli privi di pazienza — che spesso e volentieri ci costringono a parzialissime visite lampo). Dentro ci sono due sportelli aperti, uno per i gruppi e uno per le visite individuali; all'uno e all'altro non piu' di sei/sette persone in attesa. Arrivato il nostro turno, chiediamo di fare l'abbonamento (come per altro indicato sul sito), ma l'impiegata ci dice che — dato l'affollamento — non puo' soddisfare la nostra richiesta; protestiamo, anche perche' il prezzo del biglietto "singolo" equivale da solo a quasi meta' di quello dell'abbonamento. Ci viene risposto, con discutibile ironia, che non ci ha ordinato il medico di vedere la reggia. Viene la tentazione di risponder male e di girare i tacchi, ma poi abbozziamo, se non altro per i nonni, che abbiamo trascinato fin qui — e ci rassegnamo a fare i biglietti per la visita. Quel che e' certo e' che a questo punto l'Abbonamento Musei, per il 2011, non lo faremo — e tante grazie alla brillante promozione della cultura in Piemonte.
Il percorso di visita della Reggia — solo in parte nuovo rispetto al passato — ha qualche caduta di gusto e qualche concessione di troppo al son et lumière, ma e' nel complesso interessante ed efficace. E poi la Galleria di Diana, con quella luce incredibile, con il contrasto tra la geometria implacabile del pavimento e la leggerezza degli stucchi, vale da sola non il semplice prezzo del biglietto, ma forse un viaggio fino a Torino:

La mostra, dal canto suo (per quanto — o forse perche' — curata da Paolucci e "messa in scena" da Ronconi), e' francamente imbarazzante. Certo — ci sono, tutte riunite insieme, tante di quelle icone della cultura italiana da far venire una certa vertigine. Ma ettari di croste, che avrebbero avuto tutto da guadagnare restando nella penombra dei magazzini, hanno trovato posto accanto a (e a volte al posto di) capolavori; il che di per se' non sarebbe terribile, se non in certi casi in cui francamente si e' esagerato: in fondo le mostre servono anche a far vedere opere che normalmente non ricevono adeguata attenzione. Il problema vero e' che la rappresentazione delle "capitali" italiane e' nella migliore delle ipotesi episodica ed impressionistica — in alcuni casi decisamente monca di capitoli essenziali (Venezia senza Bellini!) e infarcita di opere di nessuna rilevanza: sembra quel che e' rimasto negli occhi di un viaggiatore affrettato e non abbastanza colto dopo un sommario grand tour in Italia. Ma l'aspetto peggiore sta nell'allestimento, che tra l'altro impedisce una buona fruizione dello spazio (bellissimo) delle Scuderie e della Citroniera progettate da Juvarra: finte rovine di mattoni pseudo-romani, una moquette verde a chiazze irregolari, a simulare un prato, con tanto di foglie cadute qua e la' — sostituita a tratti da specchi a rappresentare, immagino, degli stagni.

Un look da stampa piranesiana d'occasione — o da trattoria romana per turisti, che nel complesso trasmette un'idea folcloristica dell'Italia — una roba da pizza e mandolini.
Ultima chicca della visita: il pagamento automatico del parcheggio funzionava male, con il risultato che ho dovuto pagare due volte e poi chiamare (al citofono, perche' non c'era nessuno presente) l'assistenza per farmi aprire la sbarra in uscita.
Spero proprio che l'esperienza dei tantissimi turisti che stanno visitando Torino in questi giorni sia stata migliore della nostra. Torino lo merita, probabilmente chi ha la responsabilita' di assicurare la qualita' delle loro visite no.


giovedì, 5 maggio 2011
Alla Tesoriera con Costanza – primavera 2011
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Quel che resta, la Cate — Scritto da waldorf alle 11:44 am

E' un luogo comune — come tale vero — che ognuno ha piu' o meno affinita' con una o l'altra stagione dell'anno. Il mio spirito e' torturato dall'estate, alternativamente cullato e depresso dall'autunno, sferzato dall'inverno e, banalmente, carezzato dalla primavera, breve stagione ormai in via di estinzione. Quando il vento comincia a ingentilirsi, compaiono le violette e le prime foglie sugli alberi e si tornano a sentire gli augelli, come direbbe Leopardi, subito mi sento presa da piacevoli sensazioni sepolte nei mesi precedenti. Non e' questione di ragionamento, l'arrivo della primavera lo percepisco fisicamente.
Quest'anno poi la ri-nascita della natura, sempre per parlare poeticamente, e' seguita alla nascita di Costanza, che ora impara a conoscere la primavera.
Cosi' abbiamo condiviso lo splendore delle prime giornate di aprile, tanto piu' che all'austera Torino particolarmente dona la primavera, e ne abbiamo passato una buona parte al parco della Tesoriera. Purtroppo a questo bell'inizio di aprile sono seguite una botta di caldo da piaga biblica e una botta di freddo piu' naturale ma impeditiva di lunghe permanenze al parco. Ora che ormai e' maggio le giornate sono variabili e un po' freddine, ma cio' non blocca certo le nostre passeggiate tra madre e figlia.
La Tesoriera, al numero 192 di corso Francia, non e' un posto di tendenza, ne' particolarmente noto, affondato in un quartiere abbastanza popolare come Parella, dove abitiamo noi. Il parco, originato dalla tenuta di un tesoriere dei Savoia, circonda la villa che credo nel suo aspetto attuale debba molto all'intervento ottocentesco promosso dal Marchese di Sartirana. Certo per molto tempo il tutto doveva essere sito in aperta campagna, tra campi e cascine. Ora al posto delle cascine ci sono condomini di diversi piani, che a loro volta sommergono il tessuto delle villette liberty ancora qua e la' presenti nella zona e probabilmente pure loro costruite quando da queste parti c'era poco piu' che campagna.
Il parco per la verita' e' di ridotte dimensioni, e si puo' andare da un lato all'altro in cinque minuti circa. Essenzialmente c'e' un'area giochi, anche troppo piccola per la platea dei giovani utenti, una bocciofila (un pallaio, come almeno una volta veniva chiamato in Toscana) intitolata a tale don M. Plassi, un chioschetto di bibite e gelati, una piccola giostra, una bella fontana, due prati piuttosto grandi, due corti viali di tigli imponenti, diversi altri begli alberi di veneranda eta', aiuole di tulipani e papaveri — e naturalmente la villa. Dovrebbe ospitare una biblioteca musicale, ma la villa e' in restauro da diverso tempo (io non l'ho mai vista in funzione e il cartello indica una fine lavori per il 2 marzo 2009…); ultimamente se non altro hanno tolto le impalcature e probabilmente a causa della breve apertura per la primavera del Fai (purtroppo non sono potuta andare) hanno adornato la recinzione del cantiere con il bandone di Esperienza Italia. Si vede comunque la bella facciata bianca e gialla della villa ed e' gia' qualcosa.
La Tesoriera nel suo complesso e' un luogo veramente ameno, anche se meriterebbe ben piu' rilevanti interventi di manuntenzione, altrimenti potrebbe essere ancora piu' bello. Non e' da farne una colpa a nessuno, di questi tempi si fa quello che si puo' e del resto recentemente, forse anche perche' le elezioni si approssimano, si vedono spesso operai al lavoro nel parco…
Ma quello che mi piace della Tesoriera e' la sua dimensione di quartiere, il suo essere una specie di giardino esteso per le case del circondario.
Le ridotte dimensioni limitano l'interesse degli amanti del footing e simili (che pure sono rappresentati) e in generale escludono l'interesse di chi non abita nelle immediate vicinanze, a differenza di parchi piu' grandi come la Pellerina o il Valentino. Invece con la bella stagione i residenti vicini si spargono per i vialetti e i prati della Tesoriera. Se in stagioni piu' rigide la gamma dei frequentatori e' piu' ristretta (un po' di bambini e i padroni dei cani, che certo non possono evitare di portar fuori i fedeli animali) in primavera sono rappresentate se non altro tutte le classi di eta', dai neonati come Costanza (per la verita' pochi, mi sa che i genitori se li conservano in casa) ai vecchietti piu' malridotti, a volte in sedia a rotelle e accompagnati da badanti di svariate nazionalita' che poi si riuniscono per scambiare quattro chiacchiere e alleviare cosi' il peso di un mestiere mica facile. Adolescenti si scambiano effusioni su panchine non sempre cosi' riparate, i bambini in grado di camminare e correre scorrazzano in qua e la', gli anziani meno anziani giocano a carte attorno ad affollati tavolini di plastica, discutendo su ogni singolo punto, altri invece giocano a bocce, soggetti di varia eta' prendono il sole sui prati, persone mature leggono sulle panchine, le madri degli infantiu' più piccoli come me li passeggiano cercando di far prendere loro aria e tenerli buoni e quando possono si siedono su una panchina a riposarsi un po'. Un giorno ho scambiato qualche chiacchera con la mamma di una quasi coetanea di Costanza (una giovincella di 5 giorni di meno) che con la figlia nel marsupio faceva giri del parco a passo militaresco pur di non far svegliare la piccola.
Ovviamente si incontrano cani di ogni eta', razza e dimensione accompagnati da padroni piu' o meno mannianamente coordinati. Non manca nemmeno chi fa musica o fanciulle che fanno il bagno nella fontana, a mo' di anitine della semiperiferia torinese. Una frequentatrice abituale dell'ora di pranzo fa yoga giocando contemporaneamente con il suo pastore tedesco.
C'e' poi entro il recinto del parco un asilo comunale che ospita sia il nido che la scuola dell'infanzia, e durante il giorno nel suo giardino compaiono spesso i bambinelli con i loro grembulini a quadratini di vario colore.
Io e Costanza capitiamo alla Tesoriera almeno una volta al giorno. Quando lei si addormenta, io mi posso mettere a leggere qualcosa e a guardarmi intorno e osservare lei pensando che non ci deve essere cosa tanto bella come dormire nella carrozzina vicino alla mamma, cullata dal cinguettio e magari da una lieve brezza primaverile. Magari lei nella sua limitata esperienza di vita non e' d'accordo, ma io al posto suo sarei parecchio felice. Per la verita' ne approfitto anche per leggere un po', in questo periodo un bel mattone come Underworld di Don DeLillo.
A volte in realta' penso che quello che mi affascina nella Tesoriera in questo periodo sia la capacita' del luogo di riunire tante persone di eta' e attitudini diverse, che il parco ospita tutte insieme dando accoglienza al loro bisogno di uscire, di incontrarsi o anche soltanto di godere dell'ombra dei suoi alberi per leggere il giornale. E in molta parte le esigenze delle persone che vi si trovano sono legate alla loro eta' e alla fase della vita che attraversano.
Cosi' la Tesoriera ogni giorno mi offre lo spettacolo di un completo ciclo dell'esistenza umana e mi fa sentire inglobata in questo ciclo e per una volta tanto parte di esso in modo non differente da tutti gli altri. E questo pensiero, guardando Costanza che del ciclo e' appena entrata a far parte, mi fa sentire insieme commossa e atterrita.


mercoledì, 4 maggio 2011
Sono un grammar-nazi (anche in senso stretto)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:38 pm

Pochi minuti fa sulla home della Stampa:


sabato, 30 aprile 2011
Riprendiamo le trasmissioni
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:18 pm

Prima siamo stati (con tanti figli e niente internet) da queste parti:

Poi ci si e' messo il blackout di Aruba.
Pero' siamo di nuovo qui.


venerdì, 15 aprile 2011
Un idraulico eroico
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:26 am

Un paio di giorni fa a casa nostra è venuto un idraulico "nuovo" chiamato per provvedere ad alcune perdite. L'artigiano al termine del suo lavoro ha redatto una regolare ricevuta con tanto di indicazione del mio codice fiscale, senza che gli fosse stato richiesto e senza prospettare la possibilità di pagare meno senza la ricevuta.
In qualsiasi altro paese civilizzato suppongo che ciò corrisponda alla normalità ma in Italia io personalmente lo vedo per la prima volta. Tutte le volte che penso alle cifre da capogiro che vengono sottratte all'imposizione fiscale però mi sento male, anche perché quale dipendente che non fa alcun lavoro al nero nel tempo libero (quale??) sono tra quelli che devono pagare per tutti. Per di più come madre di figlio disabile ho bisogno come l'aria di servizi pubblici e vederli tagliati o ridotti per colpa di chi non da quello che dovrebbe mi fa scoppiare di rabbia. La cosa che mi fa più male però è che l'evasione è considerata una sorta di diritto naturale anche dai pochi coglioni che le tasse le pagano, perché non ci si scandalizza mai troppo per chi evade e si cerca di farlo se si può. Del resto di fronte a comportamenti tanto diffusi finisce per essere veramente eroico andare controcorrente. Così la pressione fiscale su chi non può evadere aumenta con conseguenze che non sto a prospettare.
Così il mio idraulico finisce per essere una specie di eroe solo perché fa quello che la legge gli impone di fare. Roba da italiani.


venerdì, 8 aprile 2011
La cellulite, malattia dei pubblicitari
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 2:48 pm

Sta arrivando l'estate (ed anzi è già arrivata dato che ieri a Torino c'erano 29 gradi e non credo che oggi siano meno) e imperversano le spregevoli pubblicità che mirano a seminare o meglio a rendere ossessivamente presenti alla mente le insicurezza femminili sul proprio corpo in vista della "prova costume". La perfezione non è di questo mondo e quasi tutte le donne sono afflitte dal pensiero di qualche chilo di troppo, dei segni dell'età e quant'altro. Ma penso che con tutto questo si potrebbe seriamente convivere se non ci venisse continuamente spiegato quanto è grave essere umane e quanto è necessario rimediare con questo o quell'altro prodotto ai vari cedimenti o difetti del nostro fisico. Mi ricordo con brivido la pubblicità di qualche anno fa di una nota marca di creme il cui slogan recitava più o meno "oggi non ci si può più permettere di invecchiare".
Ora invece un'altra nota marca di prodotti contro la cellulite e analoghi spiega che la cellulite è una malattia da combattere aspramente. Non importa che sia un mero inestetismo che affligge più o meno la totalità della popolazione femminile, con una certa indifferenza per l'età e il peso. La logica pare che sia: è brutta da vedersi e quindi è una patologia. Il sito della marca in questione (che mi rifiuto di linkare per ovvi motivi) spiega che la cellulite "è un’alterazione patologica del tessuto connettivo e del pannicolo adiposo, con compromissione della microcircolazione" e una "patologia seria" che "si può combattere a patto di intervenire tempestivamente e adottare la giusta strategia".
E' di tutta evidenza che simili espressioni sono adatte a ben altre situazioni, ed è quanto meno fastidioso che pur di sfruttare le insicurezze femminili si trasformi un comune inconveniente in una malattia.
E' anche buffo del resto che ora ci spieghino come Kate Moss, una delle donne al mondo che più ha diffuso il credo della magrezza estrema, ora che non è più tanto giovane debba essere lodata per il coraggio di esibire la sua cellulite su una passerella. Andrebbe benissimo se appunto per un paio di decenni la signora non ci avesse spiegato che "skinny is beautiful", per poi cambiare almeno in parte atteggiamento per l'imperversare dell'età, il cui aumentare si poteva prevedere anche prima. E' persin troppo ovvio dove viene voglia di mandare lei e i suoi ossi e gli stilisti suoi sodali.


martedì, 5 aprile 2011
La bottega di Borghezio davanti alla Moschea (futura…)
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 9:07 am

A Torino suscita molta polemica il progetto dii realizzare una moschea in un fabbricato già esistente in via Urbino, in una delle zone non proprio più fortunate della città. Tralascio di ricostruire queste polemiche, basta un giro in rete per averne un'idea. Ovviamente in prima fila c'è la Lega che ha presentato anche ricorso al Tar pur di impedire che il progetto vada avanti. per la verità anche la tolleranza dei cattolici ha lasciato qua e là a desiderare, come quando il cardinal Poletto ha sancito che era giusto che i musulmani non pregassero per strada ma che era "presto" perche i minareti affiancassero i campanili. Tra i cattolici per fortuna si trovano anche punti di vista molto aperti, come quello di Suor Giuliana Galli, che è andata a dire la sua fino da Fazio e Saviano.
Io da comune cittadina mi chiedo perchè si debba discutere quella che è attuazione un diritto sancito dalla Costituzione secondo il cui art. 19 "tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume".
Temo che la risposta sia nel fatto che molti equiparano una moschea ad un sospetto covo di terroristi, e ad una sentina di mali di ogni genere. Mi sembra esattamente l'atteggiamento mentale che può favorire il terrorismo piuttosto che combatterlo.
Ora Borghezio ha pensato bene di aprire un circolo della lega proprio davanti alla moschea, come riferisce Cronaca qui (quotidiano che ha per missione di dare fiato a tutte le paure e gli odi della "gente comune" e perciò lettura senza dubbio interessante).
Si tratta ovviamente dell'ennesima provocazione, destinata a creare divisioni e ostilità dove si dovrebbe e potrebbe cercare di avvicinare le persone.
Peccato perché personalmente ho l'impressione che accogliere con ostilità o anche indifferenza la costruzione della moschea significhi perdere una buona occasione di crescita culturale. Perché questo paese, piaccia o meno, è già multietnico.


lunedì, 4 aprile 2011
Dropdown menus for real dummies
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 1:32 pm

The Rat Race usa un tema di Wordpress fatto dal qui presente dummy, a morsi e bocconi e con adattamenti successivi dalla versione 1.5, ma addirittura con pezzi che vengono dalla ormai defunta piattaforma di blogging di Excite (e da un template di Splinder del 2003!). A farla breve, una schifezza che non si riesce piu' a gestire. Pero' — al tempo stesso — si porta dietro una serie di trucchi e di giochini custom che mi sono fatto in anni, e buttar via tutto significherebbe dover andare a rimettere mano in centinaia di post per fare pulizia.
Qualcuno mi sa dire dove trovo delle istruzioni *veramente* for dummies per rifare completamente le sidebars in modo che siano compatibili con i widgets — o meglio ancora per sostituirle in toto con un dropdown menu in testa?


giovedì, 31 marzo 2011
Sono un grammar-nazi delle bandiere (2)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 11:30 pm

Se fossi monarchico, personalmente, cercherei di non farlo sapere tanto in giro. Lo troverei imbarazzante, piu' o meno come un grosso brufolo giallo che mi fosse cresciuto sulla punta del naso la mattina prima di un colloquio di lavoro — o peggio di un appuntamento galante. Mi vergognerei un po' ad avere come pretendente al trono uno che forse ha ammazzato un uomo, che probabilmente e' implicato in giri di prostituzione, che e' stato toccato da ogni genere di scandali, che in piu' di un'occasione si e' lasciato andare a risse pubbliche anche con altri membri della real famiglia. Per non parlare del principe ereditario, che fa il cantante e il ballerino in tv con esiti imbarazzanti. E per tacere pietosamente del nonno fellone, che ha firmato le leggi razziali — e del bisnonno che ha fatto prendere il suo popolo a cannonate.
Insomma, se fossi monarchico, avrei ben altri problemi da cui farmi angosciare — e soprattutto terrei un profilo cosi' basso che per vedermi ci vorrebbe la metropolitana. Ma se proprio mi venisse l'uzzolo di espormi al ridicolo e di far sapere a tutti come la penso — e decidessi di mettere alla finestra una bella bandiera del Regno d'Italia — almeno cercherei di esser sicuro di esporre quella giusta, di bandiera.
Invece a un po' di finestre di Torino e' fiorita questa bandiera qui, che ai tempi del Regno d'Italia poteva essere esposta soltanto dalle istituzioni dello stato e dalle unità militari, in particolare dalle navi da guerra.

La bandiera nazionale, quella che se mai dovrebbe stare alla finestra dei buoni cittadini fedeli al re (!), e' questa qui:


giovedì, 31 marzo 2011
Fora dai ball?
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:42 am

Così (ignoro però la perfetta ortografia del padanese) dice Bossi degli immigrati che in questi giorni assaltano Lampedusa, senza considerare che per molti di loro si può ipotizzare che possano avere diritto di asilo. Ma questo è un particolare che non interessa agli elettori della Lega, per cui i suoi leader possono fare a meno di considerarlo.
Al di là dell'emergenza preoccupante che è in atto, e provocazioni di Bossi a parte, sono convinta che tutti coloro che in qualsiasi termine pensano cose analoghe sugli immigrati, non solo siano nel torto per un principio "umanitario", ma anche perché il loro è un punto di vista assolutamente miope, e che le forze politiche che assecondano e rinfocolano queste tendenze xenofobe non possano che danneggiare il paese. Lo dico sine ira ac studio, veramente. Il fatto è che niente potrà fermare il movimento di moltitudini di persone dalle aree più svantaggiate del mondo al nostro occidente viziato. Credere di poter seriamente arginare questo movimento è lottare contro la storia e la natura delle cose.
Del resto non abbiamo un particolare merito a stare qui, né diritto di disprezzare quelli che sono nati altrove. Di questo disprezzo noi italiani abbiamo fatto una vasta esperienza storica, ma tendiamo a scordarcene.
Francamente, provo una profonda gratitudine e non poca vergogna nei confronti degli immigrati che lavorano onestamente, pagano le tasse e risiedono regolarmente in questo paese, che non fa niente per rendere più accessibile l'acquisto della cittadinanza, anche ai ragazzi che qui sono nati e si sentono italiani.
Si tratta di persone che contribuiscono economicamente anche a mantenere politici di professione che sproloquiano contro di loro ma non possono concorrere ad alcuna decisione politica mancando del diritto di voto anche in sede amministrativa. Magari molti italianissimi elettori di Borghezio evadendo le tasse sottraggono quel che dovrebbero versare anche per permettere a lui di campare facendo politica, dicendo le cose che dice.
Abbiamo bisogno degli immigrati, ma molti preferiscono far finta che vengano a portarci via chissà cosa, quando il più delle volte fanno quello che noi non vogliamo più fare, e spesso e volentieri li sfruttiamo magari approfittandoci della loro condizione di irregolarità. Sarebbe nel nostro interesse attirare le persone migliori, con più voglia di lavorare e di non permettere alla criminalità di arruolare gli immigrati, facile preda in un contesto in cui è tanto difficile mettersi in regola. Anche perché i criminali veri riescono ad aggirare le nostre norme che servono solo a vessare i poveracci.
In realtà, per me vale proprio il contrario di quello che dice Bossi. Sono quasi sorpresa che delle persone oneste e con capacità vogliano vivere in questo paese e sono contenta se lo fanno. Non mi pare che possiamo dire loro altro che grazie per il loro contributo.
Mi pare di aver collezionato una bella serie di banalità, ma sento il bisogno di dirle perché in questo paese e non solo si dicono troppe cose insensate e violente in tema di immigrazione.


martedì, 29 marzo 2011
Le mamme ai tempi di Neanderthal
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 9:43 am

Non me la sento più di dire che cosa sia giusto o meno nel crescere i figli.
Il modo in cui ognuno fa il genitore non può che essere personalissimo, dato che risente ovviamente delle esperienze di vita, del modo in cui siamo stati allevati, della nostra cultura e convinzioni, ma anche delle nostre possibilità fisiche e materiali. Credo che siano veramente poche le persone che però non ce la mettono tutta per dare il loro meglio.
Pure io provo, giorno per giorno, ad essere un buon genitore, ma per quanto riguarda Enrico essere madre di un bambino autistico è qualcosa, credo, di così profondamente diverso dall'esperienza comune e senza reale possibilità di agganci neanche con realtà simili che le regole tendono a scomparire. Cerchi di arrangiarti, di andare avanti, di adattarti alle necessità e di mantenere un provvisorio equilibrio, e certo non sei in grado di scrivere manuali. Per le mamme poi c'è sempre in serbo il senso di colpa, la sottile idea che tuo figlio sia così per qualche sbaglio che hai fatto mentre lo aspettavi o per come lo hai cresciuto all'inizio.
Devo dire però che, forse perché cresciuta all'epoca del femminismo, nonostante tutto detesto istintivamente la moda culturale degli ultimi tempi, quella del ritorno alla natura, l'esaltazione talebana dell'allattamento al seno, della madre a tempo pieno e così via. Così stamani, leggendo questo articolo, in cui si commenta l'opera di una psicologa americana che propone addirittura di prendere esempio dalla preistoria, non ho potuto fare a meno di avvertire un travaso di bile. Se è vero che il modo di allevare i figli che si è imposto con il tempo è per certi versi troppo artificiale, non mi pare che il passato (specie preistorico..) offra grande conforto e trovo ingiusto che ancora una volta il peso debba essere gettato sulle spalle delle madri. Allattare un figlio addirittura oltre un anno di età significa rinunciare sostanzialmente a lavorare senza che sia seriamente dimostrato il vantaggio per il figlio suddetto; non mi risulta che ai tempi in cui non esisteva il latte in polvere i sistemi immunitari rafforzati dall'allattamento al seno consentissero di evitare morti precoci per svariate malattie epidemiche. Che so, ancora all'inizio di questo secolo la spagnola ha ucciso milioni e milioni di persone. Sarò ignorante, ma mi pare che abbiano avuto per la salute collettiva una maggiore importanza il miglioramento delle condizioni igieniche in cui si vive e la diffusione dei vaccini rispetto agli anticorpi trasmessi dalla mamma.
Mi pare poi che sia frutto di un preconcetto che i genitori un tempo stessero più vicino ai figli o fossero in grado di impartire una migliore educazione, sia per cultura che per impossibilità materiale considerato il numero dei figli medesimi, in mancanza di anticoncezionali; sono piuttosto gli ultimi decenni ad aver esaltato l'importanza della presenza parentale nell'educazione. Del resto prima di Rousseau (uno che dei suoi figlioli si è sempre fregato) e dell' "Emile" credo che i "bambini" neanche esistessero come "persone" e che si assumesse una identità solo dopo essere sopravvissuti alla mortalità infantile, altissima. A nessuno poi per molto tempo è venuto in mente che i bambini non dovessero lavorare. Come si può seriamente trovare trarre insegnamenti da un passato che è solo un mito, che non offre reali termini di paragone con una realtà del tutto diversa?
Se anche si cercasse di ispirarsi a modelli parentali di tempi remoti, quale garanzia c'è dell'effetto di un tale sforzo in un contesto sociale del tutto diverso, in cui i bambini sono comunque circondati dalla realtà contemporanea?
E' però ben difficile ancora una volta evitare i sensi di colpa e così io personalmente mi sforzo con la mia figlia neonata di delegare il meno possibile, anche perché la mancanza di nonni vicini non mi lascia molta scelta. Ma il lavoro onestamente mi manca e prima o poi dovrò lasciare la piccola all'asilo nido o ad una tata. Ne verrà fuori una persona con forte disagio emotivo, egocentrica e violenta, come sostiene la psicologa di cui all'articolo?
Io purtroppo non posso saperlo con certezza, ma mi consola che non lo sappiano neanche quelli che riempono la carta stampata di precetti per mamme ansiose. Mi sa che non rimane altro che affidarsi alla sorte e al caro vecchio buon senso.
Anche perché a quelli che vogliono spiegare agli altri come vivere di tanto in tanto le cose non vanno benissimo, anche se nel frattempo hanno fatto i soldi vendendo le loro formule di non provata efficacia.


martedì, 29 marzo 2011
Se ne faceva anche a meno
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 7:12 am

Gente, non facevo piu' una notte completamente in bianco per lavorare dai tempi della tesi di laurea. Ci sono cose della gioventu' che non rimpiangevo.


giovedì, 17 marzo 2011
W'TLA
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 4:00 am

(che poi sarebbe la meta' di W L'ITALIA!)

17 marzo 1861 - 17 marzo 2011

Mi sono chiesto a lungo che cosa penso della festa del 17 marzo e del 150° anniversario dell'Unita'. No — non mi interessano le polemiche stupide sulla festivita' in se' — e non voglio nemmeno fare un ragionamento pseudo leghista. Ma mi sto chiedendo se davvero abbiamo ragione di festeggiare — e di essere orgogliosi di essere Italiani — e soprattutto se personalmente posso condividere questo orgoglio. Io, proprio io che tempo fa avevo scritto che scappare e' la sola cosa sensata che si possa fare — per chi lo puo' fare. Io, proprio io che in fondo sento molto piu' mia, anche emotivamente, la bandiera con le dodici stelle che il tricolore italiano — che penso da quando ho l'eta' della ragione che la mia patria vera sia l'Europa e che il tempo degli stati nazionali sia finito. Io, proprio io che davanti agli elenchi di "vado via" e "resto qui" di Fazio e Saviano mi riconoscevo quasi sempre (impotentemente) nelle ragioni dei "vado via".
D'altro canto come negare che ci sono cose che mi rendono fiero di essere italiano — e non parlo soltanto della pastasciutta e della cupola di Brunelleschi. Sono fiero di essere italiano quando vedo la dignita' degli operai di Mirafiori. Sono fiero di essere italiano quando rileggo la Costituzione. Sono fiero di essere italiano se penso alla legge sull'integrazione scolastica, che tutti i paesi civili ci invidiano o stanno cercando di copiare. Sono fiero tutte le volte che dimostriamo — e sono tante — di saper vivere con la "decenza quotidiana" di cui parlava un grande fuori moda, tutte le volte che mi guardo intorno e vedo che c'e' tanta gente civile, dignitosa, seria, appassionata — che c'e' un popolo di cui e' bello sentirsi parte — meglio, a cui e' *un onore* appartenere.
E poi penso all'Italia degli evasori fiscali. All'Italia che e' stata entusiasticamente fascista nel 1938 e in cui non c'era piu' un solo fascista in giro nel 1946. All'Italia delle raccomandazioni, delle conoscenze, dell'illegalita' diffusa. Penso alle volte che per ottenere per mio figlio un diritto ho dovuto affrontare mille ostacoli — e ce l'ho fatta alla fine soprattutto perche' sapevo quali leve muovere. Penso all'Italia di chi dice che bisogna sparare agli immigrati come a leprotti. Che i disabili gravi non dovrebbero stare a scuola. Penso all'Italia che ha meno donne occupate e meno donne in posizioni di responsabilita' di praticamente qualsiasi paese europeo. E' Italia pure questa — e non per un accidente cosmico: e' Italia perche' c'e' una grande parte di Italiani che *sono cosi'* — che sono stati fascisti e che oggi sono leghisti e berlusconiani — e che domani saranno qualunque cosa che permetta loro di continuare ad essere come sono — egoisti, pavidi, privi di senso del dovere, di responsabilita', della comunita' e delle istituzioni. E di questa Italia mi vergogno — profondamente — e mi vien fatto di pensare che sarebbe bello potersi tirar fuori, poter dire che non ho niente a che fare con lei.
Il fatto e' che ce ne sono due, di Italie. Che l'unita' e' ancora tutta da fare — e forse non si potra' fare mai. E che la mia patria — se ne ho una — e' una meta' dell'Italia — e che l'altra meta' mi fa abbastanza orrore. Per fortuna, vien fatto di pensare, quella meta' della patria se ne frega e con il tricolore ci si pulisce il culo. E allora forse vale la pena di festeggiare, oggi. Per la mia Italia — e alla faccia di quella di quegli altri.


mercoledì, 16 marzo 2011
Il neonato e l'undicesimo comandamento
Nelle categorie: Quel che resta, la Cate — Scritto da waldorf alle 11:13 am

Andare a giro con un bebè in passeggino o peggio che mai in carrozzina può già essere un esercizio poco gratificante per l'ingombro del mezzo, la fatica di affrontare o evitare le innumerevoli barriere architettoniche o persino pericoloso se ci sono persone che parcheggiano sulle strisce o sui marciapiedi magari quando sulla strada ci sono le rotaie del tram. Ma l'aspetto che trovo maggiormente antipatico, forse solo perché asociale, è l'interesse della gente, naturalmente soprattutto delle donne, per il fagottino che trasporti specie se è neonato. Se fosse questione solo di rispondere alle solite domande (quanto tempo ha, è maschio o femmina, come si chiama ecc…) sarebbe mal di poco. Ho l'impressione però che sui bambini ci sia attaccato una sorta di cartello con scritto "Caro passante, fatti i c… dei miei genitori, ma soprattutto della mia mamma, perchè senza il tuo intervento questa incapace mi farà morire di freddo, caldo, fame o quant'altro". Così ci si sente in dovere di preoccuparsi che il bambino abbia troppo freddo o caldo, anche se il suo dormire pacifico è indizio del fatto che non ha particolari problemi o di meravigliarsi perchè viene così piccolo gli si fa affrontare il terribile mondo esterno. Se poi invece il pargolo piange è necessario indagare sul motivo del suo scontento, che viene quasi sempre riportato alla fame, come se fossi una specie di Medea che porta a giro la creatura senza preoccuparsi di nutrirla adeguatamente. A quasi nessuno viene in mente che l'esserino potrebbe essere infastidito che so dalla luce al neon o soprattutto dal fatto che ti sei fermato in qualche posto, dato che il bambino in passeggino normalmente ha un atteggiamento da Speed e non tollera le soste. Niente di più imbarazzante di trovarsi in un ascensore affollato di astanti, che dovendo convivere per 30 secondi con la capace ugola della piccola, si mettono tutti ad interrogarti sulle motivazioni del pianto, facendo un sacco di osservazioni non richieste e domandandoti "ma non farà così anche la notte?".
Ma non è proprio possibile farsi una camionata di c.. propri, sul presupposto che i neonati piangono, perchè è il loro mestiere e magari la mamma è più contenta se non ci ricami tanto sopra? Tanto più che sono veramente c… suoi e sarà lei a doversi alzare la notte…


Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
Non era fuga, l'umiltà non era
Vile, il tenue bagliore strofinato
Laggiù non era quello di un fiammifero.

(via Contaminazioni)



venerdì, 28 gennaio 2011
(Pick yourself up) and start all over again
Nelle categorie: It, Quel che resta, la Cate — Scritto da Amministratore alle 1:03 am

Nel 2007, poco dopo aver ricevuto la diagnosi di It, scrivevamo:

Per noi la corsa dei topi e' finita. Non abbiamo piu' tempo di correre dietro al lavoro e a tutto il resto. Stiamo correndo dietro a nostro figlio. Senza fiato — piu' che mai — e con il cuore in gola. Ma anche — per strano che possa sembrare — con allegria — e con l'entusiasmo che ci viene da lui.

E' stato cosi'. Non abbiamo mai smesso di correre (forse non abbiamo mai corso tanto) — ma la nostra corsa e' stata prima di tutto quella dietro a nostro figlio. Abbiamo fatto in modo, con tutta la nostra determinazione (e non riuscendo sempre a farci capire), di non considerare It un "malato". Abbiamo cercato di vivere una vita a tutto tondo, senza farci schiacciare sulla sola dimensione dell'handicap di nostro figlio. Ci siamo massacrati di fatica — ma ci siamo anche divertiti. Abbiamo cercato di continuare a guardare il mondo senza diventare monotematici e monomaniaci — cercando di vedere anche cio' che non aveva relazione con It e con il suo autismo. Tuttavia, certamente, tutta la nostra esistenza ha girato intorno a nostro figlio, alle sue esigenze, alle sue stranezze, ai suoi gusti — alle possibilita' aperte e ai limiti imposti dalla sua condizione.
E poi — abbiamo fatto una scommessa. Un azzardo. Un'incoscienza. Un altro figlio (anzi, un'altra figlia). Sfidando tutte le buone ragioni che ci spingevano a dire di no: dal rischio genetico al possibile impatto emotivo e comportamentale per It, dall'eta' all'incubo logistico/organizzativo di crescere due figli (di cui *almeno* uno complicato) dovendo contare soltanto su noi stessi, dai soldi alla gestione del tempo, e cosi' via. Abbiamo scommesso di ripartire un'altra volta — di cominciare un'altra corsa ancora. Dietro ai nostri figli — all'incertezza del loro futuro e del nostro — alla vita.
Non sappiamo dove porta questa corsa — non sappiamo nemmeno se ci riavvicinera' alla vita di una famiglia "normale" — o se continueremo a divergere insieme a It. Non abbiamo nemmeno il tempo (e forse la voglia) di chiedercelo. Ma in questo momento la sensazione e' quella del surfista in cima all'onda perfetta.

P. S. Ovviamente anche il blog si aggiorna e si adatta alla nuova corsa — starting all over again, come dice la canzone.


martedì, 18 gennaio 2011
E' nata
Nelle categorie: Quel che resta, la Cate — Scritto da tutti e due alle 11:57 am

Costanza, tre chili e trecentosettanta. Tutti di voce. La mamma sta bene. Papa' vacilla un po'.

Stay tuned per Ecco la prima foto:

P. S. Ovviamente, in questi giorni ne' tempo ne' fiato per parlare d'altro. Riprenderemo, altrettanto ovviamente — a cominciare da dopo Mirafiori [ma di bungabunga no -- qui non si parla].


giovedì, 13 gennaio 2011
Dopo Mirafiori (2)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:37 pm

(Continua da qui)

2. L'accordo di Mirafiori prevede l'uscita dal contratto collettivo nazionale di lavoro e la stipula di un contrtto aziendale di primo livello. Da piu' parti, compreso il PD, si parla di superamento del CCNL come di un fatto di modernita', di un'evoluzione positiva. Si e' presentata anche una proposta di regolamentazione della materia che prevede esplicitamente la prevalenza della contrattazione aziendale su quella nazionale di categoria.
Personalmente lo scardinamento del sistema dei contratti collettivi nazionali mi pare invece una delle iatture peggiori che questa vicenda porta con se'. L'esempio di Mirafiori fara' precedente (alla faccia di chi diceva che Pomigliano sarebbe stata un'eccezione) — e il panorama delle relazioni sindacali si trasformera' in un groviglio di accordi aziendali. Con il risultato che i lavoratori, divisi, perderanno la loro principale forza contrattuale, il numero — e i sindacati si troveranno nell'impossibilita' di rappresentare interessi generali o trasversali, trovandosi ridotti alla prospettiva della singola azienda o addirittura del singolo impianto produttivo. E' uno sviluppo pericoloso per tante ragioni. La prima e' che la divisione rende tanto piu' vulnerabili i soggetti che piu' dovrebbero essere tutelati (penso alle PMI, alle situazioni di crisi, alle imprese con alta densita' di occupazione femminile o straniera, ecc. ecc.: tutte condizioni che rendono i dipendenti paticolarmente esposti e ricattabili e che faranno accettare contratti al ribasso che il CCNL avrebbe potuto tamponare). La seconda e' che il sindacato confederale attraverso i CCNL e gli accordi nazionali quadro (come quello vituperato del '93) ha promosso, a volte in maniera distorta forse, ma in linea di massima coerente, un disegno di coesione del paese e di tutela di interessi e diritti generali: se non sara' piu' in grado di farlo in futuro, come temo, sara' peggio per tutti. Per i lavoratori, ma anche per il sistema paese nel complesso — e perfino per le imprese. La terza ragione e' collegata alla seconda: e' possibile che le imprese spuntino dei vantaggi nel breve termine, ma un sindacato che non ha la capacita' di guardare agli interessi generali e ai livelli nazionali sara' in prospettiva un sindacato rivendicativo e corporativo, che moltiplichera' le microvertenze se non altro per guadagnare legittimazione agli occhi dei lavoratori. Si tende a dimenticare che gli accordi nazionali sono anche stati un efficacissimo strumento di gestione ordinata e di prevenzione della conflittualita' a livello aziendale: se si vuole rinunciare a questo strumento che davvero giova a tutti, auguri.

3. L'accordo prevede che soltanto i sindacati firmatari possano svolgere la loro attivita' all'interno dello stabilimento. Chi e' contrario non ha piu' spazi di accessibilita' (assemblee, permessi sindacali, bacheca, spazi fisici, possibilita' di comunicazione informatica), non ha rappresentanza, non puo' nemmeno piu' ricevere direttamente dall'azienda le quote di adesione degli iscritti (ricordo che su questo punto il sindacato confederale, CISL e UIL in testa, fece una gran battaglia ai tempi del referendum abrogativo del 2000: hanno cambiato idea?). Per di piu' le rappresentanze sindacali verrebbero nominate dai sindacati firmatari e non elette dai lavoratori: di conseguenza, qualunque esigenza dei lavoratori che non trovi espressione nel sindacato firmatario e' destinata a restare non espressa e non rappresentata — e se i lavoratori dovessero in futuro ritenere non piu' rappresentativa la loro RSA non avrebbero alcuno strumento per sostituirla.
Non e' soltanto un atto di repressione del dissenso. C'e' dietro un'idea precisa, che e' stata espressa piu' volte in questi giorni, cioe' che il conflitto tra lavoratori ed impresa sia una cosa del passato, e che nel presente contesto il ruolo delle relazioni sindacali sia quello di favorire la convergenza di interessi tra i due soggetti. Questa idea di relazioni industriali non e' nuova, e' quella propria di tutti i sistemi totalitari: dal fascismo in Italia al socialismo reale in URSS o in Cina. Per i regimi del socialismo reale l'idea di fondo era che la presa del potere da parte della classe operaia avesse cancellato la lotta di classe: i lavoratori — ormai padroni di se stessi — non potevano essere in conflitto con chi, in nome loro, dirigeva la produzione. Dal canto suo, anche il regime fascista riteneva superata la contrapposizione degli interessi di lavoratori e imprese nel sistema delle corporazioni e in nome dell'interesse superiore della produzione, che avrebbe dovuto e potuto assicurare il benessere dei singoli e la potenza della nazione: anche in questa logica il conflitto sindacale e' percepito come autolesionistico. A me sembra che in molti discorsi recenti sull'obsolescenza della lotta di classe e del conflitto sindacale si respiri la stessa identica aria.
Sia nella negazione pratica della democrazia interna, sia nei presupposti teorici, mi chiedo in che cosa il modello di relazioni sindacali di Mirafiori sia diverso da quello tanto vituperato dei "sindacati ufficiali" della Cina di oggi o della Polonia pre-Solidarnosc, giusto per fare due esempi. E vorrei che qualcuno mi spiegasse a quale titolo poi sproloquiamo sulla negazione dei diritti democratici e sindacali in altri paesi.
Va detto pero' che i sindacati confederali (CGIL compresa) hanno gravi colpe su questo tema. Una conventio ad excludendum nei confronti dei sindacati non firmatari di contratti c'e' da sempre nella cultura confederale, parallela a un tentativo di garantirsi una rappresentanza esclusiva dei lavoratori. Marchionne, CISL e UIL hanno semplicemente sfruttato a loro favore un sistema che in gran parte preesisteva ed era finalizzato a mantenere ai margini della trattativa sindacale sigle come i COBAS e i sindacati autonomi. D'altronde, quando Camusso propone una firma tecnica dell'accordo perche' la FIOM non sia tagliata fuori dalla rappresentanza, mostra di vedere come solo problema quello dell'esclusione della propria sigla, non quello del restringimento degli spazi di democrazia sindacale. Ho l'impressione che su questo punto una riflessione seria e critica non farebbe male a nessuno — temo che nessuno avra' la voglia e la forza di farla.

Oggi si vota a Mirafiori. Si vota con il ricatto di un padrone che dice "o cosi' o perdete il lavoro"; con un capo del governo che dice "o cosi' o fa bene Marchionne a portarvi via il lavoro" (alla faccia della tutela dell'interesse nazionale); con larga parte dell'opposizione che ha scelto la tutela degli interessi dei datori di lavoro anziche' quella dei diritti dei lavoratori. Non c'e' storia. A Mirafiori vincera' il si' — e vorrei davvero che qualcuno fosse capace di convincermi che non sara' una iattura.
Dopo questo si' — comunque — bisognera' pur cominciare a capire che sistema di relazioni sociali (prima ancora che industriali) sta nascendo, quali sono i rischi — e soprattutto (lo so che suona vecchio e leninista, ma mi sa che tutto il mio ragionamento suona vecchio) — "che fare?"

(2 – continua)


mercoledì, 12 gennaio 2011
Dopo Mirafiori (1)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 1:35 am

Sentite, io 'ste robe qui e' un bel po' che ce le ho a sobbollire (e a suppurare) dentro — e man mano rimando, perche' mi pare di aver nello stesso tempo troppa carne al fuoco e niente di definitivamente chiarito. Pero' se non comincio a dirle — va a finire che mi ci strozzo, e magari a parlarne con qualcun altro capisco meglio pure io.
Perche' da un po' di tempo a questa parte leggo un sacco di gente (anche persone intelligenti e che stimo, anche a sinistra, anche nel PD — e perfino da qualche parte in CGIL) impegnata a spiegare che Marchionne incarna una modernita' inarrestabile — e che opporsi all'accordo di Mirafiori e' un vezzo arcaico, o peggio un tafazzismo fuor di luogo, ecc. ecc. Siccome a me questo modo di veder le cose proprio non torna, provo a dire perche' non sono convinto — nella speranza che un confronto con altri mi aiuti a comprendere meglio, se non a cambiare idea.
Siccome sara' lunga, vado a puntate. E lo schema che grosso modo voglio seguire e' questo:

  1. L'accordo di Mirafiori

  2. Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro

  3. La rappresentanza sindacale e la democrazia

  4. La (re)distribuzione del reddito e la giustizia sociale

  5. Resa senza condizioni, scontro sociale — oppure concertazione?

  6. Che fare dopo Mirafiori?

1. Io mi sono preso l'onere di leggermelo tutto, l'accordo di Mirafiori. Non sono certo di averlo *capito* tutto, perche' ha (ovviamente) contenuti molto specifici e tecnici — e mi mancano la cultura e i riferimenti necessari. Percio' puo' darsi che diverse cose mi sfuggano, in bene e in male. Provo a dire che cosa ci ho letto dentro.
Ci ho letto un peggioramento delle condizioni di lavoro degli operai. Meno pause durante la giornata di lavoro, la mensa spostata a inizio o fine turno, sabati lavorativi, perfino la possibilita' di avere turni di *dieci ore* giornaliere di lavoro con una interruzione di mezz'ora per la mensa. E centoventi ore di straordinario l'anno a discrezione dell'azienda, da effettuare nei sabati e nelle giornate di riposo, con altre ottanta ore che possono essere aggiunte a seguito di un accordo con il sindacato: detto cosi' forse non fa impressione, ma vuol dire che possono saltare da quindici a venticinque giornate di riposo sulle circa cento che ci sono nell'anno (ferie escluse). Certo, lo straordinario e' retribuito (e vorrei pure vedere). Certo, se il lavoro c'e' non si puo' che esser contenti. Ma vorrei vederlo Matteo Renzi, che predica tanto sulle buone ragioni di Marchionne, a mettere in fila in un anno da quindici a venticinque settimane di quarantotto ore di lavoro *fisico*.
Devo dire che mi hanno colpito meno le tanto vituperate norme "contro l'assenteismo". Trovo scandaloso, in linea di principio, che il datore di lavoro decida di non pagare la malattia sulla base di una sorta di "presunzione di colpevolezza" del lavoratore assente: ma il dettaglio dei meccanismi previsti e' tale da rendere probabilmente marginali — e verosimilmente abbastanza ben mirate ai veri assenteisti, se ci sono — le sanzioni.
Non ho letto neppure, al contrario di quanto e' stato detto, una limitazione al diritto di sciopero. Sinceramente, sarei contento che qualcuno mi spiegasse quale clausola potrebbe essere utilizzata per impedire uno sciopero o per sanzionare i lavoratori che dovessero aderire ad uno sciopero (il testo degli artt. 1 e 2 non mi pare, per quanto oscuro e contorto, interpretabile in questo senso: se sbaglio, spiegatemi perche', per favore). L'accordo rimane brutto anche senza bisogno di gridare al lupo su questo punto.
Ora, fa parte dell'etica e del ruolo del sindacato firmare anche brutti accordi, se i rapporti di forza sono sfavorevoli e se si riescono comunque a strappare contropartite su altri piani. Se questo fosse davvero il caso dell'accordo di Mirafiori, bene avrebbero fatto CISL e UIL a firmare. Ma l'aspetto peggiore e' che in questo caso si e' accettato un peggioramento delle condizioni di lavoro in cambio di nulla. Nel testo dell'accordo non c'e' alcun impegno di FIAT a mantenere o ad incrementare i livelli occupazionali, non c'e' alcun impegno vincolante ad investire su Mirafiori. Gli impegni vincolanti sono tutti a carico dei lavoratori e del sindacato; da parte datoriale c'e' un generico riferimento (in premessa e non nel testo vero e proprio, e mai richiamato nell'articolato) alla illustrazione avvenuta in novembre del "piano per il rilancio produttivo dello stabilimento di Mirafiori Plant": non c'e' un numero, non c'e' un obiettivo, nulla. Se i lavoratori o il sindacato non dovessero rispettare anche una sola clausola dell'accordo, l'azienda sarebbe libera di recedere dallo "scambio contrattuale" (art. 1): ma se FIAT non desse seguito in tutto o in parte alle sue (vaghe) promesse su investimenti e occupazione, se non mettesse in produzione modelli competitivi, ecc., niente e nessuno potrebbe contestarle una qualche violazione dei patti.
Un accordo cosi' asimmetrico e' in effetti una resa senza condizioni. E cio' limitandosi strettamente al merito — e senza aver affrontato questioni di carattere piu' generale, come quella dello strappo al sistema dei CCNL e della rappresentanza sindacale (su cui diro' la mia — spero — domani, visto che il pippone ha gia' sfondato, per stanotte, le ottocento parole).

(1 – continua)


martedì, 21 dicembre 2010
Jacqueline de Romilly (1913-2010)
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 12:54 am

In questa Italia orrenda e sguaiata nessuno ha sentito il bisogno di parlarne — ma questa donna e' stata un faro, e non solo per la sparuta pattuglia di noi grecisti.

P. S. Nei miei sogni piu' sfrenati, vorrei che anche in Italia un ministro della difesa di destra potesse scrivere una cosa cosi'. Poi torno in me e vedo lui.


venerdì, 17 dicembre 2010
Blake Edwards (1922-2010)
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 3:55 pm


giovedì, 2 dicembre 2010
XX
Nelle categorie: Quel che resta, la Cate — Scritto da tutti e due alle 9:45 pm

Incrociate le dita per noi, perche' qui tra poco si ri-diventa mamma, papa', fratello e sorella.
XX (di genere femminile assai certo, a differenza di It, che resto' neutro fino all'ultimo) e' prevista da queste parti intorno al 18 gennaio.


Trentatré trentini in francese.
Che strano — a me riescono meglio che in italiano.



martedì, 16 novembre 2010
200.000
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 2:30 pm


Oggi alle 14.26

Grazie a tutti.


A quasi nessuno dei lettori di The Rat Race il nome di Ermanno Conti dice qualcosa. Pero' era una persona per bene, un politico di quelli attenti davvero al bene pubblico, un uomo limpido. In epoca di rottamatori, era uno di quei vecchi che avremmo voluto eterni.



sabato, 6 novembre 2010
Compleanno
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 2:02 pm

The Rat Race e' cominciato sette anni fa. Sembra una vita — ma in fondo, se ci penso, non e' mica che le cose di cui parliamo siano cambiate tanto.
Un grazie a tutti voi che venite a trovarci, da tanto o da poco tempo.


venerdì, 5 novembre 2010
Il limone di Terzigno
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 12:35 pm


(dal Corriere del Mezzogiorno)

Pare che il mostruoso limone di Terzigno, che e' finito su tutti i giornali come prova dell'avvelenamento del territorio causato dalla discarica, sia in realta' un frutto aggredito da un parassita ben noto a chi coltiva agrumi, l'acaro delle meraviglie.
Trovo deprimente che chi da' le notizie non si prenda la briga nemmeno di fare queste verifiche elementari. Ignoranza, sciatteria, malafede — non so se separatamente o tutte insieme. Ma cosi' davvero si avvelenano i pozzi del discorso pubblico.


lunedì, 27 settembre 2010
Lettera dell'Assessore Pellegrino di Chieri sull'integrazione degli alunni disabili a scuola
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 4:46 pm

Ricevo dall'Assessore Pellegrino questa mail relativa alla vicenda di cui abbiamo parlato qui, qui, qui e qui:

Egregi Signori/e
Rispondo personalmente alle vostre mail, anche se per lo più dense d’insulti e cattiverie nei miei confronti, perché comunque denotano in voi un vivo senso di sensibilità, sensibilità gravemente offesa dalle dichiarazioni, a me attribuite, che avete letto su LA STAMPA.

Ma tutti voi avete un difetto, peraltro comune a molti, quello di ingenuità, ingenuità di credere che quanto riportato sulla carta stampata corrisponda alla verità dei fatti, il che purtroppo, come ho potuto sperimentare a mie spese, non sempre accade.
Fortunatamente la seduta del Consiglio Comunale in cui avrei fatto quelle affermazioni è stata integralmente registrata, e spero che al più presto il mio intervento, trascritto o in sonoro, possa essere a disposizione di tutti sul sito del Comune di Chieri.
Per ora vi allego il testo della mia conferenza stampa di ieri pomeriggio, peraltro disponibile anche in sonoro sul sito www.radiochieri.it.

Vi evidenzio anche il mio slogan a conclusione della conferenza stampa: dico si, assolutamente si, ai disabili a scuola.
Con il che ho inteso dire che penso alla scuola non tanto come ad un luogo dove inserire il ragazzo in situazione di difficoltà, ma anche e soprattutto un complesso sistema, che corrisponde ad una fase della vita dell’uomo, volto alla sua formazione: culturale, civile, sociale.
Compito precipuo della scuola è dunque educare, fare crescere, non nella sua componente fisica, cui già pensa la natura, ma in quella psichica – intellettuale – spirituale il piccolo uomo fino a farlo diventare un uomo degno di questo nome.

E quando la scuola non può assolvere a questo compito e diventa soltanto una sorta di luogo di custodia quasi detentiva, come nel caso che io ho esposto di un ragazzo gravemente disabile psichico, e non fisico, abbandonato, perché altro termine non so usare, in scuola a camminare avanti ed indietro nei corridoi, ebbene allora è mio dovere di amministratore pubblico, pur se la relativa soluzione non rientra nelle mie competenze istituzionali, evidenziare il problema perché vi sia data una congrua soluzione, perché sia data una risposta alla richiesta urgente di aiuto che proviene da questo ragazzo.
Risposta che certo non consiste nelle classi differenziate o simili, e che forse ancora non può essere completamente trovata nelle realtà attuali, ma che comunque non può essere tralasciata, anche a costo di avere grane, come a me è capitato.

E questo ho fatto e non me ne pento, anche se le mie parole non solo sono state travisate, ma persino trasformate in altre, e ciò nella prospettiva di un attacco politico, non tanto a me che sono solo un cittadino provvisoriamente prestato alla politica e non un politico di mestiere, quanto alla amministrazione di centro destra di cui faccio parte. Attacco oltretutto che, almeno ad oggi, non proviene dai consiglieri di opposizione dell’amministrazione cittadina che nulla hanno replicato alle mie parole nel Consiglio Comunale aperto (e che mi auguro non approfitteranno della situazione mettendosi anch’essi a cavalcare la tigre), ma da qualcuno che evidentemente ha più attenzione a fare gretta politica di denigrazione della parte avversa, piuttosto che a contribuire a risolvere un problema che tocca i cittadini più deboli.

Comunque ho fiducia che da questa situazione di prova in cui la Provvidenza mi ha voluto collocare derivino delle possibilità di miglioramento per i più deboli, per quelli, che purtroppo mi risulta siano numericamente in crescita, si trovano abbandonati a camminare avanti ed indietro nei corridoi.

Ovviamente non ricambio le ingiurie che molti di voi mi hanno inviato, ma chiedo a costoro di darmi una mano in questa solitaria battaglia, in coerenza con la loro sensibilità giustamente turbata dall’articolo apparso sul giornale.

Cordialmente.

Giuseppe Pellegrino

Qui l'allegato con le dichiarazioni dell'Assessore in conferenza stampa.
Qui la trascrizione integrale dell'intervento dell'Assessore al Consiglio comunale aperto del 21 settembre.

Questa e' la risposta che ho inviato all'Assessore:

Egregio assessore Pellegrino,

La ringrazio per aver voluto rispondere alla mia mail dello scorso 24 settembre. Ho letto con attenzione la sua risposta, cosi' come il testo delle sue dichiarazioni in conferenza stampa — ed anche la trascrizione integrale del suo intervento al Consiglio comunale del 21 settembre.

Mi permetta comunque di non riconoscermi nell'accusa di ingenuita' che formula nella sua risposta: proprio perche' sono abituato a verificare le fonti delle mie informazioni, ho preso atto della sua smentita non appena ne ho avuto notizia e mi sono sentito in dovere di venire ad assistere di persona alla sua conferenza stampa del 25 scorso. Non essendo riuscito ad ascoltare per intero le sue dichiarazioni, ho fatto in modo di procurarmi l'audio integrale e la trascrizione, in maniera da poter formare il mio giudizio di prima mano.

Devo darle atto che il tono delle sue dichiarazioni e' certamente piu' pacato e meno offensivo di quello che la ricostruzione giornalistica de La Stampa le ha attribuito. Non leggo da nessuna parte, nelle sue parole, alcune frasi che le sono state attribuite, come che i disabili "non hanno niente a che fare con l'istruzione", o che "disturbano". Me ne rallegro, perche' sarebbero state davvero dichiarazioni "idiote e cattive".

Tuttavia nella sostanza tanto il suo intervento al Consiglio del 21, quanto le parole da lei pronunciate in conferenza stampa il 25, quanto infine il contenuto della sua mail di ieri mi costringono a confermare la mia opinione: credo che le posizioni da lei espresse, pure nella versione “corretta”, presentino aspetti difficilmente conciliabili con il suo ruolo di assessore all’istruzione, e, temo, con le stesse previsioni della legge italiana in materia di educazione scolastica degli alunni disabili.

