Venerdì, 26 Febbraio 2010
Oggi a Torino soffia il foehn, violento. Sta arrivando la primavera.
Oggi a Torino soffia il foehn, violento. Sta arrivando la primavera.
Pare che domenica 28 si scatenera' la grande offensiva del nord alle PM10. Tutti a piedi in tutta la pianura padana o quasi. Quale sia l'utilita' di una mossa del genere per i nostri polmoni e' abbastanza chiaro: nessuna. Ai sindaci serve per esorcizzare lo spettro dei fascicoli che molte procure (compresa quella di Torino) vanno aprendo in materia. In realta' che l'aria a Torino sia una roba poco adatta a essere respirata e' una cosa evidente, come e' evidente che il torinese medio non concepisce altra possibilità per spostarsi che l'automobile, e del resto non si vede che cosa ci si potrebbe aspettare di diverso dalla citta' della Fiat.
Ma i torinesi per la verita' hanno le loro buone ragioni, anche ora che le loro macchine sono Fiat solo in minoranza.
A me non piace guidare di natura, trovo semplicemente odioso il sistema dei controviali torinese (una cosa in cui, per citare Saetta McQueen, devi girare a destra per andare a sinistra!!) e trovo che i torinesi al volante siano un flagello. Trasferendomi qua ho pensato: e che diamine, in fondo e' una grande città con un esteso sistema di trasporti - ci sono persino 7 km di metropolitana :-) - si potra' girare a piedi! Per la verità Torino e' stata pensata, credo fino dal '600, per le macchine; le distanze sono enormi e attraversare un corso in una volta sola (che so, corso Vittorio) e' sempre un'impresa da suicida o da centometrista o meglio da centometrista suicida, data la lunghezza e la presenza dei suddetti controviali che spesso generano la presenza di tre diversi semafori pedonali per passare da un lato all'altro.
Ad ogni modo ci ho provato, a usare i piedi e i mezzi pubblici (la bicicletta e' veramente da animi forti), ma, dopo un anno e mezzo di tentativi, credo che mi rassegnero' a diventare un torinese a quattro ruote. Non fosse altro, per raggiungere la scuola di It dal mio ufficio con il 65/ (la cui fermata gia' e' a 3-400 metri) ci impiego come minimo 40 minuti, quando in macchina fuori delle ore di punta ce ne metterei 15 (e' un percorso di 3,3 km). Per non parlare delle soste al freddo che hanno contribuito a farmi venire una tremenda tosse, peggiorata certo dall'aria torinese, dato che in montagna diminuisce molto. Devo dire che la frequenza del suddetto 65/ e' bassa, pero' ne vedo un monte in circolazione quando non ne ho alcun bisogno (dev'essere la legge di Murphy degli autobus). La distribuzione dei mezzi nel tempo non e' comunque il punto forte del GTT - il Gruppo Torinese Trasporti - il che genera un altro simpatico fenomeno: quando ho bisogno di andare in centro per una commissione, nel tempo che impiego per superare i tre diversi semafori pedonali posti nei 50 metri dall'uscita del mio ufficio alla fermata dell'autobus (non quella del 65/, ben piu' lontana…) vedo passare implacabilmente autobus e tram di tutte le linee utili e, quando infine raggiungo la fermata, per dieci minuti non passa piu' niente.
Inoltre non esiste praticamente percorso in citta', per quanto breve, che non richieda di cumulare due o addirittura tre mezzi se non percorrendo chilometri a piedi.
Morale della favola: Chiamparino & co. possono mandarci a piedi tutte le domeniche da qua alla fine del mondo, ma fino a che prendere i mezzi pubblici sara' un'impresa che richiede un fisico d'acciaio, la pazienza di un santo e niente da fare nella vita, tutti gli altri giorni della settimana i torinesi con piena ragione continueranno a mettere il culo sulle loro macchine e le PM10 impazzeranno.
P. S.: oggi sono andata a prendere It con la metropolitana, facendomi una passeggiata di circa 1,5 km; ma fino a qui tutto bene. Peccato che al ritorno (che abbiamo intrapreso cumulando un autobus e la metro) la metro si e' fermata del tutto, costringendo me e It a scendere e farci a piedi il percorso corrispondente a due fermate per andare dalla psicomotricista. E meno male che il mio piccolo ha accettato di farsela quasi tutta a piedi, quasi per niente in collo (il che e' un successo), e pure di corsa!

Quest'anno Torino batte il record mondiale delle nevicate farlocche. Stamattina veniva giu' cosi' — sara' la quindicesima volta quest'inverno — e in terra non e' rimasto nemmeno bagnato.
Prato Nevoso, domenica (la sensazione di pace e di deserto e' del tutto ingannevole, c'era un caos totale). Aggiornamenti sulle prodezze sciatorie di It tra poco.

la neve dalla finestra del mio ufficio.
Queste foto sono vecchie come il cucco — ma oggi e' la giornata piu' buia e fredda e nebbiosa e uggiosa da mesi a questa parte — e a me e' venuta la nostalgia dei nostri giri in bicicletta:
Un bel blog di fotografie e non solo sull'urban decay di Detroit.
Che ha anche una foto del tutto insolita della Mole da dentro la guglia.
Questi due tomi si fanno pre-campagna elettorale a Torino cosi':

(almeno il secondo si fosse messo al posto di Rudolph the Reindeer si sarebbe capito, ma cosi' che fa, il passeggero di Babbo Natale? o il pacco regalo?)
In giro per Torino dopo la mezzanotte di Capodanno:
Piu' grandi qui.
Stamani, nel giro di dieci minuti scarsi, dalla finestra di casa:


in questi giorni, se va bene, ci tocca questo:

La piu' cupa delle giornate novembrine e' *oggi*:

A veder lo slogan della sua campagna per le Regionali — viene quasi il sospetto che Mercedes Bresso abbia qualche ambizione di restaurare la monarchia sabauda.
Ieri sera, la truce statua del Conte Verde — davanti a Palazzo di Citta' — sotto le luci d'artista (la foto e' fatta con il cellulare e fa abbastanza schifo, ma era una vista suggestiva):

Poco fiato per postare, in questo periodo — una montagna di lavoro, It si era perso i ritmi del sonno e abbiamo ripreso una routine decente solo da pochi giorni — stiamo recuperando.

C'e' una foschia tremenda, stamattina, ma l'aria e' quasi pungente e sulle montagne si vede la prima neve: e' finalmente arrivato l'autunno.
Ieri, dopo un giro per vigne, a vedere le prime tracce di autunno, siamo tornati da Arione a comprare le meringhe — e stavolta abbiamo fatto anche le foto:

(anche il pacchetto, perche' perfino la carta e' splendida)
(e dentro c'e' questa meraviglia)
P. S. Pero', davanti ad Arione, sotto i portici della bella piazza intitolata a Duccio Galimberti, c'era un banchetto di fascisti (della Fiamma Tricolore, credo) che facevano volantinaggio. Non ci son piu' i Cuneesi di una volta, mi son detto: che una volta li avrebbero raccattati senza tante storie, loro e il loro banchetto, e scaricati giu' dal Viadotto.
Dopo aver assaggiato quelle di Arione, questo blog non riuscira' piu' a chiamare meringhe quelle di nessun altro.
(No, niente foto — le abbiamo spazzolate via troppo in fretta)
Ieri ci siamo fatti questa strada qui (quarantasette tornanti, di cui almeno la metà in sterrato, solo per la salita dal versante francese, 710 m di dislivello in 7,7 km — c'e' gente che la fa in bici e io mi sento morire alla sola idea):

(ero troppo impegnato a tenere la macchina sulla strada per fare foto mie, ma che meraviglia di posto…)
In cima:



Il Direttore Generale del Comune di Torino ha bloccato con una circolare (palesemente illegittima) i permessi della Legge 104 ai dipendenti con parenti disabili. Voleva lanciare un sasso nello stagno, dice lui, per suscitare il problema dei costi che il Comune deve sostenere per le assenze di questi dipendenti. E allora, invece di fare i controlli per scovare gli eventuali abusivi, nega alle famiglie delle persone disabili un diritto elementare riconosciuto dalla legge.
Io sinceramente vorrei lanciargliene uno in fronte, di sasso. Ma mi dispiacerebbe per il povero sasso.
Su Italia.it si scoprono meraviglie del Bel Paese che ignoravamo, come il mare di Montepulciano.
Nel mio piccolo, una prima indagine da Bogia-nen mi ha gia' rivelato l'esistenza del "Forte delle Finestrelle, originale struttura difensiva, posta su un costone del Monte Orsiera" (i corsivi sono miei: cfr. qui per i non Bogia-nen).
Insomma, non c'e' piu' il cetriolone, ma la geografia non l'hanno imparata, nel frattempo.
Spesso It in casa diventa inquieto — ma per fortuna si diverte ad andare in bici sul seggiolino dietro di me. Cosi' qualche giorno fa, per superare un suo momento di noia, siamo andati a farci un altro giro. Questa volta, sdegnando i quartieri nobili della citta', ci siamo concentrati sulle vie degli storici rioni operai di Cenisia e Borgo San Paolo, con le loro fabbriche abbandonate, con i blocchi di case popolari d'anteguerra — che rivelano col passare del tempo una bellezza dimessa e una dignita' che spesso non hanno costruzioni piu' moderne e "signorili" — per usare un termine da agenzia immobiliare. Non sono belle zone — e non sono mai diventate di moda, nonostante siano ormai praticamente in centro: ma c'e' un'anima — quella della citta'-fabbrica, dei quartieri costruiti intorno a un'azienda (qui soprattutto la Lancia), con gli stabilimenti al centro e le case operaie li' di fronte — e gli uffici e le case degli impiegati e dei dirigenti a un passo — e le scuole: tutto vicino — con distinzioni di classe evidenti, certo, ma anche con una commistione che sa di etica del lavoro e di responsabilita' comune. Robe che solo a Torino.
(uno esce di casa per intrattenere il figliolo e si ritrova a considerazioni tra l'urbanistica e la sociologia storica…)
P. S. su 23 l'itinerario georeferenziato e le foto in alta risoluzione.
(e l'uno dov'e'? nei post non ancora pubblicati, semipronto da settimane — ma tant'e'…)
Stasera It ha voluto uscire dopo cena, a tutti i costi. Cosi' abbiamo preso la bicicletta e ci siamo fatti un lungo giro in centro. Qui qualche foto di Piazza Vittorio, Via Po, Piazza Castello e Via Palazzo di Città:

It l'ha presa cosi'

nonostante la pioggia che ci ha sorpresi sulla via del ritorno.

