domenica, 15 febbraio 2015
Tripoli, bel suol d'amore
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:43 pm

Non sono un pacifista per principio, tutt'altro. Sono convinto della necessita' che l'Europa abbia una capacita' militare robusta e che si metta in condizione di utilizzarla a tutela dei propri interessi, sia in termini di deterrenza che in termini di intervento (la capacita' di attuare il secondo e' condizione della prima). Per questo non mi sono mai accodato alla facile retorica del taglio delle spese militari — e men che meno all'antimilitarismo a basso costo che contraddistingue tanta parte dell'opinione pubblica italiana.
Ho qualche dubbio in piu' sul fatto che abbia senso — oggi — un dispositivo nazionale italiano non integrato in una politica europea di difesa (e di conseguenza in una politica estera europea): le sfide sono troppo complesse per essere affrontate a livello nazionale, come dimostra perfino l'estrema difficolta' a mantenere nel tempo un'operazione di SAR a rischio bassissimo come e' stata Mare Nostrum.
Per questo mi sento gelare il sangue a sentir ministri del Governo blaterare di un'operazione militare in Libia, con una leggerezza che non so se sia piu' dettata da stupidita' o malafede. Per centomila ragioni, e' una pessima idea — e certamente non e' con cinquemila soldati che si puo' pensare di guidarla — e soprattutto di vincerla sul terreno. Risparmio di scrivere un pippone su questo tema, e rimando a quanto Romano Prodi
e Mimmo Candito hanno detto sull'argomento.


giovedì, 12 febbraio 2015
Meglio che naufraghino i migranti
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:52 am

… piuttosto che le riforme costituzionali, si dev'essere detto Matteo Renzi. Gia', perche' il principale avversario del ripristino di Mare Nostrum e' Angelino Alfano, i cui voti sono diventati indispensabili per assicurare alle riforme la maggioranza dopo la rottura del Nazareno. E quindi non e' il caso di contrariarlo: di ripristinare Mare Nostrum, come ha chiesto Enrico Letta, non si parla nemmeno — "il problema e' un altro". Moriranno alcune centinaia di migranti in piu'? "E chissene", come a quanto pare usa dire in ambienti renziani.
#statesereni, eh…


domenica, 19 agosto 2012
Lest we forget (Dieppe 1942-2012)

All'alba del 19 agosto 1942, seimila soldati alleati, dei quali cinquemila canadesi della Seconda Divisione di fanteria (The Essex Scottish Regiment, The Royal Hamilton Light Infantry, The Royal Regiment of Canada, Les Fusiliers Mont-Royal, The Queen's Own Cameron Highlanders of Canada, The South Saskatchewan Regiment, The Lorne Scots, The Calgary Tank Regiment, The Toronto Scottish Regiment), tentarono uno sbarco su Dieppe.
L'operazione (nome in codice "Jubilee") fu un terribile e sanguinoso fallimento. A causa di errori di pianificazione, della mancanza dell'elemento sorpresa, della difficolta' a coordinare i movimenti delle truppe con l'aviazione e la marina, dell'inadeguatezza dei mezzi e delle tattiche, i soldati furono per lo piu' inchiodati sulle ripide spiagge di sassi e sotto le falaises. Il bilancio dell'operazione fu tragico: dei seimila soldati partiti, meno di tremila fecero ritorno alle loro basi in Inghilterra, ritirandosi sotto il fuoco dopo nove ore di combattimento. I soli reggimenti canadesi lasciarono sul terreno piu' di novecento vittime.
Il valore militare del raid di Dieppe e' — nella migliore delle ipotesi — assai controverso. Non si tratto' di un tentativo di invasione, ne' di un raid con un obiettivo chiaro e limitato, come quello di St. Nazaire di pochi mesi prima, che porto' alla distruzione del bacino di carenaggio per impedire ai tedeschi di farne uso per la loro flotta. A Dieppe l'operazione ebbe piu' che altro lo scopo di mostrare a Stalin la volonta' britannica (ma anche l'impossibilita' di fatto) di portare i combattimenti in Europa occidentale, in modo da aprire un secondo fronte e alleggerire il peso delle armate tedesche contro la Russia. Fu — di fatto — un sacrificio consapevole e militarmente sterile, con finalita' tutte politiche. Non a caso, verrebbe voglia di dire, anche se la vulgata celebrativa e' molto attenta a non sottolinearlo, in questa missione non furono rischiate truppe britanniche in senso stretto, se non in piccola misura: il grosso dell'azione, e delle perdite, fu canadese.

La citta' — anche a distanza di settant'anni — ha mantenuto assai viva la memoria del sacrificio dei soldati canadesi. Ogni casa e' pavesata di bandiere con la foglia d'acero e i ricordi dei combattimenti sono preservati con attenzione — e con un tono assai piu' sobrio di quello che pochi chilometri piu' a ovest viene usato per celebrare gli eventi del D-Day. C"e' un memoriale dei combattenti canadesi, messo su con pochi mezzi, molta competenza e molta emozione da un'associazione denominata "Jubilee", il cui motto e' appunto "Lest we forget". La veglia che si e' tenuta ieri sera al cimitero di guerra canadese ha visto la partecipazione di molte centinaia di persone. Nonostante Dieppe sia una stazione balneare importante nel pieno della stagione, si respira un'aria un po' meno spensierata, un po' piu' consapevole che altrove. A noi questa presenza della memoria — e della memoria di una strage che poteva probabilmente essere evitata — e' parsa una bella cosa — una cosa di cui sentirci partecipi.


lunedì, 2 maggio 2011
Νῦν χρὴ μεθύσθην?
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:15 am

A me sembra un'ovvieta' dirlo — ma temo che non lo sia.
Festeggiare l'uccisione di un uomo, fosse pure di Osama Bin Laden, e' un atto indecente. Puo' essere necessario uccidere un nemico — lo capisco e lo ritengo a volte inevitabile. Probabilmente Osama era un nemico di cui era necessaria la morte. Ma uccidere e' *sempre* un atto terribile — e non c'e' niente da festeggiare se si e' costretti a farlo. E chi festeggia e' un barbaro, che non merita la civilta' occidentale di cui dice di essere portatore. Per non parlare dei valori cristiani, per chi li sbandiera.


martedì, 22 febbraio 2011
Ricordiamocelo
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:49 am


domenica, 6 giugno 2010
Le navi di Gaza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 5:31 pm

Siamo stati all'estero per qualche giorno e — come sempre — ne abbiamo approfittato per disintossicarci dalle notizie del mondo e dell'Italia. E' una delle parti piu' importanti del prendersi una vacanza, per noi.
Quindi non ho spauto quasi nulla della vicenda dell'attacco israeliano alla flottiglia di navi che intendevano forzare il blocco imposto a Gaza. Ho letto le notizie oggi, al mio ritorno, cercando di capire piu' che altro tramite il NYT e Ha'aretz (i giornali italiani non ho la forza di leggerli — e confido nella loro assoluta inutilita'). Quel che penso e' stato scritto molto meglio di come potrei mai fare io da persone la cui comprensione della situazione in Israele e' fuori discussione: David Grossman su Ha'aretz:

No explanation can justify or whitewash the crime that was committed here, and no excuse can explain away the stupid actions of the government and the army. Israel did not send it soldiers to kill civilians in cold blood; indeed, this is the last thing it wanted. And yet, a small Turkish organization, fanatical in its religious views and radically hostile to Israel, recruited to its cause several hundred seekers of peace and justice, and managed to lure Israel into a trap, precisely because it knew how Israel would react, knew how Israel is destined and compelled, like a puppet on a string, to react the way it did.
How insecure, confused and panicky a country must be, to act as Israel acted! With a combination of excessive military force, and a fatal failure to anticipate the intensity of the reaction of those aboard the ship, it killed and wounded civilians, and did so – as if it were a band of pirates – outside Israel’s territorial waters. Clearly, this assessment does not imply agreement with the motives, overt or hidden, and often malicious, of some participants in the Gaza flotilla. Not all its people are peace-loving humanitarians, and the declarations of some of them regarding the destruction of the State of Israel are criminal. But these facts are simply not relevant at the moment: such opinions, so far as we know, do not deserve the death penalty.
Israel’s actions yesterday are but the natural continuation of the shameful, ongoing closure of Gaza, which in turn is the perpetuation of the heavy-handed and condescending approach of the Israeli government, which is prepared to embitter the lives of a million and a half innocent people in the Gaza Strip, in order to obtain the release of one imprisoned soldier, precious and beloved though he may be; and this closure is the all-too-natural consequence of a clumsy and calcified policy, which again and again resorts by default to the use of massive and exaggerated force, at every decisive juncture, where wisdom and sensitivity and creative thinking are called for instead.
And somehow, all these calamities – including yesterday’s deadly events – seem to be part of a larger corruptive process afflicting Israel. One has the sense that a sullied and bloated political system, fearfully aware of the steaming mess produced over the years by its own actions and malfunctions, and despairing of the possibility to undo the endless tangle it has wrought, becomes ever more inflexible in the face of pressing and complicated challenges, losing in the process the qualities that once typified Israel and its leadership — freshness, originality, creativity.

Amoz Oz sul NYT:

Thus, the only way for Israel to edge out Hamas would be to quickly reach an agreement with the Palestinians on the establishment of an independent state in the West Bank and Gaza Strip as defined by the 1967 borders, with its capital in East Jerusalem. Israel has to sign a peace agreement with President Mahmoud Abbas and his Fatah government in the West Bank — and by doing so, reduce the Israeli-Palestinian conflict to a conflict between Israel and the Gaza Strip. That latter conflict, in turn, can be resolved only by negotiating with Hamas or, more reasonably, by the integration of Fatah with Hamas.
Even if Israel seizes 100 more ships on their way to Gaza, even if Israel sends in troops to occupy the Gaza Strip 100 more times, no matter how often Israel deploys its military, police and covert power, force cannot solve the problem that we are not alone in this land, and the Palestinians are not alone in this land. We are not alone in Jerusalem and the Palestinians are not alone in Jerusalem. Until Israelis and Palestinians recognize the logical consequences of this simple fact, we will all live in a permanent state of siege — Gaza under an Israeli siege, Israel under an international and Arab siege.

Hanshel Pfeffer ancora su Ha'aretz:

The real blame lies with successive Israeli governments and the broad public that are not brave enough to end the 42-year-old occupation and prefer instead to throw the army at the problem. As good as our army is, the result will only be more and more bloodshed. So how do we deal with it? By convincing ourselves that we are the moral ones and everyone else just wants to kill us.
If only we had some real friends, friends we could trust implicitly, who could point out the error of our ways. This could be the shining moment of the Jewish Diaspora. They love us, but they also see things from another perspective. We need a strong, unified voice from the Jewish leadership in the United States and Europe telling Israelis enough is enough, you are hurtling down the slippery slope of pariahdom and causing untold damage to yourselves and us. Lift your heads above the ramparts and see that the world has moved on.
Instead, we find the establishment of the Jewish world crouching with us in the bunker.
[...]
When the history of the Jewish people in the early 21st century is written, the conclusion will be unavoidable. In its hour of need Israel was let down by the Diaspora.

Carlo Strenger nel suo blog:

I wish I could end on a note of optimism; I wish I could point out a psychological mechanism that will unblock Israel’s leadership from fear and self-righteousness. But I share David Grossman’s despair. All that is left for those of us who want to save Israel from itself – whether Israelis, Jews in the Diaspora or gentiles – is to continue the call to reason, even if we don’t know if, when and how it will be heard.

Qui, nel piccolo di The Rat Race, si vorrebbe fare almeno questo, continuare a fare appello alla ragione.


lunedì, 19 aprile 2010
Peccato, sono innocenti
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Ma vaffanculo!, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:35 am

Per quanto Gino Strada mi possa star sulle palle, l'atteggiamento di Frattini e del governo, che gronda di delusione perche' Emergency esce pulita dalla vicenda dei suoi collaboratori arrestati in Afghanistan, mi pare cosi' ripugnante da far ricordare le dichiarazioni di tanti aracnidi ai tempi della morte del povero Baldoni.