Mi permetta di esporle, il piu' pacatamente possibile, perche' mi sono formato questo convincimento.
Nelle sue dichiarazioni, lei fa riferimento alla questione delle "diverse tipologie di handicap": il suo — quindi — non e' soltanto un discorso su un caso particolare, ma una posizione generale sull'opportunita' di integrazione dei minori portatori di handicap nella scuola: in bocca ad un assessore in una sede ufficiale, questa posizione diventa necessariamente l'espressione di una linea politica della sua amministrazione, salvo smentita da parte del suo Sindaco.
Nella sostanza, la linea che lei ha espresso e che — fino a prova del contrario — e' quella della Giunta di cui lei fa parte, e' che "per talune di queste tipologie, per fortuna la quasi totalita', risulta assolutamente necessario ed opportuno [...] provvedere alla [...] integrazione nell'ambiente scolastico"; "per talaltre tipologie, eccezionali ma a quanto pare in aumento, costituite da gravi – gravissime disabilita' psichiche [...], il sostegno che puo' essere fornito a scuola [...] non mi pare la soluzione piu' idonea per realizzare, per quanto possibile, un recupero del ragazzo alla vita sociale".
Lei prosegue dicendo che "l'attuale struttura delle nostre scuole [...] ed i servizi che si possono approntare a sostegno, non mi paiono idonei a costituire un utile ed efficace aiuto al minore disabile in queste condizioni" e che, a preferenza dell'integrazione nella scuola, "vadano individuate, e ove non esistenti realizzate, altre localizzazioni piu' efficacemente strutturate, con risorse umane e materiali all'uopo predisposte, piu' funzionalmente idonee a rispondere alla domanda di aiuto…".
Lei percio' sostiene che non per tutti i disabili l'integrazione a scuola e' auspicabile ed utile. In particolare laddove le disabilita' mentali portino a comportamenti problematici, la soluzione preferibile sarebbe l'inserimento in strutture speciali "predisposte alla cura ed al recupero".
Innanzi tutto, questa posizione e' in contrasto con la legge italiana. Come lei sa, in attuazione dell'art. 3 della nostra Costituzione, la legge 104/1992 prevede (art. 12 c. 2) che "E' garantito il diritto all'educazione e all'istruzione della persona handicappata nelle sezioni di scuola materna, nelle classi comuni delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado e nelle istituzioni universitarie". Non sono previste eccezioni, nemmeno per i casi "difficili": "L'esercizio del diritto all'educazione e all'istruzione non può essere impedito da difficoltà di apprendimento né da altre difficoltà derivanti dalle disabilità connesse all'handicap. (art. 12 c. 4)".
Ma l'integrazione non e' soltanto un dovere imposto dalla legge. E' una necessita' educativa e sociale, per i bambini e ragazzi disabili — ma anche per quelli "normali" che imparano a entrare in un rapporto positivo, di responsabilita' e di condivisione, con chi e' diverso da loro. Tutto questo si perderebbe con l'isolamento in strutture diverse dalla scuola.
Ma anche accedendo alla sua ipotesi, dove sono queste strutture? Ci sono gia' oggi migliaia di casi di bambini e ragazzi disabili allontanati di fatto dalla scuola perche' l'assistenza ed il sostegno non sono adeguati o addirittura mancano del tutto. Questi casi si stanno moltiplicando perche' i tagli ai fondi colpiscono pesantemente in situazioni dove, come lei sa bene, mancava gia' l'essenziale. Questi bambini e ragazzi, spero che lei lo sappia, non trovano collocazione in altre strutture, che non esistono quasi da nessuna parte. Finiscono abbandonati — privati di interventi educativi e di possibilita' di socializzazione che non possono e non dovrebbero essere lasciati a carico delle famiglie.
Potra' obiettare che spesso il sostegno a scuola e' inadeguato, per quantita' e qualita', ai bisogni di molti alunni disabili, in particolare laddove le loro condizioni richiedano competenze e interventi specifici. E' certamente vero: e dove mancano le competenze il sostegno si riduce spesso a custodia e a protezione, non e' intervento educativo, non e' integrazione con il gruppo classe, non e' potenziamento delle capacita' cognitive e relazionali dell'alunno disabile. Sono situazioni gravissime, di cui abbiamo purtroppo esempio quotidianamente. Ma la soluzione non e' fuori dalla scuola e fuori dalla legge: e' intervenire per fare in modo che i diritti di queste persone siano garantiti nell'ambiente scolastico: rivedere meccanismi di nomina e graduatorie degli insegnanti di sostegno, garantire la disponibilita' di fondi e di organico, migliorare la formazione, creare strutture scolastiche effettivamente accoglienti, garantire i servizi comunali che la legge prevede, ecc.
Ora — in particolare da un amministratore pubblico — questo mi sarei aspettato: mi sarei aspettato che fosse lui il primo a far valere ogni mezzo, ogni pressione, ogni strumento a disposizione della sua istituzione e della politica (di quella politica che — cosi' interpretata — non e' affatto cosa di cui vergognarsi!) perche' al ragazzo che va su e giu' per il corridoio fossero garantite modalita' di sostegno e di integrazione adeguate a scuola. Perche' il diritto all'integrazione scolastica, quella vera, quella fatta bene, quella che costa soldi e che richiede lavoro, competenza, dedizione, sia garantito a tutti, anche ai giovani cittadini "difficili". Mi sarei aspettato davvero un "Si', assolutamente si' ai disabili a scuola".
Invece no: invece lei propone di selezionare i piu' deboli dei deboli — e di allontanarli dalla scuola, di segregarli altrove (un "altrove" che lei stesso riconosce che non esiste). Lei dice di fatto: "Si' ai disabili a scuola: ma non proprio tutti". Lei — come minimo — si arrende, rinuncia a lavorare per garantire i diritti di tutti. E con lei si arrende e rinuncia l'istituzione che rappresenta.
Ma non basta: perfino al di la' delle sue buone intenzioni e della sua buona fede, che non esito a riconoscere, con questo atteggiamento lei da' forza alla tentazione che riemerge da tante parti, quella di abbandonare i piu' deboli, perche' farli camminare insieme agli altri e' troppo difficile — o troppo costoso in tempi di ristrettezze economiche. C'e' un'aria strisciante di darwinismo sociale, in questi anni, che rappresenta le persone deboli come un peso per la societa' — e la tutela dei loro diritti come un lusso che non possiamo piu' permetterci. Le sue dichiarazioni, anche se non credo che questo fosse il suo intento, alimentano questo clima. In fondo a questo cammino io vedo il ritorno alle scuole segregate, magari in nome della migliore assistenza alle persone disabili e del piu' razionale impiego di risorse economiche limitate.
Se ben riflette alle implicazioni delle sue dichiarazioni, si renderà conto come questo non possa essere accettabile, né veramente degno del suo importante ruolo di assessore all'istruzione, ed anzi si risolva in un vulnus al suo dovere di lavorare per il bene pubblico. Queste sono le ragioni per le quali, con grande rammarico, mi creda, continuo a chiederle di rassegnare le dimissioni dall'incarico di assessore all'Istruzione, essendo le posizioni finora da lei espresse in contrasto con i doveri discendenti dalle relative funzioni.

Grazie per la sua attenzione.

Angelo M. Buongiovanni


mercoledì, 8 settembre 2010
Perdere pezzi
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori, Vecchi post (Excite), Web — Scritto da Amministratore alle 1:19 am

Scopro in ritardo che Excite ha chiuso la sua piattaforma di blogging — e quindi che i post di The Rat Race del 2004 sono andati persi.
Grazie alla cache di Google sono riuscito a recuperare un po' di cose, ma molte altre mancano e soprattutto sono spariti tutti i commenti.
Non una gran perdita — ma una notevole arrabbiatura si'…


martedì, 17 agosto 2010
62° lat. N
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 6:33 pm

23°C, bel tempo fisso da giorni — questo posto qui davanti alla finestra:

(niente internet — so what?)


mercoledì, 4 agosto 2010
Vacanze
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 11:50 pm

Le prossime due settimane saremo tra Svezia e Norvegia, per lo piu'da queste parti. Se c'e' un wi-fi decente, magari postiamo qualcosa.


giovedì, 22 luglio 2010
Audi
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:32 am

Secondo voi che ha fatto 'sto tizio per guadagnarsi uno sfregio simile con lo spray arancione sull'Audi nuova nuova?

(d'altronde, se e' vero questo teorema di .mau., e' probabile che se lo sia meritato)


giovedì, 15 luglio 2010
39°
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:18 pm


(In centro di Torino, macchina ferma all'ombra)


lunedì, 12 luglio 2010
Training autogeno
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:41 am


(per favore, cliccate su Shuffle-Yes e Fast)

(Non ho caldo)


lunedì, 21 giugno 2010
If no(w) Europe
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:53 am

Ho detto la mia sui temi in discussione su If no(w) Europe.


giovedì, 17 giugno 2010
Per Paolo Zocchi
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Free Knowledge, Pipponi, Quel che resta, Roba da autistici, Web — Scritto dal Ratto alle 12:55 pm

Paolo

Oggi a Roma (all'Hotel Quirinale alle ore 18) viene presentato un volume di scritti in memoria di Paolo Zocchi. E' un bel modo di ricordarlo, cercando di mettere in campo riflessioni per il futuro. Non ce la faro' ad esserci di persona — ma ci sono con il cuore e con il cervello.

C'e' anche un mio contributo sull'importanza del web 2.0 per la comunicazione (e la liberazione) delle persone autistiche.


mercoledì, 16 giugno 2010
La nuova frontiera delle tette nella pubblicita'
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 11:17 pm

In Italia e magari anche negli altri paesi, le tette in specie, ma anche altri salienti parti anatomiche femminili vengono utilizzate per vendere un po' di tutto. Credevo di aver visto piu' o meno il possibile in questo campo (che so, il mitico silicone sigillante della Saratoga), finche' non sono stata colpita dalla pubblicità di una marca di cibo per cani e gatti, esaltata per la sua naturalita'. La campagna fa riferimento all'amore (per gli animali domestici, si suppone ma visto il contesto viene un sospetto di zoofilia) e mostra appunto le tette di una modella con maschera da gatto, che se non altro non sembrano troppo rifatte. Fatto sta che, natura o non natura, con le tette ci danno anche questi dei croccantini e dei bocconcini .

Spero che questo sia veramente il fondo, perche' personalmente sono esasperata dalla ipersessualizzazione (tutta a spese delle donne) nella pubblicita'.


sabato, 12 giugno 2010
Promemoria
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:06 pm

ἓν παρ' ἐσλὸν πήματα σύνδυο δαίονται βροτοῖς
ἀθάνατοι. τὰ μὲν ὦν
οὐ δύνανται νήπιοι κόσμῳ φέρειν,
ἀλλ' ἀγαθοί, τὰ καλὰ τρέψαντες ἔξω.

Per un bene due mali insieme danno ai mortali
gli immortali. A questo
non sanno far fronte gli inetti,
ma i migliori si', mettendo in mostra quel che c'e' di bello.

Pindaro, ovviamente — il *mio* Pindaro.


domenica, 9 maggio 2010
Spero
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:58 pm

che qui Mina stia scherzando perche' altrimenti delira. Mi pare un'idea di maternita' francamente terrificante!


giovedì, 6 maggio 2010
Il casco in bici, i bambini iperprotetti e un figlio autistico
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Quel che resta, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 3:04 pm

E' stato approvato dal Senato il nuovo Codice della Strada, che prevede l'obbligo del casco per i bambini in bici sotto i quattordici anni.
Personalmente sono perplesso: ho l'impressione che si finisca per iperproteggere i nostri figli in certi campi — e per lasciarli drammaticamente non protetti in altri, che presentano rischi magari molto peggiori. Certo, il piacere delle corse in bicicletta della nostra infanzia non sarebbe stato uguale se avesse comportato di mettersi il casco appena fuori dal cortile di casa. E mi ricordo un sacco di ginocchia sbucciate, di lividi, di gomiti doloranti per le cadute — ma di aver battuto la testa — o anche solo rischiato di batterla cadendo dalla bici — proprio mai.
Piu' in particolare, da padre di un bambino autistico, so che l'obbligo del casco sara' un problema per nostro figlio. E' stata una discreta battaglia quella del casco per sciare — ed e' una battaglia vinta soltanto perche' comunque c'e' accanto a lui un adulto che fa attenzione a che lui il casco non se lo sfili — e perche' comunque il tempo passato sugli sci non arriva a un'ora per volta.
It non ha ancora imparato ad andare in bici e l'idea di dovergli imporre il casco per poterglielo insegnare significa dover partire da un passo piu' indietro. Un passo lungo e non banale. Un passo che rendera' piu' complicata per lui l'acquisizione di un'autonomia importante.

A margine, un dubbio: non mi e' chiaro se l'obbligo del casco sia limitato ai "conducenti di velocipedi", per usare il linguaggio della norma, o se si estenda anche ai bambini trasportati sul seggiolino da un adulto. Portare It, che non adora camminare, con noi in bicicletta e' una grande risorsa degli spostamenti nella buona stagione — ed e' stato un buon modo per andare in giro divertendoci tutti e senza far troppa fatica: se ora ci tocchera' attrezzarci per il casco, temo che tutto diventera' molto piu' complicato.


sabato, 1 maggio 2010
Comunicazione di(s)servizio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 9:13 pm

Ok, qui si proverebbe a fare l'upgrade di WordPress.
Potrebbe succedere piu' o meno di tutto, visto che sono proverbialmente un dummy. In particolare, credo che ci vorra' qualche giorno per riportare a decenza il template.
Ci vediamo dall'altra parte dell'installazione, se il blog non viene inghiottito in una piega dello spazio-tempo.

P. S. Meno peggio del previsto – per ora sembra solo che sia sparito il blogroll — e tutto il resto funzioni… Fatemi sapere.

(OK, forse ce l'abbiamo fatta…)


sabato, 17 aprile 2010
Occhio, Carlin Petrini!
Nelle categorie: Paradossi, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:08 pm

by benhomie, on Flickr

Questa campagna della Timberland da' un sapore del tutto nuovo — e un po' inquietante — all'espressione "slow food".


sabato, 17 aprile 2010
Natura morta con specchio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 7:10 am

(OK, OK, dopo questa la pianto)


giovedì, 15 aprile 2010
Natura morta con detersivi
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:56 am

null


lunedì, 8 marzo 2010
Perche' Napolitano (IMNSHO) ha sbagliato
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 3:31 pm

0. L'ho promesso e quindi lo scrivo — anche se il sentimento che prevale in questo momento e' di tale schifo che vorrei semplicemente potermene disinteressare, far finta di niente.
1. Il Presidente della Repubblica ha illustrato la sua scelta di firmare il decreto salva-liste con un messaggio informale di risposta alle lettere di due cittadini. Un gesto del tutto irrituale, su cui gia' di per se' varrebbe la pena di riflettere. A prima lettura, viste quelle righe citate dall'amico Alfonso Fuggetta, avevo addirittura pensato all'opera di un fantasioso blogger che in persona Praesidentis si fosse interrogato su quel che Napolitano avrebbe voluto dire potendo parlare fuor dai protocolli. Scoprire che invece il Presidente si era davvero unito alla folta schiera di noi che chiacchieriamo di politica sul web mi ha sbalordito — e non positivamente. La Presidenza della Repubblica, la piu' alta istituzione dello Stato, non deve chiacchierare: parla attraverso gli atti e attraverso comunicazioni formali e ufficiali; manda messaggi alle Camere, al piu' si rivolge alla Nazione a reti unificate, con tutta la solennita' e la gravita' del caso. E' una questione di rispetto per la carica, di rispetto per la funzione. C'e' di peggio: la Presidenza della Repubblica, come istituzione, non spiattella ai quattro venti i contrasti con un'altra istituzione dello Stato come il Governo — che e' invece quanto Napolitano ha fatto ("… la bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedi' sera"); o se lo fa, lo fa (ripeto) con tutta la solennita' e la gravita' del caso, non con un inciso che lascia aperta ogni interpretazione e ogni pettegolezzo sulle ragioni del contrasto. Ritengo percio' quel messaggio un gesto assolutamente inopportuno e non consono ai comportamenti che un Presidente della Repubblica dovrebbe mantenere: ripeto, solo un estremo imbarazzo puo' averlo determinato — e per quanto mi riguarda non lo giustifica comunque.
2. Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Assolutamente vero. L'unica via d'uscita praticabile possibile era appunto, come Napolitano spiega piu' sotto, una "soluzione politica", "una soluzione che fosse cioe' frutto di un accordo, concordata tra maggioranza e opposizioni". Il Presidente sostiene che questi accordi sono "difficili": ma era una via obbligata da percorrere, magari ricorrendo anche a tutta la sua autorita' per superare le "tendenze all'autosufficienza e scelte unilaterali" di una parte e le "diffidenze di fondo e indisponibilita'" dell'altra. Che questa via non sia stata percorsa e' un fatto — ed e' in parte non piccola responsabilita' dello stesso Capo dello Stato, che avrebbe ben potuto — e dovuto — richiamare severamente le parti alle loro responsabilita' davanti al Paese. Certo, non si sarebbe potuto passar sopra "errori e responsabilita' dei presentatori delle liste non ammesse": pertanto l'accordo politico avrebbe avuto un prezzo per il centrodestra. Ma di fronte ai pasticci della maggioranza, la preoccupazione del Capo dello Stato doveva essere come evitare *al Paese* le conseguenze *istituzionali* di quegli errori, non come salvare *la maggioranza* stessa dalle conseguenze *politiche*.
3. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo. Qui l'argomentazione di Napolitano e' profondamente sbagliata. Il problema infatti non e' la partecipazione o meno del maggior partito politico, ma il diritto di *tutti* i partiti a presentare liste, *indipendentemente* dalla loro rilevanza numerica: anche perche' le elezioni servono proprio a verificare tale rilevanza numerica — e se il 28 e 29 marzo i lombardi decidessero in massa di votare per il "Partito socialmonarchico liberalcattolico dei lavoratori autonomi della Valtellina", riducendo il PdL a una forza dello zerovirgola, la legittimita' del PdL a partecipare alle elezioni sarebbe stata per questo sminuita? e per converso, se la lista bocciata fosse stata quella della "Lega Lombarda dei Napoletani Immigrati – Unità Popolare Terrona e Proletaria", sarebbe stato un minore vulnus alla liberta' di espressione del voto? Cito Zagrebelsky, che lo dice meglio di me:

Con ciò si violano l'uguaglianza e l'imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L'uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l'uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del "principale contendente". Il tarlo sta proprio in quel "principale". Nelle elezioni non ci sono "principali" a priori. Come devono sentirsi i "secondari"? L'argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti.

4. Erano in gioco due interessi o "beni" entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di "beni" egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico. Non si puo' negare, dice Napolitano. Ma poi non spende una parola per dire che cosa e' stato fatto per tutelare il "rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge". Perche'? perche' molto semplicemente quel bene cosi' meritevole di tutela non e' stato affatto tutelato, anzi se ne e' tranquillamente fatto strame. Per certi versi, questa frase di Napolitano aggiunge la beffa al danno: "Avevi ragione anche tu, cittadino rispettoso delle regole, ma sai che c'e'? tanto tu le regole le rispetti comunque, quindi ci sentiamo autorizzati a mettertela nel culo per salvarlo a quelli che invece delle regole se ne fottono".
5. Ma in ogni caso [...] la "soluzione politica" [...] avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti – dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano – che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge. Qui il ragionamento di Napolitano pecca su due punti, entrambi determinanti.
Il primo e' che i pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano non erano l'ultima parola della magistratura. Tanto e' vero che il TAR del Lazio ha riammesso il listino della Polverini e quello della Lombardia aveva concesso a Formigoni la sospensiva grazie al quale il suo listino avrebbe potuto comunque concorrere alle elezioni. Si poteva — no si *doveva* almeno attendere che i giudici facessero il loro lavoro fino alla fine, prima di ricorrere a forzature delle regole.
Il secondo e' che il decreto-legge era una via *comunque* indisponibile per il Governo, perche' la legge vieta il ricorso a questo strumento in materia elettorale. Ancora una volta, Zagrebelsky:

La legge 400 dell'88 regola la decretazione d'urgenza. L'articolo 15, al comma 2, fa divieto di usare il decreto "in materia elettorale". C'è stata innanzitutto la violazione di questa norma, dettata non per capriccio, ma per ragioni sostanziali: la materia elettorale è delicatissima, è la più refrattaria agli interventi d'urgenza e, soprattutto, non è materia del governo in carica, cioè del primo potenziale interessato a modificarla a suo vantaggio.

In presenza di un accordo politico, il Parlamento avrebbe potuto approvare una legge ordinaria in due giorni e farla entrare immediatamente in vigore con la procedura d'urgenza prevista dall'art. 73 della Costituzione. Quindi non solo il decreto-legge e' una forzatura della norma, ma e' una forzatura non necessitata.
6. [...] il testo successivamente elaborato dal Ministero dell'interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura. Non entro nel merito del giudizio sugli *evidenti* vizi di costituzionalita' del decreto: me ne vengono in mente diversi possibili, ma mi e' chiaro che il ruolo del Presidente della Repubblica e' soltanto di primo vaglio — e non si sostituisce al giudizio di costituzionalita' vero e proprio che spetta alla Corte costituzionale. E' pero' falso che altre ipotesi di soluzione non siano state rappresentate, prima tra tutte quella del rinvio delle elezioni, certo non indolore, ma che almeno avrebbe permesso di ricostituire una effettiva base di parita' di condizioni tra i possibili concorrenti. La preoccupazione piuttosto sta nella fragilita' dello strumento adottato, che potrebbe cadere in qualunque momento (perche' non convertito in legge entro il termine, perche' cassato dalla Corte costituzionale), lasciando spazio a un caos istituzionale che potrebbe essere ben peggiore del vulnus arrecato dalla non partecipazione di alcune liste alle elezioni.
Per tutte queste ragioni — e con tutta la pacatezza necessaria — credo che il Presidente della Repubblica abbia commesso un errore grave firmando questo decreto, un errore che sminuisce il ruolo di garanzia dell'istituzione che rappresenta e che pesera' anche nella fiducia dei cittadini verso lo stato. Di qui a vociferare di "impeachment" di Napolitano ce ne corre: un errore politico non e' ne' alto tradimento ne' attentato alla Costituzione (art. 90 Cost.). Ma d'altra parte non si puo' confondere il rispetto dovuto alla Presidenza della Repubblica con un obbligo di acritico consenso.


venerdì, 26 febbraio 2010
Foehn
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 3:04 pm

Oggi a Torino soffia il foehn, violento. Sta arrivando la primavera.


(click for more)


venerdì, 26 febbraio 2010
Il 65/ e la lotta alle PM 10
Nelle categorie: It, Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 12:48 am

Pare che domenica 28 si scatenera' la grande offensiva del nord alle PM10. Tutti a piedi in tutta la pianura padana o quasi. Quale sia l'utilita' di una mossa del genere per i nostri polmoni e' abbastanza chiaro: nessuna. Ai sindaci serve per esorcizzare lo spettro dei fascicoli che molte procure (compresa quella di Torino) vanno aprendo in materia. In realta' che l'aria a Torino sia una roba poco adatta a essere respirata e' una cosa evidente, come e' evidente che il torinese medio non concepisce altra possibilità per spostarsi che l'automobile, e del resto non si vede che cosa ci si potrebbe aspettare di diverso dalla citta' della Fiat.
Ma i torinesi per la verita' hanno le loro buone ragioni, anche ora che le loro macchine sono Fiat solo in minoranza.
A me non piace guidare di natura, trovo semplicemente odioso il sistema dei controviali torinese (una cosa in cui, per citare Saetta McQueen, devi girare a destra per andare a sinistra!!) e trovo che i torinesi al volante siano un flagello. Trasferendomi qua ho pensato: e che diamine, in fondo e' una grande città con un esteso sistema di trasporti – ci sono persino 7 km di metropolitana :-) – si potra' girare a piedi! Per la verità Torino e' stata pensata, credo fino dal '600, per le macchine; le distanze sono enormi e attraversare un corso in una volta sola (che so, corso Vittorio) e' sempre un'impresa da suicida o da centometrista o meglio da centometrista suicida, data la lunghezza e la presenza dei suddetti controviali che spesso generano la presenza di tre diversi semafori pedonali per passare da un lato all'altro.
Ad ogni modo ci ho provato, a usare i piedi e i mezzi pubblici (la bicicletta e' veramente da animi forti), ma, dopo un anno e mezzo di tentativi, credo che mi rassegnero' a diventare un torinese a quattro ruote. Non fosse altro, per raggiungere la scuola di It dal mio ufficio con il 65/ (la cui fermata gia' e' a 3-400 metri) ci impiego come minimo 40 minuti, quando in macchina fuori delle ore di punta ce ne metterei 15 (e' un percorso di 3,3 km). Per non parlare delle soste al freddo che hanno contribuito a farmi venire una tremenda tosse, peggiorata certo dall'aria torinese, dato che in montagna diminuisce molto. Devo dire che la frequenza del suddetto 65/ e' bassa, pero' ne vedo un monte in circolazione quando non ne ho alcun bisogno (dev'essere la legge di Murphy degli autobus). La distribuzione dei mezzi nel tempo non e' comunque il punto forte del GTT – il Gruppo Torinese Trasporti – il che genera un altro simpatico fenomeno: quando ho bisogno di andare in centro per una commissione, nel tempo che impiego per superare i tre diversi semafori pedonali posti nei 50 metri dall'uscita del mio ufficio alla fermata dell'autobus (non quella del 65/, ben piu' lontana…) vedo passare implacabilmente autobus e tram di tutte le linee utili e, quando infine raggiungo la fermata, per dieci minuti non passa piu' niente.
Inoltre non esiste praticamente percorso in citta', per quanto breve, che non richieda di cumulare due o addirittura tre mezzi se non percorrendo chilometri a piedi.
Morale della favola: Chiamparino & co. possono mandarci a piedi tutte le domeniche da qua alla fine del mondo, ma fino a che prendere i mezzi pubblici sara' un'impresa che richiede un fisico d'acciaio, la pazienza di un santo e niente da fare nella vita, tutti gli altri giorni della settimana i torinesi con piena ragione continueranno a mettere il culo sulle loro macchine e le PM10 impazzeranno.

P. S.: oggi sono andata a prendere It con la metropolitana, facendomi una passeggiata di circa 1,5 km; ma fino a qui tutto bene. Peccato che al ritorno (che abbiamo intrapreso cumulando un autobus e la metro) la metro si e' fermata del tutto, costringendo me e It a scendere e farci a piedi il percorso corrispondente a due fermate per andare dalla psicomotricista. E meno male che il mio piccolo ha accettato di farsela quasi tutta a piedi, quasi per niente in collo (il che e' un successo), e pure di corsa!



(via Paese Seia)
Mah, io qualcosina da ridire anche su di Lui ce l'avrei.
(certo, i fan club sono peggio)



lunedì, 8 febbraio 2010
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 2:20 pm

Chiedo scusa a chi ci avesse scritto negli ultimi tempi all'indirizzo mail del blog: avevo dimenticato di far pulizia dello spam ed e' andato over-quota. Ora dovrebbe funzionare di nuovo.


venerdì, 5 febbraio 2010
Viene cosi'
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:40 pm

la neve dalla finestra del mio ufficio.


Le coppie gay? Non esisteranno per il prossimo censimento (via RdM, che invita a firmare questo)



Stranezze. E' arrivato *oggi* un trackback da Dotcoma. Del 2007.
E poi ci lamentiamo delle Poste Italiane.



Non lo conosce quasi nessuno, ma a me le sue foto piacciono tantissimo.



martedì, 12 gennaio 2010
Divergenze parallele
Nelle categorie: It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 11:16 pm

Man mano che passa il tempo, mi rendo conto di una cosa probabilmente ovvia — ma che solo da poco ho messo davvero a fuoco. It — crescendo — somiglia sempre meno ai bambini neurotipici: man mano che le abilita', le competenze, le attitudini, i caratteri si definiscono, gli altri bambini tendono sempre piu' ad uniformarsi (al netto delle ovvie differenze individuali) ad uno standard comune; It invece va per la sua strada — e diverge. Non e' un giudizio di valore, ne' in un senso ne' nell'altro, sia ben chiaro — e' una semplice constatazione di fatto, con un sacco di conseguenze sia pratiche che psicologiche, per lui e per noi.

Nel linguaggio dei test e della psichiatria/psicologia, il fatto che It diverga dalla norma e' registrato come "ritardo". Su un piano strettamente funzionale, il termine e' sicuramente appropriato: ci sono zilioni di cose che i bambini neurotipici fanno e che It non sa fare, non sta imparando a fare — e forse non potra' o vorra' mai imparare. Prima fra tutte parlare — ma anche disegnare, ascoltare una storia, vestirsi da solo, avere la percezione del tempo, e cosi' via. Ma It non e' affatto in ritardo — sulla *sua* tabella di marcia: apprende in un attimo le cose che gli importano — e mostra abilita' che i suoi coetanei nemmeno si sognano — purche' rispondano alle *sue* motivazioni, che non sono quelle degli altri. It e' capace di un pensiero complesso, di emozioni estetiche, di sentimenti non banali, ma anche di organizzazione e di progetti: i *suoi* — che esprime tramite canali *suoi*, certo spesso difficili da decrittare perfino per noi, ma a volte cosi' clamorosamente, immediatamente chiari — a patto di volere/sapere assumere il *suo* punto di vista.

Al tempo stesso, man mano che It diverge dai suoi coetanei, cresce la distanza rispetto alle aspettative comuni. Se non sorprende piu' di tanto che un bambino di due anni vada in giro saltellando e gridando di eccitazione quando e' contento, a cinque comincia ad essere un po' strano, a otto probabilmente sara' guardato con sorpresa e apprensione, a quattordici sara' un "comportamento problema", per usare l'orrido gergo dei terapisti. Chissa', magari nel frattempo It avra' scelto altre modalita' per comunicare la sua eccitazione — ma altre "stramberie" gli resteranno — e saranno sempre piu' evidenti col passare del tempo. Non possiamo — e nemmeno vogliamo — sperare che crescendo It si comporti come il neurotipico che non e': anche in questo caso, nessun giudizio di valore — ma ancora una constatazione di fatto — e una serie di questioni aperte. Soprattutto sul tema dell'adattamento — quanto deve essere il mondo ad adattarsi a lui, e quanto lui al mondo — quanto possiamo sperare che esistano reciproci margini di adattamento — come gestire le situazioni (tante) in cui l'adattamento si rivelera' impraticabile da una parte o dall'altra o da entrambe.
E cosi' anche il nostro modo di pensare e di parlare diverge sempre piu' da quello delle famiglie "normali", al punto che diventa difficile trovare un terreno comune di comunicazione. Puo' sembrare — a volte — di parlare delle stesse cose con altre mamme o altri papa'. Capricci, sport, gite, scuola, interessi dei nostri figli — quale argomento piu' comune si puo' immaginare quando dei genitori si incontrano? Eppure, ci accorgiamo presto che stiamo parlando di *altre* cose, che — anche a non dover spiegare la condizione di It o a non dover sopportare la mal riposta compassione dei nostri interlocutori — e' davvero difficile far capire quanto e' diverso vivere con It le stesse cose, e' davvero difficile sottrarsi al doppio fraintendimento di chi crede che in fondo It sia piu' o meno come tutti gli altri bambini e di chi invece interpreta qualunque barlume di terreno comune tra It e gli altri come un ben augurante segno di possibile miglioramento o "guarigione": di convergenza verso la normalità.
No, It *diverge*. E noi finiamo per divergere dietro a lui. Mettere ponti su questa divergenza e' e sara' sempre piu' faticoso. Ma a noi il nostro bambino divergente piace com'e' — e vogliamo difendere in ogni modo il suo diritto ad essere fuori squadra, di traverso alla norma, ne' in ritardo ne' in anticipo, semplicemente su un'altra strada. E sappiamo che un po' per volta, in questo processo, gli assomigliamo sempre di piu' — impariamo da lui un'*altra* percezione del mondo — e cerchiamo di fare da traduttori — della sua bellezza e della sua ricchezza (ma anche delle sue difficolta' e delle sue asprezze, che sono tante) per gli altri — e delle cose del mondo (non sempre belle a dire il vero e non sempre pronte ad accogliere "alcunche' di ricco e strano") per lui.


lunedì, 11 gennaio 2010
Eric Rohmer se n'e' andato
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:42 pm

Eric Rohmer (da sempre per me il "maestro" Eric) e' morto e io non mi sento tanto bene… certo non era ne' Dio ne' Marx (per fortuna) ma per me e spero per molti altri era un punto di riferimento essenziale. Pensavo che esistevano lui e i suoi film e mi sentivo meglio, in un mondo in cui i leghisti e i reality (due cose che mi sembrano l'opposto di Rohmer) impazzano; i suoi film continueranno ad esserci, ma il fatto che lui non ci sia più non e' certo indifferente.
Non e' certo vissuto poco, Rohmer (classe 1920), e meno male che e' andata cosi'. Gia' il piu' anziano degli esponenti della Nouvelle Vague, Rohmer ha sepolto il povero Truffaut (nato nel 1932 e morto nel 1984) e — mentre Godard (classe 1930) era morto creativamente da un bel pezzo — ha dato il suo meglio da anziano.
Per me Rohmer era piu' di un regista, se questo e' possibile. I suoi film pieni di chiacchiere filosofiche che hanno sempre rifuggito l'ovvio, ispirati da una cultura letteraria e visiva profonda, mi hanno insegnato a vedere il mondo in un modo particolare, che anima di significato anche le cose apparentemente banali. Rohmer amava le periferie e le cittadine di provincia, posti come Montélimar o Le Mans, e mai nei suoi film si coglie un'inquadratura di luoghi veramente riconoscibili di Parigi. Il suo film che ho amato di piu', L'ami de mon amie (1987) era tutto girato attorno a Parigi, e certe banlieues moderne che certamente farebbero storcere il naso ai turisti diventano il perfetto palcoscenico degli andirivieni sentimentali dei suoi personaggi, lo sfondo delle loro chiacchiere e confidenze; e il bello e' che nel film si parla non solo di sentimenti, ma anche di quegli spazi urbani che finiscono per diventare protagonisti della storia, dato che rappresentano, influenzano e mutano lo stato d'animo dei protagonisti. E' stato Rohmer per esempio, con Conte d'été (1996), a farmi desiderare di andare a tutti i costi all'isola di Ouessant, destinazione non certo esotica come tante popolari nelle offerte turistiche, eppure piena di suggestioni avventurose e mai raggiunta dai personaggi del film.
Anche grazie a Rohmer cammino per una citta' come Torino, piena di quartieri apparentemente anonimi (a cominciare dal mio), e trovo che ci sono un sacco di cose da vedere. E la vita cosi' e' sicuramente meno noiosa.
Per me questo modo di guardare alla realta' e' l'eredita' piu' bella che mi ha lasciato Eric Rohmer, qualsiasi cosa possano scrivere i critici cinematografici, che sicuramente ne sapranno piu' di me. Ma se un autore ti rimane dentro per qualcosa, magari per un qualcosa che neanche si immaginava lui stesso, e' un fatto che ha comunque significato — anche se qualcuno cerchera' di spiegarti che ci hai visto la cosa sbagliata.
Magari pero' il maestro non si sarebbe offeso se avessi potuto spiegargli cosa avevo imparato da lui. Peccato che ora non potro' piu' raccontarglielo.


venerdì, 18 dicembre 2009
Arbeit Macht Frei
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:46 pm




Arbeit Macht Frei

Originally uploaded by harvestmeadow2008

Qualcuno stamani ha portato via la scritta "Arbeit macht frei" dall'ingresso di Auschwitz.
E' insensato, terribile e sinistro.
Analisi non sono capace di farne. Moniti da dare non ne ho. Sono semplicemente sbigottito –


sabato, 5 dicembre 2009
Non ho voglia di scrivere
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:22 pm

… e invece sto sistemando foto a tutto spiano. Se mi volete mi trovate di la'.


lunedì, 23 novembre 2009
… anche a Solone.
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 7:23 pm

Secondo il sapiente Solone, oggi sono al culmine esatto della mia vita, a metà tra il settimo e l'ottavo settennio, quando si e' al massimo nel pensiero e nella parola (fr. 27, 13-14 W: ἑπτὰ δὲ νοῦν καὶ γλῶσσαν ἐν ἑβδομάσιν μέγ᾿ ἄριστος | ὀκτώ τ'· ἀμφοτέρων τέσσαρα καὶ δέκ' ἔτη).
Sara' che son di nuovo due notti che non si dorme, sara' che oggi e' stata la piu' cupa delle giornate novembrine — ma se questo e' il meglio di me, siamo messi proprio male.


venerdì, 13 novembre 2009
Una sana scarica di ceffoni
Nelle categorie: It, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 11:05 am


(It in Terrazza Mascagni, un annetto fa)

La Terrazza Mascagni e' uno dei posti piu' belli di una citta' ingiustamente considerata brutta, Livorno.
Una masnada di (ragazzini?) deficienti l'ha insudiciata di scritte a spray. A volte uno vorrebbe poter ricorrere alle punizioni corporali.


venerdì, 13 novembre 2009
Avanti Savoia?
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:37 am

A veder lo slogan della sua campagna per le Regionali — viene quasi il sospetto che Mercedes Bresso abbia qualche ambizione di restaurare la monarchia sabauda.


E' tanto che ho smesso di praticare la letteratura — anche come semplice lettore — quindi ho scarsa voce in capitolo.
Ma a me questo post di Floria pare sacrosanto.



lunedì, 9 novembre 2009
Conte Verde, Luci Rosse
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:21 am

Ieri sera, la truce statua del Conte Verde — davanti a Palazzo di Citta' — sotto le luci d'artista (la foto e' fatta con il cellulare e fa abbastanza schifo, ma era una vista suggestiva):

Poco fiato per postare, in questo periodo — una montagna di lavoro, It si era perso i ritmi del sonno e abbiamo ripreso una routine decente solo da pochi giorni — stiamo recuperando.


Ogni tanto si legge una pagina che merita di esser tenuta come una bussola — e come un richiamo a quel che dobbiamo essere.
Claudio Magris ieri a Francoforte.



mercoledì, 14 ottobre 2009
La guerra tra i giornali e la fine dell'equilibrio tra i poteri
Nelle categorie: Emigrare?, Pipponi, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 12:18 am

Il conflitto scoppiato tra De Bortoli, Scalfari e Travaglio è certamente una delle ultime cose di cui avevamo bisogno, eppure non riesce a lasciarmi indifferente. Scalfari non è onesto quando descrive De Bortoli come una sorta di leccapiedi che è corso ad assicurare a Berlusconi la sua lealtà; è ameno osservare come oggi pur di dare dell'ignavo al collega Scalfari abbia commesso marchiani errori di trama de "I Promessi Sposi".
De Bortoli ha difeso dignitosamente la sua posizione di "liberale" sia rispetto a Berlusconi che a Scalfari e Travaglio, e non è colpa sua se Minzolini ha approfittato della questione per mettere in pessima luce Repubblica, senza contraddittorio.
Va anche riconosciuto che nella sua politica antiberlusconiana Repubblica, che dopo le elezioni del 2008 era parsa anche un po' propensa alla conciliazione e all'inciucio, è caduta spesso in eccessi di cattivo gusto; trovo discutibile ad esempio il patetico ritratto di Gino Flaminio, ex fidanzatino di Noemi Letizia, come una sorta di innocente ragazzo della porta accanto sedotto e abbandonato e le cui speranze sono state tradite dalle aspirazioni velinistico-politiche della sua passata fiamma; peggio ancora attribuire a Patrizia D'Addario lo status di eroina, mentre da un punto di vista morale mi sembra equivalente a chi l'ha ingaggiata e "utilizzata" secondo la raffinata terminologia dell'onorevole Ghedini.
Ciò nonostante, il momento è di quelli che appaiono poco compatibili con il moderatismo, con l'atteggiamento da buon borghese che si vuole tenere fuori dalla mischia e dagli eccessi, che è proprio di una persona che pure per molti versi apprezzo come il buon Gramellini. La sensazione di essere alla canna del gas che molti (inclusa me) provano da tempo è quanto mai forte, quando Napolitano deve spiegare che non appartiene al suo ruolo istituzionale spiegare ai giudici della Corte Costituzionale cosa devono fare. Sembra che ormai non vengano più tollerati i controlli e gli equilibri propri di qualsiasi costituzione repubblicana. Il popolo è sovrano ma aliena la sovranità eleggendo il capo assoluto che viene offeso da chiunque eserciti le sue ordinarie funzioni costituzionali, magari annullando delle leggi sulla base di fondati argomenti giuridici.
Essere moderati può significare allora assistere impotenti e quasi complici a questo massacro della Costituzione. D'altronde in nome di cosa scendere in piazza? Il principale partito di opposizione è impegnato a guardarsi l'ombelico, e numerosi dei suoi deputati non si presentano in Parlamento consentendo che una legge aspramente discussa dallo stesso PD e su cui il Governo ha posto la fiducia passi, perdendo l'occasione di cogliere una vittoria importantissima. Oggi Franceschini scopre che la Binetti è un problema dopo essersi fatto appoggiar da lei.
Trovo drammatico trovarsi in questa situazione; non avere il carattere del tribuno, mancare di una qualsiasi guida, e al contempo sapere che tutto questo è rovinoso e inaccettabile.
Verrà mai una fine?


La Rat-Family e' a Berlino.
Ha visto da lontano la manifestazione di Roma (che bella), e sta cercando di risparmiarsi quella di qui.



Anche voi siete sommersi di visite con referrer patrizia daddario (sic)?



mercoledì, 16 settembre 2009
Luciano Emmer (1918-2009)
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:46 pm

Era davvero un'altra Italia, la sua.


lunedì, 14 settembre 2009
Auguri
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:30 pm

Ho una voglia matta di entrare in aula, domani, e di conoscere i miei nuovi alunni. Ho una voglia matta di insegnare latino. E storia (antica). E letteratura. E la grammatica italiana. Dopo anni e anni di triennio liceale, ho scientemente deciso di cimentarmi con una prima liceo (linguistico). Niente di scontato. Tutto da costruire. O comunque da non sciupare. Interesse, curiosità, motivazione. Passione. Cavoli, a me insegnare piace da matti, nonostante tutto.

Cosi' Floria, nel suo post di inizio anno. A lei — e ai suoi colleghi che lavorano con entusiasmo e competenza nonostante tutto — un grazie di cuore. A mia figlia, che inizia la seconda liceo, l'augurio di trovare qualche prof come Floria. A un mio ex alunno, uno tra i piu' cari, oggi precario falciato dalla Gelmini, l'auspicio di poter tornare a scuola, come merita, in tempi migliori. E — per quanto riguarda me — un po' di nostalgia per il piu' bel mestiere del mondo (e un po' di sollievo per lo scampato pericolo).


Evidentemente in me i geni femminili sono belli robusti, perche' la mia aracnofobia e' proverbiale.
A pensarci bene, non sono nemmeno predisposto a essere un buon cacciatore.



giovedì, 30 luglio 2009
Urbis et orbis?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 3:19 pm

Da Nòva24 di oggi, pagina 17:


venerdì, 17 luglio 2009
Non saro' mai…
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 8:04 pm

Un po' prima dei trent'anni mi sono reso conto con dispetto che non ero ne' Dante Alighieri ne' — in subordine — Dio. Un po' prima dei quaranta ho constatato con rassegnazione che non avevo gran che di significativo da dire neanche nell'ambito della critica. Ma ora, arrivato alla soglia dei cinquanta, mi accorgo che non saro' mai nemmeno Tommaso Labranca — e non e' poi tanto male.

Mi e' venuto fatto di pensarlo leggendo il Collateral del numero 27 di FilmTV (12 luglio 2009), dedicato a Tiziano Scarpa e al Premio Strega. Probabilmente non e' online perche' l'acido avrebbe corroso il doppino di rame.


Non sarei certissimo che il colore sia importante.
Però sto cercando di capire qual è la causa e quale l'effetto nel rapporto causa/effetto tra il possedere un'Audi ed essere uno str***o (la correlazione non è perfetta ma altissima).

(.mau. nei commenti a questo post di Leonardo)

(Noi lo pensiamo da anni che i proprietari di Audi sono piu' o meno tutti str***i — e a dire il vero, se fossimo sicuri che l'Audi e' la causa e non l'effetto, quasi quasi faremmo l'investimento di comprarne una)



venerdì, 3 luglio 2009
Torino in bici (2)
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, It, Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:26 am

(e l'uno dov'e'? nei post non ancora pubblicati, semipronto da settimane — ma tant'e'…)

Stasera It ha voluto uscire dopo cena, a tutti i costi. Cosi' abbiamo preso la bicicletta e ci siamo fatti un lungo giro in centro. Qui qualche foto di Piazza Vittorio, Via Po, Piazza Castello e Via Palazzo di Città:



It l'ha presa cosi'

nonostante la pioggia che ci ha sorpresi sulla via del ritorno.


mercoledì, 1 luglio 2009
Giallo di rabbia
Nelle categorie: It, Ma vaffanculo!, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 9:55 pm

(per la precisione giallo-verdino-acido-bilioso: color Poste Italiane, insomma)

Qualche giorno fa ci e' arrivato un pacco. O meglio, ci e' arrivato il solito avviso giallo, perche' quando passa il postino la gente normale e' a lavorare. E ritirarlo, il pacco, e' un bel problema, perche' di solito quando gli uffici postali sono aperti la gente normale e' a lavorare. Niente di insolito, per carita' — ma il sospetto e' che Poste Italiane progetti i suoi servizi intorno alle esigenze dei soli pensionati.
Oggi sono uscito in anticipo dal lavoro per andare a prendere It a scuola e portarlo a fare psicomotricita'. Nel frattempo, calcolo, facendo un po' di corse e di acrobazie, dovrei riuscire a passare dall'ufficio postale, che non e' troppo lontano da scuola, e ritirare il famoso pacco. L'avviso giallo dice che l'orario e' dalle 8.30 alle 17.30. Se arrivo alla posta entro le quattro e quaranta — per la seduta di psico alle cinque e un quarto ce la facciamo. Di misura ma ce la facciamo.
Raccatto il pargolo di corsa — lo scaravento in macchina — riparto — arrivo — trovo un fortunoso parcheggio — faccio scendere il pargolo — lo convinco che non e' il caso di fare una bizza — mi scapicollo dentro l'ufficio postale — e vado a sbattere in questo:

Non. Ci. Credo. Ricontrollo l'avviso giallo:

Di nuovo: Non. Ci. Credo.
Chiedo informazioni a un impiegato di un altro sportello. Mi dice che l'ADR e' chiuso. Gli faccio osservare l'orario in bella vista sull'avviso. "Avra' sbagliato a scrivere il portalettere". Mi innervosisco. Faccio notare che l'orario sul'avviso non e' scritto a mano, e' un loro timbro, quindi se mai l'errore non e' proprio dell'ultimo portalettere. Mi ripete che ora lo sportello e' chiuso. Chiedo di un responsabile. Non c'e'. Devo aver fatto la faccia feroce, perche' mi guarda preoccupato e poi fa, scandendo bene, magari per paura che non capisca — o che lo inghiotta prima della fine della frase: "Guardi, ora lo sportello e' chiuso, ma se lei fa il giro da dietro e prova a entrare, forse e' ancora aperto e puo' provare a farsi consegnare il pacco." Ringhio un grazie fra i denti, trascino via il povero It un po' stranito, faccio il giro dell'edificio attraversando il piazzale di carico e scarico dei furgoni postali, trovo una porticina aperta, entro. Nessuno. Nessunissimo. Un silenzio obitoriale, in cui rimbombano gli strilli di un It ormai piuttosto spazientito. Potrei infilarmi nell'ufficio e rovistare tranquillamente tra pacchi e documenti — o sguinzagliare It a far coriandoli di quel che trova — nessuno mi fermerebbe:

Non avessi fretta di riportare It a psicomotricita', quasi quasi mi installerei li' ad aspettare per vedere dopo quanto tempo ariva qualcuno. Prevale il senso pratico, rifaccio il giro dell'isolato, ricarico It in macchina, riparto di corsa verso nuove e meravigliose avventure.
Tuttavia sono curioso di sapere di chi e' la colpa di questo grottesco disservizio. Quindi — oltre che qui — questa storia la racconto alla Stampa; la racconterei volentieri anche al servizio clienti delle Poste: ma non si trova da nessuna parte, almeno online (devo chiedere a "Chi l'ha visto?").


Qui si porta il lutto per Viareggio.



giovedì, 18 giugno 2009
Anche noi siamo orgogliosi
Nelle categorie: English digest, It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 1:26 pm

Non ci siamo consultati prima — e Waldorf mi ha bruciato sul tempo, pero' dice che dovrei pubblicare anche il mio post…

Per una ironica coincidenza, il 18 giugno e' il secondo anniversario del giorno in cui It ha avuto la sua prima diagnosi di disturbo pervasivo dello sviluppo — ed e' anche il giorno dell'orgoglio autistico — almeno per le comunita' del mondo anglosassone in cui la difesa dei diritti delle persone autistiche e' molto piu' avanti che da noi.
Personalmente non so se di per se' ci sia motivo di essere particolarmente orgogliosi di essere autistici. Non lo so perche' — come direbbe RdM — "non ho l'onore"; ma anche perche' non sono troppo convinto che una condizione genetica — di cui la persona non ha alcun merito ed alcuna responsabilita' — possa essere ragione di orgoglio; piu' in generale, essere orgogliosi del proprio corredo genetico puo' condurre su una china pericolosa, se sconfina nella convinzione di essere migliori degli altri. Essere orgogliosi del proprio autismo, in questo senso, non e' necessariamente meglio che essere orgogliosi del colore della propria pelle.
Su un altro piano, pero', credo che le persone autistiche abbiano diritto di essere orgogliose di se stesse — come chiunque altro, non meno di chiunque altro. E in questo senso di un Autistic Pride c'e' bisogno: perche' bisogna sradicare l'idea che gli autistici sono *sbagliati* — che sono una sciagura per se stessi e per coloro che hanno intorno. Perfino le associazioni di tutela, qui da noi almeno, finiscono per essere succubi di un cliché negativo sugli autistici — l'autismo e' una disgrazia, e' una condizione che menoma irrimediabilmente le persone che ne sono colpite ed e' una catastrofe che riduce le famiglie alla disperazione e alla disgregazione, ecc. ecc. (cito come esempio un agghiacciante documento ufficiale di Autism Europe, riportato pari pari in numerosi siti di associazioni di genitori, a partire dall'ANGSA Lombardia). Invece dovremmo riconoscere il valore delle persone per quello che sono — e celebrarlo.
Inutile negarlo: i giorni di due anni fa sono stati duri. It stava passando il momento bruttissimo della regressione, era arrabbiato, spaventato, triste — incomprensibile. Noi ce lo vedevamo cambiare — in peggio, in qualcosa di ignoto — davanti agli occhi — e non avevamo strumenti per capire. Quando abbiamo cominciato ipotizzare che It fosse autistico — e' stato come se qualcosa di terribile e di definitivo ci si fosse abbattuto addosso. Perche' l'immagine dell'autismo che viene presentata a chi non ne sa nulla e' quella di una malattia devastante, che annulla le persone, che le chiude in un mondo orribile e ristretto. Che angoscia, pensare che il nostro povero bambino — cosi' solare, cosi' bello, cosi' perfetto — potesse essere travolto da una cosa del genere. I neuropsichiatri non sono stati piu' confortanti — tutti tesi a spiegarci che nostro figlio non ci avrebbe mai manifestato amore o attaccamento, che non ci vedeva nemmeno come persone — e cosi' via (non credo che fosse insensibilita' e nemmeno impreparazione: credo che ci sia — in questi casi — una sorta di bisogno professionale di preparare le famiglie al peggio: ma il risultato e' che rimandi a casa dei genitori sconvolti).
Poi un po' alla volta — molto grazie alle letture in rete, che ci hanno fatto vedere una prospettiva diversa e persone autistiche e famiglie tutt'altro che devastate (se c'e' una cosa di cui la comunita' autistica dev'esser fiera e' proprio questa), molto grazie a It, che gradualmente tornava ad essere il bambino felice di essere al mondo che conoscevamo — ci siamo resi conto che l'autismo puo' creare una montagna di problemi e di ostacoli, ma che non e' la fine della vita — e non e' nemmeno una condanna a una vita infelice — ne' per It ne' per noi. It e' un bambino bellissimo — di una sua peculiare bellezza –, ha una capacita' sorprendente di comunicare anche senza parlare, ha un carattere affettuoso e forte, un modo singolare ed affascinante di leggere il mondo e di farcelo vedere: e l'autismo e' un tratto inseparabile e costitutivo della sua personalita'. Non sappiamo se It e' orgoglioso di se stesso — ci pare per lo meno che stia bene nei suoi mocassini — ma noi siamo certamente orgogliosi di lui. In questo senso — si' — e' bello ed e' giusto che ci sia una celebrazione dell'orgoglio autistico: e vorremmo che tanti, anche qui in Italia, imparassero a celebrare la bellezza delle persone che hanno un cervello diverso dal nostro.

English digest in a few days


giovedì, 18 giugno 2009
"Apertura" o calci nei coglioni?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Pipponi, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 1:30 am

E' tanto che da queste parti non si scrive piu' nulla su Israele. E' che si rischiano contemporaneamente il travaso di bile e la crisi depressiva — e basta e avanza l'Italia per causare questo tipo di patologie. Pero' trovarmi piu' d'accordo con Lia che com MMax mi sorprende a tal punto che non posso fare a meno di provare a spiegare perche'.

La stampa italiana propone in linea di massima un'interpretazione benigna del discorso di Netanyahu (qui la versione integrale — la sola di cui fidarsi, perche' i resoconti giornalistici italiani omettono delle parti molto significative), che sarebbe "un'apertura"ai Palestinesi e alla soluzione dei due stati. Invece per i Palestinesi e' peggio di una scarica di calci nei coglioni ed e' un ostacolo monumentale a qualunque trattativa. Provo a sintetizzare i motivi essenziali:
1. Per Netanyahu il diritto al ritorno degli esuli palestinesi non esiste. Il problema dei profughi deve essere risolto fuori dai confini di Israele e senza la partecipazione di Israele. Sul piano pratico, Netanyahu non dice cose molto diverse da quelle che sono state scritte in tanti piani di pace — e perfino nell'Accordo di Ginevra*: e' evidente che il ritorno puro e semplice di tre milioni di profughi palestinesi significherebbe l'annegamento di Israele, e che quindi una soluzione realistica non puo' che limitare il numero di profughi vi potranno essere accolti. Ma — sul piano negoziale — questa e' la piu' pesante, la piu' dolorosa delle concessioni che i Palestinesi dovranno fare sulla via della pace, e quindi dovra' essere compensata da concessioni altrettanto importanti su temi altrettanto sensibili: di questo nel discorso di Netanyahu non c'e' traccia. Il diritto al ritorno e' cancellato preliminarmente, in cambio di nulla. Anche perche' per il primo ministro vi e' una sostanziale asimmetria nel diritto dei due popoli alla terra: "The connection of the Jewish People to the Land has been in existence for more than 3,500 years. Judea and Samaria, the places where our forefathers Abraham, Isaac and Jacob walked, our forefathers David, Solomon, Isaiah and Jeremiah — this is not a foreign land, this is the Land of our Forefathers"; quanto ai Palestinesi, "the truth is that in the area of our homeland, in the heart of our Jewish Homeland, now lives a large population of Palestinians" (i corsivi sono miei). In questa lettura il diritto e' tutto dalla parte del popolo ebraico, i Palestinesi sono al massimo un accidente storico, si trovano li' senza alcuna ragione** — e quindi e' una benigna concessione permettere loro di autogovernarsi su parte di una terra che di diritto appartiene comunque agli Ebrei.
2. E' abbastanza ovvio quel che ne discende sul tema cruciale dei confini e degli insediamenti israeliani nel West Bank. Netanyahu si guarda bene dal menzionare la Linea Verde come confine internazionale accettato — e nemmeno come base di partenza per un negoziato che preveda scambi territoriali. Cosi' come si guarda bene dal dichiarare che la pace comportera' l'evacuazione di gran parte — se non di tutti — gli insediamenti nel West Bank; anzi, degli insediamenti rivendica il diritto alla "crescita naturale", negando in partenza di poterli realmente congelare nella fase negoziale. Non c'e' una parola contro i coloni degli avamposti illegali che sottraggono sempre nuove terre ai Palestinesi; al contrario, "the settlers are not enemies of peace. They are our brothers and sisters". Si dira' che perfino l'Accordo di Ginevra non prevede lo sgombero integrale degli insediamenti: ma nel momento in cui pretende di cancellare il ritorno dei Palestinesi in Israele, Netanyahu rifiuta di annunciare il ritorno degli Israeliani in Israele. Quale sia il territorio del futuro stato palestinese e' del tutto indeterminato ("The territorial issues will be discussed in a permanent agreement"), non e' detto che debba somigliare al frastagliato arcipelago di Lia, ma non ci sono garanzie che somigli a un'entita' territoriale minimamente sensata come quella prevista a Ginevra.
3. Una certezza territoriale in compenso c'e', nella visione di Netanyahu: Gerusalemme deve rimanere la capitale indivisa dello Stato di Israele. Questo nonostante il significato storico, religioso e nazionale di Gerusalemme per i Palestinesi, nonostante almeno un terzo della popolazione sia palestinese, nonostante una qualche forma di spartizione della capitale sia un aspetto consolidato di qualunque ipotesi di accordo da trent'anni a questa parte. Vi e' d'altronde una perfetta coerenza tra la posizione di Netanyahu e la politica di accerchiamento dei quartieri arabi con insediamenti ebraici che da anni va avanti e che mira a isolare la citta' dalla Cisgiordania. Ma senza una spartizione di Gerusalemme nessun accordo di pace sara' mai praticabile.

[A questo punto dovrei ancora scrivere sulla questione della continuita' territoriale, delle comunicazioni e del controllo dello spazio aereo e marittimo del futuro stato palestinese; del tema della smilitarizzazione dello stato palestinese e della sua protezione; dell'acqua e dell'economia. Tutte questioni su cui il discorso di Netanyahu quando va bene e' reticente e quando va male dice cose che implicano la totale non sostenibilita' dell'ipotetico stato palestinese. Ma sono quasi le due del mattino e il pippone e' gia' abbastanza lungo. Percio' per il momento salto alle conclusioni -- e mi riservo di tornare in argomento tra qualche giorno.]

Insomma — che Netanyahu si dichiari a favore della soluzione dei due stati e' forse significativo vista la sua storia politica e personale: ma e' una dichiarazione smentita dalla selva di limiti e di condizioni poste a contorno — e dalla situazione sul campo: come direbbe MMax, "reality talks".
Per certi versi, quella enunciata da Netanyahu e' di fatto la piu' antisionista delle posizioni, perche' nel momento in cui rende impraticabile il percorso verso i due stati, apre inevitabilmente (non oggi, non domani forse, ma e' solo questione di tempo) la deriva verso la creazione di uno stato binazionale tra il Giordano e il mare: il che, dato che la demografia non perdona, significa la scomparsa di Israele come "homeland of the Jewish people".

* Art. 7, dove pero' e' previsto che Israele accolga parte dei profughi e paghi una compensazione per le proprieta' perdute dagli esuli.
** A ben vedere non sono nemmeno un popolo ("Palestinian people") ma una popolazione ("a large Palestinian population"): quindi un'entita' demografica, non storica e nazionale (cosi' correttamente nota Akiva Eldar su Ha'aretz di qualche giorno fa, purtroppo non piu' online)


lunedì, 8 giugno 2009
Autism: The Musical
Nelle categorie: Cinema e TV, It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici — Scritto da waldorf alle 7:09 am

Devo chiedere preventivamente scusa per questa specie di incrocio tra una recensione e uno sfogo personale.