A It piacciono parecchio gli aerei. Ogni volta che ne sente passare uno e' li' naso all'aria che cerca di vederlo — e ne segue la rotta con la testa rovesciata in su, le mani che sfarfallano, la risata che prorompe — insomma un autistico tripudio.
Cosi', pensando di farlo divertire, abbiamo deciso di portarlo alla giornata conclusiva dei World Air Games, che si sono tenuti qui a Torino dal 6 al 14 giugno. Erano previste diverse manifestazioni acrobatiche, concluse dall'esibizione dell'Eurofighter e dalle Frecce Tricolori. Il biglietto era piuttosto salato — 22 euro — ma in proporzione al programma ci si poteva stare.
Peccato che sulla Busiarda di stamani sia comparsa (in cronaca di Torino, pag. 71, non online) in una riga tra parentesi, senza alcuna evidenza, la notizia che le Frecce Tricolori non ci sarebbero state e l'Eurofighter nemmeno. Altre attrazioni avrebbero (forse) compensato le assenze.
Cosi' oggi pomeriggio, sotto il sole delle tre, It e io siamo partiti in bici per andare al campo volo dell'Aeritalia. Dove — in una vampa soffocante — siamo stati a guardarci qualche aeroplanino da turismo che faceva le acrobazie sulle teste del pubblico. It si e' divertito parecchio lo stesso, prima di soccombere al caldo e di riaccompagnarmi deciso deciso alla bici; ma il programma non era che una pallida ombra delle promesse e non valeva nemmeno meta' del prezzo del biglietto.
Viene da chiedersi: e' solo cattiva organizzazione (e gia' sarebbe grave) o ci hanno provato? E' difficile pensare che gli organizzatori delle "Olimpiadi dell'Aria" siano cosi' sprovveduti da non sapere in anticipo che l'aeroporto scelto non era abilitato a far decollare aerei a reazione (cosi' il sito dei giochi, letto ieri sera: Non potrà essere presente la nostra pattuglia acrobatica nazionale, le Frecce Tricolori, a causa delle disposizioni a tutela della sicurezza aerea e terrestre, che impongono per i jet margini più ampi di quelli dell'Aeroporto di Torino Aeritalia di Collegno). Come dire, rimane in bocca uno spiccato retrogusto di fregatura…
* "Torino prende il volo" era lo slogan un po' pretenzioso della manifestazione.
Purtroppo non è il titolo di un romanzo giallo, magari di un Maigret. Il Leon d'Oro è un albergo ristorante di Casteldelfino, un borgo decisamente affascinante della Val Varaita, non lontano dal confine con la Francia, un posto un po' fuori dal mondo che noi amiamo da tempo. Una domenica di questo nevosissimo inverno ci siamo fermati a pranzare, in una cornice un po' surreale, in compagnia di alpini e poliziotti inviati per fronteggiare l'emergenza climatica. Pure It accettò di mangiare un po' di agnolotti, il che per lui è stato un discreto riconoscimento alla cucina del posto. L'atmosfera, con metri di neve sui tetti delle case, era decisamente fiabesca.
Ma anche a Casteldelfino succedono cose che ti immagineresti solo in determinati quartieri della pericolosa metropoli torinese, quelli di cui si parla con grande allarme tutti i giorni in certe pubblicazioni. E così la signora che gestiva il Leon d'Oro è stata inopinatamente uccisa, a quanto pare da un ex tossicodipendente uscito da circa un anno dal carcere di Fossano, per motivi ancora non chiariti.
Non c'è una morale in questa storia; ma non può non colpire il destino che porta una signora non più giovane a finire uccisa in un borgo di montagna dove ha intrapreso con un certo coraggio la gestione di un albergo. Non è certo così che avrebbe pensato di poter finire, né noi avremmo pensato di ricordarci per sempre una bella domenica ricollegandola ad un brutale omicidio.
E pensare che l'albergatrice, Rosalia Perricone. a quanto pare era originaria di Palermo ed è arrivata al capo opposto del paese, in in luogo completamente diverso, per morire così.
Riposi in pace, signora Perricone. Magari c'e' un paradiso per gli albergatori dei paesi di montagna, senza impianti sciistici e torme di turisti.
Pausa in una mattinata di lavoro.
In poco piu' di un mese il panorama e' cambiato da cosi' a cosi':


ma il primo maggio la strada del Colle di Sampeyre era ancora cosi':


Ieri sera, sull'autostrada tra Voghera e Tortona. Perfino le trasfertacce di lavoro possono avere qualcosa di buono.
Da qualche giorno il mio ufficio e' stato spostato nell'estrema periferia postindustriale di Torino, dietro a quel che resta delle grandi fabbriche di Mirafiori. Ma dalla finestra c'e' questo:


Le risaie allagate tra Livorno Ferraris e Lucedio, ieri pomeriggio (per la gioia di It che dove c'e' acqua si entusiasma sempre):

(che non e' il moccolo di uno che si e' tagliato un dito affettando il formaggio)
Re e' un paesino della Val Vigezzo, in mezzo alle montagne tra Domodossola e Locarno.
Si racconta che nel 1494 una effigie della Madonna, presa a sassate da un borghigiano su di giri, abbia versato sangue dalla fronte. Sul luogo del miracolo, come usa, si costrui' (senza gran fretta, a dire il vero) un altare, poi (con un secoletto di ritardo) una chiesina barocca a navata unica di qualche pregio. Pero', che diamine, siamo Piemontesi! Una chiesina del genere non rende giustizia al miracolo — e nemmeno al prestigio del paese. E allora tra il 1922 e il 1958 (piu' di quattrocento anni dopo l'evento — qui siamo gente che ci pensa su, prima di far le cose), accanto e sopra alla vecchia chiesa, e' stata eretta questa astronave nel miglior stile neo-qualcosa (gotico-bizantin-rinasciment-indigesto), che torreggia fino a cinquantun metri sopra le teste dei passanti — e che si vede da chilometri tutt'intorno. La Guida Rossa del Piemonte, con la stessa prosa che ci ha regalato l'espressione "imponenti emergenze", parla in questo caso di "appariscente complesso".
Noi l'abbiamo scoperta domenica scorsa, in uno dei nostri giri nel paese dei Bogia-Nen (che poi l'Ossola e la Val Vigezzo meritano davvero — e il viaggio sulla ferrovia a scartamento ridotto da Domodossola a Locarno prima o poi lo vogliamo fare):



Le foto in dimensioni decenti sono su 23.
A me pareva che da queste parti la chiamassero merenda sinoira.
P. S. Elena, perche' non gli dici qualcosa tu, a questi smidollati del drunch?
Oggi, nelle campagne tra Farigliano e Murazzano, approfittando della copiosa neve, c'era gente che faceva sci di fondo in mezzo alle vigne e ai campi seminati a grano. Uno pensa alla catena di montaggio sciistica di Sansicario — e poi vede questa cosa — e la trova quasi commovente:

Ieri mattina e stamani, guardando fuori dalla finestra.
P. S. Che splendida nevicata, stamattina!
La Rat-family e' scesa in Toscana e a quanto pare si e' persa il bianconatale:
P. S. E comunque questo blog continua a non poterne piu' del Natale.
Stamani, verso mezzogiorno, il massiccio del Monviso dalle campagne del Pinerolese:
(Lo so, questo blog sta diventando un repository di foto delle Alpi piemontesi — e neppure di foto tanto belle. Ma queste montagne sono per me il paesaggio dell'anima — in assoluto — e d'altronde a guardarsi intorno non ci sono molte cose di cui abbia senso parlare)

Da Superga, stasera (lo so, la qualita' della foto e' pessima, ma il colpo d'occhio vale comunque la pena).
Beh, questo e' quel che fa la differenza tra Torino e qualsiasi altra citta'. Anche nel quartiere piu' triste, anche quando vai di corsa da un appuntamento di lavoro all'altro — se appena la giornata e' clemente — alzi gli occhi e

Oggi pomeriggio, dal Col del Lys, guardando verso Sud:
Ieri e' caduta la prima neve in citta'. Miserevolmente poca — e se ne e' andata nel giro di un paio d'ore. Ma con tutto questo parlare di riscaldamento globale — alla fin fine e' confortante vedere che ci sono ancora le stagioni di una volta.
Sara' che mi sento ancora prof nell'animo — e che le cose della scuola mi colpiscono sempre close and personal; sara' che e' successo a un passo da casa — e uno si sente in qualche modo piu' coinvolto che se fosse successo a Tananarive; sara' che ho una figlia iscritta al liceo scientifico — e non sono proprio sicuro che l'edificio della sua scuola sia perfettamente in regola. Ma a me l'idea che un ragazzo di diciassette anni sia morto schiacciato nella sua classe mi tormenta — mi angoscia proprio.
E se qualcuno taglia i soldi alla scuola — e agli enti locali, che sono responsabili della manutenzione degli edifici scolastici — e poi parla di tragica fatalita', invece di chiedersi se non e' il caso di ritornare sui propri passi — allora ogni barlume di moralita' e di decenza umana e' davvero sparito dalla politica.

Scritta su un muro di Porta Palazzo. Lascio l'interpretazione a un po' di amici piu' esperti di me nei meccanismi dell'Islam italiano. Nel mio piccolo mi pare un curioso spaccato geo-politico-etnografico di questa citta'.
Domenica mattina, Piazza Carignano, "radiosa giornata piemontese". La Rat-Family e' a far due passi in centro, facendo finta che non stia per piovere. Ci siamo imbattuti in questi tre ragazzi, che suonano (bene) cover dei Beatles e che ci hanno fatto passare una mezzoretta deliziosa — tra l'altro avendo il coraggio di intonare "Here Comes the Sun" mentre cadevano le prime gocce di pioggia:

Loro si chiamano The Beatwins e questo blog e' cosi' contento di averli incontrati che un po' di pubblicita' gliela fa volentieri:
E' che — prima di tutto — a un cielo cosi' d'autunno a Torino uno proprio non ci crede — e allora se lo fotografa a futura memoria:

E sotto questo bel cielo me ne sono andato, un po' per curiosita' un po' per effettivo desiderio di partecipare, alla manifestazione contro il decreto Gelmini. E ho visto una bella manifestazione. Grossa, innanzitutto; non sto a fare il superenalotto dei numeri, che tanto ormai ognuno si inventa quelli che gli pare: ma io sono arrivato un po' prima delle 11 in Piazza Castello — e la testa del corteo aveva appena imboccato via Po; la coda e' passata dopo mezzogiorno e mezzo. Un'ora e mezza abbondante di flusso ininterrotto di gente — e non in fila indiana.
E sara' anche minoranza, la fetta di Italia che ho visto in piazza. Ma e' un fetta di Italia bella, oltre che grande. Ho visto una folla colorata, allegra (guardate quanta gente sorride, nelle foto che ho scattato — e pensate a quanti sorrisi vi vedete intorno ogni giorno), variegata (tanti studenti, delle superiori e dell'universita', ma anche tanti docenti, tantissimi genitori, nonni, alunni delle elementari — ragazzi con i dreadlocks che ballavano dietro ai camion con gli altoparlanti e signore della buona societa' torinese in tailleur e decolté basse — per scappare meglio, in caso di necessita' –, cinquantenni con l'aria da intellettuali e metalmeccanici con striscioni cosi' retro da far tenerezza, ragazzine del ginnasio e studenti delle scuole serali, professori con casa in collina e immigrati extracomunitari) — una folla di sinistra, certo — ma mica solo di sinistra (ho incontrato persone che a una manifestazione "di sinistra" non avrebbero mai partecipato). Soprattutto una folla *civile* — e di questi tempi, in cui perfino essere razzisti e' tornato di moda, non e' poco. Per la prima volta — da mesi a questa parte — ho rivisto in giro un pezzo d'Italia di cui non vergognarsi. Non so se la manifestazione servira' a far arretrare gli aracnidi dai loro propositi di distruzione dell'istruzione pubblica. Certo e' servita a far uscire dalle case l'Italia decente — e se ne sentiva il bisogno.



