Mercoledì, 27 Gennaio 2010
Meditate che questo e' stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
____O vi si sfaccia la casa,
____La malattia vi impedisca,
____I vostri nati torcano il viso da voi.
Ci sono cresciuto, con queste parole di Levi. Ci sono cresciuto come figlio, a cui la memoria e' stata tenacemente trasmessa. Ci sono cresciuto come padre, nel tentativo di trasmettere altrettanto tenacemente a mia figlia maggiore, oltre a un nome, quella stessa memoria. Come padre ci cresco ancora, ogni giorno, nella consapevolezza che il mio figlio minore sarebbe stato spazzato via dalle logiche dello sterminio, tra i primi, senza alcuna pieta'.
Meditate che questo e' stato. Questo, non altro. Diffido di chi tende a stemperare la memoria della Shoah in un generico momento di condanna di tutti i razzismi e di tutti gli stermini che punteggiano la nostra storia, antica e recente. Oggi facciamo memoria di un evento preciso nella nostra storia, facciamo memoria di queste vittime — non di altro.
A maggior ragione diffido di chi usa la Shoah come termine di confronto del tutto sproporzionato per questa o quella ingiustizia, per una qualunque sopraffazione, stemperandone il peso e il significato in una indignazione tanto indistinta quanto spesso pelosa. La Shoah non e' un termine di paragone possibile per quanto accade in Palestina, o per i respingimenti in mare dei migranti. Fu altro — ed e' quest'altro che oggi dobbiamo ricordare. O ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.
E tuttavia oggi non posso fare a meno di chiedermi se siamo capaci di dare ancora un senso a questa memoria. Vedo celebrare la memoria della Shoah con grande compunzione — e nello stesso tempo perfino con il non nascosto compiacimento di essere nel giusto — da parte di personaggi (e di una societa' nel suo complesso) che tollerano o incoraggiano ogni forma di discriminazione, di razzismo, di violenza contro l'altro. Rosarno non ha niente a che fare con la Shoah, ma una societa' che tollera Rosarno ha perso qualunque senso di che cosa voglia dire fare memoria della Shoah.
E' da tanto — ormai — che pensando ai versi di Levi — mi vengono alla mente, quasi involontariamente — quelli di un altro poeta con cui sono cresciuto:
_____________________Memoria
non e' peccato fin che giova. Dopo
e' letargo di talpe, abiezione
che funghisce su di se'.
Ubi caritas…
(a me le feste mi rendono acido, ma questi qui aiutano…)
Venerdì, 18 Dicembre 2009
L'shana tova
(Rosh Hashana inizia questa sera)
P. S. Per cena: risotto con anatra e uva sultanina; albese con melograno e arancia; mele e miele.
Giovedì, 18 Giugno 2009
E' tanto che da queste parti non si scrive piu' nulla su Israele. E' che si rischiano contemporaneamente il travaso di bile e la crisi depressiva — e basta e avanza l'Italia per causare questo tipo di patologie. Pero' trovarmi piu' d'accordo con Lia che com MMax mi sorprende a tal punto che non posso fare a meno di provare a spiegare perche'.
La stampa italiana propone in linea di massima un'interpretazione benigna del discorso di Netanyahu (qui la versione integrale — la sola di cui fidarsi, perche' i resoconti giornalistici italiani omettono delle parti molto significative), che sarebbe "un'apertura"ai Palestinesi e alla soluzione dei due stati. Invece per i Palestinesi e' peggio di una scarica di calci nei coglioni ed e' un ostacolo monumentale a qualunque trattativa. Provo a sintetizzare i motivi essenziali:
1. Per Netanyahu il diritto al ritorno degli esuli palestinesi non esiste. Il problema dei profughi deve essere risolto fuori dai confini di Israele e senza la partecipazione di Israele. Sul piano pratico, Netanyahu non dice cose molto diverse da quelle che sono state scritte in tanti piani di pace — e perfino nell'Accordo di Ginevra*: e' evidente che il ritorno puro e semplice di tre milioni di profughi palestinesi significherebbe l'annegamento di Israele, e che quindi una soluzione realistica non puo' che limitare il numero di profughi vi potranno essere accolti. Ma — sul piano negoziale — questa e' la piu' pesante, la piu' dolorosa delle concessioni che i Palestinesi dovranno fare sulla via della pace, e quindi dovra' essere compensata da concessioni altrettanto importanti su temi altrettanto sensibili: di questo nel discorso di Netanyahu non c'e' traccia. Il diritto al ritorno e' cancellato preliminarmente, in cambio di nulla. Anche perche' per il primo ministro vi e' una sostanziale asimmetria nel diritto dei due popoli alla terra: "The connection of the Jewish People to the Land has been in existence for more than 3,500 years. Judea and Samaria, the places where our forefathers Abraham, Isaac and Jacob walked, our forefathers David, Solomon, Isaiah and Jeremiah — this is not a foreign land, this is the Land of our Forefathers"; quanto ai Palestinesi, "the truth is that in the area of our homeland, in the heart of our Jewish Homeland, now lives a large population of Palestinians" (i corsivi sono miei). In questa lettura il diritto e' tutto dalla parte del popolo ebraico, i Palestinesi sono al massimo un accidente storico, si trovano li' senza alcuna ragione** — e quindi e' una benigna concessione permettere loro di autogovernarsi su parte di una terra che di diritto appartiene comunque agli Ebrei.
2. E' abbastanza ovvio quel che ne discende sul tema cruciale dei confini e degli insediamenti israeliani nel West Bank. Netanyahu si guarda bene dal menzionare la Linea Verde come confine internazionale accettato — e nemmeno come base di partenza per un negoziato che preveda scambi territoriali. Cosi' come si guarda bene dal dichiarare che la pace comportera' l'evacuazione di gran parte — se non di tutti — gli insediamenti nel West Bank; anzi, degli insediamenti rivendica il diritto alla "crescita naturale", negando in partenza di poterli realmente congelare nella fase negoziale. Non c'e' una parola contro i coloni degli avamposti illegali che sottraggono sempre nuove terre ai Palestinesi; al contrario, "the settlers are not enemies of peace. They are our brothers and sisters". Si dira' che perfino l'Accordo di Ginevra non prevede lo sgombero integrale degli insediamenti: ma nel momento in cui pretende di cancellare il ritorno dei Palestinesi in Israele, Netanyahu rifiuta di annunciare il ritorno degli Israeliani in Israele. Quale sia il territorio del futuro stato palestinese e' del tutto indeterminato ("The territorial issues will be discussed in a permanent agreement"), non e' detto che debba somigliare al frastagliato arcipelago di Lia, ma non ci sono garanzie che somigli a un'entita' territoriale minimamente sensata come quella prevista a Ginevra.
3. Una certezza territoriale in compenso c'e', nella visione di Netanyahu: Gerusalemme deve rimanere la capitale indivisa dello Stato di Israele. Questo nonostante il significato storico, religioso e nazionale di Gerusalemme per i Palestinesi, nonostante almeno un terzo della popolazione sia palestinese, nonostante una qualche forma di spartizione della capitale sia un aspetto consolidato di qualunque ipotesi di accordo da trent'anni a questa parte. Vi e' d'altronde una perfetta coerenza tra la posizione di Netanyahu e la politica di accerchiamento dei quartieri arabi con insediamenti ebraici che da anni va avanti e che mira a isolare la citta' dalla Cisgiordania. Ma senza una spartizione di Gerusalemme nessun accordo di pace sara' mai praticabile.
[A questo punto dovrei ancora scrivere sulla questione della continuita' territoriale, delle comunicazioni e del controllo dello spazio aereo e marittimo del futuro stato palestinese; del tema della smilitarizzazione dello stato palestinese e della sua protezione; dell'acqua e dell'economia. Tutte questioni su cui il discorso di Netanyahu quando va bene e' reticente e quando va male dice cose che implicano la totale non sostenibilita' dell'ipotetico stato palestinese. Ma sono quasi le due del mattino e il pippone e' gia' abbastanza lungo. Percio' per il momento salto alle conclusioni — e mi riservo di tornare in argomento tra qualche giorno.]
Insomma — che Netanyahu si dichiari a favore della soluzione dei due stati e' forse significativo vista la sua storia politica e personale: ma e' una dichiarazione smentita dalla selva di limiti e di condizioni poste a contorno — e dalla situazione sul campo: come direbbe MMax, "reality talks".
Per certi versi, quella enunciata da Netanyahu e' di fatto la piu' antisionista delle posizioni, perche' nel momento in cui rende impraticabile il percorso verso i due stati, apre inevitabilmente (non oggi, non domani forse, ma e' solo questione di tempo) la deriva verso la creazione di uno stato binazionale tra il Giordano e il mare: il che, dato che la demografia non perdona, significa la scomparsa di Israele come "homeland of the Jewish people".
* Art. 7, dove pero' e' previsto che Israele accolga parte dei profughi e paghi una compensazione per le proprieta' perdute dagli esuli.
** A ben vedere non sono nemmeno un popolo ("Palestinian people") ma una popolazione ("a large Palestinian population"): quindi un'entita' demografica, non storica e nazionale (cosi' correttamente nota Akiva Eldar su Ha'aretz di qualche giorno fa, purtroppo non piu' online)
Mercoledì, 8 Aprile 2009
Stasera inizia la Pasqua ebraica.
In quel testo meraviglioso che e' la Haggadah di Pesach, si dice: "Di quattro figli parla la Torah: uno saggio, uno cattivo, uno ingenuo e uno che non sa fare domande". Per tutti e quattro la Haggadah indica il modo di insegnare il significato della Pasqua.
Ma per un padre come me, che ha molto letteralmente un figlio che non sa fare domande, quel passo del racconto pasquale e' fonte di una selva di interrogazioni, di dubbi, di contraddizioni, di rabbie e di speranze. In un certo senso, accanto a mio figlio che non puo' domandare, si moltiplicano le *mie* domande — o forse pure io divento incapace di formularne.
P. S. Mi sono comprato oggi — e mi leggero' nei prossimi giorni — l'edizione della Haggadah per la cura di Elena Loewenthal, appena uscita per Einaudi — perche' mi accompagni nelle mie domande. Non e' bella da vedere come quella uscita qualche anno fa dalla Giuntina, con i disegni di Lele Luzzati — ma sono assai fiducioso nel commento.
Martedì, 17 Febbraio 2009
I ghetti, in tutta Italia, erano circondati da muri e vi erano ai loro ingressi dei cancelli, che ventivano chiusi al tramonto e riaperti all'alba — e chiunque tentasse di varcarli in un senso o nell'altro nell'orario di chiusura rischiava pesanti sanzioni. Negli stati sabaudi l'uso venne interrotto definitivamente da Carlo Alberto, con la concessione dei diritti ai cittadini non cattolici. A Roma, sotto l'illuminato governo papalino, i cancelli del ghetto durarono fino alla Breccia di Porta Pia.
Oggi cambiano le minoranze da tener rinchiuse — ma si riparla di cancelli dei ghetti a Roma.
(troppo schifo per commentare)
Mercoledì, 11 Febbraio 2009
… gli altri motivi di sofferenza e di rabbia di questi giorni, le elezioni in Israele stanno dando il peggior risultato immaginabile.
Spero in MMax per una lettura dei risultati. A me non basta il cuore.
Mercoledì, 4 Febbraio 2009
Questo blog ha ricevuto il classico commento antisemita e delirante sul complotto ebraico mondiale ecc. ecc. ecc.
Siccome anche questo blog — nel suo piccolo e con il suo occulto potere — fa parte del complotto ebraico mondiale, esercita una ferrea censura sui mezzi di comunicazione non pubblicando spazzatura.
Martedì, 20 Gennaio 2009
David Grossman, su Ha'aretz, tradotto in italiano da Repubblica di stamani — le prime parole su Gaza che mi sento di condividere, sia pure senza speranza:
Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest'ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un'alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci.
Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un'opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati.
Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.
Lunedì, 19 Gennaio 2009

Fino al 1848 negli Stati Sabaudi agli Ebrei e ai Valdesi — in generale ai non cattolici — tra molte altre limitazioni era vietato possedere edifici di culto che potessero essere individuati dalla pubblica via. Le sinagoghe erano quindi degli edifici nascosti, perfino quando appartenevano a comunita' importanti e floride come quella di Casale.
Fu Carlo Alberto, con la concessione dello Statuto e con le leggi di emancipazione, a concedere ad Ebrei e Valdesi, oltre che la piena parita' di diritti, anche la possibilita' di costruire luoghi di culto visibili ed affacciati alla strada. Le comunita' ebraiche del Piemonte colsero questa opportunita' e costruirono numerose sinagoghe monumentali: a Vercelli, ad Alessandria, a Torino — celebrando con un linguaggio magniloquente (e curiosamente impregnato di esotismo mozarabico, ma su questo torneremo altrove) il nuovo diritto a vivere senza nascondersi.
A distanza di centosessant'anni dall'emancipazione il Cardinal Poletto auspica che ai Musulmani di Torino sia permesso avere dei luoghi di preghiera, purche' non visibili all'esterno e "senza minareti": "Città come Torino - ha precisato - sono abitate per l’80-85% da cristiani battezzati, non mi sembra che i tempi siano maturi per far sorgere minareti accanto ai campanili, se non altro per il rispetto delle percentuali." Quel che Poletto ha in mente per i cittadini di religione islamica, insomma, e' uno status uguale a quello degli Ebrei prima dell'emancipazione. E gia' che ci siamo, che ne dite di abbattere i quattro impressionanti torrioni a cipolla della sinagoga di Torino?
Mercoledì, 14 Gennaio 2009
Dall'articolo del rabbino capo di Venezia, pubblicato sul mensile dei Gesuiti Popoli (ma vale la pena di leggerlo per intero), sulle ragioni dell'interruzione del dialogo tra Ebraismo italiano e Chiesa cattolica:
Se io ritengo, sia pure in chiave escatologica, che il mio vicino debba diventare come me per essere degno di salvezza, non rispetto la sua identità. Non si tratta, quindi, di ipersensibilità: si tratta del più banale senso del rispetto dovuto all'altro come creatura di Dio.
Ecco, il punto e' esattamente questo: la Chiesa — in tutti i suoi rapporti con chi cattolico non e' — non mostra il minimo rispetto per le identita' altrui e pretende assoluto rispetto per la propria. E' per questo che qualunque dialogo e' inutile, oltre che impossibile, per gli Ebrei come per un gentile "diversamente pensante" come me.
E' significativo per altro che il TG1 ieri sera si sia affannato a rappresentare una rottura squisitamente teologica come una presa di posizione strumentale legata alla crisi di Gaza — e che Casini se ne sia uscito con dichiarazioni come queste. QED
Martedì, 6 Gennaio 2009
Il blog tace da un sacco di tempo — e per lo piu' quando ci si mette qualcosa sono fotografie, che non richiedono troppo pensiero e troppa concentrazione. Il fatto e' che la nostra vita quotidiana e' faticosa — molto faticosa — anche quando le cose vanno nel complesso piuttosto bene, come adesso. Con tutti i grandi progressi di questi mesi, It rimane un bambino estremamente iperattivo, capace di passare mezze giornate a correre su e giu' per la casa, prendendo e lanciando giocattoli (e ogni altro genere di oggetti), chiedendo in successione un DVD una merendina un gioco di uscire di saltare sul letto di giocare con il pc di papa' un DVD (non quello di prima!) un DVD (non quello di prima!) un gioco (non quello di prima!) una merendina (un'altra — quella di prima e' finita tutta sbriciolata e impastata sul parquet) un film (quello di prima prima — ma la seconda scena e basta) — e arrabbiandosi terribilmente se le sue richieste non vengono comprese ed esaudite in un batter d'occhio. Il tutto ovviamente senza una parola a rendere piu' facile la negoziazione.
Per fortuna It e' anche un bambino entusiasmante, dolcissimo, intelligente, affettuoso — che ci riempie la vita. Una delle cose piu' brutte, che fanno piu' male — e piu' false oltretutto — e' il luogo comune che dice quanto sono sfortunati, quanto vanno commiserati, quanto devono sentirsi afflitti e disperati i genitori di bambini autistici: non e' cosi' — e comunque non abbiamo tempo per queste cose. Ma stanchi — di una stanchezza che non da' tregua, questo si'. E quindi trovare la forza (e il tempo materiale) di continuare a scrivere sul blog e' sempre piu' difficile. E tutta la mia ammirazione va a quelle persone che — in situazioni come la nostra — ci riescono, e trovano modo di scrivere con humour, con sensibilita', con intelligenza sulla loro esperienza di genitori. E di tutto il resto. Vorrei riuscirci anche io, ma il piu' delle volte a fine giornata sono in uno stato in cui il massimo delle mie capacita' mentali arriva ai videogiochi.
D'altra parte parecchi degli argomenti di cui The Rat Race si e' sempre occupato ormai mi riducono all'afasia. La politica italiana e' un panorama di disperante irrilevanza su cui non saprei davvero che parole spendere. Parlare di laicita' e di scelte religiose significherebbe oggi accettare un confronto con chi non solo dimostra di non volerlo, ma non crea nemmeno le condizioni minime per meritarlo; in altri contesti si sarebbe detto che non c'e' un partner per parlare — e quando si arriva a questo gli esiti sono sempre nefasti. E poi c'e' la piaga aperta di Israele e della Palestina — che mi pare ormai un groviglio in cui nessuna parte ha altro che torti e in cui ogni parola non fa che ripetere cose inutili e gia' ascoltate — quando non e' piegata alle piccole, piccolissime polemiche di casa nostra — io parole non ne ho piu', e in realta' nemmeno convinzioni: soltanto un grande sconforto.
In queste condizioni, e' davvero difficile scrivere di qualcosa di sensato — e il blog resta li' — piu' che altro per lasciare un canale aperto in attesa di tempi migliori (davvero?).
Ah, dimenticavo: buon anno a tutti, per quel che dipende da ognuno di noi. Perche' se non noi, chi? e se non ora, quando?
P. S. Tra le cose di cui non avrei voluto parlare c'e' la morte di Jett Travolta: troppe illazioni e troppa confusione per una tragedia che chiederebbe prima di tutto rispetto per la sofferenza di una famiglia. Ma nel TG1 di stasera e' andato in onda un pezzo di Giulio Borrelli che supera ogni limite di indecenza e approssimazione — e non posso non reagire, stavolta: "[Jett] soffriva a quanto pare di autismo fin dall'infanzia, si estraniava dalla realta'. Ma il padre, seguace di Scientology, ha sempre cercato di negare l'evidenza, per restare fedele al presunto divieto della sua chiesa di usare psicofarmaci. […] Era stato il fratello, Joy Travolta, ad accusare l'attore di chiudere gli occhi di fronte alla realta': bastavano cinque minuti, diceva lo zio di Jett, per capire che il ragazzo era affetto da autismo […]".
In cosi' poche parole e' sorprendente essere riusciti a mettere insieme tante inesattezze — tra cui alcune pericolose:
1. non ci sono evidenze definitive che Jett fosse autistico;
2. l'autismo non e' una malattia, ma una condizione genetica (non direste mai che qualcuno "soffre di capelli biondi" o "soffre di pelle scura");
3. *non* ci sono psicofarmaci indicati per il trattamento dell'autismo; e in ogni caso non c'e' una "cura" per qualcosa che comunque non e' una malattia;
4. i disturbi dello spettro autistico sono condizioni molto complesse — e chiunque pensi di poterli diagnosticare in cinque minuti o e' un imbecille o e' in malafede.
Insomma — al TG1 si sono persi una splendida occasione per stare zitti.
Domenica, 30 Novembre 2008
Il Papa sottolinea l'umanita' del gesto di Pio XII che, l'indomani del bombardamento di Roma, accorse a San Lorenzo per soccorrere e confortare la popolazione. Tanta sollecitudine fu certo lodevole; ma ai miei occhi non fa altro che rendere ancora piu' assordante il silenzio di Pacelli pochi mesi dopo, quando i nazisti deportarono in massa gli ebrei di Roma. Evidentemente questi ultimi non erano abbastanza importanti, abbastanza vicini al cuore del Papa da giustificare due passi fino al Portico di Ottavia.
Mercoledì, 12 Novembre 2008

Scritta su un muro di Porta Palazzo. Lascio l'interpretazione a un po' di amici piu' esperti di me nei meccanismi dell'Islam italiano. Nel mio piccolo mi pare un curioso spaccato geo-politico-etnografico di questa citta'.
