lunedì, 14 aprile 2014
O vi si sfaccia la casa
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Ma vaffanculo!, Politica e altre indignazioni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 2:18 pm

Beppe Grillo usa Auschwitz e "Se questo e' un uomo" per la sua polemica politica contro questo e quello. Non mi interessano i contenuti, non mi interessano i bersagli. Non voglio nemmeno leggerlo (e tantomeno linkarlo).
Sono perfino stanco di dire che qualunque uso strumentale della Shoah e' inammissibile e indecente. "Meditate che questo e' stato": questo, non altro. Chi usa Auschwitz per parlare d'altro banalizza la Shoah, ne fa un giocattolo retorico buono per tutti gli usi — e viene meno al dovere — prima ancora che della memoria — del piu' elementare rispetto per i morti.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.

P. S. Oggi e' la vigilia di Pesach. Chag Sameach nonostante tutto.


Che Odifreddi fosse un idiota lo sospettavo da tempo, ma questa ne e' la conferma sperimentale.



mercoledì, 16 ottobre 2013
Solo i nomi
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:33 am

Ne hanno presi piu' di mille.
Ne sono tornati sedici.
Degli altri non e' rimasta nemmeno la tomba: soltanto i nomi.

(Per rispetto di *questi* morti, oggi non si puo' parlare di *quell'altro*)


domenica, 27 gennaio 2013
Le citta' e i morti
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:11 am

(apocrifo da Le citta' invisibili)

Vilna ti accoglie con l'aria di chi non ha ancora finito le pulizie di primavera — ma ha gia' fatto il grosso del lavoro. I campanili barocchi conficcati come viti nell'aria tersa, le facciate spesso imbiancate di fresco, gli ampi viali e le piazze solenni pieni di gente e di negozi eleganti. Spesso, un po' fuori vista, scopri ancora angoli in cui l'opera dei restauratori non e' finita: un vicolo sporco con un palazzo annerito, un'antica cappella con il portone sprangato e le vetrate rotte, il muro scrostato di un giardino dietro a cui si indovinano aiuole e vialetti cancellati dalle erbacce e dai rovi; ma anche il ponteggio dell'imbianchino che ritocca le cornici rococo delle finestre, i sacchi di cemento ed i mattoni dentro a un portone, testimoni della nuova vita che sta per prendere un edificio ora vuoto.
C'e' una folla indaffarata e vitale a Vilna, una folla che bada ai fatti suoi e solo ogni tanto alza lo sguardo a compiacersi delle recuperate bellezze della citta'.
Quasi nulla, a Vilna, ricorda un'altra citta', quella degli uomini barbuti con le palandrane nere e i cappelli duri, quella delle cento sinagoghe, quella dei giornali scritti in yddish e della piu' grande biblioteca ebraica d'Europa: una lapide in una stradina piena di ristoranti e di negozi di souvenir, che disegna, ignorata, i confini della seconda Gerusalemme, cancellata settant'anni prima — un busto barbuto e massiccio in una piazzetta nascosta, vicino a una casetta anonima che un'iscrizione in caratteri ebraici sommessamente ricorda essere stata la casa del Gaon. Di quelle decine di migliaia di .vite incenerite quasi piu' nessun segno e' rimasto.
La citta' dei vivi ha gran cura di nascondere — di cancellare la citta' dei morti. Vilna non ama ricordarli, tutti quei morti — non ci si riconosce, non li conta tra i suoi. E non si accorge che, in questa smemoratezza, le strade linde con gli intonaci ripresi di fresco, le belle chiese dalle guglie dorate e lo stormo delle campane alla sera, le piazze colme di madri e di bambini che giocano appaiono d'improvviso al viaggiatore come un inganno, come una quinta vuota — dietro alla quale si intuisce ma non si scorge la vera Vilna, la citta' dei morti.

(Per il Giorno della Memoria)


domenica, 9 dicembre 2012
Proporzioni
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 8:39 pm

Hanukkah

Se una minuscola ampollina d'olio e' bastata a tenere acceso il candelabro del Tempio di Gerusalemme per otto giorni e otto notti — allora anche noi possiamo farcela.


lunedì, 1 ottobre 2012
Sukkot
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 11:55 pm

Non abbiamo bisogno di vivere per sette giorni in una capanna per constatare la nostra precarieta'.


lunedì, 17 settembre 2012
L'Shana Tova
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 4:43 pm

Non e' stato un anno dolce, questo. E non promette di essere dolce nemmeno quello che viene. Ma un anno di tenacia, di testardaggine, questo si', lo sara'. E speriamo che regga.

sabato, 12 febbraio 2011
Le donne, gli uomini e il detto di Hillel
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 5:12 pm

Elena Loewenthal su La Stampa di oggi spiega perche' non sara' alla manifestazione delle donne di domani.
Una parte del suo articolo mi pare — come uomo — pienamente condivisibile:

Forse che gli uomini ­ nel senso di maschi ­ si sono sentiti in dovere di lanciare una manifestazione per difendere la loro, di dignità? Che a dire il vero mi sembra decisamente più violata della nostra. Loro, hanno per caso sentito l’impulso di prendere le distanze, di chiamarsi fuori da quel modello di maschio lì? Ci hanno forse detto, con rabbia e con dolore e con indignazione, che non sono tutti dei vecchi bavosi incapaci di amare o stabilire una relazione affettiva, e bisognosi invece di palpare parti intime femminili in quantità industriali, per sentire vivo il proprio corpo?
Non mi pare. Eppure, se di dignità parliamo, quella dei maschi ne esce decisamente più malconcia della nostra.

Ma queste sono precisamente le ragioni che mi spingono ad andarci, in piazza domani. Come uomo — perche' e' la mia dignita', la mia identita' maschile che sento violata — tanto quanto quella delle donne.
Quanto alle donne, Loewenthal dice di non vedere il motivo di andare in piazza per "dimostrare che non siamo tutte così, come quelle? A me pare ovvio. Persino bello, pensare che non siamo tutte uguali: vecchie e giovani, brutte e gnocche, intelligenti e oche. Scienziate, commesse, e puttane. Non capisco che cosa ci sia da indignarsi. Se l’emancipazione ci ha regalato una libertà sacrosanta, perché gridare allo scandalo? L’utero è mio e me lo gestisco io, per fortuna. Ma anche la dignità è mia, e me la gestisco io. E non ho intenzione di gestire quella altrui."
Credo che non sia questo il punto. La manifestazione di domani non e' per affermare che alcuni comportamenti femminili sono migliori di altri. E' per dire, ben al di la' di Berlusconi, che il modello culturale dominante nei rapporti tra uomini e donne, che anche grazie a Berlusconi si e' affermato in Italia negli ultimi trent'anni, e' regressivo e inaccettabile — che ne abbiamo tutti abbastanza di un sistema di valori in cui le donne sono al piu' l'ornamento (o il trofeo) di un potere maschile. Non sono le serate di Arcore il problema — e non sono le donne di Arcore il problema. Il problema e' — per esempio — la bassissima presenza femminile ai livelli alti della politica — aggravato da uno spoil system sessuale o parasessuale che porta personaggi come Nicole Minetti al Consiglio regionale della Lombardia o Mara Carfagna al al ruolo di Ministro delle Pari Opportunita'. Non lo vogliamo piu' un paese in cui i rapporti tra uomini e donne siano ancora in gran parte dominati da queste logiche. E se non ora, quando? e se non noi, chi?

P. S. Mi par di capire che Loewenthal trovi una profanazione l'uso del detto di Hillel come slogan della manifestazione. Non credo che lo sia. Quel detto e' un appello a prendersi carico del destino proprio ed altrui, e' un appello alla responsabilita' infinita del vivere per se' e per gli altri, qui e ora. A me pare appropriato usarlo adesso — e vorrei che fosse una misura per il comportamento di ognuno di noi, e non solo di fronte alla politica.


venerdì, 11 febbraio 2011
Se non noi, chi?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 3:57 pm

L'appello delle donne italiane per la manifestazione del 13 febbraio a me pare una cosa importante. Proprio perche' tenta di sollevare lo sguardo dalle squallide vicende di Berlusconi e del bungabunga per fare una riflessione su quale visione del ruolo delle donne e del rapporto fra i generi si e' affermata in questo paese negli ultimi vent'anni. E il quadro e' grave:

Questa ricca e varia esperienza di vita [delle donne, NdR] è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile.
Una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici.
Questa mentalità e i comportamenti che ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione.
Così, senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza.
[...]
Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? è il tempo di dimostrare amicizia verso le donne.

A questa domanda, come uomo — e continuando a citare lo stesso detto ebraico — non posso che rispondere: "Se non noi, chi?"
Ma non soltanto per "amicizia verso le donne". Per dignita' verso noi stessi. Per difesa della nostra identita' maschile — che non puo' — non e' — non deve essere ridotta ai pruriti e alle indecenze da utilizzatori finali. Perche' non siamo rappresentati da questa cultura diffusa, a cui pure e' difficile non soggiacere, e non siamo rappresentati dai comportamenti indecenti di chi ci governa. Perche' in ogni relazione che umilia le donne anche gli uomini sono umiliati. Perche' ogni volta che il corpo femminile e' venduto, nella realta' o in immagine, noi siamo ridotti a consumatori, acquirenti, sfruttatori — e smettiamo di essere persone con una passione, con un desiderio, con un'intelligenza. Diventiamo anche noi pezzi di carne: carne che compra — anziche' vendersi — ma non meno reificati e umiliati. Dove la donna e' merce, l'uomo e' mercato — e smette di essere soggetto. A questa cultura, che negando i diritti delle donne nega anche i nostri, dobbiamo reagire *in quanto uomini*, non solo in quanto amici delle donne. "Se io non sono per me, chi mai sara' per me? Ma se sono per me solo, che saro' mai?", come diceva Hillel.


Facciamo che non dimentichiamo. (da Piccole cose di un Calzino)
Non ho scritto nulla sul giorno della memoria. Ma qui non si dimentica. Mai.



giovedì, 25 novembre 2010
Yehoshua, il sionismo e la Diaspora
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 5:12 pm

Da gentile probabilmente ho poco titolo per infastidirmi. Se pero' fossi un ebreo della Diaspora troverei urticante e irrispettosa, al limite dell'insulto alla mia identita' religiosa e culturale, la frase conclusiva dell'articolo di Yehoshua pubblicato oggi da "La Stampa":

… il dibattito morale tra quegli ebrei che hanno deciso, nel bene e nel male, di assumersi la responsabilità di tutti gli aspetti della loro vita in un territorio definito e in un regime autonomo e quelli che vivono in mezzo ad altri popoli e mantengono un’identità ebraica parziale mediante lo studio, cerimonie religiose, e limitate attività comunitarie. [il corsivo e' mio, NdRatto]

L'idea che l'ebraismo della Diaspora sia in qualche modo un ebraismo limitato, minore, non vissuto pienamente — a fronte di quello che si dispiega in tutta la sua pienezza in Eretz Israel — e' certo uno dei pregiudizi piu' radicati del sionismo. Ma e' un'idea sbagliata ed aberrante, che tende a negare la dignita' della Diaspora — e il suo immenso contributo alla civilta' e alla cultura non soltanto ebraica, prima e dopo la fondazione di Israele. E finisce per tramutarsi in disprezzo per una parte determinante dell'identita' ebraica in generale (verrebbe voglia di ricordare che — in fondo — Maimonide era un ebreo della Diaspora).


domenica, 17 ottobre 2010
No, qui neanche da morto
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Ma vaffanculo!, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 4:07 pm

Il ministro La Russa propone che nel centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia vengano traslate in Italia le salme degli ultimi due re d'Italia, Vittorio Emanuele III ed Umberto II.
Su Umberto II posso anche non avere obiezioni, purche' venga sepolto in forma privata e certamente non al Pantheon.
Ma Vittorio Emanuele III, firmando le leggi razziali, tradi' il patto con i suoi sudditi — e molti dei suoi sudditi ebrei non hanno potuto tornare in Italia nemmeno da morti, perche' le loro ceneri sono state disperse nel cielo dei campi di sterminio. No, il re fellone non ha diritto di tornare in questo paese neanche da morto.

P. S.: Ma, di questi tempi, La Russa non ha proprio niente di piu' serio a cui pensare? che so, la sicurezza dei nostri soldati in Afghanistan?


sabato, 16 ottobre 2010
Anniversario
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Emigrare? — Scritto dal Ratto alle 6:18 pm

Sessantasette anni fa i nazisti e i fascisti deportarono gli Ebrei del Ghetto di Roma verso i capi di sterminio.
Sui giornali di oggi, giorno dell'anniversario, leggiamo che ai tifosi britannici del Tottenham e' stato sconsigliato di portare le bandiere con la stella di David alla partita contro l'Inter, perche' la tifoseria nerazzurra e' di estrema destra e potrebbe causare incidenti a sfondo antisemita.
Questo paese non impara niente.


domenica, 6 giugno 2010
Le navi di Gaza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 5:31 pm

Siamo stati all'estero per qualche giorno e — come sempre — ne abbiamo approfittato per disintossicarci dalle notizie del mondo e dell'Italia. E' una delle parti piu' importanti del prendersi una vacanza, per noi.
Quindi non ho spauto quasi nulla della vicenda dell'attacco israeliano alla flottiglia di navi che intendevano forzare il blocco imposto a Gaza. Ho letto le notizie oggi, al mio ritorno, cercando di capire piu' che altro tramite il NYT e Ha'aretz (i giornali italiani non ho la forza di leggerli — e confido nella loro assoluta inutilita'). Quel che penso e' stato scritto molto meglio di come potrei mai fare io da persone la cui comprensione della situazione in Israele e' fuori discussione: David Grossman su Ha'aretz:

No explanation can justify or whitewash the crime that was committed here, and no excuse can explain away the stupid actions of the government and the army. Israel did not send it soldiers to kill civilians in cold blood; indeed, this is the last thing it wanted. And yet, a small Turkish organization, fanatical in its religious views and radically hostile to Israel, recruited to its cause several hundred seekers of peace and justice, and managed to lure Israel into a trap, precisely because it knew how Israel would react, knew how Israel is destined and compelled, like a puppet on a string, to react the way it did.
How insecure, confused and panicky a country must be, to act as Israel acted! With a combination of excessive military force, and a fatal failure to anticipate the intensity of the reaction of those aboard the ship, it killed and wounded civilians, and did so – as if it were a band of pirates – outside Israel’s territorial waters. Clearly, this assessment does not imply agreement with the motives, overt or hidden, and often malicious, of some participants in the Gaza flotilla. Not all its people are peace-loving humanitarians, and the declarations of some of them regarding the destruction of the State of Israel are criminal. But these facts are simply not relevant at the moment: such opinions, so far as we know, do not deserve the death penalty.
Israel’s actions yesterday are but the natural continuation of the shameful, ongoing closure of Gaza, which in turn is the perpetuation of the heavy-handed and condescending approach of the Israeli government, which is prepared to embitter the lives of a million and a half innocent people in the Gaza Strip, in order to obtain the release of one imprisoned soldier, precious and beloved though he may be; and this closure is the all-too-natural consequence of a clumsy and calcified policy, which again and again resorts by default to the use of massive and exaggerated force, at every decisive juncture, where wisdom and sensitivity and creative thinking are called for instead.
And somehow, all these calamities – including yesterday’s deadly events – seem to be part of a larger corruptive process afflicting Israel. One has the sense that a sullied and bloated political system, fearfully aware of the steaming mess produced over the years by its own actions and malfunctions, and despairing of the possibility to undo the endless tangle it has wrought, becomes ever more inflexible in the face of pressing and complicated challenges, losing in the process the qualities that once typified Israel and its leadership — freshness, originality, creativity.

Amoz Oz sul NYT:

Thus, the only way for Israel to edge out Hamas would be to quickly reach an agreement with the Palestinians on the establishment of an independent state in the West Bank and Gaza Strip as defined by the 1967 borders, with its capital in East Jerusalem. Israel has to sign a peace agreement with President Mahmoud Abbas and his Fatah government in the West Bank — and by doing so, reduce the Israeli-Palestinian conflict to a conflict between Israel and the Gaza Strip. That latter conflict, in turn, can be resolved only by negotiating with Hamas or, more reasonably, by the integration of Fatah with Hamas.
Even if Israel seizes 100 more ships on their way to Gaza, even if Israel sends in troops to occupy the Gaza Strip 100 more times, no matter how often Israel deploys its military, police and covert power, force cannot solve the problem that we are not alone in this land, and the Palestinians are not alone in this land. We are not alone in Jerusalem and the Palestinians are not alone in Jerusalem. Until Israelis and Palestinians recognize the logical consequences of this simple fact, we will all live in a permanent state of siege — Gaza under an Israeli siege, Israel under an international and Arab siege.

Hanshel Pfeffer ancora su Ha'aretz:

The real blame lies with successive Israeli governments and the broad public that are not brave enough to end the 42-year-old occupation and prefer instead to throw the army at the problem. As good as our army is, the result will only be more and more bloodshed. So how do we deal with it? By convincing ourselves that we are the moral ones and everyone else just wants to kill us.
If only we had some real friends, friends we could trust implicitly, who could point out the error of our ways. This could be the shining moment of the Jewish Diaspora. They love us, but they also see things from another perspective. We need a strong, unified voice from the Jewish leadership in the United States and Europe telling Israelis enough is enough, you are hurtling down the slippery slope of pariahdom and causing untold damage to yourselves and us. Lift your heads above the ramparts and see that the world has moved on.
Instead, we find the establishment of the Jewish world crouching with us in the bunker.
[...]
When the history of the Jewish people in the early 21st century is written, the conclusion will be unavoidable. In its hour of need Israel was let down by the Diaspora.

Carlo Strenger nel suo blog:

I wish I could end on a note of optimism; I wish I could point out a psychological mechanism that will unblock Israel’s leadership from fear and self-righteousness. But I share David Grossman’s despair. All that is left for those of us who want to save Israel from itself – whether Israelis, Jews in the Diaspora or gentiles – is to continue the call to reason, even if we don’t know if, when and how it will be heard.

Qui, nel piccolo di The Rat Race, si vorrebbe fare almeno questo, continuare a fare appello alla ragione.


giovedì, 13 maggio 2010
Benedetto XVI come Rav Somekh?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 5:45 pm

La Comunita' Ebraica di Torino ha ottenuto che Rav Roberto Somekh sia rimosso dall'incarico di rabbino capo, perche' tropo rigidamente conservatore per gli orientamenti prevalenti nell'ebraismo subalpino.

Sarebbe bello vedere i cattolici prendere esempio dai "fratelli maggiori" e far piazza pulita di un po' di establishment integralista. Lo so, lo so, non potra' mai accadere. E non e' l'ultimo dei motivi per cui non sopporto i cattolici.


Lo leggo in ritardo, ma questo articolo di Stefano Jesurum sul rapporto tra Diaspora italiana e Israele mi pare bellissimo.
(da Keshet)



mercoledì, 27 gennaio 2010
Fin che giova
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 2:02 am

Meditate che questo e' stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
____O vi si sfaccia la casa,
____La malattia vi impedisca,
____I vostri nati torcano il viso da voi.

Ci sono cresciuto, con queste parole di Levi. Ci sono cresciuto come figlio, a cui la memoria e' stata tenacemente trasmessa. Ci sono cresciuto come padre, nel tentativo di trasmettere altrettanto tenacemente a mia figlia maggiore, oltre a un nome, quella stessa memoria. Come padre ci cresco ancora, ogni giorno, nella consapevolezza che il mio figlio minore sarebbe stato spazzato via dalle logiche dello sterminio, tra i primi, senza alcuna pieta'.
Meditate che questo e' stato. Questo, non altro. Diffido di chi tende a stemperare la memoria della Shoah in un generico momento di condanna di tutti i razzismi e di tutti gli stermini che punteggiano la nostra storia, antica e recente. Oggi facciamo memoria di un evento preciso nella nostra storia, facciamo memoria di queste vittime — non di altro.
A maggior ragione diffido di chi usa la Shoah come termine di confronto del tutto sproporzionato per questa o quella ingiustizia, per una qualunque sopraffazione, stemperandone il peso e il significato in una indignazione tanto indistinta quanto spesso pelosa. La Shoah non e' un termine di paragone possibile per quanto accade in Palestina, o per i respingimenti in mare dei migranti. Fu altro — ed e' quest'altro che oggi dobbiamo ricordare. O ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.
E tuttavia oggi non posso fare a meno di chiedermi se siamo capaci di dare ancora un senso a questa memoria. Vedo celebrare la memoria della Shoah con grande compunzione — e nello stesso tempo perfino con il non nascosto compiacimento di essere nel giusto — da parte di personaggi (e di una societa' nel suo complesso) che tollerano o incoraggiano ogni forma di discriminazione, di razzismo, di violenza contro l'altro. Rosarno non ha niente a che fare con la Shoah, ma una societa' che tollera Rosarno ha perso qualunque senso di che cosa voglia dire fare memoria della Shoah.
E' da tanto — ormai — che pensando ai versi di Levi — mi vengono alla mente, quasi involontariamente — quelli di un altro poeta con cui sono cresciuto:

_____________________Memoria
non e' peccato fin che giova. Dopo
e' letargo di talpe, abiezione

che funghisce su di se'.


Ubi caritas…
(a me le feste mi rendono acido, ma questi qui aiutano…)



venerdì, 18 dicembre 2009
Arbeit Macht Frei
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:46 pm




Arbeit Macht Frei

Originally uploaded by harvestmeadow2008

Qualcuno stamani ha portato via la scritta "Arbeit macht frei" dall'ingresso di Auschwitz.
E' insensato, terribile e sinistro.
Analisi non sono capace di farne. Moniti da dare non ne ho. Sono semplicemente sbigottito –


L'shana tova
(Rosh Hashana inizia questa sera)

P. S. Per cena: risotto con anatra e uva sultanina; albese con melograno e arancia; mele e miele.



giovedì, 18 giugno 2009
"Apertura" o calci nei coglioni?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Pipponi, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 1:30 am

E' tanto che da queste parti non si scrive piu' nulla su Israele. E' che si rischiano contemporaneamente il travaso di bile e la crisi depressiva — e basta e avanza l'Italia per causare questo tipo di patologie. Pero' trovarmi piu' d'accordo con Lia che com MMax mi sorprende a tal punto che non posso fare a meno di provare a spiegare perche'.

La stampa italiana propone in linea di massima un'interpretazione benigna del discorso di Netanyahu (qui la versione integrale — la sola di cui fidarsi, perche' i resoconti giornalistici italiani omettono delle parti molto significative), che sarebbe "un'apertura"ai Palestinesi e alla soluzione dei due stati. Invece per i Palestinesi e' peggio di una scarica di calci nei coglioni ed e' un ostacolo monumentale a qualunque trattativa. Provo a sintetizzare i motivi essenziali:
1. Per Netanyahu il diritto al ritorno degli esuli palestinesi non esiste. Il problema dei profughi deve essere risolto fuori dai confini di Israele e senza la partecipazione di Israele. Sul piano pratico, Netanyahu non dice cose molto diverse da quelle che sono state scritte in tanti piani di pace — e perfino nell'Accordo di Ginevra*: e' evidente che il ritorno puro e semplice di tre milioni di profughi palestinesi significherebbe l'annegamento di Israele, e che quindi una soluzione realistica non puo' che limitare il numero di profughi vi potranno essere accolti. Ma — sul piano negoziale — questa e' la piu' pesante, la piu' dolorosa delle concessioni che i Palestinesi dovranno fare sulla via della pace, e quindi dovra' essere compensata da concessioni altrettanto importanti su temi altrettanto sensibili: di questo nel discorso di Netanyahu non c'e' traccia. Il diritto al ritorno e' cancellato preliminarmente, in cambio di nulla. Anche perche' per il primo ministro vi e' una sostanziale asimmetria nel diritto dei due popoli alla terra: "The connection of the Jewish People to the Land has been in existence for more than 3,500 years. Judea and Samaria, the places where our forefathers Abraham, Isaac and Jacob walked, our forefathers David, Solomon, Isaiah and Jeremiah — this is not a foreign land, this is the Land of our Forefathers"; quanto ai Palestinesi, "the truth is that in the area of our homeland, in the heart of our Jewish Homeland, now lives a large population of Palestinians" (i corsivi sono miei). In questa lettura il diritto e' tutto dalla parte del popolo ebraico, i Palestinesi sono al massimo un accidente storico, si trovano li' senza alcuna ragione** — e quindi e' una benigna concessione permettere loro di autogovernarsi su parte di una terra che di diritto appartiene comunque agli Ebrei.
2. E' abbastanza ovvio quel che ne discende sul tema cruciale dei confini e degli insediamenti israeliani nel West Bank. Netanyahu si guarda bene dal menzionare la Linea Verde come confine internazionale accettato — e nemmeno come base di partenza per un negoziato che preveda scambi territoriali. Cosi' come si guarda bene dal dichiarare che la pace comportera' l'evacuazione di gran parte — se non di tutti — gli insediamenti nel West Bank; anzi, degli insediamenti rivendica il diritto alla "crescita naturale", negando in partenza di poterli realmente congelare nella fase negoziale. Non c'e' una parola contro i coloni degli avamposti illegali che sottraggono sempre nuove terre ai Palestinesi; al contrario, "the settlers are not enemies of peace. They are our brothers and sisters". Si dira' che perfino l'Accordo di Ginevra non prevede lo sgombero integrale degli insediamenti: ma nel momento in cui pretende di cancellare il ritorno dei Palestinesi in Israele, Netanyahu rifiuta di annunciare il ritorno degli Israeliani in Israele. Quale sia il territorio del futuro stato palestinese e' del tutto indeterminato ("The territorial issues will be discussed in a permanent agreement"), non e' detto che debba somigliare al frastagliato arcipelago di Lia, ma non ci sono garanzie che somigli a un'entita' territoriale minimamente sensata come quella prevista a Ginevra.
3. Una certezza territoriale in compenso c'e', nella visione di Netanyahu: Gerusalemme deve rimanere la capitale indivisa dello Stato di Israele. Questo nonostante il significato storico, religioso e nazionale di Gerusalemme per i Palestinesi, nonostante almeno un terzo della popolazione sia palestinese, nonostante una qualche forma di spartizione della capitale sia un aspetto consolidato di qualunque ipotesi di accordo da trent'anni a questa parte. Vi e' d'altronde una perfetta coerenza tra la posizione di Netanyahu e la politica di accerchiamento dei quartieri arabi con insediamenti ebraici che da anni va avanti e che mira a isolare la citta' dalla Cisgiordania. Ma senza una spartizione di Gerusalemme nessun accordo di pace sara' mai praticabile.

[A questo punto dovrei ancora scrivere sulla questione della continuita' territoriale, delle comunicazioni e del controllo dello spazio aereo e marittimo del futuro stato palestinese; del tema della smilitarizzazione dello stato palestinese e della sua protezione; dell'acqua e dell'economia. Tutte questioni su cui il discorso di Netanyahu quando va bene e' reticente e quando va male dice cose che implicano la totale non sostenibilita' dell'ipotetico stato palestinese. Ma sono quasi le due del mattino e il pippone e' gia' abbastanza lungo. Percio' per il momento salto alle conclusioni -- e mi riservo di tornare in argomento tra qualche giorno.]

Insomma — che Netanyahu si dichiari a favore della soluzione dei due stati e' forse significativo vista la sua storia politica e personale: ma e' una dichiarazione smentita dalla selva di limiti e di condizioni poste a contorno — e dalla situazione sul campo: come direbbe MMax, "reality talks".
Per certi versi, quella enunciata da Netanyahu e' di fatto la piu' antisionista delle posizioni, perche' nel momento in cui rende impraticabile il percorso verso i due stati, apre inevitabilmente (non oggi, non domani forse, ma e' solo questione di tempo) la deriva verso la creazione di uno stato binazionale tra il Giordano e il mare: il che, dato che la demografia non perdona, significa la scomparsa di Israele come "homeland of the Jewish people".

* Art. 7, dove pero' e' previsto che Israele accolga parte dei profughi e paghi una compensazione per le proprieta' perdute dagli esuli.
** A ben vedere non sono nemmeno un popolo ("Palestinian people") ma una popolazione ("a large Palestinian population"): quindi un'entita' demografica, non storica e nazionale (cosi' correttamente nota Akiva Eldar su Ha'aretz di qualche giorno fa, purtroppo non piu' online)


Sto faticosamente scrivendo un pippone sul discorso di Netanyahu. Nel frattempo rimando a questo articolo di Yossi Alpher.
(da Bitterlemons)



martedì, 2 giugno 2009
Abiezione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:12 pm

Pannella e i Radicali vanno in giro con la stella di David appuntata sui vestiti per protestare contro la scarsa esposizione mediatica che ricevono in questa campagna elettorale.
Lasciatela stare, la stella gialla. La gente e' morta per la stella gialla. A milioni.
Voi vi lagnate per avere qualche secondo di attenzione in piu' sul TG1. Vergognatevi.

P. S. Lo aveva detto meglio di me (che ovvieta') Elena Loewenthal sulla Stampa del 28 maggio — e mi era colpevolmente sfuggita; qui la replica (inconcludente) di Pannella e la controreplica — del tutto condivisibile — della Loewenthal.


mercoledì, 8 aprile 2009
Quello che non sa fare domande
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, It — Scritto dal Ratto alle 2:51 pm

Stasera inizia la Pasqua ebraica.
In quel testo meraviglioso che e' la Haggadah di Pesach, si dice: "Di quattro figli parla la Torah: uno saggio, uno cattivo, uno ingenuo e uno che non sa fare domande". Per tutti e quattro la Haggadah indica il modo di insegnare il significato della Pasqua.
Ma per un padre come me, che ha molto letteralmente un figlio che non sa fare domande, quel passo del racconto pasquale e' fonte di una selva di interrogazioni, di dubbi, di contraddizioni, di rabbie e di speranze. In un certo senso, accanto a mio figlio che non puo' domandare, si moltiplicano le *mie* domande — o forse pure io divento incapace di formularne.

P. S. Mi sono comprato oggi — e mi leggero' nei prossimi giorni — l'edizione della Haggadah per la cura di Elena Loewenthal, appena uscita per Einaudi — perche' mi accompagni nelle mie domande. Non e' bella da vedere come quella uscita qualche anno fa dalla Giuntina, con i disegni di Lele Luzzati — ma sono assai fiducioso nel commento.


martedì, 17 febbraio 2009
I cancelli del ghetto, ieri e oggi
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Emigrare?, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:28 am

I ghetti, in tutta Italia, erano circondati da muri e vi erano ai loro ingressi dei cancelli, che ventivano chiusi al tramonto e riaperti all'alba — e chiunque tentasse di varcarli in un senso o nell'altro nell'orario di chiusura rischiava pesanti sanzioni. Negli stati sabaudi l'uso venne interrotto definitivamente da Carlo Alberto, con la concessione dei diritti ai cittadini non cattolici. A Roma, sotto l'illuminato governo papalino, i cancelli del ghetto durarono fino alla Breccia di Porta Pia.
Oggi cambiano le minoranze da tener rinchiuse — ma si riparla di cancelli dei ghetti a Roma.

(troppo schifo per commentare)


Due Stati, due popoli? Illusione, secondo Barbara Spinelli sulla Stampa di ieri.



mercoledì, 11 febbraio 2009
Come se non bastassero
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 2:30 am

… gli altri motivi di sofferenza e di rabbia di questi giorni, le elezioni in Israele stanno dando il peggior risultato immaginabile.

Spero in MMax per una lettura dei risultati. A me non basta il cuore.


mercoledì, 4 febbraio 2009
Raccolta differenziata
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto da Amministratore alle 2:47 pm

Questo blog ha ricevuto il classico commento antisemita e delirante sul complotto ebraico mondiale ecc. ecc. ecc.
Siccome anche questo blog — nel suo piccolo e con il suo occulto potere — fa parte del complotto ebraico mondiale, esercita una ferrea censura sui mezzi di comunicazione non pubblicando spazzatura.


Gad Lerner sul negazionismo cattolico e sul dialogo interreligioso (da Repubblica)
E un altro po' di spazzatura negazionista cattolica. Davvero, a quanto pare, il vescovo Williamson non e' un alieno. E forse la Chiesa cattolica ha davvero bisogno di "disinfettare" se stessa, prima di pretendere di esercitare qualunque autorita' morale.



martedì, 27 gennaio 2009
Il giorno della memoria
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:02 am


martedì, 20 gennaio 2009
Parlare
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:22 am

David Grossman, su Ha'aretz, tradotto in italiano da Repubblica di stamani — le prime parole su Gaza che mi sento di condividere, sia pure senza speranza:

Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest'ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un'alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci.
Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un'opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati.
Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.


lunedì, 19 gennaio 2009
W Carlo Alberto!
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione — Scritto dal Ratto alle 11:31 am

Fino al 1848 negli Stati Sabaudi agli Ebrei e ai Valdesi — in generale ai non cattolici — tra molte altre limitazioni era vietato possedere edifici di culto che potessero essere individuati dalla pubblica via. Le sinagoghe erano quindi degli edifici nascosti, perfino quando appartenevano a comunita' importanti e floride come quella di Casale.
Fu Carlo Alberto, con la concessione dello Statuto e con le leggi di emancipazione, a concedere ad Ebrei e Valdesi, oltre che la piena parita' di diritti, anche la possibilita' di costruire luoghi di culto visibili ed affacciati alla strada. Le comunita' ebraiche del Piemonte colsero questa opportunita' e costruirono numerose sinagoghe monumentali: a Vercelli, ad Alessandria, a Torino — celebrando con un linguaggio magniloquente (e curiosamente impregnato di esotismo mozarabico, ma su questo torneremo altrove) il nuovo diritto a vivere senza nascondersi.
A distanza di centosessant'anni dall'emancipazione il Cardinal Poletto auspica che ai Musulmani di Torino sia permesso avere dei luoghi di preghiera, purche' non visibili all'esterno e "senza minareti": "Città come Torino – ha precisato – sono abitate per l’80-85% da cristiani battezzati, non mi sembra che i tempi siano maturi per far sorgere minareti accanto ai campanili, se non altro per il rispetto delle percentuali." Quel che Poletto ha in mente per i cittadini di religione islamica, insomma, e' uno status uguale a quello degli Ebrei prima dell'emancipazione. E gia' che ci siamo, che ne dite di abbattere i quattro impressionanti torrioni a cipolla della sinagoga di Torino?


giovedì, 15 gennaio 2009
L'uomo pensa e D-o ride:
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione — Scritto dal Ratto alle 10:06 pm


mercoledì, 14 gennaio 2009
Banale buon senso
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione — Scritto dal Ratto alle 6:47 pm

Dall'articolo del rabbino capo di Venezia, pubblicato sul mensile dei Gesuiti Popoli (ma vale la pena di leggerlo per intero), sulle ragioni dell'interruzione del dialogo tra Ebraismo italiano e Chiesa cattolica:

Se io ritengo, sia pure in chiave escatologica, che il mio vicino debba diventare come me per essere degno di salvezza, non rispetto la sua identità. Non si tratta, quindi, di ipersensibilità: si tratta del più banale senso del rispetto dovuto all'altro come creatura di Dio.

Ecco, il punto e' esattamente questo: la Chiesa — in tutti i suoi rapporti con chi cattolico non e' — non mostra il minimo rispetto per le identita' altrui e pretende assoluto rispetto per la propria. E' per questo che qualunque dialogo e' inutile, oltre che impossibile, per gli Ebrei come per un gentile "diversamente pensante" come me.