In genere i film sull'handicap presentano storie eroiche di persone che superando incredibili ostacoli riescono in grandi cose, storie alla Pistorius per intenderci. Con una disabilita' come l'autismo questo e' parecchio più difficile; gli autistici non sono soggetti proprio facilmente piegabili alle regole della retorica cinematografica, specie americana, in quanto assai poco sensibili agli obiettivi cui sono sensibili i normali. Cosi' anche nel primo e piu' famoso film su di un autistico, Rain Man, il protagonista, pur dimostrando sbalorditive competenze matematiche, sbanca un casino' facendolo pero' piu' o meno involontariamente.
Autism: The Musical, un documentario della celebrata rete americana HBO (quella di Sex and The City del bellissimo The Wire, per intenderci) in parte vuole proprio raccontare la storia di un gruppo di bambini autistici che riesce in un'impresa impossibile, quella di mettere in scena un musical, sembra di capire proprio sull'autismo. Non per niente la faccenda va sotto il nome (uno zinzino ambizioso) di "Miracle Project"…
Alla guida della compagnia si trova Elaine aka "Coach E", la madre di uno di loro, un bambino russo adottato, Neal, di circa 10 anni, affetto da una forma di autismo piuttosto severo. Gli altri protagonisti sono Adam, un 8enne che suona il violoncello, Henry, Asperger appassionato di dinosauri (figlio niente di meno che di Stephen Stills dei Crosby, Stills and Nash), Wyatt, un altro — sembra — Asperger dalla sbalorditiva autoconsapevolezza, e Lexi, una 14enne ecolalica, però piuttosto brava nel canto.
In realta' del musical e di come vengano affrontate tutte le possibili difficolta' dell'impresa (mi sembra allucinante anche la sola idea di trattenere in una stanza una masnada di autistici) nel film si vede piuttosto poco e da questo poco si ha l"impressione che in molto siano intervenuti gli adulti per supportare sulla scena i bambini. Ci sono poi alcune scene di isteria prima dello spettacolo, che credo si verifichino in ogni saggio di danza o analoghi che si tenga sulla faccia del globo, anche se qui ovviamente assume connotati un po' piu' seri.
Il documentario quindi parla soprattutto dei cinque bambini protagonisti, delle loro storie e di quelle dei loro genitori.
Non e' stata per me una visione ne' facile ne' rassicurante. Il tono generale del documentario, derivante direttamente dai genitori, e' che avere un figlio autistico e essere autistico e' una tragedia. Una frase tipica e' detta proprio da Elaine: "Il mondo per un bambino autistico e' un posto triste e spaventoso". L'insegnante di sostegno di Adam poi scuotendo la testa si chiede cosa sarebbe quel bambino (che sembra veramente un tipo in gamba) se non fosse autistico. La madre di Lexi racconta di come e' caduta in depressione per via dell'autismo della figlia.
Devo dire che avrei voluto entrare nel film e litigare con questa gente. Si', i vostri bambini sono autistici, e' un gran casino, ma sono belli, sanno fare un sacco di cose e potrebbero godersi la vita, con i dinosauri e quant'altro, se non gli trasmetteste la sensazione che tutto e' terribile, che li vorreste normali, che siete angosciati per il loro futuro.
Nel documentario manca piu' o meno assolutamente il senso dell'umorismo e qualunque persona normale che lo guardera' si commuovera', certo, ma forse non capira' fino in fondo la bellezza di questi bambini.
E loro invece sono proprio belli e a volte anche buffi e divertenti. Certo il mondo che li circonda non e' fatto per capirli e accoglierli.
Mi ha impressionato il fatto che Wyatt, un bambino che faceva discorsi di una profondita' assai difficile da riscontrare in un adulto medio, sia considerato sulla base dei test sostanzialmente un ritardato.
Pero' dobbiamo cominciare noi genitori a scoprire quello che c'e' di bello in loro, perche' nessuno altrimenti lo verra' a sapere, nemmeno i nostri bambini, che sono autistici si', ma mica scemi. E che loro non sentano di essere belli e speciali, questo si' che e' un dramma.
Comunque, se vi capita, guardatelo Autism: The Musical; gira su Cult, il canale sofisticato del gruppo Fox in una rassegna dal titolo irritante come "L'elogio dell'imperfezione" (e che, gli esseri umani "normali" sono dei perfetti che possono permettersi di guardare con condiscendenza agli altri?).
Ma guardatelo per i bambini, che sono veramente uno spettacolo. E non date troppa retta ai genitori, le cose sono assai meglio di come dicono loro.


giovedì, 4 giugno 2009
Opzione zero
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 8:38 am

Come milioni di altri elettori, ho ricevuto ieri mattina questa lettera di Romano Prodi che invita, nonostante tutto, a votare per il PD alle prossime europee. Si potrebbe fare qualche considerazione sul tono secco secco e men che entusiasta della missiva, ma lascio perdere. Provo invece a spiegare perche' non accogliero' quell'invito, pur essendo stato uno dei fautori del Partito Democratico fin dal 1995 — e pur continuando a pensare che se l'Italia ha una speranza non puo' venire che di li'.
Le mie scelte elettorali andranno il piu' possibile nella direzione di una sorta di opzione zero della politica — il no (tra l'incazzato e il disperato) a tutte le alternative poste in campo*.
Il fatto e' che il PD in questo momento non e' niente. Al di la' del meritorio sforzo di Franceschini, che ha fatto una buona campagna elettorale, al di la' del positivo silenzio di Rutelli e dei teodem**, che se non altro ha ridotto l'inquinamento, il PD continua a essere quello di prima, cioe' un contenitore di correnti senza un pensiero, senza un'identita' e un progetto riconoscibile — senza un denominatore comune minimo nemmeno sui temi essenziali: la laicita' dello stato, la scuola pubblica, l'accoglienza dei migranti, i diritti civili. Non si e' liberato di un gruppo dirigente responsabile della catastrofe — sono ancora tutti li' — per ora mandano avanti Franceschini, sperando che si faccia spennare al posto loro — poi ricominceranno a far casino come prima (o — se saremo molto fortunati — se ne andranno ognuno per la sua strada). Quel che e' peggio, un partito che e' nato per superare la contrapposizione tra riformismo di sinistra e riformismo cattolico e' ostaggio di un ritorno prepotente all'identitarismo cattolico come asse portante della politica. Infine — continua ad essere un partito incapace di dare messaggi, idee, voce e anima all'opposizione che pure da qualche parte in questo paese c'e' ancora. Ecco — per un partito inutile come questo io non posso votare. Con sofferenza, perche' e' stato il mio partito prima ancora che nascesse — ma no grazie. Alle europee andro' al seggio e votero' scheda bianca***. Sperando di essere tantissimi a farlo. Sperando di travolgere con un'astensione di massa il gruppo dirigente di questo partito — e di far piazza pulita per poter ripartire. Non votero' il PD per spirito di servizio verso l'idea che il PD aveva in se' — e che gli attuali leader hanno dilapidato e demolito. Spero che di loro non resti in piedi nessuno — e che nello spazio vuoto si possa cominciare a ricostruire un progetto di governo di questo paese — se non e' (come temo) troppo tardi.
Discorso diverso e' quello delle amministrative. Qui — sul terreno delle cose concrete — si deve ancora costruire la linea di difesa dal rischio della marea di destra. Scegliendo caso per caso — e cercando di non premiare troppo chi non se lo e' meritato. Nel nostro caso specifico, non votero' al primo turno delle Provinciali di Torino, perche' ne' il PD ne' Saitta mi hanno convinto nella passata amministrazione: ma se il centrosinistra non vincera' al primo turno non gli faro' mancare il mio voto al ballottaggio. Se fossi a Firenze pero', di fronte alla candidatura del "nuovo" Matteo Renzi, un pensierino a votare per Valdo Spini lo farei.
Il referendum, infine: sono contrario alla pratica di far mancare il quorum per liberarsi dei quesiti elettorali indigesti. D'altronde sono convinto che la riforma che uscirebbe da una vittoria dei si' sarebbe perfino peggiore dell'attuale grottesco sistema elettorale. E trovo che tra le colpe del PD ci sia anche quella di aver scriteriatamente appoggiato un referendum dai contenuti pericolosi solo perche' si spera di gettare scompiglio nel campo avverso. Percio' devo ancora decidere se rifiutare la scheda o votare no. Ma anche di questo il gruppo dirigente del PD porta responsabilita' precise.

* Ovviamente degli aracnidi e dei baciapile variamente assortiti non val nemmeno la pena di parlare. Sono il nemico — e basta. E dico il nemico, non l'avversario.

** Sarebbe stato troppo bello — scopro che Rutelli ha parlato — per affermare ancora una volta una posizione incompatibile con quella della maggioranza del partito — e tanto per cambiare una posizione stupida e sbagliata.

*** No, per quegli altri pezzi e bocconi di sinistra non posso proprio votare. Non mi piacevano prima, non mi piacciono adesso — e trovo davvero surreale la loro capacita' di dividersi su cose che forse non capiscono nemmeno piu' loro — almeno si dividessero per le poltrone, ma nemmeno quelle prenderanno — vanitas vanitatum.

P. S. Gia' che avete letto il mio pippone fin quaggiu', leggetevi anche quel che dice MMAX, che ha piu' dubbi di me, ma mi sembra orientato grosso modo alla stessa maniera.


mercoledì, 3 giugno 2009
I tigli e la scuola che non finisce mai
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:21 pm

Davanti alla mia scuola elementare c'era un viale di tigli, come tanti. Gli ultimi giorni di scuola, certo i più belli, erano associati al persistente odore degli alberi in fiore, forse un po' forte ma in fondo gradevole specie se appunto segnale di un evento lieto. Erano giorni veramente spensierati, in cui andare a scuola non mi faceva fatica, perché ormai era stato tutto detto e scritto e c'era solo il sapore, stavolta leopardiano, di una specie di prolungato sabato del villaggio.
Negli anni quell'odore mi è rimasto, con meccanismo che è inevitabile ahimè definire proustiano, ricollegato ad una indefinibile sensazione di felicità che provo non solo prima di aver capito che viene dall'olfatto, ma addirittura di aver realizzato che nei paraggi ci sono dei tigli in fiore.
Ora davanti alla nostra casa di Torino tante piante di tigli costeggiano la strada. E tornando a casa un pomeriggio sono stata colpita di nuovo da quella strana felicità. Non ci è voluto molto per realizzare che era un felicità ingannevole, che ormai la scuola non finisce più, che i doveri, le responsabilità e i problemi ci sono tutti i giorni dell'anno; in questi momenti mi sembra di essere Nanni Moretti in Palombella Rossa che urla rimpiangendo i pomeriggi di maggio passati a giocare al pallone. E' in queste occasioni che mi capita di provare una certa nostalgia per l'infanzia, che pure non ricordo con grande piacere. Preferisco però dover pagare quel breve momento di felicità sensoriale con un po' di amarezza piuttosto che rinunciare per sempre a quei pochi secondi in cui ogni anno, torno a frequentare la quarta elementare.


martedì, 2 giugno 2009
Un ponticello su un fiume di guai?
Nelle categorie: It, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:28 pm

Abbiamo trascorso quasi tutto il ponte del 2 giugno in Toscana dai parenti e i guai non sono certo mancati… cominciando dal traffico che credevamo almeno in parte di avere eluso partendo il sabato piuttosto che il venerdì per poi invece trovarci in coda quasi ininterrotta da Ovada a Firenze Sud. C'è stato poi il clima che ha funestato noi come molti altri. Solo che non prevedendo la pioggia siamo partiti senza l'apposita attrezzatura specie per It. Ed è stata molto dura lottare con lui che voleva evadere per saltare a pie' pari nelle pozze e arrampicarsi sui giochi bagnati senza neanche un impermeabile… per la verità ho dovuto concedergli di farlo almeno un po', dato che con autistica ostinazione il piccolo avrebbe potuto urlare per ore intere davanti alla porta. A questa disgrazia si è poi aggiunto il fatto che a casa dei nonni per inadempienze della Telecom non c'era Internet, quindi niente ricerca dei cartoni di Wyle Coyote su You Tube che è una delle occupazioni preferite di It (con la mamma come braccio esecutivo, si intende). Pure il giro al locale ipermercato, in genere fonte di consolazione se non altro grazie al reperimento di qualche oggetto marchiato Cars, è stato reso semi-impossibile dalle code di quelli che condividevano un destino simile al nostro, che arrivavano abbondantemente fuori del parcheggio.
Infine siamo tornati a casa lunedì sera, e almeno oggi ci siamo goduti una lunga passeggiata in bicicletta per una Torino assolata e semideserta, una città lasciata a pochi Marcovaldi non in fuga per il ponte. Ma di questo forse parlerà Angelo..


martedì, 2 giugno 2009
Delitto al Leon d'Oro
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:27 pm

Purtroppo non è il titolo di un romanzo giallo, magari di un Maigret. Il Leon d'Oro è un albergo ristorante di Casteldelfino, un borgo decisamente affascinante della Val Varaita, non lontano dal confine con la Francia, un posto un po' fuori dal mondo che noi amiamo da tempo. Una domenica di questo nevosissimo inverno ci siamo fermati a pranzare, in una cornice un po' surreale, in compagnia di alpini e poliziotti inviati per fronteggiare l'emergenza climatica. Pure It accettò di mangiare un po' di agnolotti, il che per lui è stato un discreto riconoscimento alla cucina del posto. L'atmosfera, con metri di neve sui tetti delle case, era decisamente fiabesca.
Ma anche a Casteldelfino succedono cose che ti immagineresti solo in determinati quartieri della pericolosa metropoli torinese, quelli di cui si parla con grande allarme tutti i giorni in certe pubblicazioni. E così la signora che gestiva il Leon d'Oro è stata inopinatamente uccisa, a quanto pare da un ex tossicodipendente uscito da circa un anno dal carcere di Fossano, per motivi ancora non chiariti.
Non c'è una morale in questa storia; ma non può non colpire il destino che porta una signora non più giovane a finire uccisa in un borgo di montagna dove ha intrapreso con un certo coraggio la gestione di un albergo. Non è certo così che avrebbe pensato di poter finire, né noi avremmo pensato di ricordarci per sempre una bella domenica ricollegandola ad un brutale omicidio.
E pensare che l'albergatrice, Rosalia Perricone. a quanto pare era originaria di Palermo ed è arrivata al capo opposto del paese, in in luogo completamente diverso, per morire così.
Riposi in pace, signora Perricone. Magari c'e' un paradiso per gli albergatori dei paesi di montagna, senza impianti sciistici e torme di turisti.


martedì, 2 giugno 2009
Ricorrenze
Nelle categorie: It, Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:55 am

Ho scritto altrove del mio legame affettivo con la Festa della Repubblica. Oggi il sentimento che prevale e' di essere restato orfano di quella festa e di quella repubblica: non e' rimasto niente da festeggiare — e non e' rimasto niente dei valori repubblicani se la maggioranza degli Italiani ha voluto al governo gente che puo' affiggere immondizia come questa:

Oggi e' (anche) la giornata nazionale dell'autismo. Questo genere di eventi non mi piace — e l'ho gia' detto qui sul blog — ci vedo troppa commiserazione. Noi questa giornata la festeggeremo con il nostro autistico preferito, divertendoci insieme a lui in giro.


lunedì, 1 giugno 2009
Paolo Zocchi (1961-2009)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:42 pm

Paolo Zocchi e' stato un amico — uno di quelli con cui puoi anche litigare ma di cui devi riconoscere comunque l'onesta' e l'intelligenza. Abbiamo fatto un po' di strada insieme — poi ci siamo persi di vista da quando la politica per me si e' fatta lontana. Apprendo della sua morte in un incidente di montagna — ed e' un'assurdita' a cui non mi so rassegnare.

P. S. Qui un bel ricordo di Paolo.


lunedì, 11 maggio 2009
You're a big girl now
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:45 pm

Mia figlia grande oggi compie quindici anni.
Ci vediamo troppo poco e condividiamo troppo poco delle nostre vite — e continua ad essere un ovosodo dentro che non va ne' in su e ne' in giu'. Pero' questa foto, che risale alla nostra vacanza a Istanbul, mi e' parsa un bel modo di farle gli auguri qui dal blog — e di esserci.


sabato, 9 maggio 2009
Se esiste
Nelle categorie: Paradossi, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:41 am

Maroni si vanta di aver respinto in Libia oltre 200 migranti. Io prego che D-o gli chieda conto di ogni sofferenza, di ogni morte che questa decisione puo' causare.


giovedì, 2 aprile 2009
Vivere con un cigno nero
(Autism Awareness Day)
Nelle categorie: English digest, It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 3:17 am

Ho gia' avuto modo di esprimere la mia diffidenza nei confronti della "Giornata mondiale dell'autismo" indetta dall'ONU. Mi pare piu' che altro un momento propizio alla commiserazione, o ai luoghi comuni sulla necessita' di curare l'autismo — o peggio di "far guerra" all'autismo, come proclamava un ineffabile giornale torinese l'anno scorso. Di commiserazione non abbiamo bisogno, di cure meno ancora — e figuriamoci di guerra. Per di piu' un "Autism Awareness Day" e' una misura di "awareness" troppo lunga o troppo breve: le uniche scale possibili della consapevolezza sono tutta la vita e ogni singolo istante.
Detto cio', e a costo di far la figura di Renzo Tramaglino, provo a mettere a frutto l'occasione per cercare di spiegare — a me stesso prima di tutti — un po' di cose che credo di avere imparato da It — fino ad ora.

Un Cigno nero è un evento altamente improbabile con tre caratteristiche fondamentali. Primo: è isolato e imprevedibile. Secondo: ha un impatto enorme. Terzo: la nostra natura ci spinge ad architettare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo meno casuale di quanto non sia in realtà. Il successo di Google è un Cigno nero, l’ascesa di Hitler e l’11 settembre sono Cigni neri. E lo sono anche la nascita delle religioni, le guerre o i crolli delle borse, e alcuni avvenimenti che scandiscono la nostra esistenza: l’amore è un Cigno nero. Nassim Nicholas Taleb è convinto che un piccolo numero di Cigni neri sia alla radice di ogni sconvolgimento della storia e sia in grado di spiegare quasi tutto il nostro mondo.*

It e' un cigno nero. Il suo autismo era del tutto imprevedibile ("altamente improbabile"?) — ha trasformato radicalmente le nostre esistenze — e ci scontriamo ogni giorno con la tentazione di cercare spiegazioni che semplicemente non ci sono.
Ma a parte lo shock iniziale, sono quasi due anni che conviviamo *ogni giorno* con l'altamente improbabile e con l'assolutamente imprevedibile. Perche' It e' una sfida quotidiana a quel che ci si puo' aspettare, e' un po' come gli assoli di Charlie Parker, la nota successiva e' sempre in un posto un po' diverso da dove credevi che sarebbe stata. It non sta nelle regole, non e' calcolabile: non solo non somiglia per niente alle persone neurotipiche — ma non somiglia gran che nemmeno al profilo standard (ammesso che un profilo standard abbia senso) delle persone autistiche. Ogni tentativo di categorizzare i suoi atteggiamenti, i suoi comportamenti, i suoi pensieri si scontra con il fatto che lui e' *comunque* fuori dallo schema. In ogni momento, qualunque cosa faccia. Il nostro cigno nero non e' accaduto una volta per tutte — continua ad accadere in continuazione.
Cosi' abbiamo man mano imparato ad avere una assoluta familiarita' con l'improbabile — stiamo a bagno nel paradosso di aspettarci continuamente l'inatteso e di prevedere l'imprevisto. Non che questo ci renda piu' preparati: It riesce sempre a spiazzarci, a sfidare la nostra capacita' di prevederlo e di capire in anticipo — e spesso anche di capire a posteriori, nel bene e nel male.
Non e' che non capiamo nostro figlio. OK, a volte *davvero* non lo capiamo, ma per lo piu' abbiamo sviluppato insieme dei codici di comunicazione che ci permettono di dirci di tutto. Ma il fatto e' che il modo in cui It percepisce il mondo e lo interpreta — il suo stile cognitivo, verrebbe voglia di dire — non e' continuo e fatto di elaborazioni successive e di adeguamento dell'ignoto al noto — ma di esplosioni di esperienza e di ritorni incessanti — di ripetizioni rassicuranti e di catastrofiche spettacolari trasformazioni. E il solo modo di stargli dietro e' lasciarsi portare dal suo modo di pensare — per quel che siamo capaci di fare noi neurotipici, con la nostra diversa percezione e il nostro diverso pensiero.
Ma l'imprevisto piu' radicale, quello che nessuno ti dice, e' che il cigno nero e' bellissimo. Proprio perche' e' cosi' radicalmente inatteso — perche' le sue espressioni, i suoi sorrisi, le sue collere ti colpiscono cosi' spesso impreparato — perche' quel che lo interessa tu non l'hai mai visto davvero, fino a che non l'ha guardato lui — It ha uno sguardo che cambia il mondo, che ti costringe a prospettive che non soltanto non hai mai pensato, ma che in realta' non sei capace di pensare nemmeno quando te le mostra — semplicemente sono li' — una scoperta continua — in cui anche l'esperienza permette di anticipare assai poco. "Beauty walks on a razor's edge — one day I'll make it mine", come diceva Bob Dylan. Senza It non ci sarei mai arrivato.
Non e' facile vivere con il nostro cigno nero. Ma non e' ne' una sventura da compatire, ne' un privilegio di cui andar fieri. L'imprevedibile costa fatica — chiede di essere sempre vigilanti — e spesso, anziche' avere il sapore della scoperta di terre inesplorate, ha l'aspetto prosaico e pauroso di un vetro sfondato in un momento di collera — o di agitazione.
Pero' se proprio dovessi dare un messaggio per l'Autism Awareness Day — e' che vale la pena di cercare di essere consapevoli di come appare il mondo a un bambino autistico. E' un cigno nero, con tutta la devastazione cognitiva che porta con se' — e con tutta la bellezza oscura che non si puo' nemmeno immaginare con lo sguardo fissato sulla normalita'.

Sorry, I'll never be able to say that in English. (one of the wonderful things about internet is that there's always someone willing to help: so here's the translation, courtesy of Sara)

Living with a black swan
I have already expressed my distrust for the UN Autism Awareness Day. To me it looks more like a favourable moment for commiseration, or for clichés on the necessity to cure autism – or even worse, to make war to autism, as an indescribable newspaper from Turin (Italy) proclaimed last year. We do not need commiseration, even less we need cures – and obviously we do not need wars. Furthermore, an Autism Awareness *Day* is too long or too short an awareness span: the only possible measures of awareness can be life long and in every moment.
That said, I would like to try to take advantage of this occasion to explain – to myself first of all – a few things I think I have learned from "It" – so far.

A Black swan is a highly improbable event with three fundamental characteristics. First: it is isolated and unpredictable. Second: it has a massive impact. Third: our nature induces us to find justifications afterwards for its appearance, in order to make it a less casual event than it actually is.*

"It" is a black swan. His autism was totally unpredictable (“highly improbable”?) – it has radically transformed our lives – and every day we are tempted to look for explanations that just do not exist.
But apart from the initial shock, it is almost two years now that we deal every day with the highly improbable and the totally unpredictable. Because "It" is a daily challenge to anything we might expect; it is something like Charlie Parker’s solos, his next note is always in a slightly different place from where you thought it should have been. "It" does not follow the rules, he has nothing in common with neurotypical people – but he also has little in common with the standard profile (if a standard profile does have sense) of autistic people. Every attempt to put into categories his attitudes, his behaviour, his thoughts, clashes with the fact that he is *however* outside a pattern – always, no matter what he is doing. Our black swan did not occur once for all – it goes on occurring continuously.
Therefore, day by day we have learned to have absolute familiarity with the improbable – we are living in the paradox of continuously expecting the unexpected and predicting the unpredictable. Not that this helps us much: "It" is always capable of deceiving us, he always challenges our capability to predict and understand in advance – and often also to understand afterwards, through the good and the bad. It is not that we do not understand our son. OK, sometimes we *really* do not understand him, but mostly we have developed a set of communication codes that allow us to “talk” about anything. But the problem is that the way "It" perceives and interprets the world – his cognitive style, one could say – is not continuous and built from subsequent elaborations and from the adaptation of the unknown to the known – but it comes from explosions of experience and unceasing returns – from reassuring repetitions and spectacular and catastrophic transformations. And the only way to keep up with him is to follow his way of thinking – as much as it is possible for neurotypicals like us, with our different perception and our different way of thinking.
But the most radically unexpected event, the one that no one tells you, is that the black swan is gorgeous. It is particularly because it is so radically unexpected – because his expressions, his smiles, his rages catch you so often unprepared – because the things that interest him are those that you have never really seen, until he looked at them – "It" has eyes that change the world, they force you to take into account perspectives that not only you had never thought about, but that in effect you are still not capable of thinking even when he shows them to you – they are simply there – a continuous discovery – for which even experience is not enough to anticipate very much. “Beauty walks on a razor’s edge – one day I’ll make it mine”, as Bob Dylan said. Without "It" I would have never understood.
It is not easy to live with our black swan. But it is neither a misfortune to commiserate, nor a privilege to be proud about. The unexpected needs hard work – it demands us to be always alert – and often, instead of having the flavour of a discovery of unexplored lands, it has the mundane and scary appearance of a window broken in a moment of rage – or of anxiety.
But if I should leave a message for the Autism Awareness Day – it would be that it is worthwhile to try to be aware of how the world appears to an autistic child. It is a black swan, with all the cognitive devastation it brings with him – and with all its dark beauty, impossible to even imagine if the eyes are fixed on normality.

* OK, ammetto la mia abissale ignoranza: fino all'altro ieri il libro di Taleb per me non era altro che una copertina ed un titolo vagamente accattivante visto sugli scaffali delle librerie. Tutt'ora non l'ho letto, tanto e' vero che cito un risvolto di copertina. Il fatto e' che una collega di lavoro ne ha parlato — e la metafora mi ha colpito come un treno in corsa. Non vogliatemene — quindi — se la mia argomentazione e' inesatta, o infedele, o ignorante. Anzi e' sicuramente tutte queste cose. Ma per una volta mi permetto il lusso di scrivere sulla spinta di una suggestione. E di usarla come puro pretesto.

* I take this from Nassim Nicholas Taleb's book “The Black Swan”. OK, I admit my ignorance: until recently, it was just a cover with an attractive title glimpsed on the shelves of a bookstore. I still have not read it, and in fact what I cite comes from the back cover. Therefore, please excuse me if my reasoning is not correct, false or ignorant. Actually, it is probably all three. For once I permitted myself the luxury of writing from the power of a suggestion. And use it as a pretext.


domenica, 22 marzo 2009
L'autismo e il Papa

Alain Juppé e' un politico di quelli di cui avremmo un sacco di bisogno in Italia: un rappresentante di quella destra laica, repubblicana e civile da cui puoi dissentire su mille cose, ma con cui c'e' un terreno etico, culturale e istituzionale comune. E' un uomo di destra, non un aracnide. E poi e' sindaco di Bordeaux, che e' una bella citta' dall'aria ben amministrata — ed e' uno dei pochi politici che tengono davvero un blog personale — uno in cui ti racconta di che cosa fa come sindaco, ma anche i libri che legge, i film che e' andato a vedere, gli aneddoti di vita quotidiana — e in cui si prende la briga di rispondere di persona ai commenti. Tutto questo per dire che Juppé e' uno che mi piace, che mi sta pure simpatico, al di la' delle differenze politiche.
Ora, Alain Juppé se l'e' presa di brutto col Papa in un'intervista a France Culture: e fin qui niente di male, anzi — ci fosse in Italia qualche politico (di destra ma non solo) sufficientemente libero dalle influenze vaticane da poter dire che "avverte un profondo disagio" per le posizioni espresse da Benedetto XVI in materia di AIDS e preservativi o per la vicenda della revoca della scomunica ai vescovi lefevriani — o da affermare che questo Papa comincia ad essere "un serio problema".
Ma Juppé ha aggiunto che Benedetto XVI "sembra vivere in una condizione di autismo totale". E qui mi e' saltata la mosca al naso. Perche' come al solito si chiama in causa l'autismo, in maniera superficiale, per associarlo a un difetto morale o a una colpa: "autismo" finisce per essere sinonimo di incapacita' di compassione, di relazione, di ascolto — e c'e' un aspetto nemmeno tanto implicito di condanna in tutto cio'. Di qui a concludere che le persone autistiche sono difettose — sono *sbagliate* — il passo e' troppo breve. La gente sa poco di autismo — e se ne fa un'idea per lo piu' dall'uso metaforico della parola. Cosi', quando incontra sulla sua strada una persona autistica *per davvero* e non per metafora, ha gia' nella testa un pregiudizio ben preciso — ha gia' implicitamente formulato un giudizio negativo. Un giudizio *morale* negativo. E si comporta di conseguenza.
E' ora di smetterla. Piu' nessuno trova socialmente accettabile dare di "mongoloide" a qualcuno per dire che non si comporta in maniera intelligente. Dare di "autistico" a chi non mostra empatia o a chi non rivela capacita' di relazione con gli altri non e' meno gratuitamente dispregiativo nei confronti degli autistici veri.
Sono solo metafore, si dira'. Ma le parole sono pietre, quando servono implicitamente a consolidare pregiudizi e stereotipi contro categorie di persone che si', sono profondamente diverse da noi, ma non sono affatto peggiori di noi — e non sono per niente "difettose".

P. S. L'ho scritto, a Juppé, commentando il suo blog. Vedremo se e che cosa risponde.

Autism and the Pope
Sorry for our few English speaking readers: my English posts have been too rare — because I discovered that blogging in a different language is a lot harder than I expected.
This time I'll try to make up, so Maddy can spare Nonna's eyes.

Alain Juppé is a former French Prime Minister (he is now the Mayor of Bordeaux) and a good blogger — one of the few politicians I know of who actually write their own blogs. Recently he has harshly criticized the Pope, among other things, because of his stances on condoms and AIDS in Africa, and because of the lifting of the excommunication of the negationist bishop Williamson. Juppé's thesis (which I find absolutely correct) is that the Pope is severing the Church from the needs and the beliefs of the society, and even of many Catholics.
But to stress his argument, Juppé said that the Pope "seems to be living in a condition of complete autism". Here we go again: "autism" is used as a metaphor of a negative moral stance, an inherently despicable contempt of human relationships and of empathy. I believe this use of language helps consolidating prejudice against autistic people, and it fosters the misconception that autistics are "wrong" and "defective" — and that they should be changed in something else if they are to be accepted by other people. I feel that this should not be tolerated: no decent person would find acceptable to use "Down" as an insulting word for someone not bright enough. Why is autism different?
(Alain Juppé's blogpost on the reactions to his interview is here: I commented on it, hoping to bring up some reactions. To date, nothing happened.)


martedì, 10 marzo 2009
For dummies
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 7:46 am

Per tutti i dummies come me che non avevano ancora trovato una soluzione a questo: se usate questo, questo funziona.

Idea spudoratamente saccheggiata da questo post di Mantellini


No, di quella cosa li' non parlo.
Non riesco a convincermi che ci sia qualcosa da dire.



giovedì, 5 febbraio 2009
RSS for dummy (uno solo, cioe' io)
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto da Amministratore alle 1:40 pm

Voglio capire: c'e' qualcuno di voi che ci legge via RSS? perche' Feedburner da mesi mi dice che *nessuno* ha sottoscritto il feed e *nessuno* lo usa mai — e vabbe' che The Rat Race non fa grandi numeri, ma ho la sensazione che qualcosa non funzioni…


sabato, 31 gennaio 2009
Unita' di misura
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:53 am

Ma secondo voi Lord Farquaad e' alto un Brunetta (Bn) oppure il Ministro Brunetta e' alto un Farquaad (Fq)?


martedì, 6 gennaio 2009
Post sconclusionato per cominciare il 2009

Il blog tace da un sacco di tempo — e per lo piu' quando ci si mette qualcosa sono fotografie, che non richiedono troppo pensiero e troppa concentrazione. Il fatto e' che la nostra vita quotidiana e' faticosa — molto faticosa — anche quando le cose vanno nel complesso piuttosto bene, come adesso. Con tutti i grandi progressi di questi mesi, It rimane un bambino estremamente iperattivo, capace di passare mezze giornate a correre su e giu' per la casa, prendendo e lanciando giocattoli (e ogni altro genere di oggetti), chiedendo in successione un DVD una merendina un gioco di uscire di saltare sul letto di giocare con il pc di papa' un DVD (non quello di prima!) un DVD (non quello di prima!) un gioco (non quello di prima!) una merendina (un'altra — quella di prima e' finita tutta sbriciolata e impastata sul parquet) un film (quello di prima prima — ma la seconda scena e basta) — e arrabbiandosi terribilmente se le sue richieste non vengono comprese ed esaudite in un batter d'occhio. Il tutto ovviamente senza una parola a rendere piu' facile la negoziazione.
Per fortuna It e' anche un bambino entusiasmante, dolcissimo, intelligente, affettuoso — che ci riempie la vita. Una delle cose piu' brutte, che fanno piu' male — e piu' false oltretutto — e' il luogo comune che dice quanto sono sfortunati, quanto vanno commiserati, quanto devono sentirsi afflitti e disperati i genitori di bambini autistici: non e' cosi' — e comunque non abbiamo tempo per queste cose. Ma stanchi — di una stanchezza che non da' tregua, questo si'. E quindi trovare la forza (e il tempo materiale) di continuare a scrivere sul blog e' sempre piu' difficile. E tutta la mia ammirazione va a quelle persone che — in situazioni come la nostra — ci riescono, e trovano modo di scrivere con humour, con sensibilita', con intelligenza sulla loro esperienza di genitori. E di tutto il resto. Vorrei riuscirci anche io, ma il piu' delle volte a fine giornata sono in uno stato in cui il massimo delle mie capacita' mentali arriva ai videogiochi.
D'altra parte parecchi degli argomenti di cui The Rat Race si e' sempre occupato ormai mi riducono all'afasia. La politica italiana e' un panorama di disperante irrilevanza su cui non saprei davvero che parole spendere. Parlare di laicita' e di scelte religiose significherebbe oggi accettare un confronto con chi non solo dimostra di non volerlo, ma non crea nemmeno le condizioni minime per meritarlo; in altri contesti si sarebbe detto che non c'e' un partner per parlare — e quando si arriva a questo gli esiti sono sempre nefasti. E poi c'e' la piaga aperta di Israele e della Palestina — che mi pare ormai un groviglio in cui nessuna parte ha altro che torti e in cui ogni parola non fa che ripetere cose inutili e gia' ascoltate — quando non e' piegata alle piccole, piccolissime polemiche di casa nostra — io parole non ne ho piu', e in realta' nemmeno convinzioni: soltanto un grande sconforto.
In queste condizioni, e' davvero difficile scrivere di qualcosa di sensato — e il blog resta li' — piu' che altro per lasciare un canale aperto in attesa di tempi migliori (davvero?).
Ah, dimenticavo: buon anno a tutti, per quel che dipende da ognuno di noi. Perche' se non noi, chi? e se non ora, quando?

P. S. Tra le cose di cui non avrei voluto parlare c'e' la morte di Jett Travolta: troppe illazioni e troppa confusione per una tragedia che chiederebbe prima di tutto rispetto per la sofferenza di una famiglia. Ma nel TG1 di stasera e' andato in onda un pezzo di Giulio Borrelli che supera ogni limite di indecenza e approssimazione — e non posso non reagire, stavolta: "[Jett] soffriva a quanto pare di autismo fin dall'infanzia, si estraniava dalla realta'. Ma il padre, seguace di Scientology, ha sempre cercato di negare l'evidenza, per restare fedele al presunto divieto della sua chiesa di usare psicofarmaci. [...] Era stato il fratello, Joy Travolta, ad accusare l'attore di chiudere gli occhi di fronte alla realta': bastavano cinque minuti, diceva lo zio di Jett, per capire che il ragazzo era affetto da autismo [...]".
In cosi' poche parole e' sorprendente essere riusciti a mettere insieme tante inesattezze — tra cui alcune pericolose:
1. non ci sono evidenze definitive che Jett fosse autistico;
2. l'autismo non e' una malattia, ma una condizione genetica (non direste mai che qualcuno "soffre di capelli biondi" o "soffre di pelle scura");
3. *non* ci sono psicofarmaci indicati per il trattamento dell'autismo; e in ogni caso non c'e' una "cura" per qualcosa che comunque non e' una malattia;
4. i disturbi dello spettro autistico sono condizioni molto complesse — e chiunque pensi di poterli diagnosticare in cinque minuti o e' un imbecille o e' in malafede.
Insomma — al TG1 si sono persi una splendida occasione per stare zitti.


Mi da' troppo la nausea leggere le dichiarazioni di Benedetto XVI sul suo predecessore Pio XII.
Quindi non le commento — ma la prossima volta che qualcuno mi parlera' del magistero morale della Chiesa credo che prendero' chiodi e martello.



Lo leggo in colpevole ritardo, ma questo post di Ribat al Mujahid mi pare condivisibile in toto.
(Giusto per riprendere un po' di ragionamenti sulla prospettiva religiosa)



martedì, 28 ottobre 2008
Sicuro?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:07 pm


domenica, 19 ottobre 2008
Ci leviamo di torno
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 9:00 am

per una settimana. Se nel frattempo il governo approva qualcosa di particolarmente nauseante, non ditecelo — potremmo decidere di non tornare proprio.


Sull'importanza del tempo pieno Bankitalia ha scoperto l'acqua calda
(da Repubblica).



martedì, 14 ottobre 2008
Will Claxton (1927-2008)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:52 am


mercoledì, 8 ottobre 2008
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Ma vaffanculo!, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 1:10 pm

l'attacco agli insegnanti di sostegno nella scuola. Ma sinceramente non mi aspettavo che arrivasse proprio da LaVoce.info, che ha pubblicato il 6 ottobre scorso un articolo a firma di Massimo Bordignon e Daniele Checchi in cui si criticano i tagli della Gelmini alla scuola e che si conclude con questo paragrafo:

C’è infine una curiosa assenza nelle proposte governative. Non è possibile pensare di intervenire in modo efficace sulla spesa del personale docente in Italia se non si affronta con coraggio anche il problema della tutela degli studenti con handicap. Gli insegnanti di sostegno sono l’unica categoria ad aver mostrato una crescita incessante nell’ultimo decennio, fino a raggiungere l’11 per cento del totale nel 2007, con un costo complessivo per le finanze pubbliche che può essere stimato, in difetto, in oltre 4 miliardi di euro. In più, la loro distribuzione territoriale è sospetta. Lo stesso numero di studenti disabili produce il 50 per cento in più di insegnanti di sostegno al Sud rispetto al Nord. Le politiche relative alla tutela devono essere riviste, introducendo criteri più rigorosi nell’accertamento della disabilità, protocolli che specifichino l’utilizzo del personale per tipologia di disabilità e che consentano di verificare l’efficacia delle politiche di integrazione. I primi a essere beneficiati sarebbero proprio gli studenti più bisognosi di tutela.

Una premessa: qui non si parla di "tutela" degli studenti con handicap, ma di attuazione pratica dei diritti costituzionali dei cittadini diversamente abili. L'integrazione scolastica ha come obiettivo "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3 Cost.). Non e' una nota a pie' di pagina delle finalita' della scuola — e' uno dei suoi compiti essenziali.
E poi vediamo un po' di numeri (ne abbiamo gia' parlato in passato): gli alunni diversamente abili nella scuola statale italiana nello scorso anno scolastico erano (stando alle statistiche ufficiali) 161.686. Gli insegnanti di sostegno erano 45.608: cioe' uno ogni 3,54 studenti disabili. Cioe' drammaticamente troppo pochi, come sa chiunque abbia un figlio portatore di handicap a scuola.
Gli insegnanti di sostegno sono cresciuti di numero nell'ultimo decennio? e meno male, perche' l'integrazione scolastica non si fa con le buone parole. Devono crescere ancora, perche' per molti dei nostri figli e' indispensabile un rapporto di uno a uno, se si vuole che a scuola non siano soltanto parcheggiati — e se si vuole che non diventino un peso sulla classe nel suo complesso. Il problema se mai e' quello della qualificazione degli insegnanti di sostegno, che troppo spesso sono persone di buona volonta' ma di nessuna competenza — e non si improvvisa l'intervento educativo su un bambino autistico, solo per restare al caso che conosco. Quindi bisogna spendere *di piu'*, non di meno: per non avere piu' studenti diversamente abili senza sostegno — e per avere insegnanti adeguatamente formati e competenti. Per altro, stimare a oltre 4 miliardi la spesa per quarantacinquemila insegnanti vuol dire ipotizzare un costo a persona di circa 90.000 euro: mi piacerebbe vedere i conti, perche' quello e' il *mio* costo al lordo annuo — e io guadagno parecchio di piu' di un insegnante (gente, ho cambiato lavoro per questo…).
Sui numeri degli insegnanti di sostegno nel Sud non ho riscontri, e anche in questo caso mi piacerebbe vedere i dati a disposizione degli articolisti; ma non sono sorpreso — data la carenza generale di strutture di assistenza ai disabili nel meridione, il ricorso all'insegnante di sostegno e' probabilmente l'unico intervento (pubblico) di cui un bambino disabile puo' godere in molte realta'. Al di la' della scuola ci sono ASL che non prendono in carico per mancanza di fondi, di personale e di preparazione, Comuni che non forniscono assistenza, medici di base che al massimo prescrivono qualche psicofarmaco. Ok, tagliamo sugli insegnanti di sostegno: ma diamo ad ogni persona portatrice di handicap nel Sud un trattamento complessivo almeno equivalente a quello di cui puo' godere mio figlio a Torino. Anche qui: e' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli ecc. ecc.
L'articolo auspica criteri piu' rigorosi per l'accertamento della disabilita'. L'esperienza di chi e' a scuola e' che gia' ora ottenere la certificazione (e quindi il sostegno) non e' una passeggiata. Magari non pone problemi particolari — salvo tempi geologici e del tutto aleatori — per chi come It ha una diagnosi assai severa; ma per un alunno con un disturbo apparentemente meno grave, come certe forme di ADHD, puo' essere parecchio difficile — e cio' non significa che non ci sia altrettanto bisogno di una figura di sostegno dedicata e preparata specificamente. Quindi anche in questo caso una stretta ulteriore significa soltanto colpire chi e' meno difeso.
Il fatto e' che — tra le righe — l'articolo mette in questione proprio l'assunto fondamentale, che e' l'integrazione scolastica degli studenti disabili. Parlare di "protocolli … che consentano di verificare l’efficacia delle politiche di integrazione" significa ipotizzare che le politiche di integrazione nel loro complesso possano essere rimesse in discussione se "non efficaci" — e che si possa tornare al tempo delle scuole speciali. Intendiamoci, non ci vedo nessuno scandalo: resto convinto che l'integrazione scolastica sia la migliore delle soluzioni possibili, ma *soltanto* se e' fatta con i mezzi necessari, cioe' con risorse umane adeguate nel numero e nella qualificazione. Quindi funziona soltanto se costa — e costa molto. Se si debbono fare le nozze con i fichi secchi, come gia' accade in molti casi in Italia, continuo a chiedermi se non sarebbe piu' efficace concentrare le risorse su buoni progetti di educazione speciale. Ne abbiamo gia' discusso in passato, non torno sull'argomento. Tuttavia non ci si puo' nascondere dietro una frasetta ipocrita — e aggiungere che "i primi a essere beneficiati sarebbero proprio gli studenti più bisognosi di tutela": se si taglia la spesa per gli insegnanti di sostegno, salta l'integrazione scolastica — e non e' un bel risultato per i nostri figli, perche' le classi differenziali sono comunque una soluzione di serie B.
E' chiaro, siamo in tempi di darwinismo sociale — e i nostri figli non sono i piu' adatti a sopravvivere. Non mi sorprende che molti lo pensino. Ma mi piacerebbe che avessero lo stomaco di dirmelo in faccia. Soprattutto se fingono di stare dalla mia parte — e da quella di mio figlio.

P. S. (9 ottobre): Avevo inviato il link di questo post nei commenti all'articolo della Voce. Non lo hanno pubblicato. Ho chiesto chiarimenti e mi hanno risposto cosi': Non abbiamo pubblicato il suo commento non per censura, ma per il semplice fatto che invece che proporre le sue tesi nell'apposito spazio, rimanda immediatamente al suo blog. Per linea editoriale cerchiamo di scoraggiare questo tipo di comportamento.


lunedì, 29 settembre 2008
Castagne d'India
Nelle categorie: It, Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:08 pm


Io le ho sempre trovate bellissime da guardare e da toccare — e da bambino le raccoglievo con entusiasmo sui viali di Torino — salvo che poi non sapevo come giocarci, si prestavano poco a qualunque uso (troppo irregolari per fare da biglie, troppo deperibili per tesaurizzarle e basta, sarebbero state ideali come proiettili per la fionda, ma una fionda non sono mai riuscito ad averla) — e mi e' rimasta addosso questa duplice sensazione, di entusiasmo e di frustrazione.

(It, che non si fa problemi se non ha una fionda, trova che siano perfette da lanciare nelle fontane — e perfino nelle pozzanghere)


mercoledì, 24 settembre 2008
"Capire cognitivamente, capire in modo esperienziale"
Nelle categorie: English digest, It, Ma vaffanculo!, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 4:07 pm

No, il gergo del titolo non e' mio — ma c'e' chi lo usa, come vedrete.

Tuttoscienze de La Stampa di oggi pubblica un'intervista a Giacomo Rizzolatti, a firma di Gabriele Beccaria. Gia' il titolo mi ha fatto fare un salto sulla sedia: "I bimbi autistici non si specchiano". Caspita, It si specchia eccome, trova lo specchio della camera un gioco splendido, soprattutto quando ci si guarda mentre fa i salti sul letto. E non solo si specchia: si riconosce nelle fotografie — e gli piace. Poi ho capito: e' colpa del titolista, che non sa che tra uno specchio e i neuroni-specchio, oggetto dell'articolo, c'e' lo stesso rapporto che passa tra un paniere di vimini e il paniere dell'ISTAT*. Vabbe' — mica si puo' pretendere che i titolisti capiscano quello che c'e' scritto negli articoli. E allora sono andato avanti a leggere.
Frase di apertura: "Si trovera' una cura per l'autismo?". Cominciamo male. L'autismo non e' una malattia, come l'influenza o come il vaiolo. E' una condizione genetica, una diversa conformazione del cervello (a cominciare dalla presenza o meno dei "neuroni-specchio"). Quindi e' una caratteristica di una persona, non diversamente dal colore degli occhi o dei capelli, dalla statura o dalla predisposizione alla calvizie. Parlare di cura e di guarigione non solo non ha senso, ma porta sulla strada sbagliata. Quello di cui persone come It hanno bisogno e' innanzi tutto rispetto per la loro diversita' — e capacita' da parte di tutti di valorizzare i tratti positivi di quella diversita'. E poi, certo, strumenti di sostegno e di aiuto per le difficolta' che essere autistici si porta dietro: soprattutto nel campo della comunicazione. Imparare a comunicare per i nostri figli e' una sfida, forse la sfida piu' grande — e li' si' che c'e' bisogno di interventi, di lavoro, di competenze, di tecniche. Imparare a gestire le relazioni sociali, le regole sottintese che governano i rapporti fra persone e gruppi: e anche qui c'e' bisogno di metodi per insegnare, per far capire, per rendere padroneggiabili situazioni che per una persona autistica possono essere assai disorientanti. Di questo abbiamo bisogno, noi genitori e i nostri figli. Di una "cura" che faccia sparire l'autismo — cioe' che faccia sparire un tratto caratteristico di quello che i nostri figli sono — beh, sinceramente non sappiamo che fare.
Vado avanti: "Questi bambini… capiscono cognitivamente che cosa fa una persona, ma non sono in grado di capirlo in modo esperienziale. Per esempio, guardano un individuo che afferra un bicchiere, ma dentro di loro non riescono a ricreare la formula motoria di quel gesto.". Per come conosco nostro figlio, questo e' semplicemente falso. Il punto se mai e' che i suoi interessi divergono da quelli comuni — e quindi la sua attenzione non va necessariamente alle cose che paiono importanti *a me*. Ma per quelle che paiono importanti *a lui* ha una singolare capacita' non soltanto di imparare, ma di progettare, di studiare e risolvere problemi — di agire in maniera tale da raggiungere i suoi obiettivi. E quindi evidentemente di "fare esperienza" dei pezzi di mondo che gli interessano. E' chiaro che anche questo pone una sfida educativa: ci sono centinaia di cose che a It non interessano e che deve comunque imparare a fare e a gestire, e per le quali bisogna trovare i canali — spesso oscuri — che accendano una sua risposta. Ma pensare che alle persone autistiche manchi una forma di esperienza/esperimento della realta' significa non aver mai tentato di capirne una.
Ancora: "Lei … studia la loro [degli autistici, NdRatto] incapacita' di provare emozioni. Giusto?" "E' un'incapacita' enorme. Ora si deve cercare un modo per far capire loro che cosa sono le emozioni.". Beh, dopo aver letto questa roba sono andato a prendere It a scuola e gli ho fatto un po' di foto sulla via di casa: ditemi se secondo voi questo e' un bambino incapace di provare emozioni:

It si è accorto che volevo fargli delle foto e mi prende in giro scappando e facendomi le pernacchie

Ora — io non metto in dubbio l'autorevolezza di Rizzolatti come ricercatore, ne' l'importanza delle sue scoperte. Ho anche l'impressione che una parte delle stronzate (pardon, "affermazioni discutibili") espresse nel testo siano piu' frutto di sciatteria dell'articolista (pardon, "sintesi giornalistica") che dell'effettivo pensiero dello scienziato. Tuttavia e' difficile sfuggire alla sensazione che in queste ricerche ci sia un sacco di scienza ("capiscono cognitivamente") e nessuna conoscenza delle persone reali che stanno dietro l'etichetta di autismo ("non sono in grado di capirlo in modo esperienziale"). Peccato per loro, non sanno che cosa si perdono. Mio figlio, con tutto il suo autismo, e in parte probabilmente proprio *per il suo autismo*, e' un bambino eccezionale — e varrebbe la pena di conoscerlo, prima di avventurarsi a dire che non sa fare esperienza del mondo o non capisce le emozioni.

Il prof. Rizzolatti partecipera' il 26 settembre a Torino al convegno "Cervello, Cultura e Comportamento Sociale", organizzato dalla Fondazione Rosselli, con una relazione sul tema "Neuroni specchio e cognizione sociale".

* Viene voglia di osservare che non riconoscere le metafore e' un tipico comportamento ascritto alle persone autistiche…

Sorry, English digest to follow as soon as I manage.


giovedì, 18 settembre 2008
Che palle l'IKEA!
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', English digest, It, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 7:54 pm

(che non e' un insulto — anzi)

Come capita durante i traslochi delle famiglie non troppo provviste di quattrini, la Rat-Family ha fatto il solco sulla via dell'IKEA per arredare la nuova casa. E li', tra code multiple, sgomitate nella folla, ricerche affannose in magazzino, assegni staccati e polpette svedesi, It ha scoperto il "Paradiso dei Bambini", ovvero il baby-parking e la sua vasca con le palline gialle e blu. Per un po' di volte abbiamo cercato di dissuaderlo, temendo che potesse essere difficile da gestire e da controllare in quelle condizioni. Ieri pero' ci siamo fatti coraggio, abbiamo spiegato la situazione e la condizione di It alla gentilissima animatrice del baby-park, in modo che sapesse come comportarsi — e lo abbiamo messo a sguazzare felice tra le palle dell'IKEA. Risultato: un'ora di assoluto divertimento, in cui It ha finito per farsi imitare da un paio di bambini presenti (saltelli e sfarfallamenti autistici compresi!) — e in cui e' risultato decisamente meno scatenato e incontrollabile dei piccoli neurotipici presenti. Con un'attenzione discreta e gentile delle animatrici, evidentemente ben istruite sull'accoglienza dei bambini con bisogni speciali — a dimostrazione del fatto che si puo' evitare abbastanza facilmente di creare situazioni discriminatorie. Capito, signori di Carrefour?

P. S. Per quanto riguarda la vicenda raccontata da Black Cat, restiamo in attesa di vedere quali azioni positive assumera' Carrefour per rimediare: a noi due parole di scuse non bastano. Proprio perche' ci e' chiaro che e' *assolutamente possibile* non discriminare.

IKEA has balls
As it often happens to not-too-well-off families, moving to a new house means to make endless trips at the nearest IKEA store to buy new furniture. In this process, It discovered the wonders of IKEA's baby parking — and insisted to be allowed to go in. We were reluctant at first, because we feared he would not be controllable in that kind of situation. At last we gave in: we explained our son's condition to the lady at the baby parking, she was very concerned and welcoming — and off he went to play with the yellow and blue balls in the pool. End of story: one full hour of great amusement — and he even taught some other boys a few distinctive autistic jumps and hand-flappings. All in all, our It has not been more difficult to control or more restless than any NT kid. The people fron IKEA have been caring, discreet and attentive — which demonstrates that it *is* possible for a big retail store to create non discriminatory conditions for children with special needs. Just what Carrefour did not do on this occasion (*).
(*) Answering a request from HJ, let me try to summarize what happened at the Assago (Milan) Carrefour supermarket. During the local date of the "Disney Cars Tour", Black Cat took his (autistic) son to see the show and to get some photos with the characters from the movie. As the boy was not quick and responsive enough to adapt to the photographers requests, he has been uncerimoniously shoved away from the photo booth ("Move on, we can't wait for you — we've no time to spare — just go away!"). When his mom protested, a clerk from Carrefour snapped back: "But if he's not normal, why do you take him among the people?".
Black Cat wrote a protest e-mail to Carrefour and published it on her blog, prompting a mass reaction from the Italian blogosphere (over 700 comments and 250 posts so far). Carrefour has replied with some (IMO) lame and vague apologies — and a phone call. Still waiting for further developments: in the meanwhile, we've stopped shopping at the local Carrefour store.


lunedì, 15 settembre 2008
Primo giorno di scuola
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:19 pm

Domani mia figlia grande, Sara, inizia il liceo. Lo ammetto, sono emozionato io per lei — forse piu' di lei.
Anche It inizia l'inserimento nella nuova scuola torinese — che ci pare bellissima — e che sembra piacergli tanto.

Crescono, crescono. In bellezza (e saggezza?). ;-)


mercoledì, 10 settembre 2008
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:07 am

(siamo ancora vivi — tra uno scatolone e l'altro)


domenica, 7 settembre 2008
Progress Report (6)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 3:34 pm

Prende forma, un po' per volta.
Meno uno!


sabato, 6 settembre 2008
Progress Report (5)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:39 pm


Casa nuova, in tempo reale.
Meno due. Ce la facciamo.


venerdì, 5 settembre 2008
Progress Report (4)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 7:50 pm

Lo skyline del nostro vecchio soggiorno, oggi pomeriggio.
Meno tre…


martedì, 2 settembre 2008
Progress Report (3)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:50 pm

WiFi area…
Meno sei.


lunedì, 1 settembre 2008
Progress Report (2)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:32 am

A volte ritornano:

Meno sette — no facciamo sette e mezzo, che gli scatoloni sono di ieri e cosi' mi sento un po' meno con l'acqua alla gola.


sabato, 30 agosto 2008
Progress Report
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:38 pm

Meno nove…


venerdì, 29 agosto 2008
Normalità?
Nelle categorie: It, Pipponi — Scritto da waldorf alle 11:56 pm

Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli, coll’uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi. Forse questa risposta sarebbe più valida e più ragionevole di quella di Talete, che dimandato da Solone perché non si ammogliasse, rispose mostrando le inquietudini dei genitori per gl’infortunii e i pericoli de’ figliuoli. Sarebbe, dico, più valido e più ragionevole lo scusarsi dicendo di non volere aumentare il numero dei malvagi.

Scrivo qui dopo tanto tempo, un po' per la vorticosita' di questo periodo, un po' perche'nel complesso mi sembrava di non avere piu' niente da dire. Pero' il post sui giardinetti di Angelo mi fa venire voglia di aggiungere qualcosa, non forse in modo particolarmente logico, ma mi piacerebbe che mi leggesse qualcuno che puo' capire quello che intendo.
Da quando so che Enrico e' autistico, mi sono trovata ovviamente spesso a riflettere cosa significa essere normali e quello che mi sarebbe piaciuto per mio figlio. In queste condizioni ci si trova prima degli altri genitori di fronte al fatto che non possiamo avere dei figli esattamente come li vogliamo e che tante delle nostre aspettative per loro verranno inevitabilmente deluse. Vieni proiettato in una dimensione completamente diversa e sconosciuta, in cui devi abituarti a pensare in modo nuovo se vuoi sopravvivere. Vedere la clamorosa bellezza di tuo figlio, che non ha niente a che vedere con gli altri. E pensare che il tuo bambino ti piaccia com'e', pur con la dolorosa coscienza di quanto la sua esistenza potra' essere difficile per la sua diversita'.
Da una parte ti chiedi se i genitori dei bambini normali si rendano conto della fortuna che hanno, di quanto e' esaltante vederli crescere, imparare a parlare, leggere, giocare in modi sempre piu' creativi. Ti domandi quali mai problemi al mondo possano avere gli altri genitori, di cosa dovrebbero angosciarsi, perche' a loro va piu' o meno tutto bene, se i loro figli crescono normalmente, sani e potenzialmente contenti, sempre che loro non facciano del proprio meglio per rovinarli, cosa che spesso capita.
D'altronde pero' mi guardo intorno e gia' magari non mi piacciono cosi' tanto i bambini che incontro. Poi vedo gli adolescenti che saranno tra un po', tutti telefonini, turpiloquio e vacuita' (ce ne saranno di migliori, ma per strada non se ne notano molti). Poi ancora vedo gli adulti, che in una percentuale molto alta votano Berlusconi e compari per dire la cosa (forse) meno grave che mi viene in mente.
Cosi' ripenso al pensiero di Leopardi che riporto sopra, in cui con il suo solito ottimismo stabilisce che tutti i figli sono destinati a divenire "malvagi".
Penso anche a quante cose comunque vanno storte nei rapporti con i figli, nel tempo.
E allora mi chiedo se la felicita' dei genitori che hanno bambini normali non sia forse molto temporanea e se dietro l'angolo per loro non ci siano delusioni anche peggiori del mio dolore quotidiano.
Enrico non e' meschino, non e' aggressivo, non credo che possa concepire la cattiveria che pure gia' spesso i bambini conoscono. Probabilmente crescendo avra' un sacco di problemi, ma non diventera' "malvagio" nel senso leopardiano.
Mi si puo' biasimare se mi sento "sfortunata" ma solo fino ad un certo punto?
Ripeto: devi cambiare prospettiva se vuoi sopravvivere. E io credo di averla cambiata.
Ma con cio' non auguro a nessuno di vivere l'angoscia che si puo' provare in questa situazione specie pensando al futuro.
Cosi' vorrei dire a tutti i genitori "normali": godetevi i vostri bambini normali, finche' ne avete la possibilita'. Non vi perdete questi momenti distraendovi con altro, perche' non c'e' niente di cosi' importante o cosi irrecuperabile. Credo che personalmente il giorno in cui Enrico (spero) mi chiamera' "mamma" sara' forse il piu' bello e il meno scontato della mia vita.

English digest to follow in a few days…


venerdì, 22 agosto 2008
Una scuola per l'Italia — l'Italia?
Nelle categorie: Emigrare?, Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 3:05 pm

Leggo sul bel blog di Alfonso Fuggetta un articolo di Galli della Loggia sulla scuola italiana.
A naso, e di fretta perche' oggi e' giornata di casino.
Condivido un punto importante di quel che dice Galli Della Loggia, a livello di analisi. La scuola ha perso l'anima perche' non ha piu' un'idea di civilta' (forse piu' che di paese) da trasmettere – e quindi finisce per non trasmettere niente — se non un po' per caso e molto per la tenace volonta' di tanti insegnanti appassionati e di pochi studenti che ancora vogliono galleggiare al di sopra del liquame.
La scuola di Gentile aveva un'idea precisa, organica di civilta' (e di organizzazione sociale) da trasmettere, e a suo modo funzionava, e anche bene — ma quella visione ormai non e' piu' proponibile, da decenni — e nessuna riforma o nessun intervento si e' posto il problema di sostituirla con qualcosa di altrettanto organico.
Ma e' della scuola il problema? O non e' forse che "la cesura che era andata producendosi nei tre decenni precedenti è venuta finalmente alla luce: ha definitivamente preso forma un’Italia nuova, ma questa Italia nuova non riesce più a pensare se stessa, non riesce più a pensarsi come un intero, come nazione, a progettare il suo futuro" — e quindi non e' capace di esprimere una qualunque idea di civilta' — di modello di valori e di convivenza? Non c'e' piu' un'idea dell'Italia; non c'e' piu' una "civilta' italiana" — non c'e' piu' nella testa delle persone, non c'e' piu' nei disegni della classe dirigente: e chiedere alla scuola di inventarsela, per conto suo — di trasmetterla alla societa' che ormai non sa piu' che cosa e' e che cosa vuol essere — mi pare pretendere un po' troppo.
Se poi lo si pretende da questa scuola umiliata, maltrattata, privata di mezzi, allora e' la solita — italianissima ma del vecchio stampo — lamentazione da intellettuale trombone.

P. S. Leggetevi i pensierini di Floria, che e' una che nella scuola resiste resiste resiste. Dicono tutto di quel che la scuola e' in realta' — al di la' delle trombonate dei Galli della Loggia.


giovedì, 26 giugno 2008
Sotto la Mole
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:40 pm

E' ufficiale: da settembre questo blog si trasferisce sotto la Mole. Quindi le settimane passate sono state occupate dalla ricerca della casa nuova, della scuola e del nuovo team di terapisti per It, ecc. ecc. ecc. — oltre che dal lavoro (che ovviamente esplode proprio quando uno dovrebbe lasciarlo) e dagli sforzi per sopravvivere al caldo e all'Italia: energie per scrivere qui sopra non ne sono rimaste — e probabilmente non ce ne saranno ancora per un po'.
D'altronde, almeno personalmente, credo che non spenderei comunque una parola a commentare le prodezze degli aracnidi che governano e che rappresentano alla perfezione l'ethos di questo paese. Sono semplicemente incommentabili. Se tornera' il fiato, ci saranno altre cose di cui parlare.


venerdì, 30 maggio 2008
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:45 pm

Periodo davvero troppo faticoso per scrivere sul blog. Ora stacchiamo i fili per qualche giorno (si, partiamo *di nuovo*: e' che star fermi qui proprio non ci va giu') — poi spero che avremo di nuovo fiato.


mercoledì, 7 maggio 2008
Right or wrong my country?
Nelle categorie: Emigrare?, Pipponi, Politica e altre indignazioni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 10:09 am

Come promesso, provo a rispondere a Paolo Bizzarri. Temo che potrei scrivere un libro — non riesco nemmeno a mettere in fila gli argomenti — percio' provo ad andare per punti (e a puntate, se no viene un'enciclopedia invece di un post).