Sabato, 18 Ottobre 2008
Si vorrebbe non dover tornare sull'argomento — ma l'insistenza cattolica sulla beatificazione di Pio XII ha qualcosa di nauseabondo, come tutti i tentativi di negazionismo. L'intervista rilasciata dal postulatore della causa di beatificazione all'ANSA non scalfisce in nulla il fatto che Papa Pacelli non ruppe mai il silenzio sulla persecuzione degli ebrei e in particolare sulla deportazione degli ebrei romani. Si pecca anche per omissione, in buona dottrina cattolica — e pure la giustificazione addotta da tante parti, che il silenzio servisse a coprire il lavoro nascosto della Chiesa a favore degli ebrei, non ha valore. Proprio perche' non tacque la Chiesa cattolica tedesca riusci' a fermare in gran parte l'Aktion T4, volta allo sterminio dei disabili. E ovunque le autorita' intervennero fortemente a difesa degli ebrei, la macchina dello sterminio si inceppo'. Magari non si arresto' del tutto, ma fu drasticamente meno efficace. Fu cosi' in Bulgaria, fu cosi' in Danimarca. Il silenzio del Papa fu quindi una oggettiva, intollerabile complicita' con i massacratori nazisti.
Se poi la Chiesa vuole beatificare Pio XII, lo faccia. Se ne assuma l'intera responsabilita', in fondo "e' un affare interno della Chiesa": ma non cerchi solidarieta' ne' nell'ebraismo della Diaspora, ne' in Israele, ne' nei gentili che restano fedeli alla memoria di quel che e' stato. Lo faccia, sapendo di portare agli altari un uomo che poteva mettersi di traverso alla Shoah e non lo fece.
P. S. A quanto pare il Vaticano sta cercando di metterci una pezza. Ma la sostanza non cambia.
Domenica, 18 Maggio 2008
Da qualche tempo il Giornale (che non linko per principio) spara titoli in prima pagina di questo tenore:
Obiettivo: zero campi rom
Ecco i rom che viaggiano in Ferrari. Nullatenenti ma vivono da ricchi.
Test del dna per tutti i rom
(puo' darsi che non ricordi alla lettera, ma grosso modo il tenore e' quello — il primo pubblicato la settimana scorsa, a ridosso dei fatti di Ponticelli, gli altri negli ultimi giorni)
Siamo a settant'anni dalle leggi razziali — e il tono e' inconfondibilmente lo stesso della campagna antiebraica del 1938. Qualcuno piu' competente di me puo' spiegarmi se e come e' possibile denunciare questa gente per incitamento all'odio razziale?
P. S. Per altro, le leggi razziali sembrano in arrivo, a giudicare dal cosiddetto pacchetto sicurezza. E senza che ci sia uno straccio di opposizione vera.
Ho trovato assai interessante quel che Safran Foer dice sulla diaspora e sull'identita' ebraica in questa intervista alla Stampa
Giovedì, 8 Maggio 2008
Oggi e' il sessantesimo anniversario della nascita di Israele. So che e' un argomento al tempo stesso inflazionato e pericoloso, ma io sento lo stesso il bisogno di parlarne perche', da gentile europeo che ha per l'ebraismo una sensibilita' particolare, e' un evento nei cui confronti ho sentimenti ambivalenti.
Da un lato ero e resto convinto che sia stato un atto di giustizia dare agli Ebrei una patria, e dargliela nell'unico luogo in cui ha senso che sia, Eretz Israel. Ne ho parlato anni fa su questo blog, ho suscitato un vespaio di polemiche — e non ho cambiato idea. In questo senso continuo a credere che quella di oggi sia una ricorrenza da celebrare. Certo, non si puo' far finta di ignorare che Israele non nacque nel deserto, non fu "un paese senza popolo per un popolo senza paese", ma il frutto della divisione dolorosa e forzata di una terra abitata da secoli da altri, gli Arabi di Palestina. E non si puo' far finta di ignorare che, con una violenza crescente e sproporzionata rispetto alle esigenze di sicurezza, Israele continua ad occupare (o a tenere sigillati con la popolazione reclusa) i territori che la comunita' internazionale riconosce come spettanti ai Palestinesi, a cui nega liberta' di movimento, a cui sottrae risorse (l'acqua e la terra in primo luogo), le cui vite mantiene in una condizione di precarieta' alienante. Tutto questo non solo puo' — ma a mio parere *deve* alimentare critiche aspre al governo di Israele. Ma continuo a pensare che un mondo con Israele sia migliore di un mondo senza, che non solo il diritto ad esistere di Israele non puo' essere revocato in dubbio, ma che la sua esistenza e' una cosa che vale la pena di celebrare. Israele e' stata un sogno — e come tutti i sogni la realta' non e' stata all'altezza: ma i sogni che stanno alla base delle comunita' nazionali meritano di essere celebrati con rispetto (i combattenti della nostra guerra di Liberazione immaginavano forse *questa* Italia? e *questa* Italia toglie forse valore al 25 aprile?) — e la realta' magari deludente che Israele e' diventata e' la casa, la sola casa di milioni di persone. Una casa vitale e problematica — ma non certo peggiore delle nostre — e non certo meno meritevole di essere rispettata e celebrata.
Dall'altra parte, credo (e l'ho gia' scritto tempo fa) che un'Europa svuotata della presenza ebraica sia un'Europa piu' povera, sia un'Europa che perde un pezzo importante di se stessa — che l'ebraismo abbia dato il meglio di se' nelle diaspore e l'abbia dato anche nella sua capacita' di fecondare il pensiero, la cultura, la mentalita' di chi ebreo non e' e vive nella contiguita', nello scambio con gli ebrei che stanno fra noi. Da questo punto di vista "europeo" non posso che sperare che il sogno sionista di portare tutti gli Ebrei a fare aliyah non si realizzi mai — che la diaspora rimanga vitale — e cresca — e non trovi ragione di voler lasciare questa terra che e' la *sua* terra, tanto quanto Eretz Israel, anche se per ragioni totalmente diverse.
A margine: Trovo idiota e minaccioso bruciare le bandiere di Israele — ma Fini che dice che e' peggio che ammazzare di botte una persona e' semplicemente incommentabile. Per salvare una vita si puo' perfino violare lo shabbat — per salvare una bandiera no.
A margine 2: Il boicottaggio della Fiera del Libro mi pare una cosa stupida — non vale la pena di dire di piu'. Non e' il caso di dare troppa eco a questa stupidita', che prima di tutto danneggia proprio la causa palestinese.
Di questi tempi — e con l'aria che tira a Torino, questa mostra e' una gran bella idea.
Ho sempre pensato tutto il male possibile di Ceronetti.
Ma questo articolo sulla Stampa del 17 marzo, in cui sostiene che lo stato palestinese non puo' (e probabilmente non deve) vedere la luce, e' anche peggio di quel che potevo aspettarmi.
Domenica, 27 Gennaio 2008
Tra tante altre cose, scoprire che nostro figlio e' autistico ha cambiato radicalmente anche la mia personale percezione della Shoah.
Per me e' sempre stato un dovere il ricordo. Ma il dovere che incombe a coloro che stanno sicuri nelle loro tiepide case, a coloro che non solo non sono stati toccati, ma che erano protetti dalla catastrofe — e che avrebbero potuto tranquillamente non guardare (e in molti casi non hanno guardato). Era una tragedia altrui — ed era proprio in questo essere una tragedia altrui la chiave del dovere della memoria. Chi non era tra le vittime, avrebbe potuto essere tra i carnefici — e anche soltanto starne fuori era un modo implicito di essere complici dei carnefici. Era un sentimento, quello della memoria, che somigliava molto a quel che Lia ha scritto, assai meglio di me, nei giorni scorsi.
Ma una persona come nostro figlio sarebbe stata spazzata via dallo sterminio. Sarebbe stata considerata una "vita senza valore" e soppressa in segreto tra i primi, quando ancora non si parlava di soluzione finale. Hitler previde con lucido rigore* la necessita' economica e razziale di eliminare tutti i disabili psichici e fisici. Ma a differenza dello sterminio degli ebrei, quello dei disabili non poteva costruire il suo consenso sull'odio: si trattava dei figli, dei fratelli, dei familiari dei buoni tedeschi sulla cui adesione si fondava la solidita' del regime. Per quanto ferrea fosse la presa della propaganda, non poteva spingere a rivolgere l'odio fin dentro i rapporti familiari. E allora invento' la strategia della pieta'. A partire dal caso di un bambino nato con handicap gravi, di cui i genitori chiedevano l'eutanasia, venne sviluppato un programma di uccisione dei bambini portatori di alcune patologie particolarmente disabilitanti, presentandolo come un atto di compassione nei confronti di chi altrimenti avrebbe avuto "vite indegne di essere vissute". Tra segretezza e supposta pieta', dal 1939 in poi furono eliminati circa cinquemila bambini sotto i tre anni, con una procedura che formalmente prevedeva il ricovero in strutture specializzate per le cure — e in realta' sottraeva i bambini al controllo delle famiglie e li avviava all'uccisione tramite iniezione letale o addirittura per fame.
L'eliminazione dei bambini era pero' soltanto il primo passo nello sterminio dei disabili: nel 1939 fu avviato anche un programma per l'uccisione sistematica degli adulti ricoverati in strutture assistenziali per malattie mentali o disabilita' psicofisiche di tutti i generi. Il programma, denominato Aktion T-4, venne portato avanti con un notevole grado di segretezza e porto' all'eliminazione di circa settantamila persone tra il 1940 e il 1941. Tuttavia la segretezza dell'Aktion T-4 non fu sufficiente: voci sull'uccisione dei disabili si diffusero a partire dalla meta' del 1940 e portarono a numerosi episodi di opposizione — anche clamorosa — da parte delle famiglie e di numerosi esponenti delle chiese cristiane, della cattolica in particolare. Queste manifestazioni di opposizione finirono per costringere il Reich ad abbandonare il programma di sterminio, almeno in maniera organizzata, nell'agosto del 1941, anche se l'uccisione dei "deboli" continuo' ad essere una prassi comune fino al termine della guerra.
I programmi di sterminio dei bambini e degli adulti disabili furono per molti aspetti la prova generale della soluzione finale: vi vennero sperimentati i trasporti, i campi di smistamento, le tecniche di uccisione di massa con il gas, le sperimentazioni "mediche", il terribile equilibrio tra ufficialita', documentazione, segretezza e dissimulazione che avrebbe costituito la norma della burocrazia della Shoah.
Ma — ed e' una riflessione che nel giorno della memoria mi pare particolarmente importante — l'Aktion T-4 fu fermata — e la prosecuzione dello sterminio resa molto piu' difficile — dall'opposizione dell'opinione pubblica tedesca: a dimostrazione del fatto che perfino sotto il regime nazista, perfino durante la guerra *era possibile* fermare la soluzione finale — e il fatto che cio' non accadde e' da imputarsi alle responsabilita' dei milioni che "sicuri nelle loro tiepide case" preferirono non vedere — e non parlare.
Mio figlio gioca davanti a me, stasera, nel piu' autistico dei modi: correndo, gridando, saltando, scagliando i giocattoli da una parte all'altra. E c'e' talmente tanta vita in lui — talmente tanta forza e gioia — che fa quasi male — e agghiaccia pensare ai tanti come lui che sono stati cancellati.
Informazioni piu' puntuali sullo sterminio dei disabili qui e qui.
* Uso ponderatamente questa espressione: non fu gratuita crudelta' o follia, ma la persecuzione di un disegno assolutamente coerente. Certo: allucinanti le premesse razziste, abominevole il progetto di creare la stirpe perfetta. Ma a valle di quell'abominio iniziale, tutto fu lucido e rigoroso — invocare la follia sarebbe un'attenuante del tutto immeritata.
Giovedì, 24 Gennaio 2008
Lia, rispondendo al post qui sotto:
Io ci sono cresciuta, con la consapevolezza dell’importanza della Memoria, e ricordo benissimo cos’era: era un momento di riflessione su se stessi in cui si facevano i conti con un male che era dentro di noi e da lì - e solo da lì - poteva riemergere. Non era la denuncia di un male esterno, di un nemico esterno. Ricordare, per me e per i miei compagni di scuola, per il mio mondo di ragazzina, non voleva dire: “Non facciamocelo succedere più”. Voleva dire: “Non facciamolo più“. Noi. Perché noi eravamo stati i carnefici o i loro complici, e chi era diverso da noi era stato nostra vittima, nostro capro espiatorio.
A me sembra che sia cambiato questo, oggi. Ci si sente nobili a poco prezzo, identificandosi con le vittime di ieri al punto da alzare barricate comuni contro mostri che, nella nostra immaginazione, non ci somigliano. Trovo che non serva a molto, una Memoria così. Credo che l’unica memoria che abbia un senso sia quella che ci insegna a conoscerci. Della memoria di un’esperienza, parliamo, e serve fino a quando la consapevolezza che se ne ricava fa da antidoto alla tentazione di farsi sconti, di cercare i mostri fuori di noi. Il contrario è un tradimento profondo del senso di ciò che ci è stato insegnato e, personalmente, me ne chiamo fuori.
Ecco — io lo sapevo che dovevo chiederlo proprio a lei — perche' ha detto la cosa giusta — quella che la leggi e ti rendi conto che e' esattamente quello che c'era da dire. Grazie.
Mercoledì, 23 Gennaio 2008
Uyulala mi chiede di partecipare a una catena, per una volta seria, e di indicare un libro sulla Shoah come mio contributo a una ideale biblioteca della memoria.
Devo dire che esito, perche' mi pare che a volte tanta enfasi sulla memoria della Shoah nasconda — anche inconsciamente e in buona fede — il bisogno di *padroneggiarla*, di ridurla a una misura che entri nei nostri schemi mentali — e che chiudere la memoria in una biblioteca, reale o virtuale, possa diventare un modo per renderla il piu' possibile inoffensiva.
Al contrario, la memoria della Shoah — se non si vuole tradirla — deve restare *intollerabile*. Dev'essere qualcosa a cui si vorrebbe sfuggire — che si vorrebbe non aver presente — e che ci si costringe a tenere davanti agli occhi. Percio' niente letture confortanti, niente biblioteche virtuose, che ci facciano sentire meglio perche' assolviamo al compito nobile di non dimenticare.
Eppure — abbiamo soltanto le parole — per non lasciare che la Shoah venga cancellata. E allora propongo gli autori forse piu' inconciliati con la realta' — quelli che meno di tutti hanno cercato di estrarre un qualche *senso* dalla Shoah — e sono due poeti: Paul Celan (di cui Mondadori ha pubblicato l'opera integrale nei Meridiani) e Dan Pagis (che purtroppo conosco soltanto nella traduzione inglese edita dalla University of California Press, non essendo in grado di leggere l'ebraico e mancando una traduzione italiana). Sono due libri che — onestamente — non so se avrei oggi il coraggio di rileggere — e proprio per questo sono quelli che mi sento di citare.
Passo il testimone a Lia, senza alcun intento provocatorio — perche' credo che da lei possa venire qualche indicazione intelligente e fuori dalla vulgata; a Bloggoanchio, se mai gli capitera' di leggere questo blog; a Floria, perche' mi fido ciecamente dei suoi libri. E a chi altri vorra' pensarci, passando di qui.
Mercoledì, 10 Ottobre 2007

(Come avrebbe detto Marilyn, I guess)
Come dicevo un po' di tempo addietro, sono incappato in una discussione con un gruppo di bright. So che non mi ci dovrei mai ficcare, perche' finiscono sempre allo stesso modo: loro ti rinfacciano l'immacolata concezione e l'intelligent design — tu ti inalberi e cerchi di spiegare che il pensiero religioso non e' necessariamente fondamentalista (almeno non in quel senso) — loro ti rispondono che l'unico criterio di verita' del pensiero e' il metodo scientifico ecc. ecc. Discussione inutile — su binari predefiniti — e destinata a lasciare ognuno ferreamente convinto delle proprie ragioni — ma soprattutto dei torti attribuiti all'altro. Tanto e' vero che e' finita in un bel flame.
Solo che — non riuscendo a spiegarmi li' — mi e' venuta voglia di provare a chiarire qui (anche a me stesso) quel che penso. Ci ho messo un sacco di tempo a ruminare 'sta roba (un po' meno di Simonide, ma mica poi tanto) — e alla fine quel che ho scritto mi pare assolutamente incompiuto e parziale. Ma in fondo e' il bello del blog: posso sempre tornarci sopra, correggere, cambiare idea. Soprattutto se qualcuno ha voglia di ragionarne con me.
Zero. Ho scritto altrove che sono convinto che una scelta religiosa non puo' che essere integrale e non puo' che essere il fondamento della vita di una persona — e in questo senso sono un po' diffidente del modo in cui correntemente si usano i termini integralismo e fondamentalismo. Tuttavia — per chiarezza di argomentazione — adotto qui le definizioni piu' o meno standard: in questo post si parla di fondamentalismo intendendo la posizione di chi considera i dettami religiosi e/o i testi sacri di una religione interpretati letteralmente quale unico fondamento della sua visione del mondo, della sua etica e dei suoi comportamenti. Come integralismo intendo qui l'atteggiamento di chi ritiene che il fondamento religioso della sua interpretazione del mondo deve avere una applicazione integrale — e quindi valere erga omnes, incondizionatamente e senza eccezioni.
Uno. Con me — a parlar male di integralisti e clericali si sfonda una porta spalancata. Sono convinto che esista una forsennata offensiva oscurantista in questi anni, in Italia e nel mondo, che fa del male alla convivenza collettiva e mina alcune delle conquiste fondamentali della nostra civilta': la laicita' delle istituzioni, il pluralismo, la liberta' di coscienza — e perfino il senso piu' vero della religiosita'. E sono assolutamente equanime nel rifiutare integralisti cattolici, protestanti, ebrei, musulmani e chi piu' ne ha piu' ne metta. Anzi, forse mi stanno piu' vigorosamente sulle palle quelli vicini alle tradizioni religiose a cui mi sento affine, per cultura di nascita o per scelte — se non altro perche' mi accorgo piu' facilmente di quanto le loro posizioni non reggano a volte nemmeno sul piano teologico.
Quanto alle posizioni fondamentaliste — mi fanno proprio orrore — perche' sono frutto di una ignoranza dei meccanismi essenziali del pensiero religioso stesso — e finiscono — nella ricerca di una fedelta' letterale ai testi — per tradire nella maniera peggiore il senso, il valore di ogni racconto/discorso religioso. Quindi se qualcuno pretende di leggere la Bibbia (o il Corano o qualunque altro testo sacro) alla lettera e di trarne conclusioni che non tengono conto delle modalita' della narrazione, della cultura che lo ha generato, del tempo trascorso e cosi' via — secondo me fa torto prima di tutto all'intelligenza di D-o, poi alla sua, e infine a quella di tutti noi.
Aggiungo che in molti casi integralismi e fondamentalismi mi paiono non solo sbagliati ma in malafede, figli di un calcolo di potere e di una volonta' di sopraffazione, piu' che di effettiva convinzione interiore di fare la volonta' di D-o. Non che chi e' veramente convinto mi piaccia tanto di piu' — scegliere fra banditi e stupidi e' una brutta gara…
Ma a differenza dei miei interlocutori bright trovo ingiustificato fare d'ogni erba un fascio e buttar via il pensiero religioso tout court insieme agli eccessi del fondamentalismo o delle superstizioni vecchie e nuove. Si puo' fare (in buona o cattiva fede — e mi si perdoni l'involontario gioco di parole) un uso assai distorto della religione — cosi' come si puo' fare un uso assai distorto della scienza. Ma come il dottor Mengele non dimostra la fallacia del pensiero scientifico — cosi' il mullah Omar o il reverendo Falwell non possono essere usati per negare generalmente il valore del pensiero religioso. Credo di dire un'ovvieta' — ma sono un po' stufo di sentirmi rimproverare dagli scientisti duri e puri i crimini commessi in nome della religione.