E' significativo per altro che il TG1 ieri sera si sia affannato a rappresentare una rottura squisitamente teologica come una presa di posizione strumentale legata alla crisi di Gaza — e che Casini se ne sia uscito con dichiarazioni come queste. QED


martedì, 6 gennaio 2009
Post sconclusionato per cominciare il 2009

Il blog tace da un sacco di tempo — e per lo piu' quando ci si mette qualcosa sono fotografie, che non richiedono troppo pensiero e troppa concentrazione. Il fatto e' che la nostra vita quotidiana e' faticosa — molto faticosa — anche quando le cose vanno nel complesso piuttosto bene, come adesso. Con tutti i grandi progressi di questi mesi, It rimane un bambino estremamente iperattivo, capace di passare mezze giornate a correre su e giu' per la casa, prendendo e lanciando giocattoli (e ogni altro genere di oggetti), chiedendo in successione un DVD una merendina un gioco di uscire di saltare sul letto di giocare con il pc di papa' un DVD (non quello di prima!) un DVD (non quello di prima!) un gioco (non quello di prima!) una merendina (un'altra — quella di prima e' finita tutta sbriciolata e impastata sul parquet) un film (quello di prima prima — ma la seconda scena e basta) — e arrabbiandosi terribilmente se le sue richieste non vengono comprese ed esaudite in un batter d'occhio. Il tutto ovviamente senza una parola a rendere piu' facile la negoziazione.
Per fortuna It e' anche un bambino entusiasmante, dolcissimo, intelligente, affettuoso — che ci riempie la vita. Una delle cose piu' brutte, che fanno piu' male — e piu' false oltretutto — e' il luogo comune che dice quanto sono sfortunati, quanto vanno commiserati, quanto devono sentirsi afflitti e disperati i genitori di bambini autistici: non e' cosi' — e comunque non abbiamo tempo per queste cose. Ma stanchi — di una stanchezza che non da' tregua, questo si'. E quindi trovare la forza (e il tempo materiale) di continuare a scrivere sul blog e' sempre piu' difficile. E tutta la mia ammirazione va a quelle persone che — in situazioni come la nostra — ci riescono, e trovano modo di scrivere con humour, con sensibilita', con intelligenza sulla loro esperienza di genitori. E di tutto il resto. Vorrei riuscirci anche io, ma il piu' delle volte a fine giornata sono in uno stato in cui il massimo delle mie capacita' mentali arriva ai videogiochi.
D'altra parte parecchi degli argomenti di cui The Rat Race si e' sempre occupato ormai mi riducono all'afasia. La politica italiana e' un panorama di disperante irrilevanza su cui non saprei davvero che parole spendere. Parlare di laicita' e di scelte religiose significherebbe oggi accettare un confronto con chi non solo dimostra di non volerlo, ma non crea nemmeno le condizioni minime per meritarlo; in altri contesti si sarebbe detto che non c'e' un partner per parlare — e quando si arriva a questo gli esiti sono sempre nefasti. E poi c'e' la piaga aperta di Israele e della Palestina — che mi pare ormai un groviglio in cui nessuna parte ha altro che torti e in cui ogni parola non fa che ripetere cose inutili e gia' ascoltate — quando non e' piegata alle piccole, piccolissime polemiche di casa nostra — io parole non ne ho piu', e in realta' nemmeno convinzioni: soltanto un grande sconforto.
In queste condizioni, e' davvero difficile scrivere di qualcosa di sensato — e il blog resta li' — piu' che altro per lasciare un canale aperto in attesa di tempi migliori (davvero?).
Ah, dimenticavo: buon anno a tutti, per quel che dipende da ognuno di noi. Perche' se non noi, chi? e se non ora, quando?

P. S. Tra le cose di cui non avrei voluto parlare c'e' la morte di Jett Travolta: troppe illazioni e troppa confusione per una tragedia che chiederebbe prima di tutto rispetto per la sofferenza di una famiglia. Ma nel TG1 di stasera e' andato in onda un pezzo di Giulio Borrelli che supera ogni limite di indecenza e approssimazione — e non posso non reagire, stavolta: "[Jett] soffriva a quanto pare di autismo fin dall'infanzia, si estraniava dalla realta'. Ma il padre, seguace di Scientology, ha sempre cercato di negare l'evidenza, per restare fedele al presunto divieto della sua chiesa di usare psicofarmaci. [...] Era stato il fratello, Joy Travolta, ad accusare l'attore di chiudere gli occhi di fronte alla realta': bastavano cinque minuti, diceva lo zio di Jett, per capire che il ragazzo era affetto da autismo [...]".
In cosi' poche parole e' sorprendente essere riusciti a mettere insieme tante inesattezze — tra cui alcune pericolose:
1. non ci sono evidenze definitive che Jett fosse autistico;
2. l'autismo non e' una malattia, ma una condizione genetica (non direste mai che qualcuno "soffre di capelli biondi" o "soffre di pelle scura");
3. *non* ci sono psicofarmaci indicati per il trattamento dell'autismo; e in ogni caso non c'e' una "cura" per qualcosa che comunque non e' una malattia;
4. i disturbi dello spettro autistico sono condizioni molto complesse — e chiunque pensi di poterli diagnosticare in cinque minuti o e' un imbecille o e' in malafede.
Insomma — al TG1 si sono persi una splendida occasione per stare zitti.


domenica, 30 novembre 2008
Vittime di serie A e vittime di serie B
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 4:24 pm

Il Papa sottolinea l'umanita' del gesto di Pio XII che, l'indomani del bombardamento di Roma, accorse a San Lorenzo per soccorrere e confortare la popolazione. Tanta sollecitudine fu certo lodevole; ma ai miei occhi non fa altro che rendere ancora piu' assordante il silenzio di Pacelli pochi mesi dopo, quando i nazisti deportarono in massa gli ebrei di Roma. Evidentemente questi ultimi non erano abbastanza importanti, abbastanza vicini al cuore del Papa da giustificare due passi fino al Portico di Ottavia.


mercoledì, 12 novembre 2008
Etnografia torinese
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Nel paese dei Bogia-Nen, Paradossi — Scritto dal Ratto alle 5:29 pm

Scritta su un muro di Porta Palazzo. Lascio l'interpretazione a un po' di amici piu' esperti di me nei meccanismi dell'Islam italiano. Nel mio piccolo mi pare un curioso spaccato geo-politico-etnografico di questa citta'.


Mi da' troppo la nausea leggere le dichiarazioni di Benedetto XVI sul suo predecessore Pio XII.
Quindi non le commento — ma la prossima volta che qualcuno mi parlera' del magistero morale della Chiesa credo che prendero' chiodi e martello.



sabato, 18 ottobre 2008
La beatificazione e la nausea
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione — Scritto dal Ratto alle 7:33 pm

Si vorrebbe non dover tornare sull'argomento — ma l'insistenza cattolica sulla beatificazione di Pio XII ha qualcosa di nauseabondo, come tutti i tentativi di negazionismo. L'intervista rilasciata dal postulatore della causa di beatificazione all'ANSA non scalfisce in nulla il fatto che Papa Pacelli non ruppe mai il silenzio sulla persecuzione degli ebrei e in particolare sulla deportazione degli ebrei romani. Si pecca anche per omissione, in buona dottrina cattolica — e pure la giustificazione addotta da tante parti, che il silenzio servisse a coprire il lavoro nascosto della Chiesa a favore degli ebrei, non ha valore. Proprio perche' non tacque la Chiesa cattolica tedesca riusci' a fermare in gran parte l'Aktion T4, volta allo sterminio dei disabili. E ovunque le autorita' intervennero fortemente a difesa degli ebrei, la macchina dello sterminio si inceppo'. Magari non si arresto' del tutto, ma fu drasticamente meno efficace. Fu cosi' in Bulgaria, fu cosi' in Danimarca. Il silenzio del Papa fu quindi una oggettiva, intollerabile complicita' con i massacratori nazisti.
Se poi la Chiesa vuole beatificare Pio XII, lo faccia. Se ne assuma l'intera responsabilita', in fondo "e' un affare interno della Chiesa": ma non cerchi solidarieta' ne' nell'ebraismo della Diaspora, ne' in Israele, ne' nei gentili che restano fedeli alla memoria di quel che e' stato. Lo faccia, sapendo di portare agli altari un uomo che poteva mettersi di traverso alla Shoah e non lo fece.

P. S. A quanto pare il Vaticano sta cercando di metterci una pezza. Ma la sostanza non cambia.


Il Papa: Pio XII difese gli ebrei (La Stampa)
In Toscana si aggiungerebbe "E Gesu' Cristo e' morto dal sonno"



domenica, 18 maggio 2008
A quando il nuovo manifesto della razza?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Emigrare?, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 6:30 pm

Da qualche tempo il Giornale (che non linko per principio) spara titoli in prima pagina di questo tenore:

Obiettivo: zero campi rom
Ecco i rom che viaggiano in Ferrari. Nullatenenti ma vivono da ricchi.
Test del dna per tutti i rom

(puo' darsi che non ricordi alla lettera, ma grosso modo il tenore e' quello — il primo pubblicato la settimana scorsa, a ridosso dei fatti di Ponticelli, gli altri negli ultimi giorni)

Siamo a settant'anni dalle leggi razziali — e il tono e' inconfondibilmente lo stesso della campagna antiebraica del 1938. Qualcuno piu' competente di me puo' spiegarmi se e come e' possibile denunciare questa gente per incitamento all'odio razziale?

P. S. Per altro, le leggi razziali sembrano in arrivo, a giudicare dal cosiddetto pacchetto sicurezza. E senza che ci sia uno straccio di opposizione vera.


Ho trovato assai interessante quel che Safran Foer dice sulla diaspora e sull'identita' ebraica in questa intervista alla Stampa



giovedì, 8 maggio 2008
Yom Ha'Atzmaut
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 8:13 am

Oggi e' il sessantesimo anniversario della nascita di Israele. So che e' un argomento al tempo stesso inflazionato e pericoloso, ma io sento lo stesso il bisogno di parlarne perche', da gentile europeo che ha per l'ebraismo una sensibilita' particolare, e' un evento nei cui confronti ho sentimenti ambivalenti.
Da un lato ero e resto convinto che sia stato un atto di giustizia dare agli Ebrei una patria, e dargliela nell'unico luogo in cui ha senso che sia, Eretz Israel. Ne ho parlato anni fa su questo blog, ho suscitato un vespaio di polemiche — e non ho cambiato idea. In questo senso continuo a credere che quella di oggi sia una ricorrenza da celebrare. Certo, non si puo' far finta di ignorare che Israele non nacque nel deserto, non fu "un paese senza popolo per un popolo senza paese", ma il frutto della divisione dolorosa e forzata di una terra abitata da secoli da altri, gli Arabi di Palestina. E non si puo' far finta di ignorare che, con una violenza crescente e sproporzionata rispetto alle esigenze di sicurezza, Israele continua ad occupare (o a tenere sigillati con la popolazione reclusa) i territori che la comunita' internazionale riconosce come spettanti ai Palestinesi, a cui nega liberta' di movimento, a cui sottrae risorse (l'acqua e la terra in primo luogo), le cui vite mantiene in una condizione di precarieta' alienante. Tutto questo non solo puo' — ma a mio parere *deve* alimentare critiche aspre al governo di Israele. Ma continuo a pensare che un mondo con Israele sia migliore di un mondo senza, che non solo il diritto ad esistere di Israele non puo' essere revocato in dubbio, ma che la sua esistenza e' una cosa che vale la pena di celebrare. Israele e' stata un sogno — e come tutti i sogni la realta' non e' stata all'altezza: ma i sogni che stanno alla base delle comunita' nazionali meritano di essere celebrati con rispetto (i combattenti della nostra guerra di Liberazione immaginavano forse *questa* Italia? e *questa* Italia toglie forse valore al 25 aprile?) — e la realta' magari deludente che Israele e' diventata e' la casa, la sola casa di milioni di persone. Una casa vitale e problematica — ma non certo peggiore delle nostre — e non certo meno meritevole di essere rispettata e celebrata.
Dall'altra parte, credo (e l'ho gia' scritto tempo fa) che un'Europa svuotata della presenza ebraica sia un'Europa piu' povera, sia un'Europa che perde un pezzo importante di se stessa — che l'ebraismo abbia dato il meglio di se' nelle diaspore e l'abbia dato anche nella sua capacita' di fecondare il pensiero, la cultura, la mentalita' di chi ebreo non e' e vive nella contiguita', nello scambio con gli ebrei che stanno fra noi. Da questo punto di vista "europeo" non posso che sperare che il sogno sionista di portare tutti gli Ebrei a fare aliyah non si realizzi mai — che la diaspora rimanga vitale — e cresca — e non trovi ragione di voler lasciare questa terra che e' la *sua* terra, tanto quanto Eretz Israel, anche se per ragioni totalmente diverse.

A margine: Trovo idiota e minaccioso bruciare le bandiere di Israele — ma Fini che dice che e' peggio che ammazzare di botte una persona e' semplicemente incommentabile. Per salvare una vita si puo' perfino violare lo shabbat — per salvare una bandiera no.
A margine 2: Il boicottaggio della Fiera del Libro mi pare una cosa stupida — non vale la pena di dire di piu'. Non e' il caso di dare troppa eco a questa stupidita', che prima di tutto danneggia proprio la causa palestinese.


Di questi tempi — e con l'aria che tira a Torino, questa mostra e' una gran bella idea.



Ho sempre pensato tutto il male possibile di Ceronetti.
Ma questo articolo sulla Stampa del 17 marzo, in cui sostiene che lo stato palestinese non puo' (e probabilmente non deve) vedere la luce, e' anche peggio di quel che potevo aspettarmi.



domenica, 27 gennaio 2008
Unwertes Leben?
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', Ebraismo, Israele e dintorni, It — Scritto dal Ratto alle 1:14 am

Tra tante altre cose, scoprire che nostro figlio e' autistico ha cambiato radicalmente anche la mia personale percezione della Shoah.
Per me e' sempre stato un dovere il ricordo. Ma il dovere che incombe a coloro che stanno sicuri nelle loro tiepide case, a coloro che non solo non sono stati toccati, ma che erano protetti dalla catastrofe — e che avrebbero potuto tranquillamente non guardare (e in molti casi non hanno guardato). Era una tragedia altrui — ed era proprio in questo essere una tragedia altrui la chiave del dovere della memoria. Chi non era tra le vittime, avrebbe potuto essere tra i carnefici — e anche soltanto starne fuori era un modo implicito di essere complici dei carnefici. Era un sentimento, quello della memoria, che somigliava molto a quel che Lia ha scritto, assai meglio di me, nei giorni scorsi.
Ma una persona come nostro figlio sarebbe stata spazzata via dallo sterminio. Sarebbe stata considerata una "vita senza valore" e soppressa in segreto tra i primi, quando ancora non si parlava di soluzione finale. Hitler previde con lucido rigore* la necessita' economica e razziale di eliminare tutti i disabili psichici e fisici. Ma a differenza dello sterminio degli ebrei, quello dei disabili non poteva costruire il suo consenso sull'odio: si trattava dei figli, dei fratelli, dei familiari dei buoni tedeschi sulla cui adesione si fondava la solidita' del regime. Per quanto ferrea fosse la presa della propaganda, non poteva spingere a rivolgere l'odio fin dentro i rapporti familiari. E allora invento' la strategia della pieta'. A partire dal caso di un bambino nato con handicap gravi, di cui i genitori chiedevano l'eutanasia, venne sviluppato un programma di uccisione dei bambini portatori di alcune patologie particolarmente disabilitanti, presentandolo come un atto di compassione nei confronti di chi altrimenti avrebbe avuto "vite indegne di essere vissute". Tra segretezza e supposta pieta', dal 1939 in poi furono eliminati circa cinquemila bambini sotto i tre anni, con una procedura che formalmente prevedeva il ricovero in strutture specializzate per le cure — e in realta' sottraeva i bambini al controllo delle famiglie e li avviava all'uccisione tramite iniezione letale o addirittura per fame.
L'eliminazione dei bambini era pero' soltanto il primo passo nello sterminio dei disabili: nel 1939 fu avviato anche un programma per l'uccisione sistematica degli adulti ricoverati in strutture assistenziali per malattie mentali o disabilita' psicofisiche di tutti i generi. Il programma, denominato Aktion T-4, venne portato avanti con un notevole grado di segretezza e porto' all'eliminazione di circa settantamila persone tra il 1940 e il 1941. Tuttavia la segretezza dell'Aktion T-4 non fu sufficiente: voci sull'uccisione dei disabili si diffusero a partire dalla meta' del 1940 e portarono a numerosi episodi di opposizione — anche clamorosa — da parte delle famiglie e di numerosi esponenti delle chiese cristiane, della cattolica in particolare. Queste manifestazioni di opposizione finirono per costringere il Reich ad abbandonare il programma di sterminio, almeno in maniera organizzata, nell'agosto del 1941, anche se l'uccisione dei "deboli" continuo' ad essere una prassi comune fino al termine della guerra.
I programmi di sterminio dei bambini e degli adulti disabili furono per molti aspetti la prova generale della soluzione finale: vi vennero sperimentati i trasporti, i campi di smistamento, le tecniche di uccisione di massa con il gas, le sperimentazioni "mediche", il terribile equilibrio tra ufficialita', documentazione, segretezza e dissimulazione che avrebbe costituito la norma della burocrazia della Shoah.
Ma — ed e' una riflessione che nel giorno della memoria mi pare particolarmente importante — l'Aktion T-4 fu fermata — e la prosecuzione dello sterminio resa molto piu' difficile — dall'opposizione dell'opinione pubblica tedesca: a dimostrazione del fatto che perfino sotto il regime nazista, perfino durante la guerra *era possibile* fermare la soluzione finale — e il fatto che cio' non accadde e' da imputarsi alle responsabilita' dei milioni che "sicuri nelle loro tiepide case" preferirono non vedere — e non parlare.
Mio figlio gioca davanti a me, stasera, nel piu' autistico dei modi: correndo, gridando, saltando, scagliando i giocattoli da una parte all'altra. E c'e' talmente tanta vita in lui — talmente tanta forza e gioia — che fa quasi male — e agghiaccia pensare ai tanti come lui che sono stati cancellati.

Informazioni piu' puntuali sullo sterminio dei disabili qui e qui.

* Uso ponderatamente questa espressione: non fu gratuita crudelta' o follia, ma la persecuzione di un disegno assolutamente coerente. Certo: allucinanti le premesse razziste, abominevole il progetto di creare la stirpe perfetta. Ma a valle di quell'abominio iniziale, tutto fu lucido e rigoroso — invocare la follia sarebbe un'attenuante del tutto immeritata.


giovedì, 24 gennaio 2008
Il nemico dentro — e le parole giuste
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 9:48 pm

Lia, rispondendo al post qui sotto:

Io ci sono cresciuta, con la consapevolezza dell’importanza della Memoria, e ricordo benissimo cos’era: era un momento di riflessione su se stessi in cui si facevano i conti con un male che era dentro di noi e da lì – e solo da lì – poteva riemergere. Non era la denuncia di un male esterno, di un nemico esterno. Ricordare, per me e per i miei compagni di scuola, per il mio mondo di ragazzina, non voleva dire: “Non facciamocelo succedere più”. Voleva dire: “Non facciamolo più“. Noi. Perché noi eravamo stati i carnefici o i loro complici, e chi era diverso da noi era stato nostra vittima, nostro capro espiatorio.
A me sembra che sia cambiato questo, oggi. Ci si sente nobili a poco prezzo, identificandosi con le vittime di ieri al punto da alzare barricate comuni contro mostri che, nella nostra immaginazione, non ci somigliano. Trovo che non serva a molto, una Memoria così. Credo che l’unica memoria che abbia un senso sia quella che ci insegna a conoscerci. Della memoria di un’esperienza, parliamo, e serve fino a quando la consapevolezza che se ne ricava fa da antidoto alla tentazione di farsi sconti, di cercare i mostri fuori di noi. Il contrario è un tradimento profondo del senso di ciò che ci è stato insegnato e, personalmente, me ne chiamo fuori.

Ecco — io lo sapevo che dovevo chiederlo proprio a lei — perche' ha detto la cosa giusta — quella che la leggi e ti rendi conto che e' esattamente quello che c'era da dire. Grazie.


mercoledì, 23 gennaio 2008
La memoria in un libro
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 1:03 am

Uyulala mi chiede di partecipare a una catena, per una volta seria, e di indicare un libro sulla Shoah come mio contributo a una ideale biblioteca della memoria.
Devo dire che esito, perche' mi pare che a volte tanta enfasi sulla memoria della Shoah nasconda — anche inconsciamente e in buona fede — il bisogno di *padroneggiarla*, di ridurla a una misura che entri nei nostri schemi mentali — e che chiudere la memoria in una biblioteca, reale o virtuale, possa diventare un modo per renderla il piu' possibile inoffensiva.
Al contrario, la memoria della Shoah — se non si vuole tradirla — deve restare *intollerabile*. Dev'essere qualcosa a cui si vorrebbe sfuggire — che si vorrebbe non aver presente — e che ci si costringe a tenere davanti agli occhi. Percio' niente letture confortanti, niente biblioteche virtuose, che ci facciano sentire meglio perche' assolviamo al compito nobile di non dimenticare.
Eppure — abbiamo soltanto le parole — per non lasciare che la Shoah venga cancellata. E allora propongo gli autori forse piu' inconciliati con la realta' — quelli che meno di tutti hanno cercato di estrarre un qualche *senso* dalla Shoah — e sono due poeti: Paul Celan (di cui Mondadori ha pubblicato l'opera integrale nei Meridiani) e Dan Pagis (che purtroppo conosco soltanto nella traduzione inglese edita dalla University of California Press, non essendo in grado di leggere l'ebraico e mancando una traduzione italiana). Sono due libri che — onestamente — non so se avrei oggi il coraggio di rileggere — e proprio per questo sono quelli che mi sento di citare.

Passo il testimone a Lia, senza alcun intento provocatorio — perche' credo che da lei possa venire qualche indicazione intelligente e fuori dalla vulgata; a Bloggoanchio, se mai gli capitera' di leggere questo blog; a Floria, perche' mi fido ciecamente dei suoi libri. E a chi altri vorra' pensarci, passando di qui.


martedì, 16 ottobre 2007
Mai dimenticare. Mai perdonare.
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:26 am

Immagine da Wikimedia Commons

Oggi e' il sessantaquattresimo anniversario della deportazione degli ebrei romani.


mercoledì, 10 ottobre 2007
"I'm not very bright, l guess."
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 3:01 pm

(Come avrebbe detto Marilyn, I guess)

Come dicevo un po' di tempo addietro, sono incappato in una discussione con un gruppo di bright. So che non mi ci dovrei mai ficcare, perche' finiscono sempre allo stesso modo: loro ti rinfacciano l'immacolata concezione e l'intelligent design — tu ti inalberi e cerchi di spiegare che il pensiero religioso non e' necessariamente fondamentalista (almeno non in quel senso) — loro ti rispondono che l'unico criterio di verita' del pensiero e' il metodo scientifico ecc. ecc. Discussione inutile — su binari predefiniti — e destinata a lasciare ognuno ferreamente convinto delle proprie ragioni — ma soprattutto dei torti attribuiti all'altro. Tanto e' vero che e' finita in un bel flame.
Solo che — non riuscendo a spiegarmi li' — mi e' venuta voglia di provare a chiarire qui (anche a me stesso) quel che penso. Ci ho messo un sacco di tempo a ruminare 'sta roba (un po' meno di Simonide, ma mica poi tanto) — e alla fine quel che ho scritto mi pare assolutamente incompiuto e parziale. Ma in fondo e' il bello del blog: posso sempre tornarci sopra, correggere, cambiare idea. Soprattutto se qualcuno ha voglia di ragionarne con me.

Zero. Ho scritto altrove che sono convinto che una scelta religiosa non puo' che essere integrale e non puo' che essere il fondamento della vita di una persona — e in questo senso sono un po' diffidente del modo in cui correntemente si usano i termini integralismo e fondamentalismo. Tuttavia — per chiarezza di argomentazione — adotto qui le definizioni piu' o meno standard: in questo post si parla di fondamentalismo intendendo la posizione di chi considera i dettami religiosi e/o i testi sacri di una religione interpretati letteralmente quale unico fondamento della sua visione del mondo, della sua etica e dei suoi comportamenti. Come integralismo intendo qui l'atteggiamento di chi ritiene che il fondamento religioso della sua interpretazione del mondo deve avere una applicazione integrale — e quindi valere erga omnes, incondizionatamente e senza eccezioni.

Uno. Con me — a parlar male di integralisti e clericali si sfonda una porta spalancata. Sono convinto che esista una forsennata offensiva oscurantista in questi anni, in Italia e nel mondo, che fa del male alla convivenza collettiva e mina alcune delle conquiste fondamentali della nostra civilta': la laicita' delle istituzioni, il pluralismo, la liberta' di coscienza — e perfino il senso piu' vero della religiosita'. E sono assolutamente equanime nel rifiutare integralisti cattolici, protestanti, ebrei, musulmani e chi piu' ne ha piu' ne metta. Anzi, forse mi stanno piu' vigorosamente sulle palle quelli vicini alle tradizioni religiose a cui mi sento affine, per cultura di nascita o per scelte — se non altro perche' mi accorgo piu' facilmente di quanto le loro posizioni non reggano a volte nemmeno sul piano teologico.
Quanto alle posizioni fondamentaliste — mi fanno proprio orrore — perche' sono frutto di una ignoranza dei meccanismi essenziali del pensiero religioso stesso — e finiscono — nella ricerca di una fedelta' letterale ai testi — per tradire nella maniera peggiore il senso, il valore di ogni racconto/discorso religioso. Quindi se qualcuno pretende di leggere la Bibbia (o il Corano o qualunque altro testo sacro) alla lettera e di trarne conclusioni che non tengono conto delle modalita' della narrazione, della cultura che lo ha generato, del tempo trascorso e cosi' via — secondo me fa torto prima di tutto all'intelligenza di D-o, poi alla sua, e infine a quella di tutti noi.
Aggiungo che in molti casi integralismi e fondamentalismi mi paiono non solo sbagliati ma in malafede, figli di un calcolo di potere e di una volonta' di sopraffazione, piu' che di effettiva convinzione interiore di fare la volonta' di D-o. Non che chi e' veramente convinto mi piaccia tanto di piu' — scegliere fra banditi e stupidi e' una brutta gara…
Ma a differenza dei miei interlocutori bright trovo ingiustificato fare d'ogni erba un fascio e buttar via il pensiero religioso tout court insieme agli eccessi del fondamentalismo o delle superstizioni vecchie e nuove. Si puo' fare (in buona o cattiva fede — e mi si perdoni l'involontario gioco di parole) un uso assai distorto della religione — cosi' come si puo' fare un uso assai distorto della scienza. Ma come il dottor Mengele non dimostra la fallacia del pensiero scientifico — cosi' il mullah Omar o il reverendo Falwell non possono essere usati per negare generalmente il valore del pensiero religioso. Credo di dire un'ovvieta' — ma sono un po' stufo di sentirmi rimproverare dagli scientisti duri e puri i crimini commessi in nome della religione.

Due. Su un altro piano: il pensiero scientifico piu' acuto da piu' di cinquant'anni almeno ha superato l'illusione positivista di poter dare una rappresentazione oggettiva, completa e coerente del mondo — e di essere quindi il canale privilegiato per la lettura, o addirittura per la definizione della realta'. Non voglio (e non ho gli strumenti per) fare una breve storia dell'epistemologia novecentesca in un post — ma credo che il consenso su questo punto dovrebbe essere facilmente raggiungibile. Nei modi che gli sono peculiari, il pensiero scientifico ha riconosciuto di essere un pensiero *debole*, cui sfugge la possibilita' di una piena padronanza del reale. Lo stesso percorso hanno compiuto contemporaneamente i filosofi — e perfino gli ambienti piu' avanzati della speculazione teologica (certo non Ratzinger — ma questo e' un *suo* problema intellettuale). A partire dal riconoscimento di questa intrinseca debolezza della capacita' umana di pensare il mondo, credo fermamente che diversi modelli di indagine abbiano — ciascuno nella sua direzione e con i metodi che gli sono propri — piena e diversa legittimita' ognuno nel proprio ambito. Percio' la religione fa molto male a tentare di entrare nel campo della scienza, di cui non padroneggia gli strumenti — o della politica — che si fonda su regole autonome. Ma la scienza deve ammettere la propria impotenza di fronte alle domande fondamentali dell'uomo — le domande sul senso della nostra stessa esistenza, che a rigor di metodo non e' nemmeno in grado di porsi. E che invece sono domande a cui e' difficile sfuggire — e che possono essere meglio affrontate con gli strumenti del pensiero mitico-religioso (o della letteratura — o dell'arte — o della filosofia, se e' per questo): sempre che si abbia la capacita' di riconoscere questi strumenti e di impiegarli correttamente — ma di questo diro' qualcosa in seguito.
A farla corta — credo che sia un atteggiamento sano ammettere che nessun metodo e nessun modello di indagine sul mondo e' capace di arrivare dappertutto. Ognuno fa luce su frammenti, su prospettive piu' o meno ampie — ma non e' abbastanza potente da illuminare l'intero quadro. E' troppo chiedere a tutti, scienziati, teologi, letterati, filosofi l'umilta' di riconoscersi *deboli* — e di accettare la legittimita' dell'apporto dell'altro?

Tre. Vedo un certo integralismo parareligioso nell'ateismo militante. Mi spiego meglio. L'esistenza o meno di D-o e' — con gli strumenti del pensiero razionale — un indecidibile. Non e' dimostrabile ne' il si' ne' il no. Di conseguenza il solo atteggiamento razionale e scientifico di fronte alla questione e' un ignoramus — e a voler essere rigorosi dovrebbe valere la proposizione che chiude il Tractatus: "Su cio' di cui non si puo' parlare, si deve tacere". Ogni passo in piu' e' un'adesione fideistica a una tesi non dimostrata. Che mi sta bene — a patto che la si riconosca per tale. E che si riconosca che la posizione del credente e quella dell'ateo sono speculari e perfettamente equivalenti.
Credere o non credere e' — da questo punto di vista — davvero la scommessa di Pascal. La scommessa di Pascal nel senso di assumersi il rischio intellettuale di andare oltre la certezza — di gettarsi oltre il perimetro di cio' che possiamo *sapere*. Certo, non e' una "scelta" in senso stretto, un puro atto di volonta' — la nostra condizione di credenti o di dubbiosi o di atei dipende spesso da fattori che sfuggono alla sfera puramente intellettiva — la fede e' come l'amore (in fondo e' una forma di amore): non si inventa se non c'e'; un cristiano qui parlerebbe di grazia — ma apriremmo un altro capitolo complicato, che non mi sento di affrontare. Sono fermamente convinto, pero', che sia una scelta lasciare aperta o no la possibilita' di una prospettiva religiosa nella propria vita: qui sta la scommessa, per chi la vuol fare in un senso o nell'altro.

Quattro. Il pensiero religioso segue logiche proprie, fondamentalmente quelle del mito. E bisogna saperle leggere, per giudicare. Il pensiero mitico-religioso non e' un pensiero erroneo, o primitivo, o ingenuo. E' una modalita' di lettura del mondo che ha le sue vie, i suoi strumenti, i suoi fini. Il mito (e per mito intendo, sia ben chiaro, anche i racconti della Bibbia o del Corano o di qualunque altro libro sacro) non e' una favoletta — ma e' un racconto paradigmatico, un modo di raccontare il perche' del mondo come e' e di fondare i comportamenti delle persone in quel mondo. Certo, la mentalita' mitico-religiosa pretende che siano *vere* le storie che racconta — non le considera semplici allegorie o apologhi morali. Ma si tratta di una verita' *normativa*, piu' che di una verita' fattuale: e' vero il mito in quanto e' vero cio' che significa — non necessariamente in quanto sono veri tutti gli avvenimenti di cui parla. C'e' una formula folgorante di un filosofo della religione della tarda antichita', Salustio, che dice "Queste cose non accaddero mai, ma sono sempre". Questo ha due conseguenze, tra mille piu' importanti: che le interpretazioni letterali dei racconti sacri sono *sbagliate* perche' non colgono il tipo di verita' insito nel mito — e che insistere sull'implausibilita' logico-fattuale di un racconto sacro non ne scalfisce di una virgola il valore di verita'. In altre parole: dire che Maria ha concepito Gesu' senza un rapporto sessuale con un uomo, ma per l'intervento dello Spirito Santo, e' un modo narrativo per dire che Gesu' e' nello stesso tempo uomo e D-o — che e' figlio di una donna mortale e di D-o stesso. La verita' di cronaca e' un dettaglio — poco piu' che un pettegolezzo.
Io credo che il pensiero mitico-religioso abbia una legittimita' non inferiore a quella del pensiero scientifico, se ognuno resta nel suo ambito. E non mi sento un oscurantista se nella mia ricerca di senso resto in ascolto — cerco di essere attento alle possibilita' offerte da questo tipo di pensiero.
Detto questo, niente implica che la scelta religiosa avvenga nelle forme delle religioni rivelate. Ma le religioni rivelate sono un immenso patrimonio di paradigmi — una ricchezza che attraversa millenni di storia umana e che fa parte in maniera profonda del nostro tessuto di identita'. Difficile sottrarsi — in una prospettiva religiosa — alla convinzione che l'Altro veramente parli dentro quel patrimonio. E al bisogno di ascoltarlo. Ancora piu' difficile — e forse futile — tentare di percorrere strade diverse: anche in questo, essere nani sulle spalle di giganti val piu' che stare a scrutare l'orizzonte dal basso della propria solitaria statura.

Cinque. Proprio perche' si snoda in racconti — in miti — alla fin fine nell'esperienza religiosa la *fede* occupa un posto assai marginale — cosi' come le manifestazioni vere o presunte del soprannaturale. Conta molto di piu' l'adesione etica al mondo che quei racconti tratteggiano — e prima ancora la convinzione di essere o meno autosufficienti e compiuti. E conta stabilire – nelle forme del pensiero mitico-religioso — una relazione con l'assolutamente Altro da noi — una relazione personale diretta e fondante della nostra esistenza (fondante e integrale — che non e' meno esigente ma e' ben diverso da integralista e fondamentalista).

Conclusioni provvisorie. Dove sono io? Nel mezzo del dubbio. Di domande che non ammettono ne' la risposta semplicistica dei bright — ne' il semplice aderire a una prospettiva religiosa. So che non siamo autosufficienti — che un barlume di senso si puo' immaginare solo di fronte a un Altro (il λόγος πρὸς τὸν Θεόν, "la parola posta di fronte a Dio" del vangelo di Giovanni) — non riesco a trovare un cammino — anche perche' non posso che scontrarmi con il *vero* problema di una scelta religiosa che non e' quello della fede, ma quello della teodicea — e quello della responsabilita' (e di qui viene la mia sempre crescente lontananza teologica dal Cristianesimo — ma questa e' un'altra storia, che porterebbe troppo lontano).

Post scriptum. Giusto per chiarezza, anche se forse si capisce da quel che ho scritto. Credo che Ratzinger abbia assolutamente torto quando dice che la scienza senza D-o e' una minaccia. Credo l'esatto contrario — che scienza e religione debbano, come stato e Chiesa, restare rigorosamente separati e ciascuno sovrano nel proprio modo di comprendere il mondo — ogni commistione dei linguaggi e delle logiche non puo' che essere deleteria. Certo — e' difficile pensare a una ricerca scientifica applicata che non sia guidata da un'etica — ma certo non puo' essere la fede a dettare quest'etica — meno che mai una specifica religione rivelata, con la pretesa di imporre la propria etica a tutti.
Detto questo, cancellare il problema etico o far finta che non ci sia e' certamente una cattiva idea per chi si occupa di tecnica (piu' che di scienza pura) — e varrebbe la pena di rifletterci, al di la' delle prediche del Papa.


L'autocitazione e' cosa poco elegante. Ma in occasione della festa di Sukkot quel che avevo da dire (e il mio augurio) e' scritto qua.



venerdì, 21 settembre 2007
Erev Yom Kippur 5768
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 6:50 pm

Stasera inizia Yom Kippur. E lo so che la storiella e' vecchia e arcinota — ma e' esattamente cosi' che la penso — e che mi sento quest'anno.

La vigilia di Yom Kippur il vecchio sarto Yankele si rivolge al cielo:
"Signore, ascoltami: io non sono che un umile sarto e non posso scrutare nei tuoi pensieri — ma sono un devoto servitore delle tue Leggi. E tu ci comandi il pentimento e ci chiami ad affliggerci per i nostri peccati — e a chiederti perdono. Ma guarda quaggiu', Signore: guarda le catastrofi, le malattie, guarda le persecuzioni contro il tuo popolo, guarda gli innocenti che soccombono ai farabutti, i poveri calpestati e offesi, i bambini che muoiono prima di avere commesso una sola colpa. Ti par giusto tutto questo, Signore? E tu comandi a noi l'afflizione e il pentimento per i nostri peccati? No, Signore, ascolta quello che ti dico: domani e' il giorno santo di Kippur — affliggiti e pentiti, cosi' che noi possiamo perdonare i *tuoi*, di peccati".