Uno. Anche io odio l'idea di un'Italia senza speranza — la odio tanto piu' perche' le scelte personali e professionali che abbiamo fatto anni addietro implicavano la *decisione* di restare, la *scommessa* che di questo paese si potesse fare qualcosa di buono — e il risultato e' che la Rat-family e' un prodotto drammaticamente poco esportabile sul mercato del lavoro europeo. La odio perche' e' una sconfitta personale — perche' io ci ho provato, magari sbagliando, magari facendo solo peggio — ma ci ho messo anni della mia vita a tentare di lavorare perche' l'Italia somigliasse almeno un po' a un paese decente. La odio perche' per tanti versi amo l'Italia — i luoghi, la lingua, il cibo, la luce (tutte quelle cose che piacciono agli stranieri — e forse non e' un caso).
Ma trovo che il paragone con Gagnano non sia calzante. Perche' non e' il degrado materiale quello che mi spaventa e che mi fa sentire terribilmente fuori posto, in questo paese. Certo, quello preoccupa per molti motivi, ma e' figlio di un degrado ben peggiore, di un degrado della convivenza, della decenza quotidiana della vita associata — ben prima che della politica. Questo e' un paese in cui i massacratori di Verona hanno trovato un humus complice e comprensivo nelle famiglie, nelle comunita', nelle compagne di scuola che oggi — intervistate alla tv — dicono che gli assassini erano persone tanto per bene, sempre disposte ad aiutare gli altri. Questo e' un paese in cui una multa per divieto di sosta scatena un tentativo di linciaggio di massa nella piazza piu' bella e vivibile di Torino. Questo e' un paese in cui tutta la popolazione di un comunello del Canavese si coalizza contro un bambino autistico perche' considera suo padre un prepotente. Questo e' un paese in cui Alemanno puo' andare alle Fosse Ardeatine e stare senza apparente imbarazzo nella stessa formazione politica di Ciarrapico. E gli esempi potrebbero riempire pagine e pagine. Se volessi ridurre a una formula semplice, questo e' un paese dove ai diritti si preferiscono i privilegi, i doveri sono sempre e solo quelli degli altri — e nessuno risponde mai di cio' che ha fatto o detto. E' un paese di prepotenti e cialtroni. Il resto vien dietro a questa mirabile accoppiata.
Vien dietro la qualita' infima della nostra classe politica, e il cortissimo respiro delle sue proposte. Vien dietro l'incapacita' di progettare un futuro — perche' i vantaggi non arrivano subito e perche' magari l'uovo oggi sembra piu' promettente. Vien dietro la qualita' desolante dei servizi — perche' nessuno risponde della inefficienza e perche' comunque ci si arrangia per conoscenze ed amicizie ad ottenere cio' che non arriva per la via diretta. Vien dietro il circolo vizioso tristissimo di una spesa pubblica sprecona, di tasse troppo alte per chi le paga ed evase da chiunque materialmente ci riesce — e di politici che cavalcano l'evasione e parlano di ridurre la quantita', ma mai di migliorare la qualita' della spesa. Vien dietro la lagna generalizzata per i prezzi dell'energia, ma l'opposizione strenua al nucleare e ai rigassificatori. E ancora potrei andare avanti per pagine.
Per farla corta su questo punto, credo che la crisi dell'Italia sia soprattutto morale — e che l'Italia non abbia nessuna capacita' e nessun desiderio di tirarsene fuori. E' tutto sommato a suo agio nel brago, e' il suo brago — e magari se ne lagna, ma poi non e' disposta a far nulla per uscirne. Anzi. Tutto questo non ha direttamente a che fare con Berlusconi e con il risultato elettorale. E' connaturato in questo paese. Berlusconi non fa che fare appello alla pancia, agli istinti peggiori — e vince per questo. Vince perche' tendenzialmente asseconda la natura degli Italiani, avendo fatto intimamente proprio l'assunto mussoliniano per cui governarli e' non impossibile ma inutile.
Per un po' di anni ho creduto che questa situazione fosse reversibile — e che lo fosse attraverso la politica. Mi pare che ci siamo bruciati tutti i tentativi, tutti gli strumenti, tutte le formule — e che oggi siamo messi peggio, assai peggio di quando la prima repubblica e' franata sotto le tangenti. Da un paese simile, se si puo', bisogna scappare.

Nelle prossime puntate:
Due. Che cosa chiediamo a un posto, quando pensiamo di andarci a stare?
Tre. Il futuro e i nostri figli.
Quattro. Patriottismo nonostante tutto?
Cinque. E perche' allora sono ancora qui?

Continua


martedì, 6 maggio 2008
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:32 am

Stasera prevale un senso di scoramento e di schifo. Verona. L'inattesa (per me almeno) coda di paglia del neo-presidente della Camera. Sempre piu' mi convinco che questo paese non ha speranza.


Ho sempre pensato tutto il male possibile di Ceronetti.
Ma questo articolo sulla Stampa del 17 marzo, in cui sostiene che lo stato palestinese non puo' (e probabilmente non deve) vedere la luce, e' anche peggio di quel che potevo aspettarmi.



martedì, 11 marzo 2008
Scusate il silenzio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 7:35 pm

ma qui si preparano alcune novita' importanti — e d'altronde disquisire della candidatura di Ciarrapico non e' che proprio sia tutta 'sta gran libidine.


lunedì, 25 febbraio 2008
Continuo a non trovare il tempo
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:41 am

A Milano si e' celebrata la giornata della lentezza, con tanto di decalogo. Non che io voglia fare troppa polemica dopo quella che gia' c'e' stata su questo blog sullo stesso tema, ma 'sta storia della lentezza mi sembra proprio una menata. Capisco alcune delle regole del decalogo della vita slow, tipo salutare le persone in ascensore, che non costa assolutamente niente mentre il contrario mi sembra solo scortesia. Capisco anche non arrabbiarsi nelle code, che e' pure spesso un principio di civilta' e fonte di salute, visto che se incontri la persona sbagliata rischi pure di fartele dare o di beccarti una querela per un vaff… di troppo. Per il resto pero' ho l'impressione che sia roba per gente con vite poco complicate e con un sacco di tempo (come e' possibile evitare di fare due cose per volta o prendersi "cinque giorni di decompressione dalle ferie"??) e l'idea di multare sia pure simbolicamente i passanti che camminano troppo veloce e' al di la' di qualsiasi commento. Del resto in Italia lo slow te lo impongono per forza, basta andare alla posta a fare un bollettino o aver bisogno di andare da qualche parte in treno. La lentezza e' assicurata senza alcuno sforzo. Magari ogni tanto ci vorrebbe una giornata della velocita', intesa come velocizzazione delle pratiche amministrative o dei tempi dei mezzi di trasporto pubblici, mentre in questo paese l'unica velocita' che va di moda e' quella degli str… che ti sorpassano a destra in autostrada e simili.


Repubblica se ne accorge ora. Harlem.org e' nei miei bookmarks da anni.



martedì, 5 febbraio 2008
Tesori del futuro
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:06 am

Ma a voi sembra davvero il caso di riempirsi la casa di carabattole (rigorosamente da non utilizzare per non togliere loro valore) in attesa che diventino merce preziosa nel 2030 (quando potremmo essere tutti morti :-)) ?


domenica, 3 febbraio 2008
Invece, tempo non ce n'e'
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:11 am

Il discorso sulla lentezza, e sul riprendersi il tempo, mi pare molto pericoloso. Cerco di spiegarmi. Se lei va 3 giorni a Fermo a giocare lentamente a Shangai, a dialogare lentamente (spero qualcuno abbia qualcosa da dire), a fare lente passeggiate, a casa intanto chi rifà i letti, chi porta i bambini a scuola, chi fa la spesa, chi la cena?
E se lei, tornata lentamente (in treno?), lentamente riordina la casa, rilegge poesie (Ungaretti), va al mercato a comprare la verdura (biologica) freschissima, quando scrive i suoi bellissimi àrticoli? Non è vero che "per trovar tempo bisogna rallentare", bisogna innanzi tutto aver degli schiavi (o delle mogli). Il tempo pare sempre corto a tutti. 60 anni fa mia nonna aveva 2 domestiche fisse e se lavoravano lentamente le chiamava pigre. Nelle nostre lunghe, lentissime estati in campagna, diceva: "Avrei bisogno di più tempo". E poi: le azioni, quasi sempre materiali, che secondo i nostri maitre à penser dobbiamo compier lentamente (comprare, pulire, cucinar verdura, usar pannolini, pannoloni riciclabili) indovini a chi toccano? Non ci hanno ancora detto di non usare la lavatrice, ma ci manca poco: vuoi mettere lo spreco di acqua, energia, detergente… Poi, le cose delicate si sciupano meno lavate a mano. E si puo' applicare "l'equazione Petrini": sciupandosi meno le cose, ne compriamo di meno, e avremo bisogno di meno soldi, quindi lavoreremo di meno e avremo più tempo.
Bello, no? Carlo Petrini non salverà il mondo ma potrebbe riuscirgli di rimandarci tutte in cucina. A me piace correre, in senso materiale e metaforico. Fa bene allo spirito, e non permetto a nessuno di insegnarmi come è meglio passi il mio tempo.
Ringrazio Bonduelle per l'insalata di quarta gamma del supermercato sotto casa: nei venti minuti che mi avanzano, leggo il suo articolo su D.

Questa lettera a firma della signora Luciana Virando e' comparsa sul numero odierno di "D" di Repubblica a commento di un articolo di Concita De Gregorio pubblicato su un precedente numero, contenente una sorta di elogio della lentezza. Non ho molto da aggiungere, faccio la parassita perche' trovo condivisibile ogni parola della signora Luciana, la cui lettera mi sembra molto ben scritta. Solo vorrei dire che non amo molto i laudatores temporis acti quando lodano un tempo che non e' mai esistito oppure non si rendono conto delle implicazioni di certe lodi. Per esempio voler tornare alla lentezza, magari richiamando stili di vita di un tempo, in molti casi significa voler ignorare che quello era uno stile di vita delle classi alte, condotto sulla pelle dei vari domestici (del resto come ha detto qualcuno, dietro una grande donna c'e' sempre una grande governante) e del resto probabilmente gli amanti della lentezza godono tuttora di simili privilegi. Apprezzo poi il riferimento a Petrini, uno che ha le sue ragioni ma mi irrita profondamente nella sua pervicace volonta' di ignorare la realta' e la necessita' del compromesso. I ristoranti slow food sono una bellissima idea, ma per la gente con bambini (specie autistici come nel nostro caso, ma non solo) possono essere un bel problema… non si potrebbe avere un food magari non troppo fast e di qualita' non scadente ma possibilmente non eccessivamente slow? Cosi' almeno non saremmo costretti a ripiegare su McDonald's quando siamo a giro con il pargolo. Ma non voglio continuare a sproloquiare, sottraendovi il tempo per andare a comprare verdura al mercatino biologico e pulirla adeguatamente :-))


I Lego compiono cinquant'anni oggi (via Slashdot)



mercoledì, 16 gennaio 2008
Grazie a tutti
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 10:19 pm

Stamattina alle 11.49 e' passato di qui il centomillesimo visitatore di The Rat Race, nientemeno che da Atene (almeno cosi' dice Shinystat):


Questo post a proposito della moratoria sull'aborto mi pare pieno di buon senso. Ma forse il buon senso non e' di moda tra i teo-qualcosa italiani.



lunedì, 24 dicembre 2007
Oscar Peterson (1925-2007)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 7:20 pm


domenica, 23 dicembre 2007
Spe Salvi for dummies
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 5:15 pm

Come promesso, mi sono letto l'enciclica di Benedetto XVI — e mi piacerebbe discuterne con chi e' interessato ad uscire dagli schemi teocon vs. bright. Perche' in una prospettiva del genere invece non c'e' un bel niente da discutere: per i primi e' oro colato, per i secondi carta da cesso. Posizioni legittime — ma che mi interessano tanto quanto quelle degli ultras del Genoa o della Samp.
Premetto: la Spe Salvi mi e' parsa un documento importante — che va ben oltre le discussioni "politiche" sul ruolo della Chiesa nella societa' — e disegna un orizzonte teologico forte. Personalmente ne condivido ben poco — ma e' ovvio, visto che proprio *sul piano teologico* ho smesso di riconoscermi in una prospettiva cristiana diversi anni fa. E' comunque un testo che pone domande significative — e che merita attenzione per quel che dice (e non per come lo usera' la Binetti).

Ma che cosa dice, in sostanza la Spe Salvi — almeno per quel tanto che ne ho capito e che mi e' sembrato importante? Provo a farne un riassuntino — per i dummies come me (se ho scritto qualcosa di non accurato mi corrigerete).
Secondo Benedetto XVI la speranza cristiana trae dalla fede la certezza della sua realizzazione — e quindi e' in se' una speranza che gia' trova compimento e realizzazione *oggi*, nella certezza del credente di essere amato senza condizioni e pertanto redento, indipendentemente dalle condizioni in cui vive. Il contentuto di questa speranza e' appunto la redenzione, la salvezza — una prospettiva di vita felice in un mondo ricondotto a verita' e giustizia; proprio per questo la speranza cristiana non e' un fatto individuale, ma implica una visione del mondo e dei rapporti sociali — e' speranza di redenzione del mondo e non soltanto del singolo. Come tale, implica la fede nella signoria di D-o sul mondo.
Benedetto segnala poi che questa concezione collettiva della speranza cristiana e' stata abbandonata — ripiegando su una lettura puramente individuale — e sostituita dalla fede nel progresso scientifico e nella liberta' politica come strumenti per la salvezza collettiva dell'umanita'. E qui viene il passo che ha suscitato piu' controversie nella discussione sui giornali: secondo il Papa progresso scientifico e liberta' politica, per quanto importanti, non possono redimere l'umanita' — solo D-o puo' farlo.

[mode comment on: Questo e' forse l'unico punto su cui concordo in pieno con l'enciclica. Si puo' essere molto legittimamente convinti che non abbia alcun senso parlare di redenzione: e' la posizione materialista e razionalista, che assume il mondo come (unico) dato di fatto -- niente di ulteriore ha senso. Si puo' credere che il mondo possa essere migliorato, modificato, aggiustato -- ma restando *dentro* i confini di cio' che e' dato. Ma se si crede -- come credo io -- che il mondo che ci e' dato e' irrimediabilmente storto, ingiusto, orrendo -- e che l'azione degli uomini possa tutt'al piu' arginare la sofferenza, ma non eliminarla -- allora o si abbandona la speranza e si tenta al massimo di limitare i danni -- o veramente si spera nell'uscita dal sistema di riferimento -- nella redenzione appunto: che per definizione non puo' venire dall'interno del sistema stesso. Che questa speranza sia ben fondata -- in generale o piu' specificamente all'interno di una prospettiva cristiana -- e' tutt'altro paio di maniche, di cui ho provato a occuparmi con poco successo anni fa. Mode comment off]

Mi pare importante anche la lettura dell'ateismo come una forma estrema di protesta contro l'ingiustizia nel mondo, come rivolta di fronte all'apparente fallimento della teodicea. A questa prospettiva Benedetto XVI risponde ancora una volta con la proposta della speranza cristiana come strumento efficace di redenzione del mondo e non soltanto dell'individuo.

[mode comment on: Sul tema della teodicea mi aspettavo di piu', francamente -- forse perche' lo considero il vero nodo di qualunque discorso religioso -- e un nodo essenzialmente irrisolto. Non riesco a togliermi di dosso la sensazione che il passaggio dell'enciclica sia un po' liquidatorio, sia per la questione dell'ateismo, che mi pare piu' complessa, sia sulla questione del rapporto tra D-o e giustizia *nella storia* e nel mondo. Mode comment off]

L'enciclica si chiude con indicazioni sul modo di vivere la speranza nella preghiera, nell'azione, nella sofferenza e nella prospettiva del giudizio. Temi importanti — ma in un certo senso derivativi rispetto al nodo essenziale che mi pare quello che ho riassunto sopra.
Spero di non essere stato troppo infedele al senso del testo — per quel che ne ho capito. La cosa buffa e' che sul tema della speranza cristiana avevo scritto una cosa quattordici anni fa, quando ancora frequentavo la Chiesa — quando ero piu' presuntuoso e convinto di aver cose da dire — e non solo dubbi e problemi aperti. Sono pagine che non mi convincono piu' completamente, ma siccome non avro' mai la forza di scrivere meglio quel che penso oggi — e nelle linee generali riflettono ancora le mie convinzioni, le metto qui se vi venisse mai voglia di leggerle.


martedì, 30 ottobre 2007
Classi differenziali?
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:54 pm

Ho letto la notizia di Repubblica e il commento di Marco Lodoli, santimoniosamente indignato.
Da ex insegnante — e con un sacco di dubbi e di incertezze — mi permetto di non essere d'accordo con la santimoniosa indignazione. Certo, l'idea di mettere la scuola pubblica in concorrenza con i promozionifici dei due-o-piu'-anni-in-uno mi pare sbagliata e perfino un po' idiota. Ma, nel merito, mi sono sempre chiesto se non faremmo un migliore servizio ai nostri alunni organizzando le classi per livelli di apprendimento, in modo da avere gruppi omogenei e quindi percorsi didattici che possono essere seguiti piu' o meno allo stesso passo da un'intera classe. Naturalmente questo implica che gli insegnanti migliori e piu' motivati, i piu' capaci di tirarsi dietro i ragazzi vengano destinati alle classi di alunni che hanno piu' strada da fare — altrimenti si fanno dei ghetti in cui la scuola rinuncia ad insegnare. Dall'altra parte, gli alunni con i migliori risultati potrebbero trovare ambienti che valorizzino adeguatamente l'eccellenza.
Ho chiari i rischi: la segregazione razziale dei piccoli geni dai piccoli cancheri, la stratificazione di classe sociale, ecc. ecc.
Piccolo dettaglio: succede gia' — in via piu' o meno spontanea. Il liceo dove ho insegnato per anni (pubblico e assolutamente egualitario), siccome aveva fama di scuola seria e "difficile", selezionava *di fatto* in entrata i suoi studenti — poi li selezionava di nuovo con la moria della prima — e alla fine era un bel ritratto della buona borghesia cittadina — insegnare li' dentro era facile facile — e dava un sacco di soddisfazioni, il grosso della fatica era gia' fatto.
Per gli *altri* c'erano i gironi successivi del secondo liceo, dell'istituto tecnico, del magistrale, dei vari professionali. Dove colleghi magari piu' bravi di me faticavano il triplo per ottenere un terzo — e con un implacabile marchio di serie B, o C — o peggio.
Lo so — e' una riflessione scorrettissima e non piace nemmeno a me che la faccio. Ma ripeto: siamo sicuri che un buon sistema di classi *differenziate* per livello di competenza iniziale non potrebbe far qualcosa di buono per gli alunni?
E per ora butto soltanto li' — ci devo riflettere su — siamo davvero sicuri che l'integrazione scolastica degli alunni disabili — come nostro figlio — faccia loro del bene? non sarebbe piu' utile, almeno per molti di loro, avere un ambiente di apprendimento ritagliato sulle loro abilita' e disabilita' — piuttosto che essere appesi all'aleatoria presenza (e competenza) di un insegnante di sostegno in un contesto che non tiene conto, generalmente, dei loro bisogni?
Non ho la verita' in tasca — mi piacerebbe davvero che ne venisse fuori un minimo di discussione — senza preconcetti.


mercoledì, 24 ottobre 2007
Educare un figlio (autistico)
Nelle categorie: It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 7:47 pm

Per chi come noi e' piombato di colpo nel mondo dell'autismo e si trova a dover crescere un pargolo palesemente *diverso da tutti gli altri* — internet e' una risorsa preziosa e una croce terribile. Perche' l'informazione e' la cosa piu' importante — capire e' il primo passo per qualunque tentativo di essere utili ad It — ma la rete e' un bombardamento di notizie in cui c'e' tutto e il contrario di tutto. E per estrarne quello di cui ci si puo' fidare — o che ci puo' servire — ci vogliono attenzione, cultura, pazienza — e una notevole quantita' di saldezza di nervi. Ben inteso, la rete non fa altro che riprodurre la confusione che sul tema dell'autismo regna sovrana anche altrove.
Da un lato c'e' gente — come gli scatenati del DAN!, che hanno ricevuto una mano immeritata e potenzialmente assai dannosa da Beppe Grillo — che sostiene che l'autismo e' una patologia da intossicazione (da mercurio, da vaccinazioni, da metalli pesanti in genere, da glutine, da caseina — o da chissa' che altro) e che rimuovendo l'intossicazione se ne puo' guarire: basta assumere dei farmaci il cui uso non e' raccomandato dalla scienza medica ufficiale e il cui costo e' stellare, cambiare stile alimentare, ecc. ecc. Balle senza alcun fondamento scientifico che arricchiscono qualche praticone e danno un po' di speranza (vana) a qualche famiglia — e talvolta fanno danno.
Dall'altra ci sono le scuole medico-terapeutiche piu' o meno mainstream — che partono dal punto di vista che l'autismo e' una condizione non reversibile, di carattere organico e congenito: non si cura, non se ne guarisce. La sola possibilita' di garantire una vita "normale" a una persona autistica quindi e' intervenire sui suoi comportamenti per modificarli, "ricondizionarla" in modo che sviluppi le abilita' necessarie all'autonomia, alla comunicazione e all'interazione sociale. Ma ricondizionare via software l'hardware difettoso — passatemi l'immagine — e' un'impresa di immensa complessita' e significa intervenire in maniera estremamente massiccia e invasiva nella vita di un bambino: ore e ore di attivita' ogni giorno — con programmi piu' o meno rigidamente scanditi — e prima si comincia meglio e' — e i risultati comunque sono tutt'altro che sicuri.
Gli uni e gli altri pero' sembrano d'accordo su un punto: l'autismo va curato/trattato. Bisogna intervenire sul bambino autistico perche' raggiunga comportamenti normali — o meno anormali possibile.
Ma c'e' chi contesta proprio questo assunto fondamentale. E sono molte persone autistiche — o loro genitori — che rivendicano questa condizione come una diversita' da rispettare e non una patologia da curare. Che sostengono che imporre a un autistico comportamenti da "neurotipico" e' una crudelta', una umiliazione, una negazione della personalita'. Insomma — un vero e proprio abuso: una persona autistica ha un cervello strutturato diversamente, percepisce il mondo in un altro modo rispetto a noi neurotipici — ha sensazioni, emozioni, bisogni fisici e mentali non sovrapponibili ai nostri. La "normalita'" nei comportamenti di un autistico e' nella migliore delle ipotesi una forzatura, un costringere la persona a comportarsi per quel che non e' — e implicitamente a considerare "sbagliato" il suo vero modo di essere. Con quale conseguenza sulla percezione di se' e sull'autostima e' facile da immaginare. Chi si schiera a difesa della neurodiversita' sostiene quindi che l'intervento sulle persone autistiche non deve avere come obiettivo la cura — o lo sradicamento dei comportamenti autistici — ma dev'essere finalizzato esclusivamente ad alleviarne gli handicap sociali: favorire la comunicazione, sostenere l'autonomia. Ma lasciare che le persone autistiche continuino a vivere come tali — e che siano rispettate come tali.
Devo confessare che e' questo il punto di vista che piu' mi pare sensato — e piu' rispettoso di It. D'altronde e' difficile trovare il giusto limite tra l'intervento indispensabile e quello che diventa invasivo — specie se devi decidere per un figlio — correre il rischio che non apprenda a parlare, a controllare i propri bisogni fisiologici, a stare in mezzo ad altre persone. Non tentare di tutto per rendere possibile la sua indipendenza nel mondo — e' una scelta che credo nessun genitore possa fare senza una immane sofferenza — e forse non ha nemmeno il diritto di farla.
Non ho risposte su questo. Non so fino a che punto l'amore per nostro figlio deve spingerci sulla via di cercare di minimizzare il suo autismo e di farlo assomigliare il piu' possibile a una persona "normale" — o viceversa ad accettare fino in fondo la sua diversita' e a fare in modo che possa *il meglio possibile* vivere da diverso. E a dire la verita' non so nemmeno troppo bene quali differenze ci sono tra questi due approcci quando si passa dalla teoria alle cose da fare.
C'e' soltanto un elemento di riflessione a cui finora sono arrivato. Ed e' che educare un figlio, neurotipico o no, e' *comunque* imporgli dei modelli di comportamento socialmente accettabili, insegnargli le regole secondo cui vive la comunita', fargli conoscere ed accettare le necessita' del mondo in cui vive. Non c'e' nulla di spontaneo in questo — e c'e' un discreto grado di costrizione *comunque*: nessun bambino impara spontaneamente a fare la popo' nel vasino, a non fare le pernacchie alla gente, a non gridare dove bisogna fare silenzio, a non prendere il giocattolo del proprio vicino al parco giochi — e cosi' via crescendo. Piu' importante ancora: nessun bambino (e nessun ragazzo e nessun adulto) impara spontaneamente il rispetto degli altri — dei loro bisogni e delle loro percezioni — e la capacita' simmetrica di pretendere pari rispetto: anche in questo c'e' un percorso educativo, fatto di apprendimento e spesso di forzatura — solo con il tempo quella forzatura viene interiorizzata — e diventa parte di noi. Questa roba si chiama, in fondo, cultura.
Al tempo stesso — educare un bambino — e poi un ragazzo — vuol dire lasciarlo diventare cio' che e' — lasciare che scopra le sue tendenze — i suoi modi di essere — le sue peculiarita' — che affermi il suo modo di stare nel mondo — e non mettersi troppo in mezzo.
Non so se questo equilibrio, gia' cosi' difficile nell'essere genitori di un figlio che percepisce e pensa come noi, si riesce a mantenere con un figlio tanto radicalmente diverso da noi. Ma forse e' la sola strada che abbiamo davanti — e il brutto e' che anche se arrivi a capire il principio nessuno ti dice quali sono le cose giuste da fare per metterlo decentemente in pratica.

P. S. Se non ci sono link al DAN! e a Beppe Grillo, non e' che me li sono dimenticati — e' che certa gente non la voglio proprio linkare — niente pubblicita' nemmeno per sbaglio.


martedì, 16 ottobre 2007
Mai dimenticare. Mai perdonare.
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:26 am

Immagine da Wikimedia Commons

Oggi e' il sessantaquattresimo anniversario della deportazione degli ebrei romani.


giovedì, 11 ottobre 2007
Il club dei bamboccioni
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:58 pm

Umberto Eco si e' unito al club dei tanti che danno ai giovani italiani di "bamboccioni" o simili per la loro prolungata permanenza in casa dai genitori, spiegando che pur di andare via da casa si puo' e si deve fare di tutto, come il lustrascarpe, e che i meravigliosi giovani che frequentano il suo master (o roba analoga) sull'editoria sono pronti a tutto, vincono borse di studio e poi vivono in cinque in una stanza come i marocchini immigrati pur di perseguire i loro obiettivi. Io non so se Eco e i suoi preziosi allievi abbiano mai lustrato scarpe (boh), io personalmente che sono riuscita a lasciare casa in modo definitivo solo a trent'anni ho lavorato in fabbrica dopo la laurea come metalmeccanica e ho anche prestato manodopera agricola. Certo, sono una del club dei bamboccioni perché non ho avuto il coraggio di prendere casa per conto mio fino a quando non ho avuto un lavoro stabile e retribuito in modo da pagare l'affitto con tranquillita'. Ma non e' il caso personale che mi interessa. Neanche voglio difendere quelli della mia generazione che non e' granche' , come tutte le generazioni del resto.
Pero' credo anche che il problema sia piu' complesso di come viene presentato spesso da politici e intellettuali e che l'attenzione debba essere spostata un po' dai figli bamboccioni alla generazione dei loro genitori. Sono spesso i genitori i primi a non incoraggiarti ad andartene, sono loro che occupano i posti di lavoro a tempo indeterminato che tu magari non vedrai mai nella vita, e loro i proprietari degli immobili che hanno raggiunto prezzi stellari in affitto e in vendita.
Ci sono poi secoli di cultura della famiglia e un contesto sociale assolutamente non idoneo a favorire l'uscita di casa dei giovani, che certo hanno i loro torti, in quanto molto spesso assolutamente contrari a sacrifici di qualsiasi tipo, dalla riduzione del tenore di vita alla necessita' di fare lavatrici e mangiare uova al tegamino. Magari, che so, ci si puo' sposare anche prima di essersi assicurati il servizio fotografico, il filmino e la cucina da 15.000 euro.
Pero' appunto sarebbe il momento di smettere di generalizzare e sputare sentenze su fenomeni sociali che coinvolgono milioni di persone, ciascuna con una storia diversa e spiegare tutto con la mancanza di carattere da un lato o con la precarietà lavorativa dal lato opposto.


mercoledì, 10 ottobre 2007
"I'm not very bright, l guess."
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 3:01 pm

(Come avrebbe detto Marilyn, I guess)

Come dicevo un po' di tempo addietro, sono incappato in una discussione con un gruppo di bright. So che non mi ci dovrei mai ficcare, perche' finiscono sempre allo stesso modo: loro ti rinfacciano l'immacolata concezione e l'intelligent design — tu ti inalberi e cerchi di spiegare che il pensiero religioso non e' necessariamente fondamentalista (almeno non in quel senso) — loro ti rispondono che l'unico criterio di verita' del pensiero e' il metodo scientifico ecc. ecc. Discussione inutile — su binari predefiniti — e destinata a lasciare ognuno ferreamente convinto delle proprie ragioni — ma soprattutto dei torti attribuiti all'altro. Tanto e' vero che e' finita in un bel flame.
Solo che — non riuscendo a spiegarmi li' — mi e' venuta voglia di provare a chiarire qui (anche a me stesso) quel che penso. Ci ho messo un sacco di tempo a ruminare 'sta roba (un po' meno di Simonide, ma mica poi tanto) — e alla fine quel che ho scritto mi pare assolutamente incompiuto e parziale. Ma in fondo e' il bello del blog: posso sempre tornarci sopra, correggere, cambiare idea. Soprattutto se qualcuno ha voglia di ragionarne con me.

Zero. Ho scritto altrove che sono convinto che una scelta religiosa non puo' che essere integrale e non puo' che essere il fondamento della vita di una persona — e in questo senso sono un po' diffidente del modo in cui correntemente si usano i termini integralismo e fondamentalismo. Tuttavia — per chiarezza di argomentazione — adotto qui le definizioni piu' o meno standard: in questo post si parla di fondamentalismo intendendo la posizione di chi considera i dettami religiosi e/o i testi sacri di una religione interpretati letteralmente quale unico fondamento della sua visione del mondo, della sua etica e dei suoi comportamenti. Come integralismo intendo qui l'atteggiamento di chi ritiene che il fondamento religioso della sua interpretazione del mondo deve avere una applicazione integrale — e quindi valere erga omnes, incondizionatamente e senza eccezioni.

Uno. Con me — a parlar male di integralisti e clericali si sfonda una porta spalancata. Sono convinto che esista una forsennata offensiva oscurantista in questi anni, in Italia e nel mondo, che fa del male alla convivenza collettiva e mina alcune delle conquiste fondamentali della nostra civilta': la laicita' delle istituzioni, il pluralismo, la liberta' di coscienza — e perfino il senso piu' vero della religiosita'. E sono assolutamente equanime nel rifiutare integralisti cattolici, protestanti, ebrei, musulmani e chi piu' ne ha piu' ne metta. Anzi, forse mi stanno piu' vigorosamente sulle palle quelli vicini alle tradizioni religiose a cui mi sento affine, per cultura di nascita o per scelte — se non altro perche' mi accorgo piu' facilmente di quanto le loro posizioni non reggano a volte nemmeno sul piano teologico.
Quanto alle posizioni fondamentaliste — mi fanno proprio orrore — perche' sono frutto di una ignoranza dei meccanismi essenziali del pensiero religioso stesso — e finiscono — nella ricerca di una fedelta' letterale ai testi — per tradire nella maniera peggiore il senso, il valore di ogni racconto/discorso religioso. Quindi se qualcuno pretende di leggere la Bibbia (o il Corano o qualunque altro testo sacro) alla lettera e di trarne conclusioni che non tengono conto delle modalita' della narrazione, della cultura che lo ha generato, del tempo trascorso e cosi' via — secondo me fa torto prima di tutto all'intelligenza di D-o, poi alla sua, e infine a quella di tutti noi.
Aggiungo che in molti casi integralismi e fondamentalismi mi paiono non solo sbagliati ma in malafede, figli di un calcolo di potere e di una volonta' di sopraffazione, piu' che di effettiva convinzione interiore di fare la volonta' di D-o. Non che chi e' veramente convinto mi piaccia tanto di piu' — scegliere fra banditi e stupidi e' una brutta gara…
Ma a differenza dei miei interlocutori bright trovo ingiustificato fare d'ogni erba un fascio e buttar via il pensiero religioso tout court insieme agli eccessi del fondamentalismo o delle superstizioni vecchie e nuove. Si puo' fare (in buona o cattiva fede — e mi si perdoni l'involontario gioco di parole) un uso assai distorto della religione — cosi' come si puo' fare un uso assai distorto della scienza. Ma come il dottor Mengele non dimostra la fallacia del pensiero scientifico — cosi' il mullah Omar o il reverendo Falwell non possono essere usati per negare generalmente il valore del pensiero religioso. Credo di dire un'ovvieta' — ma sono un po' stufo di sentirmi rimproverare dagli scientisti duri e puri i crimini commessi in nome della religione.

Due. Su un altro piano: il pensiero scientifico piu' acuto da piu' di cinquant'anni almeno ha superato l'illusione positivista di poter dare una rappresentazione oggettiva, completa e coerente del mondo — e di essere quindi il canale privilegiato per la lettura, o addirittura per la definizione della realta'. Non voglio (e non ho gli strumenti per) fare una breve storia dell'epistemologia novecentesca in un post — ma credo che il consenso su questo punto dovrebbe essere facilmente raggiungibile. Nei modi che gli sono peculiari, il pensiero scientifico ha riconosciuto di essere un pensiero *debole*, cui sfugge la possibilita' di una piena padronanza del reale. Lo stesso percorso hanno compiuto contemporaneamente i filosofi — e perfino gli ambienti piu' avanzati della speculazione teologica (certo non Ratzinger — ma questo e' un *suo* problema intellettuale). A partire dal riconoscimento di questa intrinseca debolezza della capacita' umana di pensare il mondo, credo fermamente che diversi modelli di indagine abbiano — ciascuno nella sua direzione e con i metodi che gli sono propri — piena e diversa legittimita' ognuno nel proprio ambito. Percio' la religione fa molto male a tentare di entrare nel campo della scienza, di cui non padroneggia gli strumenti — o della politica — che si fonda su regole autonome. Ma la scienza deve ammettere la propria impotenza di fronte alle domande fondamentali dell'uomo — le domande sul senso della nostra stessa esistenza, che a rigor di metodo non e' nemmeno in grado di porsi. E che invece sono domande a cui e' difficile sfuggire — e che possono essere meglio affrontate con gli strumenti del pensiero mitico-religioso (o della letteratura — o dell'arte — o della filosofia, se e' per questo): sempre che si abbia la capacita' di riconoscere questi strumenti e di impiegarli correttamente — ma di questo diro' qualcosa in seguito.
A farla corta — credo che sia un atteggiamento sano ammettere che nessun metodo e nessun modello di indagine sul mondo e' capace di arrivare dappertutto. Ognuno fa luce su frammenti, su prospettive piu' o meno ampie — ma non e' abbastanza potente da illuminare l'intero quadro. E' troppo chiedere a tutti, scienziati, teologi, letterati, filosofi l'umilta' di riconoscersi *deboli* — e di accettare la legittimita' dell'apporto dell'altro?

Tre. Vedo un certo integralismo parareligioso nell'ateismo militante. Mi spiego meglio. L'esistenza o meno di D-o e' — con gli strumenti del pensiero razionale — un indecidibile. Non e' dimostrabile ne' il si' ne' il no. Di conseguenza il solo atteggiamento razionale e scientifico di fronte alla questione e' un ignoramus — e a voler essere rigorosi dovrebbe valere la proposizione che chiude il Tractatus: "Su cio' di cui non si puo' parlare, si deve tacere". Ogni passo in piu' e' un'adesione fideistica a una tesi non dimostrata. Che mi sta bene — a patto che la si riconosca per tale. E che si riconosca che la posizione del credente e quella dell'ateo sono speculari e perfettamente equivalenti.
Credere o non credere e' — da questo punto di vista — davvero la scommessa di Pascal. La scommessa di Pascal nel senso di assumersi il rischio intellettuale di andare oltre la certezza — di gettarsi oltre il perimetro di cio' che possiamo *sapere*. Certo, non e' una "scelta" in senso stretto, un puro atto di volonta' — la nostra condizione di credenti o di dubbiosi o di atei dipende spesso da fattori che sfuggono alla sfera puramente intellettiva — la fede e' come l'amore (in fondo e' una forma di amore): non si inventa se non c'e'; un cristiano qui parlerebbe di grazia — ma apriremmo un altro capitolo complicato, che non mi sento di affrontare. Sono fermamente convinto, pero', che sia una scelta lasciare aperta o no la possibilita' di una prospettiva religiosa nella propria vita: qui sta la scommessa, per chi la vuol fare in un senso o nell'altro.

Quattro. Il pensiero religioso segue logiche proprie, fondamentalmente quelle del mito. E bisogna saperle leggere, per giudicare. Il pensiero mitico-religioso non e' un pensiero erroneo, o primitivo, o ingenuo. E' una modalita' di lettura del mondo che ha le sue vie, i suoi strumenti, i suoi fini. Il mito (e per mito intendo, sia ben chiaro, anche i racconti della Bibbia o del Corano o di qualunque altro libro sacro) non e' una favoletta — ma e' un racconto paradigmatico, un modo di raccontare il perche' del mondo come e' e di fondare i comportamenti delle persone in quel mondo. Certo, la mentalita' mitico-religiosa pretende che siano *vere* le storie che racconta — non le considera semplici allegorie o apologhi morali. Ma si tratta di una verita' *normativa*, piu' che di una verita' fattuale: e' vero il mito in quanto e' vero cio' che significa — non necessariamente in quanto sono veri tutti gli avvenimenti di cui parla. C'e' una formula folgorante di un filosofo della religione della tarda antichita', Salustio, che dice "Queste cose non accaddero mai, ma sono sempre". Questo ha due conseguenze, tra mille piu' importanti: che le interpretazioni letterali dei racconti sacri sono *sbagliate* perche' non colgono il tipo di verita' insito nel mito — e che insistere sull'implausibilita' logico-fattuale di un racconto sacro non ne scalfisce di una virgola il valore di verita'. In altre parole: dire che Maria ha concepito Gesu' senza un rapporto sessuale con un uomo, ma per l'intervento dello Spirito Santo, e' un modo narrativo per dire che Gesu' e' nello stesso tempo uomo e D-o — che e' figlio di una donna mortale e di D-o stesso. La verita' di cronaca e' un dettaglio — poco piu' che un pettegolezzo.
Io credo che il pensiero mitico-religioso abbia una legittimita' non inferiore a quella del pensiero scientifico, se ognuno resta nel suo ambito. E non mi sento un oscurantista se nella mia ricerca di senso resto in ascolto — cerco di essere attento alle possibilita' offerte da questo tipo di pensiero.
Detto questo, niente implica che la scelta religiosa avvenga nelle forme delle religioni rivelate. Ma le religioni rivelate sono un immenso patrimonio di paradigmi — una ricchezza che attraversa millenni di storia umana e che fa parte in maniera profonda del nostro tessuto di identita'. Difficile sottrarsi — in una prospettiva religiosa — alla convinzione che l'Altro veramente parli dentro quel patrimonio. E al bisogno di ascoltarlo. Ancora piu' difficile — e forse futile — tentare di percorrere strade diverse: anche in questo, essere nani sulle spalle di giganti val piu' che stare a scrutare l'orizzonte dal basso della propria solitaria statura.

Cinque. Proprio perche' si snoda in racconti — in miti — alla fin fine nell'esperienza religiosa la *fede* occupa un posto assai marginale — cosi' come le manifestazioni vere o presunte del soprannaturale. Conta molto di piu' l'adesione etica al mondo che quei racconti tratteggiano — e prima ancora la convinzione di essere o meno autosufficienti e compiuti. E conta stabilire – nelle forme del pensiero mitico-religioso — una relazione con l'assolutamente Altro da noi — una relazione personale diretta e fondante della nostra esistenza (fondante e integrale — che non e' meno esigente ma e' ben diverso da integralista e fondamentalista).

Conclusioni provvisorie. Dove sono io? Nel mezzo del dubbio. Di domande che non ammettono ne' la risposta semplicistica dei bright — ne' il semplice aderire a una prospettiva religiosa. So che non siamo autosufficienti — che un barlume di senso si puo' immaginare solo di fronte a un Altro (il λόγος πρὸς τὸν Θεόν, "la parola posta di fronte a Dio" del vangelo di Giovanni) — non riesco a trovare un cammino — anche perche' non posso che scontrarmi con il *vero* problema di una scelta religiosa che non e' quello della fede, ma quello della teodicea — e quello della responsabilita' (e di qui viene la mia sempre crescente lontananza teologica dal Cristianesimo — ma questa e' un'altra storia, che porterebbe troppo lontano).

Post scriptum. Giusto per chiarezza, anche se forse si capisce da quel che ho scritto. Credo che Ratzinger abbia assolutamente torto quando dice che la scienza senza D-o e' una minaccia. Credo l'esatto contrario — che scienza e religione debbano, come stato e Chiesa, restare rigorosamente separati e ciascuno sovrano nel proprio modo di comprendere il mondo — ogni commistione dei linguaggi e delle logiche non puo' che essere deleteria. Certo — e' difficile pensare a una ricerca scientifica applicata che non sia guidata da un'etica — ma certo non puo' essere la fede a dettare quest'etica — meno che mai una specifica religione rivelata, con la pretesa di imporre la propria etica a tutti.
Detto questo, cancellare il problema etico o far finta che non ci sia e' certamente una cattiva idea per chi si occupa di tecnica (piu' che di scienza pura) — e varrebbe la pena di rifletterci, al di la' delle prediche del Papa.


mercoledì, 3 ottobre 2007
Siamo qui
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, It, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:20 am

e in un sacco di altri posti — e il piccolo anfibio sguazza beato (il problema e' *toglierlo* dall'acqua).


sabato, 29 settembre 2007
Ciao
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:18 pm

La Rat-Family va al mare per una settimanetta. L'ipotesi Dahab alla fine non si e' rivelata praticabile — sara' per un altro momento. Andalusia, stavolta. Se c'e' un po' di wi-fi in albergo, magari postiamo qualcosa.


Bob Dylan e' sicuramente il mio candidato.



domenica, 16 settembre 2007
Fantapolitica
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 2:02 am

Torno sulla lettera del ministro Fioroni, perche' l'incazzatura non mi e' passata. E siccome non mi piace criticare e basta, provo a far finta di essere io il ministro e di rispondere come credo che un ministro dovrebbe rispondere. Senza vendere sogni, ma con ipotesi concrete. Senza gettare fango sulle istituzioni e senza smentire le scelte fatte, ma proponendo soluzioni graduali per uscire dal problema. La risposta *politica* di un ministro: non quella di un rivoluzionario o di un visionario, ma nemmeno quella di un cialtrone ipocrita.
Ovviamente le misure che propongo possono essere tutte sbagliate — e si puo' discutere su tutto. Ma il mio e' un semplice esercizio retorico per far capire che tipo di atteggiamento mi aspetterei da chi ha responsabilita' di governo.

Cara signora xxx,
la sua lettera non mi ha sorpreso, purtroppo, perche' sono consapevole che la scuola italiana non e' stata in grado di fare abbastanza per i suoi alunni diversamente abili. Le ragioni sono molte e vanno dalla carenza di fondi e di strutture alla scarsa cultura dell'integrazione che ancora permane in alcune parti del nostro sistema educativo. Come ministro ho assunto personalmente decisioni che non hanno aiutato a migliorare questa situazione, perche' costretto dall'esigenza di ridurre in breve tempo le spese del mio Ministero. Sono state scelte dolorose di cui non si puo' andare fieri, ma che hanno avuto una precisa necessita' di bilancio.
Ritengo tuttavia che la scuola italiana, che ha fatto la scelta coraggiosa di integrare gli alunni disabili nelle classi e di non tenerli separati dai loro compagni, abbia in se' un'eccellenza di modello che deve essere sostenuta da interventi e risorse adeguati. Non posso promettere che nei prossimi anni ci sara', come pure riterrei auspicabile, un insegnante di sostegno per ogni alunno disabile che ne ha necessita': si tratterebbe di piu' di sessantamila nuovi docenti con un costo annuo per la Pubblica Amministrazione di circa due miliardi e mezzo di euro, una cifra che non e' compatibile con le condizioni economiche del Paese. Tuttavia posso promettere che la mia azione di governo puntera' ad invertire la tendenza ed a garantire la crescita di risorse reali per la scuola, con particolare attenzione a tutte le misure che — a norma della nostra Costituzione — contribuiscono a "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Per essere concreto, Le illustro alcune misure che il mio Ministero adottera' a partire dal prossimo anno scolastico 2008-2009:
1. Aumento del 5% dei posti di insegnanti di sostegno (costo stimato: 160 Mln). E' poco, ma e' oggettivamente difficile fare di piu' in un anno e l'obiettivo e' di iniziare un trend che dovra' continuare negli anni a venire.
2. Creazione di un fondo speciale per l'integrazione degli alunni disabili, che sara' distribuito per iniziative legate all'autonomia scolastica e finalizzate a migliorare i servizi per gli alunni portatori di handicap. Tale fondo avra' una dotazione di 2000 euro per alunno disabile (costo stimato: 340 Mln).
3. Attivazione di percorsi di formazione sull'integrazione dei disabili (mirati alle situazioni concrete) per 10.000 docenti delle scuole di ogni ordine e grado (costo stimato 10 Mln).
Come vede, queste iniziative avranno un costo molto rilevante, che la comunita' nazionale dovra' coprire adeguatamente.
A tal fine intendo proporre l'istituzione di un contributo obbligatorio per l'integrazione a carico delle famiglie, nella misura media di 20 euro per alunno delle scuole di ogni ordine e grado. So che si tratta di una mossa impopolare — ma le somme richieste ad ogni famiglia sarebbero oggettivamente esigue (e distribuite progressivamente in base al reddito) e d'altronde la massa finanziaria raccolta (circa 180 Mln) costituirebbe un elemento importante per rendere realizzabili i progetti che ho esposto sopra.
Resterebbero da finanziare comunque circa 330 Mln di euro, che possono essere reperiti o reindirizzando il 5% della quota del cosiddetto "tesoretto fiscale" destinata alla spesa sociale o in Finanziaria 2008 rinviando e/o limando le ipotesi di riduzione dell'ICI e di altre imposte. So che anche in questo caso si tratterebbe di una misura impopolare, ma credo che dovremmo tutti tenere a mente la citazione delle "Leggi" di Platone che abbiamo inscritto in epigrafe del DPEF 2008-2011 e che ispira le linee di azione del nostro governo:

E' difficile innanzitutto sapere che e' necessario per un'autentica arte politica prendersi cura non dell'interesse privato, ma di quello pubblico – infatti l'interesse comune lega insieme le citta', quello privato le dilania -, e capire che l'interesse comune, se e' ben stabilito, e' utile tanto all'interesse comune quanto a quello privato, ad ambedue in sostanza, molto piu' di quello privato.

So che le misure che qui ho tratteggiato non saranno sufficienti a risolvere a livello di sistema i problemi che Lei ha indicato nella sua lettera. Credo tuttavia che potra' convenire con me che sono un insieme di provvedimenti importante e tale da dare un segnale della volonta' della scuola italiana di essere all'altezza della scommessa impegnativa dell'integrazione, che e' una prassi di assoluta eccellenza mondiale e che e' intenzione del Governo sostenere con tutti i mezzi disponibili.
So anche di poter contare sull'attenzione e sulla collaborazione di tutti i docenti e di tutti i genitori che — come Lei — sono impegnati nel duro ed esaltante compito di far crescere bene i nostri ragazzi, disabili o no.
Cordialmente,
Il Ministro della Pubblica Istruzione

A margine un po' di fonti:
Statistiche sulla popolazione scolastica
Statistiche sulla disabilita' nella scuola e sul numero di insegnanti di sostegno
DPEF 2008-2011


giovedì, 13 settembre 2007
Rosh Ha'shana 5768
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:03 am

L'anno comincia in un momento difficile per noi. Speriamo che sia piu' dolce del precedente.
Un augurio un po' ospedaliero dalla Rat-Family.


lunedì, 3 settembre 2007
Non dice a me…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:55 pm

… ovviamente. Ma fa piacere lo stesso leggerlo sul muro andando a lavorare, no?


mercoledì, 15 agosto 2007
Un'altra corsa
Nelle categorie: It, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:40 am

Son quasi due mesi che non scriviamo piu' su The Rat Race. Non e' stato il superlavoro — e non sono state le vacanze. Il fatto e' che in questi due mesi scarsi tutto il nostro mondo e' cambiato radicalmente — e c'e' voluto tempo per capire e cercare di abituarci — e per renderci conto se volevamo/potevamo scrivere anche di questo.

A It e' stato diagnosticato un disturbo generalizzato dello sviluppo — per dirla in maniera piu' comprensibile una forma di autismo (OK, si dice piu' correttamente un "disturbo dello spettro autistico" — ma a volte semplificare e' un modo di umanizzare le parole — e le cose). Per fortuna, il nostro Enrico e' un bambino affettuoso, a modo suo socievole, allegro, curioso: la malattia non lo ha isolato completamente dal mondo e la mancanza di linguaggio verbale non gli impedisce di comunicare bisogni, stati d'animo, perfino sentimenti. Stare con lui e' una gioia — oltre che una grande fatica quotidiana.
Ma per garantirgli una vita piena, serena, significativa, autonoma — c'e' moltissimo lavoro da fare. Dovranno intervenire medici, logopedisti, terapeuti di ogni tipo. Ma soprattutto la sua condizione richiede a noi genitori un'attenzione e una presenza continui — un impegno di ogni momento per aiutarlo a fare conquiste che per un bambino *normale* sono al di sotto dell'ovvio — e che per il nostro Enrico sono difficili quanto indispensabili mattoncini di una futura indipendenza.
Abbiamo gia' scoperto che la mano pubblica non ha abbastanza risorse e non sa coordinare quelle che ha per dare a bambini come Enrico l'assistenza di cui hanno bisogno. L'autismo e' una malattia da privilegiati — nel senso che solo i privilegiati (economicamente, socialmente e culturalmente) sono in grado di assicurare ai figli una diagnosi precoce, un accesso adeguato alla conoscenza degli strumenti di cura, le migliori terapie disponibili, il tempo libero necessario per seguirli. Per fortuna siamo nella categoria — ed e' dura perfino cosi'.
Per noi la corsa dei topi e' finita. Non abbiamo piu' tempo di correre dietro al lavoro e a tutto il resto. Stiamo correndo dietro a nostro figlio. Senza fiato — piu' che mai — e con il cuore in gola. Ma anche — per strano che possa sembrare — con allegria — e con l'entusiasmo che ci viene da lui.
Ci proveremo a raccontarvelo, se ne saremo capaci — e se la corsa ci lascera' tempo.

Enrico corre sulla riva del mare delle nostre vacanze — c'e' la sua energia, il suo entusiasmo per il mondo — e si', anche il movimento scomposto delle mani e della testa che rivela la sua malattia — ma non meno la sua gioia di vivere. E il fatto che lui corre davanti — e noi dietro. Un po' come i versi di Mr. Tambourine Man:
Yes, to dance beneath the diamond sky with one hand waving free,
Silhouetted by the sea, circled by the circus sands,
With all memory and fate driven deep beneath the waves,
Let me forget about today until tomorrow.
Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,
I'm not sleepy and there is no place I'm going to.
Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,
In the jingle jangle morning I'll come followin' you.

Per questo ci pare che possa diventare l'immagine migliore del nostro blog — del nostro tentativo di raccontare quel che stiamo vivendo.

P. S. Ci comprenderete se — in questo come negli altri post in cui si parla di nostro figlio — i commenti sono disabilitati. Non cerchiamo attestati di comprensione e d'altro canto spammer e troll non sarebbero sopportabili. Se avete qualcosa di vero e di serio da dirci — o da chiederci — usate l'indirizzo di mail del blog. Grazie.


lunedì, 25 giugno 2007
Peggio degli infradito?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:11 pm

Ora suppongo che stia per contagiare la massa italiana la moda dei Crocs, gli zoccoli in plastica (o apparente tale, non ho fatto ricerche, lo confesso) tutti colorati. Probabilmente e' vero che sono ottimi per camminare e penso che vadano benissimo su una spiaggia o qualcosa del genere ma l'idea che diventino calzatura urbana generalizzata mi fa un po' rabbrividire (specie se penso all'idea del calzino sotto, come qualcuno fa). Forse forse rivaluto le care vecchie infradito che in passato mi hanno gia' fatto brontolare.


mercoledì, 13 giugno 2007
Debitore moroso
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:46 pm

… di un post: RdM ci aveva passato (una vita fa) il testimone di una catena su "cinque motivi per tenere un blog". Non e' che non rispondiamo per scortesia, e' che non ce li abbiamo mica tanto chiari, i motivi. Qui si scrive (anzi: solo questa meta' del blog scrive, per ora) — "un po' per celia…" — quando c'e' il fiato per scrivere. E ce n'e' sempre meno.


lunedì, 4 giugno 2007
Honoris Causa
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:38 pm

Ricevo dall'amico Beppe Attardi e rilancio volentieri, anche se temo che proprio non potro' esserci:

Il prossimo 15 giugno l'Università di Pisa conferirà la Laurea Specialistica in Informatica Honoris Causa a Alan Kay per i suoi meriti nell'invenzione del personal computing e della programmazione a oggetti.
Il programma della cerimonia è disponibile alla pagina: http://medialab.di.unipi.it/Event/AlanKay/.
Ai partecipanti verrà distribuita una copia dello storico articolo "Personal Computing" che Alan Kay presentò a Pisa nel 1975 in anteprima mondiale.
Nella sua Lectio Doctoralis Alan Kay parlerà dell'iniziativa
One Laptop For Child (OLPC). L'iniziativa (www.laptop.org) si propone di contribuire all'istruzione dei bambini del (terzo) mondo, attraverso un computer portatile dal costo di soli 100 dollari, per esplorare, sperimentare, comunicare ed esprimersi pienamente.
Alan Kay è uno dei promotori dell'iniziativa OLPC assieme a Nicholas Negroponte del MIT.
Il ruolo che possono avere le nuove tecnologie a favore di uno sviluppo sostenibile del terzo mondo sarà uno degli argomenti dell'incontro/conversazione con Alan Kay previsto il giorno 15 alle ore 17 presso il Polo Didattico Carmignani (Piazza dei Cavalieri).
Verrà presentato, in anteprima per l'Europa, un prototipo del laptop da 100$.
Siete tutti invitati a partecipare ai due eventi.


mercoledì, 23 maggio 2007
Overflow
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:27 pm

Gente, qui fino a fine luglio si versa in queste condizioni. Blogging sporadico nei prossimi tempi.


domenica, 13 maggio 2007
The blogger is out
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:33 am

Questo blog stamani lascia It dai nonni, raccoglie la figlia grande e parte per una settimana di vacanza. Forse posteremo qualche foto, se troviamo connettivita', tempo e voglia.

(a margine: tanta voglia di tornarci, in questo paese pieno di baciapile ipocriti, non ce l'ho)


sabato, 12 maggio 2007
Anche io da grande mi voglio ispirare?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:02 pm

Floria mi spinge a violare un rigoroso tabu' di questo blog — cioe' di non parlare di blog, di come si fanno i blog, di che cosa significano i blog eccetera eccetera. Per una volta lo faccio — ma poi il tabu' torna strettamente in vigore.

Il fatto e' che il problema non me l'ero proprio mai posto. Nel senso che dell'ispirazione diffido, tutto sommato. Mi spiego meglio. O sei un poeta e ci hai la Musa con la M maiuscola che ti viene a trovare e va dittando — e tu allora scrivi — e perfino in questo caso la scrittura e' 90% perspiration, tecnica, duro lavoro. Oppure sei un cristo qualunque che scrive piu' o meno quel che gli passa per la testa — e scomodare l'ispirazione mi pare una cosa grossa.
Anche perche' le idee vengono da se'. A getto continuo. Mica sono le idee il problema: basta guardarsi intorno, leggere in giro, ascoltare una conversazione. Sara' che io sono uno curioso, che cerca di avere un'idea su tutto — e spesso ce le ha confuse proprio per questo — ma in una giornata tipo trovo sempre almeno dieci cose su cui vorrei dire la mia.
Allora il vero punto non e' l'ispirazione, ma la selezione. Dato che non e' che il tempo abbondi, dieci post in una giornata sono troppi, spesso non ho respiro nemmeno per scriverne uno, figuriamoci. Anche perche' — ahime' — io sono uno mostruosamente lento a scrivere. Non ho la vena facile — salvo che mi pigli l'incazzatura — ma allora non so bene quel che scrivo e forse non dovrei scrivere proprio.
Insomma — a farla corta — ho in mente una coda di post non scritti che ci potrei alimentare The Rat Race per sei mesi. Quali escono dalla coda e' sostanzialmente casuale — ogni tanto uno si fa strada in una mezz'oretta — ogni tanto mi *impongo* di scriverne un altro — per lo piu' restano li' e continuano a crescere su se stessi — e poi magari vengono bypassati dalle due righe scritte di corsa stans pede in uno per "stare sull'attualita'". Ce ne sono altri che invecchiano e muoiono lentamente li', senza essere mai scritti — ma mica e' detto che fossero quelli che mi interessavano di meno.
D'altra parte questo e' un blog — mica la Divina Commedia. E per di piu' e' un blog che non ha alcuna ambizione creativa — al massimo cerca di essere il mio pezzo di conversazione.

A me piacerebbe sentire che cosa ne pensano due blog parecchio piu' ispirati di questo: Eiochemipensavo e Colti sbagli. Se non mi mandano a quel paese, l'uno per eccesso di catene, l'altro perche' se ne sta nella sua bolla.


Floria dice le cose che spiegano come mai ho smesso di fare l'insegnante.



Curzio Maltese ha fatto imbestialire Floria. E ha ragione Floria. Da vendere.



venerdì, 4 maggio 2007
Sbam
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:01 pm

Dai e dai, a furia di correre the rat race, il Ratto oggi si e' fermato di schianto su un guard rail della tangenziale di Torino. Lui illeso anche se dolorante — la Ratmobile un po' meno. Forse ho parlato troppo male della Chiesa cattolica e qualcuno mi sta punendo? ;-)

P. S. Le procedure di un pronto soccorso hanno qualcosa di surreale. Sono assai probabilmente efficaci e del tutto corrette — ma sono surreali lo stesso.
P.P.S. Questo qui sta diventando un blog traumatologico ;-(


mercoledì, 2 maggio 2007
Cosa manca alla multimedialita' vera
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:09 am

Oggi vorrei postare questo odore:

Sperando che duri, perche' qui ce n'e' davvero un gran bisogno.


mercoledì, 25 aprile 2007
Ahio!
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:56 pm

Ok, volevo scrivere un post sul 25 aprile — ma ho preso un'altalenata in fronte nel tentativo (vano) di non far cadere It dall'altalena suddetta — e ho un po' di mal di testa… Ne riparliamo magari nel 2008, eh? [P. S. del 26 aprile: nel frattempo -- leggetevi questo post di eìo, che qui la si pensa un po' come lui]

It non si e' fatto niente — e anche io sto bene — siamo di dura cervice noi.


sabato, 14 aprile 2007
Top of the heap
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto da Amministratore alle 11:07 am

… of spam:

Come direbbe eio, il limite e' il cielo…


giovedì, 12 aprile 2007
Metafisica
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:24 pm

Scattata col telefonino (e quindi la qualita' e' quella che e') in Terrazza Mascagni a Livorno, a novembre scorso — e ritrovata oggi levando un po' di casino dalla scheda troppo piena.


mercoledì, 14 marzo 2007
Fra un po'
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:14 pm

torno, prometto. Devo finire di scrivere un articolo – poi alzo la testa. Da scomunicato qual sono*, un po' di cose da dire le avrei.

* no — mi correggo — escluso dai sacramenti. Ma non era questo il senso della scomunica?


venerdì, 9 marzo 2007
Madeleine
Nelle categorie: Mangiare bere e andare a spasso, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:01 am

Ero convinto che non esistessero piu', soppiantati da merendine ben piu' sofisticate e glamorous. E invece qualche giorno fa me li sono ritrovati davanti al supermercato, identici a quarant'anni fa, perfino con la stessa grafica e con la plastichina trasparente confezionata a busta: i Fruttini della Zuegg, dico — quelli che mi mangiavo a merenda ai tempi delle estati a Coazze, una cosa come un paio di vite fa. E sono perfino buoni come me li ricordavo.


giovedì, 8 marzo 2007
Uno charme da magliari
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:12 pm

Siamo degli appassionati viaggiatori nella provincia francese — e quasi di conseguenza affezionati clienti dei Logis de France, alberghi disseminati in tutto il paese, che garantiscono notti e tavole decenti a prezzi ragionevoli anche nei paesini e nei posti fuori dai circuiti turistici. Ma dobbiamo dire che qualche dubbio ci viene, leggendo la loro nuova pubblicita' in italiano (piu' o meno):


lunedì, 22 gennaio 2007
Ritardataria indignazione
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:17 pm

In questi giorni ho troppe altre cose per la testa per riuscire a leggere i blog — cosi' sono piu' o meno l'ultimo blogger a venire a sapere dell'orrenda vicenda di Magdi Allam che si impadronisce di una mail privata di Lia e la pubblica con nomi cognomi e dettagli sul Corriere della Sera.
Sono schifato — e personalmente non comprero' (e non linkero') piu' il Corriere fino a che Allam restera' una sua firma — magari non sarebbe male se provassimo a farlo in tanti.
Per il resto, la penso esattamente come MMax, su tutta la linea — e su ogni cosa che dice.
A Lia, ovviamente, tutta la solidarieta' immaginabile — scusandomi per il ritardo.