Due. Su un altro piano: il pensiero scientifico piu' acuto da piu' di cinquant'anni almeno ha superato l'illusione positivista di poter dare una rappresentazione oggettiva, completa e coerente del mondo — e di essere quindi il canale privilegiato per la lettura, o addirittura per la definizione della realta'. Non voglio (e non ho gli strumenti per) fare una breve storia dell'epistemologia novecentesca in un post — ma credo che il consenso su questo punto dovrebbe essere facilmente raggiungibile. Nei modi che gli sono peculiari, il pensiero scientifico ha riconosciuto di essere un pensiero *debole*, cui sfugge la possibilita' di una piena padronanza del reale. Lo stesso percorso hanno compiuto contemporaneamente i filosofi — e perfino gli ambienti piu' avanzati della speculazione teologica (certo non Ratzinger — ma questo e' un *suo* problema intellettuale). A partire dal riconoscimento di questa intrinseca debolezza della capacita' umana di pensare il mondo, credo fermamente che diversi modelli di indagine abbiano — ciascuno nella sua direzione e con i metodi che gli sono propri — piena e diversa legittimita' ognuno nel proprio ambito. Percio' la religione fa molto male a tentare di entrare nel campo della scienza, di cui non padroneggia gli strumenti — o della politica — che si fonda su regole autonome. Ma la scienza deve ammettere la propria impotenza di fronte alle domande fondamentali dell'uomo — le domande sul senso della nostra stessa esistenza, che a rigor di metodo non e' nemmeno in grado di porsi. E che invece sono domande a cui e' difficile sfuggire — e che possono essere meglio affrontate con gli strumenti del pensiero mitico-religioso (o della letteratura — o dell'arte — o della filosofia, se e' per questo): sempre che si abbia la capacita' di riconoscere questi strumenti e di impiegarli correttamente — ma di questo diro' qualcosa in seguito.
A farla corta — credo che sia un atteggiamento sano ammettere che nessun metodo e nessun modello di indagine sul mondo e' capace di arrivare dappertutto. Ognuno fa luce su frammenti, su prospettive piu' o meno ampie — ma non e' abbastanza potente da illuminare l'intero quadro. E' troppo chiedere a tutti, scienziati, teologi, letterati, filosofi l'umilta' di riconoscersi *deboli* — e di accettare la legittimita' dell'apporto dell'altro?
Tre. Vedo un certo integralismo parareligioso nell'ateismo militante. Mi spiego meglio. L'esistenza o meno di D-o e' — con gli strumenti del pensiero razionale — un indecidibile. Non e' dimostrabile ne' il si' ne' il no. Di conseguenza il solo atteggiamento razionale e scientifico di fronte alla questione e' un ignoramus — e a voler essere rigorosi dovrebbe valere la proposizione che chiude il Tractatus: "Su cio' di cui non si puo' parlare, si deve tacere". Ogni passo in piu' e' un'adesione fideistica a una tesi non dimostrata. Che mi sta bene — a patto che la si riconosca per tale. E che si riconosca che la posizione del credente e quella dell'ateo sono speculari e perfettamente equivalenti.
Credere o non credere e' — da questo punto di vista — davvero la scommessa di Pascal. La scommessa di Pascal nel senso di assumersi il rischio intellettuale di andare oltre la certezza — di gettarsi oltre il perimetro di cio' che possiamo *sapere*. Certo, non e' una "scelta" in senso stretto, un puro atto di volonta' — la nostra condizione di credenti o di dubbiosi o di atei dipende spesso da fattori che sfuggono alla sfera puramente intellettiva — la fede e' come l'amore (in fondo e' una forma di amore): non si inventa se non c'e'; un cristiano qui parlerebbe di grazia — ma apriremmo un altro capitolo complicato, che non mi sento di affrontare. Sono fermamente convinto, pero', che sia una scelta lasciare aperta o no la possibilita' di una prospettiva religiosa nella propria vita: qui sta la scommessa, per chi la vuol fare in un senso o nell'altro.
Quattro. Il pensiero religioso segue logiche proprie, fondamentalmente quelle del mito. E bisogna saperle leggere, per giudicare. Il pensiero mitico-religioso non e' un pensiero erroneo, o primitivo, o ingenuo. E' una modalita' di lettura del mondo che ha le sue vie, i suoi strumenti, i suoi fini. Il mito (e per mito intendo, sia ben chiaro, anche i racconti della Bibbia o del Corano o di qualunque altro libro sacro) non e' una favoletta — ma e' un racconto paradigmatico, un modo di raccontare il perche' del mondo come e' e di fondare i comportamenti delle persone in quel mondo. Certo, la mentalita' mitico-religiosa pretende che siano *vere* le storie che racconta — non le considera semplici allegorie o apologhi morali. Ma si tratta di una verita' *normativa*, piu' che di una verita' fattuale: e' vero il mito in quanto e' vero cio' che significa — non necessariamente in quanto sono veri tutti gli avvenimenti di cui parla. C'e' una formula folgorante di un filosofo della religione della tarda antichita', Salustio, che dice "Queste cose non accaddero mai, ma sono sempre". Questo ha due conseguenze, tra mille piu' importanti: che le interpretazioni letterali dei racconti sacri sono *sbagliate* perche' non colgono il tipo di verita' insito nel mito — e che insistere sull'implausibilita' logico-fattuale di un racconto sacro non ne scalfisce di una virgola il valore di verita'. In altre parole: dire che Maria ha concepito Gesu' senza un rapporto sessuale con un uomo, ma per l'intervento dello Spirito Santo, e' un modo narrativo per dire che Gesu' e' nello stesso tempo uomo e D-o — che e' figlio di una donna mortale e di D-o stesso. La verita' di cronaca e' un dettaglio — poco piu' che un pettegolezzo.
Io credo che il pensiero mitico-religioso abbia una legittimita' non inferiore a quella del pensiero scientifico, se ognuno resta nel suo ambito. E non mi sento un oscurantista se nella mia ricerca di senso resto in ascolto — cerco di essere attento alle possibilita' offerte da questo tipo di pensiero.
Detto questo, niente implica che la scelta religiosa avvenga nelle forme delle religioni rivelate. Ma le religioni rivelate sono un immenso patrimonio di paradigmi — una ricchezza che attraversa millenni di storia umana e che fa parte in maniera profonda del nostro tessuto di identita'. Difficile sottrarsi — in una prospettiva religiosa — alla convinzione che l'Altro veramente parli dentro quel patrimonio. E al bisogno di ascoltarlo. Ancora piu' difficile — e forse futile — tentare di percorrere strade diverse: anche in questo, essere nani sulle spalle di giganti val piu' che stare a scrutare l'orizzonte dal basso della propria solitaria statura.
Cinque. Proprio perche' si snoda in racconti — in miti — alla fin fine nell'esperienza religiosa la *fede* occupa un posto assai marginale — cosi' come le manifestazioni vere o presunte del soprannaturale. Conta molto di piu' l'adesione etica al mondo che quei racconti tratteggiano — e prima ancora la convinzione di essere o meno autosufficienti e compiuti. E conta stabilire - nelle forme del pensiero mitico-religioso — una relazione con l'assolutamente Altro da noi — una relazione personale diretta e fondante della nostra esistenza (fondante e integrale — che non e' meno esigente ma e' ben diverso da integralista e fondamentalista).
Conclusioni provvisorie. Dove sono io? Nel mezzo del dubbio. Di domande che non ammettono ne' la risposta semplicistica dei bright — ne' il semplice aderire a una prospettiva religiosa. So che non siamo autosufficienti — che un barlume di senso si puo' immaginare solo di fronte a un Altro (il λόγος πρὸς τὸν Θεόν, "la parola posta di fronte a Dio" del vangelo di Giovanni) — non riesco a trovare un cammino — anche perche' non posso che scontrarmi con il *vero* problema di una scelta religiosa che non e' quello della fede, ma quello della teodicea — e quello della responsabilita' (e di qui viene la mia sempre crescente lontananza teologica dal Cristianesimo — ma questa e' un'altra storia, che porterebbe troppo lontano).
Post scriptum. Giusto per chiarezza, anche se forse si capisce da quel che ho scritto. Credo che Ratzinger abbia assolutamente torto quando dice che la scienza senza D-o e' una minaccia. Credo l'esatto contrario — che scienza e religione debbano, come stato e Chiesa, restare rigorosamente separati e ciascuno sovrano nel proprio modo di comprendere il mondo — ogni commistione dei linguaggi e delle logiche non puo' che essere deleteria. Certo — e' difficile pensare a una ricerca scientifica applicata che non sia guidata da un'etica — ma certo non puo' essere la fede a dettare quest'etica — meno che mai una specifica religione rivelata, con la pretesa di imporre la propria etica a tutti.
Detto questo, cancellare il problema etico o far finta che non ci sia e' certamente una cattiva idea per chi si occupa di tecnica (piu' che di scienza pura) — e varrebbe la pena di rifletterci, al di la' delle prediche del Papa.
L'autocitazione e' cosa poco elegante. Ma in occasione della festa di Sukkot quel che avevo da dire (e il mio augurio) e' scritto qua.
Venerdì, 21 Settembre 2007
Stasera inizia Yom Kippur. E lo so che la storiella e' vecchia e arcinota — ma e' esattamente cosi' che la penso — e che mi sento quest'anno.
La vigilia di Yom Kippur il vecchio sarto Yankele si rivolge al cielo:
"Signore, ascoltami: io non sono che un umile sarto e non posso scrutare nei tuoi pensieri — ma sono un devoto servitore delle tue Leggi. E tu ci comandi il pentimento e ci chiami ad affliggerci per i nostri peccati — e a chiederti perdono. Ma guarda quaggiu', Signore: guarda le catastrofi, le malattie, guarda le persecuzioni contro il tuo popolo, guarda gli innocenti che soccombono ai farabutti, i poveri calpestati e offesi, i bambini che muoiono prima di avere commesso una sola colpa. Ti par giusto tutto questo, Signore? E tu comandi a noi l'afflizione e il pentimento per i nostri peccati? No, Signore, ascolta quello che ti dico: domani e' il giorno santo di Kippur — affliggiti e pentiti, cosi' che noi possiamo perdonare i *tuoi*, di peccati".
(libera rielaborazione di una storia tradizionale che ho letto tra l'altro in questo librino)
Giovedì, 13 Settembre 2007
L'anno comincia in un momento difficile per noi. Speriamo che sia piu' dolce del precedente.
Un augurio un po' ospedaliero dalla Rat-Family.
Mercoledì, 13 Giugno 2007
Quel che penso di Priebke e della sua pena l'ho scritto piu' di tre anni fa, qui. E non ho cambiato idea. Percio' non sono scandalizzato affatto se — usufruendo di un istituto previsto dalle leggi della Repubblica — Priebke puo' lasciare la detenzione domiciliare per andare a "lavorare" nell'ufficio del suo avvocato.
Questo non significa perdonare. Priebke il perdono non lo puo' avere, se non altro perche' i soli che potrebbero darglielo sono sepolti alle Fosse Ardeatine. Priebke il perdono non lo merita, perche' non ha mai dato un segno di rimorso per cio' che ha fatto. Ma la Repubblica applica le sue leggi — e le sue leggi sono improntate al senso di umanita' e al fatto che la pena non e' vendetta sociale legalizzata: di questo sono grato ai nostri padri costituenti. Perfino se puo' avvantaggiarsene Priebke.
Detto questo, e' evidente che Priebke in liberta' e' oggettivamente un motivo di turbamento per chiunque senta le Ardeatine come una ferita sua: ebreo o non ebreo, familiare delle vittime o semplice cittadino che non dimentica la storia. Ma essere cittadini significa andare oltre questo turbamento "prepolitico" e affidarsi alla legge.
Aggiungo che la dichiarazione di Mastella in merito mi pare assolutamente orrenda:
"Se facessi parte della comunità ebraica non sarei contento ma anche come cittadino resto abbastanza perplesso". Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ha risposto così a chi chiedeva un commento sulla decisione del Tribunale militare di sorveglianza che permette all'ex ufficiale delle SS, Herich Priebke, di lasciare ogni giorno i domiciliari per andare a lavorare.
"Ogni atto che va in questa direzione, per quanto possa essere atto di perdono giudiziario, finisce per ricordare tragedie che restano tragedie", ha proseguito Mastella rivolgendo tutta la sua "vicinanza" alla comunità ebraica. Il Guardasigilli ha infine indicato di non potere esprimere altri "giudizi di merito" sulla questione trattandosi di giustizia militare che "non rientra nelle mie competenze". (da Repubblica)
"Se facessi parte della comunita' ebraica"? come se le Fosse Ardeatine fossero un lutto privato degli ebrei — e non una tragedia di tutta la comunita' italiana. "Anche come cittadino"? come se gli ebrei italiani non fossero pienamente cittadini di questa Repubblica, ma qualcosa d'altro. Sara' ipersensibilita' mia, ma Mastella sembra non aver capito che gli ebrei sono cittadini italiani proprio come lui…
Mercoledì, 6 Giugno 2007

Nella mia vita di bambino Israele entro' quarant'anni fa giusti giusti, con la Guerra dei Sei Giorni. Con l'affascinante retorica, che soltanto anni dopo avrei scoperto ingannevole come tutte le retoriche, del piccolo paese circondato da giganti ostili, di David contro Golia, dei bellissimi Mirage con la stella a sei punte padroni del cielo — con tutta la fascinazione che una guerra lontana puo' avere per un bambino di sei anni che gioca con i soldatini — e con il sottotesto sionista dell'uomo nuovo, della modernita', del paese che aveva fatto fiorire il deserto e che ora difendeva la sua strisciolina di terra con la forza che gli veniva dalla ragione.
Mi ci sono voluti anni per capire che non era stato proprio cosi'. Che dietro a quella guerra — che pure continuo a pensare che fosse essenzialmente una guerra di difesa nazionale — c'erano colpe ed errori *anche* di Israele. E che quella vittoria fu in realta' la peggiore delle sciagure immaginabili: per Israele, per i Palestinesi, e perfino per noi che stavamo all'altro angolo del mondo. E' difficile liberarsi dei miti d'infanzia — e la delusione e' feroce.
E mi ci sono voluti altri anni per venire a capo di quella delusione, e per capire che se Israele non e' stata all'altezza del suo mito fondativo, se non ha funzionato come esperimento di una "umanita' nuova" (come non hanno funzionato tutti gli esperimenti di questo genere del XX secolo — e forse Israele alla fin fine e' quello che ha dato i risultati meno peggiori) — merita comunque di non essere giudicata alla luce di quel metro impossibile — ma come "paese normale". E come tale letta, analizzata, criticata per i suoi errori, che sono molti e gravi — ma non inchiodata al suo essere al di sotto del mito.
P. S. solo apparentemente off topic. Purtroppo non vedro' la mostra su Tel Aviv che si e' aperta da pochi giorni alla Casa dell'Architettura di Roma. Ma credo che meriti, anche come testimonianza di alcuni degli aspetti migliori del mito sionista — e come occasione di riflessione sui silenzi — e sulle rimozioni — che quel mito comporta, anche quando si parla di architettura e di urbanistica.
Martedì, 29 Maggio 2007
Secondo la storica Emma Fattorini (di cui non ho ancora letto il libro — vi diro' al piu' presto) il futuro Pio XII avrebbe impedito la pubblicazione dell'ultimo discorso di Pio XI, contenente una durissima condanna del fascismo e del nazismo — e dell'antisemitismo in particolare.
Solo qualche tempo fa il Vaticano ha creato un caso internazionale perche' a Yad Vashem c'e' una didascalia, sotto la foto di Papa Pacelli, che ne sottolinea la posizione ambigua rispetto allo sterminio degli Ebrei.
E' di pochi giorni fa — anche — la notizia che il processo di beatificazione di Pio XII ha fatto un importante passo avanti.
Non perdo tempo a fare commenti. Mi limito ad osservare.
Giovedì, 24 Maggio 2007
Della Sinagoga di Alessandria, chiusa da anni, avevo parlato qui. Domenica prossima — *eccezionalmente* — sara' possibile visitarla. Tutte le informazioni si trovano qui.
Errata corrige importante: mi scuso per l'imprecisione, ma ho scoperto che la Sinagoga di Alessandria sara' visitabile tutte le domeniche fino all'8 luglio, previa prenotazione.
Da gentile, per quanto vicino all'ebraismo, non ho titolo per firmare questa dichiarazione. Ma sono felice che qualcuno l'abbia scritta — e mi ci riconosco.
Mercoledì, 2 Maggio 2007
Il Presidente della Repubblica sospeso dall'incarico perche' accusato di violenza sessuale. Il Primo Ministro e il Ministro della Difesa sull'orlo delle dimissioni perche' ritenuti da un rapporto ufficiale responsabili dell'insuccesso nella guerra in Libano. Un parlamentare di opposizione accusato di intelligenza col nemico, tradimento e spionaggio e' fuggito dal paese; le accuse contro di lui sono rimaste fino ad oggi coperte da segreto.
E' deprimente vedere che la politica e' terribilmente al di sotto dei suoi compiti — e che sembra esserlo strutturalmente, non per caso o per le deficienze di qualche persona. In Israele, certo, e di fronte a emergenze particolarmente drammatiche: ma non e' solo un problema israeliano, direi. Il logoramento dei meccanismi democratici di selezione della classe dirigente mi sembra ad ogni momento piu' evidente — e sistematico.
Giovedì, 12 Aprile 2007
Il nunzio apostolico vaticano a Gerusalemme disertera' la commemorazione della Shoah che si tiene ogni anno a Gerusalemme perche' nel memoriale di Yad Vashem e' appesa una immagine di Pio XII con una didascalia che ne condanna il comportamento — definito ambiguo — verso gli ebrei durante la guerra mondiale.
Puo' darsi che Pio XII non meriti di essere messo accanto ai protagonisti dello sterminio. Ma e' difficile sostenere che abbia fatto abbastanza per la salvezza degli ebrei. Altri fecero molto di piu', in posizioni molto piu' esposte e molto piu' deboli — anche nella Chiesa. E a dottrina spiegano che si pecca anche per omissione.
Se la Chiesa cattolica non e' disposta a interrogarsi sulle sue colpe (fossero anche soltanto di omissione, per l'appunto) — fa del negazionismo bello e buono — e il negazionismo cattolico non e' meno intollerabile per il fatto di essere cattolico.
C'e' per altro uno stile comune tra questa presa di posizione e il terribile discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz. E anche uno stile comune con l'arroganza generale di questa Chiesa cattolica — che si pretende maestra di tutti, anche dei non cattolici, e si straccia le vesti non appena qualcuno osa metterne in dubbio le parole ed il ruolo.
L'otto per mille — mi raccomando — datelo a qualcun altro, non alla Chiesa cattolica. E ricordatevi che se non scegliete, la grande maggioranza del vostro otto per mille va comunque alla Chiesa.
Mercoledì, 4 Aprile 2007
Repubblica pubblica oggi alcune immagini di Claude Andreini — una sorta di racconto fotografico di un viaggio sui luoghi della Shoah. Sono belle immagini. Ma proprio perche' sono belle — feriscono come una menzogna. Credo di averlo detto in un'altra occasione, ma sento il bisogno di ripeterlo — nulla di bello ci fu ad Auschwitz — e il linguaggio della bellezza e' una bestemmia sulla cenere delle vittime.
Giovedì, 8 Febbraio 2007
… si potrebbe dire con il titolo di un film di qualche anno fa.
Avevo trovato esecrabile ma sostanzialmente insulsa la paginata di pubblicita' dell'UCOII di quest'estate, che tornava sull'abusato paragone tra Israele e nazisti — uno dei tanti casi in cui vale la legge di Godwin anche fuori dalla rete. Ma trovo ancora piu' esecrabile e insulso che qualcuno si sia preso la briga di denunciare i vertici dell'UCOII e che dei magistrati perdano il loro tempo a indagare i suddetti vertici per "incitamento all'odio razziale".
P. S. off topic: non e' che non avrei cose da scrivere qui sopra — ma e' un momento di grande fatica — mentale e fisica — e per il blog mancano davvero le forze — a volte perfino per leggere e commentare quel che scrivono gli altri — verranno momenti migliori.
Venerdì, 26 Gennaio 2007
Ieri la Commissione Cultura della Camera ha approvato, con i soli voti della maggioranza, una risoluzione che impegna il Governo a sostenere lo studio e la conoscenza della Shoah nelle scuole. AN, UDC e Lega non hanno votato il documento; Forza Italia ha votato contro — e il suo capogruppo Garagnani ha argomentato cosi' alla stampa:
Condivido pienamente la prima parte, quella di condanna della shoah, spiega Garagnani. Meno la parte seguente, coi passaggi sul fascismo: "Andavano formulati in modo diverso- afferma- perché le altre valutazioni storiche e politiche non ci possono trovare d'accordo". (da Repubblica)
I passaggi sul fascismo della risoluzione sono i seguenti:
[La VII Commissione, premesso che]
. . .
- Anche in Italia trova sostegno e radicamento il revisionismo storiografico, che tende a minimizzare le responsabilità politiche e storiche del Nazismo e del Fascismo per la persecuzione e lo sterminio di milioni di esseri umani, ebrei, omosessuali, zingari, testimoni di Geova e dissidenti politici;
- Se Nazismo e Fascismo poterono perpetrare un tale Sterminio fu anche per un endemico antisemitismo presente nell'Europa di quei decenni; l'antisemitismo ed il razzismo rappresentano ancora oggi, in Italia e in Europa, un fenomeno non marginale;
. . .