(libera rielaborazione di una storia tradizionale che ho letto tra l'altro in questo librino)


giovedì, 13 settembre 2007
Rosh Ha'shana 5768
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:03 am

L'anno comincia in un momento difficile per noi. Speriamo che sia piu' dolce del precedente.
Un augurio un po' ospedaliero dalla Rat-Family.


mercoledì, 13 giugno 2007
Priebke e Mastella
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 4:42 pm

Quel che penso di Priebke e della sua pena l'ho scritto piu' di tre anni fa, qui. E non ho cambiato idea. Percio' non sono scandalizzato affatto se — usufruendo di un istituto previsto dalle leggi della Repubblica — Priebke puo' lasciare la detenzione domiciliare per andare a "lavorare" nell'ufficio del suo avvocato.
Questo non significa perdonare. Priebke il perdono non lo puo' avere, se non altro perche' i soli che potrebbero darglielo sono sepolti alle Fosse Ardeatine. Priebke il perdono non lo merita, perche' non ha mai dato un segno di rimorso per cio' che ha fatto. Ma la Repubblica applica le sue leggi — e le sue leggi sono improntate al senso di umanita' e al fatto che la pena non e' vendetta sociale legalizzata: di questo sono grato ai nostri padri costituenti. Perfino se puo' avvantaggiarsene Priebke.
Detto questo, e' evidente che Priebke in liberta' e' oggettivamente un motivo di turbamento per chiunque senta le Ardeatine come una ferita sua: ebreo o non ebreo, familiare delle vittime o semplice cittadino che non dimentica la storia. Ma essere cittadini significa andare oltre questo turbamento "prepolitico" e affidarsi alla legge.
Aggiungo che la dichiarazione di Mastella in merito mi pare assolutamente orrenda:

"Se facessi parte della comunità ebraica non sarei contento ma anche come cittadino resto abbastanza perplesso". Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ha risposto così a chi chiedeva un commento sulla decisione del Tribunale militare di sorveglianza che permette all'ex ufficiale delle SS, Herich Priebke, di lasciare ogni giorno i domiciliari per andare a lavorare.
"Ogni atto che va in questa direzione, per quanto possa essere atto di perdono giudiziario, finisce per ricordare tragedie che restano tragedie", ha proseguito Mastella rivolgendo tutta la sua "vicinanza" alla comunità ebraica. Il Guardasigilli ha infine indicato di non potere esprimere altri "giudizi di merito" sulla questione trattandosi di giustizia militare che "non rientra nelle mie competenze". (da Repubblica)

"Se facessi parte della comunita' ebraica"? come se le Fosse Ardeatine fossero un lutto privato degli ebrei — e non una tragedia di tutta la comunita' italiana. "Anche come cittadino"? come se gli ebrei italiani non fossero pienamente cittadini di questa Repubblica, ma qualcosa d'altro. Sara' ipersensibilita' mia, ma Mastella sembra non aver capito che gli ebrei sono cittadini italiani proprio come lui…


mercoledì, 6 giugno 2007
La guerra dei sei giorni — e i miti dell'infanzia duri a morire
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 11:35 am

Nella mia vita di bambino Israele entro' quarant'anni fa giusti giusti, con la Guerra dei Sei Giorni. Con l'affascinante retorica, che soltanto anni dopo avrei scoperto ingannevole come tutte le retoriche, del piccolo paese circondato da giganti ostili, di David contro Golia, dei bellissimi Mirage con la stella a sei punte padroni del cielo — con tutta la fascinazione che una guerra lontana puo' avere per un bambino di sei anni che gioca con i soldatini — e con il sottotesto sionista dell'uomo nuovo, della modernita', del paese che aveva fatto fiorire il deserto e che ora difendeva la sua strisciolina di terra con la forza che gli veniva dalla ragione.
Mi ci sono voluti anni per capire che non era stato proprio cosi'. Che dietro a quella guerra — che pure continuo a pensare che fosse essenzialmente una guerra di difesa nazionale — c'erano colpe ed errori *anche* di Israele. E che quella vittoria fu in realta' la peggiore delle sciagure immaginabili: per Israele, per i Palestinesi, e perfino per noi che stavamo all'altro angolo del mondo. E' difficile liberarsi dei miti d'infanzia — e la delusione e' feroce.
E mi ci sono voluti altri anni per venire a capo di quella delusione, e per capire che se Israele non e' stata all'altezza del suo mito fondativo, se non ha funzionato come esperimento di una "umanita' nuova" (come non hanno funzionato tutti gli esperimenti di questo genere del XX secolo — e forse Israele alla fin fine e' quello che ha dato i risultati meno peggiori) — merita comunque di non essere giudicata alla luce di quel metro impossibile — ma come "paese normale". E come tale letta, analizzata, criticata per i suoi errori, che sono molti e gravi — ma non inchiodata al suo essere al di sotto del mito.

P. S. solo apparentemente off topic. Purtroppo non vedro' la mostra su Tel Aviv che si e' aperta da pochi giorni alla Casa dell'Architettura di Roma. Ma credo che meriti, anche come testimonianza di alcuni degli aspetti migliori del mito sionista — e come occasione di riflessione sui silenzi — e sulle rimozioni — che quel mito comporta, anche quando si parla di architettura e di urbanistica.


martedì, 29 maggio 2007
Santo subito?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione — Scritto dal Ratto alle 11:05 pm

Secondo la storica Emma Fattorini (di cui non ho ancora letto il libro — vi diro' al piu' presto) il futuro Pio XII avrebbe impedito la pubblicazione dell'ultimo discorso di Pio XI, contenente una durissima condanna del fascismo e del nazismo — e dell'antisemitismo in particolare.
Solo qualche tempo fa il Vaticano ha creato un caso internazionale perche' a Yad Vashem c'e' una didascalia, sotto la foto di Papa Pacelli, che ne sottolinea la posizione ambigua rispetto allo sterminio degli Ebrei.
E' di pochi giorni fa — anche — la notizia che il processo di beatificazione di Pio XII ha fatto un importante passo avanti.
Non perdo tempo a fare commenti. Mi limito ad osservare.


giovedì, 24 maggio 2007
Da vedere (domenica o mai piu'?)
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Ebraismo, Israele e dintorni, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 12:11 pm

Della Sinagoga di Alessandria, chiusa da anni, avevo parlato qui. Domenica prossima — *eccezionalmente* — sara' possibile visitarla. Tutte le informazioni si trovano qui.
Errata corrige importante: mi scuso per l'imprecisione, ma ho scoperto che la Sinagoga di Alessandria sara' visitabile tutte le domeniche fino all'8 luglio, previa prenotazione.


Da gentile, per quanto vicino all'ebraismo, non ho titolo per firmare questa dichiarazione. Ma sono felice che qualcuno l'abbia scritta — e mi ci riconosco.



mercoledì, 2 maggio 2007
(In Israele?) la politica e' allo sbando
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 2:30 pm

Il Presidente della Repubblica sospeso dall'incarico perche' accusato di violenza sessuale. Il Primo Ministro e il Ministro della Difesa sull'orlo delle dimissioni perche' ritenuti da un rapporto ufficiale responsabili dell'insuccesso nella guerra in Libano. Un parlamentare di opposizione accusato di intelligenza col nemico, tradimento e spionaggio e' fuggito dal paese; le accuse contro di lui sono rimaste fino ad oggi coperte da segreto.
E' deprimente vedere che la politica e' terribilmente al di sotto dei suoi compiti — e che sembra esserlo strutturalmente, non per caso o per le deficienze di qualche persona. In Israele, certo, e di fronte a emergenze particolarmente drammatiche: ma non e' solo un problema israeliano, direi. Il logoramento dei meccanismi democratici di selezione della classe dirigente mi sembra ad ogni momento piu' evidente — e sistematico.


Paragonare il terrorismo islamico alla Shoah e' una forma di negazionismo secondo Bradley Burston su Ha'aretz



giovedì, 12 aprile 2007
Negazionismo cattolico
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione — Scritto dal Ratto alle 3:55 pm

Il nunzio apostolico vaticano a Gerusalemme disertera' la commemorazione della Shoah che si tiene ogni anno a Gerusalemme perche' nel memoriale di Yad Vashem e' appesa una immagine di Pio XII con una didascalia che ne condanna il comportamento — definito ambiguo — verso gli ebrei durante la guerra mondiale.
Puo' darsi che Pio XII non meriti di essere messo accanto ai protagonisti dello sterminio. Ma e' difficile sostenere che abbia fatto abbastanza per la salvezza degli ebrei. Altri fecero molto di piu', in posizioni molto piu' esposte e molto piu' deboli — anche nella Chiesa. E a dottrina spiegano che si pecca anche per omissione.
Se la Chiesa cattolica non e' disposta a interrogarsi sulle sue colpe (fossero anche soltanto di omissione, per l'appunto) — fa del negazionismo bello e buono — e il negazionismo cattolico non e' meno intollerabile per il fatto di essere cattolico.
C'e' per altro uno stile comune tra questa presa di posizione e il terribile discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz. E anche uno stile comune con l'arroganza generale di questa Chiesa cattolica — che si pretende maestra di tutti, anche dei non cattolici, e si straccia le vesti non appena qualcuno osa metterne in dubbio le parole ed il ruolo.

L'otto per mille — mi raccomando — datelo a qualcun altro, non alla Chiesa cattolica. E ricordatevi che se non scegliete, la grande maggioranza del vostro otto per mille va comunque alla Chiesa.


mercoledì, 4 aprile 2007
La memoria non si fa bella
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:17 am

Repubblica pubblica oggi alcune immagini di Claude Andreini — una sorta di racconto fotografico di un viaggio sui luoghi della Shoah. Sono belle immagini. Ma proprio perche' sono belle — feriscono come una menzogna. Credo di averlo detto in un'altra occasione, ma sento il bisogno di ripeterlo — nulla di bello ci fu ad Auschwitz — e il linguaggio della bellezza e' una bestemmia sulla cenere delle vittime.


Secondo Shalom Achshav il 32% delle terre su cui sono costruiti gli insediamenti israeliani del West Bank appartiene a privati cittadini palestinesi.
So che la notizia non dice molto a chi non osserva da vicino le vicende dell'occupazione: ma la proprieta' pubblica delle terre su cui sono costruiti gli insediamenti e' uno degli argomenti piu' ricorrenti che Israele usa a difesa della legittimita' dei settlements.



giovedì, 8 febbraio 2007
Scemo e piu' scemo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:01 am

… si potrebbe dire con il titolo di un film di qualche anno fa.
Avevo trovato esecrabile ma sostanzialmente insulsa la paginata di pubblicita' dell'UCOII di quest'estate, che tornava sull'abusato paragone tra Israele e nazisti — uno dei tanti casi in cui vale la legge di Godwin anche fuori dalla rete. Ma trovo ancora piu' esecrabile e insulso che qualcuno si sia preso la briga di denunciare i vertici dell'UCOII e che dei magistrati perdano il loro tempo a indagare i suddetti vertici per "incitamento all'odio razziale".

P. S. off topic: non e' che non avrei cose da scrivere qui sopra — ma e' un momento di grande fatica — mentale e fisica — e per il blog mancano davvero le forze — a volte perfino per leggere e commentare quel che scrivono gli altri — verranno momenti migliori.


venerdì, 26 gennaio 2007
Il giorno della memoria … parziale?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:02 am

Ieri la Commissione Cultura della Camera ha approvato, con i soli voti della maggioranza, una risoluzione che impegna il Governo a sostenere lo studio e la conoscenza della Shoah nelle scuole. AN, UDC e Lega non hanno votato il documento; Forza Italia ha votato contro — e il suo capogruppo Garagnani ha argomentato cosi' alla stampa:

Condivido pienamente la prima parte, quella di condanna della shoah, spiega Garagnani. Meno la parte seguente, coi passaggi sul fascismo: "Andavano formulati in modo diverso- afferma- perché le altre valutazioni storiche e politiche non ci possono trovare d'accordo". (da Repubblica)

I passaggi sul fascismo della risoluzione sono i seguenti:

[La VII Commissione, premesso che]
. . .
- Anche in Italia trova sostegno e radicamento il revisionismo storiografico, che tende a minimizzare le responsabilità politiche e storiche del Nazismo e del Fascismo per la persecuzione e lo sterminio di milioni di esseri umani, ebrei, omosessuali, zingari, testimoni di Geova e dissidenti politici;
- Se Nazismo e Fascismo poterono perpetrare un tale Sterminio fu anche per un endemico antisemitismo presente nell'Europa di quei decenni; l'antisemitismo ed il razzismo rappresentano ancora oggi, in Italia e in Europa, un fenomeno non marginale;
. . .
[impegna il Governo] a sostenere, anche finanziariamente, le realtà che sul territorio nazionale sono impegnate nella conservazione e nella trasmissione della memoria della deportazione dall'Italia, in quanto parte essenziale della storia patria e patrimonio della Nazione, che riconosce nella lotta contro il nazifascismo l'atto fondante della democrazia repubblicana;
. . .

Piacerebbe capire quali di queste "valutazioni storiche e politiche" sul fascismo l'onorevole Garagnani non puo' condividere. Forse a quelli come lui piacerebbe ricordare la Shoah come una sorta di cataclisma celeste — senza responsabilita' umane precisabili — e senza responsabilita' politiche del nazismo e del fascismo. Una bella memoria selettiva — che oscura le responsabilita' dei colpevoli e fa a meno della storia. Dov'e' allora la differenza tra quelli come Garagnani e i negazionisti?


giovedì, 25 gennaio 2007
Il giorno della memoria … obbligatoria?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:53 pm

No — non sono d'accordo con la balzana idea di Mastella di mandare in galera i negazionisti. Sono convinto che negare la Shoah — o peggio fare "apologia di crimini contro l'umanita'" sia un comportamento moralmente turpe e un pessimo uso della liberta' di espressione. Ma la liberta' di espressione si applica perfino a queste turpitudini. Cosa diversa sono i comportamenti di discriminazione razziale, religiosa ecc. — o gli atti concreti di odio razziale o religioso — che in quanto lesivi dei diritti costituzionali di altri cittadini vanno perseguiti con tutta la durezza che la legge puo' prevedere.
Ma il rispetto per le vittime della Shoah e la memoria non sono cose che si possono imporre per legge. La memoria ha senso soltanto se e' una sfida continua — un compito quotidiano che ognuno si assume — essere qui anche per coloro che non ci sono, per i morti e per i non nati — e non e' un compito che puo' essere imposto, dallo Stato o da chiunque altro. In fondo non e' altro che essere fedeli al "se non noi, chi? se non ora, quando?". Ed e' un compito gravoso — una responsabilita' non da poco.
Per chi non vuole assumerselo, questo compito, vale la maledizione di Levi — non la legge dello Stato:

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.


lunedì, 18 dicembre 2006
Narrative e autoinganno
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 3:43 pm

Bradley Burston tiene, sulle colonne di Ha'aretz online, una rubrica (che definisce blog, con qualche improprieta')* intitolata "A Special Place In Hell". E' li' che ho letto molte delle cose piu' sensate e piu' acute dell'ultimo periodo sul conflitto tra Palestinesi e Israele. Oggi parla della stupefacente capacita' di autoinganno che sta nelle narrative delle due parti:

Can there be another conflict on God's green earth which in the space of a few generations has generated two entire new cultures, two entire new identities, each at war with the other, each dismissing the validity of the other, the rights of the other, the very authenticity of the identity the other is trying so vigorously to hang onto?
There are those on both sides, propagandists, fanatics, columnists, who insist that their own side is the sole heir to antiquity, the sole claimant to the property and the history of the Holy Land, the sole injured party, the sole heroic player.
They believe it with everything they have.
The best part, of course, is that they tend to believe that anyone who sees things differently is deluded. A victim of self-deception.

Fate il test che Burston propone…

* Niente URL indipendente (gli articoli sono "annegati" tra le pagine ordinarie di Ha'aretz); niente permalink; commenti tendenzialmente a tipo forum, per quanto moderati; niente outgoing links.


martedì, 12 dicembre 2006
Non ne vale la pena
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 7:31 pm

No, questo blog non vuole parlare della conferenza sull'Olocausto di Ahmadinejad. Ci sono cose serie a cui pensare. O cose non serie — ma comunque piu' significative tanto dei deliri revisionisti che delle fanfare di propaganda che l'evento suscita da tutte le parti.


Quando lo Stato perde la ragione e l'umanita'. Non chissadove: proprio qui, a casa nostra.



domenica, 12 novembre 2006
Vedi alla voce:
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:53 pm

David Grossman: a Che tempo che fa mi ha quasi commosso. Misurato, chiarissimo, appassionato — che parlasse di scrittura o di Israele e di Palestina.


domenica, 12 novembre 2006
Sulle colpe di Israele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 7:30 pm

ci sono su Ha'aretz due articoli che condivido in pieno, il primo di Gideon Levy, il secondo di Bradley Burston.


mercoledì, 8 novembre 2006
Errore? No: orrore.
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 1:39 pm

Il massacro di civili palestinesi a Beit Hanoun e' una cosa semplicemente orrenda. Il governo israeliano parla di un deprecabile incidente — ed e' sicuramente vero sul piano tecnico — ma usare l'artiglieria pesante a poche decine di metri dalle case vuol dire accettare consapevolmente il rischio di fare vittime civili. E questo *non* e' un errore tecnico: e' una scelta politica — che non si condannera' mai abbastanza.
Che lo dica io non serve a niente, e' chiaro. Ma non me la sento di stare zitto — proprio per tutte le volte che questo blog si e' sgolato a difendere il buon diritto di Israele.


martedì, 31 ottobre 2006
Lieberman proprio no
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 4:06 pm

Tendo a parlare sempre meno di Israele, su questo blog. Non perche' non mi interessi piu' — o perche' non stia accadendo niente di importante da quelle parti. E' che francamente sono scoraggiato, nauseato, depresso. Che un uomo come Avigdor Lieberman diventi vice primo ministro con l'avallo dei Laburisti significa che davvero non ci sono speranze. Che l'Europa non abbia niente da dire significa che siamo davvero una manica di [e' meglio che non dica cosa].
Per chi non avesse chiaro chi e' Lieberman e che cosa pensa e vuole, rimando a questo articolo comparso su Yediot Ahronot ieri e a quest'altro del 26 ottobre..


venerdì, 22 settembre 2006
Rosh Ha'shana 5767
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 12:35 pm

Stasera inizia il capodanno ebraico. Per me, per noi, quest'anno che si sta chiudendo e' stato importante, faticoso, bello — a momenti troppo duro — e difficile. Non e' che al resto del mondo sia andata diversamente — e forse pretendere che l'anno che verra' sia piu' facile sarebbe come credere alla favoletta degli almanacchi nuovi.
Mangiate qualcosa di dolce stasera, pero', perche' e' di buon augurio.


mercoledì, 13 settembre 2006
Parole sante — probabilmente buttate al vento
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 9:51 am

Volevo scrivere qualcosa sul nuovo governo palestinese — e sulla chiusura preventiva al dialogo che e' venuta da Olmert. Ma Bradley Burston su Ha'aretz ha detto le cose giuste molto meglio di quanto avrei mai potuto fare io — e quindi cito, un po' sconsolatamente:

We, all of us in the Holy Land, Israel and Palestine together, are the united states of No. We live in the subcontinent of No. So enamored are we of the word, that in any negotiation over the return of captives, the disposition of land, the future of our peoples, our opening bargaining position boils down to No.
Negotiate with the elected government of the Palestinian people? No way – they're terrorists. Recognize the state of Israel? No way – it is occupying the land of Palestine.

Vale la pena di leggere l'articolo intero: ma non c'e' da sperare che qualcuno ascolti.


La Provincia di Chieti rispolvera lo slogan "Il lavoro rende liberi". Pare che il Presidente l'abbia letto da qualche parte.



lunedì, 21 agosto 2006
Repetita iuvant?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:25 am

Della vicenda della dichiarazione dell'UCOII che equipara Israele ai nazisti non ho voglia di parlare — anche perche' mi pare che se ne stia parlando pure troppo. Pero' mi pare che sia sempre piu' diffusa l'abitudine di dare del fascista ("islamofascista"?) o del nazista ("nazisionista"?) a questo e a quello — e questo mi pare preoccupante, perche' indica una perdita del senso delle proporzioni e della memoria storica. E' appena il caso di ribadirlo: in Medio Oriente non e' in corso — e non e' in progetto — nessun genocidio.
Si puo' pensare e dire tutto il male possibile di Israele e della sua aggressivita' spesso priva di ragionevolezza, oltre che di pieta' umana — ma Israele non sta pianificando lo sterminio degli Arabi — e nemmeno di quella frazione degli Arabi che e' il popolo palestinese. Per converso, nonostante le dichiarazioni bellicose degli Ahmadinejad di turno, che vanno lette alla luce di una tradizione retorica e di una necessita' di propaganda interna, i vari pezzi del mondo islamico non hanno in progetto una seconda soluzione finale. Gli attacchi e gli attentati contro Israele sono gravissimi e bisogna fermarli, ma non mettono in pericolo l'esistenza del popolo israeliano, e men che meno del popolo ebraico. Di conseguenza chiamare in causa il nazismo e le memorie della Shoah e' sbagliato moralmente e politicamente.
Non aggiungo altro, anche perche' una delle miserie di questo argomento polemico e' che costringe a ripetersi — ed e' una ripetizione di cui sospetto l'inutilita'.


Poco tempo e poca voglia per scrivere in questi giorni. Ma segnalo questo editoriale di Ha'aretz che dice proprio quello che penso.



mercoledì, 16 agosto 2006
Ora che il cannone tace
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 3:22 pm

mi limito a segnalare tre articoli di Ha'aretz che secondo me riassumono la situazione in maniera esemplare.

- Reuven Pedatzur analizza l'entita' e le ragioni della sconfitta militare israeliana:

This is not a mere military defeat. This is a strategic failure whose far-reaching implications are still not clear. [...] Just like the Six-Day War led to a strategic change in the Middle East and established Israel's status as the regional power, the second Lebanon war may bring about the opposite. The IDF's failure is eroding our national security's most important asset – the belligerent image of this country, led by a vast, strong and advanced army capable of dealing our enemies a decisive blow if they even try to bother us. This war, it soon transpired, was about "awareness" and "deterrence." We lost the fight for both.

- In conseguenza della sconfitta, Kadima, il partito di Olmert e di Peres, si sta risolvendo ad abbandonare il piano di convergenza (cioe' l'idea del ritiro unilaterale da una parte del West Bank), sulla base della convinzione diffusa che abbandonare territori senza negoziati e garanzie non potra' che portare a ulteriori minacce alla sicurezza interna di Israele, sul modello del Sud-Libano e della Striscia di Gaza. Questo lascia Kadima — e il governo — senza uno straccio di strategia per la questione palestinese.

- A questo proposito, Gideon Samet in una limpida analisi sostiene che la guerra in Libano ha aperto una nuova epoca, in cui la sicurezza non puo' dipendere soltanto dalla forza militare e che di conseguenza e' inevitabile arrivare a soluzioni negoziate dei conflitti in corso, in particolare di quello con i Palestinesi. In questo compito il miglior partner di Israele non puo' che essere l'Europa, non gli Stati Uniti.


Shmuel Rosner ha messo insieme una interessante "war guide to winners and losers"



venerdì, 11 agosto 2006
Sofia e l'imbecille
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 11:59 am

Ho sempre avuto la sensazione che Jostein Gaarder (il norvegese autore del fortunato Il mondo di Sofia) fosse un furbetto privo di qualunque spessore intellettuale, una specie di Paulo Coelho con qualche infondata pretesa in piu'.
Ora devo fare le mie scuse a Paulo Coelho per il mio paragone mentale, perche' scopro che Gaarder e' — ad essere benevoli — un imbecille che ha pubblicato qualche giorno fa su Aftenposten un testo violentissimo (qui una versione inglese non ufficiale: Aftenposten e l'autore si sono vergognati troppo per tradurre l'articolo; in inglese pero' il quotidiano pubblica diverse reazioni) in cui mescola l'attacco alle politiche di Israele con i peggiori argomenti della retorica antisemita. Di solito sono cauto a dare dell'antisemita a qualcuno (in particolare non credo che sia antisemitismo la critica, pure violenta, alle politiche di Israele): ma Gaarder lo e' — senza dubbio alcuno. O almeno scrive da antisemita. E non mi si tiri fuori la storiella del modello letterario delle profezie di Amos: Gaarder usa un artificio retorico come foglia di fico per scaricare il suo livore contro l'ebraismo — di cui fa un ritratto caricaturale e fitto di ogni possibile ignoranza e pregiudizio.
Evidentemente, frequentare la filosofia non basta a diventare persone decenti.


giovedì, 10 agosto 2006
Penelope al governo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 2:44 pm

Se il racconto di Aluf Benn sull'andamento della riunione di governo che ieri ha deciso l'allargamento delle ostilita' e' attendibile, e' evidente che la parte politica e' in un notevole marasma e sta subendo in questo momento decisioni assunte dai comandi militari — e non viceversa. Il che spiega la scarsa chiarezza degli obiettivi politici della guerra — e probabilmente spiega anche come dopo l'annuncio dell'escalation oggi le notizie ufficiali parlino di un rinvio di qualche giorno dell'offensiva per dar tempo alle diplomazie. Olmert sta facendo come Penelope — la tira in lungo per non dover decidere tra soluzioni tutte sgradite e pericolose.


mercoledì, 9 agosto 2006
L'istinto del giocatore
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 4:43 pm

L'escalation militare in Libano ci sara'. Cosi' ha deciso il governo Olmert di fronte alla pressante richiesta del capo di stato maggiore di Tsahal, Dan Halutz, secondo il quale "l'estensione delle operazioni e' necessaria a garantire una diversa conclusione della guerra" (che e' un bel modo di ammettere che finora e' andata malissimo). L'obiettivo delle operazioni, di cui si stima la durata in trenta giorni, e' la conquista dell'area a sud del fiume Litani (la vecchia "fascia di sicurezza" che Israele aveva mantenuto sotto occupazione dopo il 1982), ma anche posizioni a nord del fiume, in particolare lungo la valle della Bekaa: l'intento e' evidentemente lo scardinamento dell'impianto di comando, controllo, comunicazioni e logistica che permette a Hezbollah di operare.
La scelta israeliana comporta costi pesanti, sia per il Libano che per Israele: si prevedono alcune centinaia di caduti tra i combattenti (e di conseguenza nell'ordine delle migliaia tra i civili, anche ammettendo che la proporzione di questi giorni, uno a dieci, si riduca un po', dato che i combattimenti di terra sono meno indiscriminati dei bombardamenti aerei); le distruzioni materiali saranno estese e profonde, perche' gli obiettivi di Tsahal non possono non essere le infrastrutture che permettono il movimento e la comunicazione delle milizie sciite. Al tempo stesso, l'offensiva non sara' in grado di garantire, per molti giorni ancora, nemmeno il suo scopo minimale, che e' la cessazione degli attacchi con i razzi sul territorio israeliano: solo un controllo incontrastato dell'area e la distruzione delle rampe ad una ad una possono ottenere questo scopo — e ci vuole tempo, probabilmente piu' tempo di quello di cui Tsahal dispone.
Anche in questo caso, Israele, spinto dal fantasma della sconfitta e dalle polemiche interne sull'inconcludenza dell'azione dell'esercito, si sta gettando in una impresa militare senza avere chiarito gli obiettivi politici che vuole conseguire. E' una mossa quasi disperata, che somiglia molto a quella del giocatore d'azzardo che sta perdendo anche la camicia: alzare la posta e sperare che la roulette faccia uscire il numero fortunato: la reazione che fa la gioia di qualunque biscazziere — e non e' da escludere che Nasrallah in questo momento stia brindando al buon esito della sua trappola.

P. S. Intendiamoci: io non sono uno di quelli che pensano che il Libano dovesse restare per sempre sotto tutela siriana. Pero', con l'esercito siriano accampato nella Bekaa, Israele avrebbe dovuto essere assai piu' prudente. L'assenza dell'ingombrante vicino non si sta rivelando una buona maniera di salvaguardare l'indipendenza libanese.
Non ho le idee chiare — su questo punto — ma e' argomento su cui mi pare valga la pena di ragionare.


mercoledì, 9 agosto 2006
Subito dopo la guerra
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 11:37 am

Gideon Samet su Ha'aretz:

[...] In a way that is still unclear to this government, the war, like many in history, is also a special opportunity for a new diplomatic move. Ehud Olmert understands that unilateral convergence has been hit with a crushing missile. [...] Nothing can be unilateral any longer. Not dealing with Hezbollah, not withdrawing from the West Bank, no boastful patter about Israel's power to arrange matters as it sees fit. The new age now forced on Israel is one of dialogue with those pulling the strings in the West as with our neighbors. [...] To many in Israel who in their minds have yet to take their finger off the trigger toward Lebanon, Gaza and the West Bank, it may seem surprising that this is the time to move to a completely different front. Now, after the mutual killing, circumstances are ripe for a wider Israeli assault in favor of serious negotiations with Hamas and the Palestinian administration. This is also the time to talk to Syria, or at least to take its pulse.
This is the right time to bring forth everything the Israeli genius can, despite its famed historic limitations, toward dialogue, clear bilateralism, arrangements, humanitarian sensitivity, a lowering of the repulsive macho tone that Olmert is not lacking. A crack has opened toward another age. Olmert and company will be courting our disaster if they do not move toward it with a firm step.


Jean François Daguzan su Le Monde dice cose che condivido sulla strategia militare israeliana in Libano



Tahar Ben Jelloun e Amos Gitai sulla guerra in Libano (da Le Monde, ovviamente)



Un post importante sul tema dell'acqua nel conflitto israelo-libanese. Petrolio e' un blog davvero interessante.



martedì, 8 agosto 2006
Un provvisorio punto della situazione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 2:42 pm

In questi giorni ho accumulato un po' di letture e di riflessioni sulla guerra in Libano. Se come temo alcuni link sono nel frattempo andati offline, segnalatemeli: ho fatto copie locali di tutti gli articoli.

A volte essere buon profeta e' tanto facile quanto spiacevole. Israele sta perdendo la guerra in Libano:
- la sta perdendo sul terreno, innanzi tutto: Haifa e il nord del paese sono sotto attacco quotidiano da perte dei razzi di Hezbollah, le perdite sono alte, i progressi poco visibili — e il fattore tempo non gioca a favore di Israele.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi militari (anche perche' non erano chiari e definiti in partenza), come riferiva gia' il 5 agosto questo interessante reportage di Libération: i soldati catturati continuano ad essere nelle mani di Hamas e di Hezbollah, le capacita' militari della milizia sciita libanese non sono state annientate, anche se certamente hanno subito qualche ridimensionamento, la "fascia di sicurezza" che Israele vuole nel sud del Libano e' tutto tranne che assicurata; solo un'escalation ulteriore del conflitto, con l'attacco alle retrovie di Hezbollah nella valle della Bekaa e con azioni su larga scala volte alla demolizione sistematica dell'infrastruttura logistica, potrebbe a questo punto dare ad Israele una vera vittoria sul piano militare. Gia' qualche giorno fa un analista serio come il generale Jean sulla Stampa si era espresso in questo senso [non trovo l'articolo online; questo, del 26 luglio, dice cose in parte analoghe]; oggi perfino un giornale di sinistra come Ha'aretz, che pure avanza forti riserve sul senso e la conduzione della guerra, caldeggia l'escalation, proprio a partire dalla constatazione della sconfitta sul campo:

Let there be no doubt: Despite the efforts of the prime minister and IDF generals to enumerate the IDF's achievements, the war as it approaches its end is seen by the region and the world – and even by the Israeli public – as a stinging defeat with possibly fateful implications.

Tuttavia l'escalation avrebbe rischi e costi politici, militari ed umani difficilmente sostenibili: e' da sperare che ad Israele manchino il tempo e la volonta' politica per andare in questa direzione.

- la sta perdendo sul piano degli strumenti diplomatici: tanto che la bozza di risoluzione ONU — che pure e' frutto di un compromesso molto favorevole a Israele — arriva perfino a prevedere che lo stato ebraico faccia concessioni territoriali (la questione delle "fattorie di Sheba", per la cui importanza rimando a questo articolo apparso oggi su L'Orient-Le Jour di Beirut); nell'ipotesi disegnata dal primo ministro libanese Siniora il dispiegamento dell'esercito nel sud del paese avverra' con il consenso di Hezbollah e quindi la milizia sciita avra' modo di conservare il suo potenziale offensivo. Inutile dire che il massacro di Qana e' stato determinante nell'alienare ad Israele i consensi internazionali necessari a una soluzione per lei positiva. In questo senso ho trovato illuminante un articolo di Nehemia Shtrasler uscito su Ha'aretz del primo agosto:

Now, after the tragic events in Qana, which killed some 60 civilians, even Israel's greatest ally has changed direction and says it wants a speedy cease-fire. [...] Based on what has happened in the field, nothing remains of the grandiose goals of the beginning of the war.
Soon we will start to long for the excellent agreement offered by the G-8 at the beginning of the war. Today, it, too, is unattainable.

- la sta perdendo sul piano della percezione nazionale: il fronte interno mostra, pur nel sostegno generalizzato all'azione militare, segni di nervosismo e di perdita di coesione. L'opinione pubblica israeliana *si sente* sconfitta di fronte alla capacita' di Hezbollah di reagire e di continuare a colpire. Ze'ev Sternhell gia' il 3 agosto definiva quella in Libano "The most unsuccessful war".
In queste condizioni, tra l'altro, anche l'attuazione del piano di convergenza del governo Olmert si dimostrera' particolarmente difficile, perche' avranno buon gioco gli avversari di qualunque ritiro dal West Bank ad invocare il doppio precedente del Libano e della Striscia di Gaza: territori — sosterranno — da cui Israele si e' ritirato unilateralmente e dai quali viene una minaccia forte alla sicurezza dei cittadini, che nemmeno una guerra su larga scala e' in grado di neutralizzare.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi politici: il consenso per Hamas in Palestina e' alle stelle (al 55% secondo un sondaggio riportato da Repubblica lo scorso 7 agosto) — e i moderati palestinesi sono chiusi all'angolo; in Libano Hezbollah e' il partner determinante per definire la cessazione delle ostilita' ed ha riguadagnato favore e solidarieta' presso la popolazione e presso la classe politica. Il primo ministro Siniora non esita a dire che gli obiettivi di Hezbollah sono gli obiettivi di tutti i Libanesi e che senza l'accordo di tutti i partiti non ci sara' alcun invio di forze internazionali nel sud del paese: se pure dovra' ridurre il proprio potenziale militare dopo il cessate il fuoco, il partito sciita ha gia' riguadagnato ampiamente sul piano politico quel che perdera' sul piano degli armamenti. Il risultato e' che il governo Olmert si trovera' una Palestina in cui il prestigio di Hamas non sara' piu' discutibile e un Libano in cui l'unita' politica delle varie fazioni avra' come comune denominatore l'avversione a Israele. Amir Oren traccia cosi' il quadro di chi e' il vero vincitore del conflitto, ad oggi:

In Western terms, if the cease-fire resolution is accepted in its current formulation, then Nasrallah lost the confrontation with Israel during the past month. In Eastern terms, which are the ones that really count in this part of the world, he only improved his position by taking a step backward in anticipation of the next round. The cease-fire depends on the agreement of the government of Lebanon and, at this point, that depends on Nasrallah. If the world is impatient to close the Lebanese case and move on, Nasrallah is capable of giving it and Israel the runaround – and of racking up further concessions. He exists, therefore he is important.

