mercoledì, 22 maggio 2013
with one hand waving free, silouhetted by the sea – sempre.
(It sulla spiaggia di Sidi Kaouki, qualche giorno fa)
with one hand waving free, silouhetted by the sea – sempre.
(It sulla spiaggia di Sidi Kaouki, qualche giorno fa)
Il punto piu' a sud
mai raggiunto dalla Rat-Family
(Essaouira, ieri al tramonto)
Questa sera, sulla spiaggia di Essaouira
Il massiccio della Meije dalla strada del Col du Lautaret, il giorno di Pasqua
Stamattina, al porto di Livorno, in un momento di decompressione
Tra parentesi: ieri e' andata meglio del previsto. Per il prelievo ci sono volute quattro persone a tenerlo fermo, ma in fondo non c'era da aspettarsi niente di diverso. Ma l'ECG, una volta (meticolosamente) constatato che gli elettrodi non avevano aghi, e' stato affrontato con grande tranquillita' — e perfino con una gran pazienza nella sterminata attesa che ci e' toccata. Dopo di che, come spesso capita quando affronta qualche prova difficile, il nostro It era tutto fiero di avercela fatta — ed e' stato per tutto il resto della giornata di un umore tranquillo e sereno come non accadeva da un bel po' di tempo (e lo dico sotto voce, non si sa mai: ma sta durando ancora oggi).

Sulla spiaggia di Dieppe con la Cate, oggi pomeriggio.
Stasera, sulla calata del porto di Dieppe
All'alba del 19 agosto 1942, seimila soldati alleati, dei quali cinquemila canadesi della Seconda Divisione di fanteria (The Essex Scottish Regiment, The Royal Hamilton Light Infantry, The Royal Regiment of Canada, Les Fusiliers Mont-Royal, The Queen's Own Cameron Highlanders of Canada, The South Saskatchewan Regiment, The Lorne Scots, The Calgary Tank Regiment, The Toronto Scottish Regiment), tentarono uno sbarco su Dieppe.
L'operazione (nome in codice "Jubilee") fu un terribile e sanguinoso fallimento. A causa di errori di pianificazione, della mancanza dell'elemento sorpresa, della difficolta' a coordinare i movimenti delle truppe con l'aviazione e la marina, dell'inadeguatezza dei mezzi e delle tattiche, i soldati furono per lo piu' inchiodati sulle ripide spiagge di sassi e sotto le falaises. Il bilancio dell'operazione fu tragico: dei seimila soldati partiti, meno di tremila fecero ritorno alle loro basi in Inghilterra, ritirandosi sotto il fuoco dopo nove ore di combattimento. I soli reggimenti canadesi lasciarono sul terreno piu' di novecento vittime.
Il valore militare del raid di Dieppe e' — nella migliore delle ipotesi — assai controverso. Non si tratto' di un tentativo di invasione, ne' di un raid con un obiettivo chiaro e limitato, come quello di St. Nazaire di pochi mesi prima, che porto' alla distruzione del bacino di carenaggio per impedire ai tedeschi di farne uso per la loro flotta. A Dieppe l'operazione ebbe piu' che altro lo scopo di mostrare a Stalin la volonta' britannica (ma anche l'impossibilita' di fatto) di portare i combattimenti in Europa occidentale, in modo da aprire un secondo fronte e alleggerire il peso delle armate tedesche contro la Russia. Fu — di fatto — un sacrificio consapevole e militarmente sterile, con finalita' tutte politiche. Non a caso, verrebbe voglia di dire, anche se la vulgata celebrativa e' molto attenta a non sottolinearlo, in questa missione non furono rischiate truppe britanniche in senso stretto, se non in piccola misura: il grosso dell'azione, e delle perdite, fu canadese.
La citta' — anche a distanza di settant'anni — ha mantenuto assai viva la memoria del sacrificio dei soldati canadesi. Ogni casa e' pavesata di bandiere con la foglia d'acero e i ricordi dei combattimenti sono preservati con attenzione — e con un tono assai piu' sobrio di quello che pochi chilometri piu' a ovest viene usato per celebrare gli eventi del D-Day. C"e' un memoriale dei combattenti canadesi, messo su con pochi mezzi, molta competenza e molta emozione da un'associazione denominata "Jubilee", il cui motto e' appunto "Lest we forget". La veglia che si e' tenuta ieri sera al cimitero di guerra canadese ha visto la partecipazione di molte centinaia di persone. Nonostante Dieppe sia una stazione balneare importante nel pieno della stagione, si respira un'aria un po' meno spensierata, un po' piu' consapevole che altrove. A noi questa presenza della memoria — e della memoria di una strage che poteva probabilmente essere evitata — e' parsa una bella cosa — una cosa di cui sentirci partecipi.
anche la Cate ha scoperto il mare:
Ieri sulla spiaggia di Fort-Mahon, in bassa marea.