[impegna il Governo] a sostenere, anche finanziariamente, le realtà che sul territorio nazionale sono impegnate nella conservazione e nella trasmissione della memoria della deportazione dall'Italia, in quanto parte essenziale della storia patria e patrimonio della Nazione, che riconosce nella lotta contro il nazifascismo l'atto fondante della democrazia repubblicana;
. . .
Piacerebbe capire quali di queste "valutazioni storiche e politiche" sul fascismo l'onorevole Garagnani non puo' condividere. Forse a quelli come lui piacerebbe ricordare la Shoah come una sorta di cataclisma celeste — senza responsabilita' umane precisabili — e senza responsabilita' politiche del nazismo e del fascismo. Una bella memoria selettiva — che oscura le responsabilita' dei colpevoli e fa a meno della storia. Dov'e' allora la differenza tra quelli come Garagnani e i negazionisti?
Giovedì, 25 Gennaio 2007
No — non sono d'accordo con la balzana idea di Mastella di mandare in galera i negazionisti. Sono convinto che negare la Shoah — o peggio fare "apologia di crimini contro l'umanita'" sia un comportamento moralmente turpe e un pessimo uso della liberta' di espressione. Ma la liberta' di espressione si applica perfino a queste turpitudini. Cosa diversa sono i comportamenti di discriminazione razziale, religiosa ecc. — o gli atti concreti di odio razziale o religioso — che in quanto lesivi dei diritti costituzionali di altri cittadini vanno perseguiti con tutta la durezza che la legge puo' prevedere.
Ma il rispetto per le vittime della Shoah e la memoria non sono cose che si possono imporre per legge. La memoria ha senso soltanto se e' una sfida continua — un compito quotidiano che ognuno si assume — essere qui anche per coloro che non ci sono, per i morti e per i non nati — e non e' un compito che puo' essere imposto, dallo Stato o da chiunque altro. In fondo non e' altro che essere fedeli al "se non noi, chi? se non ora, quando?". Ed e' un compito gravoso — una responsabilita' non da poco.
Per chi non vuole assumerselo, questo compito, vale la maledizione di Levi — non la legge dello Stato:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Lunedì, 18 Dicembre 2006
Bradley Burston tiene, sulle colonne di Ha'aretz online, una rubrica (che definisce blog, con qualche improprieta')* intitolata "A Special Place In Hell". E' li' che ho letto molte delle cose piu' sensate e piu' acute dell'ultimo periodo sul conflitto tra Palestinesi e Israele. Oggi parla della stupefacente capacita' di autoinganno che sta nelle narrative delle due parti:
Can there be another conflict on God's green earth which in the space of a few generations has generated two entire new cultures, two entire new identities, each at war with the other, each dismissing the validity of the other, the rights of the other, the very authenticity of the identity the other is trying so vigorously to hang onto?
There are those on both sides, propagandists, fanatics, columnists, who insist that their own side is the sole heir to antiquity, the sole claimant to the property and the history of the Holy Land, the sole injured party, the sole heroic player.
They believe it with everything they have.
The best part, of course, is that they tend to believe that anyone who sees things differently is deluded. A victim of self-deception.
Fate il test che Burston propone…
* Niente URL indipendente (gli articoli sono "annegati" tra le pagine ordinarie di Ha'aretz); niente permalink; commenti tendenzialmente a tipo forum, per quanto moderati; niente outgoing links.
Martedì, 12 Dicembre 2006
No, questo blog non vuole parlare della conferenza sull'Olocausto di Ahmadinejad. Ci sono cose serie a cui pensare. O cose non serie — ma comunque piu' significative tanto dei deliri revisionisti che delle fanfare di propaganda che l'evento suscita da tutte le parti.
Domenica, 12 Novembre 2006
Domenica, 12 Novembre 2006
Mercoledì, 8 Novembre 2006
Il massacro di civili palestinesi a Beit Hanoun e' una cosa semplicemente orrenda. Il governo israeliano parla di un deprecabile incidente — ed e' sicuramente vero sul piano tecnico — ma usare l'artiglieria pesante a poche decine di metri dalle case vuol dire accettare consapevolmente il rischio di fare vittime civili. E questo *non* e' un errore tecnico: e' una scelta politica — che non si condannera' mai abbastanza.
Che lo dica io non serve a niente, e' chiaro. Ma non me la sento di stare zitto — proprio per tutte le volte che questo blog si e' sgolato a difendere il buon diritto di Israele.
Martedì, 31 Ottobre 2006
Tendo a parlare sempre meno di Israele, su questo blog. Non perche' non mi interessi piu' — o perche' non stia accadendo niente di importante da quelle parti. E' che francamente sono scoraggiato, nauseato, depresso. Che un uomo come Avigdor Lieberman diventi vice primo ministro con l'avallo dei Laburisti significa che davvero non ci sono speranze. Che l'Europa non abbia niente da dire significa che siamo davvero una manica di [e' meglio che non dica cosa].
Per chi non avesse chiaro chi e' Lieberman e che cosa pensa e vuole, rimando a questo articolo comparso su Yediot Ahronot ieri e a quest'altro del 26 ottobre..
Venerdì, 22 Settembre 2006

Stasera inizia il capodanno ebraico. Per me, per noi, quest'anno che si sta chiudendo e' stato importante, faticoso, bello — a momenti troppo duro — e difficile. Non e' che al resto del mondo sia andata diversamente — e forse pretendere che l'anno che verra' sia piu' facile sarebbe come credere alla favoletta degli almanacchi nuovi.
Mangiate qualcosa di dolce stasera, pero', perche' e' di buon augurio.
Mercoledì, 13 Settembre 2006
Volevo scrivere qualcosa sul nuovo governo palestinese — e sulla chiusura preventiva al dialogo che e' venuta da Olmert. Ma Bradley Burston su Ha'aretz ha detto le cose giuste molto meglio di quanto avrei mai potuto fare io — e quindi cito, un po' sconsolatamente:
We, all of us in the Holy Land, Israel and Palestine together, are the united states of No. We live in the subcontinent of No. So enamored are we of the word, that in any negotiation over the return of captives, the disposition of land, the future of our peoples, our opening bargaining position boils down to No.
Negotiate with the elected government of the Palestinian people? No way - they're terrorists. Recognize the state of Israel? No way - it is occupying the land of Palestine.
Vale la pena di leggere l'articolo intero: ma non c'e' da sperare che qualcuno ascolti.
La Provincia di Chieti rispolvera lo slogan "Il lavoro rende liberi". Pare che il Presidente l'abbia letto da qualche parte.
Lunedì, 21 Agosto 2006
Della vicenda della dichiarazione dell'UCOII che equipara Israele ai nazisti non ho voglia di parlare — anche perche' mi pare che se ne stia parlando pure troppo. Pero' mi pare che sia sempre piu' diffusa l'abitudine di dare del fascista ("islamofascista"?) o del nazista ("nazisionista"?) a questo e a quello — e questo mi pare preoccupante, perche' indica una perdita del senso delle proporzioni e della memoria storica. E' appena il caso di ribadirlo: in Medio Oriente non e' in corso — e non e' in progetto — nessun genocidio.
Si puo' pensare e dire tutto il male possibile di Israele e della sua aggressivita' spesso priva di ragionevolezza, oltre che di pieta' umana — ma Israele non sta pianificando lo sterminio degli Arabi — e nemmeno di quella frazione degli Arabi che e' il popolo palestinese. Per converso, nonostante le dichiarazioni bellicose degli Ahmadinejad di turno, che vanno lette alla luce di una tradizione retorica e di una necessita' di propaganda interna, i vari pezzi del mondo islamico non hanno in progetto una seconda soluzione finale. Gli attacchi e gli attentati contro Israele sono gravissimi e bisogna fermarli, ma non mettono in pericolo l'esistenza del popolo israeliano, e men che meno del popolo ebraico. Di conseguenza chiamare in causa il nazismo e le memorie della Shoah e' sbagliato moralmente e politicamente.
Non aggiungo altro, anche perche' una delle miserie di questo argomento polemico e' che costringe a ripetersi — ed e' una ripetizione di cui sospetto l'inutilita'.
Poco tempo e poca voglia per scrivere in questi giorni. Ma segnalo questo editoriale di Ha'aretz che dice proprio quello che penso.
Mercoledì, 16 Agosto 2006
mi limito a segnalare tre articoli di Ha'aretz che secondo me riassumono la situazione in maniera esemplare.
- Reuven Pedatzur analizza l'entita' e le ragioni della sconfitta militare israeliana:
This is not a mere military defeat. This is a strategic failure whose far-reaching implications are still not clear. […] Just like the Six-Day War led to a strategic change in the Middle East and established Israel's status as the regional power, the second Lebanon war may bring about the opposite. The IDF's failure is eroding our national security's most important asset - the belligerent image of this country, led by a vast, strong and advanced army capable of dealing our enemies a decisive blow if they even try to bother us. This war, it soon transpired, was about "awareness" and "deterrence." We lost the fight for both.
- In conseguenza della sconfitta, Kadima, il partito di Olmert e di Peres, si sta risolvendo ad abbandonare il piano di convergenza (cioe' l'idea del ritiro unilaterale da una parte del West Bank), sulla base della convinzione diffusa che abbandonare territori senza negoziati e garanzie non potra' che portare a ulteriori minacce alla sicurezza interna di Israele, sul modello del Sud-Libano e della Striscia di Gaza. Questo lascia Kadima — e il governo — senza uno straccio di strategia per la questione palestinese.
- A questo proposito, Gideon Samet in una limpida analisi sostiene che la guerra in Libano ha aperto una nuova epoca, in cui la sicurezza non puo' dipendere soltanto dalla forza militare e che di conseguenza e' inevitabile arrivare a soluzioni negoziate dei conflitti in corso, in particolare di quello con i Palestinesi. In questo compito il miglior partner di Israele non puo' che essere l'Europa, non gli Stati Uniti.
Venerdì, 11 Agosto 2006
Ho sempre avuto la sensazione che Jostein Gaarder (il norvegese autore del fortunato Il mondo di Sofia) fosse un furbetto privo di qualunque spessore intellettuale, una specie di Paulo Coelho con qualche infondata pretesa in piu'.
Ora devo fare le mie scuse a Paulo Coelho per il mio paragone mentale, perche' scopro che Gaarder e' — ad essere benevoli — un imbecille che ha pubblicato qualche giorno fa su Aftenposten un testo violentissimo (qui una versione inglese non ufficiale: Aftenposten e l'autore si sono vergognati troppo per tradurre l'articolo; in inglese pero' il quotidiano pubblica diverse reazioni) in cui mescola l'attacco alle politiche di Israele con i peggiori argomenti della retorica antisemita. Di solito sono cauto a dare dell'antisemita a qualcuno (in particolare non credo che sia antisemitismo la critica, pure violenta, alle politiche di Israele): ma Gaarder lo e' — senza dubbio alcuno. O almeno scrive da antisemita. E non mi si tiri fuori la storiella del modello letterario delle profezie di Amos: Gaarder usa un artificio retorico come foglia di fico per scaricare il suo livore contro l'ebraismo — di cui fa un ritratto caricaturale e fitto di ogni possibile ignoranza e pregiudizio.
Evidentemente, frequentare la filosofia non basta a diventare persone decenti.
Giovedì, 10 Agosto 2006
Se il racconto di Aluf Benn sull'andamento della riunione di governo che ieri ha deciso l'allargamento delle ostilita' e' attendibile, e' evidente che la parte politica e' in un notevole marasma e sta subendo in questo momento decisioni assunte dai comandi militari — e non viceversa. Il che spiega la scarsa chiarezza degli obiettivi politici della guerra — e probabilmente spiega anche come dopo l'annuncio dell'escalation oggi le notizie ufficiali parlino di un rinvio di qualche giorno dell'offensiva per dar tempo alle diplomazie. Olmert sta facendo come Penelope — la tira in lungo per non dover decidere tra soluzioni tutte sgradite e pericolose.
Mercoledì, 9 Agosto 2006
L'escalation militare in Libano ci sara'. Cosi' ha deciso il governo Olmert di fronte alla pressante richiesta del capo di stato maggiore di Tsahal, Dan Halutz, secondo il quale "l'estensione delle operazioni e' necessaria a garantire una diversa conclusione della guerra" (che e' un bel modo di ammettere che finora e' andata malissimo). L'obiettivo delle operazioni, di cui si stima la durata in trenta giorni, e' la conquista dell'area a sud del fiume Litani (la vecchia "fascia di sicurezza" che Israele aveva mantenuto sotto occupazione dopo il 1982), ma anche posizioni a nord del fiume, in particolare lungo la valle della Bekaa: l'intento e' evidentemente lo scardinamento dell'impianto di comando, controllo, comunicazioni e logistica che permette a Hezbollah di operare.
La scelta israeliana comporta costi pesanti, sia per il Libano che per Israele: si prevedono alcune centinaia di caduti tra i combattenti (e di conseguenza nell'ordine delle migliaia tra i civili, anche ammettendo che la proporzione di questi giorni, uno a dieci, si riduca un po', dato che i combattimenti di terra sono meno indiscriminati dei bombardamenti aerei); le distruzioni materiali saranno estese e profonde, perche' gli obiettivi di Tsahal non possono non essere le infrastrutture che permettono il movimento e la comunicazione delle milizie sciite. Al tempo stesso, l'offensiva non sara' in grado di garantire, per molti giorni ancora, nemmeno il suo scopo minimale, che e' la cessazione degli attacchi con i razzi sul territorio israeliano: solo un controllo incontrastato dell'area e la distruzione delle rampe ad una ad una possono ottenere questo scopo — e ci vuole tempo, probabilmente piu' tempo di quello di cui Tsahal dispone.
Anche in questo caso, Israele, spinto dal fantasma della sconfitta e dalle polemiche interne sull'inconcludenza dell'azione dell'esercito, si sta gettando in una impresa militare senza avere chiarito gli obiettivi politici che vuole conseguire. E' una mossa quasi disperata, che somiglia molto a quella del giocatore d'azzardo che sta perdendo anche la camicia: alzare la posta e sperare che la roulette faccia uscire il numero fortunato: la reazione che fa la gioia di qualunque biscazziere — e non e' da escludere che Nasrallah in questo momento stia brindando al buon esito della sua trappola.
P. S. Intendiamoci: io non sono uno di quelli che pensano che il Libano dovesse restare per sempre sotto tutela siriana. Pero', con l'esercito siriano accampato nella Bekaa, Israele avrebbe dovuto essere assai piu' prudente. L'assenza dell'ingombrante vicino non si sta rivelando una buona maniera di salvaguardare l'indipendenza libanese.
Non ho le idee chiare — su questo punto — ma e' argomento su cui mi pare valga la pena di ragionare.
Mercoledì, 9 Agosto 2006
Gideon Samet su Ha'aretz:
[…] In a way that is still unclear to this government, the war, like many in history, is also a special opportunity for a new diplomatic move. Ehud Olmert understands that unilateral convergence has been hit with a crushing missile. […] Nothing can be unilateral any longer. Not dealing with Hezbollah, not withdrawing from the West Bank, no boastful patter about Israel's power to arrange matters as it sees fit. The new age now forced on Israel is one of dialogue with those pulling the strings in the West as with our neighbors. […] To many in Israel who in their minds have yet to take their finger off the trigger toward Lebanon, Gaza and the West Bank, it may seem surprising that this is the time to move to a completely different front. Now, after the mutual killing, circumstances are ripe for a wider Israeli assault in favor of serious negotiations with Hamas and the Palestinian administration. This is also the time to talk to Syria, or at least to take its pulse.
This is the right time to bring forth everything the Israeli genius can, despite its famed historic limitations, toward dialogue, clear bilateralism, arrangements, humanitarian sensitivity, a lowering of the repulsive macho tone that Olmert is not lacking. A crack has opened toward another age. Olmert and company will be courting our disaster if they do not move toward it with a firm step.
Jean François Daguzan su Le Monde dice cose che condivido sulla strategia militare israeliana in Libano
Martedì, 8 Agosto 2006
In questi giorni ho accumulato un po' di letture e di riflessioni sulla guerra in Libano. Se come temo alcuni link sono nel frattempo andati offline, segnalatemeli: ho fatto copie locali di tutti gli articoli.
A volte essere buon profeta e' tanto facile quanto spiacevole. Israele sta perdendo la guerra in Libano:
- la sta perdendo sul terreno, innanzi tutto: Haifa e il nord del paese sono sotto attacco quotidiano da perte dei razzi di Hezbollah, le perdite sono alte, i progressi poco visibili — e il fattore tempo non gioca a favore di Israele.
- la sta perdendo sul piano degli obiettivi militari (anche perche' non erano chiari e definiti in partenza), come riferiva gia' il 5 agosto questo interessante reportage di Libération: i soldati catturati continuano ad essere nelle mani di Hamas e di Hezbollah, le capacita' militari della milizia sciita libanese non sono state annientate, anche se certamente hanno subito qualche ridimensionamento, la "fascia di sicurezza" che Israele vuole nel sud del Libano e' tutto tranne che assicurata; solo un'escalation ulteriore del conflitto, con l'attacco alle retrovie di Hezbollah nella valle della Bekaa e con azioni su larga scala volte alla demolizione sistematica dell'infrastruttura logistica, potrebbe a questo punto dare ad Israele una vera vittoria sul piano militare. Gia' qualche giorno fa un analista serio come il generale Jean sulla Stampa si era espresso in questo senso [non trovo l'articolo online; questo, del 26 luglio, dice cose in parte analoghe]; oggi perfino un giornale di sinistra come Ha'aretz, che pure avanza forti riserve sul senso e la conduzione della guerra, caldeggia l'escalation, proprio a partire dalla constatazione della sconfitta sul campo:
Let there be no doubt: Despite the efforts of the prime minister and IDF generals to enumerate the IDF's achievements, the war as it approaches its end is seen by the region and the world - and even by the Israeli public - as a stinging defeat with possibly fateful implications.
Tuttavia l'escalation avrebbe rischi e costi politici, militari ed umani difficilmente sostenibili: e' da sperare che ad Israele manchino il tempo e la volonta' politica per andare in questa direzione.
- la sta perdendo sul piano degli strumenti diplomatici: tanto che la bozza di risoluzione ONU — che pure e' frutto di un compromesso molto favorevole a Israele — arriva perfino a prevedere che lo stato ebraico faccia concessioni territoriali (la questione delle "fattorie di Sheba", per la cui importanza rimando a questo articolo apparso oggi su L'Orient-Le Jour di Beirut); nell'ipotesi disegnata dal primo ministro libanese Siniora il dispiegamento dell'esercito nel sud del paese avverra' con il consenso di Hezbollah e quindi la milizia sciita avra' modo di conservare il suo potenziale offensivo. Inutile dire che il massacro di Qana e' stato determinante nell'alienare ad Israele i consensi internazionali necessari a una soluzione per lei positiva. In questo senso ho trovato illuminante un articolo di Nehemia Shtrasler uscito su Ha'aretz del primo agosto:
Now, after the tragic events in Qana, which killed some 60 civilians, even Israel's greatest ally has changed direction and says it wants a speedy cease-fire. […] Based on what has happened in the field, nothing remains of the grandiose goals of the beginning of the war.
Soon we will start to long for the excellent agreement offered by the G-8 at the beginning of the war. Today, it, too, is unattainable.
- la sta perdendo sul piano della percezione nazionale: il fronte interno mostra, pur nel sostegno generalizzato all'azione militare, segni di nervosismo e di perdita di coesione. L'opinione pubblica israeliana *si sente* sconfitta di fronte alla capacita' di Hezbollah di reagire e di continuare a colpire. Ze'ev Sternhell gia' il 3 agosto definiva quella in Libano "The most unsuccessful war".
In queste condizioni, tra l'altro, anche l'attuazione del piano di convergenza del governo Olmert si dimostrera' particolarmente difficile, perche' avranno buon gioco gli avversari di qualunque ritiro dal West Bank ad invocare il doppio precedente del Libano e della Striscia di Gaza: territori — sosterranno — da cui Israele si e' ritirato unilateralmente e dai quali viene una minaccia forte alla sicurezza dei cittadini, che nemmeno una guerra su larga scala e' in grado di neutralizzare.