A titolo di provvisoria conclusione: Israele e' entrata in questa guerra con obiettivi mal definiti e senza una strategia politica, rispondendo in termini puramente militari a un'aggressione politicamente assai meditata da parte di Hamas e di Hezbollah. Com'era ovvio, sono stati questi ultimi a trarne vantaggio. Come suggerisce Akiva Eldar in questo articolo, c'e' una sola cosa che il governo Olmert potrebbe fare per rovesciare il tavolo e garantirsi una soluzione politicamente vantaggiosa del conflitto: riaprire le trattative tanto con la Siria per il Golan, quanto con i Palestinesi per la cessazione dell'occupazione — allargando all'improvviso l'orizzonte, e chiedendo con assoluta fermezza nello stesso tempo che la comunita' internazionale garantisca la sicurezza rispetto alle ambizioni nucleari dell'Iran, Israele potrebbe ottenere molto di piu' che con la guerra anche sul difficile terreno libanese. Ma a Gerusalemme tira tutt'altro vento — e nulla di simile accadra'.


mercoledì, 2 agosto 2006
Tisha b'Av
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 8:00 pm

C'e' una neppure troppo sottile ironia nel fatto che nel giorno dell'afflizione per la distruzione del Tempio — il segno dell'annichilimento di Israele come realta' politica — ci si trovi a dover riflettere sulle (e ad affliggersi per le) vittime causate dall'eccesso di potenza della nuova Israele. Spero che questa riflessione (e quest'afflizione) accompagni chi puo' in qualunque misura influire sugli avvenimenti — insieme alla consapevolezza che nella storia di Israele la presunzione di potenza non e' mai stata una buona politica.


Sottoscrivo in pieno questo articolo del vecchio Jimmy Carter sugli eventi in Medio Oriente.



Una interessante lettura economica del conflitto tra Israele e Libano su Il rumore dei miei venti.



giovedì, 20 luglio 2006
Qui e li'
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 2:19 pm

Farfintadiesseresani cita un passo del mio pippone sulla guerra tra Palestina, Libano e Israele. E aggiunge che il mio sarebbe "uno dei pezzi più informati e interessanti apparsi in giro sul conflitto in Medio Oriente. Pezzo di cui qui, peraltro, non si condividono premessa e conclusioni".
Ringrazio dell'apprezzamento — pero' il brano citato senza contesto e' fuorviante — e qui si sarebbe parecchio curiosi di sapere perche' li' non si condividono premessa e conclusioni.


Un'analisi interessante sugli effetti (nulli o quasi) dell'azione israeliana rispetto ad Hezbollah.



mercoledì, 19 luglio 2006
Le strane simmetrie di una guerra asimmetrica
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 12:36 pm

Premetto : non credo che abbia senso stare da una parte o dall'altra nella(e) guerra(e) tra Israele e i suoi vicini. Nella migliore delle ipotesi hanno torto marcio tutti. Quindi non spendero' una sola parola per dire chi ha ragione (d'altronde si sprecano quelli che lo fanno) — la mia empatia con Israele e' nota anche ai sassi e non viene certamente meno adesso che (non dimentichiamolo, nonostante l'asimmetria della risposta) e' stata aggredita: ma l'ultima cosa di cui Israele ha bisogno sono volenterosi supporter. Cerco invece di fare qualche qualche riflessione — e di capire cui prodest. Segue pippone.

Cominciamo con una novita': Israele sta subendo pesanti sconfitte nella guerra che si combatte ai suoi confini settentrionali e meridionali. Certo, il conto delle vittime e delle distruzioni farebbe sembrare il contrario, ma siamo in una guerra asimmetrica, in cui il vantaggio e lo svantaggio dei contendenti si misura su metri diversi:
- Gli scontri di frontiera a Gaza e al confine libanese sono costati all'IDF numerosi morti (una dozzina, se non ricordo male) e tre soldati fatti prigionieri (il termine rapiti mi pare improprio, trattandosi di combattenti): si tratta di una sconfitta cocente, sia sul piano strettamente militare, perche' l'esercito ha dimostrato di essere vulnerabile ad attacchi che dovrebbe poter fronteggiare senza difficolta', sia sul piano politico, perche' i soldati catturati danno *comunque* un forte potere di scambio ai nemici palestinesi e libanesi, sia infine sul piano propagandistico, perche' Hamas ed Hezbollah si accreditano come forze capaci di colpire Israele dove fa male: un risultato importante presso le opinioni pubbliche arabe, ma anche presso quella israeliana.
- La corvetta Hanit — una delle navi di punta della piccola ma robusta marina israeliana — e' stata colpita da un obsoleto missile di fabbricazione cinese lanciato da Hezbollah al largo delle coste libanesi: esagerando un po' — ma tanto per capirci — e' come se avessero abbattuto un aereo con arco e frecce. Ci sono stati quattro morti nell'equipaggio, la nave ha subito danni piuttosto gravi e ha rischiato di essere affondata. Per una marina militare che non subiva perdite in combattimento almeno dalla guerra del Kippur e' un colpo mica da poco, che sta sollevando un vespaio di polemiche in Israele.
- Haifa e' ormai sistematicamente oggetto dei bombardamenti di Hezbollah. Il lancio di razzi sul territorio israeliano non e' una novita', ma finora si era limitato alle zone di frontiera e a piccoli centri come Sderot a sud o Qiryat Shmona a nord: Haifa e' nel cuore del paese ed e' la terza citta' di Israele, dopo Tel Aviv e Gerusalemme. E' un salto di qualita' anche rispetto agli attentati suicidi, proprio perche' implica una capacita' *militare* di colpire, una vera e propria simmetria, nella guerra asimmetrica, tra Israele e i suoi nemici*.

La strategia militare israeliana si fonda da dopo il 1948 sulla capacita' di portare la guerra sul territorio nemico, senza permettere che il nemico la porti in Israele. Si tratta di una strategia — vorrei farlo notare — assolutamente *difensiva* e non offensiva, che parte da due constatazioni di fatto: la prima e' che Israele non ha spazio da cedere in una guerra (se si combatte sul suo territorio vuol dire che gli obiettivi fondamentali sono gia' persi); la seconda e' che, nel bilancio delle forze in campo, non ha uomini da perdere nello scontro, e che ogni vittima militare o civile non e' rimpiazzabile (quindi ogni morto israeliano "pesa" di piu' di quelli nemici: non e' razzismo o disprezzo dell'altro — e' una banale constatazione demografica**). Questo implica che IDF sia (ed appaia) sostanzialmente invincibile: altro non e' il famoso "muro di ferro". La guerra in corso sta mettendo in crisi proprio la percezione di invulnerabilita' dell'IDF e questo spiega probabilmente la violenza della reazione israeliana: e' un tentativo di ristabilire, sul terreno e in termini di immagine, l'asimmetria strategica su cui si fonda la sicurezza (e la percezione di sicurezza) del paese. In questo senso si tratta di una risposta necessitata, per non dire di un riflesso condizionato.

Tuttavia, scatenando una campagna militare su vasta scala, Israele risponde di fatto in maniera *qualitativamente* simmetrica e prevedibile, anhe se *quantitativamente* asimmetrica, all'offensiva nemica. Di fatto, sta ballando sulla musica suonata da Hamas ed Hezbollah. Sono i movimenti islamisti che hanno l'iniziativa e che definiscono il terreno dello scontro secondo quanto conviene loro: clausewitzianamente, fanno della guerra la continuazione della politica con altri mezzi, cosa che Israele non pare capace di fare. Tra le molte asimmetrie della guerra in corso, questa e' forse la piu' significativa: Israele ha la forza militare ma non la capacita' politica per vincere, Hamas e Hezbollah non hanno altrettanta forza militare, ma usano quella del nemico per garantirsi vantaggi politici significativi:
- Il governo di Hamas era in grave difficolta' politica e aveva dovuto accettare il referendum voluto da Abu Mazen sul "piano dei prigionieri" (il cui esito, verosimilmente, avrebbe costituito un riconoscimento de facto di Israele): l'attacco al posto di frontiera e la cattura del caporale Gilad sono chiaramente stati un tentativo (perfettamente riuscito) di sabotare il processo politico. La risposta pesantissima di Israele ha infatti ricompattato l'opinione pubblica palestinese intorno alle posizioni piu' dure e seppellito l'ipotesi del referendum, togliendo i falchi di Hamas dall'angolo.
- Hezbollah stava subendo fortissime pressioni per disarmare le proprie milizie — l'attacco israeliano al Libano sta indebolendo il governo di unita' nazionale e parallelamente restituendo un ruolo forte alla Siria; per di piu' in questo contesto la richiesta di disarmo della milizia suonerebbe all'opinione pubblica libanese come una resa al diktat del nemico israeliano e non come un necessario passaggio per la pacificazione nazionale. Anche in questo caso, Israele sta facendo un grosso regalo politico ai suoi nemici.

Per concludere: se l'obiettivo di Olmert e' la sicurezza attraverso l'indebolimento dei movimenti estremisti islamici — o a maggior ragione se l'obiettivo e' il disimpegno dai Territori e la nascita di uno stato palestinese con cui convivere in ragionevole sicurezza — la reazione militare di questi giorni e' una risposta perdente, perche' rafforza gli avversari arabi ed israeliani di quella prospettiva. Ma se l'obiettivo fosse, simmetricamente alle esigenze di Hamas e di Hezbollah, perpetuare l'insicurezza e congelare sine die ogni processo politico — allora il governo israeliano avrebbe fatto la scelta migliore. Per ottenere che cosa? per poter arrivare alla definizione unilaterale dei confini di Israele e quindi all'annessione, riconosciuta dalla comunita' internazionale, della maggior parte degli insediamenti nel West Bank. Ma di questo, cioe' del "piano di convergenza", parlero' un'altra volta, se trovero' il tempo…

* Vorrei per altro far notare che Hamas ed Hezbollah hanno avviato le ostitlita' attaccando per lo piu' obiettivi militari: i posti di frontiera, le unita' combattenti nemiche, i centri logistici come la stazione merci di Haifa, ecc. Hanno cioe' alzato il livello dello scontro colpendo simbolicamente (ma non solo simbolicamente) bersagli "simmetrici", obiettivi di guerra e non di attacchi terroristici. Anche il bombardamento di obiettivi civili, per altro, non e' che un'immagine simmetrica (non voglio dire una risposta) di quelli che Israele conduce sistematicamente nei Territori e in Libano (penso alla distruzione di centrali elettriche, ponti, edifici pubblici — e alle perdite civili connesse): in altri termini, i nemici di Israele stanno conducendo una guerra il piu' possibile "simmetrica" — l'asimmetria e' se mai nella rappresentazione che ne danno i media occidentali: se Israele bombarda i sobborghi o il porto di Beirut colpisce obiettivi militari (cosi' il GR RAI un paio di giorni fa); se Hamas colpisce i militari di un posto di frontiera israeliano e' un attacco terroristico.
(Non sto dicendo — per favore non fraintendete — che Hamas fa bene e/o che Israele fa del terrorismo. Dico solo che nella guerra in corso le modalita' dello scontro sono sorprendentemente simmetriche e che forse i nostri mezzi di informazione farebbero bene a darne conto).

** Un'altra simmetria/asimmetria interessante (evito qui valutazioni di ordine etico, mi limito a descrivere quel che vedo): Israele considera le vite dei suoi cittadini assolutamente *non spendibili*; quando colpisce i civili palestinesi e libanesi lo fa perche' paradossalmente scommette sul fatto che anche i loro governi considerino quelle vite non spendibili — e quindi con un obiettivo di deterrenza, piu' che di ritorsione. Hamas ed Hezbollah invece palesemente ritengono le vite dei loro concittadini assolutamente spendibili per conseguire obiettivi politici e d'altronde hanno chiarissimo che Israele non fa altrettanto con quelle dei propri abitanti: questa diversa percezione spiega l'assoluta inefficacia della politica israeliana della deterrenza e degli attacchi ai civili.


Un panorama curioso di come la blogosfera israeliana reagisce alla guerra in questo articolo di Ha'aretz.



domenica, 16 luglio 2006
Non lo dice soltanto la sinistra anti-israeliana
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:22 pm

Every neighborhood has one, a loudmouth bully who shouldn't be provoked into anger. He's insulted? He'll pull out a knife. Spat in the face? He'll draw a gun. Hit? He'll pull out a machine gun. Not that the bully's not right – someone did harm him. But the reaction, what a reaction! It's not that he's not feared, but nobody really appreciates him. The real appreciation is for the strong who don't immediately use their strength. Regrettably, the Israel Defense Forces once again looks like the neighborhood bully. A soldier was abducted in Gaza? All of Gaza will pay. Eight soldiers are killed and two abducted to Lebanon? All of Lebanon will pay. One and only one language is spoken by Israel, the language of force.

Lo dice Gideon Levy su Ha'aretz; tutto l'articolo merita una lettura. Sull'argomento spero di tornare in serata, se il lavoro e il figliolo permettono…


Una posizione ebraica molto condivisibile su Benedetto XVI ed Auschwitz (da Ha'aretz).



Oggettivamente, questo articolo di Biagi sull'Espresso e' uno schifo.



Me l'ero perso, e lo scopro grazie a Rachele: Ebrei for dummies.



mercoledì, 7 giugno 2006
Responsabilità diffusa..
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto da waldorf alle 8:23 am

Sul sito de La Stampa leggo che il Tribunale amministrativo di Tolosa ha condannato le Ferrovie Francesi a risarcire il danno agli eredi di un deportato trasportato verso il lager, come molti altri, su un treno francese. Pare che nella sentenza sia scritto: «L'amministrazione non poteva ignorare che il trasporto era il preludio della deportazione, ma non si è mai opposta».
Il male e' cosi' banale che spesso si incarna anche in un dirigente della SNCF e magari addirittura in un ferroviere. Non si accontenta di poche centinaia di introdotti, come pare che qualcuno creda. Preferirei che fosse cosi' poco diffuso.


Da Uyulala ricevo la segnalazione di questo articolo sul Papa ad Auschwitz. Mi pare assai condivisibile.



mercoledì, 31 maggio 2006
In unum Deum?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 1:41 pm

Avevo iniziato a rispondere a Fabrizio nei commenti a questo post; poi mi sono reso conto che stavo scrivendo troppo — e cosi' e' diventato un post autonomo — ma senza perdere lo stile di una risposta ad personam.

Non vorrei fare una discussione teologica, che esula dalle mie competenze e dallo spazio di un blog. Quel che intendevo e' che sul piano *storico-religioso* la divinita' dei Cristiani e quella degli Ebrei non sono sovrapponibili: se preferisci, sono rappresentazioni separate e divergenti della divinita'. E che — parlando di Auschwitz e della Shoah — il rispetto delle vittime ebree richiede *come minimo* che non si tenti di "cristianizzare" la loro fine — o di omogeneizzare tutto in una lettura cristiana della divinita' e della stessa Shoah.
Gli Ebrei d'Europa sono stati sterminati perche' Ebrei, non perche' credevano in una divinita' indistinguibile da quella cristiana — e tanto meno per colpire una concezione religiosa cristiana. Di questa alterita' erano talmente consapevoli da andare a morte — lo ripeto — recitando il Kaddish, santificando il nome di D-o. Proclamando cioe' che morivano per il loro D-o — non per un generico Dio della civilta' occidentale. A questa alterita' bisognerebbe lasciare spazio e — ripeto — rispetto.
Invece vedo da tante parti una corsa a cristianizzare la Shoah: i discorsi del Papa, compreso l'ultimo, in cui indica la Croce di Cristo come risposta ad Auschwitz, le presunte rivelazioni di Fatima sullo sterminio degli Ebrei (ancora una volta non per se', ma in quanto radice del Cristianesimo) — per giungere nel piccolo alla tua lettura biblica. Indubbiamente Isaia, 53 in chiave cristiana e' una prefigurazione di Gesu' come Messia — lo sanno i bambini che passano a Comunione — certo non e' una prova sostenibile di fronte a una prospettiva ebraica, non ti pare?

Nota a margine: proprio sull'alterita' tra divinita' cristiana e divinita' ebraica sto leggendo un libro di Harold Bloom, Gesu' e Yahve', Rizzoli, Milano 2006. A tratti e' fastidioso e non credo che sia sempre impeccabile — ma potrebbe essere una buona base di discussione — prima di concludere in maniera tanto definitiva che Cristianesimo ed Ebraismo condividono una stessa divinita'.


martedì, 30 maggio 2006
D-o tace e il Papa parla troppo (2)
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:09 am

Colpevolmente, mi ero perso il pezzo forse piu' terribile del discorso di Benedetto XVI:

In fondo, quei criminali violenti, con l'annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all'uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell'uomo, del forte.

Benedetto XVI nega di fatto alla Shoah perfino una autonoma natura di catastrofe dell'ebraismo — in una lettura tipicamente cristiana dei rapporti con l'ebraismo stesso, che conta esclusivamente in quanto "predecessore", "radice" della "vera fede": dire che Hitler volle la Shoah per attentare alle radici stesse della fede cristiana e' cancellare un'altra volta le vittime, quegli Ebrei che andavano verso le camere a gas recitando il Kaddish, a santificazione del nome di D-o — e non certo del Dio dei cristiani.

Segnalo, perche' riflettono pienamente il mio pensiero, gli articoli di Giovanni De Luna e Gian Enrico Rusconi sulla Stampa di oggi.

[Continua qui]


lunedì, 29 maggio 2006
D-o tace e il Papa parla troppo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:03 am

Questo blog proprio non ce la fa, da parecchio tempo, a tenere un ritmo di post decente. Non mancherebbero le cose da dire — anzi l'elenco degli appunti si allunga di giorno in giorno — mancano il tempo e la concentrazione, dedicati sempre piu' a lavoro e figlioli. Prima o poi migliorera'… o no?

Pero' il Papa che va ad Auschwitz e dichiara che la Shoah e' stata responsabilita' di pochi criminali, assolvendo il popolo tedesco "vittima" del nazismo, e' troppo per stare zitto. Auschwitz fu un'immensa opera collettiva. Impossibile senza una partecipazione attiva e massiccia, non solo dei tedeschi nella loro maggioranza, ma anche di molti altri popoli europei. Ridurre la Shoah alla colpa di pochi non solo e' una intollerabile operazione di giustificazione — ma finisce per dare di Auschwitz un'immagine del tutto distorta: come se fosse l'opera di qualche pazzo disumano, un'eccezione o un incidente di percorso. Accusare il silenzio di D-o e' sicuramente giusto — ma guai a dimenticare che Auschwitz e' opera degli uomini — di uomini concreti e reali, che portano colpe concrete e reali — e di massa, perche' nulla di tutto cio' sarebbe mai accaduto se davvero i responsabili fossero stati un manipolo di deviati.

Scopro che questo post, insieme ad uno di Passi nel deserto, e' finito su Libero Blog. Il dibattito che ne e' nato mi pare sconfortante — e tutto centrato sul cattolicesimo.
[Continua qui]


mercoledì, 19 aprile 2006
Perche' l'Italia si e' opposta?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 4:09 pm

Ho sentito stamani su Radio RAI (uno dei GR della fascia tra le otto e le nove, ma non ricordo quale — e quindi non sono in grado di riportare il link) che si e' raggiunto un accordo per rendere accessibile alla consultazione l'archivio dell'ITS di Bad Arolsen. Il GR diceva anche che l'apertura di questo importante archivio, che contiene informazioni *personali e sensibili* su circa diciassette milioni di persone recluse nei campi, era stata a lungo rinviata per l'opposizione della Germania e dell'Italia. Ho trovato questa notizia che conferma il contenuto essenziale dell'informazione del GR e spiega i motivi della contrarieta' tedesca — ma ignoro le ragioni dell'opposizione italiana. Qualcuno ne sa qualcosa di piu'?


Akiva Eldar su Ha'aretz dice cose molto convincenti sulle trattative per il nuovo governo in Israele e sulle politiche che Kadima e la sua coalizione stanno mettendo in cantiere.



martedì, 28 marzo 2006
Le elezioni
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 9:25 am

(in Israele, non qui)

Si vota in Israele, in queste ore. Da piu' parti, sia laggiu', sia qui in Europa (ultimi esempi, Igor Man sulla Stampa di ieri e il brutto articolo della solita Fiamma Nirenstein su quella di oggi), si stanno contrabbandando queste elezioni come una specie di referendum sulla pace e sui territori. Se Kadima, il partito fondato da Sharon e in cui sono confluiti i segmenti "centristi" del Likud e dei Laburisti, avra' un'affermazione sufficientemente forte, allora si procedera' sulla linea del disimpegno unilaterale dalla Cisgiordania — altrimenti tutto torna in discussione. Se Kadima vince — e' il retropensiero — si fa la pace senza sporcarsi le mani con Hamas — se no il processo di pace si ferma a tempo indeterminato.
Questa linea di interpretazione e' fuorviante per almeno due motivi. Il primo e' che un processo di pace non c'e', ne' senza Hamas ne' con Hamas. Il processo di pace e' fermo — l'occupazione continua con la brutalita' di sempre — e non certo perche' Hamas ha vinto le elezioni: e' fermo da ben prima — Israele ha oggettivamente favorito l'affermazione di Hamas non concedendo alcun progresso all'amministrazione di Fatah — in un certo senso Sharon e' stato il vero grande elettore dei fondamentalisti islamici in Palestina — proprio attraverso il blocco sostanziale del processo di pace — che non ha fatto altro che passi indietro dopo Gaza.
Il secondo e' che comunque queste elezioni non daranno ne' a Kadima, ne' ad alcuno dei contendenti principali, una maggioranza chiara. Nella migliore delle ipotesi il partito di Olmert raggiungera' i 36 seggi su 120 nella Knesset; i laburisti non andranno al di sopra dei 20-22; il Likud stara' tra i 15 e i 20. Qualunque coalizione Olmert vorra' tentare di formare, sia a sinistra che (improbabilmente) a destra, dovra' cercare l'appoggio di alcuni partiti minori per raggiungere la maggioranza. Quindi ci si potra' aspettare il solito groviglio di veti incrociati, di compromessi sfiancanti ed al ribasso, di politiche annunciate e smentite dai fatti (e' il bello del proporzionale, baby, quello che noi in Italia siamo andati a riesumare…). Quindi il supposto referendum avra' tutto tranne che una risposta chiara.
Tutto negativo, allora, in queste elezioni? No — a patto di guardare avanti, al medio termine — e sempre che la situazione consenta una prospettiva temporale cosi' lunga. Perche' il fatto nuovo di queste elezioni e' che per la prima volta da anni il mainstream della politica israeliana si e' liberato di una sorta di abbraccio mortale tra le diverse parti, che impediva qualunque dialettica e qualunque progresso. Il Labour, liberatosi dolorosamente di Peres e sotto la guida di Amir Peretz, sta ricominciando a fare il partito di sinistra. Il Likud si e' definitivamente ancorato a destra, a rappresentare il nazionalismo della Grande Israele. Kadima si candida a rappresentare la continuita' con le scelte dei governi degli ultimi dieci anni. Agli Israeliani e' data la possibilita' di scegliere per davvero: non in un referendum sulla pace, che resta lontana comunque; ma in elezioni che mettono in campo programmi diversificati ed opzioni politiche ben chiare — non solo sul rapporto con i Palestinesi, ma anche sulle politiche sociali, sull'economia, sulla redistribuzione del reddito. Se ci sara' tempo, questo non puo' che far bene, non solo a Israele, ma all'intera regione.

[Ma tu guarda -- questo post e' finito su Libero Blog. E non se lo fila nessuno nemmeno li'... ;-)]


giovedì, 9 febbraio 2006
Uno struggente abbandono
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 6:40 pm

Qualche giorno fa ero a Torino per lavoro e ho approfittato della pausa pranzo per fare due passi in centro, incuriosito dalle novita' olimpiche. Per puro caso sono andato a inciampare nella mostra "Percorsi di vita e cultura ebraica", aperta in questi giorni presso l'Archivio di Stato, in Piazza Mollino, di fianco al Teatro Regio.
E' una piccola cosa, questa mostra, che (coraggiosamente e giustamente, credo) fa la scelta di non porsi sotto l'ombra della Shoah: ci sono un po' di oggetti, un interessante allestimento multimediale che presenta i canti della liturgia sinagogale — e soprattutto tante fotografie (scattate dalla mano magistrale di Giorgio Avigdor*) e piantine di quel che resta della presenza ebraica in Piemonte, citta' per citta'. E' la cosa che piu' mi ha colpito — e commosso: in tante, proprio tante di quelle foto c'e' il segno dell'abbandono, dell'estinzione delle comunita' che avevano reso vivi quei luoghi. I banchi della sinagoga di Vercelli coperti di polvere, i locali svuotati della sinagoga di Chieri, quella di Carmagnola ancora splendida con i suoi arredi, ma senza più nessuno che la frequenti, le tracce semicancellate dei ghetti di Moncalvo, di Mondovi', di tanti altri paesi. Andate a vederle, quelle fotografie — pensate a quelle vite che sono sparite — e che non sono state continuate. E cercate di tenerle vive voi, con la memoria.

* Se non ho capito male, le fotografie di Avigdor sono una selezione della esibizione permanente "Vita e cultura ebraica" esposta presso il Palazzo Salmatoris di Cherasco. Ma non ho trovato conferme sul web.


venerdì, 27 gennaio 2006
Il dovere della memoria (perche' ci credo ancora)
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 12:38 pm


La Sinagoga di Alessandria, stamattina

Che questo blog pubblichi un post sul giorno della memoria e' talmente scontato che verrebbe voglia di sottrarsi — c'e' altro che preme — tornare ritualmente sulle vicende di sessant'anni fa sembra piu' retorico che utile. E in fondo — che ha a che fare con me, oggi, che ha a che fare con tutti noi?
E poi mi vengono in mente due immagini — che in un certo senso spiegano tutto — e dicono perche' io — gentile — mi sento cosi' tenacemente attaccato al dovere della memoria. Ad Alessandria, dove lavoro, la Sinagoga, devastata dai fascisti nel'44, e' chiusa "per restauri" — e comunque la comunita', forte di cento famiglie prima della guerra, e' talmente sparuta da non essere piu' avvertibile come presenza in citta'. Nel posto in cui vivo, che ospitava una piccola ma significativa comunita' prima della Shoah, non c'e' piu' traccia di vita ebraica. Resta un cimitero israelitico desolato in periferia; una lapide sotto i portici del centro, con i nomi degli ebrei deportati e — invece del luogo e della data di morte — la scritta "LAGER"; qualche denominazione di strade o di edifici e istituzioni patrocinate da un benefattore ebreo della fine del secolo scorso, di cui oltre il nome non pare esser rimasto ricordo.
Dopo l'emancipazione, le comunita' piemontesi erano fiorite, avevano voluto rendersi visibili, marcare la loro presenza con l'orgoglio delle nuove sinagoghe di fine Ottocento, con la facciata a fronte strada e il linguaggio magniloquente* di chi ha finalmente il diritto di stare al mondo al pari di tutti gli altri. Oggi di quelle comunita', in provincia, non resta praticamente piu' nulla. E' qui, piu' che nei grandi centri, che l'effetto della Shoah appare in tutta la sua devastante portata, a distanza di sessant'anni. E' qui che la soluzione finale dimostra il suo successo, nelle cittadine della provincia profonda, judenrein per la prima volta dopo cinque secoli.
E allora il dovere di ricordare sta proprio in questo — tentare, con il poco che possiamo, di impedire il completo successo della soluzione finale: perche' solo alla nostra memoria, alla memoria di noi "che non c'entriamo niente" e' affidata la possibilita' che le tracce di quella esigua, secolare presenza non svaniscano del tutto.

* Gli esempi piu' caratteristici, oltre alla sinagoga di Alessandria, sono quella di Vercelli e la Mole Antonelliana, in origine pensata come tempio della comunita' ebraica torinese. Ma magari ci torneremo, in a lighter tone, quando parleremo ancora di imponenti emergenze


Altri due noti antisemiti dicono la loro su Sharon



mercoledì, 11 gennaio 2006
Come i tegoli dei tetti
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 9:30 pm

Che le mie opinioni su Israele e sul Medio Oriente siano spesso radicalmente divergenti da quelle di Lia, credo sia cosa chiara a chiunque abbia letto una volta il suo blog ed una il mio. Pero' la canea che e' stata scatenata contro di lei dopo che ha scritto questo post su Sharon e' semplicemente indecente — e sarebbe ridicola, se non sconfinasse nelle minacce. Dico, sono andati a riesumare perfino le diffide di Loredana Morandi — ma avete presente? A Livorno si direbbe che sono fuori come i tegoli dei tetti (o, a scelta, come i terrazzini). Francamente, di difensori come questi Israele potrebbe fare felicemente a meno. E la decenza quotidiana della rete pure.
Tra l'altro, per entrare nel merito, mi pare che come al solito in Italia si finisca per essere molto piu' realisti del re: in Israele il coro dei beatificatori quasi postumi di Sharon e' tutto tranne che unanime — e la discussione, per quanto accesa, non si svolge a suon di vesti stracciate e di accuse di bestemmia antisemita.


Da un sacco di tempo rimando un post sulla situazione in Israele.
Per ora leggetevi Akiva Eldar e Gideon Levy che dicono quel che penso anche io su Sharon.



sabato, 26 novembre 2005
La fine dell'era ashkenazita (e di quella dei generali)
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 11:26 am

Nehemia Strasler su Ha'aretz di oggi dice cose interessanti sul passaggio epocale che l'elezione di Amir Peretz alla testa del partito laburista puo' significare per la politica israeliana. Non condivido l'entusiasmo per le politiche economiche ultraliberiste di Netanyahu, ma e' sicuramente significativo che la politica israeliana stia cercando i suoi nuovi leader fuori dalla tradizionale elite ashkenazita e fuori dal novero dei generali.


martedì, 22 novembre 2005
Uscire dall'impasse
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:12 am

L'uscita dal governo dei laburisti israeliani, guidati dall'ex leader sindacale Amir Peretz*, e' una svolta importante, che puo' rimettere in movimento una situazione che – dopo il ritiro da Gaza – ristagnava senza prospettive. Tanto e' vero che ha causato una sorta di terremoto politico: elezioni anticipate, la frattura definitiva del Likud e probabilmente degli stessi laburisti, un movimento che forse permettera' la ricomposizione degli schieramenti in forme che rispecchino meglio la dialettica interna israeliana — non solo nei confronti del processo di pace, ma anche delle scelte di politica sociale ed economica. C'e' una qualche speranza che Israele possa tornare a fare politica — e da questo anche i Palestinesi non possono che trarre vantaggio.
Speriamo soltanto che la campagna elettorale non sia svolta a suon di bombe e di assassini piu' o meno mirati.

* Sarebbe gia' un bell'elemento di innovazione il fatto che Peretz non e' un ex-generale: il primo leader politico significativo da molto tempo a venire dalle file del sindacato, anzi che dell'esercito. Se fosse significativo di uno shift delle priorita' (dalla sicurezza militare a quella sociale) nella sinistra israeliana, non ci sarebbe che da rallegrarsi.


martedì, 15 novembre 2005
Changeover
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 6:46 pm

Sono un lettore assiduo di Repubblica fin dal primo numero (avevo quattordici anni ed e' stato il primo quotidiano che ho comprato con i soldi miei) — salvo due brevi e sfortunati periodi di infedelta', uno quando usci' L'Indipendente di Ricardo Franco Levi (tentativo di giornalismo pacato e sottovoce: piacque solo a me e infatti ebbe la triste sorte di essere trasformato rapidamente nel suo contrario e dirottato a destra), il secondo per la Voce montanelliana, pure lei costretta ad ammainare bandiera dopo pochi, indimenticabili mesi.
Ma leggere in una sola giornata sulla prima della Stampa questo articolo di Gian Enrico Rusconi, questo di Gramellini e soprattutto questo di Avraham Yehoshua* mi ha convinto: divento bogia-nen anche nel giornale — e mi libero del fastidioso stile superficial-strillato di Repubblica in campagna elettorale.

* Di questo articolo riparlero' — dice cose interessanti, forse non tutte convincenti — ma che danno ragioni di pensare parecchio.


mercoledì, 2 novembre 2005
Con Israele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 1:07 pm

In spirito (fisicamente non ce la faccio proprio) saro' alla fiaccolata di domani per Israele. Perche' a chi ancora oggi dichiara che bisogna cancellare Israele dalla carta geografica bisogna dare una risposta — una risposta senza dubbi e senza cedimenti, senza se e senza ma. Israele c'e', sulla carta geografica — si puo' dissentire sull'assunto sionista che ci sia per il buon diritto del popolo ebraico a tornare in Eretz Israel* — ma oggi e' una realta' fatta di milioni di persone a cui la storia ha dato quella terra (e solo quella) da chiamare casa. Il diritto di Israele ad esistere scaturisce se non altro da questo.
Chi oggi avanza dubbi e si nasconde dietro ai distinguo perche' Israele non e' capace di rispettare il diritto dei Palestinesi ad esistere come stato e come societa' liberamente organizzata — ha torto due volte. La prima perche' difendere il diritto ad esistere di un popolo e di uno stato e' giusto "a prescindere": ed e' giusto per Israele quanto per la Palestina. La seconda perche' e' proprio questo tipo di minaccia che facilita il compito — in Israele — ai nemici della pace, dei compromessi, della convivenza. Date alla destra israeliana un nemico con la faccia feroce, uno che predica che bisogna ricacciare in mare gli Ebrei dalla Palestina: avranno facile gioco a dire che nessun negoziato e' possibile — e che solo il "muro di ferro" potra' garantire l'esistenza di Israele.
Quindi giovedi' con Israele per difendere il suo buon diritto ad esistere. E giovedi' stesso con Israele per riportarla alla ragione, al dovere di trovare le vie della convivenza pacifica con uno stato palestinese. Perche', bisogna dirlo — e dirlo con chiarezza –: Israele non sta lavorando per la pace, in questi mesi. Nonostante il ritiro da Gaza. E la minaccia iraniana non puo' essere una foglia di fico per nascondere questa realta'.

* Personalmente, continuo a pensare che questo diritto al ritorno sia un buon diritto — e che si scontri con il diritto altrettanto buono dei Palestinesi arabi alla loro terra — e che di conseguenza soltanto una lungimirante capacita' di compromessi possa portare da qualche parte. Ma sono cose di cui su The Rat Race si e' gia' parlato fin troppo.


mercoledì, 14 settembre 2005
Si dimette quello sbagliato
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 3:39 pm

Secondo ADN Kronos, Amos Luzzatto, Presidente dell'UCEI, rassegnera' le sue dimissioni in conseguenza delle opinioni che ha espresso in un'intervista al Corriere in merito alla vicenda Fazio. L'intervista era principalmente una risposta alle dichiarazioni antisemite dell'onorevole Crosetto, il quale aveva dichiarato che Fazio era vittima di un attacco guidato dalla massoneria per lo piu' ebraica e dagli azionisti ebrei di Merryll-Linch. Non risulta che l'onorevole Crosetto intenda rassegnare le sue, di dimissioni. E nemmeno Fazio.


mercoledì, 14 settembre 2005
Le sinagoghe di Gaza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:26 am

Le immagini della devastazione delle sinagoghe di Gaza non possono non turbare. Non importa che, svuotate dei rotoli della Torah, quelle mura non fossero piu' "edifici sacri" in senso stretto. Importa la volonta' di oltraggiare e di distruggere i simboli religiosi e identitari dei nemici ebrei. Per tutti noi, che abbiamo alle nostre spalle una lunga storia di sinagoghe distrutte e date alle fiamme, e' un segnale sinistro e tristissimo. Ed e' un segnale che rende evidente quanto sia fragile, e quanto sia impopolare tra i Palestinesi, il progetto di costruire una convivenza meno conflittuale con Israele.
Pero' viene da chiedersi: era evitabile che la rabbia palestinese e le esigenze del consenso e della politica sfociassero nella distruzione di quei luoghi simbolici? Non lo era. Le sinagoghe degli insediamenti, lasciate intatte per quanto vuote, caricate da Israele stessa di un valore mediatico come segno della presenza ebraica a Gaza, sono un insulto al popolo palestinese. Sono un modo di dire ai Palestinesi che l'occupazione non e' finita — e' al massimo temporaneamente sospesa. Di piu', sono una provocazione a cui era praticamente impossibile non rispondere. In fondo sono stati gli stessi Israeliani a dire da piu' parti che era bene che l'abominio di distruggere le sinagoghe fosse compiuto da mano araba e non ebraica. Quegli edifici sono stati abbandonati a bella posta, perche' facessero da esca a una troppo prevedibile deflagrazione d'odio, che la destra israeliana non manchera' di sfruttare politicamente per dimostrare ancora una volta che con i Palestinesi non si puo' trattare.
La distruzione dei simboli della religione e dell'identita' altrui e' sempre inaccettabile: ma chi ha abbandonato quei simboli in bell'evidenza e provocatoriamente, sperando di eccitare i peggiori istinti dell'altro, porta una responsabilita' morale, politica e perfino religiosa non minore di quella dei distruttori. E in realta' e' una delle cose piu' disperanti del conflitto, questo uso strumentale, immorale, violento dei valori religiosi: chiunque abbia caro l'ebraismo non puo' non sentirsene profondamente turbato.