Questo post di Leonardo fa pensare.
Non so se sono d'accordo, ma fa pensare.



martedì, 12 febbraio 2008
Attendiamo la levata di scudi
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:35 am

dei garantisti liberali e dei tutori cattolici e non del diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale:
Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha chiesto la pena di morte per sei detenuti di Guantanamo*, accusati e a quanto pare rei confessi di aver organizzato l'attentato dell'11 settembre.
Le confessioni sono state estorte inizialmente con metodi che lo stesso sistema giudiziario militare americano considera equivalenti alla tortura; soltanto in un secondo tempo dichiarazioni analoghe sarebbero state ottenute senza ricorso a metodi coercitivi.
Gli accusati non conoscono ancora i capi d'accusa, che verranno resi noti soltanto al momento dell'inizio del processo, e i loro difensori (militari) non avranno un accesso illimitato alle prove a carico. Il tribunale militare potra' ammettere testimonianze basate sul sentito dire o informazioni ottenute attraverso coercizione o tortura, purche' il tribunale stesso le dichiari attendibili.
Non commento perche' mi pare che la notizia si commenti da sola.

Documentazione qui*. Qui* le regole che governano il tribunale speciale militare di fronte al quale compariranno i sei accusati.

* Link accessibili agli utenti registrati — sorry.


mercoledì, 16 agosto 2006
Ora che il cannone tace
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 3:22 pm

mi limito a segnalare tre articoli di Ha'aretz che secondo me riassumono la situazione in maniera esemplare.

- Reuven Pedatzur analizza l'entita' e le ragioni della sconfitta militare israeliana:

This is not a mere military defeat. This is a strategic failure whose far-reaching implications are still not clear. [...] Just like the Six-Day War led to a strategic change in the Middle East and established Israel's status as the regional power, the second Lebanon war may bring about the opposite. The IDF's failure is eroding our national security's most important asset – the belligerent image of this country, led by a vast, strong and advanced army capable of dealing our enemies a decisive blow if they even try to bother us. This war, it soon transpired, was about "awareness" and "deterrence." We lost the fight for both.

- In conseguenza della sconfitta, Kadima, il partito di Olmert e di Peres, si sta risolvendo ad abbandonare il piano di convergenza (cioe' l'idea del ritiro unilaterale da una parte del West Bank), sulla base della convinzione diffusa che abbandonare territori senza negoziati e garanzie non potra' che portare a ulteriori minacce alla sicurezza interna di Israele, sul modello del Sud-Libano e della Striscia di Gaza. Questo lascia Kadima — e il governo — senza uno straccio di strategia per la questione palestinese.

- A questo proposito, Gideon Samet in una limpida analisi sostiene che la guerra in Libano ha aperto una nuova epoca, in cui la sicurezza non puo' dipendere soltanto dalla forza militare e che di conseguenza e' inevitabile arrivare a soluzioni negoziate dei conflitti in corso, in particolare di quello con i Palestinesi. In questo compito il miglior partner di Israele non puo' che essere l'Europa, non gli Stati Uniti.


Shmuel Rosner ha messo insieme una interessante "war guide to winners and losers"



giovedì, 10 agosto 2006
Penelope al governo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 2:44 pm

Se il racconto di Aluf Benn sull'andamento della riunione di governo che ieri ha deciso l'allargamento delle ostilita' e' attendibile, e' evidente che la parte politica e' in un notevole marasma e sta subendo in questo momento decisioni assunte dai comandi militari — e non viceversa. Il che spiega la scarsa chiarezza degli obiettivi politici della guerra — e probabilmente spiega anche come dopo l'annuncio dell'escalation oggi le notizie ufficiali parlino di un rinvio di qualche giorno dell'offensiva per dar tempo alle diplomazie. Olmert sta facendo come Penelope — la tira in lungo per non dover decidere tra soluzioni tutte sgradite e pericolose.


mercoledì, 9 agosto 2006
L'istinto del giocatore
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 4:43 pm

L'escalation militare in Libano ci sara'. Cosi' ha deciso il governo Olmert di fronte alla pressante richiesta del capo di stato maggiore di Tsahal, Dan Halutz, secondo il quale "l'estensione delle operazioni e' necessaria a garantire una diversa conclusione della guerra" (che e' un bel modo di ammettere che finora e' andata malissimo). L'obiettivo delle operazioni, di cui si stima la durata in trenta giorni, e' la conquista dell'area a sud del fiume Litani (la vecchia "fascia di sicurezza" che Israele aveva mantenuto sotto occupazione dopo il 1982), ma anche posizioni a nord del fiume, in particolare lungo la valle della Bekaa: l'intento e' evidentemente lo scardinamento dell'impianto di comando, controllo, comunicazioni e logistica che permette a Hezbollah di operare.
La scelta israeliana comporta costi pesanti, sia per il Libano che per Israele: si prevedono alcune centinaia di caduti tra i combattenti (e di conseguenza nell'ordine delle migliaia tra i civili, anche ammettendo che la proporzione di questi giorni, uno a dieci, si riduca un po', dato che i combattimenti di terra sono meno indiscriminati dei bombardamenti aerei); le distruzioni materiali saranno estese e profonde, perche' gli obiettivi di Tsahal non possono non essere le infrastrutture che permettono il movimento e la comunicazione delle milizie sciite. Al tempo stesso, l'offensiva non sara' in grado di garantire, per molti giorni ancora, nemmeno il suo scopo minimale, che e' la cessazione degli attacchi con i razzi sul territorio israeliano: solo un controllo incontrastato dell'area e la distruzione delle rampe ad una ad una possono ottenere questo scopo — e ci vuole tempo, probabilmente piu' tempo di quello di cui Tsahal dispone.
Anche in questo caso, Israele, spinto dal fantasma della sconfitta e dalle polemiche interne sull'inconcludenza dell'azione dell'esercito, si sta gettando in una impresa militare senza avere chiarito gli obiettivi politici che vuole conseguire. E' una mossa quasi disperata, che somiglia molto a quella del giocatore d'azzardo che sta perdendo anche la camicia: alzare la posta e sperare che la roulette faccia uscire il numero fortunato: la reazione che fa la gioia di qualunque biscazziere — e non e' da escludere che Nasrallah in questo momento stia brindando al buon esito della sua trappola.

P. S. Intendiamoci: io non sono uno di quelli che pensano che il Libano dovesse restare per sempre sotto tutela siriana. Pero', con l'esercito siriano accampato nella Bekaa, Israele avrebbe dovuto essere assai piu' prudente. L'assenza dell'ingombrante vicino non si sta rivelando una buona maniera di salvaguardare l'indipendenza libanese.
Non ho le idee chiare — su questo punto — ma e' argomento su cui mi pare valga la pena di ragionare.


mercoledì, 9 agosto 2006
Subito dopo la guerra
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 11:37 am

Gideon Samet su Ha'aretz:

[...] In a way that is still unclear to this government, the war, like many in history, is also a special opportunity for a new diplomatic move. Ehud Olmert understands that unilateral convergence has been hit with a crushing missile. [...] Nothing can be unilateral any longer. Not dealing with Hezbollah, not withdrawing from the West Bank, no boastful patter about Israel's power to arrange matters as it sees fit. The new age now forced on Israel is one of dialogue with those pulling the strings in the West as with our neighbors. [...] To many in Israel who in their minds have yet to take their finger off the trigger toward Lebanon, Gaza and the West Bank, it may seem surprising that this is the time to move to a completely different front. Now, after the mutual killing, circumstances are ripe for a wider Israeli assault in favor of serious negotiations with Hamas and the Palestinian administration. This is also the time to talk to Syria, or at least to take its pulse.
This is the right time to bring forth everything the Israeli genius can, despite its famed historic limitations, toward dialogue, clear bilateralism, arrangements, humanitarian sensitivity, a lowering of the repulsive macho tone that Olmert is not lacking. A crack has opened toward another age. Olmert and company will be courting our disaster if they do not move toward it with a firm step.


Jean François Daguzan su Le Monde dice cose che condivido sulla strategia militare israeliana in Libano



martedì, 8 agosto 2006
Un provvisorio punto della situazione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 2:42 pm

In questi giorni ho accumulato un po' di letture e di riflessioni sulla guerra in Libano. Se come temo alcuni link sono nel frattempo andati offline, segnalatemeli: ho fatto copie locali di tutti gli articoli.

A volte essere buon profeta e' tanto facile quanto spiacevole. Israele sta perdendo la guerra in Libano:
- la sta perdendo sul terreno, innanzi tutto: Haifa e il nord del paese sono sotto attacco quotidiano da perte dei razzi di Hezbollah, le perdite sono alte, i progressi poco visibili — e il fattore tempo non gioca a favore di Israele.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi militari (anche perche' non erano chiari e definiti in partenza), come riferiva gia' il 5 agosto questo interessante reportage di Libération: i soldati catturati continuano ad essere nelle mani di Hamas e di Hezbollah, le capacita' militari della milizia sciita libanese non sono state annientate, anche se certamente hanno subito qualche ridimensionamento, la "fascia di sicurezza" che Israele vuole nel sud del Libano e' tutto tranne che assicurata; solo un'escalation ulteriore del conflitto, con l'attacco alle retrovie di Hezbollah nella valle della Bekaa e con azioni su larga scala volte alla demolizione sistematica dell'infrastruttura logistica, potrebbe a questo punto dare ad Israele una vera vittoria sul piano militare. Gia' qualche giorno fa un analista serio come il generale Jean sulla Stampa si era espresso in questo senso [non trovo l'articolo online; questo, del 26 luglio, dice cose in parte analoghe]; oggi perfino un giornale di sinistra come Ha'aretz, che pure avanza forti riserve sul senso e la conduzione della guerra, caldeggia l'escalation, proprio a partire dalla constatazione della sconfitta sul campo:

Let there be no doubt: Despite the efforts of the prime minister and IDF generals to enumerate the IDF's achievements, the war as it approaches its end is seen by the region and the world – and even by the Israeli public – as a stinging defeat with possibly fateful implications.

Tuttavia l'escalation avrebbe rischi e costi politici, militari ed umani difficilmente sostenibili: e' da sperare che ad Israele manchino il tempo e la volonta' politica per andare in questa direzione.

- la sta perdendo sul piano degli strumenti diplomatici: tanto che la bozza di risoluzione ONU — che pure e' frutto di un compromesso molto favorevole a Israele — arriva perfino a prevedere che lo stato ebraico faccia concessioni territoriali (la questione delle "fattorie di Sheba", per la cui importanza rimando a questo articolo apparso oggi su L'Orient-Le Jour di Beirut); nell'ipotesi disegnata dal primo ministro libanese Siniora il dispiegamento dell'esercito nel sud del paese avverra' con il consenso di Hezbollah e quindi la milizia sciita avra' modo di conservare il suo potenziale offensivo. Inutile dire che il massacro di Qana e' stato determinante nell'alienare ad Israele i consensi internazionali necessari a una soluzione per lei positiva. In questo senso ho trovato illuminante un articolo di Nehemia Shtrasler uscito su Ha'aretz del primo agosto:

Now, after the tragic events in Qana, which killed some 60 civilians, even Israel's greatest ally has changed direction and says it wants a speedy cease-fire. [...] Based on what has happened in the field, nothing remains of the grandiose goals of the beginning of the war.
Soon we will start to long for the excellent agreement offered by the G-8 at the beginning of the war. Today, it, too, is unattainable.