- la sta perdendo sul piano degli obiettivi politici: il consenso per Hamas in Palestina e' alle stelle (al 55% secondo un sondaggio riportato da Repubblica lo scorso 7 agosto) — e i moderati palestinesi sono chiusi all'angolo; in Libano Hezbollah e' il partner determinante per definire la cessazione delle ostilita' ed ha riguadagnato favore e solidarieta' presso la popolazione e presso la classe politica. Il primo ministro Siniora non esita a dire che gli obiettivi di Hezbollah sono gli obiettivi di tutti i Libanesi e che senza l'accordo di tutti i partiti non ci sara' alcun invio di forze internazionali nel sud del paese: se pure dovra' ridurre il proprio potenziale militare dopo il cessate il fuoco, il partito sciita ha gia' riguadagnato ampiamente sul piano politico quel che perdera' sul piano degli armamenti. Il risultato e' che il governo Olmert si trovera' una Palestina in cui il prestigio di Hamas non sara' piu' discutibile e un Libano in cui l'unita' politica delle varie fazioni avra' come comune denominatore l'avversione a Israele. Amir Oren traccia cosi' il quadro di chi e' il vero vincitore del conflitto, ad oggi:
In Western terms, if the cease-fire resolution is accepted in its current formulation, then Nasrallah lost the confrontation with Israel during the past month. In Eastern terms, which are the ones that really count in this part of the world, he only improved his position by taking a step backward in anticipation of the next round. The cease-fire depends on the agreement of the government of Lebanon and, at this point, that depends on Nasrallah. If the world is impatient to close the Lebanese case and move on, Nasrallah is capable of giving it and Israel the runaround - and of racking up further concessions. He exists, therefore he is important.
A titolo di provvisoria conclusione: Israele e' entrata in questa guerra con obiettivi mal definiti e senza una strategia politica, rispondendo in termini puramente militari a un'aggressione politicamente assai meditata da parte di Hamas e di Hezbollah. Com'era ovvio, sono stati questi ultimi a trarne vantaggio. Come suggerisce Akiva Eldar in questo articolo, c'e' una sola cosa che il governo Olmert potrebbe fare per rovesciare il tavolo e garantirsi una soluzione politicamente vantaggiosa del conflitto: riaprire le trattative tanto con la Siria per il Golan, quanto con i Palestinesi per la cessazione dell'occupazione — allargando all'improvviso l'orizzonte, e chiedendo con assoluta fermezza nello stesso tempo che la comunita' internazionale garantisca la sicurezza rispetto alle ambizioni nucleari dell'Iran, Israele potrebbe ottenere molto di piu' che con la guerra anche sul difficile terreno libanese. Ma a Gerusalemme tira tutt'altro vento — e nulla di simile accadra'.
Mercoledì, 2 Agosto 2006
C'e' una neppure troppo sottile ironia nel fatto che nel giorno dell'afflizione per la distruzione del Tempio — il segno dell'annichilimento di Israele come realta' politica — ci si trovi a dover riflettere sulle (e ad affliggersi per le) vittime causate dall'eccesso di potenza della nuova Israele. Spero che questa riflessione (e quest'afflizione) accompagni chi puo' in qualunque misura influire sugli avvenimenti — insieme alla consapevolezza che nella storia di Israele la presunzione di potenza non e' mai stata una buona politica.
Sottoscrivo in pieno questo articolo del vecchio Jimmy Carter sugli eventi in Medio Oriente.
Giovedì, 20 Luglio 2006
Farfintadiesseresani cita un passo del mio pippone sulla guerra tra Palestina, Libano e Israele. E aggiunge che il mio sarebbe "uno dei pezzi più informati e interessanti apparsi in giro sul conflitto in Medio Oriente. Pezzo di cui qui, peraltro, non si condividono premessa e conclusioni".
Ringrazio dell'apprezzamento — pero' il brano citato senza contesto e' fuorviante — e qui si sarebbe parecchio curiosi di sapere perche' li' non si condividono premessa e conclusioni.
Mercoledì, 19 Luglio 2006
Premetto : non credo che abbia senso stare da una parte o dall'altra nella(e) guerra(e) tra Israele e i suoi vicini. Nella migliore delle ipotesi hanno torto marcio tutti. Quindi non spendero' una sola parola per dire chi ha ragione (d'altronde si sprecano quelli che lo fanno) — la mia empatia con Israele e' nota anche ai sassi e non viene certamente meno adesso che (non dimentichiamolo, nonostante l'asimmetria della risposta) e' stata aggredita: ma l'ultima cosa di cui Israele ha bisogno sono volenterosi supporter. Cerco invece di fare qualche qualche riflessione — e di capire cui prodest. Segue pippone.
Cominciamo con una novita': Israele sta subendo pesanti sconfitte nella guerra che si combatte ai suoi confini settentrionali e meridionali. Certo, il conto delle vittime e delle distruzioni farebbe sembrare il contrario, ma siamo in una guerra asimmetrica, in cui il vantaggio e lo svantaggio dei contendenti si misura su metri diversi:
- Gli scontri di frontiera a Gaza e al confine libanese sono costati all'IDF numerosi morti (una dozzina, se non ricordo male) e tre soldati fatti prigionieri (il termine rapiti mi pare improprio, trattandosi di combattenti): si tratta di una sconfitta cocente, sia sul piano strettamente militare, perche' l'esercito ha dimostrato di essere vulnerabile ad attacchi che dovrebbe poter fronteggiare senza difficolta', sia sul piano politico, perche' i soldati catturati danno *comunque* un forte potere di scambio ai nemici palestinesi e libanesi, sia infine sul piano propagandistico, perche' Hamas ed Hezbollah si accreditano come forze capaci di colpire Israele dove fa male: un risultato importante presso le opinioni pubbliche arabe, ma anche presso quella israeliana.
- La corvetta Hanit — una delle navi di punta della piccola ma robusta marina israeliana — e' stata colpita da un obsoleto missile di fabbricazione cinese lanciato da Hezbollah al largo delle coste libanesi: esagerando un po' — ma tanto per capirci — e' come se avessero abbattuto un aereo con arco e frecce. Ci sono stati quattro morti nell'equipaggio, la nave ha subito danni piuttosto gravi e ha rischiato di essere affondata. Per una marina militare che non subiva perdite in combattimento almeno dalla guerra del Kippur e' un colpo mica da poco, che sta sollevando un vespaio di polemiche in Israele.
- Haifa e' ormai sistematicamente oggetto dei bombardamenti di Hezbollah. Il lancio di razzi sul territorio israeliano non e' una novita', ma finora si era limitato alle zone di frontiera e a piccoli centri come Sderot a sud o Qiryat Shmona a nord: Haifa e' nel cuore del paese ed e' la terza citta' di Israele, dopo Tel Aviv e Gerusalemme. E' un salto di qualita' anche rispetto agli attentati suicidi, proprio perche' implica una capacita' *militare* di colpire, una vera e propria simmetria, nella guerra asimmetrica, tra Israele e i suoi nemici*.
La strategia militare israeliana si fonda da dopo il 1948 sulla capacita' di portare la guerra sul territorio nemico, senza permettere che il nemico la porti in Israele. Si tratta di una strategia — vorrei farlo notare — assolutamente *difensiva* e non offensiva, che parte da due constatazioni di fatto: la prima e' che Israele non ha spazio da cedere in una guerra (se si combatte sul suo territorio vuol dire che gli obiettivi fondamentali sono gia' persi); la seconda e' che, nel bilancio delle forze in campo, non ha uomini da perdere nello scontro, e che ogni vittima militare o civile non e' rimpiazzabile (quindi ogni morto israeliano "pesa" di piu' di quelli nemici: non e' razzismo o disprezzo dell'altro — e' una banale constatazione demografica**). Questo implica che IDF sia (ed appaia) sostanzialmente invincibile: altro non e' il famoso "muro di ferro". La guerra in corso sta mettendo in crisi proprio la percezione di invulnerabilita' dell'IDF e questo spiega probabilmente la violenza della reazione israeliana: e' un tentativo di ristabilire, sul terreno e in termini di immagine, l'asimmetria strategica su cui si fonda la sicurezza (e la percezione di sicurezza) del paese. In questo senso si tratta di una risposta necessitata, per non dire di un riflesso condizionato.
Tuttavia, scatenando una campagna militare su vasta scala, Israele risponde di fatto in maniera *qualitativamente* simmetrica e prevedibile, anhe se *quantitativamente* asimmetrica, all'offensiva nemica. Di fatto, sta ballando sulla musica suonata da Hamas ed Hezbollah. Sono i movimenti islamisti che hanno l'iniziativa e che definiscono il terreno dello scontro secondo quanto conviene loro: clausewitzianamente, fanno della guerra la continuazione della politica con altri mezzi, cosa che Israele non pare capace di fare. Tra le molte asimmetrie della guerra in corso, questa e' forse la piu' significativa: Israele ha la forza militare ma non la capacita' politica per vincere, Hamas e Hezbollah non hanno altrettanta forza militare, ma usano quella del nemico per garantirsi vantaggi politici significativi:
- Il governo di Hamas era in grave difficolta' politica e aveva dovuto accettare il referendum voluto da Abu Mazen sul "piano dei prigionieri" (il cui esito, verosimilmente, avrebbe costituito un riconoscimento de facto di Israele): l'attacco al posto di frontiera e la cattura del caporale Gilad sono chiaramente stati un tentativo (perfettamente riuscito) di sabotare il processo politico. La risposta pesantissima di Israele ha infatti ricompattato l'opinione pubblica palestinese intorno alle posizioni piu' dure e seppellito l'ipotesi del referendum, togliendo i falchi di Hamas dall'angolo.
- Hezbollah stava subendo fortissime pressioni per disarmare le proprie milizie — l'attacco israeliano al Libano sta indebolendo il governo di unita' nazionale e parallelamente restituendo un ruolo forte alla Siria; per di piu' in questo contesto la richiesta di disarmo della milizia suonerebbe all'opinione pubblica libanese come una resa al diktat del nemico israeliano e non come un necessario passaggio per la pacificazione nazionale. Anche in questo caso, Israele sta facendo un grosso regalo politico ai suoi nemici.
Per concludere: se l'obiettivo di Olmert e' la sicurezza attraverso l'indebolimento dei movimenti estremisti islamici — o a maggior ragione se l'obiettivo e' il disimpegno dai Territori e la nascita di uno stato palestinese con cui convivere in ragionevole sicurezza — la reazione militare di questi giorni e' una risposta perdente, perche' rafforza gli avversari arabi ed israeliani di quella prospettiva. Ma se l'obiettivo fosse, simmetricamente alle esigenze di Hamas e di Hezbollah, perpetuare l'insicurezza e congelare sine die ogni processo politico — allora il governo israeliano avrebbe fatto la scelta migliore. Per ottenere che cosa? per poter arrivare alla definizione unilaterale dei confini di Israele e quindi all'annessione, riconosciuta dalla comunita' internazionale, della maggior parte degli insediamenti nel West Bank. Ma di questo, cioe' del "piano di convergenza", parlero' un'altra volta, se trovero' il tempo…
* Vorrei per altro far notare che Hamas ed Hezbollah hanno avviato le ostitlita' attaccando per lo piu' obiettivi militari: i posti di frontiera, le unita' combattenti nemiche, i centri logistici come la stazione merci di Haifa, ecc. Hanno cioe' alzato il livello dello scontro colpendo simbolicamente (ma non solo simbolicamente) bersagli "simmetrici", obiettivi di guerra e non di attacchi terroristici. Anche il bombardamento di obiettivi civili, per altro, non e' che un'immagine simmetrica (non voglio dire una risposta) di quelli che Israele conduce sistematicamente nei Territori e in Libano (penso alla distruzione di centrali elettriche, ponti, edifici pubblici — e alle perdite civili connesse): in altri termini, i nemici di Israele stanno conducendo una guerra il piu' possibile "simmetrica" — l'asimmetria e' se mai nella rappresentazione che ne danno i media occidentali: se Israele bombarda i sobborghi o il porto di Beirut colpisce obiettivi militari (cosi' il GR RAI un paio di giorni fa); se Hamas colpisce i militari di un posto di frontiera israeliano e' un attacco terroristico.
(Non sto dicendo — per favore non fraintendete — che Hamas fa bene e/o che Israele fa del terrorismo. Dico solo che nella guerra in corso le modalita' dello scontro sono sorprendentemente simmetriche e che forse i nostri mezzi di informazione farebbero bene a darne conto).
** Un'altra simmetria/asimmetria interessante (evito qui valutazioni di ordine etico, mi limito a descrivere quel che vedo): Israele considera le vite dei suoi cittadini assolutamente *non spendibili*; quando colpisce i civili palestinesi e libanesi lo fa perche' paradossalmente scommette sul fatto che anche i loro governi considerino quelle vite non spendibili — e quindi con un obiettivo di deterrenza, piu' che di ritorsione. Hamas ed Hezbollah invece palesemente ritengono le vite dei loro concittadini assolutamente spendibili per conseguire obiettivi politici e d'altronde hanno chiarissimo che Israele non fa altrettanto con quelle dei propri abitanti: questa diversa percezione spiega l'assoluta inefficacia della politica israeliana della deterrenza e degli attacchi ai civili.
Domenica, 16 Luglio 2006
Every neighborhood has one, a loudmouth bully who shouldn't be provoked into anger. He's insulted? He'll pull out a knife. Spat in the face? He'll draw a gun. Hit? He'll pull out a machine gun. Not that the bully's not right - someone did harm him. But the reaction, what a reaction! It's not that he's not feared, but nobody really appreciates him. The real appreciation is for the strong who don't immediately use their strength. Regrettably, the Israel Defense Forces once again looks like the neighborhood bully. A soldier was abducted in Gaza? All of Gaza will pay. Eight soldiers are killed and two abducted to Lebanon? All of Lebanon will pay. One and only one language is spoken by Israel, the language of force.
Lo dice Gideon Levy su Ha'aretz; tutto l'articolo merita una lettura. Sull'argomento spero di tornare in serata, se il lavoro e il figliolo permettono…
Mercoledì, 7 Giugno 2006
Sul sito de La Stampa leggo che il Tribunale amministrativo di Tolosa ha condannato le Ferrovie Francesi a risarcire il danno agli eredi di un deportato trasportato verso il lager, come molti altri, su un treno francese. Pare che nella sentenza sia scritto: «L'amministrazione non poteva ignorare che il trasporto era il preludio della deportazione, ma non si è mai opposta».
Il male e' cosi' banale che spesso si incarna anche in un dirigente della SNCF e magari addirittura in un ferroviere. Non si accontenta di poche centinaia di introdotti, come pare che qualcuno creda. Preferirei che fosse cosi' poco diffuso.
Mercoledì, 31 Maggio 2006
Avevo iniziato a rispondere a Fabrizio nei commenti a questo post; poi mi sono reso conto che stavo scrivendo troppo — e cosi' e' diventato un post autonomo — ma senza perdere lo stile di una risposta ad personam.
Non vorrei fare una discussione teologica, che esula dalle mie competenze e dallo spazio di un blog. Quel che intendevo e' che sul piano *storico-religioso* la divinita' dei Cristiani e quella degli Ebrei non sono sovrapponibili: se preferisci, sono rappresentazioni separate e divergenti della divinita'. E che — parlando di Auschwitz e della Shoah — il rispetto delle vittime ebree richiede *come minimo* che non si tenti di "cristianizzare" la loro fine — o di omogeneizzare tutto in una lettura cristiana della divinita' e della stessa Shoah.
Gli Ebrei d'Europa sono stati sterminati perche' Ebrei, non perche' credevano in una divinita' indistinguibile da quella cristiana — e tanto meno per colpire una concezione religiosa cristiana. Di questa alterita' erano talmente consapevoli da andare a morte — lo ripeto — recitando il Kaddish, santificando il nome di D-o. Proclamando cioe' che morivano per il loro D-o — non per un generico Dio della civilta' occidentale. A questa alterita' bisognerebbe lasciare spazio e — ripeto — rispetto.
Invece vedo da tante parti una corsa a cristianizzare la Shoah: i discorsi del Papa, compreso l'ultimo, in cui indica la Croce di Cristo come risposta ad Auschwitz, le presunte rivelazioni di Fatima sullo sterminio degli Ebrei (ancora una volta non per se', ma in quanto radice del Cristianesimo) — per giungere nel piccolo alla tua lettura biblica. Indubbiamente Isaia, 53 in chiave cristiana e' una prefigurazione di Gesu' come Messia — lo sanno i bambini che passano a Comunione — certo non e' una prova sostenibile di fronte a una prospettiva ebraica, non ti pare?
Nota a margine: proprio sull'alterita' tra divinita' cristiana e divinita' ebraica sto leggendo un libro di Harold Bloom, Gesu' e Yahve', Rizzoli, Milano 2006. A tratti e' fastidioso e non credo che sia sempre impeccabile — ma potrebbe essere una buona base di discussione — prima di concludere in maniera tanto definitiva che Cristianesimo ed Ebraismo condividono una stessa divinita'.
Martedì, 30 Maggio 2006
Colpevolmente, mi ero perso il pezzo forse piu' terribile del discorso di Benedetto XVI:
In fondo, quei criminali violenti, con l'annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all'uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell'uomo, del forte.
Benedetto XVI nega di fatto alla Shoah perfino una autonoma natura di catastrofe dell'ebraismo — in una lettura tipicamente cristiana dei rapporti con l'ebraismo stesso, che conta esclusivamente in quanto "predecessore", "radice" della "vera fede": dire che Hitler volle la Shoah per attentare alle radici stesse della fede cristiana e' cancellare un'altra volta le vittime, quegli Ebrei che andavano verso le camere a gas recitando il Kaddish, a santificazione del nome di D-o — e non certo del Dio dei cristiani.
Segnalo, perche' riflettono pienamente il mio pensiero, gli articoli di Giovanni De Luna e Gian Enrico Rusconi sulla Stampa di oggi.
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Lunedì, 29 Maggio 2006
Questo blog proprio non ce la fa, da parecchio tempo, a tenere un ritmo di post decente. Non mancherebbero le cose da dire — anzi l'elenco degli appunti si allunga di giorno in giorno — mancano il tempo e la concentrazione, dedicati sempre piu' a lavoro e figlioli. Prima o poi migliorera'… o no?
Pero' il Papa che va ad Auschwitz e dichiara che la Shoah e' stata responsabilita' di pochi criminali, assolvendo il popolo tedesco "vittima" del nazismo, e' troppo per stare zitto. Auschwitz fu un'immensa opera collettiva. Impossibile senza una partecipazione attiva e massiccia, non solo dei tedeschi nella loro maggioranza, ma anche di molti altri popoli europei. Ridurre la Shoah alla colpa di pochi non solo e' una intollerabile operazione di giustificazione — ma finisce per dare di Auschwitz un'immagine del tutto distorta: come se fosse l'opera di qualche pazzo disumano, un'eccezione o un incidente di percorso. Accusare il silenzio di D-o e' sicuramente giusto — ma guai a dimenticare che Auschwitz e' opera degli uomini — di uomini concreti e reali, che portano colpe concrete e reali — e di massa, perche' nulla di tutto cio' sarebbe mai accaduto se davvero i responsabili fossero stati un manipolo di deviati.
Scopro che questo post, insieme ad uno di Passi nel deserto, e' finito su Libero Blog. Il dibattito che ne e' nato mi pare sconfortante — e tutto centrato sul cattolicesimo.
[Continua qui]
Mercoledì, 19 Aprile 2006
Ho sentito stamani su Radio RAI (uno dei GR della fascia tra le otto e le nove, ma non ricordo quale — e quindi non sono in grado di riportare il link) che si e' raggiunto un accordo per rendere accessibile alla consultazione l'archivio dell'ITS di Bad Arolsen. Il GR diceva anche che l'apertura di questo importante archivio, che contiene informazioni *personali e sensibili* su circa diciassette milioni di persone recluse nei campi, era stata a lungo rinviata per l'opposizione della Germania e dell'Italia. Ho trovato questa notizia che conferma il contenuto essenziale dell'informazione del GR e spiega i motivi della contrarieta' tedesca — ma ignoro le ragioni dell'opposizione italiana. Qualcuno ne sa qualcosa di piu'?
Akiva Eldar su Ha'aretz dice cose molto convincenti sulle trattative per il nuovo governo in Israele e sulle politiche che Kadima e la sua coalizione stanno mettendo in cantiere.
Martedì, 28 Marzo 2006
(in Israele, non qui)
Si vota in Israele, in queste ore. Da piu' parti, sia laggiu', sia qui in Europa (ultimi esempi, Igor Man sulla Stampa di ieri e il brutto articolo della solita Fiamma Nirenstein su quella di oggi), si stanno contrabbandando queste elezioni come una specie di referendum sulla pace e sui territori. Se Kadima, il partito fondato da Sharon e in cui sono confluiti i segmenti "centristi" del Likud e dei Laburisti, avra' un'affermazione sufficientemente forte, allora si procedera' sulla linea del disimpegno unilaterale dalla Cisgiordania — altrimenti tutto torna in discussione. Se Kadima vince — e' il retropensiero — si fa la pace senza sporcarsi le mani con Hamas — se no il processo di pace si ferma a tempo indeterminato.