Nel pomeriggio, finita la manifestazione, il cielo si e' illividito e la temperatura e' scesa di parecchi gradi. Spero che non sia simbolico.
Ho fatto uno sfascio di foto, perche' era bella da vedere la piazza. Queste qui sono solo un assaggio, su 23 le altre.


e invece e' solo alle prese con uno dei piu' autistici tra i suoi divertimenti — tirare sassolini nell'acqua e guardarli affondare.
(Il posto — bellissimo — e' Ferrera Cenisio, domenica pomeriggio)


Io le ho sempre trovate bellissime da guardare e da toccare — e da bambino le raccoglievo con entusiasmo sui viali di Torino — salvo che poi non sapevo come giocarci, si prestavano poco a qualunque uso (troppo irregolari per fare da biglie, troppo deperibili per tesaurizzarle e basta, sarebbero state ideali come proiettili per la fionda, ma una fionda non sono mai riuscito ad averla) — e mi e' rimasta addosso questa duplice sensazione, di entusiasmo e di frustrazione.
(It, che non si fa problemi se non ha una fionda, trova che siano perfette da lanciare nelle fontane — e perfino nelle pozzanghere)


Stiamo prendendo possesso della nostra nuova citta'.

Prende forma, un po' per volta.
Meno uno!


Casa nuova, in tempo reale.
Meno due. Ce la facciamo.

Lo skyline del nostro vecchio soggiorno, oggi pomeriggio.
Meno tre…

WiFi area…
Meno sei.
A volte ritornano:

Meno sette — no facciamo sette e mezzo, che gli scatoloni sono di ieri e cosi' mi sento un po' meno con l'acqua alla gola.

Meno nove…

La nuova casa torinese e' in queste condizioni, a due settimane dal trasloco. Ce la faremo…
E' noto che per i Torinesi di citta' il Piemonte arriva al massimo a Bardonecchia da un lato e a Chieri dall'altra. Ma che la Busiarda si inventi una provincia di Alba — e che ci metta dentro Borghetto Borbera — mi pare un po' tantino perfino per loro:
E' ufficiale: da settembre questo blog si trasferisce sotto la Mole. Quindi le settimane passate sono state occupate dalla ricerca della casa nuova, della scuola e del nuovo team di terapisti per It, ecc. ecc. ecc. — oltre che dal lavoro (che ovviamente esplode proprio quando uno dovrebbe lasciarlo) e dagli sforzi per sopravvivere al caldo e all'Italia: energie per scrivere qui sopra non ne sono rimaste — e probabilmente non ce ne saranno ancora per un po'.
D'altronde, almeno personalmente, credo che non spenderei comunque una parola a commentare le prodezze degli aracnidi che governano e che rappresentano alla perfezione l'ethos di questo paese. Sono semplicemente incommentabili. Se tornera' il fiato, ci saranno altre cose di cui parlare.
Questa volta la campagna elettorale proprio non mi ha entusiasmato. Anzi — sto cercando di tenermene il piu' lontano possibile — di far finta di niente. Perche'? perche' non riesco a decidere se e' piu' deprimente o irrilevante. E non e' una bella alternativa.
Insomma, a quanto pare qui siamo a decidere se (in ordine di probabilita'):
1) Sia alla Camera che al Senato vince quel signore che dice che i magistrati sono matti, che le belle gnocche stanno a destra, che Napolitano si deve dimettere, che l'Alitalia la fa comprare lui ai suoi amici, ai suoi figli, al suo cane. Eccetera eccetera. Se non fosse una prospettiva devastante, ci sarebbe almeno da ridere all'idea che uno cosi' possa fare il capo di governo.
2) Quel signore vince alla Camera, ma al Senato si ritrova con i numeri di Prodi e gli tocca sperare che Ciampi e la Levi Montalcini non godano di buona salute. Fa il governo lo stesso — e tra due anni siamo da capo perche' non riesce a fare altro che litigare con i suoi e con quegli altri.
3) Quel signore vince alla Camera, ma al Senato, tra UDC, Arcobaleni, Piddi', senatori a vita, eletti all'estero ecc. ecc., e' proprio in minoranza. Traccheggia qui, traccheggia la' — si fa un governone con tutti dentro — o un governicchio che cerca di accontentare tutti. Con il personale politico di cui disponiamo, ci sara' da divertirsi. Soprattutto in tema di diritti civili, visto che le forze non veterocattoliche saranno in assoluta minoranza nel governo.
4) Quel signore ne combina una piu' grossa delle altre da qui a venerdi' notte, un po' di gente decide di non votarlo e non lui non vince nemmeno alla Camera. Veltroni si trova a gestire un premio di maggioranza di cui non sa bene che cosa fare e un Senato in cui non ha comunque i numeri. O fa Prodi bis — e finisce come al punto 2) a parti invertite; o fa l'accordone con la destra e finisce come al punto 3); o fa l'accordo con Casini (sempre che i numeri ci siano) e finiamo tutti col cilicio; o fa l'accordo con Bertinotti (anche qui, numeri permettendo) e si torna a votare dopo sei mesi perche' litigano su tutto.
Fate un po' voi, ma io non vedo alternative a questi esiti — e nessuno mi pare auspicabile, ma nemmeno potabile.
Per di piu' io abito nella circoscrizione Piemonte 2, dove gli esiti sono scontati: alla Camera vince comunque il PdL, al Senato pure e l'Arcobaleno non arriva all'8%. Grazie al meccanismo dei premi di maggioranza, delle soglie di sbarramento e della mancanza di preferenze, il mio voto, qualunque esso sia, e' del tutto irrilevante. Non sposta nemmeno un capello dell'ultimo degli eletti. Conta meno di una telefonata notturna all'ineffabile sindaco di Varallo.
Vi pare che ci siano molti motivi per appassionarsi a questa campagna elettorale? poi alla fine a votare ci andro' lo stesso — sempre che trovi qualcuno di decente da votare.
A questo proposito segnalo una bella iniziativa dell'ASSOLI (ASsociazione SOftware LIbero), che sta cercando di sensibilizzare i candidati e gli elettori sui temi del software libero.
Io personalmente ho aderito — e ho sempre pensato che quello della liberta' della conoscenza sia un tema importante su cui vagliare le posizioni delle forze politiche. Potrebbe essere un buon criterio per decidere chi votare. Ma in Piemonte 2 finora hanno aderito alla Camera solo due tre candidati; al Senato *nessuno* uno solo.
P. S. E comunque sia — a costo di rifare tutto questo lavoro e alla fine di mettere nella scheda una fetta di prosciutto — non votero' un astensionista.
Ve lo ricordate l'ineffabile Sindaco di Varallo Sesia, quello che campeggiava sbilenco dai suoi manifesti dicendo "Ciao" ai suoi elettori e assicurando che avrebbe risposto al telefono a qualunque ora?

Beh, ora campeggia sbilenco da nuovi manifesti, in cui assicura che anche da Roma continuera' a fare il Sindaco, quattro giorni in Valsesia e tre giorni a Roma. Perche' il suo partito lo ha candidato alla Camera nella circoscrizione Piemonte 2, al terzo posto, dietro un leader nazionale e un altro big — in pratica sicuro del posto.
Quasi quasi stanotte gli telefono per fargli le congratulazioni.
Sul forum aperto dalla Stampa sul caso di Barbania, qualcuno del paese ha spiegato che — in fondo — tutto quel che succede e' che il bambino, anziche' scendere dalla macchina davanti al cancello della scuola, dovra' scendere all'inizio della strada e percorrere appena settanta metri a piedi.
Ok, ora fate finta che il vostro cervello elabori gli stimoli sensoriali in modo diverso dalla media. Gli spazi aperti vi provocano disorientamento, se non avete la protezione di un soffitto e di una parete vi sentite minacciati. I rumori forti vi provocano un dolore fisico — ma forse basta anche il vento a disturbare il vostro equilibrio sensoriale. Le persone che non vi sono familiari vi spaventano, anche perche' non riuscite a interpretarne correttamente i segnali, ne' di linguaggio, ne' tantomeno gestuali — e il tutto peggiora se siete gia' in sovraccarico e spaventati.
State andando a scuola, che e' un posto che magari pure vi piace, ma vi mette in tensione — vi bombarda di stimoli e quindi vi rende sovreccitati e ipersensibili. Vi aspettate che scenderete dalla macchina e passerete direttamente dalle mani di papa' o di mamma a quelle della maestra che conoscete — e di cui avete (lentamente!) imparato a fidarvi.
Invece la macchina si ferma lontano dal cancello. Vi vogliono far scendere in un posto *diverso* dal solito — distruggendo in un colpo solo le routine che vi permettono di avere sicurezza e di capire il contesto in cui siete — e di reagire correttamente. Avete davanti a voi un tratto (solo settanta metri? e come fate a saperlo? e come percepite, in quel momento, quanto e' lontano il cancello che vi e' familiare?) di spazio aperto — terrorizzante — e non sapete perche' — magari qualcuno vi sta parlando per spiegarvelo, ma in questo momento non sentite nemmeno — avete semplicemente *paura*. E magari sulla strada ci sono altri bambini che entrano a scuola — e si muovono in maniera imprevedibile — e parlano e gridano — e adulti che li accompagnano e che riempiono quello spazio di traiettorie, di rumore, di presenze che vi sembrano minacciose.
Ecco — provate a immaginarveli, quei settanta metri. Ma a immaginarveli intensamente, con tutte le vostre forze — come se fossero i vostri sensi a percepirli cosi'. O quelli di vostro figlio. E poi riparliamone — quando avrete smesso di urlare, o di scappare, o di sbattere la testa sull'asfalto per il terrore.
Eighty yards, just eighty yards
Speaking of the case of Barbania, a resident explained that all it happened is that the boy will have to walk some eighty yards, instead of jumping off the car just in front of the school's gate.
Well, now let's pretend your brain elaborates sensory data not just like everyone else's brain. Open spaces disorient you, if you are not protected by a ceiling and a wall you feel threatened. Loud noises bring you physical pain, but perhaps some wind is enough to put your senses off balance. You are afraid of people you're not familiar with, also because you can't make sense of their signals, verbal or non-verbal — and it gets worse if you are scared or in overload.
You're going to school — and perhaps you even like it, but it's a place that stresses you: it showers you with stimuli and sensations, so it overloads and it makes you oversensitive. You expect to get off the car and pass directly from the hands of your parents to those of the teacher you slowly learned to trust.
But your car stops far from the gate. They want you to get off in a *different* place — destroying the routine that allows you to make sense of the situation, to feel safe and to react in a proper way. In front of you there's an open, terrifying space (eighty yards? How would you know? Do you even see where is the familiar school entrance?) — and you don't even know why. Perhaps somebody is talking to you, trying to explain — but you don't even hear him now — you are just *scared*. And perhaps there are other kids on the road, going to school too — and they move in impredictable ways, and talk, and shout — and there's parents too, filling that space with trajectories, noises, presences that you interpret as threats.
Well — just try to figure those eighty yards. But try really hard, with all your strength — as if it were *your* senses perceiving them that way. Or your son's senses. And *after that* let's talk again about those eighty yards — after you stop screaming, or running away, or banging your head on the pavement out of terror.
A Barbania, ridente paesino del canavese, c'e' un bambino autistico che non riesce ad affrontare gli spazi aperti; per poter andare a scuola ha bisogno di esserci portato in macchina: altrimenti puo' andare in crisi e scappare, o diventare aggressivo o autolesionistico. Chi sa qualcosa di autismo, sa di che cosa parlo; chi non ne sa nulla si documenti prima di dire anche solo una parola. Alla famiglia di questo bambino e' stato revocato dal Sindaco il permesso di parcheggiare davanti all'entrata della scuola — perche' le madri dei bambini neurotipici si sono lamentate — dicono che il padre sia un po' il bullo, per di piu' arricchito, del paese — e che guidi in maniera pericolosa. Quindi che diamine, il bambino autistico prenda lo scuolabus come tutti quegli altri, anziche' godere dell'intollerabile privilegio di essere recapitato a scuola in automobile. Di fatto, fa capire La Stampa, il problema vero non e' il parcheggio riservato, ma la presenza stessa del bambino a scuola — evidentemente troppo *difficile* per le buone mamme neurotipiche del paese.
E allora, segnatevelo questo posto: e' qui, proprio a due passi da casa vostra. E' un posto dove — per ignoranza o per beghe di paese — si rende difficile a un bambino autistico di andare a scuola. Segnatevelo — e se vi capita di passarci, uscite da quella citta' e scuotete la polvere dai vostri calzari.
Barbarians in Barbania
In a small town in northern Piedmont, Barbania, the family of an autistic child has been denied the right to park the car in front of school. The boy is scared of open spaces and would run away and/or become aggressive and autolesionistic when forced to walk: but the mothers of other pupils complained that parking the car in front of school was dangerous for their children and asked the Mayor to call off this "privilege". The local newspaper however implies that what really bothers the good families in Barbania is the child attending school at all.
So, there's a place, just a hundred miles from where we live, where an autistic child is effectively denied his right to attend school. Remember it, and if you happen to pass by, go outside that town and shake the dust from your feet.
Sulla Stampa di oggi due articoli che condivido pienamente: quello di Barenghi (L'ammaina bandiera dell'Ulivo) e quello di Tornabuoni (Trent'anni di cinismo sull'aborto). Che la buona vecchia cara Busiarda stia diventando un pericoloso foglio sovversivo?