- la sta perdendo sul piano della percezione nazionale: il fronte interno mostra, pur nel sostegno generalizzato all'azione militare, segni di nervosismo e di perdita di coesione. L'opinione pubblica israeliana *si sente* sconfitta di fronte alla capacita' di Hezbollah di reagire e di continuare a colpire. Ze'ev Sternhell gia' il 3 agosto definiva quella in Libano "The most unsuccessful war".
In queste condizioni, tra l'altro, anche l'attuazione del piano di convergenza del governo Olmert si dimostrera' particolarmente difficile, perche' avranno buon gioco gli avversari di qualunque ritiro dal West Bank ad invocare il doppio precedente del Libano e della Striscia di Gaza: territori — sosterranno — da cui Israele si e' ritirato unilateralmente e dai quali viene una minaccia forte alla sicurezza dei cittadini, che nemmeno una guerra su larga scala e' in grado di neutralizzare.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi politici: il consenso per Hamas in Palestina e' alle stelle (al 55% secondo un sondaggio riportato da Repubblica lo scorso 7 agosto) — e i moderati palestinesi sono chiusi all'angolo; in Libano Hezbollah e' il partner determinante per definire la cessazione delle ostilita' ed ha riguadagnato favore e solidarieta' presso la popolazione e presso la classe politica. Il primo ministro Siniora non esita a dire che gli obiettivi di Hezbollah sono gli obiettivi di tutti i Libanesi e che senza l'accordo di tutti i partiti non ci sara' alcun invio di forze internazionali nel sud del paese: se pure dovra' ridurre il proprio potenziale militare dopo il cessate il fuoco, il partito sciita ha gia' riguadagnato ampiamente sul piano politico quel che perdera' sul piano degli armamenti. Il risultato e' che il governo Olmert si trovera' una Palestina in cui il prestigio di Hamas non sara' piu' discutibile e un Libano in cui l'unita' politica delle varie fazioni avra' come comune denominatore l'avversione a Israele. Amir Oren traccia cosi' il quadro di chi e' il vero vincitore del conflitto, ad oggi:

In Western terms, if the cease-fire resolution is accepted in its current formulation, then Nasrallah lost the confrontation with Israel during the past month. In Eastern terms, which are the ones that really count in this part of the world, he only improved his position by taking a step backward in anticipation of the next round. The cease-fire depends on the agreement of the government of Lebanon and, at this point, that depends on Nasrallah. If the world is impatient to close the Lebanese case and move on, Nasrallah is capable of giving it and Israel the runaround – and of racking up further concessions. He exists, therefore he is important.

A titolo di provvisoria conclusione: Israele e' entrata in questa guerra con obiettivi mal definiti e senza una strategia politica, rispondendo in termini puramente militari a un'aggressione politicamente assai meditata da parte di Hamas e di Hezbollah. Com'era ovvio, sono stati questi ultimi a trarne vantaggio. Come suggerisce Akiva Eldar in questo articolo, c'e' una sola cosa che il governo Olmert potrebbe fare per rovesciare il tavolo e garantirsi una soluzione politicamente vantaggiosa del conflitto: riaprire le trattative tanto con la Siria per il Golan, quanto con i Palestinesi per la cessazione dell'occupazione — allargando all'improvviso l'orizzonte, e chiedendo con assoluta fermezza nello stesso tempo che la comunita' internazionale garantisca la sicurezza rispetto alle ambizioni nucleari dell'Iran, Israele potrebbe ottenere molto di piu' che con la guerra anche sul difficile terreno libanese. Ma a Gerusalemme tira tutt'altro vento — e nulla di simile accadra'.


mercoledì, 2 agosto 2006
Tisha b'Av
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 8:00 pm

C'e' una neppure troppo sottile ironia nel fatto che nel giorno dell'afflizione per la distruzione del Tempio — il segno dell'annichilimento di Israele come realta' politica — ci si trovi a dover riflettere sulle (e ad affliggersi per le) vittime causate dall'eccesso di potenza della nuova Israele. Spero che questa riflessione (e quest'afflizione) accompagni chi puo' in qualunque misura influire sugli avvenimenti — insieme alla consapevolezza che nella storia di Israele la presunzione di potenza non e' mai stata una buona politica.


giovedì, 20 luglio 2006
Qui e li'
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 2:19 pm

Farfintadiesseresani cita un passo del mio pippone sulla guerra tra Palestina, Libano e Israele. E aggiunge che il mio sarebbe "uno dei pezzi più informati e interessanti apparsi in giro sul conflitto in Medio Oriente. Pezzo di cui qui, peraltro, non si condividono premessa e conclusioni".
Ringrazio dell'apprezzamento — pero' il brano citato senza contesto e' fuorviante — e qui si sarebbe parecchio curiosi di sapere perche' li' non si condividono premessa e conclusioni.


mercoledì, 19 luglio 2006
Le strane simmetrie di una guerra asimmetrica
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 12:36 pm

Premetto : non credo che abbia senso stare da una parte o dall'altra nella(e) guerra(e) tra Israele e i suoi vicini. Nella migliore delle ipotesi hanno torto marcio tutti. Quindi non spendero' una sola parola per dire chi ha ragione (d'altronde si sprecano quelli che lo fanno) — la mia empatia con Israele e' nota anche ai sassi e non viene certamente meno adesso che (non dimentichiamolo, nonostante l'asimmetria della risposta) e' stata aggredita: ma l'ultima cosa di cui Israele ha bisogno sono volenterosi supporter. Cerco invece di fare qualche qualche riflessione — e di capire cui prodest. Segue pippone.

Cominciamo con una novita': Israele sta subendo pesanti sconfitte nella guerra che si combatte ai suoi confini settentrionali e meridionali. Certo, il conto delle vittime e delle distruzioni farebbe sembrare il contrario, ma siamo in una guerra asimmetrica, in cui il vantaggio e lo svantaggio dei contendenti si misura su metri diversi:
- Gli scontri di frontiera a Gaza e al confine libanese sono costati all'IDF numerosi morti (una dozzina, se non ricordo male) e tre soldati fatti prigionieri (il termine rapiti mi pare improprio, trattandosi di combattenti): si tratta di una sconfitta cocente, sia sul piano strettamente militare, perche' l'esercito ha dimostrato di essere vulnerabile ad attacchi che dovrebbe poter fronteggiare senza difficolta', sia sul piano politico, perche' i soldati catturati danno *comunque* un forte potere di scambio ai nemici palestinesi e libanesi, sia infine sul piano propagandistico, perche' Hamas ed Hezbollah si accreditano come forze capaci di colpire Israele dove fa male: un risultato importante presso le opinioni pubbliche arabe, ma anche presso quella israeliana.
- La corvetta Hanit — una delle navi di punta della piccola ma robusta marina israeliana — e' stata colpita da un obsoleto missile di fabbricazione cinese lanciato da Hezbollah al largo delle coste libanesi: esagerando un po' — ma tanto per capirci — e' come se avessero abbattuto un aereo con arco e frecce. Ci sono stati quattro morti nell'equipaggio, la nave ha subito danni piuttosto gravi e ha rischiato di essere affondata. Per una marina militare che non subiva perdite in combattimento almeno dalla guerra del Kippur e' un colpo mica da poco, che sta sollevando un vespaio di polemiche in Israele.
- Haifa e' ormai sistematicamente oggetto dei bombardamenti di Hezbollah. Il lancio di razzi sul territorio israeliano non e' una novita', ma finora si era limitato alle zone di frontiera e a piccoli centri come Sderot a sud o Qiryat Shmona a nord: Haifa e' nel cuore del paese ed e' la terza citta' di Israele, dopo Tel Aviv e Gerusalemme. E' un salto di qualita' anche rispetto agli attentati suicidi, proprio perche' implica una capacita' *militare* di colpire, una vera e propria simmetria, nella guerra asimmetrica, tra Israele e i suoi nemici*.

La strategia militare israeliana si fonda da dopo il 1948 sulla capacita' di portare la guerra sul territorio nemico, senza permettere che il nemico la porti in Israele. Si tratta di una strategia — vorrei farlo notare — assolutamente *difensiva* e non offensiva, che parte da due constatazioni di fatto: la prima e' che Israele non ha spazio da cedere in una guerra (se si combatte sul suo territorio vuol dire che gli obiettivi fondamentali sono gia' persi); la seconda e' che, nel bilancio delle forze in campo, non ha uomini da perdere nello scontro, e che ogni vittima militare o civile non e' rimpiazzabile (quindi ogni morto israeliano "pesa" di piu' di quelli nemici: non e' razzismo o disprezzo dell'altro — e' una banale constatazione demografica**). Questo implica che IDF sia (ed appaia) sostanzialmente invincibile: altro non e' il famoso "muro di ferro". La guerra in corso sta mettendo in crisi proprio la percezione di invulnerabilita' dell'IDF e questo spiega probabilmente la violenza della reazione israeliana: e' un tentativo di ristabilire, sul terreno e in termini di immagine, l'asimmetria strategica su cui si fonda la sicurezza (e la percezione di sicurezza) del paese. In questo senso si tratta di una risposta necessitata, per non dire di un riflesso condizionato.

Tuttavia, scatenando una campagna militare su vasta scala, Israele risponde di fatto in maniera *qualitativamente* simmetrica e prevedibile, anhe se *quantitativamente* asimmetrica, all'offensiva nemica. Di fatto, sta ballando sulla musica suonata da Hamas ed Hezbollah. Sono i movimenti islamisti che hanno l'iniziativa e che definiscono il terreno dello scontro secondo quanto conviene loro: clausewitzianamente, fanno della guerra la continuazione della politica con altri mezzi, cosa che Israele non pare capace di fare. Tra le molte asimmetrie della guerra in corso, questa e' forse la piu' significativa: Israele ha la forza militare ma non la capacita' politica per vincere, Hamas e Hezbollah non hanno altrettanta forza militare, ma usano quella del nemico per garantirsi vantaggi politici significativi:
- Il governo di Hamas era in grave difficolta' politica e aveva dovuto accettare il referendum voluto da Abu Mazen sul "piano dei prigionieri" (il cui esito, verosimilmente, avrebbe costituito un riconoscimento de facto di Israele): l'attacco al posto di frontiera e la cattura del caporale Gilad sono chiaramente stati un tentativo (perfettamente riuscito) di sabotare il processo politico. La risposta pesantissima di Israele ha infatti ricompattato l'opinione pubblica palestinese intorno alle posizioni piu' dure e seppellito l'ipotesi del referendum, togliendo i falchi di Hamas dall'angolo.
- Hezbollah stava subendo fortissime pressioni per disarmare le proprie milizie — l'attacco israeliano al Libano sta indebolendo il governo di unita' nazionale e parallelamente restituendo un ruolo forte alla Siria; per di piu' in questo contesto la richiesta di disarmo della milizia suonerebbe all'opinione pubblica libanese come una resa al diktat del nemico israeliano e non come un necessario passaggio per la pacificazione nazionale. Anche in questo caso, Israele sta facendo un grosso regalo politico ai suoi nemici.

Per concludere: se l'obiettivo di Olmert e' la sicurezza attraverso l'indebolimento dei movimenti estremisti islamici — o a maggior ragione se l'obiettivo e' il disimpegno dai Territori e la nascita di uno stato palestinese con cui convivere in ragionevole sicurezza — la reazione militare di questi giorni e' una risposta perdente, perche' rafforza gli avversari arabi ed israeliani di quella prospettiva. Ma se l'obiettivo fosse, simmetricamente alle esigenze di Hamas e di Hezbollah, perpetuare l'insicurezza e congelare sine die ogni processo politico — allora il governo israeliano avrebbe fatto la scelta migliore. Per ottenere che cosa? per poter arrivare alla definizione unilaterale dei confini di Israele e quindi all'annessione, riconosciuta dalla comunita' internazionale, della maggior parte degli insediamenti nel West Bank. Ma di questo, cioe' del "piano di convergenza", parlero' un'altra volta, se trovero' il tempo…

* Vorrei per altro far notare che Hamas ed Hezbollah hanno avviato le ostitlita' attaccando per lo piu' obiettivi militari: i posti di frontiera, le unita' combattenti nemiche, i centri logistici come la stazione merci di Haifa, ecc. Hanno cioe' alzato il livello dello scontro colpendo simbolicamente (ma non solo simbolicamente) bersagli "simmetrici", obiettivi di guerra e non di attacchi terroristici. Anche il bombardamento di obiettivi civili, per altro, non e' che un'immagine simmetrica (non voglio dire una risposta) di quelli che Israele conduce sistematicamente nei Territori e in Libano (penso alla distruzione di centrali elettriche, ponti, edifici pubblici — e alle perdite civili connesse): in altri termini, i nemici di Israele stanno conducendo una guerra il piu' possibile "simmetrica" — l'asimmetria e' se mai nella rappresentazione che ne danno i media occidentali: se Israele bombarda i sobborghi o il porto di Beirut colpisce obiettivi militari (cosi' il GR RAI un paio di giorni fa); se Hamas colpisce i militari di un posto di frontiera israeliano e' un attacco terroristico.
(Non sto dicendo — per favore non fraintendete — che Hamas fa bene e/o che Israele fa del terrorismo. Dico solo che nella guerra in corso le modalita' dello scontro sono sorprendentemente simmetriche e che forse i nostri mezzi di informazione farebbero bene a darne conto).