Questa linea di interpretazione e' fuorviante per almeno due motivi. Il primo e' che un processo di pace non c'e', ne' senza Hamas ne' con Hamas. Il processo di pace e' fermo — l'occupazione continua con la brutalita' di sempre — e non certo perche' Hamas ha vinto le elezioni: e' fermo da ben prima — Israele ha oggettivamente favorito l'affermazione di Hamas non concedendo alcun progresso all'amministrazione di Fatah — in un certo senso Sharon e' stato il vero grande elettore dei fondamentalisti islamici in Palestina — proprio attraverso il blocco sostanziale del processo di pace — che non ha fatto altro che passi indietro dopo Gaza.
Il secondo e' che comunque queste elezioni non daranno ne' a Kadima, ne' ad alcuno dei contendenti principali, una maggioranza chiara. Nella migliore delle ipotesi il partito di Olmert raggiungera' i 36 seggi su 120 nella Knesset; i laburisti non andranno al di sopra dei 20-22; il Likud stara' tra i 15 e i 20. Qualunque coalizione Olmert vorra' tentare di formare, sia a sinistra che (improbabilmente) a destra, dovra' cercare l'appoggio di alcuni partiti minori per raggiungere la maggioranza. Quindi ci si potra' aspettare il solito groviglio di veti incrociati, di compromessi sfiancanti ed al ribasso, di politiche annunciate e smentite dai fatti (e' il bello del proporzionale, baby, quello che noi in Italia siamo andati a riesumare…). Quindi il supposto referendum avra' tutto tranne che una risposta chiara.
Tutto negativo, allora, in queste elezioni? No — a patto di guardare avanti, al medio termine — e sempre che la situazione consenta una prospettiva temporale cosi' lunga. Perche' il fatto nuovo di queste elezioni e' che per la prima volta da anni il mainstream della politica israeliana si e' liberato di una sorta di abbraccio mortale tra le diverse parti, che impediva qualunque dialettica e qualunque progresso. Il Labour, liberatosi dolorosamente di Peres e sotto la guida di Amir Peretz, sta ricominciando a fare il partito di sinistra. Il Likud si e' definitivamente ancorato a destra, a rappresentare il nazionalismo della Grande Israele. Kadima si candida a rappresentare la continuita' con le scelte dei governi degli ultimi dieci anni. Agli Israeliani e' data la possibilita' di scegliere per davvero: non in un referendum sulla pace, che resta lontana comunque; ma in elezioni che mettono in campo programmi diversificati ed opzioni politiche ben chiare — non solo sul rapporto con i Palestinesi, ma anche sulle politiche sociali, sull'economia, sulla redistribuzione del reddito. Se ci sara' tempo, questo non puo' che far bene, non solo a Israele, ma all'intera regione.
[Ma tu guarda — questo post e' finito su Libero Blog. E non se lo fila nessuno nemmeno li'… ;-)]
Giovedì, 9 Febbraio 2006
Qualche giorno fa ero a Torino per lavoro e ho approfittato della pausa pranzo per fare due passi in centro, incuriosito dalle novita' olimpiche. Per puro caso sono andato a inciampare nella mostra "Percorsi di vita e cultura ebraica", aperta in questi giorni presso l'Archivio di Stato, in Piazza Mollino, di fianco al Teatro Regio.
E' una piccola cosa, questa mostra, che (coraggiosamente e giustamente, credo) fa la scelta di non porsi sotto l'ombra della Shoah: ci sono un po' di oggetti, un interessante allestimento multimediale che presenta i canti della liturgia sinagogale — e soprattutto tante fotografie (scattate dalla mano magistrale di Giorgio Avigdor*) e piantine di quel che resta della presenza ebraica in Piemonte, citta' per citta'. E' la cosa che piu' mi ha colpito — e commosso: in tante, proprio tante di quelle foto c'e' il segno dell'abbandono, dell'estinzione delle comunita' che avevano reso vivi quei luoghi. I banchi della sinagoga di Vercelli coperti di polvere, i locali svuotati della sinagoga di Chieri, quella di Carmagnola ancora splendida con i suoi arredi, ma senza più nessuno che la frequenti, le tracce semicancellate dei ghetti di Moncalvo, di Mondovi', di tanti altri paesi. Andate a vederle, quelle fotografie — pensate a quelle vite che sono sparite — e che non sono state continuate. E cercate di tenerle vive voi, con la memoria.
* Se non ho capito male, le fotografie di Avigdor sono una selezione della esibizione permanente "Vita e cultura ebraica" esposta presso il Palazzo Salmatoris di Cherasco. Ma non ho trovato conferme sul web.
Venerdì, 27 Gennaio 2006

La Sinagoga di Alessandria, stamattina
Che questo blog pubblichi un post sul giorno della memoria e' talmente scontato che verrebbe voglia di sottrarsi — c'e' altro che preme — tornare ritualmente sulle vicende di sessant'anni fa sembra piu' retorico che utile. E in fondo — che ha a che fare con me, oggi, che ha a che fare con tutti noi?
E poi mi vengono in mente due immagini — che in un certo senso spiegano tutto — e dicono perche' io — gentile — mi sento cosi' tenacemente attaccato al dovere della memoria. Ad Alessandria, dove lavoro, la Sinagoga, devastata dai fascisti nel'44, e' chiusa "per restauri" — e comunque la comunita', forte di cento famiglie prima della guerra, e' talmente sparuta da non essere piu' avvertibile come presenza in citta'. Nel posto in cui vivo, che ospitava una piccola ma significativa comunita' prima della Shoah, non c'e' piu' traccia di vita ebraica. Resta un cimitero israelitico desolato in periferia; una lapide sotto i portici del centro, con i nomi degli ebrei deportati e — invece del luogo e della data di morte — la scritta "LAGER"; qualche denominazione di strade o di edifici e istituzioni patrocinate da un benefattore ebreo della fine del secolo scorso, di cui oltre il nome non pare esser rimasto ricordo.
Dopo l'emancipazione, le comunita' piemontesi erano fiorite, avevano voluto rendersi visibili, marcare la loro presenza con l'orgoglio delle nuove sinagoghe di fine Ottocento, con la facciata a fronte strada e il linguaggio magniloquente* di chi ha finalmente il diritto di stare al mondo al pari di tutti gli altri. Oggi di quelle comunita', in provincia, non resta praticamente piu' nulla. E' qui, piu' che nei grandi centri, che l'effetto della Shoah appare in tutta la sua devastante portata, a distanza di sessant'anni. E' qui che la soluzione finale dimostra il suo successo, nelle cittadine della provincia profonda, judenrein per la prima volta dopo cinque secoli.
E allora il dovere di ricordare sta proprio in questo — tentare, con il poco che possiamo, di impedire il completo successo della soluzione finale: perche' solo alla nostra memoria, alla memoria di noi "che non c'entriamo niente" e' affidata la possibilita' che le tracce di quella esigua, secolare presenza non svaniscano del tutto.
* Gli esempi piu' caratteristici, oltre alla sinagoga di Alessandria, sono quella di Vercelli e la Mole Antonelliana, in origine pensata come tempio della comunita' ebraica torinese. Ma magari ci torneremo, in a lighter tone, quando parleremo ancora di imponenti emergenze…
Mercoledì, 11 Gennaio 2006
Che le mie opinioni su Israele e sul Medio Oriente siano spesso radicalmente divergenti da quelle di Lia, credo sia cosa chiara a chiunque abbia letto una volta il suo blog ed una il mio. Pero' la canea che e' stata scatenata contro di lei dopo che ha scritto questo post su Sharon e' semplicemente indecente — e sarebbe ridicola, se non sconfinasse nelle minacce. Dico, sono andati a riesumare perfino le diffide di Loredana Morandi — ma avete presente? A Livorno si direbbe che sono fuori come i tegoli dei tetti (o, a scelta, come i terrazzini). Francamente, di difensori come questi Israele potrebbe fare felicemente a meno. E la decenza quotidiana della rete pure.
Tra l'altro, per entrare nel merito, mi pare che come al solito in Italia si finisca per essere molto piu' realisti del re: in Israele il coro dei beatificatori quasi postumi di Sharon e' tutto tranne che unanime — e la discussione, per quanto accesa, non si svolge a suon di vesti stracciate e di accuse di bestemmia antisemita.
Da un sacco di tempo rimando un post sulla situazione in Israele.
Per ora leggetevi Akiva Eldar e Gideon Levy che dicono quel che penso anche io su Sharon.
Sabato, 26 Novembre 2005
Nehemia Strasler su Ha'aretz di oggi dice cose interessanti sul passaggio epocale che l'elezione di Amir Peretz alla testa del partito laburista puo' significare per la politica israeliana. Non condivido l'entusiasmo per le politiche economiche ultraliberiste di Netanyahu, ma e' sicuramente significativo che la politica israeliana stia cercando i suoi nuovi leader fuori dalla tradizionale elite ashkenazita e fuori dal novero dei generali.
Martedì, 22 Novembre 2005
L'uscita dal governo dei laburisti israeliani, guidati dall'ex leader sindacale Amir Peretz*, e' una svolta importante, che puo' rimettere in movimento una situazione che - dopo il ritiro da Gaza - ristagnava senza prospettive. Tanto e' vero che ha causato una sorta di terremoto politico: elezioni anticipate, la frattura definitiva del Likud e probabilmente degli stessi laburisti, un movimento che forse permettera' la ricomposizione degli schieramenti in forme che rispecchino meglio la dialettica interna israeliana — non solo nei confronti del processo di pace, ma anche delle scelte di politica sociale ed economica. C'e' una qualche speranza che Israele possa tornare a fare politica — e da questo anche i Palestinesi non possono che trarre vantaggio.
Speriamo soltanto che la campagna elettorale non sia svolta a suon di bombe e di assassini piu' o meno mirati.
* Sarebbe gia' un bell'elemento di innovazione il fatto che Peretz non e' un ex-generale: il primo leader politico significativo da molto tempo a venire dalle file del sindacato, anzi che dell'esercito. Se fosse significativo di uno shift delle priorita' (dalla sicurezza militare a quella sociale) nella sinistra israeliana, non ci sarebbe che da rallegrarsi.
Martedì, 15 Novembre 2005
Sono un lettore assiduo di Repubblica fin dal primo numero (avevo quattordici anni ed e' stato il primo quotidiano che ho comprato con i soldi miei) — salvo due brevi e sfortunati periodi di infedelta', uno quando usci' L'Indipendente di Ricardo Franco Levi (tentativo di giornalismo pacato e sottovoce: piacque solo a me e infatti ebbe la triste sorte di essere trasformato rapidamente nel suo contrario e dirottato a destra), il secondo per la Voce montanelliana, pure lei costretta ad ammainare bandiera dopo pochi, indimenticabili mesi.
Ma leggere in una sola giornata sulla prima della Stampa questo articolo di Gian Enrico Rusconi, questo di Gramellini e soprattutto questo di Avraham Yehoshua* mi ha convinto: divento bogia-nen anche nel giornale — e mi libero del fastidioso stile superficial-strillato di Repubblica in campagna elettorale.
* Di questo articolo riparlero' — dice cose interessanti, forse non tutte convincenti — ma che danno ragioni di pensare parecchio.
Mercoledì, 2 Novembre 2005
In spirito (fisicamente non ce la faccio proprio) saro' alla fiaccolata di domani per Israele. Perche' a chi ancora oggi dichiara che bisogna cancellare Israele dalla carta geografica bisogna dare una risposta — una risposta senza dubbi e senza cedimenti, senza se e senza ma. Israele c'e', sulla carta geografica — si puo' dissentire sull'assunto sionista che ci sia per il buon diritto del popolo ebraico a tornare in Eretz Israel* — ma oggi e' una realta' fatta di milioni di persone a cui la storia ha dato quella terra (e solo quella) da chiamare casa. Il diritto di Israele ad esistere scaturisce se non altro da questo.
Chi oggi avanza dubbi e si nasconde dietro ai distinguo perche' Israele non e' capace di rispettare il diritto dei Palestinesi ad esistere come stato e come societa' liberamente organizzata — ha torto due volte. La prima perche' difendere il diritto ad esistere di un popolo e di uno stato e' giusto "a prescindere": ed e' giusto per Israele quanto per la Palestina. La seconda perche' e' proprio questo tipo di minaccia che facilita il compito — in Israele — ai nemici della pace, dei compromessi, della convivenza. Date alla destra israeliana un nemico con la faccia feroce, uno che predica che bisogna ricacciare in mare gli Ebrei dalla Palestina: avranno facile gioco a dire che nessun negoziato e' possibile — e che solo il "muro di ferro" potra' garantire l'esistenza di Israele.
Quindi giovedi' con Israele per difendere il suo buon diritto ad esistere. E giovedi' stesso con Israele per riportarla alla ragione, al dovere di trovare le vie della convivenza pacifica con uno stato palestinese. Perche', bisogna dirlo — e dirlo con chiarezza –: Israele non sta lavorando per la pace, in questi mesi. Nonostante il ritiro da Gaza. E la minaccia iraniana non puo' essere una foglia di fico per nascondere questa realta'.
* Personalmente, continuo a pensare che questo diritto al ritorno sia un buon diritto — e che si scontri con il diritto altrettanto buono dei Palestinesi arabi alla loro terra — e che di conseguenza soltanto una lungimirante capacita' di compromessi possa portare da qualche parte. Ma sono cose di cui su The Rat Race si e' gia' parlato fin troppo.
Mercoledì, 14 Settembre 2005
Secondo ADN Kronos, Amos Luzzatto, Presidente dell'UCEI, rassegnera' le sue dimissioni in conseguenza delle opinioni che ha espresso in un'intervista al Corriere in merito alla vicenda Fazio. L'intervista era principalmente una risposta alle dichiarazioni antisemite dell'onorevole Crosetto, il quale aveva dichiarato che Fazio era vittima di un attacco guidato dalla massoneria per lo piu' ebraica e dagli azionisti ebrei di Merryll-Linch. Non risulta che l'onorevole Crosetto intenda rassegnare le sue, di dimissioni. E nemmeno Fazio.
Mercoledì, 14 Settembre 2005
Le immagini della devastazione delle sinagoghe di Gaza non possono non turbare. Non importa che, svuotate dei rotoli della Torah, quelle mura non fossero piu' "edifici sacri" in senso stretto. Importa la volonta' di oltraggiare e di distruggere i simboli religiosi e identitari dei nemici ebrei. Per tutti noi, che abbiamo alle nostre spalle una lunga storia di sinagoghe distrutte e date alle fiamme, e' un segnale sinistro e tristissimo. Ed e' un segnale che rende evidente quanto sia fragile, e quanto sia impopolare tra i Palestinesi, il progetto di costruire una convivenza meno conflittuale con Israele.
Pero' viene da chiedersi: era evitabile che la rabbia palestinese e le esigenze del consenso e della politica sfociassero nella distruzione di quei luoghi simbolici? Non lo era. Le sinagoghe degli insediamenti, lasciate intatte per quanto vuote, caricate da Israele stessa di un valore mediatico come segno della presenza ebraica a Gaza, sono un insulto al popolo palestinese. Sono un modo di dire ai Palestinesi che l'occupazione non e' finita — e' al massimo temporaneamente sospesa. Di piu', sono una provocazione a cui era praticamente impossibile non rispondere. In fondo sono stati gli stessi Israeliani a dire da piu' parti che era bene che l'abominio di distruggere le sinagoghe fosse compiuto da mano araba e non ebraica. Quegli edifici sono stati abbandonati a bella posta, perche' facessero da esca a una troppo prevedibile deflagrazione d'odio, che la destra israeliana non manchera' di sfruttare politicamente per dimostrare ancora una volta che con i Palestinesi non si puo' trattare.
La distruzione dei simboli della religione e dell'identita' altrui e' sempre inaccettabile: ma chi ha abbandonato quei simboli in bell'evidenza e provocatoriamente, sperando di eccitare i peggiori istinti dell'altro, porta una responsabilita' morale, politica e perfino religiosa non minore di quella dei distruttori. E in realta' e' una delle cose piu' disperanti del conflitto, questo uso strumentale, immorale, violento dei valori religiosi: chiunque abbia caro l'ebraismo non puo' non sentirsene profondamente turbato.
P. S. The Rat Race torna in attivita', anche se a ritmo ridotto e in ristrutturazione. Tra un po' grandi novita' su questi schermi.
Aggiornamento del 15 settembre: un articolo con posizioni molto simili a quelle qui espresse e' comparso oggi su Ha'aretz a firma di Nehemia Strasler (qui la copia locale, dato che Ha'aretz non ha permalinks).
Lunedì, 15 Agosto 2005
The Rat Race, per quanto in pausa, non puo' non dire niente sul disimpegno da Gaza. Quel che pensa lo dice citando questo splendido articolo di David Grossman.
P. S. A scanso di equivoci, questo blog ha tolto dalla testata il nastro arancione: era in segno di protesta contro Guantanamo, ma ormai l'arancione e' diventato il colore degli avversari del disimpegno da Gaza — e non voglio rischiare confusioni.
Venerdì, 5 Agosto 2005
Magari ci rifletto con calma tra qualche ora. Per il momento solo qualche nota:
- la notizia e' di ieri sera: un disertore dell'IDF, trasferitosi recentemente in un insediamento del West Bank fondato da estremisti del movimento Kach, fuorilegge ma sostanzialmente tollerato in Israele, ha aperto il fuoco in un autobus che attraversava la cittadina di Shfaram, popolata per lo piu' da drusi. Ha ucciso quattro persone e ne ha ferite altre dieci, poi e' stato linciato dalla folla.
- la stampa israeliana ovviamente dedica un grande spazio alla vicenda; merita di essere sfogliato il forum aperto da Ha'aretz, che sta raccolgiendo centinaia di interventi. C'e' di tutto, da gente che dice "bene, bravo, quattro sporchi arabi in meno", a chi invoca la demolizione della casa del terrorista. Pero' vedo anche due interessanti fenomeni: uno e' che i commenti piu' estremisti e piu' idioti vengono tendenzialmente dalla diaspora americana ed europea, l'altro e' che gli israeliani sembrano effettivamente sotto shock;
- sulla stampa italiana l'avvenimento passa praticamente inosservato: sui siti di Repubblica e della Stampa c'e' in titolino in fondo alla pagina, sul Corriere non c'e' proprio niente. Non e' che abbia chiaro perche', ma e' un atteggiamento singolare, che meriterebbe di essere capito meglio.
- la campagna di odio anti-disimpegno da Gaza ha cominciato a mietere i suoi frutti. Chi ha annunciato per mesi che il ritiro unilaterale avrebbe causato spargimento di sangue, avrebbe creato un trauma fatale per Israele, ecc. ecc. — ora vede la conseguenza delle sue parole. Certo, Israele — ripiegata su se stessa come forse mai nella sua storia — si aspettava lo scoppio di un conflitto tra ebrei israeliani, lo spargimento di sangue all'interno della comunita' ebraica. Era una previsione miope: la campagna di odio si e' rivolta verso l'obiettivo piu' ovvio e piu' facile, gli arabi.
- non e' chiaro se si tratta soltanto di un episodio isolato, come ai tempi di Baruch Goldstein, o se effettivamente sta nascendo un terrorismo ebraico in Israele. Quel che e' certo e' che Israele non si puo' permettere, per la sua stessa sopravvivenza, alcuna debolezza nei confronti di questo terrorismo.
- delle conseguenze non parlo. Perche' francamente credo sia presto per capire, e perche' in fondo spero in un (ammetto, improbabile) soprassalto di sobrieta' e di moderazione da parte di tutti. Staremo a vedere.
- colpisce in modo particolare che l'assalto sia avvenuto contro un villaggio druso. I Drusi sono, tra gli arabi di Israele, i piu' integrati, quelli che prestano servizio nell'esercito, quelli che non hanno mai fatto causa comune con i Palestinesi, ecc. Il sindaco di Shfaram e' addirittura un esponente (druso) del Likud. Per l'estremismo ebraico, a quanto pare, l'unico arabo buono e' l'arabo morto.