(Stamattina, andando al lavoro. La versione ad alta risoluzione su 23 — 8 Mb!)
Siamo appena rientrati a casa e abbiamo trovato, finalmente, la neve, che mancava da quasi due anni:
(Clic sulle foto per vedere tutta la serie in formato grande — su 23)
Oggi siamo stati alla fondazione Ferrero di Alba, cercando di vedere la mostra della Collezione Longhi. Enrico era piu' o meno addormentato, quindi abbiamo creduto che sistemandolo in passeggino lui avrebbe continuato il suo sonnellino e noi avremmo potuto vedere in pace la mostra. Si e' trattato in realta' dell'ennesima illusione della nostra vita di genitori, ma non per colpa di Enrico, quanto dell'organizzazione della mostra. Una signora addetta alla biglietteria dai modi non scortesi (da un punto di vista puramente formale) ci ha fatto presente che con il passeggino no, non si poteva entrare, avrebbe chiesto al superiore ma gia' era stato detto di no ad altri. Il superiore ci ha confermato che non si poteva; la signora pero' ha magnanimamente dichiarato che avrei potuto aspettare gli altri con Enrico dentro senza che fosse necessario andar fuori al freddo (la giornata ad Alba era tutt'altro che tiepida). Insomma, essendo molto umani mi concedevano di restare con il bistrattato passeggino nell'atrio, come se avessero preso in seria considerazione l'idea di chiedermi proprio di uscire con il pericoloso aggeggio (non sanno quanto e' pericoloso il figliolo, sono stata tentata di scatenarglielo contro).
Un po' risentita ho chiesto piu' volte alla gentile madama quale trattamento avrebbero riservato ad un amante dell'arte costretto su sedia a rotelle, ma la signora da prima non ha risposto affatto, poi mi ha detto che non era colpa sua, eseguiva solo degli ordini; ad ogni modo non mi ha spiegato cosa facevano di un eventuale adulto impedito a camminare. Va sottolineato che il luogo non presentava alcuna apparente barriera architettonica. Dato che ero arrivata fino a la' e la mostra la volevo vedere, ingoiando la bile, sono entrata con Enrico in braccio; lui pero' era scocciato di essere stato rimosso dal suo posto nonché svegliato e ha cominciato a fare rumore, cosicchè ho stabilito che non era proprio cosa; ormai la mostra mi era rimasta sullo stomaco e allora mi sono presa il pargolo e, non approfittando della estrema cortesia dell'organizzazione, sono andata fuori pensando cose poco carine sui possibili utilizzi delle bottiglie dei quadri di Morandi esposti.
Il fatto e' che avere un figlio in qualche modo disabile ti rende parecchio sensibile a qualsiasi forma di esclusione, anche se non diretta specificamente alla sua disabilita'; certo il fatto che sia piu' difficile tenere a bada Enrico rispetto a bambini normali (anche se fino ad un certo punto) rende necessario per andare a giro poter disporre di tutti gli accorgimenti possibili. Mi da' soprattutto noia questo sottofondo di intolleranza per le persone in difficolta' e per i genitori di bambini piccoli, come se si pensasse: perche' diamine vogliono andarsene a giro e disturbare gli altri invece di starsene adeguatamente tappati in casa? In questo caso tra l'altro neanche hanno spiegato il motivo del divieto, forse avevano paura che rigassimo il parquet o nascondessimo un De Pisis nel passeggino.
Il colmo pero' e' stato che sull'opuscolo della mostra e sul sito internet della Fondazione Ferrero si parla di "possibilità di accesso e servizi per disabili". Ma allora mentite per la gola tanto per far finta di rispettare la legge 104 o ce l'avete proprio con me????
Ovviamente non posso recensire la mostra, tranne osservare che c'era un quadretto di un pittore del trecento con una Madonna del latte dalla tetta assurdamente piccola. L'ultima cosa che ho visto prima che Enrico stabilisse che quel posto era troppo antipatico per lui. Ed aveva assolutamente ragione.
un regalo per Comida prima di tuffarmi nella nebbia padana:


(stamani dalle finestre di casa)

E' vergognosamente poca e non si e' fermata nemmeno per tre ore — ma e' gia' piu' di quella che si e' vista in tutto l'inverno scorso.
Venerdi' mattina:

Stamani:

Era un po' che volevo farle, queste foto, per la mia serie sulla follia edilizia piemontese. Ci ero stato l'anno scorso, di fretta, e mi ero appuntato mentalmente che avrei dovuto tornarci. Ci sono ripassato qualche mese dopo, ma il tempo era inclemente. Approfittando della Festa della Liberazione e di una bella giornata, siamo andati a fare un picnic a pochi passi da li' (il post arriva soltanto ora, a distanza di mesi, perche' nel frattempo e' successo di tutto — e foto e idea erano rimasti li' a frollare).
Il fatto e' che il paese di Camagna e' un po' nascosto, ci arrivate per vie fuori di mano che si inerpicano sulle colline — e non lo vedete se non quando ci siete quasi arrivati.
Peccato che l'interno fosse inaccessibile. Mi aspettavo mirabilie. Ma ci tornero' — oh se ci tornero'.
Per fortuna al mondo c'e' anche altro. Questo l'ho visto stasera tra le vigne sopra casa, tornando dall'ufficio.

Io pero' — con lui — non ho fatto pace.
Al Nord il centrosinistra ha preso una legnata mica da poco. Il PD e' su percentuali da miseria nera (in Piemonte tra il 15 e il 20%, con qualche eccezione nella cintura torinese). E guarda caso tra i saggi del PD non ci sono i leader che al Nord hanno vinto: da Chiamparino, alla Bresso, a Penati, a Cacciari. Non voglio dire che la spiegazione della catastrofe sia tutta qui. Ci sono anche scelte locali disastrose sui candidati sindaci e un clima politico nazionale che non ha aiutato. Ma forse farsi dare qualche saggio consiglio da quelli che hanno tenuto l'argine — e che magari riescono pure a ricacciare indietro l'alluvione, ogni tanto — mica sarebbe cosi' sbagliato. Anche perche' prima o poi, se no, qui ci si stufa di fare i bambini olandesi che tappano la diga col ditino…
Della Sinagoga di Alessandria, chiusa da anni, avevo parlato qui. Domenica prossima — *eccezionalmente* — sara' possibile visitarla. Tutte le informazioni si trovano qui.
Errata corrige importante: mi scuso per l'imprecisione, ma ho scoperto che la Sinagoga di Alessandria sara' visitabile tutte le domeniche fino all'8 luglio, previa prenotazione.
D'accordo che in campagna elettorale si fa di tutto, come dimostra l'ineffabile Sindaco di Varallo. Ma, in una cittadina piemontese di cui non dico il nome, il Sindaco uscente si e' ricandidato con una lista civica che si chiama "Nome-della-citta' nostra" e che ha come simbolo una specie di sole padano/fiorellino fatto cosi':

E con questo nome e questo simbolo ha ovviamente (e del tutto legittimamente) tappezzato la citta' di manifesti. Peccato che il Comune, con singolare coincidenza di tempi, abbia lanciato una campagna informativa sui risultati dell'amministrazione in tema di ambiente e raccolta rifiuti, il cui manifesto e' intitolato "La nostra Nome-della-citta' sana e pulita". In alto, accanto allo stemma del Comune, talmente piccolo da risultare invisibile, un simbolo sostanzialmente identico a quello della lista del sindaco:

Via, Signor Sindaco, non sia cosi' timido! la prossima volta faccia stampare al Comune direttamente i manifesti con il suo faccione e la scritta RIELEGGIMI. Sarebbe un uso piu' trasparente del denaro pubblico…
Ieri siamo andati a fare un giro in Val Maira, in particolare in quel posto meraviglioso che e' Elva. Sulla via del ritorno Waldorf, che ha un occhio tutto particolare per scovare bei posti nelle cose scritte in piccolo delle guide turistiche, mi ha dirottato a San Costanzo al Monte, a un passo da Dronero. E' uno tra i piu' singolari monumenti romanici del Piemonte, costituito di due chiese sovrapposte, di cui la superiore a tre navate con cupola ottagonale su pennacchi. La parte absidale, altissima e molto simile a quella della Sacra di San Michele, e' coronata da false gallerie. Ricco anche il corredo di sculture, tanto all'esterno che all'interno. Qualche rimaneggiamento posteriore, soprattutto negli edifici circostanti e nella facciata (barocca), non cancella lo splendore del complesso. Le mie foto non sono gran che, ma forse danno un'idea della meraviglia di cui stiamo parlando (formati piu' grandi e altre immagini su 23, cliccando sulle miniature):
Eppure questa chiesa non la trovate negli itinerari turistici. Perche'? perche' e' in completo abbandono — e in condizioni pietose. Un minaccioso cartello su un ingresso vieta l'accesso e segnala pericoli di crollo: ma il portone della chiesa e' sfondato e si apre alla minima pressione; nell'area "vietata" dal cartello si entra dal retro, senza incontrare alcuna recinzione o ostacolo. Il monumento e' nello stesso tempo invisitabile — se non a rischio e pericolo di chi entra — e completamente esposto a vandalismi, intemperie — e peggio ancora.
Eppure — facendo qualche rapida ricerca su Google — ho scoperto che gia' nel 1998 una legge (la n. 61/1998, art. 23 comma 6-bis) stanziava un miliardo e ottocento milioni di lire a favore della Provincia di Cuneo "per l'intervento a tutela delle condizioni statiche del complesso monumentale di San Costanzo al Monte". E in effetti un robusto intervento di restauro e' stato intrapreso: lo rivelano la copertura del tetto, in buone condizioni, il paramento in pietra della parte absidale, che e' stato evidentemente consolidato e ripulito — e soprattutto le travature e i tiranti d'acciaio che armano tutto l'interno della chiesa e che ne garantiscono una sia pur non troppo rassicurante stabilita'. Ho anche trovato l'annuncio, nel novembre 2004, di un appalto della Provincia di Cuneo per il "terzo lotto dei lavori di restauro e consolidamento statico degli edifici esterni del complesso abbaziale di San Costanzo al Monte nel comune di Villar San Costanzo, in Valle Maira". Tra 2004 e 2005 il Club Unesco di Cuneo ha ottenuto un contributo di 4.500 euro dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo per produrre un DVD multimediale sul monumento; di questo lavoro e' stata fatta una presentazione a febbraio 2005 presso il Comune di Villar San Costanzo alla presenza dell'Assessore provinciale al Turismo, Angelo Rosso. Sul blog di Artemista, infine, trovo l'annuncio che venerdi' 16 giugno 2006 "viene riaperta al pubblico la chiesa romanica di San Costanzo al Monte, uno dei capolavori del medioevo piemontese da anni oggetto di un accurato restauro. Appuntamento alle ore 18.00 per l’apertura ufficiale".
Che cosa e' successo nel frattempo? Come e' possibile che in meno di dieci mesi si sia passati dalla riapertura al pubblico all'attuale pauroso stato di sfacelo, con tanto di minaccia di crolli? Come e' successo che le pubbliche amministrazioni interessate, che hanno ricevuto e stanziato denaro pubblico per la conservazione dell'edificio, se ne siano disinteressate al punto di non provvedere nemmeno a un lucchetto e a una catena per impedire l'accesso a un cantiere pericoloso? Che cosa ci siamo persi? Quali informazioni non abbiamo trovato?
Se qualcuno ne sa qualcosa piu' di me, lo prego di raccontarcelo. Se poi si puo' fare qualcosa per impedire lo sfascio di questo gioiello — io sono a disposizione, per quel che conta.


L'altro ieri, nelle campagne tra Fubine e Cuccaro. Altre foto su 23.
… le stagioni di una volta. Per vedere la prima neve di quest'anno abbiamo dovuto aspettare l'equinozio di primavera:

Biancospini fioriti e l'Appennino innevato, ieri pomeriggio, dalle colline tra Cassine e Ricaldone.
Anche senza il Sacro Monte, che e' davvero spettacolare, Varallo merita almeno un giro non distratto. Ci sono scorci interessanti, una curiosa chiesa parrocchiale (sconsolatamente chiusa perfino di domenica pomeriggio), tanti segni della prosperita' arrivata tra Otto e Novecento con le manifatture laniere (e sparita in fretta con la crisi del tessile) e … un singolare sindaco, che conclude con un "Ciao!" pseudomanoscritto gli avvisi alla cittadinanza (foto 1) e all'ingresso della zona pedonale fa piazzare la foto del suo vigile urbano preferito, impettito sull'attenti e con tanto di paletta (foto 2).

Ma soprattutto l'ineffabile sindaco, non so se in un empito di spirito di servizio o se afflitto da solitudine acuta, ha affisso questo all'ingresso della sua citta':

E allora telefoniamogli, ventiquattrore su ventiquattro — chiamiamolo prima di andare a dormire — quando ci svegliamo nella notte per fare pipi' — all'ora della pennichella — all'ora di pranzo e di cena — perche' se la merita un po' di compagnia.

E intanto gli alberi sono fioriti da almeno dieci giorni — la primavera e' partita col botto con quattro settimane buone d'anticipo e io sono qui con la mia voglia insoddisfatta di inverno e di neve.
Trovo da JTheo la segnalazione del PiolaCamp, che si fara' a febbraio forse alla Raviola Galante di Scurzolengo*. Mi pare in pieno nello spirito del Bogia-Nen Blog Lunch che abbiamo organizzato negli ultimi due anni — e quindi cerchero' di esserci — con estremo piacere.
Per altro, noi la Raviola Galante l'abbiamo cercata qualche tempo fa nei nostri giri nel paese dei Bogia-Nen — e ci siamo clamorosamente persi, anche grazie al solito GPS — che evidentemente non ha le idee chiare sul Basso Monferrato…
* Ehi, dico! capisco essere torinocentrici — ma perche' una cosa che si fa a Scurzolengo, Basso Monferrato, decidete di chiamarla PiolaCamp Turin?
Io un inverno cosi' miserevolmente senza neve dovevo ancora vederlo, da queste parti. Siamo a gennaio e il Monviso ha piu' o meno lo stesso aspetto che aveva di ottobre:

Foto scattata ieri dal belvedere di Alice Belcolle, guardando verso Castelrocchero e il Monviso. Per altro, si vedevano *tutte* le Alpi, praticamente fino al Trentino: da restare senza fiato — e non solo per il vento gelido.
Il Calendario 2007 di The Rat Race:
A breve la versione scaricabile online. A stampa costa 16 euro piu' spese di spedizione — puro prezzo di costo per dodici mesi di autentico paesaggio Bogia-Nen…
In questi giorni giro parecchio — per lavoro — tra i paesi della provincia profonda piemontese. Una nebbia da tagliare a fette, stradine che si perde anche il GPS, segnale del cellulare ad essere gentili aleatorio. Ma io non riesco a diventare indifferente alla bellezza di certi paesaggi — proprio in mezzo alla nebbia e grazie al GPS che mi ha sperso — e fortunatamente con il cellulare muto per cinque minuti.


P. S. Grazie a tutti gli amici che hanno partecipato, ieri, al Bogia-Nen Blog Lunch 2006, sfidando questo tempo.
Aggiornamenti e informazioni utili per venire al Bogia-Nen Blog Lunch il prossimo 3 dicembre si trovano QUI.
Le adesioni si raccolgono soltanto fino a domani, 29 novembre.

Oggi nella piana alessandrina.
Nei sobborghi di Alessandria, a Casalbagliano, c'e' questo rudere, in cui la torre medievale (autentica, pare) e' stata inglobata in successivi rimaneggiamenti e da ultimo "arricchita" da uno dei tanti Coppede' in sedicesimo che giravano in questi paraggi. Il castello, che ha finito i suoi giorni come Casa del Fascio, e' in stato di abbandono totale dalla fine della guerra — e verosimilmente destinato ad un prossimo crollo.


Avrei dovuto parlarne prima — in tempo per segnalare la presentazione (che e' stata ieri a Dogliani) di un nuovo libro su Giovanni Battista Schellino, architetto eclettico attivo in Langa sul finire del secolo scorso.
Il fatto e' che — nella nostra galleria di piemontesi matti per il mattone — Schellino merita certamente un posto d'onore. Dotato di una immaginazione visionaria e incontrollata, un po' come quella di Gaudì ma senza cultura (era un autodidatta), Schellino ha rielaborato in maniera a suo modo geniale quel che la tradizione architettonica locale aveva prodotto nei secoli. Le sue numerose realizzazioni sono una esagerata rivisitazione a volte del gotico, altre del barocco, altre ancora del neoclassico — un neo-neoclassico? –, quando non sono la stratificazione congestionata di tutte queste suggestioni insieme. Dogliani, suo paese natale, è costellato dai segni monumentali del suo passaggio. La chiesa parrocchiale, immenso cubo neoclassico e neobarocco nella citta' bassa:
L'Ospedale e il Castello, in cui si scatena il delirio dei pieni e dei vuoti, dei comignoli e dei frontoni che e' forse l'aspetto piu' originale della sua opera:
La torre civica, che riecheggia i campanili gotici in cotto di tante chiese della zona:
Ma soprattutto l'ingresso monumentale del cimitero, una selva di pinnacoli che finisce per essere l'involontaria parodia del suo modello, l'abbazia di Sant'Antonio di Ranverso:
Sarebbe facile liquidare tutto questo come semplice cattivo gusto. Lo e' certamente — ma proprio nel suo eccesso finisce per rivelare, lo ripeto, una qualche distorta genialita' — e la quadrata follia di questa regione.
* Chi e' la madre di tutte le imponenti emergenze? Ve lo riveleremo in una prossima puntata…
Su invito di Comida, qui si valuta l'idea di replicare il B-NBL dell'anno scorso e vederci a pranzo (meglio che a cena, It non si regge fuori la sera…) con un po' di blogger di queste parti prima di Natale.
Magari ad Alessandria, magari alla trattoria dell'Asmara — ma accettiamo suggerimenti su date e luoghi.
Proposte e idee qui nei commenti; le informazioni aggiornate si troveranno in questa pagina; le adesioni, per favore, via mail all'indirizzo del blog.
i colori in Val Sangone erano bellissimi. Anche se le foto fatte col telefonino non sono all'altezza:

(E si', lo shopping di sabato alle Gru e' l'inferno. Mai piu')
Ieri e' stata forse la prima vera grande radiosa giornata piemontese di questo autunno. Si tratta di una giornata di grigio assoluto, da nebbiosetta a nebbiosissima, magari lievemente piovosa, e soprattutto assolutamente uniforme dalle otto di mattina al tramonto. Non c'e' cambiamento né evoluzione; nient'altro che grigio. Al massimo ci si può aspettare che la nebbia della mattina diminuisca un po' , ma a volte neanche quello. L'animo si invade di una sottile depressione; l'unica vera aspirazione e' forse quella di rimanere a letto, ma l'uggia e' talmente forte che neanche quello basterebbe. Io personalmente, da straniera, cerco di arrabattarmi ignorando il grigiore, la mancanza di prospettive di cambiamento fino all'ora del tramonto lavorando durante la settimana e godendomi la casa e la famiglia nel week-end.
Ma non c'e' niente che si possa veramente fare per sconfiggere questo mal sottile meteorologico e non soltanto. Non resta che aspettare la fine di novembre, il mese peggiore dell'anno da queste parti. Da dicembre va meglio.
Comunque con questo post auguro a tutti quelli che hanno la fortuna di abitare in Piemonte di trascorrere allegramente tante belle giornate radiose. Del resto il vino e la cucina arrecano consolazioni non disprezzabili.
P.S. oggi era nettamente meglio, in Val Sangone dove abbiamo fatto una puntata i colori dell'autunno erano splendidi. Peccato per l'esperienza di shopping forzato alle Gru di Grugliasco, qualcosa veramente di vicino alla mia idea dell'inferno..
PS 2: non allego foto per spiegare a chi non l'ha mai vissuto cos'e' una radiosa giornata piemontese. Potrei al massimo mostrare l'immagine di una giornata nebbiosa, ma non basta. La magia di questo fenomeno sta nella persistenza e appunto nella assoluta mancanza di variazioni di luce e atmosfera.