** Un'altra simmetria/asimmetria interessante (evito qui valutazioni di ordine etico, mi limito a descrivere quel che vedo): Israele considera le vite dei suoi cittadini assolutamente *non spendibili*; quando colpisce i civili palestinesi e libanesi lo fa perche' paradossalmente scommette sul fatto che anche i loro governi considerino quelle vite non spendibili — e quindi con un obiettivo di deterrenza, piu' che di ritorsione. Hamas ed Hezbollah invece palesemente ritengono le vite dei loro concittadini assolutamente spendibili per conseguire obiettivi politici e d'altronde hanno chiarissimo che Israele non fa altrettanto con quelle dei propri abitanti: questa diversa percezione spiega l'assoluta inefficacia della politica israeliana della deterrenza e degli attacchi ai civili.


giovedì, 8 giugno 2006
I barbari
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 6:26 pm

Non quelli di Baricco, che non ho avuto il tempo di leggere.

1) I governi occidentali esprimono soddisfazione e perfino gioia per l'uccisione di Al Zarkawi. Credo che Al Zarkawi fosse un criminale tanto sanguinario quanto spietato — e certamente un ostacolo importante sulla via della pace, di qualunque ipotesi di pace. Credo che Al Zarkawi fosse un nemico per tutti e non solo per la coalizione occidentale che occupa l'Iraq. Non sono un pacifista a tutti i costi, sono convinto che talvolta solo la violenza puo' fermare la violenza — e probabilmente il caso di Zarkawi era uno di questi. Ma vorrei se non altro che si provasse ribrezzo per la violenza che si e' costretti a esercitare. Tutto questo giubilo davanti a un nemico caduto, davanti a un'azione che ha fatto diversi altri morti, oltre al bersaglio — e fra questi, almeno a dire del GR1 di qualche ora fa, una donna e un bambino — beh, mi sembra assai poco civile — e perfino assai poco cristiano — da parte di tanti difensori dell'occidente cristiano*.
2) Si parva licet, anche l'intervista di Prodi a Die Zeit mi pare un segno di imbarbarimento. Dire che Berlusconi ha schiavizzato l'Italia e' una di quelle iperboli un po' ridicole e gratuite che finiscono per svuotare di senso le parole. E' — mi si passi il termine — una berlusconata della piu' bell'acqua. Quando Prodi dice che "il berlusconismo ha sistematicamente cambiato il popolo italiano, la mentalità della gente" ha certamente ragione — lui stesso dieci anni fa non si sarebbe mai sognato di rilasciare un'intervista cosi' berlusconiana nell'anima.

* A quanto pare c'e' chi non la pensa come me.


venerdì, 19 maggio 2006
Mica e' una guerra, son tutti fiorellini
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Ma vaffanculo! — Scritto dal Ratto alle 3:09 pm

"Con il suo rifiuto di smentire la gravissima affermazione di ieri, secondo cui l'Italia avrebbe partecipato alla guerra in Iraq, Prodi si e' reso moralmente complice e mandante di coloro che nelle manifestazioni della sinistra inneggiano alle '10 100 1000 Nasiriya'". Lo dice il senatore azzurro Lucio Malan.

(da Repubblica)

Chiedo perdono a eìo per la citazione non autorizzata ;-).


venerdì, 28 aprile 2006
Morire per cosa?
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 5:31 pm

A me — la cosa che mi sconvolge di piu' della morte dei nostri soldati a Nassiriya e' quanto e' stata profondamente inutile. Scandalosamente inutile — sotto ogni punto di vista. E badate: non lo dico perche' ho sempre sostenuto che in Iraq non dovevamo nemmeno metterci piede. L'ho sempre detto e lo dico ancora — ma la questione che vorrei sollevare e' diversa.
Forse il mio ragionamento suona cinico — credetemi, non lo e' — al contrario. Proprio perche' mi pare che uno stato dovrebbe avere a cuore piu' di tutto la vita dei suoi cittadini — civili e militari — credo che dovrebbe essere pronto a sacrificarla soltanto di fronte a preponderanti interessi nazionali o addirittura sovranazionali.
Invece: i nostri soldati sono morti per una missione che piu' nessuno vuole, ne' a destra ne' a sinistra. E' tutto un gran ripetere che stiamo per andarcene, che il disimpegno e' vicino, che le ragioni della nostra presenza militare sono venute meno (o che non ci sono mai state). Chiedete a qualunque partito in Parlamento: non ne troverete uno disposto a sostenere oggi le ragioni *politiche* della missione militare. Quindi i nostri soldati sono li' per inerzia, per la difficolta' del centrodestra di tornare sui suoi passi — ma la loro presenza non corrisponde piu' ad alcun intento di politica internazionale del nostro paese.
Diro' di piu': non corrisponde neppure ad alcun vantaggio politico/economico/di immagine ecc. ecc. dell'Italia. Non abbiamo ottenuto ne' prestigio internazionale, ne' una parte significativa del business della ricostruzione, ne' sconti sulla nostra bolletta petrolifera. Niente. Portiamo a casa un po' di morti e un bel pacchetto di spese.
Quanto agli obiettivi dichiarati della guerra, meglio lasciar perdere. Le armi di distruzione di massa erano la bufala del millennio. Il "cambio di regime" ha trasformato l'Iraq da un inferno governato da un tiranno ad un inferno in preda a una guerra civile inarrestabile, che sta sfuggendo a ogni controllo. La democrazia irachena e' talmente solida che non riesce a mettere insieme un governo nemmeno in quattro mesi e nemmeno sotto la dettatura di Rummy e Condy. Il Medio Oriente pare piu' instabile che mai. Il terrorismo, lungi dall'essere stato sradicato o anche soltanto indebolito, pare godere della miglior salute immaginabile.
Da ogni punto di vista che riesco a concepire: questi nostri soldati sono morti per niente. Fa ancora piu' male.
Dovevamo non metterci piede. Dovevamo andarcene prima. Dobbiamo andarcene adesso — se non altro perche' non e' ammissibile pensare ad altre vittime in cambio di nulla.


sabato, 12 novembre 2005
Chiedo scusa
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:00 pm

io personalmente, come italiano, visto che nessuna autorita' di questo schifoso paese clericale intende farlo, ad Adelina Parrillo, compagna di Stefano Rolla, ucciso a Nassiriya due anni fa. Alla cerimonia di commemorazione la hanno lasciata fuori perche' i due "non erano sposati".
Sono talmente indignato e avvilito che non riesco nemmeno a commentare. Pero' sarei contento di sentire che hanno da dire i virtuosi avversari cattolici del riconoscimento delle coppie di fatto.


Secondo RaiNews in onda domani mattina 8 novembre, gli USA hanno usato il fosforo nei bombardamenti contro Fallujah.



mercoledì, 3 agosto 2005
I valori dell'Occidente (again)
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 11:33 am

Saro' monotono, ma credo che i veri nemici dell'Occidente siano coloro che compiono, autorizzano o comunque permettono, anche solo guardando dall'altra parte, atti e metodi come quelli che il Washington Post descrive in questo articolo, dedicato alla morte di un generale iracheno prigioniero degli americani.
Non sto ad aggiungere altro e a farla lunga. Vorrei soltanto che qualche prode fallaciano mi dicesse se la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino fa parte o meno del suo concetto di civilta' occidentale.


martedì, 12 luglio 2005
I am not afraid
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:36 am

Voglio dirlo chiaro: il terrorismo non mi fa paura. Nei miei incubi non c'e' quello di saltare in aria su un autobus, un treno o un aereo per colpa di una bomba islamica; nemmeno adesso che l'Italia e' del tutto verosimilmente il prossimo bersaglio. E non e' che il mio stile di vita mi tenga lontano dai potenziali bersagli: sono spesso a Roma, prendo la metro e tutti i possibili mezzi pubblici, insomma non sono meno esposto della media. Eppure la paura non mi sfiora nemmeno. Devo congratularmi con me stesso per il mio coraggio di occidentale in prima linea e mandare il mio coraggioso faccione a werenotafraid.com? Mi sa di no, e' puro e semplice calcolo delle probabilita': anche prendendo per buoni i calcoli evidentemente gonfiati dell'amministrazione Bush, le persone colpite dal terrorismo (morti, feriti o rapiti) nel 2004 sarebbero state 28.000 in tutto il mondo, un numero assai rilevante delle quali in Iraq. Tiriamo una cifra alla grossa e diciamo che in tutta Europa potremo contare un migliaio di vittime, a star larghi e comprendendo anche feriti e sequestrati. Solo in Italia nel 2004 ci sono stati 3338 morti in incidenti stradali: un fenomeno peggiore di diversi ordini di grandezza.
Chiedetemi se ho paura che un imbecille mi venga addosso in autostrada la prossima volta che salgo in macchina. Oppure, su un piano diverso, chiedetemi se ho paura che l'economia italiana si accartocci e io mi trovi a non poter assicurare un tenore di vita decente ai miei figli. Oppure chiedetemi se ho paura di non avere una pensione adeguata quando saro' vecchio. Oppure se ho paura di ammalarmi di qualcosa di serio e di non sapere se la sanita' che posso permettermi sara' adeguata a curarmi. Oppure se …
Chiedetemi queste cose, quelle che hanno a che fare con la mia vita vera — e vi rispondo che si', ho una paura fottuta — e che vorrei tanto che chi ci governa si occupasse di trovare soluzioni per rendere meno reali le mie paure, invece di nascondersi dietro la retorica della guerra al terrorismo internazionale. Se invece mi chiedete se ho paura del terrorismo, rispondere I am not afraid mi costa ben poco impegno e ben poco coraggio.