P. S. The Rat Race torna in attivita', anche se a ritmo ridotto e in ristrutturazione. Tra un po' grandi novita' su questi schermi.

Aggiornamento del 15 settembre: un articolo con posizioni molto simili a quelle qui espresse e' comparso oggi su Ha'aretz a firma di Nehemia Strasler (qui la copia locale, dato che Ha'aretz non ha permalinks).


lunedì, 15 agosto 2005
Il disimpegno da Gaza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:28 pm

The Rat Race, per quanto in pausa, non puo' non dire niente sul disimpegno da Gaza. Quel che pensa lo dice citando questo splendido articolo di David Grossman.

P. S. A scanso di equivoci, questo blog ha tolto dalla testata il nastro arancione: era in segno di protesta contro Guantanamo, ma ormai l'arancione e' diventato il colore degli avversari del disimpegno da Gaza — e non voglio rischiare confusioni.


venerdì, 5 agosto 2005
Shfaram: disertore israeliano fa strage di arabi su un autobus
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:50 am

Magari ci rifletto con calma tra qualche ora. Per il momento solo qualche nota:
- la notizia e' di ieri sera: un disertore dell'IDF, trasferitosi recentemente in un insediamento del West Bank fondato da estremisti del movimento Kach, fuorilegge ma sostanzialmente tollerato in Israele, ha aperto il fuoco in un autobus che attraversava la cittadina di Shfaram, popolata per lo piu' da drusi. Ha ucciso quattro persone e ne ha ferite altre dieci, poi e' stato linciato dalla folla.
- la stampa israeliana ovviamente dedica un grande spazio alla vicenda; merita di essere sfogliato il forum aperto da Ha'aretz, che sta raccolgiendo centinaia di interventi. C'e' di tutto, da gente che dice "bene, bravo, quattro sporchi arabi in meno", a chi invoca la demolizione della casa del terrorista. Pero' vedo anche due interessanti fenomeni: uno e' che i commenti piu' estremisti e piu' idioti vengono tendenzialmente dalla diaspora americana ed europea, l'altro e' che gli israeliani sembrano effettivamente sotto shock;
- sulla stampa italiana l'avvenimento passa praticamente inosservato: sui siti di Repubblica e della Stampa c'e' in titolino in fondo alla pagina, sul Corriere non c'e' proprio niente. Non e' che abbia chiaro perche', ma e' un atteggiamento singolare, che meriterebbe di essere capito meglio.
- la campagna di odio anti-disimpegno da Gaza ha cominciato a mietere i suoi frutti. Chi ha annunciato per mesi che il ritiro unilaterale avrebbe causato spargimento di sangue, avrebbe creato un trauma fatale per Israele, ecc. ecc. — ora vede la conseguenza delle sue parole. Certo, Israele — ripiegata su se stessa come forse mai nella sua storia — si aspettava lo scoppio di un conflitto tra ebrei israeliani, lo spargimento di sangue all'interno della comunita' ebraica. Era una previsione miope: la campagna di odio si e' rivolta verso l'obiettivo piu' ovvio e piu' facile, gli arabi.
- non e' chiaro se si tratta soltanto di un episodio isolato, come ai tempi di Baruch Goldstein, o se effettivamente sta nascendo un terrorismo ebraico in Israele. Quel che e' certo e' che Israele non si puo' permettere, per la sua stessa sopravvivenza, alcuna debolezza nei confronti di questo terrorismo.
- delle conseguenze non parlo. Perche' francamente credo sia presto per capire, e perche' in fondo spero in un (ammetto, improbabile) soprassalto di sobrieta' e di moderazione da parte di tutti. Staremo a vedere.
- colpisce in modo particolare che l'assalto sia avvenuto contro un villaggio druso. I Drusi sono, tra gli arabi di Israele, i piu' integrati, quelli che prestano servizio nell'esercito, quelli che non hanno mai fatto causa comune con i Palestinesi, ecc. Il sindaco di Shfaram e' addirittura un esponente (druso) del Likud. Per l'estremismo ebraico, a quanto pare, l'unico arabo buono e' l'arabo morto.


mercoledì, 13 luglio 2005
C'e' un partner con cui discutere?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:03 pm

E' tanto tempo che su The Rat Race non si parla piu' di Israele. E scrivere questo post, per un amico di Israele come me, e' un'autentica sofferenza – tanto che lo rimandavo da tempo. Cosi' mi ci ritrovo nel momento peggiore, sull'onda dell'attentato che c'e' stato ieri a Netanya e che pone fine di fatto alla fragile tregua di questi mesi. Bisogna dirlo forte: Israele ha sprecato questa tregua. Era il momento di gesti coraggiosi, di costruire un minimo di fiducia tra le parti — e l'onere principale non poteva che essere sulle spalle di Israele: il governo palestinese aveva fatto la sua parte, arrivando a garantire una tregua, per quanto precaria e incompleta. Toccava a Israele dare ad Abbas risultati concreti che permettessero di consolidarla, di dimostrare all'opinione pubblica palestinese che *valeva la pena* di interrompere l'Intifada. Altrimenti la situazione non poteva che sfuggire di mano a un'Autorità Palestinese fragile e malferma.
Ma il governo israeliano – nonostante l'apporto dei laburisti – non ha lavorato per il consolidamento della tregua: il ripristino dell'autorita' palestinese sulle citta' del West Bank e' stato centellinato e rinviato continuamente, la costruzione di insediamenti e' proseguita, in particolare in una localita' "sensibile" come Maaleh Adumim*, con il chiaro obiettivo di rendere impossibile un ritorno alla linea verde e soprattutto di separare la Gerusalemme araba dal resto del West Bank, il ritiro da Gaza non e' stato accelerato, non ne sono state concordate realmente le modalita' con l'ANP, e' passata la linea della distruzione di tutte le infrastrutture degli insediamenti che saranno abbandonati, ecc. In altri termini, il governo israeliano ha dato la sensazione di considerare la tregua una vittoria e di continuare a lavorare sul campo per creare uno status quo irreversibile ai danni del futuro stato palestinese. E' evidente che in queste condizioni il governo Abbas non poteva spingere piu' di tanto sul disarmo delle milizie (avrebbe potuto farlo di fronte a risultati reali della tregua) e che presto o tardi le frange estrmiste avrebbero fatto saltare la tregua.
Niente giustifica il terrorismo — e su questo siamo tutti d'accordo. Ma resta valido il discorso fatto a proposito di Londra: la sola risposta efficace e' la rimozione delle cause. E il governo israeliano, nella migliore delle ipotesi ostaggio dei coloni che stanno scatenando un clima da guerra civile nel paese, non ha fatto un passo verso la rimozione delle cause del terrorismo palestinese. Oggi sono gia' scatenate le polemiche sull'affidabilita' di Abbas come partner per un processo di pace, si torna alla retorica del "there is no partner". Ma la domanda e': in Israele c'e' un partner con cui avviare un processo di pace? Al momento, assai tristemente, pare di no.

Sto leggendo, nei ritagli di tempo, il numero di Limes dedicato a Israele: e' interessante, soprattutto perche' molti articoli assumono come punto di partenza che Israele ha vinto il confronto con i Palestinesi — e analizzano la gestione della vittoria. Che sia vero o meno, e' una prospettiva con cui e' necessario confrontarsi.

* La fonte e' palestinese, quindi (che guaio!) non neutrale. Se volete, qui c'e' il Washington Post che riporta niente meno che la riprovazione di Bush, ovviamente non seguita da fatti. E comunque forse e' il caso di capire che cosa pensano i Palestinesi di quel che Israele fa sulla loro terra, no?

P. S. Leggetevi pure questo articolo di Amira Hass, cosi' magari tutto e' piu' chiaro. E non dimenticatevi queste cifre: PIL pro capite in Israele 20.800 dollari, nel West Bank 800 dollari. A parita' di potere d'acquisto.


domenica, 3 luglio 2005
Solo cio' che e' cattolico e' umano?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:57 pm

Secondo Francesco Valiante, editorialista de L'Osservatore Romano (dato che non trovo online l'articolo, lo riprendo da Gaynews, che mutua a sua volta da Associated Press), la legge spagnola che consente il matrimonio indipendentemente dal genere (e basta con 'sta storia del matrimonio gay!) e' "un'avvilente sconfitta dell'umanita'"; il nostro aggiunge anche che "ogni tentativo di stravolgere il progetto di Dio sulla famiglia e' anche un tentativo di sfigurare il volto piu' autentico dell'umanita'".
E' perfino troppo facile polemizzare con affermazioni simili: parlare di sconfitta dell'umanita' di fronte a un gran numero di uomini e di donne, con i loro valori, i loro affetti e le loro vite, equivale a dire che questi uomini e queste donne non sono veramente umani. E non possiamo dimenticare che in altri tempi e in altre circostanze questo modo di pensare ha portato ad Auschwitz — al triangolo rosa oltre che alla stella gialla.
Ma anche a non voler scendere sul piano della polemica, il tenore dell'articolo e' illuminante, perche' chiarisce il nodo dello scontro che in queste settimane (in Italia, in Spagna e altrove) la Chiesa cattolica ha ingaggiato con maggiore o minore successo. Il fatto e' che per la Chiesa soltanto cio' che e' conforme al disegno divino come interpretato alla luce della fede cattolica puo' essere considerato umano. Ogni deviazione e' aberrazione che non dovrebbe esistere. Si badi bene: sul piano teologico e' una posizione legittima e in larga misura obbligata, che deriva dallo stesso carattere universalistico del cattolicesimo. Proprio perche' e' rivolto all'umanita' intera, il cattolicesimo si propone come unico interprete di cio' che e' buono per l'umanita'. Non sorprende quindi la pretesa di dettare regole universali, anche per chi non si riconosce nella fede cattolica.
E' interessante notare la differenza profonda rispetto all'ebraismo che invece una religione universalistica non e': l'osservanza della Torah e di tutti i 613 precetti e' compito imposto al solo popolo ebraico; tutti gli altri, per essere considerati giusti alla stessa stregua degli ebrei osservanti, devono rispettare soltanto le cosiddette "Leggi di Noe'", una sorta di diritto naturale minimale che lascia spazio alla differenza delle scelte, delle leggi e delle etiche. Certo, anche in questo caso si tratta di un diritto fondato religiosamente — e di un diritto legato a concezioni arcaiche della societa' (con la conseguente condanna, fra le altre cose, delle unioni omosessuali): ma non e' questo il punto che avevo a cuore. Il punto e' che l'ebraismo non pretende di imporre se stesso e i propri valori a chi ebreo non e'* — mentre il cattolicesimo non puo' non farlo. Non so dove porti questa riflessione, ma a me personalmente pare uno spunto da approfondire.

* Il che pone in modo ancor piu' brutale il problema del fondamentalismo ebraico e della sua pretesa di imporre regole e scelte anche alla societa' laica: a dimostrazione che i fondamentalismi, alla fine, si somigliano tutti — e che travalicano perfino i dettami della fede a cui pretendono di aderire.


mercoledì, 4 maggio 2005
Da Ha'aretz
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:22 pm

Era un po' che non segnalavo piu' articoli della stampa israeliana. Non perche' abbia smesso di interessarmene, ma perche' da quando la "tregua" con i Palestinesi e' iniziata, assisto a una sorta di ripiegamento — come se Israele non volesse guardare ad altro che al proprio ombelico, costituito dalle polemiche sull'evacuazione da Gaza, disinteressandosi di ogni altra cosa — e come se Gaza fosse l'inizio e la fine di tutto.
E' un ripiegamento e un silenzio pericoloso, anche se comprensibile. Percio' vale la pena di leggere, in controtendenza, questo articolo uscito su Ha'aretz a proposito della vicenda della "universita'" che il governo ha approvato nel settlement di Ariel.
Per altri motivi, vale anche la pena di leggere questo articolo, che prospetta una crisi del rapporto "naturale" tra stato ebraico e Diaspora, legato al fatto che Israele ha smesso di proporsi, come voleva la miglior tradizione sionista, come "luce per le nazioni". Si puo' pensarla in tanti modi sul sionismo e sulla "missione" di Israele: ho l'impressione pero' che questo sia un nodo essenziale del rapporto tra Israele e Diaspora, ma anche tra Israele e gentili.


lunedì, 25 aprile 2005
La nostra Pasqua e il nostro Sinai
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:18 am

Per una singolare ma significativa coincidenza il sessantesimo anniversario della Liberazione dell'Italia dal nazifascismo si celebra durante la Pasqua ebraica.
Pesach per l'ebraismo e' memoria della liberazione dalla schiavitu' d'Egitto, una schiavitu' che nel racconto biblico assume i contorni di un tentativo non solo di asservimento, ma di vero e proprio genocidio, di cancellazione dell'identita' e dell'esistenza di una nazione. Al tempo stesso, e' solo con la Pasqua, con la cruenta liberazione dall'oppressore che il popolo ebraico assume fino in fondo la propria natura e la propria identita', diventa cio' che e'.
Nella religione civile degli Italiani, prima che il clima di questi anni ne mettesse in dubbio perfino i fondamenti elementari, il 25 aprile e' stato qualcosa di molto simile: la memoria della liberazione del popolo, e nello stesso tempo il primo passo, cruento ma necessario, per la formazione di un patto civile e di una identita'. Quel che per la fede religiosa sono le Tavole della Legge, per la comunita' civile e' la Costituzione del '48. Oggi, ha ragione Scalfaro, l'uno e l'altro passaggio, la Liberazione e la Costituzione, sono sotto attacco: ma se rinunciassimo a questi, perderemmo i fondamenti della nostra coesione come popolo.
Certo, non si puo' ridurre Pesach a una occasione di riflessione sulla politica e basta. La dimensione religiosa non puo' astrarre dalla politica, ma la trascende. Tuttavia in quel nodo di liberazione e di fondazione dell'identita' di un popolo sta qualcosa di prezioso, a cui credo si debba una fedelta' assoluta.


domenica, 10 aprile 2005
Guardare avanti, non indietro
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:18 pm

Come e' intuibile, sto seguendo con dolore le notizie che arrivano da Gaza e da Gerusalemme. La manifestazione dei coloni contro il ritiro e' numericamente poca cosa, ma – per la semplice dichiarazione di voler occupare il Monte del Tempio – e' congegnata scientemente in maniera da scatenare una reazione violenta nei musulmani non solo di Palestina; l'uccisione di tre palestinesi a Gaza, in circostanze che Israele farebbe bene a chiarire in piena trasparenza, e' ulteriore benzina sul fuoco.
Servirebbe un gesto di coraggio di Israele: la capacita' di dimostrare un'apertura da un lato, con progressi reali e apprezzabili per i Palestinesi; dall'altro una reazione fermissima contro i coloni, che stanno alimentando un clima da colpo di stato. Vedo la seconda, ma non la prima.


giovedì, 31 marzo 2005
Informazione corretta… fosse facile!
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni, Web — Scritto dal Ratto alle 4:27 pm

Checche' ne dica Federico Steinhaus* su Informazione Corretta, il dossier che Analisi XXI, rivista bimestrale agli esordi (e distribuita insieme al quotidiano della Margherita, Europa), dedica alle prospettive di pace tra Israele e Palestina e' di grande interesse e utilita'. Si puo' certo dissentire su questo o quel contributo — ma credo che si esca dalla lettura di quelle pagine con le idee piu' chiare — anche se con meno granitiche certezze (il che fa sempre bene).

Nel sommario del dossier intitolato "Palestina – Israele. Proposte per la pace":
- L'intifada non violenta per lo Stato Palestinese, intervista a Sari Nusseibeh
- La sfida e' una societa' laica e democratica, Ali Rashid
- Ophira addio!, Uri Avnery
- La chiave per la pace, Jeff Halper
- La "generosa offerta" e la terza via per la pace, Luciano Neri
DOCUMENTI:
- Abu Mazen Presidente – Discorso di insediamento
- Processo di pace – Cronologia dei principali eventi
- Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU
- Trattato di Oslo – Dichiarazione dei principi
- Road Map
- Accordo di Ginevra
- Dichiarazione di principi Ayalon-Nusseibeh
- Verita' contro verita': Gush Shalom – 101 tesi per chiudere il conflitto
- Manifesto per la cultura e la democrazia

Peccato che i miei compagni di partito non abbiano pensato di dare alcun rilievo in rete a questa iniziativa: non una pagina web, non un link, nemmeno una riga in cui si dice come procurarsi la rivista. E poi diciamo che si vuole fare nuova comunicazione politica…

* Giusto per mettere qualche puntino su qualche i e per prevenire qualche flame: non tutte le tesi espresse negli articoli di Analisi xxi sono convincenti. Tanto Avnery quanto Luciano Neri hanno atteggiamenti che piu' di una volta sanno di pregiudizio. Sulle narrativedi Gush Shalom (e piu' in generale sulle narrative sottese alla lettura del conflitto) spero di tornare presto. Diversamente da Halper, infine, non credo che la pace possa trovarsi nella prospettiva di uno stato binazionale, ma solo in quella di due stati (veri entrambi, non uno stato e un bantustan) per due popoli.
Ma e' singolare che Steinhaus non spenda una parola proprio sull'articolo di Halper, che e' zeppo di dati, cifre, statistiche, citazioni normative — e che disegna un quadro agghiacciante dell'occupazione israeliana dei territori e delle politiche di strangolamento della societa' palestinese. Non potendo evidentemente smentire quei dati come falsi, Steinhaus che fa? li oblitera. Trovo perfino noioso doverlo ripetere: non si e' buoni amici di Israele se invece di fare informazione corretta per davvero si rifiuta la verita' scomoda delle colpe di Israele nell'occupazione. Non si e' buoni amici di Israele se non si parte dal punto di vista che gli insediamenti nel West Bank sono un cancro che sta uccidendo la societa' israeliana, tanto quanto quella palestinese. Se si tacciono queste cose, certo non si aiuta la ripresa del processo di pace: e la pace e' cio' di cui Israele ha davvero bisogno.


mercoledì, 30 marzo 2005
Per Elio Toaff senatore a vita
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:03 am

L'iniziativa e' partita da un blog. Il Comune di Livorno doverosamente la sta facendo sua. La Comunita' ebraica di Firenze ha aderito. Man mano l'idea ha preso piede, e' arrivata in Parlamento, tra la gente, sulla rete. Io non posso che aderire all'appello — e spero che molti miei lettori vogliano fare altrettanto (le istruzioni per aderire qui).


domenica, 27 febbraio 2005
Da leggere
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 7:14 pm

Questi due articoli di Ha'aretz dicono tutto quel che c'e' da dire.


sabato, 26 febbraio 2005
Non si puo' tornare indietro
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:35 pm

L'attentatore di Tel Aviv ha dichiarato, nel video che ha lasciato come testamento, che il suo intento era di danneggiare l'Autorita' Palestinese, asservita agli interessi americani. Anche per questo Israele dovrebbe se mai accelerare le trattative con l'ANP e fare concessioni sostanziali, che diano all'opinione pubblica palestinese la sensazione concreta che il cessate il fuoco sta portando risultati positivi e che vale la pena di proteggerlo e di difenderlo. Percio' le prime reazioni israeliane, per quanto moderate rispetto agli standard degli ultimi anni, vanno nella direzione sbagliata: rinviare il passaggio sotto il controllo dell'ANP delle citta' del West Bank e impedire ai rappresentanti della Jihad di partecipare ai colloqui del Cairo sul cessate il fuoco sono misure che rendono ancora piu' fragile il tentativo di stabilizzazione che coraggiosamente la nuova dirigenza palestinese sta facendo.
Abu Abbas ha un cammino stretto davanti a se': non puo' diventare il capo di un regime collaborazionista e non puo' rompere con movimenti come Hamas e la Jihad che rappresentano una parte significativa della sua popolazione; al tempo stesso deve fare in modo da consolidare la tregua per ottenere l'apertura di una vera trattativa con Israele. Sharon dovrebbe capire facilmente, visto che ha lo stesso problema: deve imporre il ritiro da un primo contingente di insediamenti, ma non puo' permettersi di entrare in rotta di collisione frontale con l'intero movimento dei coloni.
In questa situazione, sarebbe un errore catastrofico indebolire Abu Abbas congelando i primi passi di un processo di pace cosi' fragile. La sicurezza e la pace si trovano soltanto correndo in avanti, non fermandosi o peggio tornando indietro.

Qui un'analisi interessante sulle possibili mosse di Israele nei prossimi giorni.

Aggiornamento del 27 febbraio: pare che la risposta del governo israeliano si stia incamminando verso il riflesso pavloviano del blocco di qualsiasi progresso e della richiesta di smantellare le organizzazioni terroriste prima di qualunque concessione ai Palestinesi. Stanno ammazzando in culla questa piccola speranza di pace.


venerdì, 25 febbraio 2005
Nervi saldi
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 11:11 pm

C'e' stato un attentato suicida a Tel Aviv circa mezz'ora fa. Non e' ancora chiaro se ci sono morti. Ha'aretz parla di almeno venti feriti.
Era evidente che sarebbe successo. E' altrettanto evidente che ci saranno pressioni fortissime per bloccare qualunque progresso nella trattativa con i Palestinesi. Sarebbe una catastrofe cedere alla tentazione. Israele puo' trovare sicurezza soltanto nella pace.

Aggiornamento: ci sono alcuni morti, ancora non si sa quanti. L'attentato sembra essere stato rivendicato dalla Jihad islamica.

Ulteriore aggiornamento: i morti accertati sono quattro. E le reazioni israeliane, per quanto ancora solo verbali, fanno temere che il riflesso condizionato di rispondere con la violenza alla violenza possa prendere il sopravvento. Non si potrebbe fare un regalo migliore ai terroristi.


domenica, 20 febbraio 2005
Segna-post
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 11:50 pm

Sto correndo dietro a un po' di scadenze pressanti, percio' non posso scrivere come vorrei. Appunto qui cose da approfondire e su cui non ho avuto modo di riflettere abbastanza.
Il governo israeliano ha preso oggi due decisioni importanti: la prima e' (ovviamente) l'approvazione del piano di disimpegno da Gaza. La seconda e' l'approvazione di un nuovo tracciato del muro: corre piu' vicino alla Linea Verde, ma tuttora pone sul lato "israeliano" circa il 7% del West Bank e circa diecimila Palestinesi, insieme agli insediamenti di Maaleh Adumim (Gerusalemme Est) e del blocco di Etzion (per un orientamento generale, consultate, al solito, le mappe del FMEP; non ho ancora trovato una carta del nuovo tracciato proposto per la barriera, quindi le informazioni che riferisco sono sommarie). C'e' un'ovvia correlazione tra le due questioni in termini di politica interna: l'ok alla ripresa della costruzione del muro fa da contropartita, presso una parte significativa della destra, al disimpegno da Gaza. E' un modo di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte da parte di un governo che rimane sostanzialmente appeso a un filo e sotto la minaccia di una ribellione dei coloni e dei loro sostenitori. D'altro canto, il muro di per se' e' sempre stato, per l'annessione di fatto di terre palestinesi che comporta anche nel nuovo tracciato, un serio ostacolo al dialogo e alla soluzione del conflitto: lo ha ripetuto ancora stasera (e con ragione) l'ipermoderato Saeb Erekat; lo diceva con ottimi argomenti qualche giorno fa anche Daniel Seideman su Ha'aretz. Se solo i fragili equilibri di potere a Gerusalemme Ovest lo permettessero, fermare il muro dovrebbe essere il primo passo di Israele per costruire fiducia.


venerdì, 18 febbraio 2005
Due (piccole) buone notizie
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 2:55 am

Nel nuovo clima instaurato dopo Sharm, Israele ha finalmente deciso di permettere il rientro nel West Bank di un primo gruppo di esiliati palestinesi e soprattutto di porre fine alle demolizioni di case nei Territori.
Non e' molto — e sono misure che rimediano solo in parte e tardi agli errori etici e politici commessi da Israele negli anni dell'Intifada — errori che derivano da due illusioni devastanti: quella di poter vincere lo scontro con la forza e quella di poter allargare i propri confini al di la' della Linea Verde. Non e' molto — ma e' un altro piccolo segnale di cambiamento — altri elementi che rafforzano la possibilita' di arrivare a quella pace dignitosamente insoddisfacente per tutti di cui parlavo qualche giorno fa.

Sono debitore di alcune risposte a Lia — semplicemente non ho la concentrazione e il tempo di scriverle decentemente: ma ci tornero' sopra la settimana prossima — appena avro' respiro.


martedì, 8 febbraio 2005
Il momento del coraggio
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:22 pm

Troppe volte abbiamo gioito ad annunci simili per non essere piu' che altro cauti e preoccupati. Ma vedere Ariel Sharon e Mahmoud Abbas dichiarare la cessazione degli atti di ostilita' reciproci tra Israele e ANP e' una cosa che non puo' che essere salutata con gioia.
Certo, e' un inizio fragile e pieno di trappole. Certo, Israele ha concesso pochissimo e manda segnali del tutto contradditori con la volonta' di pace espressa a Sharm-el-Sheikh (e' di oggi l'autorizzazione della Corte Suprema a riprendere la costruzione del muro nella regione di Gerusalemme). Certo, la rappresentativita' reale di Abbas e' tutta da verificare — e non e' un bel segnale che Hamas si sia dichiarata "svincolata" dagli impegni assunti dall'ANP.
Ma un'altra opportunita' e' stata costruita. Tocca soprattutto a Israele metterla a frutto. E Israele puo' farlo in un solo modo: dando un seguito veloce e concreto alle parole di pace pronunciate oggi. Affrontando con coraggio e determinazione la questione dei prigionieri palestinesi, che debbono essere rilasciati anche laddove "abbiano le mani sporche di sangue" (spettera' all'ANP impedire che ritornino a colpire). Bloccando l'espansione territoriale degli insediamenti da subito, a partire da Gerusalemme Est. Dando seguito velocemente al ritiro da Gaza e dalla Cisgiordania settentrionale in forme coordinate con l'ANP e facendo di questo ritiro il primo passo di un percorso concordato verso la nascita dello stato palestinese. E soprattutto avendo il coraggio terribile di non ricadere nella spirale della rappresaglia quando i nemici della pace colpiranno con il prossimo attentato. Perche' colpiranno, c'e' solo da chiedersi quando e dove. E se Israele rispondera' alla cieca, bloccando il processo di pace, allora tutto sara' stato un fuoco di paglia. Piu' dannoso che inutile, perche' l'area non si puo' permettere un'altra disillusione.
Certo, e' chiedere una fermezza ed un coraggio disumani ad Israele. Ma se Israele sapra' guardare lontano, vedra' che soltanto questo coraggio potra' portare alla fine del conflitto.

Inutile dire che non sono d'accordo con questo post di Haramlik. Non sono d'accordo perche' ritengo che da Sharm parta un'opportunita' di pace. Fragile, contradditoria, forse perfino ingiusta: ma imperdibile. E perche' continuo a pensare che "due popoli due stati" non sia uno slogan insensato e ingannevole, ma – piaccia o no – l'unica speranza di venire a capo del conflitto. Pero' guai a liquidare le argomentazioni di Lia con sufficienza: l'esperienza degli anni passati non e' dalla parte di chi spera in una pace dignitosamente insoddisfacente per entrambe le parti. E chi ha piu' sofferto, e ha piu' motivo di dubitare oggi, e' certamente la parte palestinese.


lunedì, 31 gennaio 2005
Le terre di Gerusalemme Est
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 1:42 pm

(e la cecità di chi non vuol vedere)

La vicenda dell'espropriazione delle terre di proprieta' palestinese a Gerusalemme Est (precedenti post qui, qui e qui) si sta ritorcendo contro il governo di Israele. Sono di oggi due notizie interessanti: la prima e' che su pressioni americane e in vista della visita di Condoleeza Rice in Israele, il governo ha promesso di riconsiderare la decisione; la seconda e' che il Ministro della Giustizia Mazuz ha negato di essere mai stato messo a conoscenza della decisione, assunta in un incontro segreto dell'esecutivo.
Colgo l'occasione per segnalare che avevo chiesto ad alcuni blogger filoisraeliani una opinione su questa vicenda. Esperimento ha risposto cosi' (nei commenti a questo post):

Caro Angelo, ho letto l'articolo e ci sono delle cose che non mi convincono tanto. Non metto in dubbio che Israele abbia commesso delle ingiustizie e in alcuni casi dei reati. Però l'articolo comincia con: "in una riunione segreta". Se è stata segreta, come fa il giornalista a sapere cosa si sono detti? Inoltre tutte le sedute parlamentari in Israele sono pubbliche (o pubblicate) come succede anche qui in Italia, se non erro.
Ho poi cercato su internet alcuni dei nomi citati: non solo non ho trovato nessun'altra fonte che parlasse dei contadini intervistati (Johnny Atik, ecc.) che potrebbe anche essere plausibile, ma nemmno del "coordinatore" di questo dipartimento delle "absentee properties". Senza contare che quest'ultimo viene menzionato soltanto dai detrattori di Israele, possibile che una personalità così importante non figuri da nessuna parte se non in questo articolo?

Ovvero: siccome la notizia non mi piace, nego che sia attendibile. In barba perfino all'evidenza. Continuiamo a raccontarci le favole, va'.

P. S. Nel caso Ha'aretz non sia abbastanza autorevole per dare credito a questa vicenda, qui c'e' anche il Washington Post che ne parla (per vedere l'articolo e' richiesta la registrazione gratuita).


venerdì, 28 gennaio 2005
Una memoria senza orpelli
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 12:15 am

Ora che la celebrazione e' finita, non posso fare a meno di dire un mio disagio di fronte alle immagini che sono venute da Auschwitz ieri.
Le luci, la coreografia, le candele, le fiamme lungo i binari all'imbrunire. Era commovente — ed era suggestivo — arrivava perfino ad essere bello. E tutto questo era troppo — ad Auschwitz.
Non c'e' stato nulla di commovente e di suggestivo e di bello ad Auschwitz. Non dovremmo cercare di rendere tollerabile la memoria dietro la suggestione di una cerimonia.


giovedì, 27 gennaio 2005
Ad Auschwitz c'era la neve
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:13 am


mercoledì, 26 gennaio 2005
Scritto a matita in un vagone piombato
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 4:17 pm

Qui in questo vagone
ci sono io eva
con mio figlio abele
se vedete l'altro mio figlio
caino figlio dell'uomo
ditegli che io

Dalle Poesie scelte di Dan Pagis

Domani e' il giorno della memoria. Io non riesco a dire niente.


sabato, 22 gennaio 2005
Ingiustizia e stupidita' a Gerusalemme
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 9:16 am

Sottoscrivo ogni parola dell'editoriale di Ha'aretz di oggi sull'esproprio delle terre palestinesi a Gerusalemme Est:

It is impossible not to deem the cabinet's decision theft, as well as an act of state stupidity of the highest order. Israel has already seized land and property from the Palestinians during the years of occupation, reducing their living space in order to establish settlements in Jerusalem, the West Bank and the Gaza Strip. The person responsible for many of these unnecessary projects was Ariel Sharon, both in his governmental roles and as someone who himself bought a house in the Arab Quarter of East Jerusalem. One might have thought that such activity would cease when Sharon had recognized the need to divide this land between the two nations. The arbitrary confiscation of property, without suitable compensation, contradicts this trend.

Attendo sempre una parola da tanti amici di Israele.


venerdì, 21 gennaio 2005
Ancora sull'annessione strisciante
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 11:52 pm

Ha'aretz pubblica oggi un reportage attento e significativo di Meron Rapaport sull'espropriazione delle terre palestinesi a Gerusalemme Est; secondo Rapaport ci sono piani per costruire insediamenti ebraici nelle terre tolte agli arabi.

Per capire meglio: quando si parla di Gerusalemme Est si intendono le parti del West Bank popolate di palestinesi arabi annesse a Israele (e non semplicemente occupate) dopo la guerra del 1967. L'annessione, giova ricordarlo, non e' stata riconosciuta internazionalmente e riguarda una parte considerevole del territorio della Cisgiordania e della Gerusalemme araba. Chi volesse vedere una cartina, la trova qui e qui.

Merita assolutamente una lettura anche questo articolo di Daniel Levy sull'atteggiamento di Sharon verso la nuova leadership palestinese.


giovedì, 20 gennaio 2005
Annessione strisciante
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 2:45 pm

Il governo di Israele sta di fatto espropriando, con una interpretazione fortemente estensiva della "Legge sulla proprieta' degli assenti", vasti appezzamenti di terreno di proprieta' palestinese entro i confini di Gerusalemme Est. Le notizie sono qui.
Resta il fatto desolante che – mentre si cerca di muovere qualche passo in direzione della fine dell'occupazione – Israele continua a creare situazioni di fatto sul terreno che rendono sempre piu' improbabile un ritiro dai territori. Con una mano si promette di dare domani, con l'altra si toglie oggi. Mi pare una politica miope, destinata a rendere la pace impossibile — e priva di ogni senso di giustizia. E mi piacerebbe sentire qualche voce di dissenso levarsi anche da altri amici di Israele, non essere una specie di matto che predica da solo…


domenica, 16 gennaio 2005
Un piano comune
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:55 pm

L'editoriale di Ha'aretz di oggi mi pare dica cose assai sensate su come Israele farebbe bene ad affrontare questa fase dei rapporti con i Palestinesi.

Off Topic: Bluedanube, commentando questo post, mi chiede un giudizio sull'articolo di Stefano Levi Della Torre sull'antisemitismo, pubblicato sull'ultimo numero di Ha-keillah. Premesso che non credo, da gentile e da osservatore tutto sommato lontano, di avere una particolare autorita' da spacciare sull'argomento, trovo che la tesi per cui il vittimismo e un'identificazione distorta siano le basi dei comportamenti razzisti (e dell'antisemitismo) sia certamente valida. Mi pare anche che meriti un approfondimento e una risposta, che pero' possono venire soltanto da parte ebraica, la domanda che Levi Della Torre (si) pone: "Siamo, noi ebrei, esenti da un’elaborazione vittimistica e strumentale della nostra immane tragedia?".


sabato, 15 gennaio 2005
Ebraismo riformato e Israele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:10 pm

Un bel post su Ricordiamocene.


venerdì, 14 gennaio 2005
Riflessi condizionati
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:20 pm

L'attacco a Gaza che e' costato la vita a sei (non tre, come riportava Ha'aretz) israeliani è evidentemente un segnale dei nemici di Abu Mazen: e' un modo per dimostrare che non ha il potere reale di fermare la guerra e che deve negoziare ogni passo con gli strateghi del terrore. E' un modo per allontanare qualsiasi soluzione negoziata al conflitto con Israele.
Percio' la risposta di Israele, che ha congelato ogni rapporto con l'Autorita' Palestinese e stretto d'assedio Gaza, e' la peggiore che si possa immaginare: perche' indebolisce il neopresidente che – si voglia o no – e' il solo che forse puo' oggi aprire la strada della trattativa, e perche' tronca sul nascere le pur esili speranze di progresso. Non solo: apre la strada (ma questo forse non e' accidentale, e i neo-partner laburisti del governo israeliano faranno bene a tenerne conto) all'interpretazione piu' limitativa del piano di disimpegno da Gaza. Una interpretazione per la quale, dopo il ritiro dalla Striscia, non ci sara' altro — e quindi non ci sara' alcun passo avanti reale verso la pace, ma la realizzazione del disegno sinistro illustrato qualche mese fa da Dov Weisglass.
E allora? E allora c'e' una sola strada per Israele, come per la nuova amministrazione palestinese: avviare trattative nonostante la prosecuzione del conflitto, sapendo che questo continuera' da una parte e dall'altra e che soltanto col tempo – e con i risultati dei primi accordi – la violenza potra' cominciare a calare. Il passato insegna. E purtroppo insegna che non c'e' molto da sperare che le parti si liberino dei loro riflessi pavloviani.


sabato, 8 gennaio 2005
E tu sceglierai la vita
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, It — Scritto dal Ratto alle 11:48 pm

Poche volte ho avuto chiaro come oggi che cosa vuol dire. Non e' facile ottimismo — e nemmeno la retorica stupida di chi dice che la vita e' bella.


sabato, 1 gennaio 2005
L'anno comincia male
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 7:18 pm

Il governo Sharon presentera' tra breve il progetto della barriera di separazione nell'area del Gush Etzion (a sud di Betlemme), uno dei piu' importanti gruppi di insediamenti ebraici nel West Bank. Insieme all'intero blocco di insediamenti, il percorso del muro lascera' sul lato "israeliano" quattro villaggi arabi, abitati da 18.000 persone, e grandi quantità di terre coltivate da Palestinesi. Come nota correttamente questo editoriale di Ha'aretz, e' l'ennesimo tentativo di annessione strisciante collegato alla costruzione del muro — e costituisce una provocazione non necessaria nei confronti della nuova leadership palestinese che sta mantenendo un profilo assai conciliante. E' da sperare che nel nuovo governo di unita' nazionale israeliano si levino voci contrarie — e si lasci impregiudicata la questione dei maggiori blocchi di insediamenti fino a un accordo sullo status finale del West Bank.