Ben altri e ben piu' importanti di me espresso la loro indignazione e la loro solidarieta' a Lia. La lista dei link su Gattostanco.


domenica, 21 gennaio 2007
A suivre
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 6:31 pm

A quarantotto anni, qualche giorno fa, e' morta Solveig Dommartin. Il cielo sopra Berlino e' stato un pezzo importante della mia mitologia personale — e questa morte cosi' precoce mi ha colpito. Verrebbe voglia di poterla salutare con quell'à suivre che chiudeva il film — invece del solito The End.


giovedì, 18 gennaio 2007
Apnea profonda
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:19 pm

quindi nemmeno un post striminzito — in questi giorni


sabato, 13 gennaio 2007
Non ci saremo
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 7:42 pm

NoCamp a Vercelli, il 30 gennaio 2007. Informazioni qui:

Io non faro' un talk su NaDa, il software che non fa nulla.


martedì, 26 dicembre 2006
Goodbye, Mr. Dynamite
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:08 am


giovedì, 21 dicembre 2006
E' uscito!
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 1:08 pm

Il Calendario 2007 di The Rat Race:

A breve la versione scaricabile online. A stampa costa 16 euro piu' spese di spedizione — puro prezzo di costo per dodici mesi di autentico paesaggio Bogia-Nen…


mercoledì, 20 dicembre 2006
Diabolico
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 9:57 pm

Oggi alle 21.40:


giovedì, 30 novembre 2006
Big Love
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Serie TV — Scritto da waldorf alle 11:45 pm

Big Love, la serie della mitica HBO su una famiglia mormone poligama, prodotta tra gli altri da Tom Hanks e ora in onda su Foxlife, mi ha lasciato perplessa ancora piu' di quanto avrei previsto. Dato che i poligami ormai, per quanto ne so, sono una stretta minoranza anche tra i mormoni dello Utah, in una serie che tratta di loro ti aspetteresti un certo risalto alla componente religiosa o ideologica della scelta della poligamia (io personalmente ignoro quale sia il motivo per cui alcuni mormoni ritengono lecita – o addirittura dovuta? -la poligamia).
Nelle prime due puntate di Big Love quasi nessun cenno viene fatto a questa problematica (magari lo dicono con il tempo, boh) e il risultato e' che ci si trova di fronte alla storia di una per quanto assurda, famiglia borghese, con un marito, tre mogli, sei o sette figli e tre case vicine, dove i problemi non sono poi tanto anomali e la religione ha un ruolo del tutto secondario. Altrimenti la presenza di tutte queste mogli serve a creare pruriginose situazioni di condivisione sessuale, con il povero marito costretto a ricorrere al viagra perche' altrimenti non ce la fa, e le donne che litigano per i turni. Inoltre si creano fantastiche occasioni per mostrare il protagonista maschile a culo nudo (chissa' perche' delle donne non si vede neanche una tetta).
Non so se la serie e' destinata a cambiare ne' se avro' la pazienza di verificarlo, pero' nel frattempo sono sconcertata dalla scelta di affrontare un argomento cosi' spinoso con cosi' poca originalita'.
Perche' non fare la solita serie sulla solita famiglia se non volendo osare veramente?


giovedì, 23 novembre 2006
Inside post
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:02 pm

Nel senso che questo lo capiscono — se va bene — in tre.

Sono giornatacce, nel complesso. Pero' oggi ho acceso the Rat Ra…dio su Pandora e la prima canzone che ha sputato fuori e' stata questa. E poi in macchina tornando a casa ho trovato che alla radio parlavano di questo. Lassu' qualcuno si e' ricordato di me.


martedì, 21 novembre 2006
Una perdita
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da tutti e due alle 8:48 pm

Questo blog e' ufficialmente in lutto per la perdita di Robert Altman. Ci manchera'. E non e' retorica, perche' ancora di recente ci aveva dato un grande film come Radio America.. Sono contenta che abbiamo potuto vederlo al cinema, in una delle nostre rare libere uscite. E basta, perche' tanto ci penseranno i giornali a far scorrere i classici fiumi di inchiostro. Magari ci torno su quando gli altri smettono di parlarne.


giovedì, 9 novembre 2006
Magari non ho capito…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:37 pm

a causa della mia scarsa formazione ma mi e' sembrato che il Governatore della Banca d'Italia Draghi abbia in qualche maniera dato la colpa anche ai precari della loro precarieta' collegandola alla mancanza di istruzione nel nostro Paese. Certamente il Governatore ne sa piu' di me, pero' io ho avuto l'impressione che l'Italia sia piena di precari parecchio istruiti, con tanto di lauree e master ecc. ecc. E' che loro non lo sanno, ma sono ignoranti e di conseguenza un po' meritevoli di essere precari.
PS a seguito del primo commento ricevuto che mi ha fornito il link per leggere interamente il discorso del Governatore aggiungo il passaggio in cui Draghi fa riferimento al precariato seppur non usando la parola:
"Possedere un elevato livello di istruzione costiuisce inoltre il migliore strumento per ridurre i rischi insiti in percorsi di carriera frammentari e quelli connessi alla perdita dell'occupazione oggi più elevati che in passato a causa del crescente ricorso a rapporti di lavoro a tempo determinato. All'aumentare della qualificazione professionale cresce infatti l'incentivo per l'impresa e investire in rapporti stabili e duraturi, diventa maggiore la possibilità per il lavoratore di ritrovare pronta collocazione nel caso di rapporti di lavoro insoddisfacenti o di eventi sfavorevoli che coinvolgano il posto di lavoro".
Rivolto a chi e' al governo certo il discorso vale a incoraggiare un maggiore investimento nell'istruzione, ma letto da chi l'istruzione ce l'ha ed e' precario lo stesso suona quanto meno come un bel discorso teorico. E non fa certo sentire meglio.
Ad ogni modo la lectio magistralis di Draghi in quasi tutti i suoi aspetti mi sembra molto condivisibile, anche se le cose che dice sarebbero per lo piu' ovvie. Peccato che certe ovvieta' in Italia non sembrino affatto tali.


mercoledì, 1 novembre 2006
Caldarroste e calzature
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:36 pm

Quello che penso delle infradito l'ho gia' detto diverso tempo fa e non lo ripeto. Pero' oggi pomeriggio ho visto una cosa divertente in merito alla voga che li vuole indossati in ogni occasione che non riesco a fare meno di segnalare.
Oggi e' stata una bellissima giornata autunnale (un insolito regalo nel novembre piemontese) ma nel tardo pomeriggio cominciava a far fresco. Dato il giorno festivo e la tradizione di lasciare un regalino ai morti, nel corso della mia cittadina di residenza stazionava un banchetto di caldarroste; tra le varie persone in fila ce n'era una che ha attratto inevitabilmente la mia attenzione, cioe' una fanciulla che indossava pantaloni jeans in foggia piu' o meno caprese, con le gambe nude e le infradito. E vedere qualcuno far la fila per le caldarroste con la calzatura piu' estiva e inconsistente che si possa immaginare mi e' sembrato proprio buffo. Un segno di questi tempi strani, in cui si e' deciso di disancorare la moda dalle temperature.


martedì, 31 ottobre 2006
Ritocchi
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 11:48 am

all'aspetto di The Rat Race.
Da oggi la testata mostra soltanto foto "di stagione". Ditemi se vi piace di piu' cosi' o se era meglio prima.


giovedì, 5 ottobre 2006
Troppe cose, cara Scarlett (o no?)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 3:50 pm

Pare che Scarlett Johansson, pompata dai media come attrice piu' desiderabile del momento, rivendichi il diritto di avere un cervello oltre che delle curve. Dichiarazioni come queste, molto frequenti da parte delle donne piu' belle del mondo, mi lasciano sempre perplessa. La prima reazione istintiva e' di dire "e che cavolo, anche il cervello volete, non vi basta essere su tutte le copertine, guadagnare un mucchio di soldi, poter avere qualunque uomo?". In secondo luogo penso che insomma non e' giusto, a nessuna donna bruttina e intelligente si rimprovererebbe di voler essere anche bella, solo che e' molto piu' facile affermare di essere intelligente senza esserlo che carine senza esserlo (che so, la Litizzetto non puo' sostenere di essere alta 1,80 e che nessuno l'ha capito..).
Fatto sta che l'intelligenza, specie di determinati tipi, non e' questa gran cosa, e forse e' meglio essere belle e accontentarsi di essere ritenute tali, pur quando si e' consapevoli di saperla piu' lunga. Comincio a pensare che in realta' sia la furbizia la cosa che piu' aiuta e che la piu' dritta di tutte sia quella falsa bella di Paris Hilton che se va a giro per il mondo accumulando altri soldi oltre a quelli che ha di famiglia e affermando che non capisce un granché..


venerdì, 29 settembre 2006
La legge e' legge (finche' ci piace?)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 3:05 pm

Trovo parecchio fastidiosa, personalmente, la vicenda ormai tormentone della bambina bielorussa sottratta o forse rapita dai coniugi italiani affidatari "stagionali" con la complicita' delle cosiddette "nonne". Capisco che il bene di un bambino venga al di sopra di ogni altra cosa, ma c'e' una prepotenza di fondo in questa storia che non mi sembra tollerabile. Sembra che i protagonisti abbiano stabilito che la legge si rispetta finche' ci va bene, quando poi decidiamo che non ci torna ce ne freghiamo perche' siamo superiori. Cosi' i due non-genitori, che forse non hanno accettato fino in fondo il carattere provvisorio della loro genitorialita' che caratterizza e rende a volte dolorose le situazioni di affidamento, hanno agito con l'aria di ritenere di avere il coltello dalla parte del manico e di poter tenere tutti in scacco. Peccato che il loro vantaggio derivasse dal fatto che avevano commesso un reato e che cosi' comportandosi abbiano danneggiato altri bambini che non c'entravano nulla.
Forse al loro posto mi sarei comportata come loro, non so, eppure c'e' qualcosa che non va. Magari e' il fatto che anche i valori ritenuti superiori andrebbero fatti valere nelle forme dovute, senza l'assoluta presunzione di avere ragione. E in fondo forse anche le autorita' bielorusse, considerate ovviamente come sospette e inaffidabili a priori, dal loro punto di vista potrebbero avere delle ragioni di non fidarsi.


mercoledì, 27 settembre 2006
Scritte sul muro
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:17 pm

(sull'argomento ha scritto molto meglio di me — un'eternita' di tempo addietro — Daniela Amenta su Linea Gotica)

Per chi come me e' stato adolescente negli anni settanta le scritte sui muri sono state uno degli approcci piu' istintivi e immediati alla politica. Erano una forma di presidio del territorio, ti dicevano se il quartiere in cui passavi era "fascio" o "rosso" — erano testimonianze di arditismo politico (andare a scrivere BOIA CHI MOLLA su un muro in Barriera di Milano o a Mirafiori Sud — oppure PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO sulla recinzione di un villone in collina) — erano il segno della presenza delle organizzazioni — e la prima forma di diffusione delle parole d'ordine.
A Torino, in quegli anni, prevaleva uno stile cubitale, squadrato, di grandi dimensioni — a colori piatti rossi o neri. Niente a che vedere con le pretese artistiche e la vivacita' coloristica dei graffiti di epoche successive. Solo slogan sul muro — brutali come gli scontri di piazza e come la politica di quegli anni.
Poi, un (bel?) giorno, e' arrivato il riflusso. Di colpo. Per me ha avuto l'aspetto di un ELENA TI AMO scritto su un muro vicino a casa: in nero, a caratteri cubitali, squadrati e sgraziati: proprio lo stesso stile di BOIA CHI MOLLA. Il buffo e' che credo di sapere chi fosse Elena: una mia ex compagna di classe delle scuole medie, a tredici anni paffuta e perfino un po' baffuta, la cui famiglia aveva un negozio di fiori a pochi passi da li' — evidentemente qualche anno dopo aveva sviluppato grazie insospettabili. Ma non e' questo il punto: e' che quel muro, di fronte a cui c'era una fabbrica notoriamente rossa — di quelle in cui la CGIL finiva per essere l'ala destra — fino a quel momento era stato dominio incontrastato degli slogan di LC e delle falciemartello di due metri per due. "Elena ti amo" non era roba che si potesse pensare di scrivere — su quel muro li' — almeno fino al giorno prima. Era cento volte piu' eversivo che trovarci scritto VIVA IL DUCE.
Nel giro di pochi mesi, l'argine aveva ceduto — la politica aveva lasciato il posto al privato — lo sciopero dei trentacinque giorni in FIAT* era finito come era finito — sugli anni settanta si girava (finalmente?) pagina. ELENA TI AMO si era dimostrato piu' forte di ORA E SEMPRE RESISTENZA.
Quasi trent'anni dopo — i muri sono passati dalla fase del tazebao a quella del reality. Sulla strada che faccio per andare al lavoro si legge questa scritta:

Volendo, c'e' un piccolo romanzo dietro quella scritta — e io ho avuto la sorte di seguirne l'evoluzione, mattina dopo mattina. All'inizio, sopra una scritta piu' vecchia ormai cancellata**, comparve uno stereotipo PiccolA TI AMO. Fece bella mostra di se', forse per la gioia della destinataria — o forse no — per qualche mese. Poi — un brutto giorno — una mano corresse PiccolA in PiccolO — cancello' AMO e lo sostitui' con un brutale ROMPO IL CULO!. Piccola non aveva gradito la plateale avance? o aveva gradito e si era ritrovata con un bel palco di corna? o quale altro motivo di litigio tra innamorati? oppure ancora — lo scherzo di una banda di ragazzini ai danni della coppia? Comunque — per Piccola e Piccolo — un bel po' di visibilita': la strada e' parecchio trafficata e la curva costringe a rallentare proprio li' davanti. Passa un po' di tempo — e qualcuno cancella l'insultante minaccia: rappacificazione? Piccola ci ha ripensato? oppure Piccolo ha fatto un raid notturno per togliersi dalla gogna? o gli impiegati del Comune hanno piu' prosaicamente restaurato la pubblica decenza (e perche' mai avrebbero dovuto cancellare soltanto una parte della scritta, invece di passare una bella mano di grigio su tutto?)?
Da allora — piu' nessuna novita'. Chissa' che fine hanno fatto Piccola e Piccolo — in fondo mi piacerebbe che qualcuno mi raccontasse il resto della loro storia.

* Siccome e' successo una vita fa — e credo che pochi dei pochi lettori di The Rat Race ne abbiano una memoria precisa, qui c'e' un racconto di quello sciopero. Di parte, bellissimo — verissimo. Soprattutto per quella sensazione — cosi' puntualmente rievocata — che tutto stava cambiando — che finiva un'epoca per la citta' e per l'Italia.

** Sospetto che anche la scritta precedente avesse a che fare con (la stessa o un'altra?) PICCOLA — a giudicare dalle tracce della vernice bianca di copertura. Con il che il romanzetto assumerebbe l'andamento della saga — ma le mie capacita' di epigrafista-paleografo si fermano qui…


lunedì, 25 settembre 2006
Awful plastic surgery
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:05 am

Ho scoperto tramite una rivista femminile letta dal parrucchiere l'esistenza di una vera galleria degli orrori, www.awfulplasticsurgery.com, cioe' una serie quasi infinita di resoconti di interventi di plastica dei divi americani, soprattutto malriusciti. Sembrera' una cosa frivola, ma credo che guardare 'sta roba di tanto in tanto sia consolante. Un po' perche' puoi sghignazzare della gente ricca e famosa che si fa operare per rendersi perfettamente ridicola, con le facce perennemente sorridenti o le tette a scaffale. Un po' anche perche' vederli ti guarisce da qualsiasi tentazione di chirurgia. E del resto ci sono cose dei ritocchi e ritocchini che mi sembrano orribili di principio a prescindere dal risultato. In particolare modo mi risulta allucinante l'idea del botulino, un veleno il cui effetto principale e' quello, se ho capito bene, di indurre una sorta di paralisi dei muscoli facciali, con conseguente distensione della pelle e sparizione delle rughe (scusate l'imprecisione).
Del resto nessuno puo' cambiare il fatto che invecchiamo e moriamo, l'unica cosa che ci rimane e' vivere e lasciare che l'esistenza ci segni. Il nostro volto ci rispecchia e perdere anche questo e' veramente a mio avviso un po' perdere l'identita'. Ma tutto questo ragionamento suppongo che richieda avere un qualche genere di espressivita' da preservare. E in effetti non e' sempre detto che ci sia…


venerdì, 22 settembre 2006
Rosh Ha'shana 5767
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 12:35 pm

Stasera inizia il capodanno ebraico. Per me, per noi, quest'anno che si sta chiudendo e' stato importante, faticoso, bello — a momenti troppo duro — e difficile. Non e' che al resto del mondo sia andata diversamente — e forse pretendere che l'anno che verra' sia piu' facile sarebbe come credere alla favoletta degli almanacchi nuovi.
Mangiate qualcosa di dolce stasera, pero', perche' e' di buon augurio.


venerdì, 15 settembre 2006
De mortuis nisi bene?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:41 am

Io non riesco a credere che Oriana Fallaci avrebbe gradito l'ecumenismo degli elogi postumi che le vengono tributati in queste ore — anche da parte dei molti che — a mio giudizio con ragione — hanno detestato tutto cio' che ha detto e scritto negli ultimi anni. Il suo modo di pensare prevedeva — radicalmente — amici e nemici, bene e male — e aveva identificato i nemici e il male nel mondo islamico, nei diversi da noi per eccellenza. Penso che sia rispetto nei suoi confronti non fare finta che non fosse cosi'. Il disaccordo, l'inconciliabilita' delle posizioni e' cosi' forte che non puo' non durare oltre la morte.


martedì, 5 settembre 2006
Stasera
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:56 pm

il Ratto parte per un w-e a Parigi con la figlia grande — ritardatario regalo di compleanno. Niente post fino a domenica — ma intanto leggetevi questo, che merita e che condivido.

Per altro: il Presidente Bartlet e' il mio eroe — ma non quanto Leo McGarry.


giovedì, 24 agosto 2006
I miei capelli, le matite e l'eta'
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:58 pm

Ieri sera la signorache taglia i capelli a It e a me mi ha fatto sentire proprio vecchio.
Il fatto e' che quando ho i capelli troppo corti, mi stanno diritti, perpendicolari al cranio — quindi cerco sempre di fermare le volenterose forbici dei parrucchieri al di sopra della lunghezza che permette di distinguere la mia testa da uno spazzolone. Ieri, per spiegare la cosa alla invero molto gentile signora, ho rispolverato il paragone, che ai mei tempi era topico, con l'omino delle matite Presbitero:

Ve la ricordate questa pubblicita', che campeggiava nelle cartolerie ai tempi della mia prima elementare? Ditemi di si', ditemi che non sono l'ultimo giurassico relitto che l'ha vista "dal vivo". Perche' la mia parrucchiera, di un po' di anni piu' giovane di me — lei e' proprio caduta dalle nuvole — e mi e' toccato spiegarle per benino "Era una pubblicita' fatta cosi' e cosi'…" –
I capelli grigi ce li ho da un po' — ma ieri sera me li sono sentiti grigi come poche volte nella vita. Un omino delle matite Presbitero tutto di HB e 2B…


mercoledì, 23 agosto 2006
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:22 pm

Per ragioni che ignoro, le nostre foto ospitate su 23 sono inaccessibili e il caricamento della home page si blocca in attesa del server.
Fino a nuovo ordine le foto in testata e quelle della colonna di destra sono disabilitate.


martedì, 8 agosto 2006
Un provvisorio punto della situazione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 2:42 pm

In questi giorni ho accumulato un po' di letture e di riflessioni sulla guerra in Libano. Se come temo alcuni link sono nel frattempo andati offline, segnalatemeli: ho fatto copie locali di tutti gli articoli.

A volte essere buon profeta e' tanto facile quanto spiacevole. Israele sta perdendo la guerra in Libano:
- la sta perdendo sul terreno, innanzi tutto: Haifa e il nord del paese sono sotto attacco quotidiano da perte dei razzi di Hezbollah, le perdite sono alte, i progressi poco visibili — e il fattore tempo non gioca a favore di Israele.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi militari (anche perche' non erano chiari e definiti in partenza), come riferiva gia' il 5 agosto questo interessante reportage di Libération: i soldati catturati continuano ad essere nelle mani di Hamas e di Hezbollah, le capacita' militari della milizia sciita libanese non sono state annientate, anche se certamente hanno subito qualche ridimensionamento, la "fascia di sicurezza" che Israele vuole nel sud del Libano e' tutto tranne che assicurata; solo un'escalation ulteriore del conflitto, con l'attacco alle retrovie di Hezbollah nella valle della Bekaa e con azioni su larga scala volte alla demolizione sistematica dell'infrastruttura logistica, potrebbe a questo punto dare ad Israele una vera vittoria sul piano militare. Gia' qualche giorno fa un analista serio come il generale Jean sulla Stampa si era espresso in questo senso [non trovo l'articolo online; questo, del 26 luglio, dice cose in parte analoghe]; oggi perfino un giornale di sinistra come Ha'aretz, che pure avanza forti riserve sul senso e la conduzione della guerra, caldeggia l'escalation, proprio a partire dalla constatazione della sconfitta sul campo:

Let there be no doubt: Despite the efforts of the prime minister and IDF generals to enumerate the IDF's achievements, the war as it approaches its end is seen by the region and the world – and even by the Israeli public – as a stinging defeat with possibly fateful implications.

Tuttavia l'escalation avrebbe rischi e costi politici, militari ed umani difficilmente sostenibili: e' da sperare che ad Israele manchino il tempo e la volonta' politica per andare in questa direzione.

- la sta perdendo sul piano degli strumenti diplomatici: tanto che la bozza di risoluzione ONU — che pure e' frutto di un compromesso molto favorevole a Israele — arriva perfino a prevedere che lo stato ebraico faccia concessioni territoriali (la questione delle "fattorie di Sheba", per la cui importanza rimando a questo articolo apparso oggi su L'Orient-Le Jour di Beirut); nell'ipotesi disegnata dal primo ministro libanese Siniora il dispiegamento dell'esercito nel sud del paese avverra' con il consenso di Hezbollah e quindi la milizia sciita avra' modo di conservare il suo potenziale offensivo. Inutile dire che il massacro di Qana e' stato determinante nell'alienare ad Israele i consensi internazionali necessari a una soluzione per lei positiva. In questo senso ho trovato illuminante un articolo di Nehemia Shtrasler uscito su Ha'aretz del primo agosto:

Now, after the tragic events in Qana, which killed some 60 civilians, even Israel's greatest ally has changed direction and says it wants a speedy cease-fire. [...] Based on what has happened in the field, nothing remains of the grandiose goals of the beginning of the war.
Soon we will start to long for the excellent agreement offered by the G-8 at the beginning of the war. Today, it, too, is unattainable.

- la sta perdendo sul piano della percezione nazionale: il fronte interno mostra, pur nel sostegno generalizzato all'azione militare, segni di nervosismo e di perdita di coesione. L'opinione pubblica israeliana *si sente* sconfitta di fronte alla capacita' di Hezbollah di reagire e di continuare a colpire. Ze'ev Sternhell gia' il 3 agosto definiva quella in Libano "The most unsuccessful war".
In queste condizioni, tra l'altro, anche l'attuazione del piano di convergenza del governo Olmert si dimostrera' particolarmente difficile, perche' avranno buon gioco gli avversari di qualunque ritiro dal West Bank ad invocare il doppio precedente del Libano e della Striscia di Gaza: territori — sosterranno — da cui Israele si e' ritirato unilateralmente e dai quali viene una minaccia forte alla sicurezza dei cittadini, che nemmeno una guerra su larga scala e' in grado di neutralizzare.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi politici: il consenso per Hamas in Palestina e' alle stelle (al 55% secondo un sondaggio riportato da Repubblica lo scorso 7 agosto) — e i moderati palestinesi sono chiusi all'angolo; in Libano Hezbollah e' il partner determinante per definire la cessazione delle ostilita' ed ha riguadagnato favore e solidarieta' presso la popolazione e presso la classe politica. Il primo ministro Siniora non esita a dire che gli obiettivi di Hezbollah sono gli obiettivi di tutti i Libanesi e che senza l'accordo di tutti i partiti non ci sara' alcun invio di forze internazionali nel sud del paese: se pure dovra' ridurre il proprio potenziale militare dopo il cessate il fuoco, il partito sciita ha gia' riguadagnato ampiamente sul piano politico quel che perdera' sul piano degli armamenti. Il risultato e' che il governo Olmert si trovera' una Palestina in cui il prestigio di Hamas non sara' piu' discutibile e un Libano in cui l'unita' politica delle varie fazioni avra' come comune denominatore l'avversione a Israele. Amir Oren traccia cosi' il quadro di chi e' il vero vincitore del conflitto, ad oggi:

In Western terms, if the cease-fire resolution is accepted in its current formulation, then Nasrallah lost the confrontation with Israel during the past month. In Eastern terms, which are the ones that really count in this part of the world, he only improved his position by taking a step backward in anticipation of the next round. The cease-fire depends on the agreement of the government of Lebanon and, at this point, that depends on Nasrallah. If the world is impatient to close the Lebanese case and move on, Nasrallah is capable of giving it and Israel the runaround – and of racking up further concessions. He exists, therefore he is important.

A titolo di provvisoria conclusione: Israele e' entrata in questa guerra con obiettivi mal definiti e senza una strategia politica, rispondendo in termini puramente militari a un'aggressione politicamente assai meditata da parte di Hamas e di Hezbollah. Com'era ovvio, sono stati questi ultimi a trarne vantaggio. Come suggerisce Akiva Eldar in questo articolo, c'e' una sola cosa che il governo Olmert potrebbe fare per rovesciare il tavolo e garantirsi una soluzione politicamente vantaggiosa del conflitto: riaprire le trattative tanto con la Siria per il Golan, quanto con i Palestinesi per la cessazione dell'occupazione — allargando all'improvviso l'orizzonte, e chiedendo con assoluta fermezza nello stesso tempo che la comunita' internazionale garantisca la sicurezza rispetto alle ambizioni nucleari dell'Iran, Israele potrebbe ottenere molto di piu' che con la guerra anche sul difficile terreno libanese. Ma a Gerusalemme tira tutt'altro vento — e nulla di simile accadra'.


lunedì, 7 agosto 2006
Letture e allergie
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:56 pm

Dalla vacanza in Francia sono tornato con una nausea tutta particolare per i giornali italiani, per i quali le sole notizie interessanti sono le espettorazioni di D'Alema o di Casini. Percio' mi sono fatto un regalo: l'abbonamento a Le Monde online a sei euro al mese. Almeno un po' di informazione internazionale vera riesco a leggerla…


venerdì, 28 luglio 2006
Al volo
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:10 pm

Siamo qui.
Per altro, mi scuso del ritardo con cui pubblico i commenti di questi giorni — ma internet e' difficile da raggiungere e cara assatanata — confermo blogging nullo o sporadico.
Digiuno totale di notizie da quando siamo partiti — quindi non ho idea se fuori da questa valle c'e' ancora un mondo. Ne avevo bisogno.
L'unica informazione arrivata fin qui e' che in Italia hanno stabilito che — fatti fuori Moggi e Giraudo e mandata in B la Juve — il calcio e' sano e pulito come un neonato appena uscito dal bagnetto. Buon divertimento.


sabato, 22 luglio 2006
In vacanza
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 9:56 am

La Rat-family da stamattina si trasferisce qui:

Blogging sporadico o nullo per i prossimi quindici giorni.


giovedì, 20 luglio 2006
Magari!
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:58 am

Non si legge bene, ma la pubblicita' dice: "Basta vivere di corsa: con xxx xxxx puoi volare". Ecco, qui ce ne sarebbe parecchio bisogno…


mercoledì, 19 luglio 2006
;
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:48 pm

Tramite eiochemipensavo scopro questa campagna per la difesa del punto e virgola; ovviamente aderisco con entusiasmo. (o ;?)


mercoledì, 19 luglio 2006
Le strane simmetrie di una guerra asimmetrica
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 12:36 pm

Premetto : non credo che abbia senso stare da una parte o dall'altra nella(e) guerra(e) tra Israele e i suoi vicini. Nella migliore delle ipotesi hanno torto marcio tutti. Quindi non spendero' una sola parola per dire chi ha ragione (d'altronde si sprecano quelli che lo fanno) — la mia empatia con Israele e' nota anche ai sassi e non viene certamente meno adesso che (non dimentichiamolo, nonostante l'asimmetria della risposta) e' stata aggredita: ma l'ultima cosa di cui Israele ha bisogno sono volenterosi supporter. Cerco invece di fare qualche qualche riflessione — e di capire cui prodest. Segue pippone.

Cominciamo con una novita': Israele sta subendo pesanti sconfitte nella guerra che si combatte ai suoi confini settentrionali e meridionali. Certo, il conto delle vittime e delle distruzioni farebbe sembrare il contrario, ma siamo in una guerra asimmetrica, in cui il vantaggio e lo svantaggio dei contendenti si misura su metri diversi:
- Gli scontri di frontiera a Gaza e al confine libanese sono costati all'IDF numerosi morti (una dozzina, se non ricordo male) e tre soldati fatti prigionieri (il termine rapiti mi pare improprio, trattandosi di combattenti): si tratta di una sconfitta cocente, sia sul piano strettamente militare, perche' l'esercito ha dimostrato di essere vulnerabile ad attacchi che dovrebbe poter fronteggiare senza difficolta', sia sul piano politico, perche' i soldati catturati danno *comunque* un forte potere di scambio ai nemici palestinesi e libanesi, sia infine sul piano propagandistico, perche' Hamas ed Hezbollah si accreditano come forze capaci di colpire Israele dove fa male: un risultato importante presso le opinioni pubbliche arabe, ma anche presso quella israeliana.
- La corvetta Hanit — una delle navi di punta della piccola ma robusta marina israeliana — e' stata colpita da un obsoleto missile di fabbricazione cinese lanciato da Hezbollah al largo delle coste libanesi: esagerando un po' — ma tanto per capirci — e' come se avessero abbattuto un aereo con arco e frecce. Ci sono stati quattro morti nell'equipaggio, la nave ha subito danni piuttosto gravi e ha rischiato di essere affondata. Per una marina militare che non subiva perdite in combattimento almeno dalla guerra del Kippur e' un colpo mica da poco, che sta sollevando un vespaio di polemiche in Israele.
- Haifa e' ormai sistematicamente oggetto dei bombardamenti di Hezbollah. Il lancio di razzi sul territorio israeliano non e' una novita', ma finora si era limitato alle zone di frontiera e a piccoli centri come Sderot a sud o Qiryat Shmona a nord: Haifa e' nel cuore del paese ed e' la terza citta' di Israele, dopo Tel Aviv e Gerusalemme. E' un salto di qualita' anche rispetto agli attentati suicidi, proprio perche' implica una capacita' *militare* di colpire, una vera e propria simmetria, nella guerra asimmetrica, tra Israele e i suoi nemici*.

La strategia militare israeliana si fonda da dopo il 1948 sulla capacita' di portare la guerra sul territorio nemico, senza permettere che il nemico la porti in Israele. Si tratta di una strategia — vorrei farlo notare — assolutamente *difensiva* e non offensiva, che parte da due constatazioni di fatto: la prima e' che Israele non ha spazio da cedere in una guerra (se si combatte sul suo territorio vuol dire che gli obiettivi fondamentali sono gia' persi); la seconda e' che, nel bilancio delle forze in campo, non ha uomini da perdere nello scontro, e che ogni vittima militare o civile non e' rimpiazzabile (quindi ogni morto israeliano "pesa" di piu' di quelli nemici: non e' razzismo o disprezzo dell'altro — e' una banale constatazione demografica**). Questo implica che IDF sia (ed appaia) sostanzialmente invincibile: altro non e' il famoso "muro di ferro". La guerra in corso sta mettendo in crisi proprio la percezione di invulnerabilita' dell'IDF e questo spiega probabilmente la violenza della reazione israeliana: e' un tentativo di ristabilire, sul terreno e in termini di immagine, l'asimmetria strategica su cui si fonda la sicurezza (e la percezione di sicurezza) del paese. In questo senso si tratta di una risposta necessitata, per non dire di un riflesso condizionato.

Tuttavia, scatenando una campagna militare su vasta scala, Israele risponde di fatto in maniera *qualitativamente* simmetrica e prevedibile, anhe se *quantitativamente* asimmetrica, all'offensiva nemica. Di fatto, sta ballando sulla musica suonata da Hamas ed Hezbollah. Sono i movimenti islamisti che hanno l'iniziativa e che definiscono il terreno dello scontro secondo quanto conviene loro: clausewitzianamente, fanno della guerra la continuazione della politica con altri mezzi, cosa che Israele non pare capace di fare. Tra le molte asimmetrie della guerra in corso, questa e' forse la piu' significativa: Israele ha la forza militare ma non la capacita' politica per vincere, Hamas e Hezbollah non hanno altrettanta forza militare, ma usano quella del nemico per garantirsi vantaggi politici significativi:
- Il governo di Hamas era in grave difficolta' politica e aveva dovuto accettare il referendum voluto da Abu Mazen sul "piano dei prigionieri" (il cui esito, verosimilmente, avrebbe costituito un riconoscimento de facto di Israele): l'attacco al posto di frontiera e la cattura del caporale Gilad sono chiaramente stati un tentativo (perfettamente riuscito) di sabotare il processo politico. La risposta pesantissima di Israele ha infatti ricompattato l'opinione pubblica palestinese intorno alle posizioni piu' dure e seppellito l'ipotesi del referendum, togliendo i falchi di Hamas dall'angolo.
- Hezbollah stava subendo fortissime pressioni per disarmare le proprie milizie — l'attacco israeliano al Libano sta indebolendo il governo di unita' nazionale e parallelamente restituendo un ruolo forte alla Siria; per di piu' in questo contesto la richiesta di disarmo della milizia suonerebbe all'opinione pubblica libanese come una resa al diktat del nemico israeliano e non come un necessario passaggio per la pacificazione nazionale. Anche in questo caso, Israele sta facendo un grosso regalo politico ai suoi nemici.

Per concludere: se l'obiettivo di Olmert e' la sicurezza attraverso l'indebolimento dei movimenti estremisti islamici — o a maggior ragione se l'obiettivo e' il disimpegno dai Territori e la nascita di uno stato palestinese con cui convivere in ragionevole sicurezza — la reazione militare di questi giorni e' una risposta perdente, perche' rafforza gli avversari arabi ed israeliani di quella prospettiva. Ma se l'obiettivo fosse, simmetricamente alle esigenze di Hamas e di Hezbollah, perpetuare l'insicurezza e congelare sine die ogni processo politico — allora il governo israeliano avrebbe fatto la scelta migliore. Per ottenere che cosa? per poter arrivare alla definizione unilaterale dei confini di Israele e quindi all'annessione, riconosciuta dalla comunita' internazionale, della maggior parte degli insediamenti nel West Bank. Ma di questo, cioe' del "piano di convergenza", parlero' un'altra volta, se trovero' il tempo…

* Vorrei per altro far notare che Hamas ed Hezbollah hanno avviato le ostitlita' attaccando per lo piu' obiettivi militari: i posti di frontiera, le unita' combattenti nemiche, i centri logistici come la stazione merci di Haifa, ecc. Hanno cioe' alzato il livello dello scontro colpendo simbolicamente (ma non solo simbolicamente) bersagli "simmetrici", obiettivi di guerra e non di attacchi terroristici. Anche il bombardamento di obiettivi civili, per altro, non e' che un'immagine simmetrica (non voglio dire una risposta) di quelli che Israele conduce sistematicamente nei Territori e in Libano (penso alla distruzione di centrali elettriche, ponti, edifici pubblici — e alle perdite civili connesse): in altri termini, i nemici di Israele stanno conducendo una guerra il piu' possibile "simmetrica" — l'asimmetria e' se mai nella rappresentazione che ne danno i media occidentali: se Israele bombarda i sobborghi o il porto di Beirut colpisce obiettivi militari (cosi' il GR RAI un paio di giorni fa); se Hamas colpisce i militari di un posto di frontiera israeliano e' un attacco terroristico.
(Non sto dicendo — per favore non fraintendete — che Hamas fa bene e/o che Israele fa del terrorismo. Dico solo che nella guerra in corso le modalita' dello scontro sono sorprendentemente simmetriche e che forse i nostri mezzi di informazione farebbero bene a darne conto).

** Un'altra simmetria/asimmetria interessante (evito qui valutazioni di ordine etico, mi limito a descrivere quel che vedo): Israele considera le vite dei suoi cittadini assolutamente *non spendibili*; quando colpisce i civili palestinesi e libanesi lo fa perche' paradossalmente scommette sul fatto che anche i loro governi considerino quelle vite non spendibili — e quindi con un obiettivo di deterrenza, piu' che di ritorsione. Hamas ed Hezbollah invece palesemente ritengono le vite dei loro concittadini assolutamente spendibili per conseguire obiettivi politici e d'altronde hanno chiarissimo che Israele non fa altrettanto con quelle dei propri abitanti: questa diversa percezione spiega l'assoluta inefficacia della politica israeliana della deterrenza e degli attacchi ai civili.


lunedì, 17 luglio 2006
Si fa presto a dire Spagna
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 4:34 pm

Ora va di moda dire che la Spagna e' il migliore dei mondi possibili, tanto che per esempio, oltre ai matrimoni gay, hanno piu' taxi e quelli che hanno costano meno. Per la verita' nei miseri cinque giorni della mia vita che ho trascorso in Spagna nella primavera di quest'anno mi e' anche capitato di venire fregata da un tassista per niente abusivo di Siviglia che mi ha preso il doppio di quella che poi ho scoperto essere la tariffa concordata aereoporto-centro e mi ha scaricata con la scusa del traffico e della zona pedonale ad un quarto d'ora a piedi dall'albergo (con le valigie). Mi dispiace per Zapatero, ma ho dovuto constatare che non bastano Almodovar e un premier innovativo per eliminare le sacche di inefficenza e mediterranea attitudine a fregare il prossimo che, vivaddio, non ci sono solo qua. Inutile dire che la mia fiducia nella categoria tassisti ultimamente non e' proprio alle stelle, con tante scuse a quelli onesti e servizievoli che sicuramente ci sono in Italia e in Spagna.


martedì, 11 luglio 2006
Fuori programma
Nelle categorie: It, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:49 am

Volevo scrivere un post sul piano di convergenza di Olmert e piu' in generale sulle ultime vicende del conflitto tra Israele e Palestinesi. Invece abbiamo dedicato la serata a far ricucire It (i suoi primi due punti!) al locale pronto soccorso…


lunedì, 10 luglio 2006
Beh, lo dice pure lui…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:15 am

"Abbiamo vinto per un palo – dice Prodi – un palo ha fatto la differenza. Ci sono delle competizioni in cui si vince così…". Una battuta che sembra azzardare un parallelo tra la vittoria azzurra e il successo elettorale del centrosinistra ottenuto per soli 25mila voti: "Una piccola differenza ma che si rivela determinante tra chi vince e chi non" ironizza il premier. (da Repubblica).

Pur nell'inversione retorica, mi pare che anche Prodi riconosca che sono state entrambe vittorie per il rotto della cuffia.


domenica, 9 luglio 2006
Paulo maiora
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:49 pm

Ieri mi sono comprato e stamani ho finito di leggere L'umanita' in tempi bui di Hannah Arendt. E' un libricino smilzo smilzo — ma come sempre nelle cose della Arendt tanto sobrio quanto illuminante. A dire il vero avevo ceduto al fascino del titolo, prima di tutto, perche' credo di essere il terzultimo brechtiano in circolazione (rivendico di essere protetto dal WWF) — ho trovato tutt'altro da quel che cercavo:

Infatti gia' da molto tempo e' risultato evidente che i pilastri della verita' sono stati anche i pilastri dell'ordine politico e che il mondo (a differenza delle persone che lo abitano e che si muovono liberamente in esso) ha bisogno di quei pilastri come garanzia di continuita' e permanenza, senza le quali non e' in grado di offrire ai mortali la patria relativamente sicura e imperitura di cui hanno bisogno. (…) Il mondo diventa inumano, inospitale per i bisogni umani, che sono bisogni di esseri mortali, quando e' violentemente trascinato in un movimento in cui non si da' piu' alcun tipo di permanenza.


venerdì, 7 luglio 2006
Auguri!
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da tutti e due alle 10:00 am

a RdM e fiancé che si sposano oggi. A proposito: ma da oggi il fiancé cambia nome?


mercoledì, 5 luglio 2006
Autopubblicita' sfacciata (e due)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:28 am

Il convegno sui dati pubblici e' andato molto bene, nonostante il sottoscritto. Spero che presto potremo pubblicare gli atti e che la discussione continui.


mercoledì, 5 luglio 2006
Vittorie all'italiana
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:01 am

Premetto: io non capisco nulla di calcio e nemmeno mi interessa troppo. Pero' mi pare che il *trionfo* della Nazionale in questo Mondiale somigli tanto a quello dell'Unione alle elezioni: per il rotto della cuffia, con un grosso aiuto del caso, dopo aver fatto di tutto per non vincere — e soprattutto perche' gli avversari erano o scarsi o cotti.
Ma la retorica degli eroi non ce la risparmia nessuno.


sabato, 24 giugno 2006
Finalmente
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 3:21 pm

Dopo aver cancellato qualcosa come ventimila commenti spam in tre giorni, ho installato Akismet. Facilissimo, gratis, del tutto trasparente — e ha gia' fatto fuori duecento commenti spam in dieci minuti scarsi, senza che io dovessi far nulla. Che pacchia.


lunedì, 19 giugno 2006
E' bella e brava…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:19 am

pero' Nicole Kidman passa direttamente dalle file di Scientology al ruolo di icona cattolica e in particolare di simbolo positivo per la CEI, data la sua decisione di sposarsi in chiesa. Dal mio punto di vista, peggio di cosi'…


giovedì, 15 giugno 2006
Extreme Makeover e il fascino dell'orrido
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:28 am

Credo che una delle mie massime perversioni da cultrice ell'orrido sia che ogni tanto mi lascio assorbire da Extreme Makeover, il reality ABC che in Italia va in onda su Fox Life, in cui bruttoni e bruttini vengono sottoposti a dosi massicce di chirurgia plastica, laser, capsule in porcellana per i denti, training (questo mi sa molto di meno del resto) , parrucchiere e shopping perdiventare "belli".
C'e' una cosa che mi affascina e mi irrita al punto estremo in tutto cio', vale a dire l'assoluta confusione tra il piano estetico e quello etico, per cui e' chiaro che tutto questo processo di trasformazione a colpi di bisturi viene vissuto con un sentimento di positivita' morale. E' poi buffo vedere la parte finale in cui l'ex brutto/a viene presentato al pubblico dei familiari, mogli, mariti, fidanzati/e, i quali pacificamente (anche le mamme!!) ritenevano orrendo il protagonista della trasmissione e piangono commossi vedendolo tanto cambiato. Si raggiungono vette di insensatezza nella versione di coppia, in cui sia il marito che la moglie o i conviventi ecc. vengono sottoposti al processo, e affrontano insieme la prova vantando la loro unione e il loro amore in questi momenti cosi' difficili. E certo non deve essere una passeggiata subire cosi' tanti interventi sul proprio corpo in tanto poco tempo, ma se si pensa al contesto… comunque da copione tutti i protagonisti del reality hanno questo atteggiamento eroico manco fossero partiti missionari o stessero lottando contro qualche seria malattia (per la verita' credo che questa componente ci sia un po' in tutti i vari reality, ma non so bene).
La cosa che mi incuriosisce e' se questi tizi, che si suppone essere persone "vere" e che in genere sono poveracci della working class sciatti e malvestiti (se no il makeover mica farebbe tanta differenza) saranno capaci tornati alla loro vita di tutti i giorni di gestire il cambiamento, anche economicamente (continuare a avere cura dei capelli, sostituire qualche costosissima protesi dentaria, seguire il programma di fitness che gli avevano propinato, comprare altri vestiti all'altezza del nuovo look) o se tutti i loro cambiamenti non crolleranno miseramente senza adeguata manutenzione.
Del resto il risultato di tanto affanno, nonostante che ovviamente nella sceneggiatura tutti proclamino che il tizio/a è diventato bellissimo, sono assai perplimenti. Non saprei mai dire se il risultato finale e' veramente migliore di quello di partenza, perche', per quanto brutta, la persona che ha iniziato il processo era una persona vera (nei limiti del possibile per un reality). Alla fine invece ne risulta un essere totalmente o quasi finto, forse non male esteticamente (a parte che non comprendo l'amore degli americani per le dentature enormi e sbiancate all'inverosimile) ma soprattutto sgradevolmente falso.
Pero' non escludo di ricascarci dentro, perche' la demenza ha sempre un suo fascino.


Delizioso (non nel senso di del.icio.us).



martedì, 13 giugno 2006
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 10:17 am

Ho notato che il menu di sinistra veniva caricato irregolarmente su MSIE (appariva in fondo alla pagina), mentre era correttamente visualizzato su Firefox. Ho rimesso le mani nei CSS: ora come lo vedete?
(pero', che cosa aspettate a cambiare browser? lo sapete che IE fa ribrezzo…)


martedì, 6 giugno 2006
Numeri
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 11:39 pm

06.06.06 23.07.34:


lunedì, 29 maggio 2006
D-o tace e il Papa parla troppo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:03 am

Questo blog proprio non ce la fa, da parecchio tempo, a tenere un ritmo di post decente. Non mancherebbero le cose da dire — anzi l'elenco degli appunti si allunga di giorno in giorno — mancano il tempo e la concentrazione, dedicati sempre piu' a lavoro e figlioli. Prima o poi migliorera'… o no?

Pero' il Papa che va ad Auschwitz e dichiara che la Shoah e' stata responsabilita' di pochi criminali, assolvendo il popolo tedesco "vittima" del nazismo, e' troppo per stare zitto. Auschwitz fu un'immensa opera collettiva. Impossibile senza una partecipazione attiva e massiccia, non solo dei tedeschi nella loro maggioranza, ma anche di molti altri popoli europei. Ridurre la Shoah alla colpa di pochi non solo e' una intollerabile operazione di giustificazione — ma finisce per dare di Auschwitz un'immagine del tutto distorta: come se fosse l'opera di qualche pazzo disumano, un'eccezione o un incidente di percorso. Accusare il silenzio di D-o e' sicuramente giusto — ma guai a dimenticare che Auschwitz e' opera degli uomini — di uomini concreti e reali, che portano colpe concrete e reali — e di massa, perche' nulla di tutto cio' sarebbe mai accaduto se davvero i responsabili fossero stati un manipolo di deviati.

Scopro che questo post, insieme ad uno di Passi nel deserto, e' finito su Libero Blog. Il dibattito che ne e' nato mi pare sconfortante — e tutto centrato sul cattolicesimo.
[Continua qui]


mercoledì, 17 maggio 2006
Eccoci (piu' o meno)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da tutti e due alle 12:25 pm

Siamo stati fuori qualche giorno per il nostro anniversario. Con tante scuse a chi ha commentato e non e' stato pubblicato sollecitamente.
Poi vi raccontiamo, quando riprendiamo fiato.


giovedì, 4 maggio 2006
E poi qualcuno si stupisce
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:34 am

se ho radicalmente smesso di tifare Juventus?

Pero' non e' che la mia squadra del fegato, lo Zalgiris di Vilnius, dia tutte queste soddisfazioni: concluso il campionato 2005 al terzultimo posto, e' quartultima nell'avvio di stagione 2006.


mercoledì, 3 maggio 2006
Time warp
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:25 pm

The Boss che canta We Shall Overcome.


Da oggi tra le mie letture c'e' daRkSidE blog, che ho scoperto solo ora, ma con cui sento una notevole affinita'.



martedì, 11 aprile 2006
Sette cose che non succederanno
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:07 am

Se questo fosse un paese appena appena decente, probabilmente non avremmo avuto questi risultati elettorali. Pero' voglio esercitarmi in una finzione accademica — e provare a prospettare un percorso politico che un paese appena appena decente, dopo queste elezioni, cercherebbe di mettere in piedi. Ovviamente — data la premessa — niente o quasi niente di quel che scrivo succedera' — ma sapete com'e', uno deve pur tentare di esercitare la ragionevolezza — prima di arrendersi all'evidenza dell'irrazionalita'.
1. Prodi e i suoi smetterebbero *subito* di cantar vittoria: il centrosinistra non ha vinto e non ha un mandato popolare per governare. Se ha una maggioranza significativa alla Camera e' solo grazie a una legge elettorale definita con un termine tecnico "una porcata" (certo, si puo' obiettare che alla fine si e' ritorta contro gli apprendisti stregoni che l'hanno inventata, ma non cambia la sostanza); al Senato qualche risicato voto di vantaggio dipenderebbe esclusivamente dai senatori a vita e dagli eletti della circoscrizione estero: cioe' da persone che *non* rappresentano la volonta' del corpo elettorale correttamente inteso (sul voto degli Italiani all'estero ho sempre ritenuto che sia un'assurdita' e un controsenso democratico: non ho cambiato idea perche' oggi ci possono far da ciambella). Pensare di governare cinque anni con questa situazione e' — oltre che del tutto velleitario — assai poco democratico.
2. Berlusconi accetterebbe *subito* il responso elettorale cosi' come e', per chiudere il piu' rapidamente possibile la fase di totale incertezza, che tra l'altro fa male ai mercati e alla stabilita' gia' acciaccata del paese. Anche perche' questi risultati sono figli della *sua* legge elettorale e perche' in ogni caso neppure il centrodestra avrebbe i numeri o il mandato elettorale per governare — non piu' del centrosinistra.
3. Centrodestra e centrosinistra andrebbero insieme da Ciampi a chiedere tre cose:
- la sua disponibilita' ad essere rieletto Presidente — in puro spirito di servizio verso la Repubblica –, con un voto plebiscitario al primo scrutinio ed eventualmente con l'implicito accordo che passata l'emergenza potra' dimettersi quando riterra' opportuno;
- che dia l'incarico di formare il nuovo governo *subito* (prima della rielezione) a una personalita' di sua fiducia, al di sopra delle parti e con lo specifico (e limitato) mandato di riportare il paese nei parametri del patto di stabilita': l'uomo ideale ce l'abbiamo — e si chiama Mario Monti;
- che dichiari fin d'ora che — esaurito il mandato del governo al piu' tardi dopo la finanziaria 2007 — chiamera' gli Italiani a votare per un nuovo Parlamento.
4. Monti farebbe un governo caratterizzato da ministri economici di alto profilo e di nessuna speranza/ambizione di restare in politica, con un occhio a coinvolgere personaggi che godano di autorita' e prestigio presso le forze sociali, sindacati compresi. Al di fuori dei ministeri economici, sceglierebbe figure dignitose ma di secondo piano, preferibilmente non troppo legate ai partiti: tanto dovrebbero gestire l'ordinaria amministrazione e nulla piu'. Questo governo si cercherebbe i voti in Parlamento senza una maggioranza precostituita, ma con la "non sfiducia" delle principali forze politiche.
5. Il governo farebbe una politica economica di lacrime e sangue, scontentando tanto l'elettorato di sinistra che quello di destra, ma dando una rassettata ai conti pubblici — e magari introducendo qualche misura di rilancio dell'economia, ammesso che si riesca a trovarne una capace di ottenere il necessario consenso in Parlamento.
6. La Finanziaria 2007 verrebbe approvata in anticipo, diciamo entro novembre 2006.
7. A febbraio-marzo 2007 si voterebbe di nuovo. Se gli schieramenti volessero bene all'Italia, nel frattempo avrebbero assicurato un ricambio generazionale, proponendo dei nuovi leader al posto degli artefici del disastroso pareggio di oggi.
Sto delirando? Ma tanto ve l'avevo detto che non succedera' niente di tutto questo, no? Ed e' per questo che me ne voglio andare.

Tre noterelle a margine — tanto il pippone e' gia' un pippone, qualche paragrafo in piu' non puo' peggiorare il risultato.
1. Non ho e non ho mai avuto alcuna simpatia terzista e detesto le grandi coalizioni. Proprio per questo credo che l'attuale legislatura dovrebbe avere vita brevissima — e l'unico percorso *responsabile* per poter votare di nuovo senza sfasciare tutto mi pare questo. L'alternativa e' qualche mese di rissa senza quartiere — e poi votare lo stesso perche' nessuno ha la forza per governare. O una vera grande coalizione, che sarebbe capace di tirar fuori tutto il peggio dell'uno e dell'altro schieramento.
2. Sono stato un prodiano della primissima ora e ho creduto a lungo che Prodi potesse fare la differenza e dare all'Italia un governo moderno. Ma ora credo che sia venuto il momento di passare la mano: evidentemente la sua persona e la sua ricetta politica — in oltre dieci anni — non hanno avuto la capacita' di imporsi.
3. Tra poco c'e' il referendum sulla riforma costituzionale: eravamo tutti convinti che sarebbe stato poco piu' che una formalita' e che avremmo respinto quell'obbrobrio senza nemmeno doverci affaticare troppo, contando sulla minor capacita' di mobilitazione dell'avversario. L'affluenza alle urne dimostra che non e' cosi'. Sara' una battaglia durissima, all'ultimo voto — e non possiamo permetterci di non vincere nemmeno questa volta. Ne va davvero della *sostanza* della democrazia in Italia.


lunedì, 10 aprile 2006
E' ufficiale:
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da Amministratore alle 10:50 pm

questo blog cerca lavoro all'estero. Si accettano proposte e suggerimenti.


mercoledì, 5 aprile 2006
Mi spiego meglio
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 6:02 pm

L'avevo promesso — e mantengo. L'articolo di Lorenzo Mondo sulla Stampa del 3 aprile e' di una bruttezza ripugnante. Cito, cosi' ci capiamo meglio:

Abbiamo infatti appreso che su Mario Alessi, il più sfrontato e spietato degli assassini, pendeva una condanna a cinque anni di carcere per lo stupro di una ragazza consumato nel Duemila in Sicilia, sotto gli occhi del fidanzato legato a un albero. I due gradi di giudizio erano stati concordi nella condanna, che per diventare esecutiva esigeva ancora la pronuncia della Cassazione.
Appaiono già lunghissimi cinque anni per sanzionare un crimine accertato, ma diventa surreale l'attesa di una parola definitiva per la quale sembrerebbero bastare nel caso, con tutto l'agio degli emeriti giudici, ventiquattro, al massimo quarantott'ore di carte sfogliate, di sapienti dibattiti. Stando, beninteso, al comune sentire, che non s'intende di pandette, di codicilli, di precisazioni ed eccezioni, delle quali suole imbellettarsi una avvizzita giustizia.

L'uccisione di un bambino e' certo uno di quei crimini che suscitano un orrore tale da perdere la misura — e da padre capisco le pulsioni di linciaggio che si sentono da tante parti, anche insospettabili (Rizzo dei Comunisti Italiani che invoca l'ergastolo "senza sconti di pena", Buglio della Rosa nel Pugno, il partito ipergarantista per eccellenza, che dice "Bisogna metterli in cella e buttare via la chiave"). Ma la giustizia — con le sue forme, le sue cautele, la presunzione di innocenza, i tre gradi di giudizio, le garanzie per gli imputati — beh, tutte queste cose servono proprio ora, che si sente allo stomaco la morsa del disgusto e il bisogno di cancellare anche fisicamente gli autori di tanto orrore.
L'"avvizzita giustizia" non serve ad altro — se vogliamo — che ad imbrigliare ed a disinnescare le pulsioni di vendetta, a sostituirle con forme garantite di protezione sociale. Le sue pandette e i suoi codicilli, le precisazioni e le eccezioni, lungi dall'essere un orpello e un belletto, sono la garanzia della imparzialita', della necessaria impermeabilita' alle emozioni, ai turbamenti. La legge segue delle forme — che sono a tutela di tutti. Saltare le forme, o disprezzarle in nome del "comune sentire" e' la negazione dello stato di diritto — e non a caso (mi insegnano) il "comune sentire" era uno dei fondamenti del diritto nella Germania nazista. E' proprio ora che abbiamo bisogno della freddezza, dell'impersonalita' e della distanza della Giustizia — ora che dobbiamo difenderci anche dai nostri sentimenti offesi.
Certo, si puo' discutere sulle lentezze dei processi in Italia, chiedersi perche' ci vogliono cinque anni, quando va molto bene, per arrivare alla fine di una vicenda giudiziaria. Ma in primo luogo non ha diritto di chiederlo chi in tutti questi anni ha brandito le garanzie dell'imputato e la presunzione di innocenza come strumento di difesa personale e di parte — e ha piu' e piu' volte messo mano alle normative proprio per rendere piu' difficile la condanna degli imputati: le uniche parole che vorremmo sentire da quella parte sono "Abbiamo sbagliato". In secondo luogo dovremmo parlare di organici insufficienti, di strumenti inadeguati, di fondi per il funzionamento dei tribunali ridotti al lumicino, di moltiplicazione futile del ricorso alla giustizia penale — tutte cause vere di ingorgo dell'opera della magistratura: ma sono argomenti che non soddisfano la voglia di forca.
Di una cosa non possiamo permetterci di discutere: della tenuta delle garanzie — quelle garanzie che e' troppo facile scambiare per formalismi bizantini ed arzigogoli senza sostanza. E' su quegli arzigogoli che si fonda la distinzione tra una societa' civile e la barbarie. E la civilta' — per quanto disagio possa mettere addosso — sta poi tutta li', nel non toccare Caino — nel non condannare nemmeno Mario Alessi senza passare attraverso la bonne et due forme. Abbiamo bisogno di dighe contro l'incivilta' — e additare la giustizia al pubblico ludibrio come fa Mondo e' un bel modo per prendere a picconate la diga proprio nei giorni della piena.


Trovo di una bruttezza ripugnante questo articolo di Lorenzo Mondo sulla Stampa. Poi argomentero', ma intanto volevo dirlo.



lunedì, 3 aprile 2006
Che fatica votare!
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:25 am

(Qui, non in Israele)

CORREZIONE: i seggi attribuiti alla coalizione maggioritaria al Senato in Piemonte 2 sono 13 e non 12 (55% con arrotondamento per eccesso). Mi scuso per l'imprecisione; ma il ragionamento di fondo non e' inficiato.

Sto cercando di capire come fare a mantenere un minimo di valore al mio voto con questo sistema elettorale. Mi spiego meglio: al di la' della scelta "di campo" tra destra e sinistra, il proporzionale in salsa berlusconiana non lascia apparentemente altra liberta' di voto agli elettori. Con le liste bloccate sono le segreterie di partito che decidono chi ha la certezza, chi una solida possibilita' e chi nessuna di entrare in Parlamento. In realta' il potere degli elettori di scegliersi i rappresentanti e' ridotto al lumicino. Personalmente non ci sto — voglio per lo meno che il mio voto non serva ad eleggere qualcuno che proprio non mi va giu'. Provo a spiegare come penso di fare — nella speranza di rendermi utile a qualcuno che ha il mio stesso problema — e magari di ricevere lumi da qualcuno che ha trovato soluzioni migliori della mia.
La cosa fondamentale e' capire quanti seggi potrebbe prendere la lista che vorreste votare nella vostra circoscrizione. In realta' c'e' una buona dose di azzardo e di complicazione anche in questo primo passo, perche' implica una "scommessa" su chi vincera' le elezioni al Senato nella vostra Regione e chi le vincera' alla Camera a livello nazionale: da questo infatti deriva l'attribuzione dei premi di maggioranza che si spalmano sulle liste a livello circoscrizionale.
Dovete anche essere in grado di calcolare quale e' (alla grossa) la percentuale di voti che le vostre liste di circoscrizione alla Camera apportano al risultato nazionale delle liste stesse, perche' e' su questa base che avverra' il riparto dei seggi per circoscrizione.