Dimenticavo: mi sembrano assai condivisibili gli articoli di Giorgio Bocca e di Renzo Guolo su Repubblica di carta di oggi.


lunedì, 11 luglio 2005
L'imbecille guarda il dito
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:19 pm

Spero, dicendo la mia, di sfuggire al puro chiacchiericcio che Lorenza giustamente denuncia a proposito di Londra. D'altronde se l'indecente Calderoli puo' dire le cazzate che dice restando ministro, potro' ben dirne qualcuna io che sono solo un blogger.
1. Checche' ne dicano tutti quelli che si riempiono la bocca di guerra (salvo esser pronti a darsela a gambe appena le cose cominciano a farsi serie), il terrorismo non si puo' battere sul piano militare. Ha la scelta del terreno, del tempo, delle armi, il vantaggio della sorpresa e dell'assenza di remore e di regole. Quindi — come sa chiunque abbia anche soltanto giocato una volta a Risiko in vita sua — sara' sempre in grado di colpire. Le risposte militari possibili — prevenzione e repressione sul terreno o guerra ai possibili sponsor internazionali dei terroristi — non hanno mai dato risultati adeguati. Il primo caso e' quello dell'Irlanda del Nord, o del West Bank (su cui tornero'), dove decenni di occupazione e di repressione che non guarda per il sottile non hanno mai portato a risultati definitivi: sotto pressione i gruppi armati spariscono per un po' di tempo, poi ritornano rafforzati e resi piu' popolari dalla repressione stessa. Il secondo caso e' quello dell'Afghanistan e dell'Iraq: ammesso e non concesso che si trattasse delle centrali internazionali del terrore, dopo l'invasione e l'occupazione la virulenza dei terroristi si e' se mai accresciuta.
1b. Da piu' parti si obietta a questo ragionamento che la risposta militare funzionerebbe se l'Occidente si levasse i guanti e picchiasse veramente duro. Altro che processi, altro che diritti umani ecc.: siamo in guerra, ci si comporti come in una guerra; facciamo scorrere il sangue per davvero, estirpiamo la malapianta con la forza e si vedra' se il terrorismo e' invincibile. Mi pare che il ragionamento faccia acqua da piu' parti:
a) Si direbbe che i guanti ce li siamo tolti da un bel pezzo: la guerra in Iraq ha fatto decine di migliaia di morti e ha devastato un paese; Abu Ghraib e Guantanamo sono centri di detenzione e di tortura illegali secondo qualunque standard occidentale; la pratica di rapire cittadini stranieri e consegnarli ad autorita' di paesi compiacenti perche' li "interroghino" senza andare per il sottile e' politica ufficiale degli Stati Uniti ed e' per lo meno tollerata dai governi europei (Italia in testa). Alla fine non mi pare che i risultati siano gran che.
b) Questa scelta implica il venir meno di tutti i valori che fanno dell'Occidente un luogo "diverso" nel mondo (e dal mio punto di vista il luogo migliore in cui si possa vivere), dallo stato di diritto, all'inviolabilita' della persona, al rifiuto della guerra di aggressione, ecc. In altri termini: per difendere l'Occidente stiamo demolendo le sue conquiste e i suoi valori. Se e' cosi', i terroristi hanno nell'antiterrorismo l'arma piu' efficace per la loro vittoria.
2. Come giustamente dice Blair, il terrorismo ha cause profonde e non sparira' finche' queste cause non saranno rimosse. Possiamo elaborare le migliori risposte in termini di sicurezza, possiamo portare a Guantanamo decine di migliaia anziche' decine di persone — finche' non avremo rimosso le cause, il terrorismo sara' vivo e vegeto. Non possiamo seriamente credere che un mondo economicamente tanto squilibrato, in cui il PIL pro capite, a parità di potere d'acquisto, in Italia e' di 27.500 dollari, in Israele di 20.800, in Iraq di 3.500 e nel West Bank di 800 (dati CIA, aggiornati tra il 2003 e il 2005: e di proposito non ho preso gli estremi della scala della ricchezza e della poverta'), possa essere un mondo in pace. Soprattutto visto che noi occidentali siamo in buona parte responsabili di questi squilibri e facciamo di tutto per mantenerli intatti (basti pensare a come si e' chiuso il G8 a Gleneagles: un po' di elemosina all'Africa, ma nessuna rinuncia al protezionismo agricolo che impedisce ai paesi del Sud del mondo di trovare uno sbocco ai loro prodotti). Se poi aggiungiamo l'occupazione della Palestina, la guerra in Iraq, gli attacchi all'Iran, non si capisce perche' mai dovremmo essere tanto amati da quelle parti.
Questo giustifica il terrorismo? no, certo. Ma chiediamocelo seriamente — una buona volta: queste popolazioni hanno altri modi per farci sentire la loro voce, la loro collera, la loro umiliazione? Quando parlano civilmente e sommessamente, noi li stiamo a sentire? E siamo pronti a dare risposte politiche al problema politico della disuguaglianza, oppure preferiamo dare risposte militari al problema del terrorismo? Se le bombe di Londra ci indicano la luna, noi preferiamo guardare il dito?


venerdì, 8 luglio 2005
Avrei cose piu' serie…
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 4:21 pm

su cui scrivere, ma non ho ne' tempo ne' cervello, quindi accumulo argomenti per un improbabile futuro — e intanto registro le … (inserire qui termine adeguatamente insultante) dell'indecente Calderoli.

Io sono sempre stato contrario all'intervento in Iraq — e continuo ad esserlo. Percio', se qualcuno anche nel centrodestra comincia a sentire il bisogno di levare le tende da Nassiryia, dovrei esserne contento. Ma quel che e' troppo e' troppo: ora che l'Italia e' chiaramente indicata come la prossima della lista, il virile padano se la fa nelle mutande ed auspica la fuga, precipitosa (entro settembre) ancorche' "concordata":

"E' evidente che, dopo New York, Madrid e Londra, l'Italia rappresenta il piu' probabile e prossimo obiettivo dei terroristi, e' arrivato percio' il momento di iniziare a pensare anche a casa nostra…"

No, non avete capito niente, non e' una fuga, e' che bisogna "utilizzare le medesime risorse impiegate in territorio iracheno per prevenire e combattere possibili attentati sul nostro territorio", impiegando "il medesimo personale stanziato in Iraq, che tra l'altro e' gia' esperto e preparato proprio nella lotta al terrorismo, per presidiare i nostri siti sensibili e per stanare queste belve dalle loro tane". Gia', perche' (al di la' dell'elegante linguaggio diplomatico a cui l'indecente Calderoli ci ha abituato) i militari addestrati per la situazione irachena hanno la preparazione adatta per presidiare la metropolitana milanese e gli accessi al Vaticano… uguale!
Conclude l'indecente Calderoli: "Non chiudiamo la stalla quando i buoi saranno gia' scappati, ci sono delle vite umane in ballo e la prossima volta, purtroppo, potrebbero essere le nostre". Quindi e' il momento di scappare — e di corsa, prima che qualcuno si faccia male qui da noi (finche' si fanno male gli altri non e' mica tanto grave) e per di piu' sotto elezioni (Madrid insegna…). In fondo la lotta alle belve islamiche si puo' sempre continuare a casa, pestando ben bene un po' di immigrati clandestini. Meglio se ammanettati, non si sa mai.

Ribadisco, in caso non fosse chiaro: continuo a pensare che prima si va via dall'Iraq, meglio e'. E' stato un errore andarci, e' un errore restarci. Pero' mi mandano in bestia l'impudenza e la vigliaccheria di chi ci ha cacciati nel brago e ora si arrampica sugli specchi per scappare prima di essere sommerso.


giovedì, 7 luglio 2005
Londra
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 3:30 pm

Sbigottimento e ansia — come e' ovvio. E attesa.
Nell'assoluta vaghezza delle notizie sugli attentati, vedo un solo fatto positivo: mi pare che ci sia una certa lentezza, questa volta, a rispondere con la retorica della guerra infinita. Sbagliero', probabilmente i tamburi cominceranno a rullare tra poche ore; ma per il momento mi sembra di vedere una saggia moderazione. Forse qualcuno comincia a intuire che il mondo non diventera' piu' sicuro aggiungendo guerra alla guerra.


mercoledì, 27 aprile 2005
Altro che Sigonella?
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:05 am

Giuseppe D'Avanzo su Repubblica di oggi dice cose interessanti e sgradevoli sulla vicenda Calipari. Credo che meriti una lettura attenta. Tuttavia resto dell'opinione che un governo accorto coglierebbe l'occasione per inventarsi una via d'uscita dall'Iraq, se non altro per non dover affrontare un anno elettorale con i soldati ancora li'. Sarebbe una furbizia italiana, certo. Ma sarebbe una furbizia di cui, per una volta, non essere scontenti.


martedì, 26 aprile 2005
Fare come a Sigonella
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:38 am

Accertare la verita' sulla morte di Nicola Calipari e' cosa difficile. Se non altro perche' i soli testimoni di cui la commissione d'inchiesta dispone sono tutti inattendibili, per le piu' diverse ragioni. I soldati del checkpoint sono parte in causa e si stanno difendendo da un'accusa tanto pericolosa quanto infamante: ovvio che raccontino una versione dei fatti a loro favorevole. Giuliana Sgrena e' (sia detto senza offesa) sospettabile di scarsa amicizia per gli Americani e puo' darsi che tra questa sua posizione di principio, la confusione del momento e lo shock possa aver dato una versione dei fatti men che inattaccabile. Gli operativi dei servizi italiani che erano sull'auto vorranno da un lato difendere la correttezza del loro operato, dall'altro rivendicare giustizia e tutelare la memoria del loro compagno d'armi ucciso: comprensibile che interpretino i fatti in maniera da evidenziare le responsabilita' dei soldati USA. Quanto alla catena di comando americana, e' ben noto che non arde dal desiderio di dare i propri militari in pasto alla giustizia e nemmeno all'opinione pubblica di un paese straniero, per quanto alleato. Il Cermis insegna, e qui le cose sono assai meno chiare che ai tempi del Cermis. In altre parole: non sapremo mai come e' andata e non scandalizza, per quanto ferisca, che in dubio si proceda pro reo, assolvendo i militari americani da ogni responsabilita'.
Detto cio', l'accertamento delle responsabilita' e la politica hanno interessi e logiche diversi. Il governo italiano aveva chiesto con forza una commissione che accertasse i fatti e ha fatto capire con chiarezza che non avrebbe accettato una conclusione che scaricasse le responsabilita' sui nostri operativi. Per altro, se la commissione dovesse in effetti concludere in questo senso, ne emergerebbe un'immagine dell'operazione italiana tale da imporre la decapitazione dei vertici che la hanno decisa, organizzata e gestita in maniera tanto avventurosa ed approssimativa. Quindi il nostro esecutivo non ha altra strada – ormai – che rifiutare le conclusioni a cui gli Americani stanno portando la commissione; altrimenti l'umiliazione politica del governo e del Paese sarebbero tali da destinare l'Italia ad una definitiva irrilevanza sullo scacchiere dei rapporti internazionali: noi saremmo quelli a cui si puo' fare qualunque cosa, tanto siamo disposti a baciare la mano che regge il bastone.
A questo punto sarebbe bello poter sperare che Berlusconi si comporti come il suo mentore Bettino Craxi ai tempi di Sigonella. Dia una dimostrazione di orgoglio nazionale. Chiarisca che in mancanza di una risposta soddisfacente e condivisibile sulla morte di Calipari, la fiducia necessaria tra militari italiani ed americani sarebbe incrinata al punto di imporre il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq. Colga l'occasione per sbaraccare tutto e riportare i nostri soldati a casa. Non ha nulla da perdere e molto da guadagnare: farebbe per una volta la cosa giusta, leverebbe un'arma di propaganda devastante ai suoi oppositori in Italia, riuscirebbe ad uscire dal pantano iracheno se non a testa alta, almeno senza aver perso la faccia. Tutti gliene saremmo grati. Deve solo riuscire a superare il suo bisogno di scodinzolare a tutti i costi intorno a George W. Bush.


mercoledì, 23 marzo 2005
Un manifesto in forma di meme
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:40 am

In questi giorni il tempo e' razionato come la benzina in Iraq. Tra le tante cose che languono, oltre al blog, c'e' L'Occidente diviso di Habermas, fermo da non so piu' quando a pagina 28:

… l'irradiamento ideale della Rivoluzione francese su tutta l'Europa spiega fra l'altro perche' qui la politica viene esercitata positivamente in entrambe le forme – come mezzo per garantire la liberta' e come potere organizzativo. Invece l'affermazione del capitalismo fu collegata a violenti conflitti di classe. Questo ricordo impedisce una valutazione altrettanto imparziale del mercato. La diversa valutazione di politica e mercato puo' consolidare la fiducia degli Europei nella creativita' civilizzatrice di uno Stato da cui si attende anche la correzione delle "disfunzioni del mercato".
Il sistema di partiti risultante dalla Rivoluzione francese e' stato spesso copiato. Ma soltanto in Europa esso serve anche a una competizione ideologica, che sottopone a una costante valutazione politica le patologie sociali conseguenti alla modernizzazione capitalistica. Cio' promuove la
sensibilita' dei cittadini ai paradossi del progresso. Nel conflitto tra le interpretazioni conservatrici, liberali e socialiste si tratta di valutare due aspetti: i danni che conseguono alla disintegrazione di forme di vita tradizionali e protettive prevalgono sui vantaggi di un progresso chimerico? Oppure i vantaggi che i processi di distruzione creativa fanno oggi sperare per domani prevalgono sulle sofferenze di chi soccombe al processo di modernizzazione?