It che corre sulla spiaggia, cinque anni dopo.
(gli stiamo ancora correndo dietro)
Siamo in giro in Normandia, per le nostre vacanze estive. Per noi (soprattutto per Waldorf) viaggiare in macchina con It e la Cate significa doversi attrezzare con vari generi di cibarie, da distribuire nel corso della giornata, spesso e volentieri a ritmi da catena di montaggio di Tempi Moderni, alle due bocche fameliche. E non sarebbe niente se It non fosse, da buon bambino autistico, mostruosamente selettivo su cio' che considera commestibile (la Cate no: per conto suo e' piu' onnivora di un tritatutto — e ha un certo gusto per la sperimentazione gastronomica; ma ha pur sempre meno di diciannove mesi e prbabilmente le moules crème non sono adatte alla sua alimentazione). Quindi la lista delle vettovaglie e' complicata — e lo e' tanto piu' all'estero, dove non e' detto che si trovino i generi che It approva (in Francia non c'e' il Mulino Bianco — e non si vendono succhi di frutta alla pesca o all'albicocca!); una grande risorsa sono le boulangeries, che accontentano tutta la famiglia e danno, a volte, una certa soddisfazione.
Come quella che abbiamo trovato, per puro caso e senza sperare in niente di che, in Rue Holgate a Carentan, durante il trasferimento dal Cotentin alla Seine-Maritime. Alle undici del mattino non c'era piu' nemmeno un croissant o un pain au chocolat: una brutta impressione iniziale, quelle vetrine semivuote: ma in realta' era segno che i clienti piu' avvertiti avevano gia' fatto incetta. Perche' quel che era rimasto era francamente eccezionale. Innanzi tutto il pane: saporito, con un sottofondo di lievito, con la crosta scura e croccante e la mollica morbida, ma non appiccicosa. Poi le brioches, nella versione cosparsa di zucchero: morbidissime, vaporose, delicate senza mancare di sapore — in una parola perfette (la Cate, che se ne e' fatta fuori una intera, conferma). Infine, le chouquettes, la versione francese di quei bigne' vuoti che in Piemonte vanno sotto il nome di bijoux (ne riparleremo, sono una mia personale passione): le migliori che mi sia capitato di mangiare, con il giusto equilibrio tra l'amarognolo della crosticina caramellata, i granelli di zucchero e l'interno umido e fondente. Come direbbe la Michelin, vaut le détour.
Il nome di questo posto spettacolare? Purtroppo non ne siamo certi, perche' ci siamo accorti del piccolo tesoro gastronomico quando avevamo gia' ripreso la strada, al primo assaggio. A giudicare da Google Maps, o Frédéric Gosselin, o Alain Legendre (la mappa di Google qui).
Oggi pomeriggio alla Diga del Serrù, 8°C, pioggia battente

Sopra: il lago del Gran San Bernardo, ancora in gran parte gelato
Sotto: il ghiacciaio del Trient e il torrente che ne sgorga
E oggi, di nuovo in giacca e cravatta a schiattare di caldo.
Porto di Savona, ieri pomeriggio

It, ieri pomeriggio, Capo Kolka, LV.
P. S. Le altre foto del giro in Lettonia sono qui.