Mercoledì, 13 Luglio 2005
E' tanto tempo che su The Rat Race non si parla piu' di Israele. E scrivere questo post, per un amico di Israele come me, e' un'autentica sofferenza - tanto che lo rimandavo da tempo. Cosi' mi ci ritrovo nel momento peggiore, sull'onda dell'attentato che c'e' stato ieri a Netanya e che pone fine di fatto alla fragile tregua di questi mesi. Bisogna dirlo forte: Israele ha sprecato questa tregua. Era il momento di gesti coraggiosi, di costruire un minimo di fiducia tra le parti — e l'onere principale non poteva che essere sulle spalle di Israele: il governo palestinese aveva fatto la sua parte, arrivando a garantire una tregua, per quanto precaria e incompleta. Toccava a Israele dare ad Abbas risultati concreti che permettessero di consolidarla, di dimostrare all'opinione pubblica palestinese che *valeva la pena* di interrompere l'Intifada. Altrimenti la situazione non poteva che sfuggire di mano a un'Autorità Palestinese fragile e malferma.
Ma il governo israeliano - nonostante l'apporto dei laburisti - non ha lavorato per il consolidamento della tregua: il ripristino dell'autorita' palestinese sulle citta' del West Bank e' stato centellinato e rinviato continuamente, la costruzione di insediamenti e' proseguita, in particolare in una localita' "sensibile" come Maaleh Adumim*, con il chiaro obiettivo di rendere impossibile un ritorno alla linea verde e soprattutto di separare la Gerusalemme araba dal resto del West Bank, il ritiro da Gaza non e' stato accelerato, non ne sono state concordate realmente le modalita' con l'ANP, e' passata la linea della distruzione di tutte le infrastrutture degli insediamenti che saranno abbandonati, ecc. In altri termini, il governo israeliano ha dato la sensazione di considerare la tregua una vittoria e di continuare a lavorare sul campo per creare uno status quo irreversibile ai danni del futuro stato palestinese. E' evidente che in queste condizioni il governo Abbas non poteva spingere piu' di tanto sul disarmo delle milizie (avrebbe potuto farlo di fronte a risultati reali della tregua) e che presto o tardi le frange estrmiste avrebbero fatto saltare la tregua.
Niente giustifica il terrorismo — e su questo siamo tutti d'accordo. Ma resta valido il discorso fatto a proposito di Londra: la sola risposta efficace e' la rimozione delle cause. E il governo israeliano, nella migliore delle ipotesi ostaggio dei coloni che stanno scatenando un clima da guerra civile nel paese, non ha fatto un passo verso la rimozione delle cause del terrorismo palestinese. Oggi sono gia' scatenate le polemiche sull'affidabilita' di Abbas come partner per un processo di pace, si torna alla retorica del "there is no partner". Ma la domanda e': in Israele c'e' un partner con cui avviare un processo di pace? Al momento, assai tristemente, pare di no.
Sto leggendo, nei ritagli di tempo, il numero di Limes dedicato a Israele: e' interessante, soprattutto perche' molti articoli assumono come punto di partenza che Israele ha vinto il confronto con i Palestinesi — e analizzano la gestione della vittoria. Che sia vero o meno, e' una prospettiva con cui e' necessario confrontarsi.
* La fonte e' palestinese, quindi (che guaio!) non neutrale. Se volete, qui c'e' il Washington Post che riporta niente meno che la riprovazione di Bush, ovviamente non seguita da fatti. E comunque forse e' il caso di capire che cosa pensano i Palestinesi di quel che Israele fa sulla loro terra, no?
P. S. Leggetevi pure questo articolo di Amira Hass, cosi' magari tutto e' piu' chiaro. E non dimenticatevi queste cifre: PIL pro capite in Israele 20.800 dollari, nel West Bank 800 dollari. A parita' di potere d'acquisto.
Domenica, 3 Luglio 2005

Secondo Francesco Valiante, editorialista de L'Osservatore Romano (dato che non trovo online l'articolo, lo riprendo da Gaynews, che mutua a sua volta da Associated Press), la legge spagnola che consente il matrimonio indipendentemente dal genere (e basta con 'sta storia del matrimonio gay!) e' "un'avvilente sconfitta dell'umanita'"; il nostro aggiunge anche che "ogni tentativo di stravolgere il progetto di Dio sulla famiglia e' anche un tentativo di sfigurare il volto piu' autentico dell'umanita'".
E' perfino troppo facile polemizzare con affermazioni simili: parlare di sconfitta dell'umanita' di fronte a un gran numero di uomini e di donne, con i loro valori, i loro affetti e le loro vite, equivale a dire che questi uomini e queste donne non sono veramente umani. E non possiamo dimenticare che in altri tempi e in altre circostanze questo modo di pensare ha portato ad Auschwitz — al triangolo rosa oltre che alla stella gialla.
Ma anche a non voler scendere sul piano della polemica, il tenore dell'articolo e' illuminante, perche' chiarisce il nodo dello scontro che in queste settimane (in Italia, in Spagna e altrove) la Chiesa cattolica ha ingaggiato con maggiore o minore successo. Il fatto e' che per la Chiesa soltanto cio' che e' conforme al disegno divino come interpretato alla luce della fede cattolica puo' essere considerato umano. Ogni deviazione e' aberrazione che non dovrebbe esistere. Si badi bene: sul piano teologico e' una posizione legittima e in larga misura obbligata, che deriva dallo stesso carattere universalistico del cattolicesimo. Proprio perche' e' rivolto all'umanita' intera, il cattolicesimo si propone come unico interprete di cio' che e' buono per l'umanita'. Non sorprende quindi la pretesa di dettare regole universali, anche per chi non si riconosce nella fede cattolica.
E' interessante notare la differenza profonda rispetto all'ebraismo che invece una religione universalistica non e': l'osservanza della Torah e di tutti i 613 precetti e' compito imposto al solo popolo ebraico; tutti gli altri, per essere considerati giusti alla stessa stregua degli ebrei osservanti, devono rispettare soltanto le cosiddette "Leggi di Noe'", una sorta di diritto naturale minimale che lascia spazio alla differenza delle scelte, delle leggi e delle etiche. Certo, anche in questo caso si tratta di un diritto fondato religiosamente — e di un diritto legato a concezioni arcaiche della societa' (con la conseguente condanna, fra le altre cose, delle unioni omosessuali): ma non e' questo il punto che avevo a cuore. Il punto e' che l'ebraismo non pretende di imporre se stesso e i propri valori a chi ebreo non e'* — mentre il cattolicesimo non puo' non farlo. Non so dove porti questa riflessione, ma a me personalmente pare uno spunto da approfondire.
* Il che pone in modo ancor piu' brutale il problema del fondamentalismo ebraico e della sua pretesa di imporre regole e scelte anche alla societa' laica: a dimostrazione che i fondamentalismi, alla fine, si somigliano tutti — e che travalicano perfino i dettami della fede a cui pretendono di aderire.
Mercoledì, 4 Maggio 2005
Era un po' che non segnalavo piu' articoli della stampa israeliana. Non perche' abbia smesso di interessarmene, ma perche' da quando la "tregua" con i Palestinesi e' iniziata, assisto a una sorta di ripiegamento — come se Israele non volesse guardare ad altro che al proprio ombelico, costituito dalle polemiche sull'evacuazione da Gaza, disinteressandosi di ogni altra cosa — e come se Gaza fosse l'inizio e la fine di tutto.
E' un ripiegamento e un silenzio pericoloso, anche se comprensibile. Percio' vale la pena di leggere, in controtendenza, questo articolo uscito su Ha'aretz a proposito della vicenda della "universita'" che il governo ha approvato nel settlement di Ariel.
Per altri motivi, vale anche la pena di leggere questo articolo, che prospetta una crisi del rapporto "naturale" tra stato ebraico e Diaspora, legato al fatto che Israele ha smesso di proporsi, come voleva la miglior tradizione sionista, come "luce per le nazioni". Si puo' pensarla in tanti modi sul sionismo e sulla "missione" di Israele: ho l'impressione pero' che questo sia un nodo essenziale del rapporto tra Israele e Diaspora, ma anche tra Israele e gentili.
Lunedì, 25 Aprile 2005
Per una singolare ma significativa coincidenza il sessantesimo anniversario della Liberazione dell'Italia dal nazifascismo si celebra durante la Pasqua ebraica.
Pesach per l'ebraismo e' memoria della liberazione dalla schiavitu' d'Egitto, una schiavitu' che nel racconto biblico assume i contorni di un tentativo non solo di asservimento, ma di vero e proprio genocidio, di cancellazione dell'identita' e dell'esistenza di una nazione. Al tempo stesso, e' solo con la Pasqua, con la cruenta liberazione dall'oppressore che il popolo ebraico assume fino in fondo la propria natura e la propria identita', diventa cio' che e'.
Nella religione civile degli Italiani, prima che il clima di questi anni ne mettesse in dubbio perfino i fondamenti elementari, il 25 aprile e' stato qualcosa di molto simile: la memoria della liberazione del popolo, e nello stesso tempo il primo passo, cruento ma necessario, per la formazione di un patto civile e di una identita'. Quel che per la fede religiosa sono le Tavole della Legge, per la comunita' civile e' la Costituzione del '48. Oggi, ha ragione Scalfaro, l'uno e l'altro passaggio, la Liberazione e la Costituzione, sono sotto attacco: ma se rinunciassimo a questi, perderemmo i fondamenti della nostra coesione come popolo.
Certo, non si puo' ridurre Pesach a una occasione di riflessione sulla politica e basta. La dimensione religiosa non puo' astrarre dalla politica, ma la trascende. Tuttavia in quel nodo di liberazione e di fondazione dell'identita' di un popolo sta qualcosa di prezioso, a cui credo si debba una fedelta' assoluta.
Domenica, 10 Aprile 2005
Come e' intuibile, sto seguendo con dolore le notizie che arrivano da Gaza e da Gerusalemme. La manifestazione dei coloni contro il ritiro e' numericamente poca cosa, ma - per la semplice dichiarazione di voler occupare il Monte del Tempio - e' congegnata scientemente in maniera da scatenare una reazione violenta nei musulmani non solo di Palestina; l'uccisione di tre palestinesi a Gaza, in circostanze che Israele farebbe bene a chiarire in piena trasparenza, e' ulteriore benzina sul fuoco.
Servirebbe un gesto di coraggio di Israele: la capacita' di dimostrare un'apertura da un lato, con progressi reali e apprezzabili per i Palestinesi; dall'altro una reazione fermissima contro i coloni, che stanno alimentando un clima da colpo di stato. Vedo la seconda, ma non la prima.
Giovedì, 31 Marzo 2005
Checche' ne dica Federico Steinhaus* su Informazione Corretta, il dossier che Analisi XXI, rivista bimestrale agli esordi (e distribuita insieme al quotidiano della Margherita, Europa), dedica alle prospettive di pace tra Israele e Palestina e' di grande interesse e utilita'. Si puo' certo dissentire su questo o quel contributo — ma credo che si esca dalla lettura di quelle pagine con le idee piu' chiare — anche se con meno granitiche certezze (il che fa sempre bene).
Nel sommario del dossier intitolato "Palestina - Israele. Proposte per la pace":
- L'intifada non violenta per lo Stato Palestinese, intervista a Sari Nusseibeh
- La sfida e' una societa' laica e democratica, Ali Rashid
- Ophira addio!, Uri Avnery
- La chiave per la pace, Jeff Halper
- La "generosa offerta" e la terza via per la pace, Luciano Neri
DOCUMENTI:
- Abu Mazen Presidente - Discorso di insediamento
- Processo di pace - Cronologia dei principali eventi
- Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU
- Trattato di Oslo - Dichiarazione dei principi
- Road Map
- Accordo di Ginevra
- Dichiarazione di principi Ayalon-Nusseibeh
- Verita' contro verita': Gush Shalom - 101 tesi per chiudere il conflitto
- Manifesto per la cultura e la democrazia
Peccato che i miei compagni di partito non abbiano pensato di dare alcun rilievo in rete a questa iniziativa: non una pagina web, non un link, nemmeno una riga in cui si dice come procurarsi la rivista. E poi diciamo che si vuole fare nuova comunicazione politica…
* Giusto per mettere qualche puntino su qualche i e per prevenire qualche flame: non tutte le tesi espresse negli articoli di Analisi xxi sono convincenti. Tanto Avnery quanto Luciano Neri hanno atteggiamenti che piu' di una volta sanno di pregiudizio. Sulle narrativedi Gush Shalom (e piu' in generale sulle narrative sottese alla lettura del conflitto) spero di tornare presto. Diversamente da Halper, infine, non credo che la pace possa trovarsi nella prospettiva di uno stato binazionale, ma solo in quella di due stati (veri entrambi, non uno stato e un bantustan) per due popoli.
Ma e' singolare che Steinhaus non spenda una parola proprio sull'articolo di Halper, che e' zeppo di dati, cifre, statistiche, citazioni normative — e che disegna un quadro agghiacciante dell'occupazione israeliana dei territori e delle politiche di strangolamento della societa' palestinese. Non potendo evidentemente smentire quei dati come falsi, Steinhaus che fa? li oblitera. Trovo perfino noioso doverlo ripetere: non si e' buoni amici di Israele se invece di fare informazione corretta per davvero si rifiuta la verita' scomoda delle colpe di Israele nell'occupazione. Non si e' buoni amici di Israele se non si parte dal punto di vista che gli insediamenti nel West Bank sono un cancro che sta uccidendo la societa' israeliana, tanto quanto quella palestinese. Se si tacciono queste cose, certo non si aiuta la ripresa del processo di pace: e la pace e' cio' di cui Israele ha davvero bisogno.
Mercoledì, 30 Marzo 2005
L'iniziativa e' partita da un blog. Il Comune di Livorno doverosamente la sta facendo sua. La Comunita' ebraica di Firenze ha aderito. Man mano l'idea ha preso piede, e' arrivata in Parlamento, tra la gente, sulla rete. Io non posso che aderire all'appello — e spero che molti miei lettori vogliano fare altrettanto (le istruzioni per aderire qui).
Domenica, 27 Febbraio 2005
Questi due articoli di Ha'aretz dicono tutto quel che c'e' da dire.
Sabato, 26 Febbraio 2005
L'attentatore di Tel Aviv ha dichiarato, nel video che ha lasciato come testamento, che il suo intento era di danneggiare l'Autorita' Palestinese, asservita agli interessi americani. Anche per questo Israele dovrebbe se mai accelerare le trattative con l'ANP e fare concessioni sostanziali, che diano all'opinione pubblica palestinese la sensazione concreta che il cessate il fuoco sta portando risultati positivi e che vale la pena di proteggerlo e di difenderlo. Percio' le prime reazioni israeliane, per quanto moderate rispetto agli standard degli ultimi anni, vanno nella direzione sbagliata: rinviare il passaggio sotto il controllo dell'ANP delle citta' del West Bank e impedire ai rappresentanti della Jihad di partecipare ai colloqui del Cairo sul cessate il fuoco sono misure che rendono ancora piu' fragile il tentativo di stabilizzazione che coraggiosamente la nuova dirigenza palestinese sta facendo.
Abu Abbas ha un cammino stretto davanti a se': non puo' diventare il capo di un regime collaborazionista e non puo' rompere con movimenti come Hamas e la Jihad che rappresentano una parte significativa della sua popolazione; al tempo stesso deve fare in modo da consolidare la tregua per ottenere l'apertura di una vera trattativa con Israele. Sharon dovrebbe capire facilmente, visto che ha lo stesso problema: deve imporre il ritiro da un primo contingente di insediamenti, ma non puo' permettersi di entrare in rotta di collisione frontale con l'intero movimento dei coloni.
In questa situazione, sarebbe un errore catastrofico indebolire Abu Abbas congelando i primi passi di un processo di pace cosi' fragile. La sicurezza e la pace si trovano soltanto correndo in avanti, non fermandosi o peggio tornando indietro.
Qui un'analisi interessante sulle possibili mosse di Israele nei prossimi giorni.
Aggiornamento del 27 febbraio: pare che la risposta del governo israeliano si stia incamminando verso il riflesso pavloviano del blocco di qualsiasi progresso e della richiesta di smantellare le organizzazioni terroriste prima di qualunque concessione ai Palestinesi. Stanno ammazzando in culla questa piccola speranza di pace.
Venerdì, 25 Febbraio 2005
C'e' stato un attentato suicida a Tel Aviv circa mezz'ora fa. Non e' ancora chiaro se ci sono morti. Ha'aretz parla di almeno venti feriti.
Era evidente che sarebbe successo. E' altrettanto evidente che ci saranno pressioni fortissime per bloccare qualunque progresso nella trattativa con i Palestinesi. Sarebbe una catastrofe cedere alla tentazione. Israele puo' trovare sicurezza soltanto nella pace.
Aggiornamento: ci sono alcuni morti, ancora non si sa quanti. L'attentato sembra essere stato rivendicato dalla Jihad islamica.
Ulteriore aggiornamento: i morti accertati sono quattro. E le reazioni israeliane, per quanto ancora solo verbali, fanno temere che il riflesso condizionato di rispondere con la violenza alla violenza possa prendere il sopravvento. Non si potrebbe fare un regalo migliore ai terroristi.
Domenica, 20 Febbraio 2005
Sto correndo dietro a un po' di scadenze pressanti, percio' non posso scrivere come vorrei. Appunto qui cose da approfondire e su cui non ho avuto modo di riflettere abbastanza.
Il governo israeliano ha preso oggi due decisioni importanti: la prima e' (ovviamente) l'approvazione del piano di disimpegno da Gaza. La seconda e' l'approvazione di un nuovo tracciato del muro: corre piu' vicino alla Linea Verde, ma tuttora pone sul lato "israeliano" circa il 7% del West Bank e circa diecimila Palestinesi, insieme agli insediamenti di Maaleh Adumim (Gerusalemme Est) e del blocco di Etzion (per un orientamento generale, consultate, al solito, le mappe del FMEP; non ho ancora trovato una carta del nuovo tracciato proposto per la barriera, quindi le informazioni che riferisco sono sommarie). C'e' un'ovvia correlazione tra le due questioni in termini di politica interna: l'ok alla ripresa della costruzione del muro fa da contropartita, presso una parte significativa della destra, al disimpegno da Gaza. E' un modo di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte da parte di un governo che rimane sostanzialmente appeso a un filo e sotto la minaccia di una ribellione dei coloni e dei loro sostenitori. D'altro canto, il muro di per se' e' sempre stato, per l'annessione di fatto di terre palestinesi che comporta anche nel nuovo tracciato, un serio ostacolo al dialogo e alla soluzione del conflitto: lo ha ripetuto ancora stasera (e con ragione) l'ipermoderato Saeb Erekat; lo diceva con ottimi argomenti qualche giorno fa anche Daniel Seideman su Ha'aretz. Se solo i fragili equilibri di potere a Gerusalemme Ovest lo permettessero, fermare il muro dovrebbe essere il primo passo di Israele per costruire fiducia.
Venerdì, 18 Febbraio 2005
Nel nuovo clima instaurato dopo Sharm, Israele ha finalmente deciso di permettere il rientro nel West Bank di un primo gruppo di esiliati palestinesi e soprattutto di porre fine alle demolizioni di case nei Territori.
Non e' molto — e sono misure che rimediano solo in parte e tardi agli errori etici e politici commessi da Israele negli anni dell'Intifada — errori che derivano da due illusioni devastanti: quella di poter vincere lo scontro con la forza e quella di poter allargare i propri confini al di la' della Linea Verde. Non e' molto — ma e' un altro piccolo segnale di cambiamento — altri elementi che rafforzano la possibilita' di arrivare a quella pace dignitosamente insoddisfacente per tutti di cui parlavo qualche giorno fa.
Sono debitore di alcune risposte a Lia — semplicemente non ho la concentrazione e il tempo di scriverle decentemente: ma ci tornero' sopra la settimana prossima — appena avro' respiro.
Martedì, 8 Febbraio 2005
Troppe volte abbiamo gioito ad annunci simili per non essere piu' che altro cauti e preoccupati. Ma vedere Ariel Sharon e Mahmoud Abbas dichiarare la cessazione degli atti di ostilita' reciproci tra Israele e ANP e' una cosa che non puo' che essere salutata con gioia.
Certo, e' un inizio fragile e pieno di trappole. Certo, Israele ha concesso pochissimo e manda segnali del tutto contradditori con la volonta' di pace espressa a Sharm-el-Sheikh (e' di oggi l'autorizzazione della Corte Suprema a riprendere la costruzione del muro nella regione di Gerusalemme). Certo, la rappresentativita' reale di Abbas e' tutta da verificare — e non e' un bel segnale che Hamas si sia dichiarata "svincolata" dagli impegni assunti dall'ANP.