Credo che ci sia una buona parte delle ragioni dell'Europa e della nostra civilta' in queste righe — e spero che se ne vadano in giro come un meme nel nostro angoletto di rete.


lunedì, 14 marzo 2005
Invece di vergognarsi si nascondono
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 2:19 pm

Io mi vergogno per Guantanamo

A me era sfuggita la notizia* che gli Stati Uniti stanno quietamente esportando i detenuti di Guantanamo in paesi in cui le garanzie legali sono ancora inferiori — e in modo che l'ostilita' dell'opinione pubblica internazionale non possa piu' dirigersi contro l'America. Per fortuna non e' sfuggita a resto del mondo.
Io continuo a pensare che stiamo facendo troppo poco per difendere i valori veri dell'Occidente. La distrazione su Guantanamo e' intollerabile.

* Il link richiede una registrazione gratuita al sito del New York Times.


lunedì, 7 marzo 2005
Il peso di una vita umana
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 12:02 pm

Sicuramente non ho i mezzi "filosofici" per trattarne, ma la vicenda Sgrena-Calipari mi induce piu' che mai a riflettere su una questione che mi turba in particolare fino dall'11 settembre 2001, e ad indugiare su pensieri che per una volta vorrei esternare. E cioe' quale possa essere il peso di una vita umana, e quanto ci colpisca o ci lasci indifferenti la morte di persone ugualmente meritorie di compassione a seconda di molte circostanze, non ultime la loro razza e nazionalita' e classe sociale. Cosi' le 3000 (per carità cifra enorme) vittime occidentali dell'11 settembre scatenano la reazione degli americani, che sta provocando decine di migliaia di morti in Iraq, e ancora non se ne vede la fine. Enormi catastrofi naturali accadono in varie parti del mondo, ma noi ci siamo preoccupati dello Tsunami perche' c'erano di mezzo degli occidentali, altrimenti non credo che se non altro ci avrebbero dato tante informazioni. Cinquecentomila persone sono scese in piazza per manifestare per Giuliana Sgrena, nostra connazionale e soprattutto giornalista, ma non so se si muoverebbero per uno dei tanti eccidi in corso nel mondo. Certamente un sequestro, come ogni altra situazione di pericolo e incertezza, crea per natura un pathos molto forte rispetto alla possibile perdita di una vita umana, prolungando spesso per molto tempo la speranza o la preoccupazione per la salvezza di qualcuno.
Tante persone muoiono ogni giorno per fare il loro dovere o comunque a causa del loro lavoro, ma noi piangiamo in massa solo per Nicola Calipari.
Spero di non essere fraintesa, perche' sono come gli altri addolorata e colpita dalle tragedie che ho menzionato, ma credo anche che per la maggioranza le persone (e non mi chiamo fuori dalla maggioranza) siano irrimediabilmente ciniche e ipocrite. Siamo capaci di commozione se i media ci sollecitano a provarla, ma solidamente indifferenti di fronte a tutto quello che non ci viene messo sotto gli occhi in bella evidenza. E' sempre una tragedia quando qualcuno viene ucciso, ma enormi quantita' di persone muoiono uccise ogni giorno anche in modi atroci senza che ci importi veramente.
Cosi' la vita umana finisce per pesare quanto i giornali e le televisioni decidono che pesi; siccome siamo noi occidentali a posssedere la maggior parte delle risorse economiche, la nostra vita ha piu' importanza. E non posso fare a meno di pensarci, anche piangendo dei morti e sperando che comunque il loro sacrificio possa portare dei frutti positivi.


lunedì, 7 marzo 2005
Fuoco amico
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 9:54 am

Non ho detto nulla, finora, sulla vicenda della liberazione di Giuliana Sgrena. Perche' e' praticamente impossibile, per ora, capire che cosa e' accaduto e chi ne porta le responsabilita'. Quel che e' certo — la sola cosa certa, al momento — e' che ne emerge un quadro di diffidenza, di segreti, di silenzi, di non collaborazione tra comandi italiani e comandi americani. Alla faccia dell'amico Silvio e dell'amico George — queste doppiezze sono costate la vita a una persona.


venerdì, 4 marzo 2005
Bentornata, Giuliana!
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 7:06 pm


sabato, 19 febbraio 2005
Liberiamo la pace
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 12:59 pm

Per Giuliana Sgrena

The Rat Race non ci sara' — ma avrebbe voluto esserci. Quindi partecipa cosi'.


venerdì, 18 febbraio 2005
Sinceramente,
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 2:37 am

io dubito che le parole di Giuliana Sgrena, dettate dal (comprensibile) terrore, siano un testo che lei — da giornalista libera — vorrebbe veder pubblicato. Dubito anche che metterle online su un sitino da quaranta accessi come The Rat Race possa fare la benche' minima differenza.
Pero' le foto che ha scattato, il suo lavoro, la sua testimonianza a favore del popolo iracheno "liberato" — quelle si' che meritano il link — con la speranza che aiutino lei ad essere liberata davvero.


martedì, 15 febbraio 2005
Guardare gli alberi o la foresta?
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:51 pm

Sulla missione italiana in Iraq c'e' nel mio partito e piu' in generale nell'Ulivo una bella maretta. Gli argomenti di chi voleva l'astensione sono — semplificando un po': in Iraq con le elezioni e' cambiato qualcosa, si stanno facendo passi verso il ritorno della sovranita' popolare, perche' continuare a comportarci come se nulla fosse cambiato? I sostenitori del no invece sottolineano la sostanziale illegittimita' dell'intervento armato in Iraq, illegittimita' che non solo non e' venuta meno, ma anzi si e' man mano rivelata in tutta la sua gravita' (le torture, l'incapacita' di ristabilire condizioni minime di vivibilita' civile e democratica da parte dell'occupante, l'infondatezza del casus belli ecc.).
A voler ragionare – anzi che giocare alla polemica – c'e' del vero nell'una e nell'altra posizione. La prima vede le cose che stanno cambiando, i miglioramenti della situazione. La seconda ci ricorda che, miglioramenti o no, l'intero intervento militare e' ab origine inaccettabile e nulla puo' sanare il vizio di nascita. E' il vecchio dilemma tra un approccio analitico ed uno olistico, tra chi vede i singoli alberi e chi considera la foresta nel suo insieme. L'uno e l'altro perdono di vista qualcosa.
A conti fatti, a me pare tuttora piu' sana la seconda posizione, quella maggioritariamente espressa dai nostri parlamentari e ribadita da Prodi. Perche' nel nostro caso e' vero che qualche albero sta rimettendo le gemme — ma per arrivare a questo abbiamo distrutto l'intera foresta.


lunedì, 31 gennaio 2005
Parole da incorniciare
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:45 pm

"Although this nation unquestionably must take strong action under the leadership of the commander in chief to protect itself against enormous and unprecedented threats, that necessity cannot negate the existence of the most basic fundamental rights for which the people of this country have fought and died for well over 200 years"

Cosi' il giudice Joyce H. Green, nella sentenza in cui dichiara che e' incostituzionale la pretesa del governo degli Stati Uniti di impedire ai detenuti di Guantanamo di presentare un regolare appello contro il loro imprigionamento. Ancora una volta il potere giudiziario costringe l'amministrazione americana al rispetto delle regole dello stato di diritto. Ah, questi magistrati comunisti, come direbbe Silvio.

(Fonte: New York Times)


domenica, 30 gennaio 2005
Si vota in Iraq
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 12:32 pm

Sono giorni che cerco di capire che cosa penso di queste elezioni, in bilico tra la convinzione che siano una colossale presa per il culo ad usum e l'idea che comunque potrebbero essere un primo passo verso il superamento del sanguinoso stallo di questi mesi. Poi arriva Ludik e dice, con chiarezza e semplicita', le cose giuste.


sabato, 22 gennaio 2005
In my name, purtroppo
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 10:28 am

La morte del maresciallo Cola impone parecchie riflessioni — forse ovvie ma purtroppo non scontate in questo paese.
La prima e' che sbaglia chi non sente questa morte come propria. Cola era un soldato ed e' morto nell'adempimento del dovere che la comunita' nazionale, rappresentata dal Parlamento, gli aveva affidato. E' — a tutti gli effetti — un *nostro* morto. Quando un soldato muore in missione, merita il rispetto e l'onore dei suoi concittadini: perche' sono loro che l'hanno mandato in guerra, soprattutto in una democrazia.
La retorica del "not in my name" puo' avere senso nello scontro politico, ma non ne ha di fronte al fatto che *comunque* i nostri soldati sono in Iraq per una decisione democratica del Parlamento. Sbagliata ma democratica. Ergo, Cola era in Iraq "in my name".
Questo rende soltanto piu' pesante la responsabilita' del governo che ha deciso di partecipare a una guerra di aggressione e di occupazione, dichiarata con pretesti che ormai piu' nessuno ha diritto di ritenere credibili, che non tutela gli interessi nazionali, che mette a rischio le vite dei soldati, che non crea stabilita' e democrazia in Medio Oriente.
C'e' tuttavia un'altra considerazione che vorrei fare, a costo di passare per disfattista e antinazionale. Sappiamo tutto dei ventisei morti italiani nella guerra in Iraq. Ma qualcuno ha mai sentito parlare di vittime irachene dell'occupazione italiana di Nassiriya? Quanti morti ci sono stati negli scontri a fuoco che periodicamente impegnano le nostre truppe? Quanti di questi morti erano combattenti? Quanti erano civili che per le orrende circostanze della guerra si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato? Non e' che mi scandalizzerei al pensiero che ci siano state vittime irachene: c'e' una guerra e in guerra la gente muore. Mi scandalizzo invece per questo irreale silenzio, quasi che i soldati italiani avessero davvero messo dei fiori nei loro cannoni.


domenica, 2 gennaio 2005
Contraddizioni
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:37 pm

Proprio mentre si prepara a rendere permanente la detenzione senza processo dei prigionieri di Guantanamo, l'amministrazione americana torna sui suoi passi rispetto alla tortura, elaborando linee guida assai piu' restrittive di quelle che avevano portato agli abusi di Abu Ghraib. Ne ha dato notizia la CNN lo scorso 31 dicembre.


domenica, 2 gennaio 2005
In nome della democrazia a Guantanamo
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:21 pm

Secondo il Washington Post*,

Administration officials are preparing long-range plans for indefinitely imprisoning suspected terrorists whom they do not want to set free or turn over to courts in the United States or other countries, according to intelligence, defense and diplomatic officials.
As part of a solution, the Defense Department, which holds 500 prisoners at Guantanamo Bay, plans to ask Congress for $25 million to build a 200-bed prison to hold detainees who are unlikely to ever go through a military tribunal for lack of evidence, according to defense officials.

Con rara generosita', il piano prevede che coloro che saranno incarcerati a vita senza processo possano avere condizioni di vita piu' umane e perfino socializzare, a patto che non abbiano piu' da rivelare informazioni importanti per la sicurezza.
Riesce difficile fare qualunque considerazione. La detenzione senza processo e' la negazione dei principi primi dello stato liberale, di tutto cio' che consideriamo fondante dei valori dell'Occidente. Che a praticarla siano i cosiddetti paladini della democrazia e' politicamente ed eticamente rivoltante — e io continuo a trovare vergognoso che da parte europea ci sia tanta acquiescenza.