Esempio*.
Circoscrizione Piemonte 2 (la mia) alla Camera – Ipotesi di vittoria dell'Unione a livello nazionale.
L'Unione prende in questa circoscrizione piu' o meno il 3,4% del voto nazionale, che fa grosso modo undici o dodici seggi con il premio di maggioranza (nove o dieci se invece si dovesse perdere a livello nazionale). Questo significa piu' o meno 7 o 8 seggi al listone dell'Ulivo, uno a testa a Rifondazione, Rosa nel Pugno, Verdi e Comunisti [per la cronaca e' andata cosi': Ulivo 7, Rifondazione, Rosa nel Pugno, Comunisti e Italia dei Valori 1 seggio a testa -- non avevo sbagliato tanto (11 aprile 2006)].
Circoscrizione Piemonte al Senato – Ipotesi di vittoria (sia pure di misura, ma questo farebbero capire i sondaggi) dell'Unione a livello regionale.
Con il premio di maggioranza scatterebbero per l'Unione 12 seggi, che si distribuirebbero proporzionalmente grosso modo cosi': 4/5 ai DS, 3/4 alla Margherita, 1/2 a a Rifondazione, 1 a testa a Rosa nel Pugno, Comunisti e forse Verdi.
Circoscrizione Piemonte al Senato – Ipotesi di vittoria della Casa delle Liberta' a livello regionale.
Alle minoranze andrebbero 10 seggi, presumibilmente tutti all'Unione: 3/4 ai DS, 3 alla Margherita, 1/2 a Rifondazione, 1 alla Rosa nel Pugno e forse 1 a Comunisti/Verdi [qui sono stato meno bravo: 3 ai DS, 2 a Margherita e Rifondazione, 1 a Di Pietro e 1 a Comunisti/Verdi].

A questo punto avete una ipotesi piu' o meno ragionevole di distribuzione dei seggi (io me la sono fatta a mano, ma se vi fidate ci sono i dati sulle circoscrizioni della Camera che ha pubblicato Il termometro politico. Non e' finita qui.
Scartate le teste di lista (i candidati "nazionali" che stanno in cima alla lista e che sono presenti in piu' circoscrizioni: c'e' una significativa possibilita' che siano eletti altrove e quindi lascino il posto ai primi dei non eletti nella vostra circoscrizione); contate da qui in giu' il numero di seggi attribuiti alla lista. Magari aggiungetene uno per sicurezza e/o scaramanzia. I primi nomi non vi interessano: saranno eletti *comunque*, che voi votiate per quella lista o meno. Invece concentratevi sugli ultimi: sono i candidati in bilico, quelli che potrebbero finire in Parlamento o no a seconda del risultato del partito — in altri termini, sono quelli per cui il vostro voto e' determinante.

Esempio*.
Circoscrizione Piemonte 2 alla Camera – Lista dell'Ulivo.

PRODI ROMANO (testa di lista – scartatelo, sara' eletto probabilmente altrove)
GENTILONI SILVERI PAOLO (testa di lista – scartatelo, sara' eletto probabilmente altrove)
DAMIANO CESARE (1 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
LOVELLI MARIO (2 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
LEDDI IN MAIOLA MARIA (3 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
RAMPI ELISABETTA (4 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
FIORIO MASSIMO (5 – eletto sicuro, non ve ne preoccupate)
BARBI MARIO (6 – assai probabilmente eletto, verificate chi e' prima di votare la lista)
GIULIETTI GIUSEPPE (7 – probabilmente eletto, verificate chi e' prima di votare la lista)
RABINO MARIANO (8 – potrebbe essere eletto se la lista va bene, il vostro voto potrebbe essere determinante)
ZARETTI GRAZIANO (9 – qualche probabilita' di essere eletto, non trascuratelo)
PASTORE PIER LUIGI (da qui in giu' scarse o nulle probabilita' di elezione)
SCAGLIA CLAUDIO UMBERTO
TRIVELLI MAURO
DONETTI JENNY
RASORE MARINA
BERARDO LIVIO
PIOLA GIANPIERO
ANTONIETTI GIORGIO
STEFANUZZI VALERIO
PORTINARO ALESSANDRO
ANFOSSO VALERIA**

A questo punto, lista per lista tra quelle che considerate "votabili", studiatevi le biografie politiche dei candidati "in bilico": il vostro voto servira' ad eleggere o a mandare a casa proprio loro, per tutti gli altri il gioco e' gia' fatto. Quando avete il panorama completo, fate un raffronto e decidete dove mettere la vostra croce.
Per farvela breve, sono diverse ore di lavoro per i calcoli e diverse ore di lavoro per scovare notizie sui candidati — e solo per ridurre il tasso di casualita' del vostro voto, non per riuscire a votare davvero per un candidato che vi piace. D'altronde, che questo sistema elettorale sia una porcata, lo dicono anche gli indecenti che lo hanno voluto.

P. S. Tutta 'sta fatica per essere sicuro di non votare un astensionista!
P. P. S. Dimenticavo: se la vostra lista non prende alcun seggio nella circoscrizione, NON significa che il vostro voto andra' perso: sempre che superi gli sbarramenti previsti dalla legge, l'attribuzione dei seggi e' regionale per il Senato e nazionale per la Camera — quindi il voto che avete dato potrebbe contribuire indirettamente all'elezione di un candidato altrove (tipicamente ai primi posti nelle circoscrizioni piu' popolose).

* Gli esempi sono fatti sulla mia circoscrizione e sulle liste dell'Unione, perche' anche i sassi sanno che sto in Piemonte e che votero' per Prodi: ma il calcolo — variati i nomi e le liste — vale per qualunque partito e orientamento politico — e per qualunque circoscrizione.
** Ovviamente con liste che hanno percentuali piu' basse, il gioco e' piu' semplice: scartate le teste di lista, il primo candidato e/o il secondo sono probabilmente i soli che val la pena di prendere in esame.


sabato, 25 marzo 2006
Ma l'ortograffia non la conosie piu nesuno?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:11 pm

Dalla homepage di Repubblica (il corsivo e' mio):

Il regista a "Che tempo che fa…" gioca sulla par condicio. In mattinata a Milano aveva incontrato il pubblico dopo la proiezione. "Un governo che ha paura di una pellicola tenerezza".


venerdì, 17 marzo 2006
Misure di igiene mentale – 2
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:53 pm

Mentre praticamente tutta Italia stava davanti alla TV a vedere il big match tra Prodi e Berlusconi, io sono stato con mia figlia che non vedevo da un po' — e poi sono tornato verso casa godendomi questo spettacolo:

Non che la campagna elettorale non mi riguardi — ma meno li sento piu' e' probabile che vada a votare il 9 aprile.


venerdì, 17 marzo 2006
Misure di igiene mentale – 1
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:49 pm

Questo blog sta rischiando di morire soffocato dal troppo lavoro e dalle troppe corse di noi poveri topi. Non mi piace — e' segno di un eccesso di abbrutimento. Non che manchino le cose da raccontarvi, sempre che voi abbiate voglia di starmi a sentire. Percio' da oggi ricomincio — non so dove trovo il tempo, ma ricomincio.


venerdì, 3 marzo 2006
Scusate…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da tutti e due alle 11:31 am






… stiamo correndo.


domenica, 12 febbraio 2006
Mondovino
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:19 pm

Mondovino l'ho perso al cinema, ma l'ho recuperato in tv. E' un documentario con alcuni difetti, che mi interessano poco, e con la caratteristica di essere molto militante. L'obiettivo polemico del regista Nossiter e' la "napalizzazione" del vino, forma di globalizzazione molto specifica che si traduce nel mettere tutto in barrique in modo da fare del vino comunque gradevole, ma caratterizzato da sentori standard per tutte le produzioni del mondo (che so vaniglia, quercia giovane).
Devo dire che il barrique, da perfetta ignorante e occasionale ma entisiasta bevitrice di vino, mi ha sempre suscitato perplessita' come idea di mondo e quindi Nossiter sfondava una porta aperta con una spettatrice come me. Cio' non mi ha impedito di percepire la partigianeria e la ridondanza del documentario, ma indubbiamente era gradevole vedere alcune belle figure di anziani produttori tradizionalisti, con un sacco di cose interessanti da dire, come il francese borgognone Hubert de Montille o il sardo Battista Columbu. Automatico il senso di rigetto per personaggi come gli esponenti della famiglia dei Mondavi, grandi produttori americani, l'enologo di moda Michel Rolland o anche i toscani Antinori. Forse i peggiori apparivano gli Staglin di Napa Valley, gente capace di progettare a tavolino paesaggi vinicoli perfetti e un po' sinistri, con un antipatico atteggiamento di paternalismo nei confronti degli immigrati messicani alle loro dipendenze.
Insomma, si tratta di un'opera un po' manichea, indubbiamente, pero' ricordando il vecchio Bartolo Mascarello di "no Berlusconi, no barrique" puo' essere appassionante fare il tifo. Peccato che non ci fosse nessun rappresentante del Piemonte e che i toscani ci facessero tutti brutta figura.


mercoledì, 8 febbraio 2006
Post scritto in fretta tra le 18,35 e le 18,45
Nelle categorie: It, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:58 pm

Pensavo di essere una patita dello shopping per l'abbigliamento di It a cui compro sicuramente una quantita' di roba molto maggiore di quella che compro per me stessa, sia in termini di numero di capi che di entita' complessiva di spesa. In realta' la mia convinzione era del tutto stupida e non mi ci sarebbe voluto molto a capire che non ero certo molto in alto nella lista dei maniaci o meglio delle maniache dell'abbigliamento infantile, dato che quasi ogni giorno passo davanti ad un negozio per bambini del posto che espone in vetrina anche capi da 700-800 euro. Per la verita' mi sono sempre domandata chi diamine compri certa roba, considerata la velocita' con cui i pargoli cambiano di taglia e lo stress cui sottopongono i vestiti.
Ieri, poi, parlando con una madre di bambina di circa due anni, forse meno, ho finalmente realizzato la verita', cioe' che sono una triste dilettante. Infatti per lo piu' compro cose il cui costo e' abbastanza contenuto e rigidamente non "firmate" se non da specialisti del settore bambini. La mia interlocutrice invece mi ha riferito entusiasta di essersi aggiudicata ai saldi una giacca Fay in miniatura a 220 euro, scarpe Hogan a 75 e di aver comprato alla fortunata figlioletta una maglia Burberry uguale alla sua. La visione della madre ultratrentenne (che regolarmente porta scarpe Hogan e giacca Fay, divisa indispensabile in certi ambienti) e della figlia duenne vestite uguali mi e' sembrata francamente allucinante, ricordandomi un po' in versione aggiornata quei bambini di famiglie nobili spagnole nei quadri di Velàzquez e altri, sepolti nelle loro mostruose vesti secentesche.
Non possiamo proprio evitare di spendere capitali per bardare i bambini da piccoli adulti del tutto simili a noi e lasciare che siano bambini liberi di rotolarsi per terra con vestiti adatti allo scopo? Del resto per arricchirsi gli stilisti contano proprio sul fatto che noi troviamo tanto carino comprare piccole copie dei vestiti da grandi, ma sono cose pensate per i bambini? Io ho tanto l'impressione che siano pensate soprattutto per sfruttare fino allo stremo i marchi famosi.


mercoledì, 8 febbraio 2006
La ricetta per il Codice da Vinci
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:29 am

Segnalo, dopo averla conosciuta attraverso l'articolo di Bruno Ventavoli su La Stampa, la ricetta per scrivere un libro simil-Codice da Vinci pubblicata da Stephen Moss su The Guardian. Scrivere best-sellers in fondo e' questione di sapere imbroccare le formule. Dan Brown una sua genialita' a capire l'aria che tirava ce l'ha avuta. E puo' non essere cosi' difficile sfruttare il filone. Che sarebbe veramente bene che si esaurisse pero'. Sul libro di Dan Brown su questo blog comunque c'e' qualcos'altro qui e qui.
Non c'e' che dire, non posso negare che mi abbia colpito!


lunedì, 6 febbraio 2006
Si va a incominciare
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:17 pm

Oggi sono impegnato qui. Ed e' per questo (anche) che i miei contributi al blog sono stati tanto ridotti, in questi giorni.


sabato, 4 febbraio 2006
A Night with SAG Awards
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:45 pm

A volte con la TV capitano cose tremende come rincoglionirsi una mezza serata a vedere la cerimonia di premiazione dei SAG Awards.. pero' era tropppo bello vedere "di persona" tutti gli attori delle serie tv che per gli italiani in media non sono altro che i loro personaggi e criticare i vestiti delle dive (e farsi domande sceme tipo "ma quelle di Desperate Housewives si sono consultate, prima di sfoggiare quasi tutte il lillino?"). Rimane il fatto che era uno spettacolo da americani che comprano In Touch. Della serie che ogni tanto e' bello mandare in vacanza il cervello.


lunedì, 30 gennaio 2006
Single and fabulous !?
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:34 pm

Perche' in tutte le serie televisive sulle donne singles le protagoniste hanno lavori meravigliosi e guardagnano in proporzione, ma passano il tempo soprattutto a preoccuparsi di avere o meno un fidanzato a a farsi infinite s….. su tali argomenti*? La realizzazione professionale non conta niente nell'ottica di una donna di questi tempi? A me non pare che sia tanto scontata né assolutamente una cosa da buttare via. Si vede che si considera il problema superato, e poi non e' divertente vedere una che fa la disoccupata e vive in un tugurio o peggio con mamma e papa' come di norma capita in Italia.
D'altronde il modo di vedere la propria vita sentimentale imperante in queste fiction e' sostanzialmente subordinato alle scelte dall'uomo che pero' e' deprivato di psicologia e personalita' (chi mai si chiede cosa pensi Big in Sex and the City?). Insomma l'uomo insieme come divinita' dalla cui bocca si pende (chiama non chiama, mi chiede o non mi chiede di sposarlo, mi presenta alla mamma o no) ma al contempo essere insignificante, perche' sono le donne quelle spiritose, intelligenti, brillanti.
Quindi, considerato che le serie non esprimono certo la realta' ma in esse si rispecchiano milioni di donne che le seguono, pare che in questo momento il modello di donna che va per la maggiore sia quello di persone assolutamente forti, di successo nella carriera, e assolutamente dipendenti al tempo stesso, che insieme sovrastano l'uomo e ne subiscono le decisioni e gli impulsi. Le donne di tutto il mondo per lo meno occidentale si ritrovano in questo alternarsi di potenza e soggezione e partecipano alle sventure di una Ally McBeal, avvocato di successo ma morbosamente attaccata ad un amore adolescenziale, o di una Carrie Bradshaw, columnist per un quotidiano di New York, pero' capace di passare anni a ossessionare se stessa e le amiche per un uomo impossibile. In queste condizioni, se si puo' riconoscere che questo tipo di televisione insegna che essere singles non è una deminutio, pero' si deve anche ammettere che la condizione di donna senza uomo viene concepita come mera attesa, anche se con lati divertenti.
Non sono sicura che questa idea di donna mi piaccia. Spero che sia solo una reazione sballata delle generazioni immediatamente successive alle grandi conquiste del femminismo, forse propense a dare per scontate tante cose importanti, come appunto il diritto ad avere una carriera e a vivere liberamente la propria sessualita', e insieme ancora legate a ideali di femminilita' ereditati dalle generazioni pre-femminismo. Magari prima o poi si trovera' un equilibrio, chissa'.
Ma intanto devo ammettere che spesso mi diverto parecchio anch'io con le storie delle singles televisive.

Esemplare mi sembra la puntata di Clara Sheller appena trasmessa sul satellite; la protagonista ottiene un importante incarico nel giornale in cui lavora. Lungi dal godersi il successo e impegnarsi fino in fondo, Clara continua a pensare solo agli uomini e in particolare al suo capo facendo di tutto per portarlo a spingere fino in fondo la simpatia che ha per lei, che poteva benissimo essere controllata, e portarselo a letto, rischiando cosi' grossi problemi sul lavoro senza alcun costrutto per la sua vita privata. Naturalmente poi, chissa' come, il suo incarico Clara lo porta brillantemente a termine, pur se dalla sceneggiatura sembra non averci pensato un secondo…


mercoledì, 25 gennaio 2006
Lost Book
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:37 pm

Cercasi qualcuno che nella sua infanzia abbia letto "Il sole di Olimpia".


domenica, 22 gennaio 2006
Che gran donna la Litizzetto
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:05 pm

che stasera a Che tempo che fa si e' lagnata di una serie di mode che anch'io, come noto probabilmente ai lettori di questo blog, proprio non sopporto, cioe' i pantaloni a vita bassa e le scarpe a punta. Se poi si aggiunge che se l'e' presa con i numeri telefonici delle informazioni (tipo 892-892) e con gli orrendi falsi gemelli della pubblicita' del suddetto numero, se ne ricava che non posso che approvarla in pieno. Last but not least c'e' il fatto che rompe sempre le scatole a Ruini. Meno male che c'e' lei in Tv a dire un po' di cose concrete. E poi e' pure una bogia-nen ;-)


venerdì, 20 gennaio 2006
La moda e la morte
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:39 am

Lepoardi immagina nel Dialogo della Moda e della Morte, che la Moda, rivolgendosi alla Morte, le dica, confrontando le rispettive capacità distruttive:
Io mi contento per lo piu' delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono pero' mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo ch'essi vi improntino per bellezza….storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l'amore che mi portano.
L'operetta morale di Leopardi, non una delle più conosciute, mi e' sempre sembrata fonte di grandi verita'. La moda impera in modo così assoluto da far accettare profonde sofferenze fisiche pur di obbedire ai suoi dettami, talvolta e anzi spesso senza alcun effetto di abbellimento della persona. Questo e' evidentemente sempre accaduto, come dimostra per non dire altro il fatto stesso che Leopardi metta in bocca alla Moda simili parole.
Nonostante appunto la perennita' del fenomeno, negli ultimi anni l'operetta mi torna in mente con particolare frequenza. Sara' una mia impressione infondata, ma la moda che si e' affermata piu' o meno dall'inizio del ventunesimo secolo e' caratterizzata non solo dal cattivo gusto e dall'abbandono delle convenzioni piu' diffuse in precedenza su quello che era lecito portare per lo meno fuori casa, ma anche dalla diffusione di cose che sembrano fatte apposta per far soffrire la gente senza donare ai piu'. Ad esempio l'ombelico prima e ora praticamente l'inguine esposto tutto l'anno, anche con cinque sotto zero, gli stivali in tutte le forme portati anche in giornate estive, le scarpe da donna piu' strette che mai con tacchi e punte inverosimili, gli infradito forse comodi sul momento, ma fonte secondo gli esperti di infiniti problemi, dalla tendinite in giu', il tanga che mi sembra la negazione della comodita', i tatuaggi, il piercing in parti del corpo in cui il buco e' prima doloroso e poi antigienico.
Di fronte a queste voghe, la mia perplessita' e' diversa da quella espressa da Leopardi nei confronti di quella della sua epoca, sentita come negazione della natura e della vita. La moda di questi tempi proclama a gran voce la deformalizzazione, l'abbandono appunto dei codici di abbigliamento per cui una volta ci si vestiva diversamente per andare in spiaggia, a scuola, in discoteca, in chiesa o in tribunale, mentre ora non esistono piu' look proibiti da nessuna parte. Peccato che il piu' delle volte coniughi questo abbandono dei codici o forse l'adozione rigida di un non-codice appunto con la scomodita'. Quello che mi chiedo e' se le persone abbiano subito una mutazione fisica a cui io sono rimasta estranea (che so hanno le pance con incorporata sotto pelle la cintura del dottor Gibaud per evitare freddo e dolori o i piedi a punta per entrare nelle scarpe che vanno di moda ora) o se in nome della moda si siano autoconvinti che stanno bene cosi'. Chissa' che ne avrebbe pensato Leopardi. Sicuramente avrebbe brontolato, come al suo solito. Non per nulla mi sta simpatico.


martedì, 17 gennaio 2006
Autocensura
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 7:51 pm

Non dovessi trattenermi per ragioni di opportunita', questo signore starebbe stabilmente in questa categoria del blog.
Spero almeno che qualcuno lo insignisca per l'ottava volta di questo premio.


lunedì, 16 gennaio 2006
Appendice al precedente post (quanto detesto la multisala)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:03 am

Se devo essere sincera, e' anche possibile che il mio mancato entusiasmo per Match Point sia dovuto anche alle pessime condizioni in cui l'ho dovuto vedere, cioe' in una delle varie sale di un multiplex dove gli spettatori veramente interessati alla pellicola erano circa 3 su un centinaio di persone. Le ragazze accanto a me trovavano piu' interessante mangiare patatine e parlare dei c.. loro, il giovanotto dietro giocare con una bottiglietta di plastica e fare commenti a voce alta e strascicata sull'idiozia del protagonista, trascurando di pensare alla sua. Devo dire che verso il finale avrei voluto veramente fare ai miei vicini qualcosa di simile a cio' che Chris fa nel film a Nola e non dico altro per chi il film non ha lo visto ancora.
Rivolgo quindi un accorato appello a gente di questo tipo: durante una serata si possono fare un sacco di cose, andare in discoteca o al pub a bersi una birra, stare a casa a giocare a risiko, chiacchierare con amici o partner, guardare Milly Carlucci in tv, farsi una s… oppure, se si puo', optare per qualcosa in coppia. Ma perche' proprio riversarsi in una multisala per vedere un film che non vi interessa e rompere i c… a chi lo vuole vedere davvero? Pensateci bene, vi prego…


domenica, 15 gennaio 2006
Non ci vogliono a Formentera
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 6:56 pm

Buffa notiziola sulla rubrica in inglese Italian Life del sito del Corriere: pare che i residenti di Formentera, destinazione molto popolare per i nostri connazionali che vanno a balnearsi all'estero, vogliano ridurre la presenza degli italiani, troppo rumorosi, per attrarre i turisti tedeschi, in media socialmente meglio messi e piu' rispettosi dell'ambiente. Mi colpisce che una delle lamentele sugli italiani, arrivati sulla scia di Nesta e Vieri, ispiratori per tanti in merito alla scelta delle mete turistiche, e' che evitano i contatti con i locali e preferiscono starsene nel loro "ghetto" dove mangiano pasta e pizza. Come dire che i luoghi comuni sono un peccato, ma di rado sono sbagliati.

*Piccola curiosita': ma perche' sul Corriere pubblicano questo articolo sulla rubrica apparentemente destinata agli stranieri? Fa tipico che il turista italiano sia cafone e non gradito?


mercoledì, 11 gennaio 2006
Riviste da uomini
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:26 pm

Ma c'e' una roba piu' da sfigati di periodici per uomini come questi, che potrebbero tutti chiamarsi "vorrei ma non posso"? Riescono ed essere piu' stupidi delle riviste per signore, che stupide lo sono abbastanza,con il loro misto di diete insane, consigli di bellezza che postulano che si passi la giornata intera a impiastricciarsi di creme, vestiti importabili e quant'altro. E' veramente tutto dire.


martedì, 10 gennaio 2006
Fu vera notizia?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:14 am

Il clamore intorno alla liberazione di Ali Agca mi lascia un po' perplessa. I suoi conti con la giustizia italiana li ha pagati da un po', quella turca ritiene che ormai abbia scontato una pena sufficiente anche per quello che ha fatto in patria, che c'e' di strano se lo lasciano andare? L'unico aspetto veramente interessante e' stabilire se una volta fuori non lo fanno fuori (scusate il volgare gioco di parole). Ma per il momento ho difficolta' a vedere la vera notizia e in particolare perche' il Vaticano dovrebbe dire qualcosa a proposito, dato che Agca ha ricevuto il perdono papale ormai da tanto tempo.


domenica, 1 gennaio 2006
Della definizione di stronzo
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 7:50 pm

Gli stronzi fanno parte della nostra esistenza quotidiana. Sono dappertutto, in famiglia, sul lavoro, in politica (ambito in cui il numero di loro e' particolarmente alto), a scuola, sulle strade, al supermercato, ci circondano e ci fanno del male. C'e' probabilmente un po' di stronzaggine in ognuno di noi, ma e' cosa diversa dall'esserlo totalmente. Nonostante e forse a causa di questa onnipresenza, lo stronzo e' una categoria difficile da individuare; lo rende evidente questo buffo articolo di Stefano Bonaga, filosofo noto al pubblico soprattutto per i suoi rapporti con Alba Parietti, che, a mio parere, nonostante interessanti spunti, non riesce a cogliere l'essenza dello stronzo.
Come in tutte le cose della vita c'e' del resto un importante ruolo del relativismo, per cui forse non e' detto che un individuo sia sempre stronzo o che tutti lo giudichino tale. Mi chiedo quindi se si possa essere stronzi settorialmente, che so, soltanto in famiglia o soltanto sul lavoro (escludendo appunto i piccoli sprazzi che possono esserci in ciascuno di noi) o semplicemente non sembrare stronzi a qualcuno che ci conosce solo superficialmente mascherando la propria natura con la giovialita' (non c'e' contraddizione tra simpatia e stronzaggine, nota giustamente Bonaga, e forse anzi l'essere un "simpatico" e' gia' un pericoloso indizio di stronzaggine). Mi chiedo anche se ci sono dei comportamenti universalmente classificabili come da stronzi*.
Ad ogni modo una cosa e'sicura: tendenzialmente essere stronzi fa bene a chi lo e'. Difficilmente ad uno stronzo le cose vanno proprio male. Questo non serve a chiarirne l'essenza, ma mi sembra una circostanza empiricamente verificabile nella vita di tutti i giorni.

*Ad esempio, secondo voi, e' possibile che non sia da stronzi un episodio avvenuto a noi oggi: all'autogrill (Tortona sud per la precisione) dove avevamo cominciato a sistemare la nostra roba in un tavolo adatto al parcheggio del passeggino del pargolo, due signori ci hanno chiesto di spostarci perche' il tavolo serviva a loro in quanto era l'unico adatto a ospitare il loro gruppo di nove (ad Angelo hanno detto addirittura dieci). Noi un po' perplessi ci siamo spostati senza discutere, dato che l'autogrill era abbastanza sfollato. Alla fine del salmo pero' quelli erano solo in sei ed evidentemente volevano solo stare larghi. Vorrei essere capace di dire no in partenza a stronzi del genere, perche' a me tali paiono. Peccato che dire no mi risulti sempre tanto faticoso, perche' dire di no quando non ci sono problemi sarebbe proprio da stronzi…


lunedì, 26 dicembre 2005
Il Natale perche'?
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 10:06 pm

Come evidente, io e il ratto non amiamo il Natale. Per la verita' ricordo tanti anni fa (ma tanti) in cui ogni vigilia leggevo Canto di Natale di Dickens e trovavo che qualcosa di bello ci fosse in questa festa. Era comunque soprattutto una fascinazione di altre culture arrivata in eta' tardiva (sui dieci anni credo), perche' nella mia originariamente il Natale non era così importante. Come bambina toscana e non nordica sono stata cresciuta ancora con la Befana, molto piu' appartenente al nostro folklore di quell'estraneo di Babbo Natale in cui non ho mai creduto. Fin dall'inizio comunque il Natale e' sempre stato connesso nella mia testa con idee di contrasti familiari (sono stata molto suggestionata anche da certe scene di Voltati Eugenio di Comencini, ve lo ricordate?) sopiti che esplodono o simile, perche' la gente e' costretta a stare troppo insieme oppure di scene freddamente costruite per obbedire alle convenzioni.
Diventando adulta e allontanandomi dalla mia famiglia originaria, il Natale mi e' apparso in tutto il suo orrore, perche' sono entrata nel novero di quelli che hanno la responsabilita' dello spettacolo. Ecco allora l'incubo di regali che sei tenuto a fare a familiari e amici, la necessita' di pensare alle esigenze di pezzi della famiglia persi in varie parti del mondo, non mancando a nessuno e non offendendo nessuno, e quindi passando le ore sulle autostrade. L'albero e il presepe diventano cosi' una fatica incommensurabile, il panettone resta definitivamente sullo stomaco e si aspetta (almeno io lo faccio) di tornare al lavoro di tutti i giorni assai meno faticoso.
Ma perche' tutto e' diventato cosi' stressante? Non ci saranno dentro anche delle belle dosi di masochismo, senso di colpa e persuasione occulta operata dai fabbricanti di pandori e torroni?
E cosi' ci riversiamo sulle strade e nei negozi (molto piu' nelle prime che nei secondi ultimamente data la crisi) a volte a livelli quasi folli. E tutte le volte mi sorprendo di come si sia potuti arrivare a tanto. Non e' proprio immaginabile una moratoria universale? Ha ragione Grisham e il Natale si vendica comunque? Certo, la famiglia e' la famiglia e soprattutto non si possono deludere i bambini per cui dal terribile meccanismo non si scappa.
Probabilmente non c'e' soluzione se non cercare di sopravvivere limitando i danni, abbassando la testa e sperando che passi presto.
Ma non mi convincero' mai che sia una roba sensata.


domenica, 25 dicembre 2005
Blob e Berlusconi
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:10 pm

Stasera ho visto un po' di Blob che trasmetteva un florilegio del nostro Presidente del Consiglio, con uscite tipo quella ormai celebre di "Romolo e Remolo" fondatori di Roma, i duetti televisivi con Apicella e altri notevoli manifestazioni del suo pensiero e modo di essere, che a molti italiani forse sembrano ridicole, imbarazzanti o insopportabili. Eppure, siccome sono espressioni di berlusconismo allo stato piu' puro, devo anche supporre che molti altri italiani lo abbiano votato anche per questo. E in tale ipotesi Blob ha fatto mezz'ora o piu' di campagna elettorale per Berlusconi. Mica male per una trasmissione comunista, come fa il Cavaliere a lamentarsi?


mercoledì, 21 dicembre 2005
Fa freddo, gente
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:44 pm

Il Piemonte mi piace ma non so se il suo clima fa per me. Fatto sta che ormai da piu' di un mese, complice l'appestamento del figlio che dall'asilo poverino porta chissa' quali virus batteri ecc., non riesco a togliermi di dosso tosse, raffreddore e dolori vari. Mi sa che aspetto il disgelo.


mercoledì, 14 dicembre 2005
A volte mi chiedo…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:37 am

C'e' una legge naturale per cui gli uomini non trovano mai niente in casa e per cui hanno in media una elevatissima tolleranza alla presenza di piatti sporchi in cucina, che consente loro di non lavarli per giorni interi? Oppure e' una questione di cultura o ancora e' una mia fissazione "misovira" (perche' non c'e' una parola corrispondente a misogino nella nostra lingua?) basata sugli esempi dati dagli uomini che conosco (statisticamente pochi) ?


giovedì, 8 dicembre 2005
Schiacciamento
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:04 pm

Mi hanno appena consegnato il laptop aziendale nuovo. Ovviamente passero' i prossimi tre o quattro giorni a X@! %##! per reinstallare tutto quel che mi serve, per fare il passaggio dei file da una macchina all'altra ecc. ecc.
Ma intanto: qualcuno sa come si convince un maledetto schermo 16:9 a lavorare a una risoluzione umana (una cosa come 1024×768 anziche' 1680×1050, in modo che un povero presbite veda i caratteri) senza schiacciare terribilmente l'immagine? Esistono dei sw che mi permettano di lavorare in 4:3 con due belle bande nere da un lato e dall'altro?


sabato, 26 novembre 2005
Contano solo le italiane?
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 12:34 am

Ieri (ormai e' mezzanotte passata) su La Stampa versione cartacea c'era un articolo a firma Stefania Miretti, intitolato "Donne italiane, specie non protetta", sul triste e orribile caso di Deborah Rizzato, la ragazza di Biella uccisa dall'uomo che l'aveva violentata e poi perseguitata per anni. Il titolo dell'articolo, che evidentemente lamentava la mancanza di tutela delle donne dalla violenza, mi ha gia' colpito perche', certo al di la' delle intenzioni dell'autrice, mi sembrava che sapesse appunto di razzismo, come se le donne straniere sul suolo italiano non contassero ma ci dovessimo preoccupare solo delle nostre connazionali. Ad ogni modo la lettura del testo completo non e' che mi abbia lasciato molto piu' soddisfatta, perche' vi sono elencati vari casi analoghi a quello di piu' stretta attualita' ma non per esempio uno avvenuto proprio un mese fa proprio nella citta' de La Stampa, a Torino, un caso in cui la vittima non era un'italiana, ma una ragazza marocchina. Fatima Ksis, 21 anni, e' stata uccisa dal suo ex fidanzato di 31, anch'egli marocchino, che l'aveva gia' minacciata via sms dopo che lei l'aveva denunciato. Capisco che e' una piccola cosa, ma nel momento in cui si chiede protezione per le donne e si accusano forze dell'ordine e giudici, si dovrebbe stare attenti a chiedere protezione per tutte le donne. E il riferimento alle "donne italiane" proprio non mi e' andato giu'. Non sara' che a volte siamo razzisti senza neanche accorgercene?


lunedì, 21 novembre 2005
United against malvestiti?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:49 am

Da qualche settimana come molti altri leggo abitualmente Le malvestite, blog di cui si e' gia' accennato qua. Del blog non posso dire che bene; e' una raccolta di arguti commenti di look di donne ma anche uomini e bambini prevalentemente colti sulla strada e raffigurati in divertenti bozzetti. Concordo su quasi tutte le coseche l'autrice Betty Moore osserva dei tragici accostamenti da lei commentati e in generale delle mode degli ultimi anni. L'unica cosa che forse non condivido*, avendo peraltro qualche anno in piu' della brava Betty Moore, e' il fatto di aver introdotto come categoria tipica quella delle "over 30". Da appartenente alla schiera spero che non voglia dire che dopo i 30 ci rimane l'alternativa tra il burqa, la tonaca e il look signora bene tipo Marcia Cross in Desperate Housewives; inoltre il mettere in un unica categoria tutte le signore dai trenta ai centoventi rischia di far perdere certe peculiarita' delle varie generazioni. Ma probabilmente falso le intenzioni dell'autrice, e quindi non mi dilungo ulteriormente.
Quello che piu' mi ha colpito di questo blog e' che mi ha fatto sentire riscattata. Tante volte ho avuto la tentazione di fotografare, per puro uso personale di documentazione, certi orridi abbigliamenti che vedevo per strada. Poi mi scoraggiavo perche' facendo cento metri fuori di casa ne incontravo almeno dieci di mostruosita' degne secondo me di nota. Invece Betty Moore mi ha ridato la speranza; era ancora possibile stigmatizzare certi vezzi tanto comuni, cogliere gli esempi peggiori e evidenziare la generale improponibilita' di determinati modi di vestire affermatisi specialmente negli ultimi anni. Finalmente c'era qualcuno che osava mettere alal berlina questo regno di pance, inguini e natiche di fuori, offensivi accostamenti di colori, scarpe bastarde, orecchini grossi quanto lampadari di cristallo, calze inutilmente decorate, borse stupide e importabili, griffe volgarmente ostentate e altre piacevolezze. Non ero del tutto sola ad avere qualcosa da ridire e anzi c'era una persona molto piu' brava di me a farlo, capace anche (cosa per me impossibile) di disegnare quegli scempi.
Pero' piu' che passano i giorni, piu' mi scoraggio di nuovo. Perche' mi guardo intorno e ne vedo a bizzeffe di look che potrebbero degnamente figurare nel blog, tanti che mi sembra una fatica inutile dirne alcunche'. Va a finire poi che a volte, per quanto cerchi di essere sobria, mi sento pure io colpevole di malvestitismo, anche perche' e' difficile vestirsi in modo del tutto diverso dalle mode imperanti (si riesce piu' a trovare pantaloni non a vita bassa per taglie non conformate???). E se guardo le vetrine non faccio fatica a capire perche' la gente si veste male, dato che si vendono quasi soltanto cose orrende.
Ripeto che trovo assai condivisibile e lodevole l'opera quotidiana della mia eroina. Ma al contempo mi sembra una piccola fatica di Sisifo…
Forse pero' prendo tutto troppo sul tragico. Probabilmente bisogna limitarsi a godersi il lusso di uno spettegolemento sui vestiti altrui e farsi quattro risate.
E allora di nuovo complimenti a Le malvestite**.
***

* Non e' una critica, e' solo che trovandosi dall'altra parte del limitare dei trenta le cose sembrano assai diverse!
** Aggiungo un'ulteriore nota dopo aver letto i commenti di Comida. Per la verita' c'e' il reale problema di distinguere tra "malvestitismo" e creativita'. Da sempre l'abbigliamento e' espressione di personalita' e questo e' un fattore che nessuna censura ha diritto di eliminare. La Diane Keaton dei tempi d'oro (quelli di Annie Hall per intenderci) a stretto rigore era una malvestita, ma aveva classe e le sue mises riflettevano un mondo interiore. I look commentati dal blog sono invece semplicemente applicazioni della voga imperante, che ha fatto della stravaganza, o almeno di quella che una volta appariva tale, una regola. Ora e' anticonvenzionale essere sobri, mi sembra. Per questo odio le ultime fogge, perche' si limitano a generalizzare il cattivo gusto senza alcuna riflessione o anche provocazione. E per questo trovo che alla fine criticare diventi inutile, perche' manca ogni vera consapevolezza o ricerca di liberta', che invece meriterebbero approvazione o discussione.
*** A distanza di due anni dal post devo dire che Le Malvestite (a prescindere dalla polemica intercorsa sul link) mi piace assai meno, in quanto ha finito per preponderare la vena acida gia' esistente in partenza, che poi e' stata esaperata. Mi rendo conto che questa aggiunta a distanza potrebbe provocarmi gli strali della gentile Betty Moore (capace di una inutile quanto totale demolizione di un personaggio innocuo come Patrizia Mirigliani) ma sento il bisogno di rettificare il mio giudizio. Peccato, ma era un rischio che si vedeva fin dall'inizio.


domenica, 6 novembre 2005
Piemonte
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Pipponi — Scritto da waldorf alle 7:54 pm

Quando The Rat Race ha cambiato veste ed e' diventato bogia-nen, Angelo ha scritto una sorta di post-editoriale. Ora, a distanza di qualche tempo, scrivo io un proclama sul Piemonte, la regione dove vivo da piu' di due anni.
Sono nata nella Toscana dell'interno e ci ho vissuto per trent'anni prima di trasferirmi a Pisa. Amo la Toscana perche' e' bella e sono molto contenta di essere toscana come Dante e tanti altri grandi. Ma da quando il mestiere che sono finita a fare un po' per scelta un po' per caso mi ha sradicato dalla mia terra, la sento assai meno "mia". Per la verita' gia' abitare a Pisa, che non ho sentito per niente come mia citta', mi aveva disorientato.
Il Piemonte poi e' un caso particolare. Io da lontano avevo sempre pensato che fosse noioso e non bello, e non avevo mai provato a conoscerlo. Da quando ci vivo, con Angelo lo abbiamo girato in lungo e in largo e ho completamente cambiato idea. I primi tempi soffrivo moltissimo per i cieli di queste parti di autunno, spesso apparentemente cosi' smorti, cosi' tristi, e mi mancava il cielo toscano, che nella memoria ricostruivo come nei quadri di Silvestro Lega (un non-toscano, peraltro). Ora ho interiorizzato anche questo, e la luce bianca dell'autunno piemontese e' parte del mio paesaggio dell'anima.
Ma quello che mi ha reso caro il Piemonte e' che e' la terra ideale per una persona tendente allo snobismo come me. Nel senso che quasi nessuno lo apprezza e lo conosce, compresi i piemontesi doc, quando invece e' pieno di meraviglie naturali, specie montane, di cittadine "nobili", di affascinanti paesini, per non parlare del cibo e del vino. Poi ci sono le cose che mi piacciono in particolare, come il carattere cortese e riservatissimo della gente, che sembra quadrata ed e' matta peggio dei cavalli, le bizzarrie architettoniche, i ristoranti familiari da pranzo della domenica con menu irremovibile, i comuni da cento abitanti.
Cosi' adottare il Piemonte e sostenerne la bellezza e' stato facile, nel senso che certamente non mi ritrovavo in compagnia di una folla di persone, ed anzi a volte ho l'impressione che basti la parola Piemonte a far sbadigliare la gente.
Io pero' questa regione ormai la amo davvero. Ho sviluppato dentro di me un curioso sentimento di familiarita' ed estraneita', un'ironica malinconia da sradicata appunto, che si accentua quando mi imbatto in qualcosa di assolutamente tipico, come un gruppo di anziani che giocano a bocce o una giornata di nebbia continua. E' casa mia con i suoi difetti e i suoi pregi, penso, e un giorno probabilmente non lo sara' piu'. Ma per il momento questa terra mi e' cara e la Toscana invece diventa sempre piu' lontana.


mercoledì, 26 ottobre 2005
Perche' non possiamo (non?) dirci cristiani
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 12:51 pm

La grande offensiva cattolica* che vediamo in corso in questo periodo e che ha l'obiettivo dichiarato ed evidente di "riportare Dio al centro della vita pubblica" mi induce a un po' di riflessioni, forse contradditorie. Mi piacerebbe ragionarne insieme.
Questo non e' un post sulle mie convinzioni religiose personali. Che ci sono — e vengono da un rapporto adulto con il cristianesimo (sono nato e cresciuto in una famiglia non praticante per non dire radicalmente agnostica), da una serie di domande teologiche che nel cristianesimo non hanno trovato risposta e che mi hanno spinto ad approfondire la conoscenza dell'ebraismo — restando ben al di qua di ogni ipotesi di conversione. Ma cio' sia detto soltanto per sgombrare il terreno dalla facile obiezione che il mio sarebbe il discorso di un non credente: la questione e' un'altra.
Pur non sentendomi religiosamente un cristiano, ho sempre pensato che il cristianesimo sia una parte determinante della mia personale e della nostra (italiana ed europea) identita'. Non si capisce nulla di cio' che noi siamo se non attraverso la lente interpretativa della cultura cristiana.
Sul piano individuale: le nostre concezioni di colpa, di perdono, di responsabilita', di solidarieta', ecc. dipendono in gran parte da due millenni di cristianesimo. Sul piano delle nostre relazioni interpersonali: il nostro lessico (il nostro armamentario mentale) amoroso e' figlio del cristianesimo, come la nostra idea di famiglia, perfino quando negli esiti si allontana dall'ortodossia (il matrimonio civile e perfino i PACS imitano sul piano dei simboli e degli effetti il matrimonio religioso, ecc.). Sul piano delle identita' collettive, infine: credo che senza la Bibbia non si capisca nulla della cultura dell'Italia e dell'Europa. Dante e la Torre di Pisa, Bach, Giotto, Angelico, ma perfino i nomi dei posti e delle strade, i modi di dire, le feste: nulla di tutto questo esisterebbe senza la presenza pervasiva del cristianesimo nella nostra vita e nella nostra storia.
Per questo ho sempre trovato un po' assurdo il dibattito sulla menzione delle "radici cristiane" nel preambolo della costituzione europea: certo che le radici dell'Europa sono cristiane, sono *principalmente* cristiane — nel bene e nel male. Il concetto stesso di Europa e' storicamente figlio della cristianita' occidentale. Non riconoscerlo e' come rinnegare una parte fondante della nostra eredita'. Perfino quando le nostre radici cristiane vogliono dire secoli di persecuzioni antisemite o le Crociate o altre cose di cui non possiamo andar fieri. Negare la cristianita' della nostra storia e della nostra cultura e' una falsificazione che non possiamo permetterci — e che e' perfino immorale, perche' finisce per separare le nostre responsabilita' dalla nostra storia. Per tutte queste ragioni — crocianamente — non possiamo non dirci cristiani.
Tuttavia vi e' nel ragionare della Chiesa e dei suoi alfieri politici un non sequitur irrimediabile. Ed e' che da questo riconoscimento storico e culturale debba necessariamente discendere un'accettazione dell'etica cristiana — o meglio cattolica — nella vita pubblica e privata, e che lo stato stesso debba uniformarsi al dettato ecclesiastico nella sua legislazione. Questo tentativo di imporre per via surrettizia le opinioni religiose di una minoranza come se potessero essere l'unico fondamento morale della vita di tutti e' tanto inaccettabile quanto figlio di una intrinseca debolezza: se l'etica cristiana fosse realmente condivisa dalla maggioranza, non ci sarebbe bisogno di imporla per legge. Ecco, di fronte a questa pretesa innaturale e presuntuosa, di fronte a questo tentativo vano di rimettere in una camicia di forza una societa' che le si e' sottratta, io — io personalmente, mica dico che dovremmo farlo tutti — sento il dovere di marcare la mia differenza: no — io non posso dirmi cristiano**.

* Trovo singolare che da parte cattolica si ricorra alla retorica della difesa della liberta' religiosa minacciata da una sorta di aggressione concentrica islamo-laicista. E' evidente che la situazione e' quella inversa: quando la gerarchia ecclesiastica, per bocca del suo massimo rappresentante, se la prende perfino con la tolleranza, ad essere costretta sulla difensiva e' la cultura civile, laica — non certo il sentimento religioso.

** Aggiungo anche un'altra cosa, a proposito del sempre crescente stuolo dei "laici devoti" alla Marcello Pera: separare l'etica cristiana dalla sequela Christi, dall'amore per Gesu' salvatore che si traduce in imitazione del suo comportamento — a me, per quel poco di familiarita' con il cristianesimo che ho, pare una bestemmia — e bella grossa pure. L'etica cristiana non e' indipendente dalla fede — e da una fede operante. E sorprenderebbe — se non fosse una chiara operazione politica — il sostegno di questo Papa, tanto attento all'ortodossia, a un atteggiamento cosi' poco cristiano.


lunedì, 24 ottobre 2005
La vita dura del moralista laico
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:45 am

Ebbene sì, appartengo alla antipatica schiera dei moralisti. In famiglia mi danno della moralista fin dall'adolescenza e se un tempo reagivo con dispetto, ora, passati gli anni, non potrei che riconoscere che hanno ragione. Il fatto e' che ho deciso di non vergognarmene piu', nonostante che il moralismo sia un modo di vedere le cose assai poco di moda in questa epoca e da sempre connotato di un'aura negativa. Dove proprio il moralismo non ha cittadinanza e' al di fuori dell'area religiosa, in questo paese di impronta ovviamente cattolica. Io non mi riconosco nel cattolicesimo, ma non credo che essere laici debba comportare il relativismo come mancanza assoluta di canoni di comportamento e di conseguenza di giudizio. Certamente diventa tutto piu' difficile quando non ti rimane altro che la coscienza e il sentimento del giusto a guidarti, ma cio' non significa, a differenza di quanto sembra voler credere il Papa, che un laico non possa che attingere una guida morale nei precetti della Chiesa.
Cristo ha detto, come tutti sanno, "chi e' senza peccato scagli la prima pietra". La frase evangelica viene ogni tanto riciclata per stabilire che no, non si puo' giudicare gli altri. E invece io credo che si debba giudicare; cio' non significa non avere comprensione e tolleranza, né predicare bene e razzolare male, ma che occorre stabilire il significato e il peso dei comportamenti umani. E' se stessi del resto che si deve giudicare prima di tutti gli altri.
Non credo che si possa fare a meno della responsabilita', mentre mi pare di vivere in un mondo, e in un paese, che ha buttato a mare lo stesso concetto della responsabilita' personale. A scuola non si boccia piu', i politici e gli alti burocrati fanno cose incredibili ma non si dimettono, le madri assassine agiscono in preda alla depressione post partum e ricevono sollecite visite di pietosi parlamentari. Capisco che metto insieme cose diverse e lontane, ma sono tutti fenomeni che appartengono ad una stessa temperie. Si tratta appunto di buttare a mare la responsabilita', l'idea che a qualcuno si possano addebitare determinati fatti e che debba pagare per quelli. E poi a tutti gli altri si dice "chi sei tu per giudicare?". Eppure ci sono quelli che a scuola si danno da fare per meritarsi la promozione, le madri che nonostante la depressione, che innegabilmente esiste, si prendono cura dei figli, le persone che sul lavoro e nell'espletamento di funzioni pubbliche fanno il loro dovere con coscienza. Perche' queste persone non possono giudicare? E perche' gli altri non si assumono la propria responsabilita'?
Se credere che ci siano delle regole da rispettare e che esista lo spazio di una condanna per chi non le rispetta e' moralismo, io ne sono senza dubbio colpevole e non me ne vergogno, appunto. Il problema e' individuarle, le regole, specie se appunto sei un esponente della strana razza dei laici;
ma una volta individuate, e' giusto giudicare. Ripeto, partendo da se stessi.


domenica, 16 ottobre 2005
Parli come mangi
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:41 pm

Sul sito del Corriere della Sera Maria Laura Rodota' ha commentato giorni or sono i risultati di una indagine, se capisco bene, condotta tra i "forumisti" di AvantiPop, in merito a frasi fatte e parole odiose. L'idea mi piace ma i risultati corrispondono assai poco a quello che io trovo veramente odioso. In realta' non c'e' da sorprendersi; poche cose come la lingua riflettono la nostra esperienza di vita e i nostri modi di vedere, per cui persone di convinzioni generalmente simili o della stessa provenienza sociale, cultura e ambiente possono avere visioni profondamente diverse sulle parole odiose. In famiglia, io detesto i termini informatici inglesi italianizzati, Angelo che e' una specie di informatico no; Angelo odia l'espressione "ma anche no" che a me non da' particolare fastidio e i casi di discordanza potrebbero moltiplicarsi. Comunque non sono troppo d'accordo con la conclusione "buonista" dell'autrice dell'articolo; a volte una parola sbagliata, ovviamente secondo il metro di ciascun individuo, puo' bastare a farci formulare un giudizio piu' o meno definitivo su una persona, che lo vogliamo o no. Perche' le parole sono importanti.


venerdì, 14 ottobre 2005
Toscanellum, Mattarellum, Gerrymandering, Proportionnelle
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:15 am

Ho fatto la campagna per i referendum sul maggioritario del '93 e da allora non ho cambiato idea. Sono convinto che un buon sistema elettorale maggioritario, affiancato a primarie vere o a un doppio turno secco (come quello per l'elezione dei sindaci, per capirci) non potrebbe che far del bene alla politica italiana*. Sono anche convinto che la legge elettorale e' stata la vera malattia del sistema politico-istituzionale degli ultimi venti anni, e che il Mattarellum non l'ha affatto risolta, anzi: la battaglia referendaria e' stata tradita piu' e piu' volte e la transizione italiana che a quella battaglia aveva affidato molte delle sue speranze e' rimasta incagliata.
Detto questo, resto convinto che l'Unione abbia sbagliato battaglia. Non perche' il papocchio confezionato dal Polo non sia indigeribile e vergognosamente congegnato per danneggiare il centrosinistra, truccando di fatto le elezioni. E' cosi', al di la' di ogni ragionevole dubbio. Berlusconi sta cercando di scappare con la cassa. Ma questo fa parte della normale bassa cucina della politica: giocherellare con i meccanismi elettorali e' una tentazione ricorrente di chi e' al potere. Mitterrand si invento' in Francia la proportionnelle con lo scopo piuttosto spregevole di dare al Front National di Le Pen una robusta rappresentanza parlamentare a danno della destra gaullista e moderata**; in America, dove a nessuno viene in mente che si possa modificare il sistema maggioritario, si ridisegnano i collegi elettorali per blindarne il maggior numero possibile a favore di questo o quel partito (e' una pratica tanto comune e frequente che esiste addirittura un termine specifico, "gerrymandering", per definirla). Lo stesso Mattarellum e' figlio di convenienze e di papocchi, non del referendum. Non e' bello, ma la politica funziona cosi' — e gridare alla legge truffa e' una polemica dal fiato cortissimo. Anche se di legge truffa si tratta.
Se mai, il problema vero e' un altro: che l'ingegneria istituzional/elettorale di questi tempi e' drammaticamente miope. In tutto questo dibattito, qualcuno ha messo lo sguardo a *dopo* le elezioni? qualcuno ci ha detto *perche'* conviene passare al proporzionale — o perche' *e' giusto* restare ancorati al maggioritario? Quali sono le differenze per il Paese, dove stanno i meriti e gli svantaggi dell'uno e dell'altro sistema? Qui l'Unione avrebbe potuto fare una battaglia vera, mostrare come la destra non ha *alcuna* idea di governo, si sta soltanto preparando a fare opposizione nella maniera piu' devastante — e controproporre un disegno di lungo periodo, un sistema elettorale fatto non per vincere le prossime elezioni, ma per durare trent'anni con un buon equilibrio tra stabilita' di governo e rappresentanza, per dare potere reale di scelta ai cittadini e non agli apparati, ecc. Su questi temi la ggente non e' sorda. I referendum del '93 lo dimostrano. Ma se ha la sensazione che la politica stia discutendo di un seggio in piu' a Follini o a Diliberto — allora non vede la differenza e se ne frega. Ha altri problemi a cui pensare.

* Non sto a spiegare le ragioni, perche' gia' il pippone rischia di venirmi lungo cosi', figuriamoci se mi addentro in un raggionamendo a meta' tra ingegneria istituzionale e logiche interne dei partiti; magari di questo si parla un'altra volta.

** In Italia non funzionerebbe, perche' non c'e' argine politico a destra: pur di vincere questi qui fanno alleanze anche con i peggiori arnesi fascisti e razzisti (anzi, se li tengono cari, come dimostra la presenza di Borghezio…). E questa forse e' l'altra grande malattia politica dell'Italia: non avere una destra decente — ma questo e' un problema di piu' lungo periodo, e' una delle debolezze strutturali di questo paese dal 1876 in poi.


lunedì, 10 ottobre 2005
La fabbrica di cioccolato
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:32 am

Bello, come tutto quello che esce dalla testa di Tim Burton, pero' che strazio dover adattarsi alla versione italiana e perdersi Danny Elfman (in tutto degno compare di Burton) che fa tutte le vocette degli Umpa-Lumpa…


mercoledì, 5 ottobre 2005
30000
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:10 am

Stanotte, a mezzanotte e due minuti. Grazie a tutti.


giovedì, 29 settembre 2005
Spazio/tempo
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:34 pm

28 settembre, ore 07.30: qui;
28 settembre, ore 09.00-12.00: qui;
28 settembre, ore 16.00: qui;
28 settembre, ore 17.30: qui;
29 settembre, ore 7.30: qui (again);
29 settembre, ore 11.30: qui;
29 settembre, ore 15.00: qui;
29 settembre, dalle 15.00 in poi: qui.


martedì, 27 settembre 2005
Varie ed eventuali dal sito del Corriere
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:24 am

A day in the life. In Australia vogliono decimare animali di specie importate, la Falchi accusa la Ventura di essere ossessionata dal marito (della Falchi, si intende), Mozart fa bene al vino, un politico neozelandese va a giro nudo ma dipinto perche' ha perso le elezioni, assolvono Berlusconi ma arrestano Cindy Sheehan, mentre Kate Moss va a farsi disintossicare. Ma non si parla di buchi nel Lancashire.


giovedì, 22 settembre 2005
Segno del destino ;-)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:41 am

Per cominciare la giornata, stamattina mentre facevo colazione mi sono crollati addosso i pensili della cucina. E' decisamente ora di traslocare.


giovedì, 15 settembre 2005
Il ritorno di Carmencita
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:47 pm

Lo so che occuparsi di queste cose e' futile, come energicamente gia' fatto presente da un cortese lettore del blog, ma non posso fare a meno di provare soddisfazione alla notizia che la Lavazza, come avevo auspicato, fara' tornare Carmencita in azione, facendone addiritura la protagonista di una sorta di sit-com. Tra Bonolis, Laurenti e lei non c'e' proprio confronto… comunque i fan del paradiso al caffe' non devono scoraggiarsi, in quanto Giuseppe Lavazza, esponente della dinastia, ha annunciato che gli spot paradisiaci continueranno.


lunedì, 12 settembre 2005
Complimenti alla Nazionale
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:08 pm

Sono molto contenta per la vittoria agli europei di pallavolo della nazionale guidata da Montali, che mi sta parecchio simpatica anche perche' dotata di una certa umilta'. E non posso fare a meno di trovare fastidioso che alla Domenica sportiva, che doveva trasmettere la cerimonia di premiazione, si siano filati pochissimo la cosa, perche' troppo impegnati a discutere in lungo e in largo il fatto che il presidente della squadra A ha offeso l'allenatore della squadra B, gia' allenatore della squadra A, per non so quale motivo. Probabilmente l'ossessione per il calcio al di la' di ogni ragionevolezza non e' l'ultimo dei mali di questo paese. Mi chiedo anche se la gente non cominci ad esserne stufa e se non potrebbe interessarsi ad altri sport, se gliene venisse dato il modo e il calcio non strabordasse da ogni parte. In fondo eravamo in ben cinque milioni a guardare i nostri eroi del volley.


martedì, 30 agosto 2005
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 11:29 pm

Il dummy ha aggiornato il software di The Rat Race, che ora gira (forse) sotto Wordpress 1.5.2 in italiano.
Se qualcosa non funziona o ha un aspetto terribile, ditemelo qui nei commenti. Poi probabilmente non sapro' rimediare, ma voi ditemelo lo stesso…


lunedì, 22 agosto 2005
Quando si dice il bicchiere mezzo pieno…
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 2:56 pm

Oggi il Tg1 ha annunciato trionfalmente che il FMI si deve rimangiare le sue catastrofiche stime sull'economia italiana, in quanto ha dovuto correggersi per dire che il nostro pil non diminuira' dell'0,3%, ma crescerà dello 0%. A buon ragione il ministro Siniscalco puo' dirsi tranquillo, quindi, visto che le stime del FMI coincidono con quelle del DPEF. Sara', ma non so perche' da ignorante non sono del tutto rassicurata da questa buona notizia, anche perche' il Tg3 un'ora dopo ha detto che l'Economist ci piazza all'ultimo posto al mondo in fatto di Pil. Non escludo per la verita' che l'abbiano detto anche sul Tg1, in un primo momento di euforia mi sono distratta, anche perche' il pargolo insensibile ai successi dell'Italia si era messo a piangere, comunque non l'ho sentito. Se qualcuno invece lo ha sentito me lo dica. E' anche vero che quelli dell'Economist non sono credibili, trattandosi di notori comunisti.


lunedì, 15 agosto 2005
La tolleranza e la circolazione stradale (rallentare, ma perche'?)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:20 am

Secondo post avanzato.

Sono un'automobilista dal lontano 1989. Consapevole della mia non eccelsa abilita' alla guida mi sforzo comunque di rispettare l'art. 140 del Codice della Strada, rubricato come princiio informatore della circolazione (il cui comma 1 prevede che "gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale") e di non essere di impaccio o di pericolo alla circolazione altrui. Negli ultimi anni pero', almeno mi sembra, il grado di pazienza e tolleranza, secondo me indispensabili alla guida, mi pare drasticamente peggiorato negli altri, al punto da farmi credere che non sia proprio colpa mia se mi strombazzano o mi insultano. A parte le solite prepotenze immotivate a cui va spesso soggetto il guidatore di un mezzo abbastanza lento come una Panda specie in autostrada, del tipo lampeggiamento da 100 metri di distanza mentre occupi anche per poco la corsia di sorpasso per superare un autotreno ancora piu' lento di te o i sorpassi a destra magari con rientro acrobatico proprio davanti al tuo muso, c'e' qualcosa che mi da' ancora piu' fastidio e mi rende sgradevole guidare. Se qualcuno appunto mi strombazza o mi manda a…, penso per prima cosa di aver sbagliato io. Poi mi rendo conto o che non ho sbagliato o che si trattava di una mancanza che rientrava nella sfera della possibile-quasi-micro-violazione del codice della strada.
Perche' puo' capitare di essere incerti nel cercare una strada, di essere sul margine destro della corsia, di cercare parcheggio e di andare piano per vedere un posto. Capita a tutti, credo, solo che i piu' quando succede agli altri pensano che questo dia loro il diritto di ingiuriarli (il che potrebbe rilevare ai fini penali) o addirittura minacciarli perche' questo fa perdere loro tre secondi di un prezioso tempo che sono ben lieti di sprecare affollandosi in autostrada e mettendosi in coda per precipitarsi dove vanno tutti. Magari poi cercano di fare i furbi anche li' con lo slalom tra le corsie.
A volte addirittura il vaff.. magari con tanto di dito medio e' preventivo, nel senso che arriva prima ancora che chi ti manda sia costretto a rallentare o spostarsi, basta soltanto la previsione che il comportamento che l'altro teneva due secondi fa avrebbe potuto causare un rallentamento o uno spostamento; nel frattempo il meschino si e' corretto ma ci sta bene lo stesso un bel vaff.., non si sa mai.
Insomma, nel codice della strada non c'e' scritto esplicitamente che per mandare qualcuno in … deve averti causato un disagio significativo, ma forse ogni tanto ci si potrebbe anche pensare da soli, perche' non e' che con la macchina, magari bella e potente, ti hanno venduto anche la strada (ovviamente il numero dei chilometri acquistati e' in proporzione al costo della macchina). E si potrebbe addirittura evitare di mandare gli altri in…, almeno a voce alta o appunto con il dito medio. Continuo a pensare, come ho detto un'altra volta, che ci voglia cortesia a questo mondo e la cortesia prevede anche la tolleranza, che ci aiuta tutti a vivere meglio e con meno stress.
Del resto, per tornare invece ai comportamenti non troppo corretti altrui, sulle nostra autostrade non vige tanto il C.d.S., quanto un codice di comportamenti all'altezza del vecchio far west. Nel codice della strada c'e' scritto, ad esempio, che non si deve sorpassare a destra e che sulle autostrade di norma c'e' un limite di velocita' di 130 km/h, con buona pace del ministro Lunardi, che probabilmente lo trova fastidioso. Non c'e' quindi alcun diritto di spazientirsi se qualcuno ti impedisce di andare a una velocita' maggiore a in media pare che questo sia considerato diritto acquisito. Nessuno pensa di dover rallentare se qualcuno che ha l'ardire di stare sulla corsia di sorpasso davanti a lui, non sta andando a 160 km/h, come i piu' credono che si debba fare da casello a casello. Neanche le distanze di sicurezza sono troppo popolari, e se il malcapitato proprio non si smuove allora lo si tallona alla distanza di dieci centimetri dalla macchina finche' non si leva di torno. E se non cede neanche cosi' allora c'e' sempre il sorpasso a destra. E' proprio necessario? A me proprio non sembra, ma forse e' solo una questione di possibilita'. Magari se mi compro almeno, che so, una Golf td comincio a farlo anch'io…. per il momento mi limito a segnarmi ogni volta che entro in autostrada.