Due risorse utili per capire: una mappa delle opzioni israeliane di disimpegno, che comprende anche il tracciato del muro; e l'ultimo report sugli insediamenti nei Territori: entrambi dalla Foundation for Middle East Peace.


giovedì, 30 dicembre 2004
E Dio in tutto questo?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:08 pm

Se lo chiede Elie Wiesel, nella riflessione pubblicata oggi su Repubblica. Questa frase l'aveva gia' usata, parlando di Auschwitz.


lunedì, 27 dicembre 2004
I nemici di Israele e la stella di David
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 1:37 pm

(Foto da Yahoo! News)

Il movimento dei coloni israeliani che si oppongono all'evacuazione da Gaza ha adottato come simbolo della protesta una stella di David arancione, in memoria della stella gialla che i nazisti imposero agli ebrei in Europa. Ovvia l'implicazione: l'evacuazione degli insediamenti e' equivalente alla Shoah, e' una persecuzione degli ebrei e un tentativo di cancellarne l'identita' nazionale. Il governo che assume queste decisioni ha la responsabilita' di camminare sui passi dei nazisti.
Non voglio commentare la folle assurdita', e nemmeno la mancanza di qualunque rispetto nei confronti della Shoah, che questo atteggiamento (e quel simbolo) comporta. C'e' chi lo fa meglio di me. Mi sembra significativo pero' che il linguaggio dei coloni sia lo stesso dei nemici di Israele e faccia propria l'assimilazione Israele=nazisti che appartiene al peggior antisemitismo palestinese (e non solo palestinese). Ho sempre avuto la convinzione che gli estremismi di parte ebraica e di parte palestinese fossero oggettivamente alleati nella guerra in corso e che dietro la loro feroce opposizione di facciata ci fosse una connivenza di sostanza — che ha come obiettivo perpetuare lo scontro — che fornisce status e potere agli uni e agli altri. Questa aberrante campagna dei coloni mi pare che sia la conferma di quel che pensavo.

Il parallelismo (e l'alleanza oggettiva) tra movimento dei coloni ed Hamas e' intelligentemente tratteggiato da Akiva Eldar su Ha'aretz.


martedì, 21 dicembre 2004
Protagonisti in politica estera
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:49 pm

E' interessante notare quale attenzione abbia ricevuto sulla stampa israeliana e palestinese la visita laggiu' del nostro ministro degli Esteri Gianfranco Fini, abbondantemente pubblicizzata da giornali e tv in Italia:
Ha'aretz: niente
Maariv: niente
Jerusalem Post: niente
Yedioth Ahronoth: niente (se non ho preso un abbaglio)
Jerusalem Times: niente
Palestine Chronicle: niente
Wafa: niente
Palestinian Information Center: niente


lunedì, 20 dicembre 2004
Sacri mattoncini
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:53 am

Non so se e' idiota, se e' blasfemo, o che altro: personalmente The Brick Testament mi e' sembrato delizioso.

(via Eihwaz)


domenica, 19 dicembre 2004
Formaldeide?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 7:56 pm

Tra tante voci favorevoli, anche a sinistra, al nuovo governo di unita' nazionale in Israele, vale la pena di leggerne una fieramente contraria, quella di Baruch Kimmerling, su Ha'aretz. Secondo Kimmerling, attraverso il nuovo governo verra' portato a compimento, in assenza di opposizione, il disegno enunciato da Dov Weisglass di rimuovere la questione palestinese dall'agenda politica nazionale ed internazionale con un ritiro sostanzialmente fittizio da parti trascurabili dei territori occupati:

From this point of view, it is only natural for the Labor Party to support the Sharon version of the Likud, because, with the exception of a few eccentrics in Labor, the party's conceptions are not and were never different from those of Sharon, who in fact sprang up in the fields of Mapai, the forerunner of Labor. This move has done away with any possibility of political opposition and alternative thought in the country. Indeed, the country is now going to be put into that wonderful chemical of unity – formaldehyde.


venerdì, 17 dicembre 2004
Caro soldato
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 11:32 pm

Su Haaretz di oggi c'e' la lettera di un paracadutista israeliano che giustifica il comportamento dell'esercito nei Territori occupati, ivi compresa l'uccisione di bambini. E c'e' una lunga, dura e problematica risposta di Gideon Levy. Credo che meriti una lettura integrale:

The blood of these children cries out to the heavens. Their blood is on our hands. Their blood is on the hands of those who sent you to the casbah and it is on the head of those who shot and it is on the head of those who walk the streets of Nablus armed and tyrannize the residents, and it is also on the head of those who were silent. You are there in my name, too, and therefore we all carry a heavy responsibility, too heavy to bear.

So di fare un paragone pericoloso — e ne diffido io per primo mentre me lo rigiro in testa — ma sto leggendo Il Girasole di Simon Wiesenthal e ci ho ritrovato gli stessi temi etici.

Intanto e' stato raggiunto un accordo per il nuovo governo di grande coalizione tra Likud e Laburisti. Sara' un pessimo governo, ma a questo pessimo governo sono appese le esili speranze di superare gli orrori del conflitto. A condizione che imponga il blocco degli insediamenti, tanto per cominciare.


lunedì, 13 dicembre 2004
A change in the weather
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:05 am

A leggere la stampa israeliana in questi giorni si trae una strana sensazione di novita' e di cambiamento. Eppure l'occupazione continua atroce come al solito, la guerriglia palestinese anche, la crisi economica lascia un milione e quattrocentomila persone sotto la linea della poverta' (per parlare soltanto dei cittadini israeliani), una politica economica economica e sociale ferocemente darwinista non sara' cambiata di molto dal prossimo ingresso dei laburisti nel governo.
Non (ancora) un cambiamento nelle cose, dunque: ma nel clima sicuramente si'. Tanto e' vero che una societa' che per anni e' stata del tutto insensibile a quel che l'occupazione comportava nei Territori, ora finalmente si interroga (e con grande durezza) sugli abusi e sui crimini dell'esercito (segnalo alcuni interventi che mi paiono particolarmente significativi). Ma la discussione va finalmente anche oltre, investendo la stessa natura delle scelte delle politiche d'occupazione e di repressione.
Al tempo stesso corre un po' dappertutto la convinzione che siano giorni in cui tutto puo' cambiare, per il meglio o per il peggio, in cui si gioca veramente un pezzo importante del destino di Israele — e che non ci sia tempo da perdere: cosi' Yoel Marcus, ma e' solo un esempio fra i tanti. Al centro di tutto c'e' — ovviamente — il piano di disimpegno da Gaza: quel piano che, non ci si stanca mai di ripetere, e' brutto, inadeguato, insufficiente e nasconde il disegno di concedere pochissimo per allontanare indefinitamente la trattativa sull'essenziale, il West Bank, Gerusalemme, una soluzione per i profughi, l'acqua, il controllo delle frontiere, le infrastrutture. Ma che e' percepito comunque come cio' che ha rimesso in movimento una situazione altrimenti in stallo, la pietruzza tolta da sotto che potrebbe far franare l'intera montagna dell'occupazione. Che, se sara' un passo isolato, portera' a un conflitto ancora piu' duro e ad un aumento del terrorismo; se sara' il primo passo verso una soluzione complessiva e negoziata, potra' diventare — perfino contro la volonta' dei suoi ideatori — uno strumento di pace vero.
Non e' chiaro (a me perlomeno) se tutta la frenetica attesa di questi giorni abbia un fondamento reale o sia l'ennesima illusione dietro a cui si perde una societa' profondamente in crisi. Ancora meno chiaro e' per me (e sarei felice se qualcuno mi segnalasse le fonti per capire qualcosa in piu') e' come questo momento viene vissuto da parte palestinese, con le elezioni, il dibattito aperto sulla tregua, le contestazioni di Marwan Barghouti nei confronti della leadership di Fatah, ecc. Il clima e' cambiato solo per gli Israeliani, o anche per i Palestinesi?


venerdì, 10 dicembre 2004
Un patto col diavolo (si fa pure questo)
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:27 am

Sharon e' stato autorizzato dal suo partito a formare un governo di coalizione con i laburisti. Le grandi coalizioni sono sempre un atto contro natura, in un sistema democratico. E in questo caso forse ancora di piu', perche' la politica interna ed economica della destra israeliana ha un che di socialmente feroce. Tuttavia soltanto questo governo oggi puo' assicurare che le tenui speranze di avviare a soluzione il conflitto non crollino insieme alla cancellazione del ritiro da Gaza. Un classico caso di "turarsi il naso": certo che turarsi il naso e stare con Sharon e' proprio una gran brutta situazione.

Su Ha'aretz un interessante commento di Alexander Yakobson sui crimini di guerra israeliani nei territori.


martedì, 7 dicembre 2004
Prove di pace?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:26 pm

(post trasferito da qui)

Secondo Haaretz Israeliani e Palestinesi sarebbero ad un passo da un accordo di principio per una soluzione complessiva del conflitto. E' presto per qualunque considerazione, ma la sensazione e' che il clima sia cambiato davvero, nelle ultime settimane — e che lo stallo sanguinoso degli anni passati possa essere superato. Incrociamo le dita e cerchiamo di capire.


mercoledì, 1 dicembre 2004
Una vittoria disperante
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:23 pm

(post trasferito da qui)

Sono davvero tempi duri per Israele, se il massiccio voto parlamentare contro il bilancio proposto dal governo Sharon viene salutato con sgomento. Perche' in effetti e' una manovra finanziaria impresentabile, che taglia sul poco di welfare che e' rimasto, che approfondisce pesantemente le disuguaglianze sociali, che non fa nulla per combattere la poverta' crescente di ampie fasce della popolazione. E per di piu' finanzia generosamente quegli ambienti ultrareligiosi che sono tra i principali responsabili della catastrofe politica e morale del paese in questi anni. Quindi perche' dolersi?
Perche' questo voto significa con ogni probabilita' che il governo Sharon cadra' — e con lui cadra' anche il piano di disimpegno da Gaza. Quel piano brutto, insufficiente, ipocrita che pero' costituisce nonostante tutto la sola alternativa positiva a un futuro di guerra senza speranza.
Davvero, sono tempi duri, se i sostenitori della pace si trovano a dover sperare che Sharon, nonostante tutto, la sfanghi un'altra volta.

Non so e non capisco abbastanza delle dinamiche palestinesi per comprendere la portata di due notizie diffuse stasera: che Marwan Barghouti sara' probabilmente candidato alle elezioni per la presidenza dell'ANP — e che Hamas non partecipera' a quelle stesse elezioni (ma tenendo un atteggiamento assai moderato, che pare piu' una rinuncia a presentare candidati alternativi che un vero e proprio boicottaggio). Qualcuno piu' illuminato di me puo' dirci qualcosa (per favore, se avete da dire soltanto che Barghouti e' un assassino e che la sua candidatura dimostra che i Palestinesi sono tutti assassini — o altre idiozie del genere — lasciate perdere: qui c'e' bisogno di *capire* — e quindi di fare attenzione a tutti i toni del grigio)?


sabato, 20 novembre 2004
Un orrore che fa troppo poca notizia?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:50 pm

Leonardo Coen (su Repubblica online ieri sera, ma gia' stamani sparito dalla pagina iniziale) scrive che il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha pubblicato una notizia (corredata di foto) secondo cui soldati di Tsahal avrebbero in varie occasioni oltraggiato i cadaveri di palestinesi uccisi. Non sono in grado di leggere la notizia originale — e l'eco sulla stampa israeliana online mi pare sorprendentemente (sinistramente?) scarso: un articoletto senza commenti di Haaretz ed una presa di posizione del rabbino capo delle forze armate riportata dal Jerusalem Post. Quello che mi sorprende e' che non trovo echi nemmeno nelle fonti arabe che ho, sia pure di corsa, consultato (Al Jazeera, Jerusalem Times, Palestine Chronicle). Resto percio' in attesa di verifiche e chiarimenti.
Rimane il fatto che si tratta di una barbarie inconcepibile — contro la quale ogni coscienza un minimo decente dovrebbe ribellarsi. E che questo non sembri accadere in Israele e' l'ennesima prova del fatto che l'occupazione sta corrompendo la fibra morale della societa'.


giovedì, 11 novembre 2004
Di corsa
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:21 pm

Oggi non ho nemmeno il tempo di respirare. Tre segnalazioni al volo:
1. Akiva Eldar su Haaretz di ieri sulle opportunita' che una politicca israeliana intelligente potrebbe cogliere in questa fase;
2. Zvi Bar'el sempre su Haaretz spiega perche' il cambio di leadership palestinese potrebbe non degenerare nel caos (la pensa diversamente Lia e lo dice qui);

3. un bell'articolo di Amos Oz sul Corriere del 7 novembre, sulla stanchezza delle colombe e il fallimento dei falchi in Israele (via One More Blog).


domenica, 7 novembre 2004
In bilico
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:29 pm

Tre articoli interessanti comparsi su Haaretz rendono chiara la sensazione che Israele si trovi su uno stretto crinale tra l'apertura di qualche fievole opportunita' di pace e lo scivolamento verso una nuova serie di catastrofi:

Gideon Levy argomenta che Bush e' un nemico di Israele, perche' non e' capace di (o non vuole) eservitare la necessaria pressione perche' Israele adotti un approccio moderato nei confronti dei Palestinesi:

An American president who will give Israel four more years of freedom to act as it pleases in the territories is not a friend of this country. A true friend would save Israel from itself, as some European leaders are trying to do by means of the criticism they hurl at Israeli government policy. In a situation in which Israel is not restraining itself, restraint imposed from the outside is a supreme national interest, even if it involves exerting pressure that at times can be brutal.

L'editoriale intitolato Un'occasione per la riconciliazione sostiene che il momento dell'eventuale funerale di Arafat puo' essere un'occasione per dare segnali di buona volonta' e per riaprire un canale di comunicazione con la leadership e con il popolo palestinese:

Rejecting the request to bury Arafat in Jerusalem will play into the hands of fanatic Muslims seeking incitement. An agreement about Arafat's burial arrangements in Jerusalem will strengthen the moderate Palestinian camp and give Israelis hope of replacing the atmosphere of violent confrontation with one of negotiation and conciliation.

Amos Harel esamina il possibile ruolo moderatore degli alti comandi militari israeliani sul governo, di fronte alla possibilita' che i nuovi leader palestinesi si rivelino interessati ad un cessate il fuoco:

The impending death of Yasser Arafat provides Israel with a rare opportunity to fix the mess it made last time – and even with the same partner, in view of the emerging return of Abbas to a position of influence. The IDF's recommendations to the political echelon will therefore be an expanded edition of its assessments from that summer: A show of generosity and patience, willingness to take certain security risks, and an understanding that, without a partner developing on the Palestinian side, the situation could quickly deteriorate once more.

giovedì, 4 novembre 2004
Mentre Arafat muore
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:32 pm

In queste ore in cui Arafat sta morendo, mi riesce difficile pensare ad altro, ma non riesco a pensare gran che di coerente. E allora provo a metter giu' un po' di annotazioni confuse, tanto per restare fedeli alla caption di questo blog.
Intanto, spero che lo lascino morire con dignita'. Che non gli infliggano il balletto macabro dell'agonia prolungata fino a sistemazione delle beghe dei successori, che non si accaniscano a tenerlo in vita perche' non e' ancora il momento di lasciarlo morire. Nessun uomo merita di essere usato sul letto di morte — e nessuno merita di essere tenuto vivo oltre il limite dell'umana decenza.
E poi credo, sommessamente, che impedire la sepoltura di Arafat a Gerusalemme sarebbe un errore terribile di Israele. Lo sarebbe sul piano morale, perche' non si nega ad un uomo di essere sepolto nel luogo per il quale ha combattuto tutta la vita. Nemmeno se quell'uomo e' un nemico. Lo sarebbe sul piano politico, perche' sarebbe un ulteriore sanguinoso affronto alla dignita' del popolo palestinese: un'offesa al pater patriae e la riaffermazione di una sovranita' ebraica esclusiva su Gerusalemme e sul Monte del Tempio. Ce n'e' di che infiammare una terza intifada.

Terzo: chi pensa che — levato di mezzo Arafat — spariranno le rigidita' palestinesi, non ha capito nulla. Si e' bevuto la storia che non c'e' un partner con cui trattare ecc. ecc. Il fatto e' che ci sono almeno quattro nodi della contesa israelo-palestinese che nessuna leadership puo' affrontare in maniera piu' morbida di come ha fatto Arafat: Gerusalemme, la piena sovranita' palestinese sulla Cisgiordania (tutta intera), il controllo dell'acqua, il controllo delle frontiere (*). Perche' sono le questioni da cui dipende la possibilita' stessa di uno stato palestinese. Arafat su questi punti ha fatto il massimo delle concessioni possibili (anche Barak aveva fatto il massimo delle concessioni possibili, a suo tempo — e non e' bastato) — i suoi successori potranno concedere meno, non piu' di lui.
Quarto: puo' darsi che morendo Arafat renda comunque un ultimo servigio alla sua gente: perche' cadra' l'alibi dietro cui Sharon e i suoi si sono trincerati finora per evitare di negoziare alcunche', per non riavviare il processo di pace. Sharon dice da anni che e' Arafat il vero ostacolo alle trattative. Quando Arafat non ci sara' piu', sara' difficile giustificare il rifiuto di riprendere il dialogo.
Infine. Io credo che Arafat abbia commesso errori terribili e porti responsabilita' politiche e morali terribili. Ma credo anche che sia stato un uomo capace di gesti di coraggio e di lungimiranza — che sia stato, nonostante tutto, un grande leader del suo popolo — e che avrebbe potuto essere, dati i tempi e le circostanze, la miglior controparte realisticamente possibile di Israele. Per gli errori suoi e per gli errori di Israele non e' stato cosi' — che tristezza.

(*) C'e' ovviamente anche la questione — dolorosissima e spinosa — del ritorno dei profughi: ma credo che su questo punto i Palestinesi dovranno fare ancora pesanti concessioni. Perche' e' la questione vitale per l'esistenza stessa di Israele. Ma di questo si e' parlato altre volte.

Su Haramlik ho trovato un post molto bello su Arafat. Mi ha aiutato a capire che cosa ne penso. Mi ha aiutato a non rifugiarmi in un giudizio di comodo — bianco o nero che fosse.

martedì, 26 ottobre 2004
Israele = Sud Africa?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:55 pm

Ne discutono sull'ultimo numero di Bitterlemons Yossi Alpher, Ghassan Katib, Yisrael Harel e Hisham Ahmed.
Io credo che certe equivalenze siano solo fuoco per la propaganda, e che vadano accuratamente evitate. Ma che per evitarle Israele debba *radicalmente* cambiare politica. E il ritiro da Gaza e' troppo poco, troppo tardi — e troppo simile alla creazione di un bantustan.


venerdì, 8 ottobre 2004
Causa e conseguenza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:50 pm

Cosi' Dov Weisglass nell'intervista rilasciata ad Haaretz (qui il testo completo):
From your point of view, then, your major achievement is to have frozen the political process legitimately?

"That is exactly what happened. You know, the term `political process' is a bundle of concepts and commitments. The political process is the establishment of a Palestinian state with all the security risks that entails. The political process is the evacuation of settlements, it's the return of refugees, it's the partition of Jerusalem. And all that has now been frozen."

So you have carried out the maneuver of the century? And all of it with authority and permission?

"When you say `maneuver,' it doesn't sound nice. It sounds like you said one thing and something else came out. But that's the whole point. After all, what have I been shouting for the past year? That I found a device, in cooperation with the management of the world, to ensure that there will be no stopwatch here. That there will be no timetable to implement the settlers' nightmare. I have postponed that nightmare indefinitely. Because what I effectively agreed to with the Americans was that part of the settlements would not be dealt with at all, and the rest will not be dealt with until the Palestinians turn into Finns. That is the significance of what we did. The significance is the freezing of the political process. And when you freeze that process you prevent the establishment of a Palestinian state and you prevent a discussion about the refugees, the borders and Jerusalem. Effectively, this whole package that is called the Palestinian state, with all that it entails, has been removed from our agenda indefinitely. And all this with authority and permission. All with a presidential blessing and the ratification of both houses of Congress. What more could have been anticipated? What more could have been given to the settlers?"

I return to my previous question: In return for ceding Gaza, you obtained status quo in Judea and Samaria?

"You keep insisting on the wrong definition. The right definition is that we created a status quo vis-a-vis the Palestinians. There was a very difficult package of commitments that Israel was expected to accept. That package is called a political process. It included elements we will never agree to accept and elements we cannot accept at this time. But we succeeded in taking that package and sending it beyond the hills of time. With the proper management we succeeded in removing the issue of the political process from the agenda. And we educated the world to understand that there is no one to talk to. And we received a no-one-to-talk-to certificate. That certificate says: (1) There is no one to talk to. (2) As long as there is no one to talk to, the geographic status quo remains intact. (3) The certificate will be revoked only when this-and-this happens – when Palestine becomes Finland. (4) See you then, and shalom."

Le conseguenze di questa politica sono immediatamente chiare — e sulla carne e sangue di Israele, oltre che dei Palestinesi. Un grande successo politico, non c'e' che dire.
P. S. Ho colpevolmente dimenticato di dire che queste politiche estendono l'instabilita' — e gli attentati di Taba sono la dimostrazione piu' lampante — anche a quei paesi come l'Egitto che hanno piu' lavorato per uscire dalla spirale del conflitto. Le scelte fatte a Washington e a Gerusalemme sono direttamente causa anche dei morti egiziani di Taba.

giovedì, 19 agosto 2004
Uno stato immorale?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:59 pm

Michael Melchior, parlamentare laburista israeliano, alza un grido di dolore per le politiche economiche e sociali del governo di Israele.

Credo che valga la pena di rifletterci, anche per capire come la crisi della societa' israeliana non sia fatta soltanto del conflitto con i Palestinesi — e investa i valori di fondo di Israele, il suo stesso radicamento nella cultura ebraica: in qualche modo c'e' un inquietante parallelismo tra come Israele affronta la propria politica sociale ed economica da un lato e il rapporto con i Palestinesi dall'altro. C'e' la stessa insensibilita' di fondo, la stessa mancanza di umanita' — e di adesione ai valori profondi dell'ebraismo.
Su un altro piano, e' significativo che Melchior scriva come se la questione palestinese — e la questione dei cittadini arabo-israeliani — non esistessero. Anche questo merita una riflessione, perche' l'invisibilita' dei Palestinesi per il pubblico generale di Israele e' uno degli aspetti rilevanti se si vuol capire quello che accade.

A margine, e cedendo a una suggestione polemica, credo anche che valga la pena di rileggere quell'articolo come se parlasse dell'Italia, di come potrebbe essere tra qualche anno, lasciata nelle mani della destra che ci governa e che e' tanto amica di Sharon.

martedì, 17 agosto 2004
Acqua, Israele e Palestina
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:59 pm

Il nuovo numero di Bitterlemons e' dedicato al tema (essenziale per capire le prospettive) dello sfruttamento delle falde acquifere nel West Bank.


martedì, 17 agosto 2004
Post ad interim
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 4:17 pm

Sono diversi giorni che ho un post iniziato in cui dovrei parlare del rapporto tra il percorso del muro (o della barriera, se preferite una terminologia piu' ipocrita), la geografia del West Bank e le politiche israeliane di insediamento. Mi mancano il tempo e la concentrazione. Per ora vi lascio alla lettura di queste notizie di Haaretz, una di qualche tempo fa, l'altra di oggi, e a confrontarle con queste cartine. Secondo me basta e avanza per capire — comunque se ne riparla quando tiro il fiato.

Altre due carte utili.

giovedì, 22 luglio 2004
Sharon, l'aliyah e la Diaspora
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:44 pm

L'uscita infelice di Sharon sull'emigrazione degli ebrei francesi merita forse di non essere letta alla luce delle polemiche piu' o meno interessate e della stretta attualita' politica, ma di un ragionamento piu' pacato e piu' generale. Provo qui a fare le mie considerazioni, premettendo che — essendo un gentile — potrei facilmente prendere fischi per fiaschi, se non altro perche' parlo di cose che mi riguardano fino a un certo punto.
Israele fonda la sua stessa ragion d'essere sul superamento della Diaspora e sull'aliyah, il ritorno in Erez Israel del popolo ebraico disperso. Senza questa idea non ci sarebbe il sionismo e non ci sarebbe Israele. Non e' un accessorio e non e' un arnese del passato: la missione di Israele e' riportare *tutti* gli Ebrei a vivere in Erez Israel. Fino a quel momento e' ovvio e naturale che ogni governante israeliano, non solo Sharon, sosterra', invochera', promuovera' l'aliyah degli ebrei della Diaspora. Non fa che perseguire lo scopo originario dello stato che rappresenta. Si puo' essere piu' o meno d'accordo, si puo' essere piu' o meno convinti del sionismo come ideale, ma pensare che un governante israeliano rinunci ad invitare gli ebrei della Diaspora a emigrare in Erez Israel sarebbe come chiedere a McDonald's di smettere di fare propaganda agli hamburger.
Questo porta con se' tutta una serie di questioni aperte e problematiche, al cuore stesso dell'idea sionista e dell'identita' ebraica.
E' evidente che la posizione sionista parte dalla convinzione che gli Ebrei siano *prima di tutto* una nazione. E che quindi la loro identita' sia prevalente su ogni differenza culturale, nazionale, etnica, ecc. Un ebreo e' un ebreo, ed e' connazionale di tutti gli altri ebrei: che sia americano o francese o russo o israeliano ha un'importanza secondaria. La sua identita' ebraica e' una identita' nazionale — e la nazione trova il suo luogo naturale di esistenza e di autogoverno in Erez Israel e nello stato di Israele. In questa prospettiva ovviamente l'aliyah e' la sola forma di completa realizzazione dell'identita' ebraica, ed Israele e' il solo luogo dove si puo' essere pienamente incardinati nella nazione ebraica. Il corollario — spesso inespresso, ma nondimeno evidente — e' che la Diaspora implica una condizione di minorita' dell'ebreo, una sua diminuzione che soltanto l'aliyah puo' sanare. Anche perche' l'ebreo della Diaspora e' comunque *straniero* nel paese in cui e' nato e vive (nella sua stessa percezione, ma soprattutto in quella dei gentili che lo circondano: esemplare ed orrendo — (il resoconto qui, alle pagg. 38-39 — quanto accaduto all'Assessore Ascoli della Regione Marche, che nel corso del dibattito sullo statuo regionale si e' sentito dire da un consigliere di Forza Italia: "Lei e' un ospite in questo paese"). E' una posizione legittima, ma non e' certamente l'unica legittima.
La Diaspora si e' formata in duemila anni di storia di conflitti e di integrazione tra le comunita' ebraiche e il tessuto sociale, economico, nazionale delle realta' in cui esse hanno vissuto. Ha creato un miracoloso intreccio di differenze e di identita' che sta al cuore stesso dell'Europa (e dell'America): di fatto non e' possibile pensare ad una identita' culturale europea o americana senza includere in esse l'apporto dell'ebraismo diasporico. Simmetricamente gli ebrei della Diaspora sono radicalmente integrati nelle comunita' nazionali in cui vivono, pur mantenendo una loro *differenza*: parlano la stessa lingua dei loro connazionali gentili, ne condividono abitudini, cultura, passioni, rappresentazioni. Sono Francesi o Italiani, o Americani — e non percepiscono la loro identita' ebraica come nazionalita'. Certo, come appartenenza al popolo ebraico, ma non ad una nazione separata da quella in cui vivono. Di questo difficile e miracoloso equilibrio tra integrazione e distinzione forse il frutto piu' significativo e piu' fecondo e' l'yddish. Non e' un caso che in Israele l'yddish sia stato scoraggiato e soppiantato dalla rinascita dell'ebraico, lingua *nazionale* e non vincolata alla lunga storia di contaminazione europea.
La Diaspora ha una sua autonoma ebraicita', che non e' meno piena, in questa prospettiva, di quella di coloro che hanno scelto Israele e la concezione dell'ebraismo come nazionalita'. Certo, il legame tra Israele e Diaspora e' comunque indissolubile e non potrebbe essere altrimenti, ma si fonda, ancora una volta, su un intreccio di identificazione e distinzione: Israele e Gerusalemme sono nel cuore di ogni ebreo, ma non sono necessariamente la patria di un ebreo.
Detto cio', mi pare che le dichiarazioni di Sharon perdano completamente di vista — credo inevitabilmente — questa distinzione e l'autonomia stessa della diaspora. Per questo hanno colpito tanto negativamente perfino all'interno delle comunita' ebraiche francesi.
Personalmente credo che una ricchezza profonda dell'ebrasimo moderno possa venire proprio dalla dialettica tra Diaspora e Israele, e che l'emigrazione in massa degli ebrei della Diaspora non potrebbe che impoverire tutti: noi gentili, l'ebraismo e perfino Israele. Se esiste (e io credo che esista) un problema di antisemitismo risorgente in Europa, la soluzione non e' l'emigrazione, ma un rigoroso impegno contro ogni forma di discriminazione e di razzismo, non solo antisemita, qui ed ora, nei paesi della Diaspora.
Off topic, piu' o meno. Noiosamente, ripetitivamente: e' giusta la condanna dell'ONU e la richiesta a Israele di smantellare il muro. Non per il muro in se', che potrebbe essere una misura legittima, per quanto sgradevole, di difesa della propria sicurezza e delle proprie frontiere: ma perche' il muro non e' sulla frontiera e perche' con il suo percorso rende impossibile la vita di molti palestinesi. Questo non ha a che fare con le esigenze di difesa dal terrorismo, ma con quello degli insediamenti ebraici nel West Bank e con l'annessione strisciante di terre palestinesi. Si costruisca il muro sulla Linea Verde — e allora davvero a chi lo contesta si potra' opporre che non prende in considerazione le esigenze di sicurezza dei cittadini di Israele.

domenica, 18 luglio 2004
Se fosse l'inverso?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:19 am

Cosi' titola Gideon Levy su Haaretz:

But when we're implicated and the victims are Palestinians, we prefer to avert our eyes, not to know, not to take an interest and certainly not to be shocked. Palestinian victims – and their numbers, as everyone knows, are far greater than ours – don't even merit newspaper reports, not even when the chain of events is particularly brutal, as in the examples above. This is not an intellectual exercise but an attempt to demonstrate the concealment of information, the double morality and the hypocrisy. The indifference to these two very recent incidents proved again that in our eyes there is only one victim and all the others will never be considered victims.

Merita una lettura integrale.
Segnalo anche un interessante articolo di Moshe Halbertal sul rimpatrio dei coloni in Israele ed uno, profondamente disturbante, di Avraham Tal, che giustifica su base etnica la legge sulla cittadinanza che impedisce la naturalizzazione degli Arabi: a riprova delle contraddizioni stridenti della societa' israeliana.


mercoledì, 14 luglio 2004
Tikkun olam
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Umori e malumori, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 9:22 pm

(Approfitto di un viaggio in treno — in cui non riesco a far niente di piu' costruttivo — e comincio a recuperare l'arretrato)

Secondo una teoria cabalistica che riassumo qui per quel pochisismo che ne so e per quel meno ancora che ne ho capito, al momento della creazione l'Altissimo riverso' le manifestazioni della sua essenza in una serie di vasi, perche' fossero trasfuse nel mondo. I piu' deboli di quei vasi non ressero l'urto di tanta potenza e andarono in mille pezzi, spargendosi come schegge in tutto il creato. Cio' significa che il mondo e' imperfetto, non e' cosi' come D-o lo aveva progettato, perche' i vasi si sono spezzati e l'armonia prevista non sara' ricostituita fino a che tutti i frammenti non saranno stati ricomposti. Il compito (infinito?) dell'uomo e' riconoscere i cocci di quel disastro primordiale, le scintille del disegno di D-o andato in frantumi, e rimetterle al loro posto. Solo quando tutti i pezzi saranno tornati la' dove dovevano essere il Messia verra'. L'espressione ebraica per questo lavoro di rattoppo e' "tikkun olam", che significa al tempo stesso "riparazione del mondo" e "redenzione del mondo"*. All'uomo spetta rammendare il mondo — se vuole sperare che sia redento.
Non intendo fare una lunga digressione teologica — la riterrei importante, ma ne so troppo poco e comunque non mi pare cosa adatta a un blog –, ma dico soltanto che mi affascina trovo consolante l'idea che siamo qui per rammendare il lavoro mal riuscito di D-o.

Scendendo sulla terra, mi pare che spesso le persone che abbiamo intorno si possano classificare bene secondo una metafora ispirata a questa storia: ci sono quelli che vogliono cambiare il mondo ("un altro mondo e' possibile") e quelli che si accontentano di aggiustare pazientemente quello che c'e'**.
I primi rifiutano di venire a patti con il mondo imperfetto che si trovano davanti; ne vedono gli errori e gli orrori e si chiamano fuori. Sono i rivoluzionari, i visionari, i puri. Da Gesu' in qua. Sono dominati dalla sete di giustizia, fino al punto di rinunciare all'efficacia — se non puo' essere conforme a giustizia.
I secondi sono quelli che cercano ogni giorno di incollare cocci, di rammendare strappi, di far funzionare alla meno peggio qualcosa che forse e' irrimediabilmente rotto e non funzionera' mai come dovrebbe. Sono quelli che scendono a patti, che mediano, che si compromettono. La giustizia e' anche il loro sogno, ma si sentono obbligati all'efficacia.
Nel mio piccolo, so di non avere abbastanza visione e senso della giustizia per essere tra coloro che vogliono un mondo diverso. Sto dalla parte dei rammendatori, senza grandi speranze che il compito possa mai aver fine o che possa risolversi in qualcosa di meglio del meno peggio.
E a volte avrei davvero bisogno che qualche visionario si distogliesse per un attimo dal suo progetto di un mondo migliore e desse una mano a rammendare questo.

* Nella pratica ebraica quotidiana "tikkun olam" e' l'espressione abituale per indicare le attivita' sociali e caritatevoli: ma in questo post mi interessa il senso originario.
** Beh, ci sono anche quelli che stanno bene nel mondo cosi' com'e' — e ne traggono partito. Ma di loro non mi interessa discutere oggi.


lunedì, 7 giugno 2004
No — antisemita tu — certo che no!
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:39 pm

Questo post e' nato come commento a un intervento di Lia, poi e' cresciuto troppo e quindi lo metto qui, ma preferisco non cambiare il tono ad personam.
Solo un anticipo, per non lasciar cadere il discorso (poi ritorno, leggo gli altri commenti, mi documento, imparo e — se del caso — dico la mia). Nessuna intenzione di "discutere cio' che tu sei" — non solo perche' sei tu il miglior giudice di te stessa, ma soprattutto perche' non ti faccio capace di essere antisemita. Tanto quanto sono certo io di non poter essere un razzista anti-arabo o anti-islamico. E' talmente fuori di dubbio nella mia testa che mi sto chiedendo dov'e' che il mio ragionamento non sta in piedi.
Tuttavia le cose che ho scritto continuo a pensarle. E continuo a pensare che la parte tragica della vicenda sia proprio nello scontro di due diritti entrambi ben fondati e innegabili: quello dei Palestinesi arabi alla loro terra e quello degli Ebrei alla loro terra. Che sciaguratamente e' la stessa. Certo, si tratta di due diritti diversi. Il diritto dei Palestinesi alla Palestina e' ovvio: e' la loro patria, e' il luogo dove per generazioni sono nati e vissuti. In nessun altro luogo possono essere cio' che sono. Quello degli Ebrei e', io credo, meno ovvio ma altrettanto fondato: Erez Israel e' la sola terra che gli Ebrei possano considerare patria. In un certo senso e' la consapevolezza di essere esuli da Erez Israel che ne ha garantito la sopravvivenza per duemila anni.
Io credo che non se ne esca negando uno di questi due diritti. E che negarne uno equivalga a negare l'identita' di uno dei due popoli. Se non vogliamo parlare di antisemitismo — e probabilmente il termine offusca il senso delle mie parole — la questione e' poi tutta qui. E percio' solo un doloroso compromesso — ma fondato sul *reciproco* riconoscimento — puo' permettere agli uni e agli altri una vita dignitosa.
Che poi oggi le colpe di Israele siano probabilmente piu' gravi di quelle dei Palestinesi, se non altro per la sproporzione di forze, e' altra questione — su cui non posso che essere d'accordo. Ma anche in questo caso, non se ne esce se non immaginando dei compromessi.