* Il link richiede una registrazione gratuita. Ma fatela, vale la pena di leggere l'articolo nel suo complesso.


martedì, 30 novembre 2004
Guantanamo e i nemici dell'Occidente
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:08 pm

(post trasferito da qui)


Il New York Times e' venuto in possesso di stralci di un rapporto riservato della Croce Rossa Internazionale al governo americano, in cui si dice che a Guantanamo e' in atto "la costruzione di un sistema il cui obiettivo dichiarato e' la produzione di intelligence" e che cio' "non puo' essere considerato altrimenti che un sistema intenzionale di trattamento crudele, insolito e degradante e una forma di tortura". Nell'articolo del NYT dettagli sui maltrattamenti nei confronti dei prigionieri.
So di essere impotente. Ma non posso smettere di dirlo: questo obbrobrio dev'essere condannato da chiunque abbia a cuore i valori della civilta' occidentale, i cui veri nemici, a Guantanamo, sono coloro che autorizzano la detenzione illegale e la tortura.


sabato, 13 novembre 2004
Ricordiamoci di Guantanamo
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:12 pm

Non ne parla piu' nessuno, ma a Guantanamo le cose vanno male. Al di la' delle condizioni di detenzione, che sono *comunque* indegne di una democrazia occidentale, il governo degli Stati Uniti sta conducendo una durissima battaglia legale per negare ai prigionieri il diritto all'habeas corpus, il diritto di esaminare le prove addotte contro di loro nei procedimenti legali, il diritto di presentare appello, e cosi' via. Tutto questo — ci viene detto — in nome della difesa della democrazia dal terrorismo.
Per fortuna il sistema giudiziario americano nel suo complesso sta reagendo bene e vigorosamente: dopo la sentenza della Corte Suprema, che ristabiliva il diritto dei prigionieri di ricorrere contro la propria detenzione, un giudice federale ha bloccato i processi in corso, in quanto non garantiscono adeguatamente i diritti della difesa. L'Amministrazione Bush ha ovviamente presentato ricorso.
Il New York Times (tutti i link richiedono registrazione gratuita) pubblica sulla vicenda un commento asciutto e misurato, ma assolutamente condivisibile.

Nel suo piccolissimo questo blog non si stanca di ripeterlo: non si puo' sopportare questa vergogna. E per ricordarlo espone un fiocco arancione, il colore delle divise dei detenuti. E spera che qualcun altro segua il suo esempio (magari usando i bannerini che trovate qui sotto.


lunedì, 8 novembre 2004
Falluja e Guantanamo
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:26 pm

In queste ore le forze americane e irachene "lealiste" stanno attaccando Falluja, dove accanto a circa 6000 guerriglieri (la cifra e' del GR RAI) sono rimasti, volenti o nolenti, tra un terzo e la meta' dei 300.000 abitanti. Ad attaccare sono circa 15.000 uomini, con un rapporto di 2,5 a 1; come sa chiunque abbia un'infarinatura di cose militari, troppo basso per sloggiare rapidamente un nemico asserragliato in citta': cio' implica o gravi perdite da parte americana, o il ricorso a una massiccia e indiscriminata campagna di bombardamenti di artiglieria e d'aviazione ed un lungo assedio. Con quali conseguenze sulla popolazione civile rimasta intrappolata e' facile immaginare.
Non c'e' molto da dire. La guerra ha gia' fatto centomila morti.
A migliaia di chilometri di distanza, a Guantanamo, i difensori della democrazia stanno facendo questo.


venerdì, 22 ottobre 2004
Per la precisione
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:51 pm

Cito dal De Mauro Paravia online:

mercenario (…) 2 agg., s.m., che, chi esercita il mestiere delle armi per professione al servizio di uno stato straniero o di gruppi politici o economici: soldati mercenari, truppe mercenarie, i mercenari della Legione straniera.

Che Agliana, Cupertino, Stefio e Quattrocchi fossero in Iraq come mercenari, mi pare indiscutibile perfino da un semplice punto di vista linguistico. Chi si straccia le vesti e' un ipocrita o non conosce il senso delle parole.
Altra questione, del tutto diversa, e' se ci sia da fare scandalo del fatto che fossero mercenari. In Iraq c'e' una guerra, che si combatte con mezzi poco convenzionali e con largo uso di forze di sicurezza private, in ruoli che vanno dalla protezione personale alla controguerriglia, all'interrogatorio dei prigionieri. Ci sono eserciti privati al soldo di privati ed eserciti privati al soldo degli stati. Che i nostri quattro connazionali facessero parte a qualche titolo di questi gruppi e' un'ovvieta'; e' una scelta che si puo' non condividere — ma e' un lavoro — e probabilmente non e' un lavoro piu' sporco che fare il consigliere di amministrazione di una societa' petrolifera.
Se poi arruolare mercenari per conto di stranieri e' un reato, lo si stabilisca (possibilmente senza clamori) nelle sedi giudiziarie. La politica dovrebbe semplicemente starne fuori, senza strillare come se i quattro fossero stati sanguinosamente insultati e/o come se il governo ci avesse nascosto chissa' quale impenetrabile segreto.


venerdì, 27 agosto 2004
Hanno ammazzato Enzo Baldoni
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 1:00 am

La notizia pare purtroppo confermata.

Dolore, silenzio, rispetto.


giovedì, 26 agosto 2004
Appello di Articolo 21 per Enzo Baldoni
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Quel che resta, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:02 pm

Non so se serve a qualcosa. Ma vale comunque la pena di provarci. Articolo 21 invita a firmare questo:

Sia congelata ogni polemica e ogni personalismo o protagonismo e si compia ogni sforzo, attraverso tutti i canali diplomatici e di mediazione possibili, per restituire Enzo Baldoni alla libertà, alla sua famiglia, alla sua attività di giornalista libero e coraggioso.

E comunque, quello che scrive Feltri su Enzo e' una VERGOGNA.

giovedì, 26 agosto 2004
VERGOGNA (di nuovo)!
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Ma vaffanculo!, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:24 am

Feltri rincara la dose:

E io penso sempre piu' che sia una VERGOGNA.


mercoledì, 25 agosto 2004
VERGOGNA!
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Ma vaffanculo!, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:55 pm

Lo riporta Pino Scaccia e io sulle prime mi sono rifiutato di crederci. Cosi' ho controllato. Questo e' il titolo di Libero di oggi:

Propongo un Googlebombing: e' una VERGOGNA, e' una VERGOGNA, e' tre volte una VERGOGNA!


martedì, 24 agosto 2004
Non mollare, Zonker!
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:10 pm

Come tutti, anche The Rat Race e' in ansiosa attesa per Enzo Baldoni.
Si parlera' piu' tardi delle scelte politiche. Restare in Iraq, non restare, eccetera. Rimane il fatto che non avremmo mai dovuto andarci.


sabato, 21 agosto 2004
Palle fredde e dita incrociate
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:34 pm

Mancano notizie di Enzo G. Baldoni, reporter di Diario e autore del bel blog di guerra Bloghdad. E' andato a Najaf e si sono perse le sue tracce. I suoi amici dicono di non fare eccessivo allarmismo. Aspettiamo, con ansia e fiducia, un nuovo post di Enzo.


giovedì, 19 agosto 2004
Promemoria
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:15 am

Non che questo blog non ne parli abitualmente, ma ho la sensazione che dovremmo tutti quanti essere un po' piu' focalizzati sul fatto che in Iraq c'e' (ancora) la guerra.
Per questo nel mio piccolo inauguro una nuova rubrica e vi invito ancora a leggervi giorno per giorno quel che ci racconta Enzo G. Baldoni su Bloghdad.


lunedì, 10 maggio 2004
L'Iraq visto dalla Palestina e da Israele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:45 pm

I numeri 15-17 di Bitterlemons International e l'ultimo di Bitterlemons parlano di Iraq — ovviamente nella prospettiva, ben diversa dalla nostra, che se ne puo' avere dalla realta' israelo-palestinese. Merita la lettura, come al solito.


lunedì, 10 maggio 2004
Dopo Abu Ghraib
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:32 pm

Non ho scritto nulla finora sulla vicenda delle torture ai prigionieri iracheni — perche' allo stesso tempo sono convinto che non ci sia da essere sorpresi e che non si possano trovare parole abbastanza dure per condannare quanto e' accaduto.
Col passare dei giorni pero' e' sempre piu' chiaro che la colpa non e' (solo) del sadismo di pochi soldati isolati — ma dell'apparato di occupazione nel suo complesso. C'erano ordini precisi, c'erano per lo meno coperture e complicita' nei gradi piu' alti della gerarchia militare e nel livello politico. La tortura dei prigionieri si e' rivelata parte integrante e funzionale della gestione dell'occupazione occidentale in Iraq.
E allora — due o tre considerazioni *politiche*:
1. In qualunque paese civile e decente il responsabile politico di questa infamia si dimette o viene cacciato dal governo. Se questo non avviene vuol dire non solo che l'Amministrazione nel suo complesso si assume la responsabilita' di cio' che e' accaduto, ma che ne rivendica implicitamente la paternita' (e la continuita') politica.
2. E' oggi chiaro in maniera agghiacciante il senso del rifiuto degli Stati Uniti di sottoporre i propri militari al giudizio del Tribunale Penale Internazionale. Ed e' ancora piu' chiaro che questa vicenda dev'essere riaperta dalla comunita' internazionale, e dall'Europa in primo luogo.
3. Una vicenda come questa demolisce in un sol colpo l'ultima possibile giustificazione della guerra americana contro l'Iraq: l'esportazione della liberta' e della democrazia. Chi tortura i prigionieri non e' in grado di esportare niente altro che orrore e violenza.
4. Quando Berlusconi sostiene che "il senso della nostra missione non cambia" dopo la scoperta degli orrori di Abu Ghraib o mente o sta dicendo che il senso della nostra missione metteva in conto fin dall'inizio di poter essere complici dei torturatori. Nell'uno e nell'altro caso si tratta di una posizione tanto ignobile quanto insostenibile.
5. Alla luce di tutto questo, restare in Iraq senza un cambiamento radicale della missione e del contesto in cui si svolge e' impensabile. Solo con un radicale ridimensionamento della presenza angloamericana e con il passaggio *reale*, non di facciata, del controllo politico e militare all'ONU si possono creare le condizioni minime per tentare di essere utili alla pacificazione e alla ricostruzione del paese. Altrimenti la sola decisione decente ormai e' il ritiro del contingente italiano, perche' restare sarebbe complicita' con un'avventura disonorevole e indegna della civilta' che abbiamo la pretesa di rappresentare. Dopo Abu Ghraib il tempo stringe: il cambiamento o il ritiro debbono essere questione di giorni, piu' che di settimane.
P. S. dell'11 maggio. Sono contento che Rutelli la pensi (una volta tanto) come me.

mercoledì, 28 aprile 2004
Gli impongono pure la bandiera
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:21 pm

Il governo provvisorio iracheno — dietro istruzioni delle autorita' d'occupazione — ha deciso di cambiare la bandiera del paese. E' normale quando c'e' un cambio di regime: nello stesso Iraq e' gia' accaduto diverse volte — e in Italia possiamo ricordare la felice cancellazione dello stemma sabaudo dalla bandiera all'avvento della Repubblica. Quello che e' meno normale e' che il nuovo vessillo non abbia nulla a che fare con la tradizione araba e musulmana: ne' i colori, ne' i simboli sono quelli che un arabo potrebbe riconoscere come appartenenti alla sua storia. Vi ricordate il casino che scoppio' da noi quando il governo fece scurire un po' il rosso della bandiera italiana, qualche tempo fa? Perche' agli Iracheni dovrebbe andar giu' di trovarsi con un vessillo che somiglia piu' a quello di Israele che a quelli di tutti i paesi arabi?
Ancora una volta: ci si muove nell'assoluto dispregio, oltre che nell'assoluta ignoranza, della identita' del popolo con cui si ha a che fare. E non ci si preoccupa di lasciare queste scelte, come le altre, ai soli che hanno il diritto di farle: gli Iracheni tramite un governo scelto da loro.