Nel paese dei Bogia-Nen sta arrivando per davvero l'autunno.
(sull'argomento ha scritto molto meglio di me — un'eternita' di tempo addietro — Daniela Amenta su Linea Gotica)
Per chi come me e' stato adolescente negli anni settanta le scritte sui muri sono state uno degli approcci piu' istintivi e immediati alla politica. Erano una forma di presidio del territorio, ti dicevano se il quartiere in cui passavi era "fascio" o "rosso" — erano testimonianze di arditismo politico (andare a scrivere BOIA CHI MOLLA su un muro in Barriera di Milano o a Mirafiori Sud — oppure PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO sulla recinzione di un villone in collina) — erano il segno della presenza delle organizzazioni — e la prima forma di diffusione delle parole d'ordine.
A Torino, in quegli anni, prevaleva uno stile cubitale, squadrato, di grandi dimensioni — a colori piatti rossi o neri. Niente a che vedere con le pretese artistiche e la vivacita' coloristica dei graffiti di epoche successive. Solo slogan sul muro — brutali come gli scontri di piazza e come la politica di quegli anni.
Poi, un (bel?) giorno, e' arrivato il riflusso. Di colpo. Per me ha avuto l'aspetto di un ELENA TI AMO scritto su un muro vicino a casa: in nero, a caratteri cubitali, squadrati e sgraziati: proprio lo stesso stile di BOIA CHI MOLLA. Il buffo e' che credo di sapere chi fosse Elena: una mia ex compagna di classe delle scuole medie, a tredici anni paffuta e perfino un po' baffuta, la cui famiglia aveva un negozio di fiori a pochi passi da li' — evidentemente qualche anno dopo aveva sviluppato grazie insospettabili. Ma non e' questo il punto: e' che quel muro, di fronte a cui c'era una fabbrica notoriamente rossa — di quelle in cui la CGIL finiva per essere l'ala destra — fino a quel momento era stato dominio incontrastato degli slogan di LC e delle falciemartello di due metri per due. "Elena ti amo" non era roba che si potesse pensare di scrivere — su quel muro li' — almeno fino al giorno prima. Era cento volte piu' eversivo che trovarci scritto VIVA IL DUCE.
Nel giro di pochi mesi, l'argine aveva ceduto — la politica aveva lasciato il posto al privato — lo sciopero dei trentacinque giorni in FIAT* era finito come era finito — sugli anni settanta si girava (finalmente?) pagina. ELENA TI AMO si era dimostrato piu' forte di ORA E SEMPRE RESISTENZA.
Quasi trent'anni dopo — i muri sono passati dalla fase del tazebao a quella del reality. Sulla strada che faccio per andare al lavoro si legge questa scritta:

Volendo, c'e' un piccolo romanzo dietro quella scritta — e io ho avuto la sorte di seguirne l'evoluzione, mattina dopo mattina. All'inizio, sopra una scritta piu' vecchia ormai cancellata**, comparve uno stereotipo PiccolA TI AMO. Fece bella mostra di se', forse per la gioia della destinataria — o forse no — per qualche mese. Poi — un brutto giorno — una mano corresse PiccolA in PiccolO — cancello' AMO e lo sostitui' con un brutale ROMPO IL CULO!. Piccola non aveva gradito la plateale avance? o aveva gradito e si era ritrovata con un bel palco di corna? o quale altro motivo di litigio tra innamorati? oppure ancora — lo scherzo di una banda di ragazzini ai danni della coppia? Comunque — per Piccola e Piccolo — un bel po' di visibilita': la strada e' parecchio trafficata e la curva costringe a rallentare proprio li' davanti. Passa un po' di tempo — e qualcuno cancella l'insultante minaccia: rappacificazione? Piccola ci ha ripensato? oppure Piccolo ha fatto un raid notturno per togliersi dalla gogna? o gli impiegati del Comune hanno piu' prosaicamente restaurato la pubblica decenza (e perche' mai avrebbero dovuto cancellare soltanto una parte della scritta, invece di passare una bella mano di grigio su tutto?)?
Da allora — piu' nessuna novita'. Chissa' che fine hanno fatto Piccola e Piccolo — in fondo mi piacerebbe che qualcuno mi raccontasse il resto della loro storia.
* Siccome e' successo una vita fa — e credo che pochi dei pochi lettori di The Rat Race ne abbiano una memoria precisa, qui c'e' un racconto di quello sciopero. Di parte, bellissimo — verissimo. Soprattutto per quella sensazione — cosi' puntualmente rievocata — che tutto stava cambiando — che finiva un'epoca per la citta' e per l'Italia.
** Sospetto che anche la scritta precedente avesse a che fare con (la stessa o un'altra?) PICCOLA — a giudicare dalle tracce della vernice bianca di copertura. Con il che il romanzetto assumerebbe l'andamento della saga — ma le mie capacita' di epigrafista-paleografo si fermano qui…

Un paio di giorni fa, sulla strada per il lavoro. E dire che a me i girasoli non piacciono.

Se andate in giro nella zona del Barolo, risalendo i bricchi tappezzati di vigne per una bella strada tortuosa arrivate a Monforte d'Alba. E a un'estremita' del paese vedete apparire la Giralda di Siviglia in versione langarola. Vi stropicciate gli occhi, vi chiedete se il vino degustato nell'ultima cantina era buono come sembrava o aveva qualcosa di allucinogeno — o se la grappa del Levi che siete riusciti a procurarvi a Neive, li' nei paraggi, non ha qualcosa che non va. Tranquillizzatevi (o forse no): non avete le traveggole, c'e' davvero — e' il campanile della parrocchiale di Santa Maria della Neve, edificata (teste l'immancabile Guida Rossa) in forme neogotiche tra il 1909 e il 1912. Edificata per di piu' in cima alla collina, caso mai non si vedesse abbastanza — e in cima a una terrazza sopraelevata sulla collina — perche' bisogna farle per bene le cose, quando si fanno. E poi ditemi che non sono matti…
Qualche giorno fa, andando al lavoro, un biancospino fiorito in mezzo alla nebbia.

Ieri si e' celebrato il sessantaduesimo anniversario dell'eccidio fascista della Benedicta, il peggior massacro che queste zone del Piemonte abbiano visto durante la guerra — ma soltanto uno dei moltissimi.
Negli anni passati, diverse amministrazioni di centrodestra della zona si erano sottratte alla partecipazione, trovando evidentemente fastidioso tutto quell'antifascismo. Quest'anno non so. Pero' darei qualcosa per vivere in un paese in cui certe ricorrenze fanno parte del tessuto di valori condivisi, talmente universali da sembrare perfino un po' polverosi e noiosetti.
Oggi pomeriggio dalle colline tra Belbo e Tinella.
L'originale e' piuttosto pesante (fiori e filari mettono in crisi l'algoritmo di compressione jpeg): quindi le dimensioni da francobollo e la risoluzione da schifo. Clic sulla foto per vederla come si deve.
Da queste parti siamo stati il primo gennaio — ed e' da allora che non trovo il tempo di scriverne. Adesso queste foto con la neve sono un po' incongrue, con la primavera che si sta facendo strada perfino qui — ma tant'e': la scoperta merita il post, anche fuori tempo massimo.
La torre Coppede' svetta da lontano dietro la pensilina del distributore AGIP di Tortona Sud, sull'A21 — in mezzo alle lande della pianura tra Tortona e Voghera, fuori contesto come un gentiluomo in una una riunione di Forza Italia. Usciamo dall'autostrada, prendiamo un giro di stradine fidando nel senso dell'orientamento e nella toponomastica — alla fine ci troviamo di fronte a questo ibrido surreale tra una cascina e un set de "La corona di ferro".
Il torrione si erge su un cortile in cui razzolano le galline — sul retro ci sono delle scuderie con i cavalli (la cascina e' oggi un centro equestre) e i tradizionali mucchi di letame — dal'altro lato, verso l'esterno, ombreggiata da un viale e da grandi alberi decorativi, c'e' una facciata merlata con gli stemmi dipinti nella migliore maniera del finto medioevo pompier — e una bellissima veranda di legno liberty: insomma un miscuglio che, a suo modo, merita di andare a visitare.
Mentre praticamente tutta Italia stava davanti alla TV a vedere il big match tra Prodi e Berlusconi, io sono stato con mia figlia che non vedevo da un po' — e poi sono tornato verso casa godendomi questo spettacolo:

Non che la campagna elettorale non mi riguardi — ma meno li sento piu' e' probabile che vada a votare il 9 aprile.

Oggi nei pressi di Villadeati
Qualche giorno fa dalle colline sulla strada di casa, mentre tutta la pianura padana era affogata in una nebbia densa come il vinavil.
Periodo faticoso, niente tempo per scrivere post decenti… (nemmeno indecenti, mi sa)
Qualche giorno fa ero a Torino per lavoro e ho approfittato della pausa pranzo per fare due passi in centro, incuriosito dalle novita' olimpiche. Per puro caso sono andato a inciampare nella mostra "Percorsi di vita e cultura ebraica", aperta in questi giorni presso l'Archivio di Stato, in Piazza Mollino, di fianco al Teatro Regio.
E' una piccola cosa, questa mostra, che (coraggiosamente e giustamente, credo) fa la scelta di non porsi sotto l'ombra della Shoah: ci sono un po' di oggetti, un interessante allestimento multimediale che presenta i canti della liturgia sinagogale — e soprattutto tante fotografie (scattate dalla mano magistrale di Giorgio Avigdor*) e piantine di quel che resta della presenza ebraica in Piemonte, citta' per citta'. E' la cosa che piu' mi ha colpito — e commosso: in tante, proprio tante di quelle foto c'e' il segno dell'abbandono, dell'estinzione delle comunita' che avevano reso vivi quei luoghi. I banchi della sinagoga di Vercelli coperti di polvere, i locali svuotati della sinagoga di Chieri, quella di Carmagnola ancora splendida con i suoi arredi, ma senza più nessuno che la frequenti, le tracce semicancellate dei ghetti di Moncalvo, di Mondovi', di tanti altri paesi. Andate a vederle, quelle fotografie — pensate a quelle vite che sono sparite — e che non sono state continuate. E cercate di tenerle vive voi, con la memoria.
* Se non ho capito male, le fotografie di Avigdor sono una selezione della esibizione permanente "Vita e cultura ebraica" esposta presso il Palazzo Salmatoris di Cherasco. Ma non ho trovato conferme sul web.
Dopo uno degli inverni piu' asciutti di cui abbia memoria, quaranta ore di neve ininterrotta hanno praticamente obliterato queste campagne.
Altre foto della nevicata qui.