Un'ultima battuta, se mi permetti. Tu dici di essere certa che oggi e' (nel nostro caso) lunedi'. Io concordo. Ma ho l'impressione che il problema vero sia che per me questo lunedi' e' il 18 Sivan del 5764, per te il 18 Rabi'ath-Thani del 1425. Fuor di metafora: non e' che diciamo la stessa cosa a partire da strumenti di lettura diversi, e che alla fine non siamo capaci di accordarci sul fatto che oggi e' (per convenzione) il 7 giugno 2004? Francamente, le fotografie sono tutto tranne che oggettive…


lunedì, 24 maggio 2004
"Ammazzare secondo le istruzioni"
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:24 pm

Se un articolo come questo di Yossi Ziv trova spazio in un quotidiano tendenzialmente conservatore come Maariv, forse e' il segno che qualcosa sta cambiando in Israele. Poco per essere ottimisti, certo. Ma sono i segnali che vanno alimentati, se si vuole arrivare a una svolta reale.


domenica, 23 maggio 2004
Non semplifichiamo, per favore
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:29 pm

La lettura dei post recenti di Lia su Haramlik apre la strada a un certo numero di riflessioni non facili, che tra l'altro richiedono tempi e approfondimenti superiori a quelli abituali di The Rat Race (e alle capacita' del sottoscritto). Percio' provo a dividere le cose che vorrei dire in puntate — e magari cosi' riesco a non perdermi troppo.
Nelle prossime puntate: genocidi reali e simbolici, antisemitismo e correttezza verbale, accordo di associazione tra UE e Israele. [...]

Sono assolutamente d'accordo quando si dice che Israele e' una societa' che ha perso la sua bussola morale. Credo di averlo detto perfino io, nel mio piccolo, qua e la' — e credo anche di essere indissolubilmente legato a quel pregiudizio che mi fa desiderare che lo stato ebraico mantenga uno standard morale almeno un briciolo superiore a quello degli altri paesi, proprio perche' e' figlio della storia e della cultura ebraica (ebbene si' — passero' pure io da antisemita).
Israele oggi e' una societa' incattivita, apatica, sfiduciata. E' una societa' che ha perso la capacita' di reagire, di indignarsi di fronte alle ingiustizie. Non solo di fronte all'occupazione dei Territori: anche di fronte al trattamento inumano dei lavoratori stranieri, allo smantellamento della sicurezza sociale, alla crescita delle disuguaglianze economiche, alla desecolarizzazione della convivenza civile — eccetera.
C'e' di piu': di questa condizione, la parte migliore del paese e' pienamente consapevole. Cosi' come e' consapevole che il veleno da cui tutto cio' discende e' proprio il protrarsi dell'occupazione. Mesi addietro citavo un articolo di Avraham Burg. Non posso che rimandare a quello.

Detto questo, possiamo reagire in due modi: dirci che ok, abbiamo trovato di chi e' la colpa, condannare e sentirci meglio. E parlare soltanto con quegli israeliani che hanno gli occhi aperti, che rappresentano la ragione. Oppure provare a capire — vedere la complessita' dov'e' — e cercare di favorire quegli approcci che possono far uscire Israele dallo stallo morale e politico in cui e'. La maggior parte dei cittadini israeliani e' pronta — gia' oggi — ad accettare una soluzione "due popoli due stati"; probabilmente piu' di quanto sia pronta ad accettarlo la maggioranza dei Palestinesi. Ma questa maggioranza silenziosa non ha capacita' di incidere, non pesa abbastanza nelle scelte politiche — non e' capace di tradurre questo atteggiamento in politica nazionale. Ho trovato bellissimo, da questo punto di vista, il discorso di Ami Ayalon alla manifestazione dei 150.000 della settimana scorsa. Che ha detto Ayalon? Che in quella piazza non c'era la maggioranza del paese. Che quella piazza non era stata capace di mobilitare la maggioranza del paese, perche' non l'aveva capita. Io credo che questo sia il passaggio fondamentale. Senza la capacita' di parlare alla maggioranza di Israele, che oggi vuole pace e sicurezza, ma non sa come avere ne' l'una ne' l'altra, non si va oltre una nobile testimonianza.
Non possiamo dimenticare che quella stessa maggioranza si sente minacciata — vive con il complesso dell'attentato e del genocidio. A torto? certo che si' — il terrorismo non e' in grado di spazzare via Israele — cosi' come la repressione israeliana non portera' all'estinzione dei Palestinesi. Ma a furia di parlare di genocidi piu' o meno simbolici — tutti vivono nella convinzione del contrario (per altro, se in Italia avessimo avuto una cosa come diecimila morti per episodi di terrorismo negli ultimi quattro anni — la proporzione, rispetto alla popolazione di Israele, e' questa — probabilmente linceremmo i sospetti per la strada). Quindi al momento del voto, la gente sceglie chi fa la voce piu' grossa sulla sicurezza. E' un voto sbagliato? certo che si'. Ma le esigenze degli elettori vanno capite e soddisfatte — dire che gli elettori sbagliano non porta lontano.

Se mai il problema e' un altro. Gli elettori israeliani hanno due esigenze primarie — entrambe irrinunciabili: pace e sicurezza. A torto o a ragione, hanno votato Sharon perche' rappresentava per loro il mix migliore di pace e sicurezza. Il guaio e' che Sharon non ha mantenuto ne' l'una ne' l'altra promessa. E allora? e allora l'opinione pubblica vota per gli altri? C'e' da sperarlo. Ma che cosa trova dall'altra parte? I laburisti in disarmo e una sinistra piena di nobili e sagge figure, ma del tutto incapaci di parlare a chiunque non faccia parte dell'elite ashkenazita. In altri termini — esiste in Israele un bel problema di rappresentativita' della politica rispetto alla societa'. Ma che strano. C'e' solo in Israele. Perche' in America, dove Bush e' stato eletto dai tribunali, il problema non c'e'. E in Inghilterra, dove la scelta e' stare con Blair che fa la guerra in Iraq o con i conservatori che vogliono rispolverare le politiche sociali della Thatcher, nemmeno. E in Francia, dove si e' eletto Chirac a maggioranza bulgara perche' l'alternativa era Le Pen. O qui in Italia, dove a destra c'e' Berlusconi e dall'altra — dopo il soprassalto del '96 — c'e' una politica incapace di guardare al di la' del proprio ombelico (e lo dico standoci dentro — e mi ci tiro dentro pure io). Guardiamoci in faccia: e' un po' troppo facile dire che il problema della rappresentativita' puo' durare al massimo una legislatura. Il problema della rappresentativita' e' strutturale nelle democrazie. Non e' che ho una risposta a questo. Se ce l'avessi sarei il genio politico del XXI secolo. Pero' e' una questione che dobbiamo avere ben chiara davanti: la politica va avanti per cattive approssimazioni. Se si vuole essere un minimo efficaci, bisogna saper vedere qual e' l'approssimazione meno peggiore. Di questo c'e' bisogno in Israele — e di questo dovrebbe farsi carico chiunque abbia a cuore la Palestina e Israele. Distribuire meriti e colpe, invece, serve davvero a poco. (continua…)

Ripensamento del mattino dopo. Rileggo, dopo aver postato un po' in fretta ieri notte, e mi accorgo di aver lasciato ambigue alcune questioni importanti. Me ne scuso e chiarisco.
1) Nessun giustificazionismo per la politica di questo governo e per coloro che lo sostengono. Sono posizioni che vanno avversate e combattute. Bisogna trovare pero' gli strumenti *efficaci* per cambiare le cose. E gli strumenti efficaci passano attraverso la capacita' di dare risposte migliori alle esigenze per le quali gli elettori israeliani si sono rivolti a Sharon.
2) La questione della rappresentativita' della politica trascende Israele. Il mio ragionamento non e' che dalla politica non possono venire risposte. Le risposte possono venire solo da li'. Ma se — ancora una volta — si vuole che siano almeno un po' efficaci, non possono prescindere dalle forze in campo.


lunedì, 10 maggio 2004
L'Iraq visto dalla Palestina e da Israele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:45 pm

I numeri 15-17 di Bitterlemons International e l'ultimo di Bitterlemons parlano di Iraq — ovviamente nella prospettiva, ben diversa dalla nostra, che se ne puo' avere dalla realta' israelo-palestinese. Merita la lettura, come al solito.


lunedì, 10 maggio 2004
Evacuare Sharon
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:30 pm

Lo propone Akiva Eldar in questo bellissimo articolo su Haaretz, che fa il punto sul fallimento del piano di evacuazione da Gaza e sul perche' non e' il caso di disperarsene troppo — e su quali sono le sole ipotesi *realistiche* per arrivare alla pace.


domenica, 9 maggio 2004
Papa' e mamme attenti
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:58 pm

Trovo sul weblog di Beppe Caravita un volantino *bellissimo* per spiegare a chi non e' familiare con la rete che cosa succede con il Decreto Urbani.


sabato, 8 maggio 2004
Uno storico che rivede il suo revisionismo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:59 pm

Benny Morris, uno dei principali storici "revisionisti" israeliani, ha dichiarato a Repubblica in un'intervista del 6 maggio (online solo nella versione a pagamento):

Mi considero sempre un uomo di sinistra, nel senso che sono per la soluzione "due stati per due popoli". Considero valide le proposte di Clinton e Barak a Camp Davis, quelle che Arafat ha rifiutato. Ma ora sono convinto che i palestinesi non aderiscano a questa soluzione, che vogliano tutta la Palestina, come fecero nel '37 di fronte alle proposte di partizione della commissione Peel, a quelle del'47 delle Nazioni Unite. Il rifiuto e' lo stesso con cui Arafat ha rigettato la pace di Barak, lanciando una guerra che non e' di liberazione territoriale, ma contro l'esistenza stessa dello Stato ebraico.
[Il muro] fu concepito dalla sinistra per fermare i terroristi suicidi, e dove e' stato costruito ha funzionato. Ma certo hanno ragione a dire che "politicamente" stabilisce una frontiera: d'altra parte Israele e' stata costretta a farlo dalle bombe che esplodevano ogni giorno. E giusto sia stato fatto. (…) I palestinesi devono dare la colpa solo a se stessi se e' stato costruito. E' un'intera societa' che manda centinaia di persone ad ucciderci.

Dichiarazioni come queste danno da pensare: se anche chi ha indagato prima e piu' degli altri sulle responsabilita' israeliane verso il popolo palestinese oggi e' ridotto sostanzialmente a dire "non c'e' un interlocutore, i palestinesi sono la causa dei loro mali e non vogliono altro che la distruzione di Israele" — allora vuol dire che la societa' israeliana — anche nelle sue parti migliori — e' arrivata al coma. Ha rinunciato ad esplorare qualunque ipotesi costruttiva, e' rassegnata alla continuazione indefinita della guerra e giustifica la propria posizione con l'alibi della mancanza di volonta' di pace nell'altro.
Intendiamoci: Morris ha ragione quando sostiene che la leadership palestinese, rifiutando gli accordi di Taba e scatenando la campagna di attentati contro il processo di pace, ha sostanzialmente rifiutato il miglior compromesso realizzabile e ha dimostrato di non avere veramente a cuore la pace. Cosi' come ha ragione a dire che il muro, riducendo il numero di attentati al di qua del confine, ha una funzione positiva per la sicurezza di Israele. Ma e' altrettanto vero — e Morris preferisce non dirlo — che l'attuale leadership israeliana ha lavorato per tutto tranne che per la pace, continuando ad espandere gli insediamenti in Cisgiordania, eliminando l'Autonomia Palestinese, rendendo di giorno in giorno piu' offensiva ed oppressiva l'occupazione, trasformando il muro da barriera difensiva lungo la Linea Verde in strumento di occupazione del territorio e di demolizione del tessuto sociale, economico e perfino geografico palestinese. Non dire questo significa aver chiuso gli occhi di fronte alla realta' — essersi abituati all'idea della guerra e dell'occupazione permanente.
E' grave — ma lo e' ancora di piu' perche' questo atteggiamento e' quello della gran parte della societa' israeliana. Non si puo' costruire nessuna pace da questo presupposto; ma al tempo stesso non si puo' costruire nessuna pace se non partendo da qui, se non partendo dalla percezione della realta' (per quanto distorta) che gli israeliani mediamente hanno. Come dice Amos Oz, nel libro che ho citato nel post precedente, e' necessario che le parti riacquistino la capacita' di immedesimarsi nel punto di vista dell'altro.

giovedì, 6 maggio 2004
E tu sceglierai la vita

Sono un gran fautore del compromesso. So che questa parola gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici d'Europa, in particolare tra i giovani. Il compromesso e' considerato come una mancanza di integrita', di dirittura morale, di coerenza, di onesta'. Il compromesso puzza, e' disonesto.

Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo, la parola compromesso e' sinonimo di vita. E dove c'e' vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non e' integrita' e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso e' fanatismo, morte. Sono sposato con la stessa donna da quarantadue anni: rivendico un briciolo di competenza, in fatto di compromessi. Permettetemi allora di aggiungere che quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l'altra guancia a un avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l'altro, piu' o meno a meta' strada. Comunque non esistono compromessi felici: un compromesso felice e' una contraddizione. Un ossimoro.

Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli, Milano 2004.
Oggi ho comprato e mi sono divorato in mezz'ora questo splendido libriccino. Quel che dice su Israele, sulla pace in Palestina — ma anche sulla letteratura e su tutto il resto — mi ha folgorato — e' tutto quel che penso — e che non saprei mai dire altrettanto bene.
Quanto all'elogio del compromesso — in tutta la sua amarezza — ne farei la regola e il motto della mia esistenza.

martedì, 4 maggio 2004
Sharon, il referendum e il ritiro da Gaza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:37 pm

Il referendum voluto da Sharon dentro il suo partito sul ritiro da Gaza ha dato un risultato clamoroso nelle percentuali: il 60% dei votanti ha detto no al piano del primo ministro. Credo che valga la pena di ragionare un po' su questo dato — e sul contesto: al solito, quel che ne verra' fuori non sara' lineare — ma e' la realta' a non essere lineare. Metto in fila un po' di osservazioni:
1. I numeri di questo referendum sono assai poco significativi. Ha votato il 40% degli iscritti al Likud (meno di 100.000 persone); il risultato si fonda percio' sulla volonta' di circa 60.000 elettori, meno del 2% del corpo elettorale israeliano. Per di piu' si tratta di un campione assolutamente non rappresentativo della popolazione del paese: hanno votato solo le parti piu' ideologizzate della base di un partito di destra che ha raccolto, ricordiamolo, meno del 30% dei consensi alle ultime elezioni politiche. Un governo deciso a perseguire la linea del disimpegno da Gaza potrebbe farlo legittimamente anche dopo questo voto. Naturalmente pagando dei prezzi politici elevati, ma questo e' un altro discorso: l'annuncio di un piano di ritiro “ridotto” da parte di Sharon sembra dimostrare che non c'è la volontà di pagare tali prezzi. [...]

2. In ogni caso non spettava a questo corpo elettorale pronunciarsi su un argomento come la restituzione ai Palestinesi di una piccola parte del loro territorio. Quel territorio non e' Israele, nemmeno secondo lo stato di Israele. Non spetta ad Israele stabilirne unilateralmente il destino. Male ha fatto Sharon a volere il referendum, peggio hanno fatto gli sponsor europei ed americani di Sharon ad appoggiarlo implicitamente o esplicitamente. La notizia peggiore forse e' per Bush, che in campagna elettorale aveva un gran bisogno di dimostrare che la sua politica mediorientale porta da qualche parte.
3. Ancora una volta i migliori alleati dell'estremismo coloniale della destra israeliana sono stati i terroristi palestinesi: l'assalto di Gush Katif, con l'uccisione di una donna ebrea e delle sue quattro figlie e' stato il migliore argomento di propaganda che — nel giorno del voto — potesse essere offerto ai coloni che si oppongono allo sgombero. Non e' escluso che — su un bacino elettorale tanto ristretto — l'attentato abbia spostato una quantita' decisiva di voti.
4. Paradossalmente, l'attentato di Gush Katif dimostra che lo smantellamento degli insediamenti e' l'unica alternativa ragionevole alla prosecuzione della guerra all'infinito. Finche' ci saranno coloni a Gaza e in Cisgiordania, la loro sicurezza richiedera' una pesante occupazione militare, che non sara' comunque sufficiente ad evitare gli assalti e le vittime.
5. Nulla puo' giustificare l'assassinio di una donna e di quattro bambini. Tuttavia mi si permetta di tracciare una distinzione tanto impopolare e odiosa quanto necessaria: i coloni di Gaza e della Cisgiordania non sono civili inermi che non fanno del male a nessuno, come le vittime degli attentati in Israele. Sono li', spesso per una personale scelta politica, con l'intento di rendere impossibile la restituzione ai Palestinesi di quanto resta della loro terra; occupano aree e sfruttano acqua che non appartiengono a loro, protetti da un dispositivo militare che fa continuamente vittime di cui non si parla abbastanza. La semplice presenza dei coloni nei Territori e' un'arma offensiva contro i Palestinesi. Questo non giustifica certo il ricorso al terrorismo: ma e' giusto aver chiara la differenza tra Gush Katif e Tel Aviv.
6. Nel merito, non so quanto ci sia da piangere per l'affondamento del disimpegno unilaterale da Gaza. Il piano Sharon era troppo poco, troppo tardi. Ma soprattutto era stato collegato a una serie di condizioni tali da rendere impossibile il processo di pace successivo: la permanenza di Israele al di la' della Linea Verde, la cancellazione prima dell'accordo sull'assetto definitivo della Palestina del diritto al ritorno dei profughi(*). Aggiungo: il ritiro non negoziato e non gestito insieme all'Autorita' Nazionale Palestinese sarebbe stato un errore grave, perche' avrebbe ulteriormente delegittimato quello che – Israele lo voglia o no – e' il solo interlocutore possibile per un piano di pace e per arrivare alla fine dello spargimento di sangue.

7. Mi riesce difficile pensare che Sharon abbia perso questa battaglia per errore: e' un abile tattico, un uomo spregiudicato, dotato di un notevole istinto e di una grande capacita' di manovra. Possibile che si sia lasciato trascinare a una sconfitta bruciante, giocata per di piu' su pochi voti? Sharon aveva i mezzi per vincere, sia attraverso i meccanismi del potere di partito, sia attraverso la pressione che poteva esercitare come capo del governo, sia grazie ai mezzi di informazione che – per quanto critici del suo operato – erano sostanzialmente schierati a favore del piano di ritiro da Gaza. Si ha l'impressione che il generale Arik abbia quasi giocato per perdere. Perche' diavolo lo abbia fatto non lo so: ma non sarei sorpreso se avesse ancora tutte le sue carte da giocare – e magari pure una o due in piu' proprio grazie a questo risultato.

(*) Sono convinto che Israele non possa accettare in nessun modo un diritto incondizionato al ritorno dei profughi sul proprio territorio: la popolazione ebraica finirebbe per diventare minoranza nel suo paese e l'esistenza stessa dello stato ne verrebbe messa in questione. Il piano di pace di Ginevra riconosce realisticamente questo dato di fatto, prevedendo il rientro di una limitata aliquota di esuli e disponendo la ricollocazione degli altri nello stato palestinese. Ma questa soluzione non puo' che scaturire da una trattativa sull'assetto definitivo delle relazioni tra Israele e Palestina – e deve prevedere delle precise compensazioni. La pace passa necessariamente attraverso la dolorosa ricollocazione di quantita' rilevanti di popolazione: Palestinesi che dovranno rinunciare a rientrare nelle loro terre di origine e trovare spazio nel nuovo stato arabo; Israeliani che dovranno lasciare gli insediamenti dei Territori (magari proprio ai profughi) e reinsediarsi al di qua della Linea Verde. Qualunque altra ipotesi e' destinata a naufragare in partenza.

lunedì, 3 maggio 2004
Magari fosse cosi' facile
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:38 pm


Efficace pubblicita' per la raccolta di fondi di Peace Now. Peccato che il Medio Oriente sia terribilmente piu' complicato del Monopoli.


martedì, 27 aprile 2004
Oggettivamente alleati

Ho sempre pensato che i terroristi — di tutti i tipi, di tutti i colori, di tutte le nazionalita' — siano i migliori amici di coloro che dicono di combattere. Cosi' i terroristi palestinesi hanno favorito e probabilmente determinato la vittoria della destra in Israele e forniscono da anni i migliori argomenti al macellaio Sharon. E viceversa la repressione israeliana crea l'humus in cui i terroristi proliferano, in una spirale in cui essere semplicemente ragionevoli diventa sempre piu' difficile.
Oggi lo stesso gioco si ripropone in Italia, dopo il ricatto dei rapitori iracheni ("manifestate o uccidiamo gli ostaggi"). Gli Italiani sono contro la guerra. Hanno gia' manifestato la loro contrarieta' con proteste di massa, con un movimento che dura e resiste da un anno e mezzo almeno, senza flessioni e senza tentennamenti. Hanno probabilmente tenuto a freno le pulsioni servili di un governo che altrimenti avrebbe spinto il coinvolgimento militare del paese a ben altri livelli. Si preparano a fare della pace e della guerra uno dei temi essenziali delle prossime elezioni.
Ma ora il messaggio dei terroristi improvvisamente mette il movimento per la pace in una impasse intollerabile: continuare a rivendicare la propria linea, perche' e' quella giusta, andare in piazza contro la guerra — e cedere implicitamente al ricatto? oppure rifiutare ogni contiguita', anche accidentale, con i sequestratori — e rinunciare a tenere una posizione politica? Geniale. Berlusconi non avrebbe potuto desiderare un migliore supporto alla sua politica — e alla criminalizzazione del movimento per la pace.
Non arrivo a dire che siano tutti d'accordo. Ma e' significativo e sinistro notare la convergenza di interessi.

(Tra parentesi: non credo che il primo maggio si dovrebbe organizzare una manifestazione per la pace. Continuare a fare politica perche' l'Italia chieda un profondo mutamento della situazione sul campo — e perche' se ne vada dall'Iraq in caso la sua richiesta non sia accolta — questo si'. Ma la manifestazione convocata in fretta e furia, con le famiglie dei sequestrati in prima fila — sarebbe svendere la liberta' politica di questo paese — e la dignita' stessa del movimento per la pace)
P. S. E' raro che sul Tirreno ci sia qualcosa di interessante da leggere. Ma l'articolo di fondo di Mino Fuccillo (online solo a pagamento qui) pubblicato oggi mi pare del tutto condivisibile.

domenica, 18 aprile 2004
Si chiama omicidio
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:05 pm

Questo blog non trova piu' parole da spendere contro il governo Sharon. L'eliminazione mirata di Rantisi altro non e' che un assassinio — e uno stato di diritto ("l'unica democrazia del Medio Oriente", vi ricordate?) non puo' ricorrere all'assassinio. Punto e basta.

Non e' una follia: e' un chiaro disegno — ingiustificabile. Ne riparliamo con piu' calma quando mi sbollisce il disgusto.

mercoledì, 14 aprile 2004
Sharon, Bush, la geografia e la pace
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:38 pm

Non commento adesso le dichiarazioni di Sharon e Bush di stasera. Ho bisogno di un po' di tempo per digerirle e per capire dove portano. L'impressione iniziale e' che portino lontano da qualunque processo di pace.

Una comprensione piu' chiara puo' venire dalla lettura di un po' di carte geografiche. La miglior fonte che io conosco e' la Foundation for Middle East Peace.

Sharon ha dichiarato che resteranno in mani israeliane gli insediamenti di Maaleh Adumim, Ariel, Gush Etzion, Givat Zeev, Kiryat Arba e Hebron. Guardate anche questo sulle carte, in particolare su quelle che riguardano le piu' recenti proposte di pace.

martedì, 13 aprile 2004
Non ce la raccontano giusta
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:39 pm

Che in guerra nessuno dica la verita' e' un fatto noto. Ma che ci si prenda per scemi (e smemorati) — mi pare eccessivo. La Farnesina dice (non metto i link perche' mi pare che la situazione sia in evoluzione troppo rapida per star dietro alle singole notizie) che gli italiani rapiti mancano all'appello da ieri: prima non se ne sapeva nulla. Come mai allora e' da venerdi' scorso che i giornali e i siti web d'informazione parlano di quattro italiani, probabilmente guardie private, in mano ai guerriglieri iracheni?

Oggi solo brutte notizie. Orribile che Sharon gia' disegni confini allargati in Cisgiordania; simmetricamente orribile che sia stato progettato un attentato al nuovo museo della Shoah di Budapest, con l'obiettivo di colpire il presidente israeliano Katsav, ma anche la stessa memoria dello sterminio degli ebrei in Europa.

P. S. Repubblica si fa venire dubbi molto simili ai miei, ma suggerisce che gli italiani rapiti venerdi' siano altri rispetto a quelli di oggi. Mi pare un'ipotesi poco economica…

Ulteriore P. S. Secondo Gianludovico De Martino, rappresentante diplomatico italiano in Iraq, i quattro rapiti sono spariti ieri e nessun italiano era stato sequestrato prima di loro. Quindi la notizia di venerdi' e' stata un classico caso di precognizione. Forse quelli dei giornali hanno inventato la Precrimine, come in Minority Report?

mercoledì, 7 aprile 2004
Tre articoli da Haaretz
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:50 am

Amira Hass sulla costruzione del muro e sulla implacabile logica di colonizzazione e di sgretolamento del tessuto sociale, economico e geografico del West Bank arabo. Cose gia' lette, ma che e' bene non dimenticare mai.
Anche perche' c'e' chi, come Nadav Shraqai, sostiene la necessita' di estendere i settlements nell'area di Gerusalemme in modo da renderne impossibile la divisione e da determinarne la definitiva annessione a Israele. Letto accanto all'articolo di Amira Hass, quello di Shraqai e' una conferma impressionante.
Su un altro piano, vale la pena di leggere la polemica di Ze'ev Schiff nei confronti di chi critica i metodi di Israele nella repressione del terrorismo palestinese. Non condivido, sono convinto che Schiff eviti di affrontare le questioni essenziali — tuttavia questo e' quello che pensa la gran parte degli Israeliani — e non sono tutti colonialisti assetati di sangue: non si va da nessuna parte se non si comincia da questo dato di fatto.


mercoledì, 7 aprile 2004
Il "nuovo antisemitismo", l'Europa, Israele, i coloni
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 9:59 am

Bellissimo questo articolo di Avirama Golan su Haaretz. Perche' non cerca semplificazioni, ma va dietro alle difficolta' reali, alle contraddizioni, ai grovigli del rapporto tra Israele e Diaspora, tra Europa ed Ebraismo, e tra antisemitismo vecchio e nuovo e politiche dell'occupazione. Ne cito la conclusione, ma leggetelo tutto — e' illuminante:

And so, while Israelis and Jews, including bitter opponents of Sharon and his government, are on the defensive from a new anti-Semitism that does not differentiate in its linkage of Zionism and Jews, Israel is itself putting Zionism in danger. Had Israel resolved, in a decidedly Zionist act, to once more take the fate of the Jewish people in hand, it would not continue occupation or settlement even one more minute, and would not be willing for even one more minute to carry out an immoral policy of bisected democracy that harms the citizens of another nation, hurts its own citizens and distances many Jews from it. This, then, is the real, painful paradox of Israel and the Jews.

martedì, 6 aprile 2004
Sinistra per Israele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:32 pm

Il Ferrante ha pubblicato ieri un documento firmato da "Sinistra per Israele", gruppo nato, se non ricordo male, nell'estate 2003 nell'area DS milanese. Mi pare un approccio interessante. Non sono certo di condividerlo in tutto e per tutto, ma e' una buona base per capirsi e per approfondire il ragionamento in un'ottica piu' ampia del filo/anti-qualcosismo. Ne scrivero' nei prossimi giorni, dopo averlo digerito per bene.

In tema di segnalazioni, c'e' una interessante sezione "Eretz Israel" nel blog Ricordiamocene.

lunedì, 5 aprile 2004
Pesach (II)
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:47 pm

Ditemi: in cosa differisce
Questa sera dalle altre sere?
In cosa, ditemi, differisce questa pasqua dalle altre pasque?
Accendi il lume, spalanca la porta
Che il pellegrino possa entrare,
Gentile o ebreo:
Sotto i cenci si cela forse il profeta.
Entri e sieda con noi,
Ascolti, beva, canti e faccia pasqua.
Consumi il pane dell'afflizione,
Agnello, malta dolce ed erba amara.
Questa è la sera delle differenze,
In cui s'appoggia il gomito alla mensa
Perché il vietato diventa prescritto
Così che il male si traduca in bene.
Passeremo la notte a raccontare
Lontani eventi pieni di meraviglia,
E per il molto vino
I monti cozzeranno come becchi.
Questa sera si scambiano domande
Il saggio, lempio, l'ingenuo e l'infante,
E il tempo capovolge il suo corso,
L'oggi refluo nel ieri,
Come un fiume assiepato sulla foce.
Di noi ciascuno è stato schiavo in Egitto,
Ha intriso di sudore paglia ed argilla
Ed ha varcato il mare a piede asciutto:
Anche tu, straniero.
Quest'anno in paura e vergogna,
L'anno venturo in virtù e giustizia.

Primo Levi, Ad ora incerta


domenica, 4 aprile 2004
Pesach
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:25 pm

Grazie a Ubik scopro questo blog dedicato alla Pasqua ebraica. Interessante, soprattutto per chi — come me — appartiene alla categoria di coloro che non sanno chiedere.


venerdì, 2 aprile 2004
L'esperimento
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:15 pm

C'e' un blog, L'esperimento, che e' in un certo senso il gemello speculare di The Rat Race: schiacciato sulle posizioni del governo Sharon e su una lettura del tutto unilaterale del conflitto, in cui si vedono solo le ragioni e nessuno dei torti di Israele.
Giuro che fatico a leggerlo, perche' mi viene voglia di prendere a pugni il monitor. Ma e' un esercizio a cui mi costringo — perche' credo che si debbano vedere le ragioni dell'altro, anche quando l'altro non vede che le proprie.
Pero' resto convinto di essere piu' amico di Israele io che ne parlo tanto male — e che sento il dolore di doverlo fare.


mercoledì, 31 marzo 2004
D-o non e' con loro
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:01 pm

Ero quasi certo di ricordare bene, ma per sicurezza sono andato a controllare. Secondo il Sefer haMitzvot di Maimonide, uno dei 613 precetti che l'ebreo osservante ha il dovere di rispettare e' precisamente che non si puo' mettere a morte un assassino senza prima sottoporlo a un pubblico processo. Nell'elenco di Maimonide e' il numero 292 dei precetti negativi; la fonte del divieto e' Numeri, 35:12.
Un'opinione del tutto diversa sulle giustificazioni religiose di Israele in questo articolo di David Rosen pubblicato a marzo 2003 su Jewish Law. Rosen ne capisce certamente mille volte piu' di me, ma i suoi contorsionismi logici e verbali non mi hanno convinto nemmeno un po'.


martedì, 30 marzo 2004
Tre segnalazioni da Haaretz
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:31 pm

1. Moshe Ahrens, ex-ministro della difesa in un precedente governo Sharon, spara a palle incatenate sull'accordo di pace tra Israele ed Egitto di venticinque anni fa. Per certi personaggi della destra israeliana evidentemente la sola idea di una pace negoziata e' intollerabile.
2. Aluf Benn recensisce l'ultimo libro di Itamar Rabinovich, dedicato allo studio delle trattative tra Arabi e Israeliani dal 1948 al 2003 (Waging Peace: Israel & the Arabs, 1948-2003, Princeton University Press 2004). Credo che il libro sia interessante, anche perche' leggere la storia delle relazioni arabo-israeliane attraverso i tentativi di accordo implica un significativo rovesciamento di prospettiva. Rabinovich esprime perplessita' sia sull'accordo di Ginevra che sulla possibilita' di un accordo di pace definitivo, cosi' come di qualunque cosa che vada al di la' di una sorta di non belligeranza; c'e' da sperare che abbia torto, ma certo le sue argomentazioni vanno esaminate bene.
3. Qualche estratto di un articolo di Yoel Marcus:
In a normal country, the first thing one would expect a prime minister to do is voluntarily step down if he were accused of taking bribes and was being grilled by the police. (…)
Above all, there loomed a sense that Sharon's performance would be affected by the brewing investigation against him and his sons. A prime minister fighting for his political life was liable to make rash decisions, becoming a burden and a danger to the state. (…)
A civilized country cannot be run by a leader living under the dark cloud of criminal allegations like bribery and breach of trust. But in the nightmare existence we live, it is happening. Stalling is no longer an option. If an indictment is brought against him, Sharon will be forced to resign, in keeping with the Deri precedent.
Che ci sia lo zampino dei giudici di Milano anche qui?

martedì, 30 marzo 2004
Ehud Olmert alla BBC
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 6:22 pm

Riprendo qui la segnalazione che Marco Schwarz ha fatto nei commenti di questo blog: Ehud Olmert, vice primo ministro del governo Sharon, e' intervistato da Tim Sebastian per HardTalk, sulla BBC (qui lo streaming video).
Mi limito a due osservazioni.
1. Olmert dice: "Hamas was recognised by the European Union as a world terrorist organisation… Who can say that killing a leader of a recognised terrorist organisation is an unlawful attack?". Il punto e' proprio (e banalmente) questo: questo tipo di uccisioni e' illegale, perche' non e' preceduto da un regolare processo, con una regolare condanna. A meno che non si voglia sostenere che quella di Israele e' un'azione di guerra contro un nemico riconosciuto: nel qual caso l'attacco a un dirigente nemico e' perfettamente giustificato. Ma se di guerra si tratta, la guerra e' una condizione simmetrica, quindi sono legittimi anche gli attacchi palestinesi contro Israele — e non credo che Israele abbia intenzione o interesse ad ammetterlo.
2. Tim Sebastian ha tenuto sulla graticola Olmert per venti minuti abbondanti, senza mollarlo mai, con domande precise, circostanziate e per niente gentili, senza mai lasciarlo libero di parlare senza contradditorio. Non riesco a immaginare un giornalista cosi' su una TV italiana. E badate, non pretendo neppure che se la pigli con Berlusconi: ma questi sono troppo servili perfino per intervistare seriamente Fassino o Rutelli…


martedì, 30 marzo 2004
Segnalazione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 1:07 pm

E' uscito il numero 12 di Bitterlemons, dedicato all'uccisione dello sceicco Yassin e al suo significato nel conflitto in corso. Non l'ho ancora letto, ma anche solo dai titoli pare offrire una visione significativamente diversa dalla vulgata.


lunedì, 29 marzo 2004
In Israele nessuno piange per Yassin
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 7:31 pm

Come promesso, torno sulla questione dell'assassinio di Ahmed Yassin. E' tardi per fare dei commenti miei, ma credo che valga la pena di capire come ha reagito la societa' israeliana.