Ecco la vecchia e la nuova bandiera irachena:

P. S. Chiedo venia per la prosa orrenda di questo post. Troppa fretta — e troppe cose per la testa.

martedì, 27 aprile 2004
Oggettivamente alleati

Ho sempre pensato che i terroristi — di tutti i tipi, di tutti i colori, di tutte le nazionalita' — siano i migliori amici di coloro che dicono di combattere. Cosi' i terroristi palestinesi hanno favorito e probabilmente determinato la vittoria della destra in Israele e forniscono da anni i migliori argomenti al macellaio Sharon. E viceversa la repressione israeliana crea l'humus in cui i terroristi proliferano, in una spirale in cui essere semplicemente ragionevoli diventa sempre piu' difficile.
Oggi lo stesso gioco si ripropone in Italia, dopo il ricatto dei rapitori iracheni ("manifestate o uccidiamo gli ostaggi"). Gli Italiani sono contro la guerra. Hanno gia' manifestato la loro contrarieta' con proteste di massa, con un movimento che dura e resiste da un anno e mezzo almeno, senza flessioni e senza tentennamenti. Hanno probabilmente tenuto a freno le pulsioni servili di un governo che altrimenti avrebbe spinto il coinvolgimento militare del paese a ben altri livelli. Si preparano a fare della pace e della guerra uno dei temi essenziali delle prossime elezioni.
Ma ora il messaggio dei terroristi improvvisamente mette il movimento per la pace in una impasse intollerabile: continuare a rivendicare la propria linea, perche' e' quella giusta, andare in piazza contro la guerra — e cedere implicitamente al ricatto? oppure rifiutare ogni contiguita', anche accidentale, con i sequestratori — e rinunciare a tenere una posizione politica? Geniale. Berlusconi non avrebbe potuto desiderare un migliore supporto alla sua politica — e alla criminalizzazione del movimento per la pace.
Non arrivo a dire che siano tutti d'accordo. Ma e' significativo e sinistro notare la convergenza di interessi.

(Tra parentesi: non credo che il primo maggio si dovrebbe organizzare una manifestazione per la pace. Continuare a fare politica perche' l'Italia chieda un profondo mutamento della situazione sul campo — e perche' se ne vada dall'Iraq in caso la sua richiesta non sia accolta — questo si'. Ma la manifestazione convocata in fretta e furia, con le famiglie dei sequestrati in prima fila — sarebbe svendere la liberta' politica di questo paese — e la dignita' stessa del movimento per la pace)
P. S. E' raro che sul Tirreno ci sia qualcosa di interessante da leggere. Ma l'articolo di fondo di Mino Fuccillo (online solo a pagamento qui) pubblicato oggi mi pare del tutto condivisibile.

lunedì, 19 aprile 2004
Berluscani

BERLUSCONI: "SIAMO GLI ALLEATI PIU' VICINI AGLI USA". Dopo la
decisione della Spagna di ritirare le truppe dall'Iraq il prima possibile "siamo diventati l'alleato più vicino agli Stati Uniti nell'Europa continentale". Lo ha affermato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sottolineando che la decisione spagnola "era risaputa e annunciata, anche a noi". Il premier ha aggiunto che non serve un consiglio straordinario della Ue per analizzare la situazione in Iraq. "Non mi sembra possa portare a cose che non conosciamo", ha spiegato il presidente del Consiglio. (da Repubblica)

Caso mai non fosse abbastanza chiaro che la sola politica estera di questo governo e' scodinzolare davanti al padrone americano.

domenica, 18 aprile 2004
Si chiama omicidio
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:05 pm

Questo blog non trova piu' parole da spendere contro il governo Sharon. L'eliminazione mirata di Rantisi altro non e' che un assassinio — e uno stato di diritto ("l'unica democrazia del Medio Oriente", vi ricordate?) non puo' ricorrere all'assassinio. Punto e basta.

Non e' una follia: e' un chiaro disegno — ingiustificabile. Ne riparliamo con piu' calma quando mi sbollisce il disgusto.

mercoledì, 14 aprile 2004
Orrore
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:56 pm

Se vera, la notizia dell'assassinio del nostro connazionale in Iraq e' orribile. Niente giustifica l'omicidio.
Ma il governo servile che ci ha coinvolti in questo incubo se ne assuma coerentemente la responsabilita'.


martedì, 13 aprile 2004
Non ce la raccontano giusta
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:39 pm

Che in guerra nessuno dica la verita' e' un fatto noto. Ma che ci si prenda per scemi (e smemorati) — mi pare eccessivo. La Farnesina dice (non metto i link perche' mi pare che la situazione sia in evoluzione troppo rapida per star dietro alle singole notizie) che gli italiani rapiti mancano all'appello da ieri: prima non se ne sapeva nulla. Come mai allora e' da venerdi' scorso che i giornali e i siti web d'informazione parlano di quattro italiani, probabilmente guardie private, in mano ai guerriglieri iracheni?

Oggi solo brutte notizie. Orribile che Sharon gia' disegni confini allargati in Cisgiordania; simmetricamente orribile che sia stato progettato un attentato al nuovo museo della Shoah di Budapest, con l'obiettivo di colpire il presidente israeliano Katsav, ma anche la stessa memoria dello sterminio degli ebrei in Europa.

P. S. Repubblica si fa venire dubbi molto simili ai miei, ma suggerisce che gli italiani rapiti venerdi' siano altri rispetto a quelli di oggi. Mi pare un'ipotesi poco economica…

Ulteriore P. S. Secondo Gianludovico De Martino, rappresentante diplomatico italiano in Iraq, i quattro rapiti sono spariti ieri e nessun italiano era stato sequestrato prima di loro. Quindi la notizia di venerdi' e' stata un classico caso di precognizione. Forse quelli dei giornali hanno inventato la Precrimine, come in Minority Report?

mercoledì, 7 aprile 2004
Un amico che sa quel che scrive
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 7:37 pm

Il mio vecchio compagno di studi e caro amico Alessandro Politi ha pubblicato oggi una lucida analisi della situazione in Iraq su Europa. L'articolo dovrebbe essere online da domani (aggiornero' il link) e credo che sara' interessante per tutti leggerlo.

L'articolo e' online qui.

mercoledì, 7 aprile 2004
Nel pantano
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:09 am

L'occupazione dell'Iraq si sta rivelando cio' che qualunque persona di buon senso sapeva da prima dell'inizio della guerra: una carnaio spaventoso in cui la presenza degli occupanti non solo non favorisce la pace, ma incita alla violenza. Non ci voleva un genio della politica e della strategia globale per capirlo un anno fa.
Detto cio' — quello che penso della nostra missione a Nassiriya l'ho detto subito dopo la strage di novembre — e lo posso soltanto riconfermare, purtroppo, dalla prima all'ultima parola.
Con un'urgenza in piu': che se non cambia completamente il profilo della nostra missione, se non cessa il regime di occupazione militare e non si trova una soluzione sotto il diretto governo delle Nazioni Unite — non c'e' alcuna speranza di fermare il caos — e se non c'e' speranza di fermare il caos la presenza delle nostre truppe non solo e' inutile — ma puo' essere disastrosa. Sempre che non sia comunque troppo tardi.
Un grazie al servo sciocco che ci ha gettati in questo brago — e che e' tanto vile da non essere nemmeno andato di persona al fronte — e tanto idiota da non cambiare strada neppure ora.


lunedì, 22 marzo 2004
Un milione per la pace e cento idioti
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:36 am

Alla fine si vedono di piu' i cento idioti. Che mi devono spiegare perche' Zapatero — che propone il ritiro dei soldati a giugno se l'Iraq non passa sotto controllo ONU — e' un ganzo e Fassino — che propone il ritiro dei soldati a giugno se l'Iraq non passa sotto controllo ONU — e' "un assassino", o come, con fine understatement dice Gino Strada, "un delinquente politico".

Questo post e' soltanto un antipasto: sulla questione voglio tornare, appena ho mezz'ora da dedicare seriamente a scrivere quel che penso. Cioe', occhio e croce, dopo giovedi' — se sono sopravvissuto…

lunedì, 15 marzo 2004
Qualcuno mi dica…
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:06 pm

… per favore, che non e' vero, che e' una montatura dei servizi di sicurezza israeliani. Qualcuno lo faccia, ve ne prego.

Israeli security sources believe that the ten-year-old Palestinian child caught carrying a large explosive device in his school bag was sent by Tanzim terrorists who intended to detonate the bomb by remote control while the boy was among soldiers at a checkpoint, Monday.
The incident took place at a checkpoint near Nablus earlier today (Monday). A female Border Police officer at the checkpoint noticed the child struggling to carry a heavy school bag. The officer asked him to open the bag and found that it contained a 6-kilogram (about 13 pounds) explosive device.
The child said he was instructed to deliver the bag to a Palestinian waiting at the other side of the checkpoint in exchange for “a large sum of money”. (da Maariv)

domenica, 14 marzo 2004
La pace, l'Iraq, le truppe italiane e l'Ulivo
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:22 pm

Avevo promesso qualche giorno fa che avrei approfindito il tema della manifestazione per la pace del 20 e degli scontri tra DS e disobbedienti.
A volte essere in ritardo aiuta, perche' quello che volevo dire io l'ha detto — ovviamente molto meglio di me — Romano Prodi nella sua lettera di ieri al Corriere. Mi sento percio' assolto se evito di tornare sulla questione.


sabato, 13 marzo 2004
Madrid
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 1:25 pm

Sono sgomento, come tutti. E basta.

Come accade assai spesso, mi riconosco in quello che dice Marco Schwarz qui.

venerdì, 9 gennaio 2004
Cencio dice male di Straccio
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:12 am

Secondo l'International Herald Tribune, un rapporto del Dipartimento di Stato americano ha messo in luce le discriminazioni subite dai musulmani in Europa. Nel rapporto si sottolineano tra l'altro i divieti francesi di indossare l'hijab, le dichiarazioni anti-islamiche di Berlusconi e Bossi, il clima di sospetto e di ostilita' preconcetta scatenato dalle misure antiterrorismo, e cosi' via. Il Dipartimento di Stato aggiunge che questi temi sono oggetto di preoccupazione e di monitoraggio da parte americana, e che saranno materia di discussione con gli stati europei.
Alcune considerazioni sorgono spontanee: [...]
1. Il problema è reale. Essere musulmano in Europa significa essere parte di una minoranza vista con sospetto e paura, da marginalizzare o allontanare, o, nella migliore delle ipotesi, da sottoporre all'assimilazione forzata*.
2. Il clima del dopo 11 settembre, l'incertezza economica, la retorica di guerra, le tensioni sociali stanno imbarbarendo l'Europa, la stanno schiacciando volente o nolente sul modello comportamentale della cittadella assediata.
3. In queste condizioni i musulmani sono il bersaglio ideale, perche' sono immediatamente identificabili col nemico, perche' sono fortemente "diversi da noi", perche' sono tendenzialmente stranieri immigrati e poveri, perche' sono "troppi". Ma e' un clima che si riversa su ogni minoranza: la drammatica crescita dell'antisemitismo, che giustamente allarma tanti di noi, non e' un fenomeno diverso e indipendente, nelle motivazioni di fondo. Di fronte all'insicurezza generale, tutte le diversita' sono minacciose: e prendersela con gli ebrei è nei riflessi condizionati dell'Europa "cristiana" tanto quanto paventare l'invasione musulmana. Per questo sarebbe triste e riduttivo se il seminario europeo sull'antisemitismo non esprimesse una condanna di qualunque atteggiamento di discriminazione religiosa, a partire da quella contro i musulmani.
4. In ogni caso, gli ultimi che hanno diritto di criticare l'Europa sono proprio gli Americani: sono loro responsabili di una parte notevole del clima di insicurezza, sono loro che hanno scatenato il clima di guerra fra civilta' tra Occidente e Islam. Ed e' francamente intollerabile il tono santimonioso e scandalizzato da parte degli invasori dell'Iraq e dei carcerieri di Guantanamo.
*Faccio un esempio: la proibizione del velo. Premetto che trovo il velo un segno indigeribile di sottomissione della donna, e che mi turberebbe vederlo indossato in classe o da una pubblica dipendente. Ma è significativo che il dibattito sia nato proprio su un uso religioso islamico. Se la discussione avesse riguardato la kippa o i riccioli degli ebrei ortodossi, le accuse di antisemitismo sarebbero arrivate fino al cielo. Per non togliere il crocifisso da un'aula scolastica in Italia abbiamo suscitato un caso nazionale. Mi pare un evidente caso di mentalita' discriminatoria diffusa.

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