
Chelsea Market (75 9th Ave.) e' una vecchia fabbrica di biscotti* attraversata dalla High-Line; dismessa gia' prima della guerra mondiale, e' rimasta abbandonata per decenni e soltanto recentemente trasformata in un centro commerciale e in spazi per uffici, mantenendo una vocazione essenzialmente alimentare.
Noi ci siamo arrivati fuggendo da un improvviso quanto violento temporale [1] — e non abbiamo fatto in tempo a studiarci adeguatamente l'esterno (la foto di apertura quindi non e' nostra). L'interno pero' [2-7] e' stato una delle piu' piacevoli sorprese architettoniche di NY: gli spazi della fabbrica sono stati lasciati piu' o meno intatti, senza alterare troppo nemmeno l'aspetto delabré; una galleria serpeggiante e' stata ricavata nel pianterreno dividendo i negozi e i laboratori dal passaggio pedonale con delle vetrate a vista.
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I negozi meritano un giro: ci sono alcune belle panetterie/pasticcerie, tra cui Eleni's, che sforna torte-Barbie e altre folli meraviglie [8], un fiorista con le insegne al neon che sembrano uscite dalle foto di cinquant'anni fa [9], un macellaio con i quarti di carne appesi in vetrina [10], e soprattutto la Chelsea Wine Vault, una fornitissima enoteca che dimostra che si puo' bere buon vino (europeo o californiano) a New York senza svenarsi.
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Quando siamo arrivati noi, pero', quasi tutte le botteghe erano gia' chiuse (NY sara' anche la city that doesn't sleep, ma quel che e' certo e' che chiude presto e apre tardino…) e c'era un'aria un po' surreale: la galleria era quasi deserta, a parte una ragazza appollaiata su una panchina con il suo laptop (ovviamente area Wi-Fi pubblica!), apparentemente incurante di qualunque cosa le accadesse intorno [11]; dall'entrata sulla 10 Avenue, invece, arrivavano incongruamente le note di un tango: c'era una specie di festicciola e la gente ballava al suono di un registratorino appoggiato in un angolo, con in sottofondo lo scroscio della pioggia [12-13].
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In attesa che spiovesse, ci siamo decisi a cenare in un localino microscopico dal look alternativo[14], che si chiama The Green Table; e' il front store di una societa' di catering biologico, cosa che personalmente mi lasciava alquanto sospettoso. Invece la cena e' stata piacevolissima: abbiamo atteso sbocconcellando dei curiosi pop-corn all'arancia e zenzero [15], poi un notevole pot pie di pollo e un'insalata di salmone e mele marinata con acero e altri aromi [16]. Nel complesso una delle migliori esperienze alimentari del nostro viaggio.
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A farla corta, Chelsea Market e' una delle cose piu' interessanti che abbiamo visto, un esempio di come si possa trasformare un pezzo di wasteland industriale in uno spazio vivibile e perfino allegro. Una cosa dello stesso genere l'avevamo vista un paio di anni fa a Nantes, dove il vecchio biscottificio LU e' stato trasformato in uno spazio espositivo/culturale/di intrattenimento, anche in questo caso lasciando praticamente inalterate le strutture e il look industriale.
C'e' da chiedersi perche' in Italia non sappiamo fare niente di simile — e la nostra archeologia industriale finisce in rovina oppure viene brutalmente snaturata — o data oscuramente alle fiamme come nel caso del bellissimo Molino Stucky di Venezia.
* La Nabisco produceva qui i famosi Oreo cookies.
Tutte le foto del nostro giro al Chelsea Market si trovano qui.