Un sondaggio di Maariv indica che oltre il 60% degli israeliani ha approvato l'uccisione del leader di Hamas. E' una percentuale assai alta, che non si spiega soltanto con l'influenza della destra piu' o meno estrema. Su questa linea si trovano anche uomini della sinistra, oppositori di Sharon che credono necessaria una soluzione politica e non militare al conflitto. Si esprime cosi' per esempio Danny Yatom, parlamentare laburista ed ex capo del Mossad, su Maariv:

As of this writing, the targeted killings should continue. We should continue pursuing terrorists. They will try to perpetrate attacks whenever they are able. Today, I support the decision to kill Yasin. Despite this, let me reiterate: Diplomatic initiative is the only way to prevent the conflict from attaining new heights of bloodshed and suffering. The initiative begins with the unilateral disengagement from the Gaza Strip and continues with negotiations with the Palestinians with the goal of reaching a peaceful settlement.
[...] Ma colpisce ancora di piu' leggere quello che pensano coloro che si dichiarano contrari all'uccisione di Yassin: anche in questa minoranza praticamente nessuno mette in dubbio che l'azione fosse moralmente giustificata e giuridicamente legittima. Questa e' per esempio la posizione di Haaretz (qui lo speciale online del quotidiano sull'uccisione di Yassin), nel cui primo editoriale dopo l'uccisione di Yassin si legge:
The Yassin assassination was justified, no less so than American assassinations (which have yet to succeed) of Osama bin Laden and his cohorts would be justified. But "justified" does not mean necessary and wise: To say something is "permitted" does not always mean that it is "worthwhile."
E queste sono parole di uno degli opinionisti piu' radicali del giornale, Yoel Marcus:
The honest-to-God truth is that I shed no tears for Ahmed Yassin. The guy had blood on his hands, on his feet, you name it; and his mouth spewed venom like a poisonous snake. But the timing was bad: (a) In a cost-benefit analysis, is his assassination worth the insane revenge attacks that are bound to come? (b) Is it worth exposing ourselves once again to the wrath of the world on the eve of pulling out of Gaza and evacuating the settlements? (c) And if Gaza isn't handed over to the Palestinian Authority, haven't we then sabotaged the unilateral disengagement initiative with our own two hands?
Lo stesso Marcus, in un articolo successivo, giustifica il suo atteggiamento dicendo:
As I've already said, my heart doesn't bleed for Ahmed Yassin, the man directly responsible for the murder of hundreds of Israelis. If he were put on trial, he would have been sentenced to a hundred years behind bars and slapped with a hundred death penalties.
Sarebbe perfino troppo facile obiettare che in uno stato di diritto quel processo avrebbe dovuto celebrarsi comunque, prima di eseguire una condanna. Ma lo stato d'animo di Marcus e' egemone in Israele: non la pensa diversamente neppure Ben Kaspit, ancora su Maariv:
This morning, the IDF sent Yassin to heaven in a whirlwind. Sharon, who declared that we would not leave Gaza with our “tails between our legs” was satisfied. The rest of us should worry.

There is no doubt that Yassin was rightly condemned to die. The argument was over who should carry out the sentence. What would be the balance of benefit versus damage of a move that could push the entire region over the edge, into chaos?

Bisogna arrivare a un articolo di Amira Haas su Haaretz per leggere qualcosa che somiglia a una condanna anche morale dell'assassinio di Yassin: ma anche in questo caso l'attenzione e' piu' sulle conseguenze e sui "danni collaterali" che sul fatto in se'.

Che cosa penso l'ho gia' scritto. E continuo a pensarlo, anche se sono impressionato da come la societa' israeliana nel suo complesso ha reagito — e se credo che sia troppo facile condannare standocene qui al riparo. Anzi, proprio questa sorta di rassegnazione al peggio che viene perfino dalle parti migliori di Israele e' motivo in piu' per sostenere le ragioni del percorso di pace — nonostante tutto e perfino nonostante Israele. Ancora con le parole di Yoel Marcus, che pare non vedere la contraddizione tra il suo non versare lacrime sull'assassinio e proclamare che e' stato commesso un errore:

History has shown that assassinating a political leader can stop a peace process, but it can't stop acts of terror sparked by national-religious conflict. Here, one needs to talks about a solution – not about victory.
Lia su Haramlik esprime, per altro in forma assai piu' radicale di me, come e' nella sua visione delle cose, gli stessi dubbi che qualche tempo fa avevo esternato sulla questione dei bambini-kamikaze.

lunedì, 29 marzo 2004
L'appello palestinese
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 1:48 pm

di cui parlavo due giorni fa e' pubblicato su Pace in Palestina e tradotto in italiano da Augusta nel suo Diario da Betlemme.


sabato, 27 marzo 2004
Con la testa lucida, nonostante Israele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:46 pm

Leggo su Repubblica di ieri, ma non trovo online (e non trovo conferma sulle fonti israeliane e palestinesi che posso leggere), di un appello pubblicato sul quotidiano Al Ayam da parte di Hanan Ashrawi, Abed Rabbo, Sari Nusseibeh e altri leader moderati palestinesi. Nell'appello si richiamerebbe alla necessita' di non reagire con altre stragi all'assassinio dello sceicco Yassin. I firmatari chiedono inoltre che l'intifada torni ad essere la rivolta non militarizzata delle origini, sostenendo che il confronto militare offre a Israele soltanto nuovi pretesti per allontanare la pace. Purtroppo mi mancano i dettagli e le conferme, per cui invito chiunque ne sappia di piu' a darmi lumi; pero' mi pare una posizione di immensa saggezza ed equilibrio, la stessa saggezza ed equilibrio che Israele, nel suo complesso, pare aver smarrito del tutto.
Volevo scrivere con un po' di respiro quel che penso sull'assassinio di Yassin; forse pero' e' passato gia' troppo tempo. Merita pero' avere chiaro come ha reagito Israele, attraverso un panorama degli articoli piu' significativi: domani arriva.

martedì, 23 marzo 2004
Nessuna giustificazione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:40 am

Anche oggi non ho modo ne' tempo di argomentare — ma almeno questo sento di doverlo dire.
Credo che nessuno incarnasse piu' dello sceicco Yassin tutto quello che aborro. L'incitamento al terrore, la negazione del diritto di Israele ad esistere, il fondamentalismo.
Ma nulla — assolutamente nulla puo' giustificare questo omicidio. Senza se e senza ma, come va di moda dire adesso.


mercoledì, 17 marzo 2004
Fuoco incrociato, piuttosto che dialogo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:30 pm

Leggere Bitterlemons e' un'esperienza interessante. Non soltanto perche' ogni settimana affronta in poche pagine un tema significativo del conflitto tra Israele e Palestina, ma perche' lo fa mettendo accanto quattro articoli, due di parte israeliana e due di parte palestinese, che permettono di valutare la distanza degli approcci e delle percezioni. Come dice il sottotitolo della rivista, si tratta di un "Palestinian-Israeli crossfire", non ancora di un vero e proprio dialogo. Ma questo scambio e' alimentato da una tenace volonta' di comprendere le ragioni dell'altro e dall'ancora piu' tenace consapevolezza che solo questa comprensione puo' aprire la strada, lunga e fatta di piccoli passi, verso uno sbocco pacifico ed equo del conflitto. Non e' facile irenismo, non e' ottimismo della volonta'. Sono piccoli semi come questi che permettono di non disperare.
Segnalo in particolare che negli ultimi due numeri si affrontano questioni di grande rilievo: "Che cosa dovrebbe significare separazione?" e "Che cosa costituisce uno stato palestinese sostenibile?".

Sono letture amare — bitterlemons, appunto — ma e' di questo che c'e' bisogno, non di cullarsi nelle verita' di una parte sola.


lunedì, 15 marzo 2004
Qualcuno mi dica…
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:06 pm

… per favore, che non e' vero, che e' una montatura dei servizi di sicurezza israeliani. Qualcuno lo faccia, ve ne prego.

Israeli security sources believe that the ten-year-old Palestinian child caught carrying a large explosive device in his school bag was sent by Tanzim terrorists who intended to detonate the bomb by remote control while the boy was among soldiers at a checkpoint, Monday.
The incident took place at a checkpoint near Nablus earlier today (Monday). A female Border Police officer at the checkpoint noticed the child struggling to carry a heavy school bag. The officer asked him to open the bag and found that it contained a 6-kilogram (about 13 pounds) explosive device.
The child said he was instructed to deliver the bag to a Palestinian waiting at the other side of the checkpoint in exchange for “a large sum of money”. (da Maariv)

lunedì, 23 febbraio 2004
Ancora una volta parlo del muro
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:16 pm

… a costo di sembrare un disco rotto. Il fatto e' che ho la sensazione di dire assolute ovvieta' — e sento ripetere delle assolute falsita' come se fossero dati di fatto incontestabili.
Ho appena visto l'inizio del TG7 con le notizie dall'Aja sulla prima udienza sul muro. Giuliano Ferrara va dicendo che si', la barriera dovrebbe si' passare sulla linea verde, ma alla fin fine quello che conta e' soltanto la difesa dagli attentati — separare Israele dai terroristi che vivono in Cisgiordania. In tutti i giornali e TG si dice che il muro "divide Israele dalla Cisgiordania".
Chi va dicendo questo (e non chi critica il muro, come dice Ferrara) e' davvero responsabile *moralmente* di un inganno intollerabile. Perche' il muro non separa Israele dalla Cisgiordania: passa ben a est del confine del 1967, annettendo di fatto una parte significativa di territorio palestinese e rendendo impraticabile la vita normale in moltissime comunita' arabe, private della possibilita' di muoversi, di coltivare le proprie terre, di avere acqua a sufficienza.
In queste condizioni il muro non ha una funzione difensiva di Israele, ma di creazione sul terreno di uno status quo che permetta la definitiva annessione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Mi pare di dire un'assoluta ovvieta': basta una carta geografica per capirlo. Troppo difficile per Giuliano Ferrara? o semplicemente troppo onesto?
C'e' una soluzione altrettanto ovvia al dilemma tra diritto dei Palestinesi e sicurezza di Israele: costruire il muro sulla linea verde. Se l'obiettivo e' evitare gli attentati ad Haifa e a Tel Aviv e' piu' che sufficiente. Se invece Israele e' ostaggio dei duecentomila coloni che ha mandato in Cisgiordania — allora bisogna ripetere con chiarezza l'ennesima ovvieta': che cosi' non ci sara' nessuna pace. E non e' tacendo queste verita' che si dimostra amicizia per Israele.

E' uscito il nuovo numero di Bitterlemons, dedicato al muro e alle udienze dell'Aja.

sabato, 21 febbraio 2004
Qualcosa si muove?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:18 pm

Mentre cominciano le udienze della Corte dell'Aja sul muro, Israele annuncia di avere iniziato a smantellarne uno dei tratti peggiori e piu' criticati, che isolava completamente un villaggio palestinese.
E' ovviamente un fatto positivo — e un segno che la pressione internazionale a qualcosa serve. Ma resta il fatto — inalterato — che finche' il muro corre a est della Linea Verde, e' un furto di terre e di pace ai danni dei Palestinesi — e non portera' sicurezza agli Israeliani.


sabato, 21 febbraio 2004
Lo scenario peggiore
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 1:46 pm

Su Haaretz online e' apparso un lungo articolo di Yossi Alpher*, in cui si sostiene che la possibilita' di arrivare all'auspicata soluzione "due popoli, due stati" e' in serissimo pericolo — e che le politiche del governo Sharon sono, nonostante ogni dichiarazione in contrario, uno degli ostacoli peggiori. Le alternative alla soluzione dei due stati sono l'obliterazione di Israele per via demografica (gia' oggi in Palestina la popolazione ebraica supera di pochissimo il 50%) — o l'imposizione di un "minority rule" israeliano su una maggioranza palestinese.

Nell'uno come nell'altro caso, il sogno sionista di un Israele "ebraico e democratico" e' destinato a soccombere.
E' una lettura deprimente — ma credo che dica una serie di cose inoppugnabili — e indica anche qualche possibile strada per evitare la catastrofe. Strade difficili, che chiedono coraggio e capacita' di visione alla classe politica di Israele, prima che a tutti gli altri.

* Yossi Alpher e' uno dei due direttori di Bittelemons, una interessante rivista online dedicata al dialogo israelo-palestinese. Merita.

venerdì, 20 febbraio 2004
Il papa' di Mel Gibson dice
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Ma vaffanculo!, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:28 pm

In un'intervista telefonica alla radio di New York WSNR, che andrà in onda lunedì, Hutton Gibson ha affermato che molti degli ebrei europei dati per morti nei lager nazisti sono in realtà fuggiti prima dell'Olocausto, in Australia e negli Stati Uniti. "E' tutta – beh, non proprio tutta – invenzione", ha detto Hutton Gibson. Che ha aggiunto che le camere a gas e i crematori dei lager non sarebbero stati in grado di sterminare così tante persone.
"Ha idea di quanto ci vuole per liberarsi di un cadavere? Per cremarlo? – ha detto il padre di Mel Gibson in trasmissione – ci vogliono un litro di benzina e venti minuti. Ora, sei milioni di persone? I tedeschi non avevano abbastanza combustibile per farlo. E' per questo che hanno perso la guerra".


giovedì, 19 febbraio 2004
Dichiarazioni parallele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Ma vaffanculo!, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 4:01 pm

Abraham Foxman, direttore dell'Anti-Defamation League, secondo l'ANSA

ha annunciato che nel pomeriggio incontrera' anche il premier Silvio Berlusconi al quale esprimera' "apprezzamento per il rapporto tra Italia e Usa nella lotta contro il terrorismo, nella lotta per la liberta' in Iraq". "Lo ringraziero' – ha proseguito – per la leadership nella lotta contro l' antisemitismo e il ruolo di supporto verso Israele".

Su Repubblica di oggi, a pag. 2 dell'edizione di carta si legge:

… il Presidente del Consiglio scansa l'impasse raccontando la barzelletta del kapo' che in un campo di concentramento raccoglie i prigionieri per annunciare buone e cattive nuove. "La notizia buona e' che meta' dei prigionieri del campo sara' trasferita in un altro campo. A quel punto i prigionieri chiedono di sapere la notizia cattiva. Un guardiano, facendo un cenno con la mano, spiega: da meta' vita in giu' resteranno in questo campo. Da meta' vita in su, saranno trasferiti".

P. S. Si', lo so, avevo promesso di non eccedere con lo Stirato. Ma che volete, riesce sempre a strapparmelo, almeno un vaffanculo al giorno. Faro' esercizio di pazienza… da domani.

martedì, 17 febbraio 2004
Lui lo dice meglio di me
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:22 am

Carta settimanale pubblica (numero 6 del 12-18 febbraio, pagg. 49-55, purtroppo non in rete) una bella intervista ad Avi Shlaim, storico "revisionista" israeliano, di cui e' uscito recentemente in Italia Il muro di ferro. Condivido praticamente ogni parola dell'intervista e vi invito a leggerla (no, quelli di Carta non mi pagano per la pubblicita'…). In particolare, siccome io non sono riuscito a farmi capire, cito queste parole, che rispecchiano con chiarezza assoluta le mie convinzioni sul sionismo:

C'e' una distinzione tra essere antisionista e post-sionista. Non sono un antisionista, accetto la legittimita' del movimento sionista, che considero un movimento legittimo per l'autodeterminazione nazionale del popolo ebraico. Allo stesso modo, riconosco la legittimita' dello stato israeliano all'interno dei confini del 1967. La mia sola obiezione e' rivolta al progetto coloniale sionista al di la' della linea verde, e cioe' dei confini del 1967. Se Israele si ritirasse dai territori occupati e desse ai palestinesi l'opportunita' di creare il loro stato, allora non avrei alcuna obiezione. Essere post-sionista significa pensare che il movimento sionista ha raggiunto il suo scopo: uno stato di Israele entro i confini del 1967. Cio' che sta bloccando lo sviluppo della societa' israeliana e' l'occupazione; quindi mi piacerebbe che Israele cessasse l'occupazione, consentendo a israeliani e palestinesi di vivere tranquillamente nella loro terra.

Appunto: lui lo dice molto meglio di me.

sabato, 7 febbraio 2004
Peggio la toppa del buco
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:39 pm

Secondo il Jerusalem Post, Sharon intende trasferire i coloni degli insediamenti di Gaza nel West Bank. Come dire, la politica di occupazione e di negazione del diritto palestinese alla terra continua, sotto le mentite spoglie di un parzialissimo ritiro. Chiunque abbia dato credito all'"apertura" di Sharon di qualche giorno fa, e' il caso che si ricreda.

Leggere il Jerusalem Post e altra stampa conservatrice di parte ebraica e' un esercizio esasperante — ma salutare. Aiuta a capire meglio quali germi terribili si agitino in una parte considerevole della societa' israeliana.
P.S. dell'8 febbraio: La notizia di oggi e' che Sharon parla di spostare il muro verso ovest, "piu' vicino" alla Linea Verde. Il tracciato sarebbe 100 chilometri piu' breve ed eliminerebbe gran parte dei "salienti" che strangolano citta' e villaggi palestinesi. Una buona notizia? non abbastanza: il tracciato resta comunque in territorio palestinese — e in particolare continua a comprendere i maggiori blocchi di insediamenti del West Bank (Ariel, Kiryat Arba, per dirne solo due); e non si dice una parola del controllo dell'acqua, che e' una delle partite essenziali. Ancora una volta: Sharon sta facendo propaganda, sta cercando di gettare fumo negli occhi. Solo una soluzione che non sottragga un metro di terra ai Palestinesi e' accettabile, e' il minimo indispensabile perche' si possa decentemente parlare di pace.

venerdì, 6 febbraio 2004
Da Maariv
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:40 pm

Sull'edizione inglese online di Maariv c'e' un articolo di Ahmed Tibi, parlamentare arabo israeliano, a proposito della proposta di Sharon di tenere un referendum sull'evacuazione degli insediamenti a Gaza. Credo che Tibi faccia un uso troppo disinvolto di un termine pesante come "fascista" parlando delle posizioni politiche degli ebrei di Israele; pero' non posso che concordare al 100% quando scrive questo:

We totally reject the idea of a referendum because the occupied territories are not Israeli territories. They do not belong to Israel and they are not the property of the Israeli people. So there is no point in asking the public its view regarding something that does not belong to it. What does not belong to you should be returned to its original owners. This is international law.

[...] Due note marginali. La prima e' che Tibi, cittadino israeliano e membro della Knesset, parla ormai degli "Israeliani" come altri da se'; un triste segnale della devastazione che le politiche governative hanno portato nel rapporto — da sempre difficile, ma mai logorato come ora — tra lo stato d'Israele e la sua minoranza araba. La seconda e' che ci sono settori della societa' allarmatissimi per una possibile deriva plebiscitaria della democrazia israeliana (per esempio questo articolo di Asher Arian): magari fossimo capaci di altrettanto allarme in Italia.

lunedì, 2 febbraio 2004
Sharon sta mentendo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Splinder) — Scritto dal Ratto alle 11:44 pm

Ariel Sharon dichiara che ordinera' l'evacuazione di diciassette insediamenti israeliani nella striscia di Gaza, e che in prospettiva non resteranno ebrei a Gaza.
Apparentemente e' una mossa importante, una sostanziale sconfessione della linea fin qui tenuta dalla destra al governo, che ha sempre rifiutato di fermare la proliferazione degli insediamenti nei territori occupati. Di fatto e' una bufala, fatta per gettare polvere negli occhi: [...] perche' non c'e' data prevista per il ritiro, perche' si parla soltanto di Gaza e di 7.500 coloni. Nulla si dice degli insediamenti ben piu' significativi (e politicamente piu' pericolosi per Sharon, come ci ricorda Nadav Shragai su Haaretz) del West Bank, dove vivono oltre 200.000 coloni e la cui popolazione e' in vigorosa crescita.

Fino a che questo nodo non verra' affrontato, finche' il governo di Israele non dira' con chiarezza che tutti i coloni devono lasciare i territori occupati e non prevedera' tempi certi per la loro evacuazione, nessun passo avanti sostanziale sara' fatto in direzione della pace. E' tutta cosmesi, belletto applicato su una piaga purulenta.

Devo a Lia una risposta, tanto al post che polemicamente mi dedica su Haramlik, quanto al suo ultimo commento al mio del 30 gennaio: non ho avuto tempo, ma la discussione non e' chiusa — e non rinuncio a tentare di capirci. E' una cosa a cui non posso rinunciare mai.

venerdì, 30 gennaio 2004
Piangere i morti, dire la verita' ai vivi
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:49 pm

Sandro Viola in un articolo (non riprodotto online) su Repubblica di oggi argomenta in maniera assai convincente sul nodo tra antisemitismo, critiche al governo di Israele, condizioni di vita dei Palestinesi e terrorismo. [...] Cito:

… nessuna persona bennata vuole passare per antisemita, mentre proprio a questo mirano le reazioni della pubblicistica pro-israeliana: a far ricadere su chi critica la politica del governo Sharon le responsabilita' dell'antisemitismo… queste posizioni pro-israeliane … inglobano nell'antisemitismo, giustamente, l'antisionismo… Sin qui niente da obbiettare: perche' chi non riconosce allo stato degli ebrei una piena legittimita' (oltre al diritto di vivere in sicurezza), o e' un antisemita o e' un cretino. Le obiezioni emergono, invece, quando nell'antisemitismo vengono inglobate anche le critiche piu' specifiche e circostanziate alla visione e alle scelte dei governi di Israele… Se l'Europa soffre di un male vergognoso come la risorgenza dell'antisemitismo, questo comporta che bisognera' mettere la sordina alle condizioni in cui vivono i palestinesi dopo trentasette anni d'occupazione…? La ripugnanza, , il timore d'essere bollati come antisemmiti ci dovra' far tacere su tutto questo?
No, non bisognerebbe tacere. Lo stallo sanguinoso in cui si trova oggi la contesa sulla Palestina ha due responsabili: il tumore fondamentalista che sta facendo marcire strati sempre piu' vasti del popolo palestinese, e l'opposizione delle destre israeliane a qualsiasi seria, accettabile idea d'uno Stato dei Palestinesi.

Concordo pienamente. Aggiungo soltanto che criticare Israele per l'occupazione, per il muro e per le violenze e' necessario, ma e' particolarmente doloroso oggi, pensando alle vittime dell'ultimo attentato a Gerusalemme. Lo e' ancora di piu' per chi, come chi scrive, verso Israele nutre un affetto profondo e sente ogni ferita inferta alla sua vita come un lutto proprio:

Qualora mi dimentichi di te, Gerusalemme,
la mia destra si dimentichi di me.
Mi si attacchi la lingua al palato,
se mi dimentico di te, Gerusalemme,
se non pongo Gerusalemme sopra ogni mia gioia.

E' un crinale stretto, quello che passa tra la difesa sacrosanta, anche militare, del diritto di Israele a vivere in pace e in sicurezza, e l'acquiescenza alle violenze ingiustificabili dell'occupazione, che non fannno che allontanare quella pace e quella sicurezza. A quello stretto e difficile cammino bisogna richiamare continuamente Israele, se se ne e' amici.

martedì, 27 gennaio 2004
Memoria
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:52 pm

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo e' un uomo
Che lavora nel fango

Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si' o per un no.
Considerate se questa e' una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza piu' forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo e' stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi, Se questo e' un uomo)

Una lettrice mi chiedeva, qualche giorno fa, come mai io, che non sono ebreo ne' per ascendenza ne' per conversione, in questo blog parlo continuamente di ebrei, di Israele, di ebraismo. Nelle parole di Primo Levi c'e' la risposta. O almeno la prima parte della risposta. Il dovere della memoria mi e' stato chiaro fin da bambino, da quando i miei genitori mi hanno parlato per la prima volta dei campi di sterminio, della Shoah. Sono cresciuto pensando che come ogni europeo ho un dovere, quello di ricordare, quello di non permettere che l'opera di Hitler venga portata a termine. [...]

Ma il ricordo non puo' essere soltanto quello dello sterminio. Gli Ebrei in Europa sono stati una presenza viva, una ricchezza culturale, sociale, artistica — il dono prezioso dell'altro in mezzo a noi, cosi' inestricabilmente in mezzo a noi da essere noi. Oggi quella presenza, tra sterminio ed emigrazione, e' stata ridotta ad una traccia flebile. E allora e' compito anche di chi ebreo non e' cercare di essere fedele a quella traccia, di tenerne vivo il ricordo, la conoscenza, il valore. Altrimenti tradirebbe se stesso, prima ancora di tradire l'altro.
Man mano l'ebraismo e' diventato parte della mia stessa identita', si e' rivelato — piu' che una serie di risposte — una serie di dure domande che mi sollecitano e che sono — come sempre — piu' importanti delle risposte che non trovo. E questa e' la seconda ragione per cui scrivo cosi' spesso di ebraismo; ma di cose tanto private si parla male in un blog.


giovedì, 22 gennaio 2004
Il muro di frantumazione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 6:22 pm

Su Europa di ieri un articolo di Kenneth Brown parla delle condizioni di vita degli arabi del West Bank alle prese con il muro, con i blocchi stradali, con le strade riservate alla popolazione degli insediamenti ebraici. Non dice niente che gia' non si sappia. Ma credo che abbia espresso con particolare chiarezza l'anima del problema: lo sgretolamento territoriale imposto agli arabi palestinesi finisce per rendere impossibile qualunque coesione di comunita', qualunque decente forma di vita associata. Non e' tanto questione di annettere il 6% delle terre arabe ad Israele: e' che la dislocazione di quelle annessioni crea una sorta di ragnatela che paralizza e che imprigiona la popolazione araba, la priva della mobilita', della liberta' di comunicazione, dell'accesso all'acqua e alle terre da coltivare. Non mi risulta che chi sostiene la necessita' della separation fence abbia mai smentito la realta' di questo dato o abbia dato una risposta convincente su questo punto. [...]
Certo, proteggere Israele dal terrorismo e' un'esigenza primaria. Nessuna pace e' possibile se i vostri figli possono saltare in aria andando a scuola o divertendosi in discoteca. E non e' credibile che gli attacchi terroristici termineranno da se' nemmeno in presenza di un processo di pace reale: nel campo palestinese (come specularmente in quello israeliano) c'e' chi rivendica il diritto a *tutto* il territorio tra il Giordano e il mare e chi vede come unica soluzione possibile l'espulsione o la cancellazione dell'altro. Quindi anche il migliore degli accordi possibili dovra' fare i conti con la violenza sabotatrice degli estremisti. E quindi e' illusorio credere che la pace potrebbe rimuovere il bisogno di una difesa militare — e forse anche di una separazione fisica tra Arabi e Israeliani. Ma questa e' cosa del tutto diversa dallo strangolamento e dalla frantumazione dei Palestinesi che la colonizzazione del West Bank e la separation fence stanno attuando.
Puo' darsi, per triste che sia, che un muro sia necessario per proteggere la pace — e per molti anni. Ma dietro a *questo* muro, che amputa il West Bank come carne viva, non nascera' nessuna pace. Chi ha a cuore Israele non si deve mai stancare di ripeterlo.

Sul Mazziniano un post sul conflitto israelo-palestinese. Dice cose che penso anche io. Ma forse dovremmo pensare tutti che e' troppo facile dirle stando seduti qui al nostro computer. E' un po' piu' difficile restare lucidi e sereni in mezzo agli attentati o alle forze di occupazione — e questo dovrebbe renderci un po' piu' lenti a giudicare.

martedì, 13 gennaio 2004
Da Haaretz
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 5:52 pm

Un interessante (e per quanto mi riguarda disturbante: ma serio e che merita riflessione) articolo di Gideon Levy sul muro, sulla cattiva coscienza di Israele, sul paragone tra Israele e Sud Africa, sulla funzione delle pressioni internazionali.
Sono indietro con il lavoro, percio' non ho tempo per commentare. Ditemi voi.

[Via Simopal]

domenica, 11 gennaio 2004
Filopalestinese e percio' antisemita?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:46 pm

Purtroppo a volte pare di si'; e pare che essere filopalestinesi renda scusabile essere antisemiti. Vi faccio un esempio. Seguendo la
segnalazione di Haramlik
, che leggo assiduamente e volentieri, sono andato a consultare il sito www.arabcomint.com, aspettandomi di trovare una voce certamente filoaraba sulla questione palestinese, ma non un accumulo di propaganda razzista antiebraica. E invece proprio di questo si tratta: antisemitismo e della piu' bassa lega. E' un sito in cui si possono leggere (cito piu' o meno a caso, e non e' nemmeno l'esempio piu' aberrante) cose come queste: [...]

La ragione e' che, di norma, gli ebrei sono incapaci di rendere l'imperativo categorico di Kant una regola universale. Una definizione di ebreo potrebbe essere: "persona incapace di formulare giudizi morali obiettivi" perché in essi non possono essere applicati i vecchi criteri religiosi o etnici. Il suo giudizio sarà sempre differente su ciò che e' buono per gli ebrei e ciò che e' cattivo per gli ebrei. Le armi di distruzioni di massa sono cattive se sono in mano dei Gentili, ma buone se sono in mani ebraiche. Il nazionalismo di un goy e' cattivo, la devozione alla causa d'Israele e' buona. L'uguaglianza di diritti tra ebrei e non ebrei in Europa e' buona, ma e' cattiva in Palestina (da "
Danny il bianco-azzurro
").

Essi sono convinti che lo stato ebraico fu creato dopo l'olocausto per assicurare un porto sicuro agli ebrei in caso di nuovi disastri. Questo fraintendimento e' la conseguenza diretta della lettura erronea di eventi storici cruciali. Israele e' frutto del sionismo, e l'ideologia sionista fu elaborata ben prima che Hitler nascesse.
Inoltre, ci sono buone ragioni che inducono a ritenere che Hitler elaborò i suoi argomenti anti-semiti dopo aver letto i testi del sionismo. Da Ber Borochov egli poté leggere quanto gli ebrei fossero socialmente anomali ("La struttura socio-economica del popolo ebraico differisce radicalmente da quella di qualsiasi altra nazione. La nostra e' una struttura anomala, anormale" ( Ber Borochov, 1897, pubblicato dalle edizioni Moshe Cohen, Nazionalismo e Lotta di classe: Approccio marxista al problema ebraico, 1937). Da Jabotinsky poté imparare quanto fosse cruciale la questione della purezza del sangue. Le citazioni sopra riportate suggeriscono che il nazismo ed il sionismo sono molto simili nello spirito: entrambi sono movimenti nazionalisti ispirati al concetto della purezza razziale. Una cosa e' comunque certa: il sionismo precede il nazismo.
Un'altra cosa da sottolineare e' che l'anti-semitismo ha sempre giocato in favore di Israele, poiché esso, agli occhi dei sionisti, "spingerà gli ebrei a trasferirsi nel paese". … E' triste ammetterlo, ma almeno tatticamente, i sionisti videro giusto: la liquidazione dell'ebraismo europeo generò davvero grande supporto per la loro causa, che, in seguito, condusse alla creazione dello stato d'Israele (da "
I dieci errori piu' comuni di Israele
").

Si potrebbe essere tentati di non dare nemmeno troppa importanza alla cosa. Spazzatura di questo genere ce n'e' talmente tanta in giro che non c'e' nemmeno piu' da sorprendersi. Quello che rattrista davvero e' che persone apparentemente equilibrate e scevre dal pregiudizio razziale come Lia di Haramlik possano essere indotte a sponsorizzare una cosa del genere sull'onda emotiva della questione palestinese. Non voglio accusare anche lei di essere antisemita — non sono cosi' ottuso: ma evidentemente il livello di vigilanza e' troppo basso, la sensibilita' si e' spenta — e si lascia spazio a una cancrena razzista che continua ad avere vita troppo facile.

mercoledì, 7 gennaio 2004
Il seminario dell'UE sull'antisemitismo si fara'
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:58 pm

Il comunicato ufficiale emesso da Prodi mette una toppa ad un pasticcio. Cancellare i preparativi del seminario sull'antisemitismo non era certamente la cosa migliore da fare, anche se le accuse di Bronfman e Benatoff erano tanto infamanti quanto fuori bersaglio. Bene ha fatto Prodi a tornare su questa decisione — e bene ha fatto a rimarcare tanto l'infondatezza delle accuse, quanto la vasta eco negativa che l'intervento di Bronfman e Benatoff ha suscitato nel mondo ebraico (oltre alle dichiarazioni di Luzzatto che ho citato qui, segnalo questa interessante intervista della radio olandese a Pascale Charhom). continua…


mercoledì, 7 gennaio 2004
Diaspora e Israele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:55 pm

Su Haaretz un interessante articolo di Arthur Hertzberg, che illustra cosi' lo stato d'animo della diaspora ebraica americana:

The American Jewish community is torn right now between its love of Israel and its distaste for Israel's policies. We who love Israel have an obligation to say what we believe. We have for a century or more helped and supported the Zionist endeavor in the state of Israel. We have long lived with the notion that Israeli governments, from right to left, have tried to inculcate in us – that they determine policy, and we are privileged to say amen on cue. This nonsense is now bankrupt.
Mi pare una posizione significativa e tale da meritare una riflessione in chi accusa di antisemitismo ogni critica al governo di Israele.
 
P.S. Mi pare che la vicenda dei rapporti tra UE e comunita' ebraiche stia prendendo una tristissima piega — dominata soprattutto dalla propaganda tutta italiana per le elezioni di giugno. Sono contento che Prodi abbia deciso di andare avanti nell'organizzazione del seminario sull'antisemitismo, ma la vicenda e' stata gestita da tutti nel modo peggiore in assoluto.

mercoledì, 7 gennaio 2004
UE, antisemitismo e autolesionismo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:50 pm

Sulla polemica tra Commissione UE e Bronfman (vedi qui) e' interventuo in maniera autorevole e dicendo tutte le cose giuste Amos Luzzatto. Aggiungo soltanto che mi pare del tutto autolesionista il comportamento di Bronfman e Benatoff, che sono riusciti a sabotare l'avvio di un dialogo importante con l'UE, che certamente sul tema dell'antisemitismo ha bisogno di una riflessione profonda. Altrettanto autolesionista pero', da parte dell'Unione, reagire congelando la preparazione di un evento importante come il seminario congiunto sull'antisemitismo: se non si vuole dare ragione agli avversari (spesso strumentali) dell'Europa, quella riflessione deve avvenire, presto e bene.


mercoledì, 7 gennaio 2004
Il Muro: cose dette e non dette
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:05 pm

Su Arutz Sheva – Israel National News, organo di informazione legato agli ambienti della destra religiosa e ai gruppi dei coloni, si leggono spesso cose interessanti. Tra queste, recentemente, una difesa del muro che Israele sta costruendo nel West Bank. [...] Leggendo senza preconcetti, molte delle cose che l'opinionista scrive sono corrette, compreso il fatto che una gran parte della responsabilita' della situazione attuale ricade su Arafat, sulla sua decisione di rifiutare l'accordo proposto da Barak e sul terrorismo scatenato da parte palestinese quando la pace sembrava davvero vicina, con il risultato di gettare l'opinione pubblica israeliana in pasto alla destra nazionalista. Ci sono pero' delle significative omissioni nel ragionamento di Fitleberg: non e' scritto che la "separation fence" corre in territorio palestinese e non sulla linea verde, includendo la maggior parte degli insediamenti israeliani del West Bank e privando le comunita' palestinesi di terre, acqua, continuita' territoriale, liberta' di movimento: in altri termini il muro e' di fatto una negazione sul terreno del diritto dei Palestinesi ad avere (prima ancora che uno stato) un'esistenza dignitosa (al proposito e' interessante questo articolo di Danny Rubinstein su Haaretz). D'altronde funzionari pubblici israeliani parlano apertamente di annessione dei territori palestinesi ad ovest del muro. Tutto cio' non giova ad Israele per primo, che sulla questione della separation fence gioca una parte notevole della sua credibilita' internazionale (come ha notato anche il ministro della giustizia del governo Sharon, Yossi Lapid). Ma e' sempre piu' evidente che Israele sta perdendo le ragioni originarie, le motivazioni ideali della sua nascita: lo diceva Avraham Burg in un articolo che citavo qualche tempo fa, lo ripete adesso Zvi Bar'el su Haaretz.
Tutto cio' evidentemente non ha importanza per gli opinionisti di Arutz Sheva: per loro la sola cosa importante e' il diritto di Israele alla terra, cosi' come garantito da Dio: dal Nilo all'Eufrate, passando per il Giordano. La pace, la civile convivenza, il diritto degli altri non hanno rilievo.

P.S. Sulle accuse di antisemitismo all'UEe sulla risposta piccata di Prodi, ci sentiamo domani.

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