Giusto ieri ho avuto modo di vedere un magnifico esempio di maleducazione stradale semicriminale: un suv BMW targato Milano ha fatto di tutto per superare quando stava per uscire dall'autostrada con il risultato che ha tagliato la strada ad una moto per poter cambiare corsia all'ultimo momento; credo che il motociclista se la sia vista brutta e posso giustificare il dito medio che ha sfoggiato al pirata stradale.


lunedì, 8 agosto 2005
Arrivederci
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 12:28 pm

Credo che The Rat Race abbia bisogno di fare una pausa. Dopo il ritorno dalle ferie e' stato piu' difficile del solito riprendere il ritmo — qui per noi ci sono cambiamenti molto importanti e probabilmente il blog non risponde piu', cosi' come e', al nostro stile di vita e di lavoro — insomma ho l'impressione che ci serva qualche ripensamento prima di decidere se/come continuare.
"Non perdiamoci di vista", comunque — e grazie alla ventina di lettori abituali — e a quelli meno abituali — che ci hanno seguiti in questi mesi.

E un grazie particolare a Marco e a Comida, per la loro ospitalita' su Montag, di cui spero di approfittare ancora a lungo.


giovedì, 4 agosto 2005
Questioni di lessico (non) amoroso
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 4:15 pm

Non so se ci avete mai fatto caso, ma le parole piu' sinistre che qualcuno possa sentire da una persona che gli piace o di cui e' innamorato sono "sei speciale" e simili (meraviglioso, straordinario, fuori del comune, e chi piu' ne ha piu' ne me metta) o anche "sto bene con te". Capisco che in certi casi si cerchi di attenuare il peso delle cattive notizie (frasi del genere sono quasi inevitabilmente seguite da "ma non sono innamorata/o di te"), pero' a volte questo tipo di lessico fa pensare che per amare qualcuno lo dobbiamo trovare ordinario, privo di doti e di sensibilita' e che dobbiamo non starci tanto bene. Perche' magari le persone stanno bene con quelli sulla cui dedizione possono contare, che magari sono disposti anche a fare un po' da zerbino, mentre sono afflitti da mal di stomaco (mi viene in mente Carrie Bradshaw che parlava del bisogno di sentire le farfalle nello stomaco per un uomo) in compagnia di quelli che li trattano di peste, che sono incostanti, incoerenti e inaffidabili, ma che suscistano grandi emozioni. O forse a volte si scambia il dolore di stomaco per amore? Boh, misteri del cuore (o meglio dell'apparato digerente).


mercoledì, 3 agosto 2005
La clinica della foresta nera
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Serie TV — Scritto da waldorf alle 11:40 pm

Chi si ricorda de La Clinica della foresta nera? E' l'unica serie tedesca che io sia mai riuscita a vedere, soprattutto perche' mi stava simpatico il professor Brinkmann. Una mia amica aveva chiamato il suo cane Udo in omaggio al bellone della serie, il dr. Brinkmann figlio. Ora scopro che su Wikipedia c'e' una voce dedicata a Die Schwarzwaldklinik. In tedesco, ovviamente. Onore al merito, il professor Brinkmann si merita di finire in un'enciclopedia.


lunedì, 1 agosto 2005
A vanvara
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 2:40 pm

Qualcuno ha cosi' gentilmente commentato un mio precedente post:

CHE ci sia gente che non ha un caxxo di meglio da fare che criticare harry potter e psicanalizzare la simbologia degli spot della lavazza e’ la dimostrazione di come troppo tempo libero senza fare un emerito nulla a differenza di qualche decina di anni fa’ dove si era troppo stanchi e preoccupati per tirare a campare che pensare a queste emerite stronxate senza importanza significato e scopo quando ci sono tremila problemi VERAMENTE IMPORTANTI e che veramente necessitano di discussioni e soluzioni
ma tu che vivi a fare ?

Che dire? Credo che chiunque scriva su un blog si ritrovi commenti di questo genere, che al massimo si meritano di essere ignorati. Pero' trovo che sia un fatto di costume abbastanza interessante che qualcuno si pigli la briga di commentare post altrui perdendo tempo per notificare all'autore che sono "stronxate". E' anche interessante come chi scrive commenti cosi' il piu' delle volte non si sia affatto disturbato a leggere il post prima di lanciare insulti. Nel caso specifico il mio cortese critico si sarebbe accorto che Harry Potter non era in particolare oggetto di contestazione da parte mia e che nel mio piccolo non ritenevo di parlare di una cavolata, ma di un argomento, la religiosità, che mi pare assai serio. A mio parere manca di serieta' chi prende in giro la religione nella pubblicita' palesemente e senza simbologie occulte, peraltro, non chi rimane scontertato dalla mancanza di rigore di questi atteggiamenti. Ad ogni modo credo che ci sia il diritto di scrivere di cavolate, diritto ampiamente esercitato da un sacco di gente, senza che cio' significhi mancanza di interesse per le cose importanti.
Se prima di scrivere stroncature la gente non legge quello che disprezza, si capisce perche' nei dibattiti pubblici in Italia tutti parlano in contemporanea senza ascoltare l'antagonista.
Importante a me personalmente sembra anche la povera lingua italiana, patrimonio collettivo che spesso i professionisti del commento offensivo maltrattano crudelmente; caro il mio detrattore, perche' scrivere "stronxate" e "caxxo" quando si puo' scrivere stronzate e cazzo impiegando lo stesso numero di lettere? Le assicuro che la x al posto della z non e' una forma di raffinatezza linguistica.
E non Le hanno insegnato che "fa" nel senso di avverbio temporale non vuole accento o apostrofo?
Ma soprattutto: sappia che nessuno obbliga Lei e quelli come Lei a leggere le mie cavolate. E meno che mai a perdere tempo a commentarle, il tempo che potrebbero impiegare per la risoluzione dei tremila problemi dell'umanità che Lei menziona. Di certo servono menti brillanti e impegnate come la Sua a questo scopo, che suppongo sia il fine della Sua esistenza. Io non ambisco a tanto, devo dire. Mi accontenterei di non crearne di nuovi, di problemi.

P. S. del Ratto: finora The Rat Race ha pubblicato praticamente ogni commento che ha ricevuto, ad eccezione dello spam e di comunicazioni personali piu' adatte alla mail che a una discussione pubblica. Credo che d'ora in poi faremo eccezione anche per i commenti insultanti che non aggiungono niente al dibattito. I flames non ci preoccupano, sono perfino benvenuti: discutere ci piace — e a volte perfino accapigliarci, se c'e' un oggetto del contendere. Ma accidenti, almeno dite *perche'* non siete d'accordo, e almeno *leggete* i post prima di commentare a vanvara, come direbbe Berto.


lunedì, 1 agosto 2005
Duran Duran Tribute Album
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:08 pm

Proprio scrivendo su questo blog mi sono resa conto di quanto sia prepotente il revival dei Duran Duran o forse soprattutto degli anni '80. Infatti un po' di gente, molta piu' di quanto avrei pensato a priori, si e' interessata ad un mio precedente post su Sposero' Simon Le Bon (il film). Qualcuno coltiva una convinta forma di nostalgia per gli anni '80, che forse per attaccamento sentimentale finisce per perdere i rapporti con realistici parametri di valore. Io nostalgica nel complesso lo sono piuttosto poco, anche se, ovviamente, rimane una forma di tenerezza per il passato; comunque la mia posizione sugli anni '80 l'ho già spiegata. Comunque per scarto autoironico, anni fa ho comprato una compilation di canzoni duraniane in versione prevalentemente ska, un Duran Duran Tribute Album con cover di una serie di giovani gruppi punk rock e dintorni, che omaggiavano ironicamente i divi, credo, della loro infanzia. Ascoltando questa compilation, chi ha delle nostalgie puo' sempre coltivarle con una certa piacevolezza, perche' le versioni sono divertenti, partcolarmente, specie, secondo me, Hungry like the wolf dei Reel Big Fish e Rio dei Goldfinger. Colpisce quanto le hit dei Duran si adattino a questo stile musicale fatto di fusione tra ska, pop, rock e a volte techno.
Non credo che sia un album fatto per chi sia un vero fan di Simon Le Bon e dei due Taylor; da parte mia io non lo avrei neanche comprato se avessi immaginato che ritornavano alla ribalta con una canzone da pubblicità della Tim. Ma ormai c'è e ogni tanto ascoltandolo ripenso sorridendo a Simon Le Bon crocifisso nel video di Wild Boys o vecchie sciocchezze del genere.


venerdì, 15 luglio 2005
Ratzinger, il maghetto e il caffè Lavazza
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:51 am

Corre voce che Benedetto XVI non sia esattamente un amante di Harry Potter, o che almeno non lo fosse nel 2003, e pare difficile che abbia cambiato idea; il Pontefice non sembra un uomo propenso a farlo agevolmente. Non ho mai letto i libri di Harry Potter, ma da quello che ne so (ho visto il primo film della serie) mi pare che in effetti facciano riferimento ad un mondo sostanzialmente pagano; comunque, in assenza di espliciti contrasti con il cristianesimo e più specificamente con il cattolicesimo, non credo che, al posto della gerarchia cattolica, mi scontrerei con la grandissima popolarita' dei romanzi di J.K. Rowling. E infatti la lettera in cui Ratzinger ha espresso le sue critiche a Harry Potter non era a quanto sembra pensata per la diffusione. Per quanto riguarda un altro libro inviso alla Santa Romana Chiesa, Il Codice da Vinci, ripeto, come ho gia' detto in un altro post, che si tratta di una vera ciofeca. Non credo pero' che Dan Brown sia veramente blasfemo, per lo meno il suo romanzo, anche se astorico e pieno di bufale come probabilmente e', richiede nel lettore un minimo di interesse per fatti religiosi. In realta' se fossi un ecclesiastico sarei assai piu' irritata da certe prese di giro della religione cattolica a scopi totalmente futili (spero che cosi' sia agli occhi di un religioso) come vendere più caffe' e che certamente non inducono chi vi assiste alla riflessione su fatti relativi al culto. Ad esempio la rappresentazione del Paradiso negli spot del caffè Lavazza e' una cosa che offende pure me, che non mi considero cattolica, per la leggerezza con cui si mette in burla un tema tanto importante. E a parte il fatto che ormai i bambini penseranno che, se qualcuno muore, in Paradiso ci trova Laurenti e Bonolis, dovrebbe risultare inaccettabile un empireo in cui albergano allegramente due suicidi come Romeo e Giulietta, nonche' un mago come Merlino (se non va bene Harry Potter, perche' Merlino? Magari Angelo mi sa dare una spiegazione di che fine farebbe il mago per eccellenza in "buona dottrina"). Forse gli esponenti del clero temono il ridicolo a sfidare la Lavazza. Io personalmente non ci troverei niente da ridere. Per la verita' non mi fa ridere neanche l'idea di una censura per Harry Potter. E poi, non erano meglio i tempi di Carmencita?


giovedì, 14 luglio 2005
Gli anni '80 e il cestino
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:46 am

Su Film Tv della settimana scorsa (cioe' n. 13 di quest'anno) c'e' un articolo di Mauro Gervasini sulla moda del recupero degli anni '80, una riflessione occasionata, per quanto capisco, dai festeggiamenti indetti da Mtv per il ventennio di Breakfast Club.
L'articolo e' sostanzialmente critico nei confronti del decennio, pur salvando che so Born in the Usa di Bruce Springsteen o 1997 – Fuga da New York, e condanna aspramente fenomeni come Drive in.
In tema di Breakfast Club tra l'altro ho ricavato dal pezzo la preziosa informazione per cui il gruppo di attori lanciato dal film sarebbe stato soprannominato "Brat pack" (per analogia con il mitico Rat Pack di Sinatra e compagni protagonista tra l'altro di Ocean's Eleven prima versione) che avrebbe realizzato una trilogia con St. Elmo's Fire (su cui ho già scritto un post inserito nella categoria dei lost movies, cui mi permetto di rinviare) e Pretty in Pink.
Che dire? Premetto che l'ondata nostalgica ha a che vedere probabilmente con il raggiungimento dell'eta' pienamente adulta di membri della mia generazione, gli adolescenti degli anni'80, generazione molto propensa a crogiolarsi nelle cose del proprio passato. Nonostante tale attitudine, per questa generazione credo che siano paradossalmente oggetto di orrore gli anni'70, troppo pieni di cose che invece erano imposte da generazioni precedenti, mentre gli anni '80 sono quelli delle prime passioni a cui si e' rimasti attaccati.
Negli anni '80 c'ero anch'io e ho visto molte cose brutte (tra cui Sposero' Simon Le Bon a cui ho dedicato un altro mio post) e alcune belle. A volte per moda ho visto anche quelle brutte e me le sono fatte piacere; ero un'adolescente e quindi influenzabile dalla necessita' di non rimanere isolata. Della orrendezza di certi fenomeni ti accorgi meglio a posteriori (solo ora mi rendo conto di quanto orribilmente cotonate fossero le chiome di quei tempi!) e talora provi comunque un senso di tenerezza, perche' fanno parte del tuo passato.
Insomma, come ogni altra cosa, gli anni '80 non vanno demonizzati ne' esaltati a priori. Sono stati meno intelligenti di altre epoche, ma rileggerli con equilibrio e' senz'altro utile. Puo' darsi che con Donnie Darko, l'ormai cult movie di Robert Kelly (2001), si sia fatto un passo in questa direzione. Ad ogni modo vorrei dire a Gervasini che il brutto e il bello sono spesso irrimediabilmente legati, e cosi' Pretty in Pink non e' solo un film del Brat Pack, ma anche una canzone dei Joy Division approvati (giustamente) dal giornalista.


mercoledì, 13 luglio 2005
P-austeniano 5 – Il bello delle donne secondo Jane Austen
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:11 pm

"Eliza Bennet," said Miss Bingley, when the door was closed on her, "is one of those young ladies who seek to recommend themselves to the other sex by undervaluing their own, and with many men, I dare say, it succeeds. But, in my opinion, it is a paltry device, a very mean art".
Queste parole vengono pronunciate dal personaggio di Caroline Bingley nel capitolo 8 di Pride and Prejudice, all'esito di una discussione sulla qualita' media dell'educazione femminile e di quello che e' necessario (cioe' che lo era all'epoca) per ritenere una donna colta. Darcy e Miss Bingley hanno enumerato come indispensabili una quantita' enorme di doti e conoscenze, al che Elizabeth ha osservato che le pareva difficile che conoscessero anche solo una mezza dozzina di donne con una simile competenza. Caroline, gelosa di Elizabeth, osserva in sua assenza che appunto la sua rivale deve essere una di quelle donne che denigrano il proprio sesso per attirare l'attenzione degli uomini.
Faccio riferimento a questo passo per dire che personalmente ho l'impressione che Jane Austen, nonostante che nei suoi romanzi siano le donne a fare la parte del leone, come donna del sette-ottocento era ben al di qua dell'essere una femminista e non si aspettava dalle donne di piu' di quanto non si aspettasse dagli uomini. In altre parole non si faceva bella denigrando il suo sesso, secondo l’attitudine mal giudicata da Caroline Bingley, ma neanche lo esaltava. E all'interno del suo genere, con attitudine sostanzialmente illuminista, chiaramente le piacevano le donne dotate di una robusta razionalita' ed era assai poco attratta nei confronti delle creature romantiche e sentimentali (vedere la contrapposizione tra Marianne e Elinor in Sense and Sensibility ); bisogna comunque riconoscere pero' che forse l'eroina per cui la Austen ha piu' simpatia e' Emma dell'omonimo romanzo, il cui raziocinio e' completamente annebbiato da un eccesso di pregiudizi, che invece fuorviano solo in parte quello di Elizabeth.
Ma neanche Emma abbandona, nonostante le sue erronee valutazioni sulle persone che la circondano, il sentiero della virtuosa padronanza di se stessa. Mi spiego meglio; la Austen aveva un chiaro giudizio favorevole delle donne capaci di ragionare con la loro teste, che non si facevano appunto accecare dai pregiudizi della societa' contemporanea e quindi non valutavano gli altri secondo il prestigio sociale o i soldi che possedevano. Era pero’ anche necessario per la scrittrice inglese che le donne sapessero al contempo mantenere una ferrea rispettabilita'. La mancanza assoluta della prima capacita’ rendeva per la Austen una donna del tutto non apprezzabile intellettualmente e soprattutto moralmente – sempre che, a differenza della duttile Emma, non fosse ancora in grado di imparare altri canoni di valutazione- ma la mancanza di rispettabilita' ne faceva una sorta di paria. Qualsiasi cosa pensasse, era dovere quasi professionale della donna mantenere una reputazione integra. Per fortuna nella societa' inglese di fine '700-inizio '800 ci si poteva permettere qualcosa di piu' che nei film di Germi ambientati in Sicilia.
Si puo' capire quindi come manchino nei romanzi austeniani le eroine romantiche e appassionate, capaci di sacrificare tutto per amore; non era certo un clima da Anna Karenina. Marianne Dashwood, l’unico esempio possibile in questo senso, arriva vicino a pagare con la vita la sua sconsideratezza, dato che la malattia che quasi la uccide e' senza dubbio conseguenza dell'esagerazione nell'abbandonarsi alle emozioni, piuttosto esasperate che domate.
Che io ricordi nell'opera della Austen c'e' del resto un solo adulterio rappresentato direttamente, cioe' la relazione tra Maria Rushworth e Henry Crawford in Mansfield Park; e se le cose a Maria non vanno a finire cosi' tragicamente come a Madame Bovary, la Austen la manda in esilio in un posto isolato con la insopportabile zia, che e' una bella punizione. E negli altri romanzi l'adulterio credo non sia neanche menzionato, come se fosse una prospettiva neanche pensabile.
Capisco che il punto di vista della Austen, ricostruito cosi' (certo altri possono dare interpretazioni molto diverse) possa apparire moralistico o limitato; del resto la stessa scrittrice credo che non abbia vissuto grandi passioni nella sua vita (non si sa molto). Sono certo piu' interessanti, quando non c'e' la penna della Austen almeno, le donne piene di sentimento, che si buttano a capofitto nelle passioni del momento. D'altronde in assenza di una propensione alla rivoluzione, si puo’ capire che fosse "professionale" da parte delle donne di allora far convivere una certa indipendenza intellettuale con la rispettabilita' esterna. Oggi e' possibile certamente una liberta' infinitamente maggiore, anche perche' per le donne a differenza di quanto accadeva in quel modello di societa' il matrimonio non e' certo l'unica prospettiva di carriera immaginabile.
Pero' Jane Austen come al solito c'ha ragione, perche' le abitudini e le idee sono profondamente cambiate, ma delle donne (e anche degli uomini) che vivono con autocontrollo i propri sentimenti c'e' ancora bisogno.


lunedì, 11 luglio 2005
L'imbecille guarda il dito
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:19 pm

Spero, dicendo la mia, di sfuggire al puro chiacchiericcio che Lorenza giustamente denuncia a proposito di Londra. D'altronde se l'indecente Calderoli puo' dire le cazzate che dice restando ministro, potro' ben dirne qualcuna io che sono solo un blogger.
1. Checche' ne dicano tutti quelli che si riempiono la bocca di guerra (salvo esser pronti a darsela a gambe appena le cose cominciano a farsi serie), il terrorismo non si puo' battere sul piano militare. Ha la scelta del terreno, del tempo, delle armi, il vantaggio della sorpresa e dell'assenza di remore e di regole. Quindi — come sa chiunque abbia anche soltanto giocato una volta a Risiko in vita sua — sara' sempre in grado di colpire. Le risposte militari possibili — prevenzione e repressione sul terreno o guerra ai possibili sponsor internazionali dei terroristi — non hanno mai dato risultati adeguati. Il primo caso e' quello dell'Irlanda del Nord, o del West Bank (su cui tornero'), dove decenni di occupazione e di repressione che non guarda per il sottile non hanno mai portato a risultati definitivi: sotto pressione i gruppi armati spariscono per un po' di tempo, poi ritornano rafforzati e resi piu' popolari dalla repressione stessa. Il secondo caso e' quello dell'Afghanistan e dell'Iraq: ammesso e non concesso che si trattasse delle centrali internazionali del terrore, dopo l'invasione e l'occupazione la virulenza dei terroristi si e' se mai accresciuta.
1b. Da piu' parti si obietta a questo ragionamento che la risposta militare funzionerebbe se l'Occidente si levasse i guanti e picchiasse veramente duro. Altro che processi, altro che diritti umani ecc.: siamo in guerra, ci si comporti come in una guerra; facciamo scorrere il sangue per davvero, estirpiamo la malapianta con la forza e si vedra' se il terrorismo e' invincibile. Mi pare che il ragionamento faccia acqua da piu' parti:
a) Si direbbe che i guanti ce li siamo tolti da un bel pezzo: la guerra in Iraq ha fatto decine di migliaia di morti e ha devastato un paese; Abu Ghraib e Guantanamo sono centri di detenzione e di tortura illegali secondo qualunque standard occidentale; la pratica di rapire cittadini stranieri e consegnarli ad autorita' di paesi compiacenti perche' li "interroghino" senza andare per il sottile e' politica ufficiale degli Stati Uniti ed e' per lo meno tollerata dai governi europei (Italia in testa). Alla fine non mi pare che i risultati siano gran che.
b) Questa scelta implica il venir meno di tutti i valori che fanno dell'Occidente un luogo "diverso" nel mondo (e dal mio punto di vista il luogo migliore in cui si possa vivere), dallo stato di diritto, all'inviolabilita' della persona, al rifiuto della guerra di aggressione, ecc. In altri termini: per difendere l'Occidente stiamo demolendo le sue conquiste e i suoi valori. Se e' cosi', i terroristi hanno nell'antiterrorismo l'arma piu' efficace per la loro vittoria.
2. Come giustamente dice Blair, il terrorismo ha cause profonde e non sparira' finche' queste cause non saranno rimosse. Possiamo elaborare le migliori risposte in termini di sicurezza, possiamo portare a Guantanamo decine di migliaia anziche' decine di persone — finche' non avremo rimosso le cause, il terrorismo sara' vivo e vegeto. Non possiamo seriamente credere che un mondo economicamente tanto squilibrato, in cui il PIL pro capite, a parità di potere d'acquisto, in Italia e' di 27.500 dollari, in Israele di 20.800, in Iraq di 3.500 e nel West Bank di 800 (dati CIA, aggiornati tra il 2003 e il 2005: e di proposito non ho preso gli estremi della scala della ricchezza e della poverta'), possa essere un mondo in pace. Soprattutto visto che noi occidentali siamo in buona parte responsabili di questi squilibri e facciamo di tutto per mantenerli intatti (basti pensare a come si e' chiuso il G8 a Gleneagles: un po' di elemosina all'Africa, ma nessuna rinuncia al protezionismo agricolo che impedisce ai paesi del Sud del mondo di trovare uno sbocco ai loro prodotti). Se poi aggiungiamo l'occupazione della Palestina, la guerra in Iraq, gli attacchi all'Iran, non si capisce perche' mai dovremmo essere tanto amati da quelle parti.
Questo giustifica il terrorismo? no, certo. Ma chiediamocelo seriamente — una buona volta: queste popolazioni hanno altri modi per farci sentire la loro voce, la loro collera, la loro umiliazione? Quando parlano civilmente e sommessamente, noi li stiamo a sentire? E siamo pronti a dare risposte politiche al problema politico della disuguaglianza, oppure preferiamo dare risposte militari al problema del terrorismo? Se le bombe di Londra ci indicano la luna, noi preferiamo guardare il dito?


giovedì, 7 luglio 2005
Ma davvero?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:29 pm

Il terrorismo e' "il nemico uno della societa' in cui viviamo" come sostiene ad esempio il nostro Presidente della Camera Casini? O e' cio' che in un momento di emozione come quello che stiamo vivendo alcuni uomini politici ci vogliono far credere? Ci sono un'infinita' di cose che uccidono piu' del terrorismo e che mi fanno piu' paura o mi toccano maggiormente. Ma la paura e' facile a diffondersi ed e' proprio questo il risultato che i terroristi vogliono raggiungere. La lotta al terrorismo non puo' prevalere sulla liberta' e sulla razionalita' e trasformare le vite quotidiane di tutti noi. Altrimenti e' gia' persa in partenza.


mercoledì, 6 luglio 2005
Arrested development (Ti presento i miei)
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Serie TV — Scritto da waldorf alle 10:45 pm

Da lunedì (a mezzanotte!) e' in onda su Italia 1 con cadenza settimanale, Ti presento i miei, orrenda traduzione italiana di Arrested Development (evidentemente adottata al solo scopo di riecheggiare il titolo italiano di Meet the Parents, il film con Robert De Niro e Ben Stiller).
Arrested Development e' una comedy series (mi sembra difficile definirla una sit-comedy) della Fox, ambientata nella mitica Orange County (O.C.!) in California e iniziata nel 2003, che vede tra i suoi produttori esecutivi nientemeno che Ron Howard (pure voce narrante), che, come noto, non e' solo il Richie Cunningham di Happy Days (che non e' poco), ma anche il regista di un sacco di film anche di notevole successo. Come serie dedicata ad una famiglia, e' parecchio atipica (almeno prima della comparsa nel 2001 di Six Feet Under, che ha toni molto diversi). Nella famiglia Bluth, che non somiglia molto alla famiglia Cunningham,al centro della serie, infatti non c'e' davvero molto di positivo, e nessun membro veramente sano di mente ad eccezione forse del protagonista Michael (Jason Bateman, abbastanza giovane ma in pista fin da Quella casa nella prateria). Michael, che gia' svolgeva un ruolo essenziale nella impresa edile di famiglia, deve adoprarsi per salvare tutti dopo l'arresto del padre George in seguito a distrazioni operate sui fondi della societa'. E non si trattera' di cosa facile, anche perché manca la collaborazione da parte della famiglia Bluth, a partire dal padre. Per quanto riguarda gli altri la madre e' un'egocentrica che pensa di poter continuare a comportarsi come se nulla fosse, la sorella Lindsay vagheggia la vita lussuosa di un tempo e le strampalate forme di beneficenza a cui era dedita, il fratello maggiore G.O.B. e' dedito a perseguire la carriera di prestigiatore, e quello minore, Buster, e' piu' o meno un minorato mentale, il cognato Tobias Funke, dopo aver smesso di fare il dottore per problemi disciplinari, si e' messo in testa di fare l'attore. C'e' poi George Michael, figlio quattordicenne di Michael, un buon ragazzo, che pero' coltiva una storia paraincestuosa con la cugina Maeby, figlia di Lindsay; Maeby cerca di traviare GeorgeMichael per contestare una madre troppo distratta per accorgersi di essere contestata.
Negli USA Arrested Development , di cui sono gia' state realizzate due serie, e' un successo di critica ed ha vinto ben 5 Emmys. tra cui quello per la best comedy series; vanta inoltre un sacco di guest stars prestigiose, come Liza Minnelli e Henry Winkler.
Personalmente non riesco ancora ad orientarmi; mi colpisce dal punto di vista visivo la qualita' cinematografica della serie, con tanto di split screen, e una certa vicinanza stilistica e tematica a I Tenenbaum, come da molti segnalato. Mi colpisce l'estetica del finto improvvisato e della fittizia presa diretta con le inquadrature a volte un po' traballanti, che certo e' una particolare ed estrema forma di raffinatezza.
Nel complesso c'e' un che di stralunato e bizzarro nella serie, perfino in modo eccessivo; e' come se la stramberia dei suoi protagonisti fosse un po' gratuita e comportasse una certa farraginosita' del meccanismo narrativo. Cosi' io personalmente non sono particolarmente interessata a cio' che accade ai membri della famiglia Bluth, anche perche' nessuno di loro mi piace un granche'; la pazzia degli insani non mi attrae e Michael e' troppo vitttima degli altri per riuscire a solidarizzare con lui. Nel complesso faccio fatica a raggiungere quel grado di empatia con i personaggi e il loro mondo che caratterizza il rapporto con le serie che ti piacciono davvero. Tra l'altro mi sembra una commedia senza buone battute, il che e' particolarmente grave (per quresto dicevo che mi sembra difficile parlare di sit-com).
Segnalo comunque il ritorno di Portia De Rossi (a quanto sembra nella vita attuale fidanzata di Ellen Degeneres) nel ruolo di Lindsay dopo la fine di Ally McBeal.


martedì, 5 luglio 2005
Guarda a chi mi tocca dare ragione (e non intendo al Comune di Viareggio!)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:06 am

Non ho guardato La Fattoria, ma una certa quantita' di informazioni su quello che vi succedeva mi e' arrivata tramite le trasmissioni della Gialappa's (per la verita' l'eccessiva presenza dei reality nella loro produzione ultimamente me ne ha allontanato). Ho cosi' contratto una superficiale simpatia per quello che e' stato il vincitore dell'ultima edizione, Raffaello Tonon, proprio perche' ostentava determinate cose (la milanesita' o la scarsa voglia di lavorare) che senza la sua autoironia sono difficilmente sopportabili (e lo sarebbero comunque se ci si dovesse venire a contatto realmente), mentre il suo modo di essere personaggio lo poneva parecchio sopra lo standard dei reality. La mia simpatia e' aumentata di molto quando mi e' caduto l'occhio sul solito Oggi (in questo caso il n. 26 del 29/6/2005) in cui il giovanotto afferma "non vado mai al mare, odio spogliarmi e detesto mostrare le mie nudita' a chicchessia". E cosi' Tonon dice che al massimo va in piscina, ma con la camicia addosso, perche' non trova di buon gusto esibire il suo torace poco tonico o le maniglie dell'amore.
Non posso essere piu' d'accordo sul fatto che, quando sarebbe meglio coprirla, tanta "pelle al vento", come dice Tonon, sia fastidiosa. E trovo una sorta di corrispondenza rispetto a quello che dicevo qualche giorno fa sull'abbronzatura. Anch'io detesto andare al mare e ho un pessimo rapporto con l'idea del costume; non trovo cosi' ovvio che si mostrino con disinvoltura le proprie membra (normalmente non ci si fa vedere in reggiseno o in mutande, no?). Mi dispiace solo dover ricorrere ad un personaggio da reality per trovare qualcuno che, in questo paese dove tutti vanno "aimmare", la pensa come me… peccato che il pudore sia concepito solo come residuo moralista e non anche come criterio estetico.
Pero' prima che qualcuno me lo faccia giustamente notare, preciso che sono consapevole del fatto che per nuotare e fare il bagno ci si deve togliere la camicia.

Pare che a Viareggio abbiano istituito una multa per chi va in passeggiata in costume, senza neanche indossare shorts e maglietta o cose del genere. Il principio mi piace, ma ho qualche perplessita' a livello pratico all'idea dei vigili che applicano la sanzione. Vorrei vederlo.

P. S. Questo post e' stato copiaincollato da Libero Blog. Con un altro titolo. Con una foto che non c'entra niente. Mah. (theratrace)

Di nuovo Waldorf: Preciso peraltro che non sostengo l'applicazione delle multe. Ognuno si regola come puo' e come vuole, non si puo' imporre un abbigliamento a nessuno. Io ho espresso una preferenza personale, certo ognuno fa quello che vuole. Trovo abbastanza buffa l'idea di imporre la decenza a suon di multe e il "vorrei vederlo" del mio post significa che mi piacerebbe assistere allo spettacolo divertente del vigile che prende le generalita' di una bella fanciulla in bikini. E' fastidioso essere fraintesa, anche se e' colpa mia.


domenica, 3 luglio 2005
Solo cio' che e' cattolico e' umano?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:57 pm

Secondo Francesco Valiante, editorialista de L'Osservatore Romano (dato che non trovo online l'articolo, lo riprendo da Gaynews, che mutua a sua volta da Associated Press), la legge spagnola che consente il matrimonio indipendentemente dal genere (e basta con 'sta storia del matrimonio gay!) e' "un'avvilente sconfitta dell'umanita'"; il nostro aggiunge anche che "ogni tentativo di stravolgere il progetto di Dio sulla famiglia e' anche un tentativo di sfigurare il volto piu' autentico dell'umanita'".
E' perfino troppo facile polemizzare con affermazioni simili: parlare di sconfitta dell'umanita' di fronte a un gran numero di uomini e di donne, con i loro valori, i loro affetti e le loro vite, equivale a dire che questi uomini e queste donne non sono veramente umani. E non possiamo dimenticare che in altri tempi e in altre circostanze questo modo di pensare ha portato ad Auschwitz — al triangolo rosa oltre che alla stella gialla.
Ma anche a non voler scendere sul piano della polemica, il tenore dell'articolo e' illuminante, perche' chiarisce il nodo dello scontro che in queste settimane (in Italia, in Spagna e altrove) la Chiesa cattolica ha ingaggiato con maggiore o minore successo. Il fatto e' che per la Chiesa soltanto cio' che e' conforme al disegno divino come interpretato alla luce della fede cattolica puo' essere considerato umano. Ogni deviazione e' aberrazione che non dovrebbe esistere. Si badi bene: sul piano teologico e' una posizione legittima e in larga misura obbligata, che deriva dallo stesso carattere universalistico del cattolicesimo. Proprio perche' e' rivolto all'umanita' intera, il cattolicesimo si propone come unico interprete di cio' che e' buono per l'umanita'. Non sorprende quindi la pretesa di dettare regole universali, anche per chi non si riconosce nella fede cattolica.
E' interessante notare la differenza profonda rispetto all'ebraismo che invece una religione universalistica non e': l'osservanza della Torah e di tutti i 613 precetti e' compito imposto al solo popolo ebraico; tutti gli altri, per essere considerati giusti alla stessa stregua degli ebrei osservanti, devono rispettare soltanto le cosiddette "Leggi di Noe'", una sorta di diritto naturale minimale che lascia spazio alla differenza delle scelte, delle leggi e delle etiche. Certo, anche in questo caso si tratta di un diritto fondato religiosamente — e di un diritto legato a concezioni arcaiche della societa' (con la conseguente condanna, fra le altre cose, delle unioni omosessuali): ma non e' questo il punto che avevo a cuore. Il punto e' che l'ebraismo non pretende di imporre se stesso e i propri valori a chi ebreo non e'* — mentre il cattolicesimo non puo' non farlo. Non so dove porti questa riflessione, ma a me personalmente pare uno spunto da approfondire.

* Il che pone in modo ancor piu' brutale il problema del fondamentalismo ebraico e della sua pretesa di imporre regole e scelte anche alla societa' laica: a dimostrazione che i fondamentalismi, alla fine, si somigliano tutti — e che travalicano perfino i dettami della fede a cui pretendono di aderire.


mercoledì, 29 giugno 2005
Jane Austen Book Club
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:43 pm

Gia' dal titolo si puo' capire che io questo libro (edito in Italia da Neri Pozza Editore, Vicenza), di cui e' autrice Karen Jay Fowler, lo dovevo comprare e leggere, in virtu' della mia smoderata passione per Jane Austen, evidenziata da alcuni post a mia firma ultimamente presenti in questo blog. Per la verita' cio' non basterebbe, dato che quella stessa passione mi rende spesso scettica su tutto quello che proclama di essere ispirato a o di derivare dall'opera della Austen. Ma poi la lettura della trama e soprattutto la citazione della frase (pare tratta da Kipling) "non c'e' niente di meglio di Jane quando sei nei pasticci", che rispecchia con assoluta fedelta' il mio pensiero, mi hanno convinto all'acquisto del libro. Mi e' sembrata fulminante anche la prima frase del libro: "ciascuno di noi ha la sua Austen privata".
Il romanzo e' la storia di un gruppo di cinque donne e un solo uomo che fondano un "Jane Austen Book Club" per ritrovarsi e discutere dei romanzi della scrittrice. L'iniziativa di costituire il gruppo e' di Jocelyn, una single di mezz'eta' con la mania del controllo che vuole consolare e distrarre Sylvia, la sua migliore amica, appena lasciata dal marito dopo trentadue anni di matrimonio. Si uniscono al gruppo Allegra, la figlia lesbica di Sylvia, Bernadette, una stramba settantenne dai molti mariti, Prudie, una ventottenne professoressa di francese piena di dubbi e che non e' mai stata in Francia, e infine Grigg, l'unico uomo, appassionato per la verita' di fantascienza, ma attratto da Jocelyn.
Il libro poi intreccia alle storie dei membri del gruppo le discussioni e le riflessioni sui romanzi di Jane.
La struttura e' caratterizzata dal fatto che l'attenzione si sposta da un personaggio all'altro, seguendo quello che deve "ospitare" la riunione relativa all'uno o all'altro romanzo (ad esempio Jocelyn-Emma, Mansfield Park-Prudie ecc.). Ma questa e' solo una tendenza, anche perche' non e' chiaro assolutamente chi sia l'io narrante, dato che in genere viene adottata la terza persona, con l'eccezione della parte dedicata a Bernadette (e' lei che racconta?).
Certamente Jane Austen Book Club e' un romanzo che ha delle ambizioni, basta soltanto il fatto che l'autrice abbia cercato il confronto anche solo indiretto con una delle scrittrici piu' amate e conosciute della letteratura inglese. Non so pero', e qui certamente incide il mio personale pregiudizio se queste ambizioni siano state coronate da successo. Ho l'impressione di una certa disorganicita', come se l' "austenianita' " non fosse riuscita a permeare il libro e ci fosse uno iato tra riflessioni austeniane, non sempre folgoranti, e le vicende personali dei membri del gruppo. Peraltro le storie non sono molto originali e si concludono in modo prevedibile.
Ad ogni modo si deve riconoscere alla Fowler il pregio di una buona scrittura e di una serie di grandi idee, come quella appunto di legare la ricostruzione delle psicologie al rapporto con la Austen, o quella di una sorta di "sors" austeniana nel finale del libro.
Dal mio punto di vista, e' anche altamente apprezzabile che ci siano un sacco di richiami alla cultura televisiva, come ad esempio a Ralph Supermaxieroe (The Greatest American Hero) (qualcuno si ricorda questa serie?).
Insomma, vale la pena quanto meno di leggerlo questo romanzo, se come me pensate che niente e' meglio di Jane per cavarsi dai pasticci. Qualche buono spunto di riflessione lo troverete.


lunedì, 27 giugno 2005
Le intemperanze di Tom lo scientologo
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:29 pm

Ho sempre detestato Tom Cruise, non capendo neanche come si faccia a trovarlo bello. Non mi sono mai piaciuti i suoi personaggi ed e' veramente troppo basso. La sua faccia mi e' sempre sembrata irradiare una furba sicurezza in se stesso del tutto aliena a cio' che trovo attraente in un essere umano. Le sue storie con le donne mi sono sempre apparse sospette, come se collezionare bellezze con cui le cose finivano puntualmente male fosse indice di qualcosa che andava nascosto. Pero' ammetto che l'unica prova conclusiva a suo carico era l'adesione a Scientology, fino a tempi recenti non cosi' pubblicizzata. Ora pare che il nostro sia impazzito in seguito ad un cambio di responsabile delle pubbliche relazioni con il passaggio alla sorella Leanne Devette, fanatica adepta di Scientology pure lei, che avrebbe convinto Cruise a lasciarsi andare ad esprimere le sue vere idee e convinzioni. Cosi' ora Top Gun va ostentando la fede in Scientology, nonche' in modo ossessivo e imbarazzante per gli altri il grande amore per la divetta Katie Holmes (lo ha letterlamente urlato in diretta tv da Oprah Winfrey) e di passaggio se la prende con Brooke Shields, che ha curato una depressione post partum con il ritalin. Se questo e' il vero Cruise, ho avuto un buon fiuto a detestarlo, anche perche' ne ha fatte e dette altre che non staro' a riportare. Dicono che sia fuori di testa, ma magari e' sempre stato cosi' e non ce l'hanno detto prima, altrimenti non faceva carriera.
Ora, su Katie Holmes, star di Dawson's Creek, non avevo proprio un'opinione; quando l'ho vista con Cruise ho cominciato a pensar male, ritenendo che fosse un amore pubblicitario (pare che siamo in tanti a pensarla cosi'). Ora non so che pensare; forse e' piu' grave se le piace davvero. Ma pare che in America qualcuno pensi che Katie e' stata come plagiata e inneggia alla sua liberazione, con tanto di sito freekatie.net. Bah.


giovedì, 23 giugno 2005
Non ha torto
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:20 pm

Dopo la vicenda delle dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio sul corteggiamento operato nei confronti della Presidente finlandese e sulle sue difficolta' con la renna affumicata e' difficile dare torto a Lietta Tornabuoni sulla necessita' di non pubblicare tutte le scemate dette dai governanti (io amplificherei ai politici in generale). Forse le cose andrebbero meglio se la stampa e le televisioni italiane operassero una sorta di filtro sulle balle dei nostri politici pubblicabili; per la verita' lo penso da anni. Magari ministri e parlamentari vari smetterebbero persino di dirle se in un certo senso togliessimo loro il sonoro; oppure chissa', sarebbero grati a chi impedisse loro di confrontarsi di giorno con le sciocchezze dette di sera o viceversa (devo ammettere che questa e' un'ipotesi improbabile). Suppongo comunque che gli organi di informazione non possano che essere adeguati ai politici che abbiamo.


mercoledì, 22 giugno 2005
P-austeniano 4 – Il matrimonio e il romanticismo
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 4:12 pm

Un po' di mesi fa ho pubblicato un post in cui partendo dal recente film di Ken Loach, Un bacio appassionato, cercavo di riflettere sul significato del matrimonio e del suo ruolo nella ricerca della felicita'. Loach nel suo film rappresentava la situazione di una famiglia pakistana residente a Glasgow alle prese con un forte scontro sociale e culturale tra genitori e figli. I primi vengono ritratti come pienamente inseriti nella logica del matrimonio combinato, che consente la perpetuazione di un certo gruppo sociale e la conservazione dei suoi valori; i secondi subiscono l'influenza della nostra cultura e tendono alla ricerca della felicita' e dell'amore, rischiando la sofferenza e appunto l'espulsione dal gruppo sociale o comunque la marginalita'.
In alcuni casi del resto la cultura del matrimonio combinato, accompagnata alla negazione dei diritti delle donne e alla diffusione della violenza su di loro, porta a tragiche conseguenze , arrivandosi alla uccisione di donne che si sono rese colpevoli di un qualunque comportamento deviante.
Tutto cio' palesemente non c'entra con Jane Austen. Pero' mi serve per ribadire la mia convinzione, forse discutibile, che il matrimonio "antropologicamente" abbia ben poco e che fare con l'amore, per lo meno nel senso di essere frutto di un rapporto amoroso, che magari puo' nascere in conseguenza al matrimonio. Il matrimonio e' stato quasi sempre nella storia teso ad altre finalità e l'amore veniva ricercato in diversi modi. Il matrimonio d'amore e' un portato relativamente recente della cultura romantica.
Cio' che trovo meraviglioso nei romanzi della Austen e' il fatto di essere a cavallo tra due logiche, cioe' appunto quella del matrimonio come coronamento di una storia di amore e quella del matrimonio come assetto di rapporti economici e sociali. In tutti i suoi romanzi le persone sono descritte con indicazione precisissima del loro "valore", in termine di capitale e di rendita, e le possibilita' delle giovani coppie che aspirano al matrimonio sono analizzate minuziosamente, in termini per esempio di numero di stanze della loro futura casa e di possibilita' di andare a giro in carrozza propria.
In certi casi il matrimonio e' palesemente solo una sistemazione (vedere la Charlotte di Pride and Prejudice che sposa l'insopportabile Collins), al contrario a volte una passione interviene per scardinare progetti matrimoniali "perfetti" dal punto di vista della convenienza (vedere Darcy nello stesso romanzo che sposa Elizabeth Bennet, di modeste risorse, nonostante i piani della zia Lady Catherine di accasarlo con la cugina piena di soldi). Spesso la prospettiva e' però molto ambigua.
Mi riferisco in particolare a Persuasione, in cui Anne Elliot riesce a sposare il capitano Wentworth, l'amore della sua vita dopo una separazione durata otto anni e mezzo. Anne era gia' stata fidanzata con il capitano a 19 anni, ma aveva rotto il fidanzamento un po' per la persuasione operata dall'amica Lady Russell in virtu' dell'inadeguatezza del partito, un po' per non essere di peso all'amato che era salpato per fare la sua fortuna nella Marina inglese (erano i tempi di Nelson, per capirci). Anne e' figlia di un baronetto scapato e molto compreso del suo rango, il che almeno di partenza le dava qualche diritto di pretendere uno con i soldi. Poi gli anni passano, Anne continua ad amare Wentworth e capisce di aver fatto uno sbaglio, rifiuta un partito migliore, Charles Musgrove, che si prende la sorella minore; nel frattempo gli affari di famiglia vanno a rotoli. Dopo tanti anni Wentworth (con un capitale di 25mila sterline accumulato in marina) riappare nella vita di Anne, che non spera piu' di poterlo recuperare; del resto a questo punto Wentworth e' un marito assai desiderabile per molte. Ma lui invece la ama ancora e dopo una mezza storia con un'altra, le chiede di sposarlo.
Da un certo punto di vista la storia di una passione cosi' costante e' molto romantica. Dall'altro il fatto che bene o male lui sia stato rifiutato (anche se in seguito ad un'opera di persuasione) da giovane perche' "non abbastanza" e accettato ad anni di distanza con un bel capitale (mentre la famiglia di Anne ha perso soldi e prestigio) sembra indice di un certo peso delle cose materiali. E' particolarmente significativo che Anne dica a Wentworth, quando lui glielo chiede, che lo avrebbe sposato se due anni dopo la loro rottura (quando lui aveva qualche migliaio di sterline in piu') fosse tornato da lei.
Altro esempio di matrimonio "ambiguo" e' quello di Emma, che dopo un sacco di errori di prospettiva sposa il cognato Mr. Knightey. Lui l'ha sempre amata, ma ha circa 15 anni piu' di lei ed e' destinato a farle da padre, visto che il suo e' alquanto vacuo. E' una scelta romantica quella di Emma o di tutta sicurezza visto che Mr. Knightley e' sempre stato la colonna della sua vita e appare in tutto degno delle sue pretese da un punto di vista sociale?
Elizabeth poi sposa Darcy solo per amore o anche per stima o la vista della sua splendida tenuta ha avuto un ruolo determinante nella scelta?
Insomma Jane Austen sembra divertirsi, con una punta di cinismo, a costruire nei suoi romanzi delle storie che cambiano del tutto significato rispetto a seconda del punto di vista. Il che puo' valere anche per la realta' odierna; pensate ad Anna Falchi che vanta il fatto di sposare il nuovo ricco Ricucci in comunione dei beni, dicendo che non riesce a concepire un matrimonio dove si stabilisca cosa e' dell'uno e cosa dell'altro. Sara' molto nobile, ma guarda caso quello con i soldi e' lui. Cosi' i contratti prematrimoniali possono essere visti come espressione di mancanza di fiducia e scarso romanticismo da parte del piu' ricco, ma anche di buona fede e (limitato) disinteresse da parte del meno fornito di pecunia.
Per come la vedo io, non si puo' dare torto a Jane Austen. Nessun matrimonio, temo, puo' prescindere da realta' molto materiali come le possibilita' economiche e le differenze sociali.


mercoledì, 22 giugno 2005
Teo-con anche in Italia?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:40 am

A quanto pare Pera e Ruini, forti del supposto successo del referendum, sono partiti insieme per una sorta di crociata in vista delle elezioni. Il referendum sembra essere stata una sorta di prova in vista del lancio in piena regola di una sorta di versione italiana del modello teo-con in cui politica e religione sono fortemente intrecciate. Forse hanno ragione; gli italiani magari risponderanno a questo richiamo all'ordine e alle prossime elezioni premieranno i politici che, magari con un passato di "miscredenza" o comunque di indifferenza o addirittura di ateismo, dichiarerannodi porre i valori cattolici al centro della propria azione. O forse no. Difficilmente Pera e Ruini possono contare sugli ambigui risultati del referendum per dirlo. E molti degli italiani che non sono andati a votare sono gli stessi che non vanno a messa la domenica e preferiscono stare in coda sulle autostrade per andare al mare, che formano coppie di fatto, che divorziano, che ricorrono all'aborto; quelli stessi che Ilvo Diamanti chiama i teo-non. Io non lo so se questi italiani possono essere convinti da una politica cosi' pesantemente condizionata dalla religione. Ma non credo che lo sappiano neanche Pera e Ruini. Forse ci stanno solo a prova'. Dall'esito del loro tentativo dipende probabilmente molto di come sara' l'Italia futura.
P.S.: il post l'ho scritto e pubblicato senza aver letto prima quello del ratto sullo stesso argomento… mi ha battuto sul tempo.


lunedì, 20 giugno 2005
Giapponesi?
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:26 am

Su Repubblica cartacea di oggi (p. 9) Filippo Ceccarelli fa della facile ironia sui dissenzienti della Margherita che — non convinti dalla svolta nei rapporti tra Prodi e Rutelli — continuano a mostrare disagio e a non escludere la loro uscita dal partito. Costoro sarebbero, con immagine ricorrente ed abusata, paragonabili a quei soldati giapponesi che, ignari della fine della seconda guerra mondiale, continuarono a combattere nella giungla delle Filippine fino agli anni '70.
Non mi piace la polemica per la polemica, e credo che quella di oggi sia particolarmente stupida. O particolarmente qualunquista, nel senso che riduce una questione politica vera a una rissa tra capicorrente. Mi spiego. Ho gia' chiarito piu' volte che considero lo scontro tra Prodi e Rutelli quello tra due concezioni, ugualmente legittime, ma non conciliabili, del centrosinistra e della sua natura politica. Ora quello scontro si e' chiuso (almeno per questa fase) con la vittoria di Rutelli e con la trasformazione sempre piu' evidente del centrosinistra in una coalizione tra forze che mantengono la propria diversita', che la sottolineano come elemento identitario — e che si accordano su un programma e su una squadra di governo comuni, magari scelti attraverso il meccanismo delle primarie (su cui per altro mi pare che la Margherita gia' stia frenando, prima ancora che si sia spenta l'eco dell'accordo raggiunto). Altre prospettive non sono all'ordine del giorno.
La conseguenza ovvia e' che i partiti esistenti si stanno riposizionando: la Margherita ad occupare il centro moderato, con una forte impronta cattolica e con la vocazione di pescare consenso moderato in libera uscita dalla destra; i DS a presidiare l'area elettorale fedele all'idea dell'Ulivo unitario, orfana di una casa politica — e in generale le componenti laiche e socialdemocratiche, in un certo senso il mainstream dello schieramento; Rifondazione, Comunisti e Verdi a contendersi l'area radicale della sinistra*. In un mondo un po' piu' lineare di questo i tre gruppi presenterebbero ciascuno un candidato alle primarie e si conterebbero. Sappiamo gia' che non andra' cosi'.
Personalmente, ho gia' detto che non credo che si senta il bisogno di un altro partitino — e spero che la scissione della Margherita — se e quando avverra' — non abbia questo esito. Oggi un partito ulivista rischia di essere una contraddizione e un elemento di instabilita' di cui possiamo fare a meno. Tuttavia, proprio perche' i partiti rafforzano e ridefiniscono identita' e posizionamenti, credo che sia inevitabile che le persone ne traggano le ovvie conseguenze, lasciando in alcuni casi le loro vecchie collocazioni e scegliendone di nuove. Non ci vedo nessuna rigidita' da giapponesi nella giungla, al contrario, il semplice riconoscimento che sono cambiate alcune condizioni della politica italiana e che c'e' bisogno di adattare la propria attivita' alle nuove condizioni. Chi non si sente cattolico e moderato, chi non crede che ci sia bisogno nel centrosinistra di un partito con una forte impronta cattolica e moderata — evidentemente in Margherita non ha piu' motivo di restare. Da giapponesi, questo si', sarebbe restare a fare una resistenza inutile e isolata per continuare a rivendicare la natura "ulivista" di un partito che ha scelto a larghissima maggioranza di andare in una direzione diversa (se il suo elettorato lo seguira', e' tutt'altra questione).
Ah, dimenticavo: io non votero' un astensionista alle prossime politiche.

* I partitini minori, da Di Pietro ai Socialisti a Mastella — per ora non mi interessano, in questo discorso: tanto della loro identita' separata sono sempre stati difensori strenui — e in questo non sono cambiati per niente.


giovedì, 16 giugno 2005
A catena
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:49 pm

Riceviamo il testimone da Resto del mondo.

Libri della mia biblioteca.
Ratrace: tanti, stratificati (fisicamente) e mai piu' riordinati dal trasloco di piu' di tre anni fa. Prima erano grosso modo divisi in categorie (classici latini e greci, altra letteratura, saggi, scolastica) e in vago ordine alfabetico. Ora sono semplicemente incasinati e sparsi (spersi) dappertutto. Highlights: tanta letteratura greca antica (che in fondo sarebbe stata il mio mestiere), narrativa e poesia (soprattutto medievale e novecentesca) in maniera del tutto disorganica, per passioni e affetti di lunga e breve durata. Saggistica soprattutto di recente, da quando ho smesso di leggere letteratura: politica, reti, storia, un po' di filosofia sed pudenter et raro (quasi nulla di scienze: sono analfabeta!). Ovviamente ebraismo e dintorni in abbondanza. Un po' di teologia cristiana, residuata da un'altra vita.
Waldorf: vergognosamente pochi libri, per tanti anni ho attinto alla biblioteca dei miei genitori. Tutto quello che ho e' comunque tristemente sparso in tre case, e sono tanti libri di cinema (il mio preferito e' Billy Wilder di Helmut Karasek), diversi romanzi, un po' di libri di diritto, un sacco di guide Michelin delle regioni francesi (comprate con il ratto). Decisamente non sono una collezionista di libri, e sono dedita soprattutto al parassitaggio (tanti ne ho letti in biblioteca). Da poco ho preso a comprare un po' di libri recenti, mentre in genere preferisco i classici. Prima o poi devo decidermi a diventare più organica.
L'ultimo libro che ho comprato.
Ratrace: mi sa che ho perso il conto, pero' direi Tom Standage, Una storia del mondo in sei bicchieri, Codice, Torino 2005 (o che altro?).
Waldorf: credo Sense and sensibility in versione originale.
Il libro che sto leggendo ora.
Ratrace: sono compulsivo, frammentario, lento e distratto. Quindi in contemporanea: Ragione e Sentimento della Austen (su sollecitazione di Waldorf), Le storie dei Chassidim di Martin Buber, L'Occidente diviso di Jurgen Habermas (arenato alle ultime pagine), la suddetta Storia del mondo in sei bicchieri, One Thousand New York Buildings di Bill Harris e Jorg Brockmann (livre de chevet).
Waldorf: un thriller comprato più o meno a caso e intitolato Colpo secco di Lee Child.
Tre libri che consiglio.
Ratrace: solo tre? Ben tre? sono troppo pochi o troppi. Se proprio devo direi Le livre des questions di Edmond Jabes, l'Odissea e la Commedia [e il Libro di Giobbe (non Covatta)]. E quelli che ho lasciato fuori lista stanno gia' protestando.
Waldorf: L'eta' dell'innocenza di Edith Warton, Alla buon'ora Jeeves (Right ho, Jeeves) di P.G. Wodehouse, I tre moschettieri di A. Dumas
Cinque blogger a cui passo il testimone (perche', c'e' ancora qualcuno che non lo ha ricevuto?). Floria, perche' lei si' che parla bene di libri. Megalomaria, perche' sono curioso di vedere come le nostre letture sono andate divergendo nel tempo. Leonardo, che cosi' ci racconta le novita' editoriali del 2025. Alessio, se i suoi neuroni tornano in tempo dalla settimana corta. Il Contadino, perche' sicuramente i suoi libri sono un mondo diverso dal mio.
Waldorf: non aggiungo nessuno alla lista.
Chi vorrei essere se dovessi rinascere.
Ratrace: Otello, il mio vecchio gatto, che se ne e' andato nei primi giorni di vita di The Rat Race (il che tra l'altro assicura che il posto e' libero…).
Waldorf: Frank Capra.


mercoledì, 15 giugno 2005
Calderoli e il gatto sull'Aurelia
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:34 pm

Pare che il ministro Calderoli abbia detto (lo riporta l'edizione cartacea di Repubblica) usando un'espressione da lui definita toscana, che il partito unico del centrodestra durera' "quanto un gatto sull'Aurelia". Devo dire che l'uscita e' sicuramente buffa, anche se in modo trucido, ma ho due domande. Com'è che Calderoli conosce e si degna di usare quale leghista un'espressione asseritamente toscana? E poi: qualche toscano la conosce quest'espressione? Lo stampo e' effettivamente piuttosto toscano, ma da toscana dell'entroterra e quindi poco pratica di Aurelia non l'ho mai sentita (nonostante una permanenza abbastanza lunga a Pisa e tante vacanze trascorse in Maremma). Ad ogni modo complimenti al ministro per la particolare incisivita' dimostrata nell'analisi politica della situazione del progetto varato dall'on. Berlusconi.


lunedì, 13 giugno 2005
P-austeniano 3 – Ma non bastava il libro?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 6:03 pm

Su rete4 stanno trasmettendo la versione cinematografica del 1940 di Pride and Prejudice con Greer Garson (Elizabeth), Laurence Olivier (Darcy), Maureen O'Sullivan (Jane). Per quanto mi riguarda, nonostante che qualche dialogo in qua e la' sia stato lasciato invariato, niente di piu' sbagliato nei toni e nella gran parte delle battute; anche l'interpretazione di Olivier e' affettata e eccessivamente leziosa. Il personaggio di Lady Catherine de Bourgh e' completamente travisato. L'ideale per capire la grandezza della Austen, dalla mancanza della sua finezza.

Non credo che le altre versioni siano meglio (mi sono rifiutata di vederle), da quella in chiave Bollywood, a quella televisiva con Colin Firth che fa il Darcy sexy che emerge dalle acque con la camicia bianca bagnata (ne ho notizia dal secondo libro di Bridget Jones) a quella giovanilistica americana. Chissa' come sara' quella in preparazione con Keira Knightley e Brenda Blethyn. Tutto sommato sarebbe meglio che non cercassero di saccheggiare cosi' tanto quel povero libro, pur di campare di rendita alle spalle del suo fascino.


lunedì, 13 giugno 2005
La porti un sassolino a Pontida
Nelle categorie: Paradossi, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:44 am

Segnalo per opportuno approfondimento culturale un articolo uscito su La Padania on line, che sviscera il tema della vicinanza ideale tra Santiago di Compostela e Pontida, quali luoghi di riferimento della civilta' occidentale, lasciando ai lettori ogni possibile valutazione. Ci chiediamo solo quando inizieranno i pellegrinaggi a piedi e quando potremo assistere alla formazione del cammino di Pontida…


domenica, 12 giugno 2005
P-austeniano 2 – L'impudenza dell'uomo impudente
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 12:16 pm

Premetto che mi rendo conto che questo post e' un pippone domenicale tipo Scalfari (si parva licet..), ma il tema mi preme e richiede di dilungarsi un attimo. Chiedo scusa, ma ho le mie ragioni; ovviamente voi potete non leggermi.