La Sinagoga di Alessandria, stamattina
Che questo blog pubblichi un post sul giorno della memoria e' talmente scontato che verrebbe voglia di sottrarsi — c'e' altro che preme — tornare ritualmente sulle vicende di sessant'anni fa sembra piu' retorico che utile. E in fondo — che ha a che fare con me, oggi, che ha a che fare con tutti noi?
E poi mi vengono in mente due immagini — che in un certo senso spiegano tutto — e dicono perche' io — gentile — mi sento cosi' tenacemente attaccato al dovere della memoria. Ad Alessandria, dove lavoro, la Sinagoga, devastata dai fascisti nel'44, e' chiusa "per restauri" — e comunque la comunita', forte di cento famiglie prima della guerra, e' talmente sparuta da non essere piu' avvertibile come presenza in citta'. Nel posto in cui vivo, che ospitava una piccola ma significativa comunita' prima della Shoah, non c'e' piu' traccia di vita ebraica. Resta un cimitero israelitico desolato in periferia; una lapide sotto i portici del centro, con i nomi degli ebrei deportati e — invece del luogo e della data di morte — la scritta "LAGER"; qualche denominazione di strade o di edifici e istituzioni patrocinate da un benefattore ebreo della fine del secolo scorso, di cui oltre il nome non pare esser rimasto ricordo.
Dopo l'emancipazione, le comunita' piemontesi erano fiorite, avevano voluto rendersi visibili, marcare la loro presenza con l'orgoglio delle nuove sinagoghe di fine Ottocento, con la facciata a fronte strada e il linguaggio magniloquente* di chi ha finalmente il diritto di stare al mondo al pari di tutti gli altri. Oggi di quelle comunita', in provincia, non resta praticamente piu' nulla. E' qui, piu' che nei grandi centri, che l'effetto della Shoah appare in tutta la sua devastante portata, a distanza di sessant'anni. E' qui che la soluzione finale dimostra il suo successo, nelle cittadine della provincia profonda, judenrein per la prima volta dopo cinque secoli.
E allora il dovere di ricordare sta proprio in questo — tentare, con il poco che possiamo, di impedire il completo successo della soluzione finale: perche' solo alla nostra memoria, alla memoria di noi "che non c'entriamo niente" e' affidata la possibilita' che le tracce di quella esigua, secolare presenza non svaniscano del tutto.
* Gli esempi piu' caratteristici, oltre alla sinagoga di Alessandria, sono quella di Vercelli e la Mole Antonelliana, in origine pensata come tempio della comunita' ebraica torinese. Ma magari ci torneremo, in a lighter tone, quando parleremo ancora di imponenti emergenze…
Scattate oggi, tornando dal lavoro. Zoom digitale al massimo attraverso il vetro sporco della macchina, point-and-shoot senza nemmeno il tempo di controllare l'inquadratura: il risultato e' quel che e'. Pero' i colori erano proprio questi.
Per la mia parte, questo sta diventando praticamente un photoblog. Il fatto e' che piu' passa il tempo piu' mi accorgo che guardare mi piace piu' di parlare.

Beh, in fondo anche se le origini sono un po' piu' meridionali e' nata in provincia di Novara…
Uscendo dal lavoro, qualche giorno fa, ho deciso che le montagne erano troppo belle per non andare un po' a guardarmele.
L'inquadratura e' da Stupinigi, subito dietro la palazzina di caccia.

La vedi da chilometri lontano, soprattutto se vieni dalle colline dell'Astigiano che digradano lentamente verso la Bormida. La chiesa parrocchiale di Sezzadio, dico. Quella per cui la Guida Rossa del Touring ha coniato l'espressione "imponente emergenza" che da' il nome a questa rubrica. Che poi uno a Sezzadio ci viene - se si fa portare dalla Guida Rossa e dalla passione per i monumenti medievali - per tutt'altro motivo, che e' l'abbazia di Santa Giustina, gioiellino romanico-gotico inglobato in una cascina a poche centinaia di metri dal paese. E mentre cerca l'abbazia inciampa letteralmente in questo colossale esempio di neogotico sinistro, a meta' tra il fiammingo e il duomo-del-panettone, che troneggia in mezzo al paese:
Inquietante come la chiesa di mattoni della prima versione de L'uomo che sapeva troppo — e come sanno essere spesso questi paesi della piana piemontese.
Tra l'altro, a Sezzadio la stravaganza edilizia bogia-nen ha trovato un terreno particolarmente fertile: oltre alla parrocchiale, ecco il municipio e il castello:

Oggi mi diverto a fare la recensione di un ristorante manco fossi Raspelli…
It e Waldorf non sono a casa questa settimana, cosi' il qui presente Ratto immandrognito finisce che corre e lavora anche piu' del solito. E cosi', venuta l'ora di cena e ancora lontano da casa, dove per altro l'avrebbe aspettato una trista cucina da scapolo, ha deciso di viziarsi e di regalarsi una cena alla Trattoria Asmara, ad Alessandria.






Il locale (1, 2) e' bruttino, uno di quelli in cui, tra le tovaglie a quadri e il decor trascurato, ti aspetti di trovare nel menu gli spaghetti alla bolognese e la cotoletta impanata. Il pane e' tristanzuolo e i grissini sono industriali, e gia' uno comincia a chiedersi se quelli del Gambero Rosso non abbiano per caso preso un abbaglio segnalando questo posto.
Ma a cambiare idea si fa presto. Il vino che ti offrono e' di quelli veri: poche bottiglie, tutte del territorio, con un occhio schietto ai prezzi e uno ai sapori robusti della tavola. Poi arrivano, annunciati alla voce, gli antipasti, tutti notevolissimi, dal misto di salumi alessandrini, ad una ruspantissima insalata russa, ai peperoni in una bagna caoda densa e avvolgente che contraddice la tradizione ma soddisfa il palato, per finire con delle acciughe al verde (3) di una bonta' e di un equilibrio spettacolari. Tra i primi, ho scelto un assaggio di agnolotti con il sugo dello stufato (4) e uno di rabaton (per chi non fosse bogia-nen: una specie di ignudi, lunghi come un cannelloncino e conditi con burro e parmigiano): entrambi interessanti. Gia' sazio, speravo che la signora non mi riservasse ulteriori tentazioni — e invece il pezzo forte era li': il "brasatone" (5) che fedele al nome e' un taglio di carne possente, marinato e cotto a fuoco lentissimo nel Barbera e in una assai generosa fantasmagoria di spezie (dominano il chiodo di garofano e il coriandolo, ma l'elenco e' piu' lungo di quel che saprei fare — e la cuoca rimane elegantemente vaga) — una pietanza fulminante. I dolci non sono all'altezza del resto, ma con il caffe' arrivano gli amaretti di Carlo Moriondo (6), che sono un finale degno di tanto pasto.
Tutto questo lusso a trentacinque euro vino compreso. Decisamente il Ratto e' tornato a casa piu' contento.


C'e' nei Piemontesi una vena di follia tutta particolare: sotterranea, spesso acquattata dietro una facciata di grigia normalita'. Ma fa parte dell'ethos bogia-nen, e se ne alimenta, prendendo forza perfino dagli aspetti apparentemente piu' antitetici. E quindi e' una follia metodica, ostinata, che ha un progetto in testa ed e' capace di realizzarlo — che va per la sua strada — o sta piantata li' dove ha scelto di restare — senza lasciarsi scalfire da nulla. E proprio per questo alla fine arriva dove vuole.
Tra le manifestazioni piu' appariscenti di questa quadrata insensatezza ci sono tante chiese (e qualche altro edificio monumentale) che segnano i paesi della provincia piemontese. Enormi, assolutamente sproporzionate rispetto alla dimensione dei villaggi su cui troneggiano, spesso disegnate da architetti la cui fantasia e' superiore al senso del bello e della misura, incongrue rispetto al paesaggio come astronavi cadute in mezzo ai campi e alle vigne, per lo piu' ispirate a modelli architettonici che niente hanno a che fare con la tradizione locale. Ce n'e' di tutte le epoche e per tutti i gusti: ma sicuramente il periodo d'oro e' quello dell'eclettismo di fine Ottocento / primi Novecento. In quegli anni e' tutta una gara a costruire e a sorprendere: neoromanico, neogotico, neorinascimentale, neobarocco, neononsocosa — con esiti che talvolta sono cosi' francamente eccessivi da assumere una singolare attrattiva.
A noi girare per paesini piace da matti (ve ne eravate accorti, vero?) — e il fascino di queste follie architettoniche alla fine ci ha catturati — ora vorremmo provare a fare una specie di repertorio, cominciando dalla prima che abbiamo visto, quando ci siamo trasferiti quassu': la parrocchiale di San Giovanni Battista a Fontanile (AT), costruita tra il 1900 e il 1932.
Naturalmente se volete segnalarci qualcuna di queste "imponenti emergenze" (come si esprime la Guida Rossa del TCI), siete i benvenuti.
Il Piemonte mi piace ma non so se il suo clima fa per me. Fatto sta che ormai da piu' di un mese, complice l'appestamento del figlio che dall'asilo poverino porta chissa' quali virus batteri ecc., non riesco a togliermi di dosso tosse, raffreddore e dolori vari. Mi sa che aspetto il disgelo.
Venerdi' sera, tornando a casa (scattata piu' o meno alla cieca, quindi perdonate se l'inquadratura e' quel che e').
Le valli alpine del Piemonte (e quelle contermini della Francia) sono costellate di fortezze, castelli, muraglioni, barbette, batterie e controbatterie — ogni genere immaginabile di opere di difesa dal XIII al XX secolo. A testimonianza di due cose intimamente contraddittorie — e indissolubilmente legate. La prima e' che quelle valli sono permeabili, sono da secoli luogo di transito, di traffico, di commercio: passare da una parte all'altra — e con questo tenere insieme le culture, le economie, le istituzioni dei due versanti — e' parte integrante della storia e della identita' di questi luoghi (la testimonianza piu' commovente — a mio giudizio — di questa vocazione delle Alpi ad essere passaggio e non barriera e' il "Buco di Viso"). La seconda e' che il passaggio e' stato sentito per secoli come violenza, come minaccia — invasione da cui ci si deve difendere. Da un lato e dall'altro. E non e' un caso che il nome di Bogia-Nen rimasto addosso ai Piemontesi venga da un episodio di resistenza militare proprio sul crinale tra val di Susa e val Chisone, la battaglia dell'Assietta.
Percio' non sono sorpreso di vedere a Venaus gli epigoni dei Bogia-Nen dell'Assietta, rocciosi e inamovibili nel difendere la loro terra non soltanto dall'invasione — ma addirittura dallo strumento dell'invasione. E sono convinto che chi vuol forzare la mano farebbe bene a ricordarseli, i soldati sabaudi dell'Assietta e la loro capacita' d' nen boge': giusto per evitare di finire come i Francesi di quella battaglia. Da Venaus non si passa contro la volonta' dei Valsusini.
Ma al tempo stesso sono convinto che la sindrome dell'Assietta applicata alla TAV non soltanto faccia male al Piemonte, ma finisca per tradire la vocazione piu' vera delle nostre valli — che e' quella di vie di comunicazione, di contaminazione — non di barriere difensive e di recinti chiusi dalle Alpi e dalle fortezze. Certo, le preoccupazioni per l'ambiente, per la salute, per lo sviluppo economico della Val di Susa sono da prendere sul serio e meritano risposte piu' esaurienti di quelle che sono state date finora. Ma da queste parti il primo traforo alpino risale al 1480 — e la TAV puo' (deve?) essere la degna erede del Buco di Viso.
Bogia-Nen Urban (?) Blog Lunch, secondo la definizione di jtheo. Neve permettendo. Poi vi raccontiamo.
E tanti auguri al micio di Vesnuccia.
Su 23 altre foto della nevicata.