Ma un'altra opportunita' e' stata costruita. Tocca soprattutto a Israele metterla a frutto. E Israele puo' farlo in un solo modo: dando un seguito veloce e concreto alle parole di pace pronunciate oggi. Affrontando con coraggio e determinazione la questione dei prigionieri palestinesi, che debbono essere rilasciati anche laddove "abbiano le mani sporche di sangue" (spettera' all'ANP impedire che ritornino a colpire). Bloccando l'espansione territoriale degli insediamenti da subito, a partire da Gerusalemme Est. Dando seguito velocemente al ritiro da Gaza e dalla Cisgiordania settentrionale in forme coordinate con l'ANP e facendo di questo ritiro il primo passo di un percorso concordato verso la nascita dello stato palestinese. E soprattutto avendo il coraggio terribile di non ricadere nella spirale della rappresaglia quando i nemici della pace colpiranno con il prossimo attentato. Perche' colpiranno, c'e' solo da chiedersi quando e dove. E se Israele rispondera' alla cieca, bloccando il processo di pace, allora tutto sara' stato un fuoco di paglia. Piu' dannoso che inutile, perche' l'area non si puo' permettere un'altra disillusione.
Certo, e' chiedere una fermezza ed un coraggio disumani ad Israele. Ma se Israele sapra' guardare lontano, vedra' che soltanto questo coraggio potra' portare alla fine del conflitto.
Inutile dire che non sono d'accordo con questo post di Haramlik. Non sono d'accordo perche' ritengo che da Sharm parta un'opportunita' di pace. Fragile, contradditoria, forse perfino ingiusta: ma imperdibile. E perche' continuo a pensare che "due popoli due stati" non sia uno slogan insensato e ingannevole, ma - piaccia o no - l'unica speranza di venire a capo del conflitto. Pero' guai a liquidare le argomentazioni di Lia con sufficienza: l'esperienza degli anni passati non e' dalla parte di chi spera in una pace dignitosamente insoddisfacente per entrambe le parti. E chi ha piu' sofferto, e ha piu' motivo di dubitare oggi, e' certamente la parte palestinese.
Lunedì, 31 Gennaio 2005
(e la cecità di chi non vuol vedere)
La vicenda dell'espropriazione delle terre di proprieta' palestinese a Gerusalemme Est (precedenti post qui, qui e qui) si sta ritorcendo contro il governo di Israele. Sono di oggi due notizie interessanti: la prima e' che su pressioni americane e in vista della visita di Condoleeza Rice in Israele, il governo ha promesso di riconsiderare la decisione; la seconda e' che il Ministro della Giustizia Mazuz ha negato di essere mai stato messo a conoscenza della decisione, assunta in un incontro segreto dell'esecutivo.
Colgo l'occasione per segnalare che avevo chiesto ad alcuni blogger filoisraeliani una opinione su questa vicenda. Esperimento ha risposto cosi' (nei commenti a questo post):
Caro Angelo, ho letto l'articolo e ci sono delle cose che non mi convincono tanto. Non metto in dubbio che Israele abbia commesso delle ingiustizie e in alcuni casi dei reati. Però l'articolo comincia con: "in una riunione segreta". Se è stata segreta, come fa il giornalista a sapere cosa si sono detti? Inoltre tutte le sedute parlamentari in Israele sono pubbliche (o pubblicate) come succede anche qui in Italia, se non erro.
Ho poi cercato su internet alcuni dei nomi citati: non solo non ho trovato nessun'altra fonte che parlasse dei contadini intervistati (Johnny Atik, ecc.) che potrebbe anche essere plausibile, ma nemmno del "coordinatore" di questo dipartimento delle "absentee properties". Senza contare che quest'ultimo viene menzionato soltanto dai detrattori di Israele, possibile che una personalità così importante non figuri da nessuna parte se non in questo articolo?
Ovvero: siccome la notizia non mi piace, nego che sia attendibile. In barba perfino all'evidenza. Continuiamo a raccontarci le favole, va'.
P. S. Nel caso Ha'aretz non sia abbastanza autorevole per dare credito a questa vicenda, qui c'e' anche il Washington Post che ne parla (per vedere l'articolo e' richiesta la registrazione gratuita).
Venerdì, 28 Gennaio 2005
Ora che la celebrazione e' finita, non posso fare a meno di dire un mio disagio di fronte alle immagini che sono venute da Auschwitz ieri.
Le luci, la coreografia, le candele, le fiamme lungo i binari all'imbrunire. Era commovente — ed era suggestivo — arrivava perfino ad essere bello. E tutto questo era troppo — ad Auschwitz.
Non c'e' stato nulla di commovente e di suggestivo e di bello ad Auschwitz. Non dovremmo cercare di rendere tollerabile la memoria dietro la suggestione di una cerimonia.
Mercoledì, 26 Gennaio 2005
Sabato, 22 Gennaio 2005
Sottoscrivo ogni parola dell'editoriale di Ha'aretz di oggi sull'esproprio delle terre palestinesi a Gerusalemme Est:
It is impossible not to deem the cabinet's decision theft, as well as an act of state stupidity of the highest order. Israel has already seized land and property from the Palestinians during the years of occupation, reducing their living space in order to establish settlements in Jerusalem, the West Bank and the Gaza Strip. The person responsible for many of these unnecessary projects was Ariel Sharon, both in his governmental roles and as someone who himself bought a house in the Arab Quarter of East Jerusalem. One might have thought that such activity would cease when Sharon had recognized the need to divide this land between the two nations. The arbitrary confiscation of property, without suitable compensation, contradicts this trend.
Attendo sempre una parola da tanti amici di Israele.
Venerdì, 21 Gennaio 2005
Ha'aretz pubblica oggi un reportage attento e significativo di Meron Rapaport sull'espropriazione delle terre palestinesi a Gerusalemme Est; secondo Rapaport ci sono piani per costruire insediamenti ebraici nelle terre tolte agli arabi.
Per capire meglio: quando si parla di Gerusalemme Est si intendono le parti del West Bank popolate di palestinesi arabi annesse a Israele (e non semplicemente occupate) dopo la guerra del 1967. L'annessione, giova ricordarlo, non e' stata riconosciuta internazionalmente e riguarda una parte considerevole del territorio della Cisgiordania e della Gerusalemme araba. Chi volesse vedere una cartina, la trova qui e qui.
Merita assolutamente una lettura anche questo articolo di Daniel Levy sull'atteggiamento di Sharon verso la nuova leadership palestinese.
Giovedì, 20 Gennaio 2005
Il governo di Israele sta di fatto espropriando, con una interpretazione fortemente estensiva della "Legge sulla proprieta' degli assenti", vasti appezzamenti di terreno di proprieta' palestinese entro i confini di Gerusalemme Est. Le notizie sono qui.
Resta il fatto desolante che - mentre si cerca di muovere qualche passo in direzione della fine dell'occupazione - Israele continua a creare situazioni di fatto sul terreno che rendono sempre piu' improbabile un ritiro dai territori. Con una mano si promette di dare domani, con l'altra si toglie oggi. Mi pare una politica miope, destinata a rendere la pace impossibile — e priva di ogni senso di giustizia. E mi piacerebbe sentire qualche voce di dissenso levarsi anche da altri amici di Israele, non essere una specie di matto che predica da solo…
Domenica, 16 Gennaio 2005
L'editoriale di Ha'aretz di oggi mi pare dica cose assai sensate su come Israele farebbe bene ad affrontare questa fase dei rapporti con i Palestinesi.
Off Topic: Bluedanube, commentando questo post, mi chiede un giudizio sull'articolo di Stefano Levi Della Torre sull'antisemitismo, pubblicato sull'ultimo numero di Ha-keillah. Premesso che non credo, da gentile e da osservatore tutto sommato lontano, di avere una particolare autorita' da spacciare sull'argomento, trovo che la tesi per cui il vittimismo e un'identificazione distorta siano le basi dei comportamenti razzisti (e dell'antisemitismo) sia certamente valida. Mi pare anche che meriti un approfondimento e una risposta, che pero' possono venire soltanto da parte ebraica, la domanda che Levi Della Torre (si) pone: "Siamo, noi ebrei, esenti da un’elaborazione vittimistica e strumentale della nostra immane tragedia?".
Venerdì, 14 Gennaio 2005
L'attacco a Gaza che e' costato la vita a sei (non tre, come riportava Ha'aretz) israeliani è evidentemente un segnale dei nemici di Abu Mazen: e' un modo per dimostrare che non ha il potere reale di fermare la guerra e che deve negoziare ogni passo con gli strateghi del terrore. E' un modo per allontanare qualsiasi soluzione negoziata al conflitto con Israele.
Percio' la risposta di Israele, che ha congelato ogni rapporto con l'Autorita' Palestinese e stretto d'assedio Gaza, e' la peggiore che si possa immaginare: perche' indebolisce il neopresidente che - si voglia o no - e' il solo che forse puo' oggi aprire la strada della trattativa, e perche' tronca sul nascere le pur esili speranze di progresso. Non solo: apre la strada (ma questo forse non e' accidentale, e i neo-partner laburisti del governo israeliano faranno bene a tenerne conto) all'interpretazione piu' limitativa del piano di disimpegno da Gaza. Una interpretazione per la quale, dopo il ritiro dalla Striscia, non ci sara' altro — e quindi non ci sara' alcun passo avanti reale verso la pace, ma la realizzazione del disegno sinistro illustrato qualche mese fa da Dov Weisglass.
E allora? E allora c'e' una sola strada per Israele, come per la nuova amministrazione palestinese: avviare trattative nonostante la prosecuzione del conflitto, sapendo che questo continuera' da una parte e dall'altra e che soltanto col tempo - e con i risultati dei primi accordi - la violenza potra' cominciare a calare. Il passato insegna. E purtroppo insegna che non c'e' molto da sperare che le parti si liberino dei loro riflessi pavloviani.
Sabato, 8 Gennaio 2005
Poche volte ho avuto chiaro come oggi che cosa vuol dire. Non e' facile ottimismo — e nemmeno la retorica stupida di chi dice che la vita e' bella.
Sabato, 1 Gennaio 2005
Il governo Sharon presentera' tra breve il progetto della barriera di separazione nell'area del Gush Etzion (a sud di Betlemme), uno dei piu' importanti gruppi di insediamenti ebraici nel West Bank. Insieme all'intero blocco di insediamenti, il percorso del muro lascera' sul lato "israeliano" quattro villaggi arabi, abitati da 18.000 persone, e grandi quantità di terre coltivate da Palestinesi. Come nota correttamente questo editoriale di Ha'aretz, e' l'ennesimo tentativo di annessione strisciante collegato alla costruzione del muro — e costituisce una provocazione non necessaria nei confronti della nuova leadership palestinese che sta mantenendo un profilo assai conciliante. E' da sperare che nel nuovo governo di unita' nazionale israeliano si levino voci contrarie — e si lasci impregiudicata la questione dei maggiori blocchi di insediamenti fino a un accordo sullo status finale del West Bank.
Due risorse utili per capire: una mappa delle opzioni israeliane di disimpegno, che comprende anche il tracciato del muro; e l'ultimo report sugli insediamenti nei Territori: entrambi dalla Foundation for Middle East Peace.
Giovedì, 30 Dicembre 2004
Lunedì, 27 Dicembre 2004

(Foto da Yahoo! News)
Il movimento dei coloni israeliani che si oppongono all'evacuazione da Gaza ha adottato come simbolo della protesta una stella di David arancione, in memoria della stella gialla che i nazisti imposero agli ebrei in Europa. Ovvia l'implicazione: l'evacuazione degli insediamenti e' equivalente alla Shoah, e' una persecuzione degli ebrei e un tentativo di cancellarne l'identita' nazionale. Il governo che assume queste decisioni ha la responsabilita' di camminare sui passi dei nazisti.
Non voglio commentare la folle assurdita', e nemmeno la mancanza di qualunque rispetto nei confronti della Shoah, che questo atteggiamento (e quel simbolo) comporta. C'e' chi lo fa meglio di me. Mi sembra significativo pero' che il linguaggio dei coloni sia lo stesso dei nemici di Israele e faccia propria l'assimilazione Israele=nazisti che appartiene al peggior antisemitismo palestinese (e non solo palestinese). Ho sempre avuto la convinzione che gli estremismi di parte ebraica e di parte palestinese fossero oggettivamente alleati nella guerra in corso e che dietro la loro feroce opposizione di facciata ci fosse una connivenza di sostanza — che ha come obiettivo perpetuare lo scontro — che fornisce status e potere agli uni e agli altri. Questa aberrante campagna dei coloni mi pare che sia la conferma di quel che pensavo.
Il parallelismo (e l'alleanza oggettiva) tra movimento dei coloni ed Hamas e' intelligentemente tratteggiato da Akiva Eldar su Ha'aretz.
Martedì, 21 Dicembre 2004
Domenica, 19 Dicembre 2004
Tra tante voci favorevoli, anche a sinistra, al nuovo governo di unita' nazionale in Israele, vale la pena di leggerne una fieramente contraria, quella di Baruch Kimmerling, su Ha'aretz. Secondo Kimmerling, attraverso il nuovo governo verra' portato a compimento, in assenza di opposizione, il disegno enunciato da Dov Weisglass di rimuovere la questione palestinese dall'agenda politica nazionale ed internazionale con un ritiro sostanzialmente fittizio da parti trascurabili dei territori occupati:
From this point of view, it is only natural for the Labor Party to support the Sharon version of the Likud, because, with the exception of a few eccentrics in Labor, the party's conceptions are not and were never different from those of Sharon, who in fact sprang up in the fields of Mapai, the forerunner of Labor. This move has done away with any possibility of political opposition and alternative thought in the country. Indeed, the country is now going to be put into that wonderful chemical of unity - formaldehyde.
Venerdì, 17 Dicembre 2004
Su Haaretz di oggi c'e' la lettera di un paracadutista israeliano che giustifica il comportamento dell'esercito nei Territori occupati, ivi compresa l'uccisione di bambini. E c'e' una lunga, dura e problematica risposta di Gideon Levy. Credo che meriti una lettura integrale:
The blood of these children cries out to the heavens. Their blood is on our hands. Their blood is on the hands of those who sent you to the casbah and it is on the head of those who shot and it is on the head of those who walk the streets of Nablus armed and tyrannize the residents, and it is also on the head of those who were silent. You are there in my name, too, and therefore we all carry a heavy responsibility, too heavy to bear.
So di fare un paragone pericoloso — e ne diffido io per primo mentre me lo rigiro in testa — ma sto leggendo Il Girasole di Simon Wiesenthal e ci ho ritrovato gli stessi temi etici.
Intanto e' stato raggiunto un accordo per il nuovo governo di grande coalizione tra Likud e Laburisti. Sara' un pessimo governo, ma a questo pessimo governo sono appese le esili speranze di superare gli orrori del conflitto. A condizione che imponga il blocco degli insediamenti, tanto per cominciare.
Lunedì, 13 Dicembre 2004
A leggere la stampa israeliana in questi giorni si trae una strana sensazione di novita' e di cambiamento. Eppure l'occupazione continua atroce come al solito, la guerriglia palestinese anche, la crisi economica lascia un milione e quattrocentomila persone sotto la linea della poverta' (per parlare soltanto dei cittadini israeliani), una politica economica economica e sociale ferocemente darwinista non sara' cambiata di molto dal prossimo ingresso dei laburisti nel governo.
Non (ancora) un cambiamento nelle cose, dunque: ma nel clima sicuramente si'. Tanto e' vero che una societa' che per anni e' stata del tutto insensibile a quel che l'occupazione comportava nei Territori, ora finalmente si interroga (e con grande durezza) sugli abusi e sui crimini dell'esercito (segnalo alcuni interventi che mi paiono particolarmente significativi). Ma la discussione va finalmente anche oltre, investendo la stessa natura delle scelte delle politiche d'occupazione e di repressione.
Al tempo stesso corre un po' dappertutto la convinzione che siano giorni in cui tutto puo' cambiare, per il meglio o per il peggio, in cui si gioca veramente un pezzo importante del destino di Israele — e che non ci sia tempo da perdere: cosi' Yoel Marcus, ma e' solo un esempio fra i tanti. Al centro di tutto c'e' — ovviamente — il piano di disimpegno da Gaza: quel piano che, non ci si stanca mai di ripetere, e' brutto, inadeguato, insufficiente e nasconde il disegno di concedere pochissimo per allontanare indefinitamente la trattativa sull'essenziale, il West Bank, Gerusalemme, una soluzione per i profughi, l'acqua, il controllo delle frontiere, le infrastrutture. Ma che e' percepito comunque come cio' che ha rimesso in movimento una situazione altrimenti in stallo, la pietruzza tolta da sotto che potrebbe far franare l'intera montagna dell'occupazione. Che, se sara' un passo isolato, portera' a un conflitto ancora piu' duro e ad un aumento del terrorismo; se sara' il primo passo verso una soluzione complessiva e negoziata, potra' diventare — perfino contro la volonta' dei suoi ideatori — uno strumento di pace vero.
Non e' chiaro (a me perlomeno) se tutta la frenetica attesa di questi giorni abbia un fondamento reale o sia l'ennesima illusione dietro a cui si perde una societa' profondamente in crisi. Ancora meno chiaro e' per me (e sarei felice se qualcuno mi segnalasse le fonti per capire qualcosa in piu') e' come questo momento viene vissuto da parte palestinese, con le elezioni, il dibattito aperto sulla tregua, le contestazioni di Marwan Barghouti nei confronti della leadership di Fatah, ecc. Il clima e' cambiato solo per gli Israeliani, o anche per i Palestinesi?
Venerdì, 10 Dicembre 2004
Sharon e' stato autorizzato dal suo partito a formare un governo di coalizione con i laburisti. Le grandi coalizioni sono sempre un atto contro natura, in un sistema democratico. E in questo caso forse ancora di piu', perche' la politica interna ed economica della destra israeliana ha un che di socialmente feroce. Tuttavia soltanto questo governo oggi puo' assicurare che le tenui speranze di avviare a soluzione il conflitto non crollino insieme alla cancellazione del ritiro da Gaza. Un classico caso di "turarsi il naso": certo che turarsi il naso e stare con Sharon e' proprio una gran brutta situazione.
Su Ha'aretz un interessante commento di Alexander Yakobson sui crimini di guerra israeliani nei territori.
Martedì, 7 Dicembre 2004
(post trasferito da qui)
Secondo Haaretz Israeliani e Palestinesi sarebbero ad un passo da un accordo di principio per una soluzione complessiva del conflitto. E' presto per qualunque considerazione, ma la sensazione e' che il clima sia cambiato davvero, nelle ultime settimane — e che lo stallo sanguinoso degli anni passati possa essere superato. Incrociamo le dita e cerchiamo di capire.
Mercoledì, 1 Dicembre 2004
(post trasferito da qui)
Sono davvero tempi duri per Israele, se il massiccio voto parlamentare contro il bilancio proposto dal governo Sharon viene salutato con sgomento. Perche' in effetti e' una manovra finanziaria impresentabile, che taglia sul poco di welfare che e' rimasto, che approfondisce pesantemente le disuguaglianze sociali, che non fa nulla per combattere la poverta' crescente di ampie fasce della popolazione. E per di piu' finanzia generosamente quegli ambienti ultrareligiosi che sono tra i principali responsabili della catastrofe politica e morale del paese in questi anni. Quindi perche' dolersi?
Perche' questo voto significa con ogni probabilita' che il governo Sharon cadra' — e con lui cadra' anche il piano di disimpegno da Gaza. Quel piano brutto, insufficiente, ipocrita che pero' costituisce nonostante tutto la sola alternativa positiva a un futuro di guerra senza speranza.
Davvero, sono tempi duri, se i sostenitori della pace si trovano a dover sperare che Sharon, nonostante tutto, la sfanghi un'altra volta.
Non so e non capisco abbastanza delle dinamiche palestinesi per comprendere la portata di due notizie diffuse stasera: che Marwan Barghouti sara' probabilmente candidato alle elezioni per la presidenza dell'ANP — e che Hamas non partecipera' a quelle stesse elezioni (ma tenendo un atteggiamento assai moderato, che pare piu' una rinuncia a presentare candidati alternativi che un vero e proprio boicottaggio). Qualcuno piu' illuminato di me puo' dirci qualcosa (per favore, se avete da dire soltanto che Barghouti e' un assassino e che la sua candidatura dimostra che i Palestinesi sono tutti assassini — o altre idiozie del genere — lasciate perdere: qui c'e' bisogno di *capire* — e quindi di fare attenzione a tutti i toni del grigio)?
Sabato, 30 Ottobre 2004
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