C'e' un passo di Pride and Prejudice , Orgoglio e pregiudizio, che spesso mi e' tornato in mente in questi ultimi mesi. Rammentavo per la verita' una frase del tipo "non ci sono limiti all'impudenza di un uomo impudente", e rileggendo il romanzo ho verificato che in effetti non c'era una massima formulata in questi termini. Il passo in oggetto e' nel capitolo 9 del III volume; riassumendo brevemente il contesto, si tratta del momento in cui la protagonista Elizabeth Bennet deve ricevere con il resto della famiglia, tra cui la preferita sorella Jane, Lydia, un'altra sorella, e il suo seduttore Wickam, gia' in passato corteggiatore di Elizabeth, freschi di matrimonio. Wickam aveva guadagnato una notevole popolarita' presso la famiglia Bennet sfoggiando belle maniere e un aspetto piacente quando come militare era stato acquarteriato nei pressi della loro casa; in seguito Elizabeth aveva scoperto che si trattava di un mascalzone che aveva raccontato a tutti un sacco di bugie e si era reso colpevole di un tentativo di seduzione ai danni di un altra fanciulla, la sorella dell'eroe del romanzo, Darcy, nonostante il loro padre fosse stato un grande benefattore di Wickam medesimo. Il delinquente poi era scappato con Lydia, che comunque e' una ragazza abbastanza stupida, e ha acconsentito a sposarla solo dietro lauto compenso. I due si presentano a casa Bennet tutti allegri, come se il loro matrimonio fosse del tutto "comme il faut".
Così quindi scrive la Austen:
"Wickham was not at all more distressed than herself, but his manners were always so pleasing, that had his character and his marriage been exactly what they ought, his smiles and his easy address, while he claimed their relationship, would have delighted them all. Elizabeth had not before believed him quite equal to such assurance; but she sat down, resolving within herself to draw no limits in future to the impudence of an impudent man. She blushed, and Jane blushed; but the cheeks of the two who caused their confusion suffered no variation of colour."

In uno scatto di presunzione, traduco io alla buona e secondo il mio gusto: "Wickam non era certo piu' avvilito di lei, ma i suoi modi erano sempre cosi' piacevoli che, se il suo carattere e il suo matrimonio fossero stati come dovevano essere, i sorrisi e le parole disinvolte con cui rivendicava la recente parentela avrebbero deliziato tutti. Elizabeth non l'avrebbe mai creduto capace di tanto ardire; ma si sedette e dentro di se' decise che in futuro non avrebbe piu' tracciato dei limiti all'impudenza di un uomo impudente. Lei arrossì e Jane arrossì; ma le guance dei due responsabili del loro imbarazzo non accusarono alcuna variazione di colore. "

Il punto che mi interessa e' la genialita' con cui Jane Austen butta li', senza appunto neanche precoccuparsi di cavarne una massima compiuta, il concetto per cui chi e' veramente impudente tende sempre a sorprendere e a superare i limiti che le persone "normali" dentro di se' pongono alla sfacciataggine. Se la Austen scriveva cosi' piu' di due secoli fa (la prima versione del romanzo e' del 1797) ho motivo di credere che di impudenti ce ne fossero abbastanza anche alla sua epoca. Ma mi pare che nella nostra e specie in Italia siano molto abbondanti. Come Wickam (Lydia e' solo troppo poco intelligente per provare vergogna) gli impudenti di questo momento storico sono bravi a raccontare loro personali versioni dei fatti che li riguardano, dipingendosi come vittime degli altri o al massimo delle circostanze, che li hanno costretti ad agire in un certo modo. Ma se sono particolarmente bravi gli impudenti sono capaci di presentarsi come veri e propri eroi, quando non hanno fatto che il loro personale interesse. Sempre e comunque l'impudente cerchera' di venirne fuori con un'aura di nobilta', perche' da impudente qual e' non gli e' sufficiente cavarsela senza danni, vuole anche avere ragione. E appunto quelli che non hanno il suo talent0, lo stanno ad ascoltare a bocca aperta, si imbarazzano per lui, non credendo alle proprie orecchie, e devono imparare a non porre limiti alla impudenza di un uomo impudente, come decide Elizabeth dentro di se'.
Quello che mi colpisce pero' negli impudenti e' che ho la sensazione che finiscano per credere alle loro stesse balle. Magari la prima volta ti rifilano una delle loro storie sapendo di mentire, ma la seconda gia' sembra loro verosimile e la terza, chissa', sono convinti di avere perfettamente ragione e si sentono pure un po' sacrificati perche' non ti hanno fregato abbastanza. Ma non c'e' molto da fare, perche' hai la sensazione che parlarci e contestare le balle da loro confezionate sia perfettamente inutile. Non c'e' probabilmente altro rimedio che diventare a propria volta impudenti.

Se di qua passa un lettore della Austen fissato come me, potrebbe dirmi se ritiene il Willoughby di Sense and Sensibility un impudente? E se lo e' e' della stessa forza di Wickam?


martedì, 7 giugno 2005
Il Monnezza e gli infradito
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:15 pm

Premetto che non ho mai visto un film del Monnezza, e sono alquanto insensibile, magari per miei limiti culturali, al revival ed anzi alla vera e propria scoperta da parte di molti del cinema italiano, diciamo di genere, anni '70. Pero' ho trovato divertente constatare che a giudicare dai manifesti de Il trucido e lo sbirro (1976) il look del Monnezza è caratterizzato da un paio di orribili infradito, che secondo le intenzioni degli autori credo che fossero emblematici della sua trucidita' (il trucido del titolo e' lui, a quanto pare). Dato l'amore che ho per gli infradito (sono entusiasticamente a favore della campagna anti infradito cui aderisce questo blog) la cosa, devo dire, e' fonte di una qualche soddisfazione. Sono comunque cosciente che la mia e' una battaglia di retroguardia considerando che anche a New York gli infradito (lì chiamati flip-flop) trionfano ai piedi delle donne, incuranti tra l'altro dello sporco delle strade cittadine. E' una curiosa scena vedere ragazze eleganti con gli infradito e i piedi sudici. Ma tant'e', prima o poi la moda passera'. E' difficile per quanto mi riguarda che ne arrivi una molto peggiore.


martedì, 7 giugno 2005
Dalla parte dei visi pallidi
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:46 pm

Tra le varie cose che in questo momento storico mi fanno sentire inadeguata e isolata, almeno in questo paese, e' che ormai non e' piu' socialmente ammissibile non essere abbronzati (non accenno volutamente agli aspetti medici della questione).
Qualche anno fa ancora c'era chi girava pallido nei mesi estivi. Ora non piu'. A giugno sono tutti biscottati, e basta la prima domenica vagamente tiepida per vedere tutti correre al mare a costruirsi la tintarella, se gia' non si sono anticipati con la lampada. Ora l'estate sta tornando, con tutta l'invasione di facce e corpi abbronzati in tutte le gradazioni, e di nuovo mi sento addosso, come mozzarella ambulante, il senso di solitudine e appunto inadeguatezza. Forse dovrebbero costruire una riserva per i visi pallidi. Ci sara' pure qualcun altro che si sente male al solo pensiero di arrostirsi su una spiaggia (?!)
E pensare che un tempo essere abbronzati era considerato volgare.


lunedì, 6 giugno 2005
P-austeniano 1
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:29 pm

Credo che a tutti i lettori appassionati, come sono io, capiti di amare alcuni scrittori e libri con i quali ci si confronta ripetutamente nel corso della propria vita non solo intellettuale. il percorso abituale è che ci si imbatte in loro da adolescenti, si e' illuminati, si ritorna a leggerli anni dopo e ci sembrano totalmente diversi, magari ci stanno antipatici. Ci torniamo ancora sopra e la nostra idea cambia di nuovo e cosi' via. A volte leggerli e' un rifugio, una forma di consolazione, quasi una richiesta di consiglio.
Cosi' mi succede con i romanzi di Jane Austen, l'ineffabile zitellina inglese morta a 41 anni nel 1817 che ci ha consegnato dei ritratti meticolosi, un po' cinici e soprattutto folgoranti della buona societa' inglese, specie di provincia, tra sette e ottocento attraverso le sue storie d'amore. Jane (mi scuso per la confidenza, ma la frequento da circa 17 anni) ha anche al contempo delineato con il suo "candore" delle verita' morali di cui personalmente rilevo l'universalita' ogni giorno della mia vita.
Cosi' ora ho deciso di rileggere tutti e sei i romanzi scritti da Jane, cominciando dal primo pubblicato, Sense and Sensibility, normalmente tradotto con Ragione e sentimento, da cui e' stato tratto un noto film di Ang Lee con Emma Thompson, Kate Winslet e Hugh Grant, che mi ha fornito a questo nuovo esame utili spunti di riflessione sul tema dei rapporti tra ipocrisia e della cortesia, su cui ho gia' scritto, confermandomi nelle mie idee.
Il romanzo si fonda, come e' noto, sull'antitesi tra le due sorelle Dashwood, l'assennata Elinor e la romantica Marianne. La prima crede che si debbano controllare i propri impulsi e quando e' opportuno si debbano nasconderli a chi ci e' vicino, in ogni caso rispettando i doveri di cortesia imposti dal vivere in societa'. Marianne invece si abbandona completamente ai suoi sentimenti, li coltiva, se necessario alla sua autostima li esapera, e, ritenendosi superiore al resto dell'umanita', non si perita a dimostrarsi scortese nei confronti di chi le appare non alla sua altezza. L'atteggiamento delle sorelle e' radicalmente differente nell'affrontare le traversie amorose ad entrambe riservate. Elinor sopporta in silenzio, apparendo assai poco innamorata agli occhi della sorella, il distacco da Edward, che ama e con cui aspirerebbe a sposarsi; la ragazza e' addirittura costretta a fingere indifferenza per lui, quando malignamente Lucy Steele, segretamente fidanzata con Edward che pero' e' ormai stanco di Lucy (che non lascia solo per correttezza), fa di lei la sua confidente, chiaramente al solo scopo di allontanare Elinor da Edward.
La Austen ci presenta cosi' una gradazione di possibili comportamenti da adottare nelel relazioni con il prossimo. Elinor rappresenta l'ideale, con la sua capacita' di mantenere sempre l'autocontrollo e di osservare le necessarie forme anche con chi ritiene antipatico o con chi, come l'insopportabile cognata, ha commesso dei torti verso di lei. Marianne sbaglia nel non trattenersi mai dal mostrare quello che prova, senza considerazione del prossimo, come ad esempio il colonnello Brandon, infelicemente innamorato di lei, e Mrs. Jennings, una donna piuttosto volgare ma piena di affettuose attenzioni per lei. Lucy e' chiaramente l'esempio piu' negativo, perche' non si limita a mentire per gentilezza, ma lavora continuamente per ingraziarsi gli altri o comunque per ottenere un qualche scopo, come appunto quando finge di non essersi accorta che Elinor ama Edward.
Forse il comportamento di Elinor puo' non ispirare simpatia a molti lettori, e per la verita' Elinor non e' simpatica, perche' troppo autocontrollata. Marianne e' forse in media una figura che attrae di piu', in quanto giovane, sincera e appassionata. Io personalmente, come chiaramente fa l'autrice, preferisco Elinor e credo che il suo modo di relazionarsi con il prossimo sia il piu' corretto. Quello che e' certo e' che delle Lucy di questo mondo farei volentieri a meno. Per la verita' anche di una Marianne posso fare a meno, persino quando cedo all'impulso di fare come lei.


mercoledì, 1 giugno 2005
Oggesu'
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:21 pm

… come direbbe Lia. Vado a vedere Haramlik e lo trovo chiuso. Spero per poco, davvero.


mercoledì, 1 giugno 2005
Avviso ai naviganti
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 12:48 pm

Domani questo blog va a Cracovia per partecipare ad EISCO 2005. Aggiornamenti difficili nei prossimi giorni.


sabato, 28 maggio 2005
Arriva il SUV ecologico
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:00 pm

A smentire coloro che nutrono, come me, pregiudizi sui SUV, arriva sul mercato la Lexus RX 400h a due alimentazioni a benzina e elettrica e tre motori, gia' presentata al Salone di Ginevra dell'anno scorso. Per gli amanti dell'ecologia con la passione del fuoristrada suppongo che sia il massimo, dato che a quanto pare, grazie al suo sistema ibrido (i particolari nel sito ufficiale) consuma soltanto 8,1 litri di benzina per 100 km, e addirittura 9,1 nel ciclo urbano. Naturalmente i costi non sono contenuti (si parla di 55.000-60.000 euro), ma cosa non si fa per l'ambiente.
Aspettiamo ansiosi la prossima evoluzione del genere, che si realizzera' quando il SUV ecologico (che a quanto pare pesa più di un paio di tonnellate, ed e' naturalmente in ogni direzione ben piu' vasto di una utilitaria), che dovrebbe per le ridotte emissioni poter andare tranquillamente in citta', arrivera' a ridursi tipo 007 alle dimensioni di una Punto o di una Yaris per affrontare le stradine dei centri storici italiani.


venerdì, 27 maggio 2005
Confessioni di una mamma veramente pigra
Nelle categorie: It, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:33 pm

E' uscito da qualche tempo in Italia il libro Confessioni di una mamma pigra di tale Muffy Mead-Ferro (titolo originale Confessions of a Slacker Mom), di cui ho avuto notizia per la prima volta sfogliando una rivista dal parrucchiere (roba da mamma pigra, in effetti, provvisoriamente dotata di nonni di supporto). L'assunto a quanto poi ho appreso anche dalla lettura della sovraccoperta, sbirciata in libreria, e' che i genitori non devono tendere ad essere supergenitori che allevano dei superfigli, ma a conservare tempo e spazio (e denaro) per se stessi, nel contempo incorraggiando l'autonomia dei pargoli. Cio' si tradurrebbe ad esempio nel non moltiplicare le attivita' extrascolastiche dei figli, con il risultato tra l'altro per la mamma di trasformarsi in un'autista sempre in moto da un capo all'altro della citta', o nel mandarli nella scuola piu' vicina a casa, piuttosto che in quella che ha fama di essere migliore.
Sono quasi completamente d'accordo con tali principi, che rispondono a cose che ho sempre pensato guardando i genitori che mi circondavano, e a cui sostanzilamente cerchero' di attenermi. C'e' solo un problema: suppongo che il libro finisca per essere comunque uno di quei manuali su come fare i genitori che l'autrice detesta. E cosi' da perfetta mamma pigra non lo comprero' ne' lo leggero', limitandomi a compiacermi che esistano testi che prevedano la possibilita' per le donne di oggi di non essere super in tutto, necessariamente.
Peraltro l'autrice si e' gia' cimentata nel seguito: Confessions of a Slacker Wife. Aspetto notizie, sperando che il suo matrimonio funzioni…


venerdì, 27 maggio 2005
Hey, brotha!
Nelle categorie: New York, New York, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:08 pm

E' una catena di negozi di abbigliamento molto street-wear che cito solo per affinita' rattesca. Se non ci fosse il copyright il bastardo topaccio giallo sostituirebbe subito il pettinato ratto bianco come logo di questo blog.


giovedì, 26 maggio 2005
Sharon Stone e la legge della persistenza
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:11 pm

Non so se avete notato come nel corso degli anni la bella Sharon Stone si sia garantita sempre una certa quota di apparizioni sui periodici o in tv, nonostante siano anni che non fa più niente di notevole. Questo mi sembra vero dai tempi di Casino di Scorsese (1995) o al massimo del remake di Gloria di Cassavetes (1999) a meno che non si giudichi notevole la parte in Catwoman, con Halle Berry come protagonista, che quuest'anno si è aggiudicato un buon numero di Razzies (il premio americano per i peggiori film). Fosse per le sue vicende matrimoniali, per i figli adottati o adottandi, l'impegno politico e umanitario, un presunto flirt con Pippo Baudo, purtroppo per lei per l'aneurisma cerebrale che l'ha colpita anni fa, fatto sta che di Sharon Stone si è sempre continuato a parlare. Se non altro poi c'e' stata la sua indubbia eleganza ad attirare su di lei l'interesse delle riviste per signore, come e' accaduto recentemente a Cannes, dove la Stone è andata a reclamizzare il seguito di Basic Istinct, ancora in post produzione.
A me lei piace, la trovo affascinante e intelligente, ma se non avesse allargato le gambe in Basic Istinct nel lontano 1992, non sarebbe mai divenuta tanto famosa e ora non continuerebbe a comparire sulla stampa e in tv.
E' che a Sharon Stone si puo' applicare una legge che vale per un sacco di gente, dai protagonisti di Beverly Hills 92010 ai personaggi dei reality degli anni passati, cioe' la persistenza della fama. Se ti e' stato concesso il famoso warholiano quarto d'ora di fama e' facile che se ti metti abbastanza nel mezzo, se ci sei alle feste giuste, la tua fama si prolunghi anche se non fai niente di notevole in alcun senso. E se poi smetti di essere famoso comunque puoi andare a qualche reality, giustappunto, cosi' puoi ricominciare il giro. E quelli che famosi non sono stati mai, non riescono a liberarsi di te, anche se non hanno piu' alcuna idea di cosa hai fatto per farti fotografare.
Pero' bisogna ammettere che il vestito di Sharon Stone a Cannes era davvero bello, peccato che in rete non ho trovato fotografie intere…


giovedì, 26 maggio 2005
Reds
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:41 pm

Al Berlusconi il rosso proprio non gli va giu'…


mercoledì, 25 maggio 2005
Siamo tornati
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:00 am

Grazie a tutti coloro che ci hanno fatto gli auguri in questi giorni. Il tempo di smaltire il jet lag, di scaricare le foto, di leggere trecentocinquanta messaggi di posta — e poi The Rat Race ricomincia. Anzi, mi sa che e' gia' ricominciato…


sabato, 14 maggio 2005
Just married
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:56 pm

Questo blog oggi si e' sposato e quindi chiude per un po' di giorni, causa viaggio di nozze.

P. S. Ah, ovviamente non vedremo i commenti e non li pubblicheremo fino al nostro ritorno.


giovedì, 12 maggio 2005
Ipocrisia e cortesia
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:32 pm

Mi trovo spesso a riflettere sull'argomento ipocrisia. Istintivamente la parola ipocrisia mi fa venire in mente espempi letterari tipo, che so, il Tartufo di Molière e mi suscita reazioni di orrore. Il vocabolario Zingarelli mi da' ragione definendo l'ipocrisia come "simulazione di buoni sentimenti e intenzioni lodevoli allo scopo di ingannare qualcuno". Consimile definizione da' ad esempio anche il Grande dizionario della lingua italiana moderna della Garzanti.
Di contro c'e' chi sostiene che l'ipocrisia non sia affatto un male, ma una condizione indispensabile della sopravvivenza della societa', in quanto troppa verita' nei rapporti umani fa male. Non posso che essere d'accordo; tutti noi mentiamo ogni giorno per cortesia e quieto vivere e senza intenzioni cattive, magari anche per gentilezza, dicendo cose tipo "come ti sta bene quel vestito" anche se non lo pensiamo. Credo che si dovrebbe mantenere in ogni caso un certo tasso di civilta', per quanto i rapporti con certe persone siano cattivi, quella civilta' che ti porta a chiedere "come stai?" o a fare gli auguri in certe occasioni anche a chi non sopporti o ad intavolare una conversazione fintamente amichevole quando non e' proprio il caso di lasciar affiorare l'ostilita' o il disprezzo che si prova per qualcuno, semplicemente perche' non e' la situazione adatta.
Forse il problema e' soltanto l'uso della parola; cioe' l'ipocrisia potrebbe essere cosa buona ed accettabile se venisse intesa solo come pura finzione, etimologicamente (hypòkrisis in greco e' recitazione) depurata dallo "scopo di ingannare qualcuno". E in effetti e' questo che mi da' fastidio e non riesco ad accettare, la finzione che non si colloca nell'ambito di cortesi rapporti sociali, ma che mira a dartela a bere.
Se invece si tratta di una finzione diretta a permettere di mantenere un certo grado di civilta' l'ipocrisia e' un male necessario della nostra esistenza. E se non posso usare la parola ipocrisia per questo concetto, non so quale altra si puo' usare. C'e' qualcuno che ha un'idea migliore?

A proposito di finzione, lo so che sono sono troppo dietrologa ma mi piacerebbe sapere perche' la Prestigiacomo e Fini hanno sentito il bisogno di dare tanto rilievo a quello che poteva restare un pettegolezzo magari succoso, ma che poteva morire naturalmente. C'e' dietro un'oscura manovra o e' solo virtuosa indignazione?


giovedì, 12 maggio 2005
Le opinioni della massaia
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:37 am

Martedi' sera ho visto un po' di Ballaro' , che fa pure rima. La puntata era dedicata all'argomento prezzi, e sono rimasta colpita dalle interessanti spiegazioni che il professor Ricolfi, illustre cattedratico dell'Università di Torino, ha dato in merito alle falle del metodo utilizzato dall'Istat per il calcolo dell'inflazione. Se ho capito bene il professore, che faceva riferimento anche ai risultati di ricerche condotte da un collega di cui purtroppo non mi ricordo il nome, sosteneva che l'Istat puo' non registrare l'inflazione reale perche' fa riferimento ai prodotti piu' venduti di un certo tipo. Quindi non certamente i piu' costosi, ma generalmente i piu' economici. Teoria interessante, ma il professore ha usato l'esempio della pasta, riferendosi alla Barilla come al tipo piu' economico. Questo non e' proprio esatto; sul mercato ci sono molte paste ancora meno costose e probabilmente molte famiglie devono risparmiare anche sulla marca di una merce tutto sommato abbastanza economica. Questo per dire che probabilmente gli studiosi scontano sempre una certa distanza dalla realta', anche quando studiano cose molto reali come i prezzi. Magari la collaborazione di una accorta "massaia", per usare un termine caro al nostro Presidente del Consiglio, con un economista potrebbe produrre grandi risultati in campo teorico. Del resto è assai probabile che la massaia abbia passato a studiare prezzi non meno tempo del cattedratico…


giovedì, 5 maggio 2005
La parte dell'altro
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:07 pm

Qualche giorno fa ho finito di leggere in edizione italiana La part de l'autre, titolo tradotto letteralmente dall'editore La parte dell'altro, romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, francese, autore ad esempio di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Il romanzo racconta le vicende parallele di due personaggi, il vero Adolf Hitler, a tutti noto, e il fittizio Adolf H. Adolf H. non è altro che Hitler come avrebbe potuto essere nella fantasia di Schmitt se nel 1908 fosse stato ammesso all'Accademia di Belle Arti di Vienna, invece che bocciato, come e' realmente accaduto. Cosi', si immagina Schmitt, Hitler magari avrebbe superato alcuni suoi gravi problemi psicologici (come il complesso di Edipo, curatogli da Freud in persona), avrebbe concepito odio per la guerra, sarebbe diventato un pittore di successo ed una brava persona, tra l'altro sposando una ebrea. Nella realta' da quella porta sbattuta in faccia è derivata una serie di eventi che ha fatto di Hitler quella incarnazione del male che sappiamo.
A prescindere dal valore del romanzo l'ipotesi e' chiaramente affascinante e sconvolgente. A nessuna persona "normale" piace pensare che tra se' ed un serial killer, ad esempio, la differenza puo' essere data da fattori piu' o meno casuali, come una bocciatura. Dovremmo ritenere che i mostri in sostanza non esistono. La vicenda di Angelo Izzo, di cui si parla in questi giorni, puo' far riflettere in questa direzione. Tutta la concezione rieducativa della pena, affermata dalla Costituzione e di cui Izzo si e' giovato, si fonda appunto sull'idea che non ci sono individui irremediabilmente persi.
E' cosi'? Io non lo so e positivamente non lo sa neanche Schmitt. Credo soltanto che sia difficile convivere con il male che c'e' nell'uomo e che cerchiamo di farlo nei modi che sono congeniali alla nostra coscienza o che piu' brutalmente favoriscono la nostra sopravvivenza. E a questo scopo indubbiamente e' spesso piu' facile credere che alcuni di noi sono semplicemente dei mostri.

Per la verita' quanto al romanzo trovo un po' deprimenti in un'opera con delle pretese cosi' grandi la presenza di cadute di stile verso il genere Harmony tipo "Sarah e Adolf raggiunsero insieme l'apice del suo amore". Peccato veniale?


mercoledì, 4 maggio 2005
Spese processuali per i parenti delle vittime: una beffa?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:30 pm

La vicenda processuale relativa alla strage di Piazza Fontana e' chiaramente difficile da accettare. Ma una volta che la Cassazione ha deciso di confermare la sentenza di appello e rigettare i vari ricorsi non poteva fare altro che condannare chi aveva perso al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimita'. E' un obbligo di legge, e non una beffa volontariamente inferta. L'unica alternativa era disapplicare la norma che impone la condanna della parte privata che ha proposto una impugnazione respinta (art. 592 c.p.p.), come sembra che ritenga il ministro Castelli, e come non credo che un giudice possa coscientemente fare. Mi pare che almeno questa precisazione sia dovuta in questo momento di grande emotivita' collettiva.


martedì, 3 maggio 2005
Un punto di vista alternativo su Benedetto XVI
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:25 pm

Per chi non l'avesse vista, è di un certo interesse dottrinale la locandina del Vernacoliere di questo mese….


martedì, 3 maggio 2005
Opinioni sommesse di un'incolta
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:19 pm

Difficile non pensare al proprio rapporto con la religione in questi giorni di bombardamento continuo sui temi della spiritualita' cattolica, prevalentemente in modo superficiale e "vespiano", ma anche con toni seri, tali appunto da indurre a riflessione. Difficile non avere l'impressione che in Italia sia in atto un pesante riflusso neoclericale, che accompagna a una scarsa considerazione per il messaggio della Chiesa e in particolare di Wojtyla e del suo successore Ratzinger un ossequio esterno incondizionato, con risvolti anche politici.
Ovviamente non so cosa fara' Benedetto XVI, come tutti. Trovo giusto che la Chiesa non insegua la modernita' e non accontenti la tendenza al relativismo di questi tempi. Trovo giusto che il laico rispetti i valori della Chiesa e rifletta seriamente sui temi religiosi, senza superficialita'. Quello che non trovo giusto e che spero che il nuovo Papa non faccia, sia il voler imporre a tutti gli altri i valori cattolici tramite pesanti interventi politici. Perché a volte il rispetto invocato dai cattolici sembra equivalere alla liberta' di influire sulla normativa dello Stato, che dovrebbe essere laico e appunto imporre comunque agli altri determinate scelte. Credo che ciascuno abbia diritto di "non essere" cattolico o comunque religioso, senza che questo significhi offendere gli altri.
Sono appunto le opinioni di un'incolta in materia religiosa, ma anche gli incolti meritano qualche considerazione.


lunedì, 2 maggio 2005
Miniracconto sulle palle con la neve e la natura umana
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:40 pm

Qualche giorno fa siamo andati in gita a Perugia, bella citta' del centro Italia di nobili tradizioni e di gentile aspetto. Confesso a mio profondo disdoro che colleziono alcuni degli oggetti più kitsch pensabili, cioè le palle con la neve che si comprano nei negozi di souvenir; in genere ne compro di tutti i posti dove vado, se ne trovo. A Perugia ne ho avvistata una in una piccola tabaccheria in una via laterale del centro e sono entrata per comprarla. Non c'era esposto il prezzo, ma pur avendo realizzato che era del tipo piu' costoso, cioe' di vetro piuttosto che di plastica, francamente non ho pensato che potesse avere un prezzo enorme.
La tabaccheria era gestita da una cortese e apparentemente simpatica vecchietta, che ci ha intrattenuto sulle qualita' dell'oggetto palla di neve da lei venduto e su altri argomenti. Sebbene avvertissi un certo campanello di allarme, ho portato avanti la transazione non curandomi di chiedere il prezzo dell'oggetto e l'ho anche pagato nonostante fosse stratosferico (mi vergogno perfino a dire quanto), perche' per carattere di fronte a queste situazioni non riesco a trattare o a dire non lo voglio piu'.
Ci sono pero' rimasta male, sentendomi truffata e ancora di piu' mi sono avvilita quando ho ripensato che la signora mi aveva chiesto se avessi visto lo stesso oggetto nel negozio di un suo collega, che si serviva dallo stesso grossista. Ripensadoci, mi sono resa conto che la signora si era voluta accertare che non ne conoscessi il prezzo praticato dall'altra tabaccheria e che questo avrebbe dovuto indurmi a maggiore attenzione. Effettivamente, la stessa palla in un diverso esercizio costava circa il 50% in meno, ed era comunque cara per gli standards della categoria.
Ora, io naturalmente mi sono data della scema per essermi fatta fregare dalla gentile vecchietta. Riflettendo sul piccolo incidente che mi e' capitato ho anche concluso che la colpa era moderatamente mia, che in fondo avevo il mio diritto di fare un acquisto cosi' trascurabile senza apprestare tante precauzioni.
Piuttosto se ci si deve guardare accuratamente le spalle nel comprare una palla con la neve in un posto civile come Perugia in una piccola tabaccheria del centro da una signora anziana con l'arietta ingenua, per l'ennesima volta si riconferma che questo mondo fa alquanto schifo. E la prossima volta che avro' a che fare con una nonnina in una qualsiasi transazione drizzero' tutte le antennine possibili..


giovedì, 28 aprile 2005
Chi se ne frega
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:02 pm

Cosi' Repubblica oggi:

14:30 C'è Berlusconi, Marini e Fioroni cambiano ristorante

Al ristorante "da Fortunato" al Pantheon si è rischiato un ingorgo bipartisan. Infatti anche i dielle Franco Marini e Beppe Fioroni erano intenzionati a pranzare nel famoso ristorante nel centro di roma. Vista la calca di guardie del corpo e giornalisti, i due esponenti della Margherita chiedono informazioni e, saputo della presenza del presidente del Consiglio e dell'esponente Udc, fanno dietrofront. "Allora – dice Marini – cambiamo ristorante".

14:06 Berlusconi-Follini, stesso ristorante ma tavoli separati

Stesso ristorante, ma tavoli separati. Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha scelto il centralissimo ristorante 'da Fortunato' per pranzare insieme ad alcuni deputati e senatori, dopo il voto di fiducia anche al Senato. Il menù del ristorante ha attirato anche il segretario dell'Udc Marco Follini che però sta pranzando ad un tavolo diverso.

Segnalo la perla al nostro coinquilino Pubblicodimerda che ha fatto una (meritoria) rubrica fissa intitolata Repubblica sempre sulla notizia.


giovedì, 28 aprile 2005
Ancora su Barbie e Bratz
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 2:14 pm

Qualche tempo fa ho scritto dei problemi che alla veterana Barbie sono stati causati dalla discesa in campo della più giovane e popolana Bratz. Nei giorni passati da piu' parti è stata diffusa e commentata la notizia dell'atroce accusa di plagio rivolta dalla casa produttrice della Bratz, la Mga Entertainment, alla Mattel, accusa che riguarda non direttamente la Barbie ma una sorta di sua sottospecie, cioè la serie delle bambole My Scene. Le My Scene sono state evidentemente create per contrastare il fenomeno Bratz, a cui sono più chiaramente simili nel look e nelle fattezze delle classiche Barbie, ma secondo i Bratz-makers sono un po' troppo simili.
Questo non lo saprei dire; intanto la Mattel aveva segnato un punto importante nella lotta contro le Bratz e contro l'invecchiamento del suo prodotto piu' famoso, riportando nel 2004 una crescita delle vendite del 3% dopo tre anni di calo. Pare che ciò sia stato ottenuto mediante il lancio di una nuova serie di Barbie, le Fashion Fever, dal look più modernizzato e modaiolo rispetto al passato.
Da appassionata del genere, per la verita', guardo le Barbie recentemente messe in commercio con un po' di diffidenza, proprio perché sono al contempo piu' "bratzose" (per esempio con la testa più grossa) e paradossalmente, piu' naturalistiche, cosa che le Bratz non sono. Così capita addirittura che qualche modello invece dei soavi piedini predisposti per indossare solo scarpe con il tacco, abbia dei bei piedoni con le dita enormi fatti per portare una sorta di sandali Birkenstock. E per chi abbia giocato con la Barbie questo mutamento, dopo l'introduzione del pancino con l'ombelico, non può che sembrare una rivoluzione del gusto. Per non parlare dell'abuso degli zatteroni, che la Barbie per bene di qualche anno fa avrebbero guardato con disprezzo.
Oltre alle mamme, non ci sono piu' le Barbie di una volta…

Peccato che non ho trovato in rete foto della Barbie con i piedoni ma almeno quella dell'immagine ha il testone e delle belle zeppe.


martedì, 26 aprile 2005
Habent Papam 2
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:34 pm


martedì, 26 aprile 2005
Habent Papam (e io sproloquio)
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:50 am

Sentite, questo qui e' un post serioso e noioso, di argomento nientemeno che teologico-filosofico. A furia di imbottirmi la testa con il Papa vecchio e con quello nuovo, e' finita che perfino io mi ritrovo ad avere un po' di considerazioni da fare. Se siete allergici al tema o se non avete voglia di rompervi, ripassate al prossimo post.
Per altro, un sacco di tempo fa, Marco su Se me lo dicevi prima si interrogava sul perche' di religione si parla cosi' poco nei blog. Forse i tempi sono cambiati – ora se ne parla perfno troppo – ma non so se questa nostra chiacchiera sia quello che Marco intendeva.

Se devo proprio dirla tutta, a me l'uso che si fa dei termini fondamentalismo e integralismo non mi ha mai convinto. Vedete, il fatto e' che penso che la fede religiosa sia una cosa seria, e non un accessorio culturale da indossare quando fa comodo e da deporre quando da' noia. Una concezione religiosa ha senso se e' vissuta integralmente e se e' il fondamento delle scelte esistenziali, del modo di leggere il mondo. Quindi una fede seria non puo' che essere, in questo senso, integralista e fondamentalista. Ma questo vuol dire necessariamente essere arroccati su posizioni autoritarie e combattere con intolleranza ogni pensiero differente? Sembra questa la risposta che molte parti del mondo religioso hanno dato negli ultimi decenni. Che si tratti del fondamentalismo musulmano, di quello induista o di quello ebraico, dei teo-con protestanti o del pontificato romano di Giovanni Paolo II (e ora – presumibilmente – di quello di Benedetto XVI), la riscoperta della fede religiosa come esperienza integrale e fondante dell'esistenza collettiva ed individuale si e' coniugata con il rifiuto del dialogo e della capacita' di coesistere con ogni forma di dissenso e di pensiero divergente. Le grandi religioni hanno reagito in maniera tipicamente novecentesca alla destrutturazione della realta' e alla "crisi delle certezze" che caratterizza la modernita'. Hanno vissuto quella destrutturazione come uno shock esistenziale, come una minaccia alla sopravvivenza stessa della fede. E dopo essere state in affanno per qualche decennio di fronte alla condizione moderna, hanno costruito una risposta che e' simmetrica alle grandi ideologie politiche novecentesche: il tentativo di sostituire al vecchio ordine andato in pezzi un ordine nuovo e totalizzante, capace di realizzare un orizzonte di senso, ma anche di regolare pienamente le relazioni sociali, i modelli di vita aggregata, le politiche. Non mi si fraintenda, non e' un giudizio di valore: ma il cattolicesimo woytiliano e' simile in questo, come una goccia d'acqua, all'ideologia comunista che ha contribuito a far cadere. E' un progetto integrale che va dalla mentalita' all'organizzazione sociale, alla costruzione dei sistemi legislativi, all'etica individuale e collettiva; e i primi passi di Benedetto XVI sembrano confermare questa direzione. L'Islam khomeinista o quello di Hamas, l'ebraismo che trova espressione in Shas o nel NRP in Israele, il protestantesimo wasp dell'America bushista hanno la stessa pretesa di ristrutturazione globale del mondo, in nome di una superiore verita' che non ammette concorrenza di modelli. Ma si sbaglierebbe a pensare a questa come a una reazione antimodernista: e' al contrario una piena assunzione della modernita', proprio perche' e' una risposta alla destrutturazione della realta' (percepita come crisi catastrofica) attraverso una ristrutturazione forte, globalizzante. Ripeto: e' la risposta che il Novecento ha dato, con i risultati che tutti conosciamo.
Ma ci sono altre risposte possibili. La condizione postmoderna ha accettato la perdita di un senso univoco della realta', l'impossibilita' di dare una lettura coerente e unitaria del mondo. Non la vive come una perdita atroce da rimediare, ma come l'orizzonte dato, la natura stessa della nostra esperienza. Questa lettura si sottrae tanto al nichilismo quanto alle costruzioni ideologiche o religiose totalizzanti, e' percorsa da un pensiero "debole", ma tenacemente interrogante, che assume come fondamento la propria debolezza e la propria parzialita'. A questo pensiero i nuovi fondamentalismi non sanno dare altra risposta che la negazione (si pensi alle parole di Benedetto XVI sulla dittatura del relativismo). Ma tra questa negazione e la religiosita' fatua ed à la carte che riscuote tanto successo in questi anni, non esiste una terza via, che si faccia carico della serieta' del discorso religioso senza imporre un dogmatismo monolitico e incapace di rapportarsi con la condizione postmoderna*? Personalmente non lo so – ed e' in un certo senso il nodo che mi rende tanto difficile dare una risposta religiosa alla mia vita.

* Nel mondo ebraico ci sono stati personaggi come Jonas e Levinas: ma si tratta di un pensiero che non e' diventato pratica religiosa, che e' rimasto speculazione intellettuale.


lunedì, 25 aprile 2005
Basta che sia tedesco?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:49 pm

Oggi la prima pagina de La Nazione, poco illustre oramai quotidiano di Firenze, e' quella che vedete nella foto. Credo che ogni commento sia piu' o meno superfluo. Voglio solo aggiungere che mi resta incomprensibile come in un paese cosi' apparentemente baciapile ci siano tante forme di serpeggiante blasfemia, che nessuna reazione provocano nella Chiesa. La stessa Chiesa invece tanto si e' data da fare ad esempio contro L'ultima tentazione di Cristo di Scorsese, che in verita' non era un film blasfemo.
Mi chiedo poi, su un altro piano, se si puo' affermare che Schumacher ti sta sulle balle e che delle vittorie della Ferrari come minimo non ti importa niente senza incorrere nel reato di vilipendio alla Nazione, intesa nel senso di Italia; viene il sospetto che sia un comportamento considerato criminale dalla morale imperante, a vedere simili manifestazioni di fanatismo. Per il mio modo di vedere le cose ho piuttosto il sospetto che sia La Nazione, intesa nel senso di quotidiano, ad avere perpetrato un vilipendio alla religione cattolica…


venerdì, 22 aprile 2005
L'ombra del vento
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 6:20 pm

Colpita soprattutto dalla bella fotografia della copertina, oltre che dalla trama, ma in modo meno immediato, qualche settimana fa ho comprato (e poi anche letto, il che non sempre accade) L’ombra del vento (titolo originale La sombra del viento), romanzo di grande successo dello spagnolo Carlos Ruiz Zafòn, a quanto pare in precedenza autore di libri per ragazzi.
E infatti in questo libro c’e’ una forte componente avventurosa che ricorda un po’ la migliore letteratura per l’adolescenza, dato che la storia inizia nella Barcellona del 1945 quando un ragazzino, Daniel, che adotta un libro, per la precisione un romanzo, appunto “L’ombra del vento”, scritto da un tal fantomatico Juliàn Carax. L’adozione di questo libro che si rivelera’ maledetto, avvenuta in un luogo fascinoso, “il cimitero dei Libri Dimenticati”, sorta di labirintico emporio barcellonese dei libri salvati dal macero, segnera’ tutta la vita di Daniel, immergendolo in vicende ormai lontane nel tempo, e destinate in parte a ripetersi.
Per circa 200 delle sue 436 pagine L’ombra del vento e'un libro pieno di fascino. Peccato che poi Zafòn decida di farsi prendere la mano dal feuilleton, accumulando complicate vicende che diventa veramente difficile seguire. E come spesso mi accade in questi casi, l’attesa dello svelamento di un mistero che percorre tutto un libro è stata una gran delusione.
Un merito fondamentale pero’ a questo romanzo va riconosciuto, e cioe’ l’ambientazione nella Spagna franchista, che per la mia esperienza e’ del tutto insolita; fa effetto leggere di un paese che nel ’45 ignorava la guerra, ma che d’altronde doveva ancora guarire delle ferite della guerra civile ancora a lungo presenti nella societa’ spagnola.

Mi rendo conto solo ora che L'ombra del vento deve aver messo in circolazione nel mio cervello l'idea dei film dispersi.


mercoledì, 20 aprile 2005
Lost movie 9 – Show People
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 4:58 pm

Show People e' un film muto di King Vidor, ma realizzato ormai in tempi (1928) in cui si stava affermando il cinema parlato. Proprio King Vidor e' stato uno dei primi che ha mostrato le grandi possibilita' del nuovo mezzo espressivo, con Hallelujah (1929).
Show People e' anche e soprattutto uno dei piu' grandi film che parlano di cinema, al pari di Singin’ in the Rain o La nuit américaine. Il film ci racconta la storia di due giovani attori, Peggy Pepper,(Marion Davies) e Billy Boone (William Haines); lei e' inizialmente una bathing beauty da comiche di Mack Sennett (come Gloria Swanson ai suoi inizi e del resto si allude proprio alla storia della famosa attrice, protagonista di un altro grande film sul cinema, Sunset Boulevard di Billy Wilder) e lui un comico dotato che insieme si costruiscono una carriera nella commedia, con torte in faccia e classiche gag tipo slapstick, sviluppando anche una tenera amicizia. Ma lei sogna da sempre il cinema drammatico, le parti nobili, l’empireo di Hollywood. E riuscira' ad arrivarci, con il nome di Patricia Pepoire, ma perdera' il successo e la gioia di vivere. Sara' Billy a restituirle il sorriso e a mostrarle l’importanza e la dignita'del comico.
Show People gira quindi attorno ad un tema importante nel cinema in generale e in particolare in quello americano, il rapporto tra commedia e tragedia, che serpeggia ad esempio in tutta la produzione di Woody Allen ed ha trovato un’esplicita trattazione nel recente Melinda and Melinda. Il mio cuore per la verita' batte tutto a favore della commedia, e sono tra quelli che preferiscono Play It Again, Sam a Interiors o Broadway Danny Rose a Crimes and Misdemeanors. E’ naturale che quindi Show People sia un film che amo tantissimo, anche perche' e' l'opera di un regista che e' stato anche un grande autore di film drammatici, a partire ad esempio da The Crowd, sempre muto, continuando ad esempio con Duel in The Sun o la versione cinematografica di Guerra e pace. Mi piace quindi l’idea che il discorso di Show People si possa ricollegare ad un altro tema fondamentale del cinema americano, cioè “that’s entertainment”, come cantano i protagonisti di The Band Wagon di Minnelli. Basta che faccia spettacolo, tragedia o commedia, balletto classico o musical, tutto va bene. Anche se è “be a clown” per usare le parole di Cole Porter o "make 'em laugh" come nella canzone cantata da Donald O’ Connor in Singin’ in the Rain, che fa diventare ricchi e famosi. E "be a clown" talvolta aiuta la gente a vivere meglio, proprio come il protagonista di The Crowd , che nel finale del film recupera la serenità ridendo al cinema, o il personaggio di Woody Allen in Hannah and Her Sisters, che dopo un tentativo di suicidio scopre il senso della vita rivedendoDuck Soup con i fratelli Marx.


martedì, 19 aprile 2005
Ma il fumo della Sistina ha effetti allucinogeni?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:31 pm

Leggo su Repubblica di oggi un articoletto di Vittorio Zucconi intitolato "Il camino del mondo", avente a spunto la fumata nera dopo la prima votazione al conclave, e lo riporto fedelmente:
"Mentre la Piazza gridava “E’ bianca! E’ bianca!” nella solita illusione ottica del primo sbuffo leggero, migliaia di macchine fotografiche impressionavano milioni di megabytes nelle loro memorie digitali. Reti di telefonini a microonde si bloccavano per l’overdose di chiamate. Ondate di segnali bucavano alla velocità della luce l’atmosfera terrestre per raggiungere da qui i satelliti e poi rimbalzare indietro. E noi stavamo in piedi sui sanpietrini, nella sera romana gia’ rigida, a fissare quel comignolo a a domandarci irritati se in questo tempo di comunicazioni istantanee interplanetarie non ci sarebbe un modo piu’ diretto di una stufa e di un camino per dire al mondo che un nuovo Papa e’ stato eletto.
Per ora non c’e’, e spero che non ci sia mai, che nessun Pontefice si lasci sedurre dall’idea di un cambio via Internet o di una stufa digitale e i nipoti dei miei nipotini provino la nostra emozione, mentre tentano di leggere i segnali di fumo. Aspettare qualche secondo perché il fumo si riveli bianco o nero, non e’ soltanto un tributo alla virtu’ piu’ bistrattata del nostro tempo, la pazienza. E’ l’immagine, la nostalgia e la voglia, di un evento famigliare e dolce come nessun altro, il ricordo di una cucina con i bambini raccolti attorno alla stufa, ad aspettare che l’acqua bolla, che un poco di calore si diffonda nel freddo umido e che un nonno buono arrivi per raccontarci la storia meravigliosa della nostra immortalità.
Alla quale possiamo tornare a credere, anche se soltanto per una sera, grazie alla stufa che fuma sulla piazza trasformata nella cucina del mondo".
Suppongo che il povero Zucconi, in questi giorni impegnato a fare il vaticanista d'assalto (ruolo in cui ha dato prova di un sentimentalismo anche piu' notevole del suo solito) sia stato colto da un blocco dello scrittore derivante dalla difficolta' di continuare a scrivere alcunche' di sensato dopo settimane in cui migliaia di giornalisti ci hanno riversato addosso tonnellate di prosa dall'odore di incenso, specie dopo che c'era stata solo una misera fumata nera. Così mi posso spiegare perche' se ne sia uscito con questa curiosa divagazione di stampo mulino bianco. Altrimenti posso ipotizzare che il fumo che esce dal famoso camino ha effetti stupefacenti e che il nostro uomo si sia convinto sotto questi effetti che la similitudine di fondo del suo pezzo era una genialata. O magari e' una combinazione dei due fattori. Fatto sta che spero che dopo l'elezione di Ratzinger nel giro di qualche giorno si smetta di riempire i giornali di simili pezzi di lirismo pontificale.


lunedì, 18 aprile 2005
Siena-Milan 2-1
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:59 pm

E poi ci si stupisce che Berlusconi voglia detoscanizzare l'Italia…


lunedì, 18 aprile 2005
Rifiuti e identita' personale
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:08 pm

Ieri sera a Report , la molto lodata trasmissione di Rai Tre condotta da Milena Gabanelli, tra le altre cose si parlava delle isole ecologiche della provincia di Reggio Emilia, faro di civilta' per il resto d'Italia, con specifico riferimento a quella del comune di Cavriago. In queste isole, impegnati soprattutto nell'ambito del riciclaggio del legno, lavorano come volontari circa 100 pensionati, lieti di rendersi utili impedendo che altri alberi siano inutilmente abbattuti. Grazie a questo volontariato, si riesce a annullare i costi dello smaltimento, dato che poi il materiale viene ritirato da imprese che lo riutilizzano producendo pannelli di truciolare, utili per fare mobili e pavimenti.
La notizia mi ha fatto ripensare alla nostra esperienza con la stazione ecologica di Pisa, gestione Geofor. Per mesi abbiamo dovuto cercare l'occasione di buttare via un televisore ormai defunto, dato che siamo assai poco presenti in citta' in questo periodo, specie nelle ore in cui e' aperta la stazione ecologica e ci e' anche difficile fissare un appuntamento per il servizio di ritiro dei rifiuti ingombranti (anche perche' farsi rispondere all'apposito numero verde non e' facile). Quando finalmente abbiamo trovato un po' di tempo nell'orario giusto e siamo penetrati nella stazione ecologica, siamo stati guardati piuttosto male dagli operatori. Per di piu' siamo stati accuratamente schedati, con raccolta di dati personali, per sincerarsi che non fossimo clandestini non residenti nel Comune, che erano venuti a gettare abusivamente il povero televisore.
In realta' una rapida ricerca su internet mi ha consentito di appurare che anche a Cavriago per buttare certi rifiuti e' necessario presentarsi muniti di documento per la solita ragione.
E' certamente una esigenza ragionevole. Suppongo pero' che quelli che abbandonano elettrodomestici e simili vicino ai cassonetti sfuggano a qualsiasi identicazione, specialmente se hanno cura di farlo in ore notturne. Si tratta di un caso paradossale in cui si e' identificati se si tiene un comportamento corretto, quando e' ben difficile venire pescati se si tiene quello scorretto, che, se non altro, e' foriero di danno in termine di immagine per la collettivita' e di maggiori costi per l'amministrazione.
Magari i pensionati reggiani svolgono il loro compito con piu' cordialita' dei "professionisti" pisani. E magari da quelle parti qualcuno ti spiega che fine fanno i tuoi dati personali una volta raccolti. Forse riciclano anche quelli.


domenica, 17 aprile 2005
Ricadute
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:17 pm

Una volta anch'io guardavo Beautiful. Tanti anni fa, quando studiavo per la maturita' e Ridge il mascellone e gli altri erano appena sbarcati in Italia e sembravano belli. Ho continuato per un po', poi mi sono stufata delle assurde storie para-incestuose di Brooke con i vari membri della famiglia Forrester, oltre che del fatto che non c'era mai verso di sapere con certezza chi era il figlio di chi e cosi' ho smesso.
Qualche giorno fa ho assistito per caso ad una scena della soap che mi ha davvero colpito. Brooke stava facendo un partone ad Amber, la tizia bionda che va seducendo i Forrester della nuova generazione (cresciuta con l'acceleratore perché i bambini non sono interessanti) figli di Brooke o di Ridge o di entrambi, non so. Amber l'ha lasciata dire un po', ma poi le ha fatto presente che, consolidata la sua posizione, si comportava esattamente come Stephanie, la supersuocera che per anni e anni ha ingaggiato una guerra con Brooke.
Beh, questa specie di storia che si ripete, questa sorta di memoria storica della soap, mi ha affascinato. E da allora ogni tanto un occhio ce lo ributto a Beautiful… l'attrazione del vuoto e' veramente pericolosa, a volte. Meno male che la maternita' finira' molto prima che io diventi una desperate housewife, più o meno.


mercoledì, 13 aprile 2005
Zalgiris Vilnius
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:53 pm

La mia squadra del fegato, eliminata nei quarti della coppa Lituania (0-1 contro l'Atlantas ai supplementari), ha invece iniziato bene il campionato di serie A, vincendo ieri per 2-0 contro il Silute.


lunedì, 11 aprile 2005
Durante un afternoon di un sunday piovoso
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:30 am

*

Leggendo per diletto il numero di Cosmopolitan versione italiana di questo mese mi sono ritrovata in un mondo di di preoccupazioni e interrogativi di grande peso, espressi in un consono linguaggio in cui e' essenziale la ricerca della sostituzione con la parola inglese corrispondente della piu' banale parola italiana, peggio di qualsiasi periodico per teens, appunto. Qualche perla. Il corsivo e' mio…
Perché le dive piu' glam sono tutte pazze per Steve Bing?
Quali regole igieniche devo adottare per i miei sex toys?
Se è in sintonia con il tuo mood, l'ebbrezza dell'intimita' à la carte puo' essere gratificante (che vuol dire??)
Sia che tu ti senta una single d'assalto sia che abbia appena finito il pentathlon delle cinque posizioni tantriche con il tuo fidanzato, la situazione Sesso&Amore e' in perenne evoluzione. La nostra mission? Farti vivere ogni epoca alla grande.
Quando hai bisogno di un break, che ti rimetta in pista, prova lo shiatsu fai-da-te. Bastano 10 minuti per rinascere.
Quando aspiri tipo Hoover un pacchetto di frollini al cioccolato, non sentirti come se avessi rubato il fidanzato alla tua amica.
Una dieta da red carpet: esce questo mese il secondo libro del dottor Perricone.
Blazer mignon, felpe minuscole, calzoncini extrasmall. Rubati al tuo guardaroba di bambina o frutto di una centrifuga troppo strong? In realta' fatti apposta per far vedere a tutti quanto sei sexy.
Non dormire sui cuscinetti, ma sugli allori.
Cene piccanti e danze tribali, maschere esotiche e bijoux etnochic. Per sentirti in Africa anche restando a casa.
Oggi provo un krapfen: ho la riunione di budget.
Il nome magari non ti dira' molto, ma la ventunenne Alsou Tenisheva e' la nuova Paris Hilton delle taighe rosse.
Ricordi Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere? Se ti eri persa il bestseller sui rapporti a due, punta sulla nuova versione, che riassume il meglio in vignette colorate: Il Piccolo Marte e Venere illustrato.
Non c'e' macchia che tenga. Da' una resettata al tuo colorito con i trattamenti whitening. Da fare invidia a Biancaneve.
Love al capolinea per Raphael Enthoven e Carla Bruni, che alla famiglia avrebbe preferito una carriera da singer.
Non e' che, per caso, quel gran macho di Clive Owen e' single?

* Ripensandoci, mi sembra quasi una specie di linguaggio da "signorina snob" dei nostri tempi, in cui si puo' parlare dei sex toys, diversamente dagli anni '50… chissa', magari Franca Valeri avrebbe trovato ispirazione per il suo lavoro. La copertina di Cosmopolitan del 1956 e' una sorta di omaggio alla sua creatura radiofonica-televisiva-letteraria.


venerdì, 8 aprile 2005
Felicitazioni
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:15 pm

Domani finalmente andranno sposi Carlo e Camilla, coronando un sogno d'amore lungo circa 34 anni e un paio di matrimoni, per di piu' da ultimo ostacolato anche da quell'inopportuno del papa. Auguriamo agli sposi, se non figli maschi, che forse e' un po' tardi, tanta felicita'. Se la meritano, perche' hanno dimostrato che le grandi passioni appartengono anche ai non belli e simpatici. Quindi, che possano vivere "ugly and happy ever after", come un'altra celebre coppia!


domenica, 3 aprile 2005
Inizio di stagione
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:16 pm

Lo Zalgiris di Vilnius, la mia squadra del fegato (visto che la mia ex-squadra del cuore mi ha fatto venire un fegato cosi'), ha avuto un difficile inizio di stagione. Ricevuta solo in extremis, per difficolta' finanziarie, la licenza per giocare nel campionato di serie A, nei quarti della coppa Lituania oggi non e' andata oltre uno slavato 0-0 in casa contro i rivali di sempre dell'Atlantas di Klaipeda.


domenica, 3 aprile 2005
La rat-family
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:50 pm

e' partita per il grand tour elettorale…


sabato, 2 aprile 2005
C'e' o ci fa?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:34 pm

Scrive Concita De Gregorio su D di Repubblica del 26.3.2005 "Nel rispetto della tradizione di arrivare buoni ultimi, vorremmo qui spendere due parole festive e festose sull'epifania dell'amore che ha colto il sindaco di Bologna Sergio Cofferati, altrimenti noto come la sfinge per la sua attitudine a non dare volto ai sentimenti. Dice Cofferati che non credeva di potersi di nuovo innamorare a cinquant'anni (56 per l'esattezza) e la scoperta che la possibilita' esiste e' una buona notizia per lui e per noi tutti, in specie per le signore sue coetanee a cui si augura vivamente di imbattersi nello stesso destino. La dama bruna, naturalmente di vent'anni più giovane, della cui foto sono pieni i rotocalchi pare viva questa stagione con altrettanta letizia. Chi si identifica nella parte offesa e si risente ha le sue ragioni, ma mai il risentimento e' stato un buon collante per le unioni. Percio', a proposito di ipocrisie, molti auguri a chi lascia ed e' lasciato, a chi lasciato ancora incontra e, anche a cinquant'anni (56) riscopre veltronianamente i sentimenti, e ricomincia.
Un grato e solidale pensiero a Camilla".
Se Concita De Gregorio fa sul serio, la signora Cofferati potrebbe avere ragione di sputarle in un occhio; altrimenti il cinese innamorato dovrebbe sentirsi piuttosto preso per i fondelli… fate voi…


mercoledì, 30 marzo 2005
Lost movie 2 – Lady in the Dark
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:39 pm

Ginger Rogers bizzarramente vestita in severi tailleurs dirige una rivista di moda chiamata Allure. La bella sta per raggiungere l'obiettivo, lungamente perseguito, di sposare il capo, in procinto di ottenere il divorzio dalla moglie. Liza Elliott (questo e' il nome del personaggio), che sembra avere tutto, e' pero' turbata da sogni con evidente risvolto sessuale; si rivolge allora ad uno psicanalista che li decifra, aiutandola a liberare la sua sensualità prigioniera di una serie di fobie e consentendole di trovare il vero amore con l'irriverente fotografo interpretato da Ray Milland. Film diretto nel 1944 da Mitchell Leisen, ex costumista la cui carriera presenta molti aspetti interessanti (se non altro perche' in seguito ad una lite con lui Billy Wilder decise di smettere di fare solo lo sceneggiatore e di passare alla regia), Lady in the Dark (Schiave della citta') si distingue per uno sfiammeggiante techicolor, una buona dose di divertente kitsch nelle scene dei sogni e una originale Ginger Rogers poco ballerina; notevole inoltre il ruolo della psicanalisi in un film così "antico", anche se in forma un po' scolastica. Purtroppo nel realizzare il film la produzione taglio' quasi tutte le canzoni dell'originale teatrale, che come nulla erano di Ira Gershwin e Kurt Weill, lasciando solo "Jenny".
Puo' darsi che la trama sia poco femminista, come dice il Mereghetti, per la spiegazione poco lusinghiera del movente che spinge la donna a far carriera, ma almeno nel cinema americano degli anni '40 le donne in carriera c'erano, mentre in Italia tuttora le donne manager sono una percentuale insignificante…
Degno di nota infine il fatto che uno dei costumi della Rogers venne pubblicizzato come il piu' costoso mai realizzato (prezzo 35.000 dollari di allora). Leisen di costumi se ne intendeva, per i maligni piu' che di regia.


domenica, 27 marzo 2005
Body and Soul
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:34 pm

Ci sono cose che hai ascoltato centinaia di volte. Poi, una sera, mentre torni a casa con le cuffiette sotto una pioggerellina fastidiosa, ti pigliano alle spalle, di sorpresa: e la bellezza che c'e' dentro ti da' un brivido come se fosse la prima volta.

Benny Carter & Orchestra, Further Definitions, Impulse.


domenica, 27 marzo 2005
Veronesi e il cesareo
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 6:58 pm

Umberto Veronesi, in merito all'eccesso di parti con taglio cesareo, scrive su "Oggi" del 30.03.2005: "per ultimo (tra i motivi dell'eccesso di cesarei, oltre all'organizzazione degli ospedali, e i maggiori rimborsi erogati dalle Regioni rispetto ai parti naturali, n.d.r.), ma non ultimo per importanza, c'è il diritto della donna a non sopportare il dolore. C'è in Europa una nuova tendenza non solo a sostenere il cesareo, ma a ritenere questa scelta un diritto della donna. Sono i cosiddetti cesarei "per convinzione personale"; tuttavia ostetrici-ginecologi tutt'altro che conservatori hanno dato un colpo di freno: la libertà della donna non deve portare il medico a rispettare acriticamente una richesta di cesareo che può essere irrazionale. Quindi non si tratta di una "libertà di scelta" che il medico può accettare per ragioni irrazionali. Deve piuttosto parlare serenamente con la donna e proporle alternative. Un'alternativa ottima è l'anestesia epidurale, che lascia la donna cosciente togliendole gran parte del dolore. Il medico ha il dovere di andare incontro alla richiesta della donna di non soffrire, ma non farebbe il suo dovere professionale e scientifico se accettasse a cuor leggero l'immotivata richiesta di cesareo per il quale non c'è indicazione clinica".
La posizione del grande clinico e dell'ex ministro della Sanità sull'argomento mi sembra di grande equilibrio, come spesso accade. Speriamo che con il tempo la necessità di guardare al parto con attenzione al contempo alle esigenze mediche in senso stretto sia a quelle delle donne si affermi sia agli alti livelli dell'amministrazione della sanità sia presso medici e ostetrici. Senza posizioni improntate ad una falsa correttezza politica che in nome del ritorno alla natura finiscono per incatenare le donne alla punizione biblica.


venerdì, 25 marzo 2005
Se non ci fosse, bisognerebbe inventarla (!?)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:56 pm

null

Fuori di ogni polemica. E più che mai senza alcuna pretesa ideologica. La Panda è una cosa che o si subisce o si ama. Io l'ho amata fin da principio, forse perchè è stata la prima macchina pagata interamente con il sudore della mia fronte, nemmeno tanto metaforicamente. E continuo a volerle bene anche quando facendo manovra giro con fatica quel volante durissimo e penso quanto sarebbe bello avere il servosterzo. Anche quando un tir mi passa accanto in autostrada e mi sento spostare. Anche quando guido qualche altro veicolo e mi rendo conto che non è una vera macchina. E non credo di essere l'unica ad avere sviluppato un rapporto sentimentale con quel frigorifero a quattro ruote. Una mia amica credo che abbia pianto quando ha rottamato la sua Panda dell'82 circa e ha conservato come una reliquia il suo ridicolo posacenere. Si può non capire, ma per alcuni funziona così.
P.S. questa pubblicità dell'80 è un po' buffa, però a me fa tenerezza…