della nostra camera, qualche minuto fa.
(e continua a venir giu' che e' un piacere)
Sono un lettore assiduo di Repubblica fin dal primo numero (avevo quattordici anni ed e' stato il primo quotidiano che ho comprato con i soldi miei) — salvo due brevi e sfortunati periodi di infedelta', uno quando usci' L'Indipendente di Ricardo Franco Levi (tentativo di giornalismo pacato e sottovoce: piacque solo a me e infatti ebbe la triste sorte di essere trasformato rapidamente nel suo contrario e dirottato a destra), il secondo per la Voce montanelliana, pure lei costretta ad ammainare bandiera dopo pochi, indimenticabili mesi.
Ma leggere in una sola giornata sulla prima della Stampa questo articolo di Gian Enrico Rusconi, questo di Gramellini e soprattutto questo di Avraham Yehoshua* mi ha convinto: divento bogia-nen anche nel giornale — e mi libero del fastidioso stile superficial-strillato di Repubblica in campagna elettorale.
* Di questo articolo riparlero' — dice cose interessanti, forse non tutte convincenti — ma che danno ragioni di pensare parecchio.

Quando The Rat Race ha cambiato veste ed e' diventato bogia-nen, Angelo ha scritto una sorta di post-editoriale. Ora, a distanza di qualche tempo, scrivo io un proclama sul Piemonte, la regione dove vivo da piu' di due anni.
Sono nata nella Toscana dell'interno e ci ho vissuto per trent'anni prima di trasferirmi a Pisa. Amo la Toscana perche' e' bella e sono molto contenta di essere toscana come Dante e tanti altri grandi. Ma da quando il mestiere che sono finita a fare un po' per scelta un po' per caso mi ha sradicato dalla mia terra, la sento assai meno "mia". Per la verita' gia' abitare a Pisa, che non ho sentito per niente come mia citta', mi aveva disorientato.
Il Piemonte poi e' un caso particolare. Io da lontano avevo sempre pensato che fosse noioso e non bello, e non avevo mai provato a conoscerlo. Da quando ci vivo, con Angelo lo abbiamo girato in lungo e in largo e ho completamente cambiato idea. I primi tempi soffrivo moltissimo per i cieli di queste parti di autunno, spesso apparentemente cosi' smorti, cosi' tristi, e mi mancava il cielo toscano, che nella memoria ricostruivo come nei quadri di Silvestro Lega (un non-toscano, peraltro). Ora ho interiorizzato anche questo, e la luce bianca dell'autunno piemontese e' parte del mio paesaggio dell'anima.
Ma quello che mi ha reso caro il Piemonte e' che e' la terra ideale per una persona tendente allo snobismo come me. Nel senso che quasi nessuno lo apprezza e lo conosce, compresi i piemontesi doc, quando invece e' pieno di meraviglie naturali, specie montane, di cittadine "nobili", di affascinanti paesini, per non parlare del cibo e del vino. Poi ci sono le cose che mi piacciono in particolare, come il carattere cortese e riservatissimo della gente, che sembra quadrata ed e' matta peggio dei cavalli, le bizzarrie architettoniche, i ristoranti familiari da pranzo della domenica con menu irremovibile, i comuni da cento abitanti.
Cosi' adottare il Piemonte e sostenerne la bellezza e' stato facile, nel senso che certamente non mi ritrovavo in compagnia di una folla di persone, ed anzi a volte ho l'impressione che basti la parola Piemonte a far sbadigliare la gente.
Io pero' questa regione ormai la amo davvero. Ho sviluppato dentro di me un curioso sentimento di familiarita' ed estraneita', un'ironica malinconia da sradicata appunto, che si accentua quando mi imbatto in qualcosa di assolutamente tipico, come un gruppo di anziani che giocano a bocce o una giornata di nebbia continua. E' casa mia con i suoi difetti e i suoi pregi, penso, e un giorno probabilmente non lo sara' piu'. Ma per il momento questa terra mi e' cara e la Toscana invece diventa sempre piu' lontana.


A Fossano c'e' il Girasole, una trattoria che e' rimasta (o e' stata attentamente mantenuta) come una volta. Ci si mangia bene — e secondo quanto tradizione comanda: una bella giostra di antipasti classici, dalla carne battuta al coltello, agli sformati di cardi con la fonduta, al vitello tonnato, all'insalata di sarzett con la formaggetta al tartufo; i tajarin e gli agnolotti del plin; i secondi di stagione, compreso un poderoso bollito misto (non abbiamo mai avuto la ventura di incontrare il fritto, pero' — peccato); una scelta di dolci rassicurante, dal bonet alla torta di nocciole. I vini sono scelti con cura e presentati dall'oste — rigorosamente alla voce — con partecipazione e cordialita'. Insomma — una buona tavola e una buona bottiglia a non piu' di venticinque euro a testa — basterebbe a fare del Girasole una delle nostre tappe preferite quando siamo in giro per il Piemonte.
Ma il fascino e la piacevolezza del posto vanno ben oltre. L'arredamento non appariscente e un po' vecchiotto, che non si avventura nel pretenzioso ma non scade nemmeno nel rustico o nell'ordinario, fa da cornice ad un pubblico di cui siamo grati ai gestori: se vi presentate a pranzo la domenica ci trovate, accanto alle famiglie e a qualche tavola di buongustai (mai troppi, quasi mai troppo rumorosi), gli allievi carabinieri in divisa o in borghese e qualche vecchio del quartiere, che — cliente abituale — riceve ospitalita' e un menu speciale. Insomma, un'aria di famiglia e di provincia — di luogo di vero ritrovo conviviale che consola.
E' anche per questo che — volendo celebrare il trasferimento in Piemonte con un po' di blogger del paese dei Bogia-Nen — la Rat-family ha pensato di proporre un appuntamento al Girasole di Fossano, Via Don Bosco 11, il prossimo 4 dicembre (domenica) all'una. La tavolata ha un limite di circa 15 persone, quindi vi invitiamo a segnalarci via mail (theratrace at montag dot it) se ci sarete.

Oggi, a poche ore di distanza, a Pallanza (Verbania) e a Santa Caterina del Sasso, sul Lago Maggiore.
A rigore, la seconda foto non e' scattata nel paese dei Bogia-Nen: ma quella inquadrata e' la sponda piemontese.
Il ratto e' afasico, di questi tempi — perche' sperava di rallentare un po' la sua corsa e invece se possibile le cose sono molto piu' frenetiche di prima. Per essere bogia-nen, questi bogia-nen corrono da matti e fanno correre mica poco.
Resta al massimo il fiato per guardarsi intorno e per fare qualche fotografia — tra i cantieri delle Olimpiadi, la bruttezza composta dei quartieri "semicentrali" di Torino e le maliconiche rovine del Filadelfia.

(more to come…)
Quel che resta di una cascina nella Baraggia vercellese.
Meta' di questo blog e' toscana purosangue, e si e' trasferita in Piemonte per lavoro da un paio d'anni. L'altra meta' invece e' nata e cresciuta a Torino, ma ha vissuto gli ultimi ventisei anni in Toscana. In questi giorni, come preannunciato qua e la', le due meta' si ricongiungono in Piemonte, e programmano di starci per diversi anni, di crescerci un figlio, di lavorarci, di andare in giro, insomma di fare la vita normale di una normale famiglia. Magari riducendo il ritmo della corsa dei topi, se ci riescono.
Personalmente, credevo di aver reciso ogni legame affettivo con il Piemonte: sono stato troppo tempo lontano, non ho piu' ne' parenti ne' amici lassu' (quassu'?), ho perfino mutuato, a detta dei piemontesi, una parlata toscana (se chiedete ai toscani, diranno che ho un inconfondibile accento del nord), ho una figlia fieramente pisana, e cosi' via. Pero' ho scoperto che questa terra e questa gente mi sono rimaste in qualche modo addosso. Che in fondo sono rimasto un Bogia-Nen* pure io. E nello stesso tempo che nella provincia profonda piemontese siamo due marziani.
Sono curioso di vedere come ci adatteremo, come diventeremo, quali relazioni stabiliremo con questo posto e con la sua gente — personalmente quanto riscopriro' i miei tratti piemontesi e quanto sono definitivamente toscanizzato, se ci vestiremo di velluto nocciola e passeremo le domeniche a mangiare raviole del plin e vitello tonnato.
Ve lo racconteremo su The Rat Race, che proprio per questo da oggi cambia veste grafica, caption, e un po' di cose nell'impostazione e nella "linea".
* Sia ben chiaro, per me "Bogia-Nen" non e' affatto un termine dispregiativo. Per quanto sia uno stereotipo, credo che rappresenti bene pregi e difetti dei Piemontesi: la loro solidita' un po' quadrata, la tenacia, ma anche l'attaccamento alle abitudini, alla certezza delle cose confortantemente uguali a se stesse; una certa diffidenza per l'innovazione, ma la capacita' di perseguirla fino agli estremi una volta adottata; poca apparenza e tanta sostanza. Per questo — devo dire — non mi e' piaciuto lo slogan olimpico di Torino che "non sta mai ferma": essere Bogia-Nen e' un valore, non un peso di cui sbarazzarsi.