Trasferta di lavoro a Tirana…
(come recita — appropriatamente per noi — il motto della citta')
… la Rat-Family e' andata a passare qualche giorno a Danzica, con le prevedibili difficolta' di viaggiare con due bambini, di cui uno bacato e l'altra neonata. Prima o poi dovremo scrivere qualcosa su come si muove una famiglia come la nostra — e di come si fa a sopravvivere (e pure a divertirsi) in giro con i pargoli.
Intanto ho da sistemare uno sproposito di fotografie — tra poco su 23 una selezione.

Venerdì scorso, con i nonni e Costanza (It era a scuola — perche' non avrebbe comunque gradito questo genere di cose), siamo andati alla Venaria Reale a vedere il nuovo percorso espositivo della Reggia e la tanto decantata mostra "La Bella Italia", uno degli eventi clou delle celebrazioni del centocinquantenario dell'Unita'.
Approfittando dell'ora (quella della pausa pranzo), non ancora affollata nonostante l'arrivo degli Alpini per l'Adunata e degli appassionati di ciclismo per la partenza del Giro d'Italia, andiamo in biglietteria per fare l'abbonamento che ci permettera' di andare e venire tra mostre e musei di Torino e del Piemonte senza dover ogni volta pagare il biglietto (quasi una necessita', avendo figli privi di pazienza — che spesso e volentieri ci costringono a parzialissime visite lampo). Dentro ci sono due sportelli aperti, uno per i gruppi e uno per le visite individuali; all'uno e all'altro non piu' di sei/sette persone in attesa. Arrivato il nostro turno, chiediamo di fare l'abbonamento (come per altro indicato sul sito), ma l'impiegata ci dice che — dato l'affollamento — non puo' soddisfare la nostra richiesta; protestiamo, anche perche' il prezzo del biglietto "singolo" equivale da solo a quasi meta' di quello dell'abbonamento. Ci viene risposto, con discutibile ironia, che non ci ha ordinato il medico di vedere la reggia. Viene la tentazione di risponder male e di girare i tacchi, ma poi abbozziamo, se non altro per i nonni, che abbiamo trascinato fin qui — e ci rassegnamo a fare i biglietti per la visita. Quel che e' certo e' che a questo punto l'Abbonamento Musei, per il 2011, non lo faremo — e tante grazie alla brillante promozione della cultura in Piemonte.
Il percorso di visita della Reggia — solo in parte nuovo rispetto al passato — ha qualche caduta di gusto e qualche concessione di troppo al son et lumière, ma e' nel complesso interessante ed efficace. E poi la Galleria di Diana, con quella luce incredibile, con il contrasto tra la geometria implacabile del pavimento e la leggerezza degli stucchi, vale da sola non il semplice prezzo del biglietto, ma forse un viaggio fino a Torino:
La mostra, dal canto suo (per quanto — o forse perche' — curata da Paolucci e "messa in scena" da Ronconi), e' francamente imbarazzante. Certo — ci sono, tutte riunite insieme, tante di quelle icone della cultura italiana da far venire una certa vertigine. Ma ettari di croste, che avrebbero avuto tutto da guadagnare restando nella penombra dei magazzini, hanno trovato posto accanto a (e a volte al posto di) capolavori; il che di per se' non sarebbe terribile, se non in certi casi in cui francamente si e' esagerato: in fondo le mostre servono anche a far vedere opere che normalmente non ricevono adeguata attenzione. Il problema vero e' che la rappresentazione delle "capitali" italiane e' nella migliore delle ipotesi episodica ed impressionistica — in alcuni casi decisamente monca di capitoli essenziali (Venezia senza Bellini!) e infarcita di opere di nessuna rilevanza: sembra quel che e' rimasto negli occhi di un viaggiatore affrettato e non abbastanza colto dopo un sommario grand tour in Italia. Ma l'aspetto peggiore sta nell'allestimento, che tra l'altro impedisce una buona fruizione dello spazio (bellissimo) delle Scuderie e della Citroniera progettate da Juvarra: finte rovine di mattoni pseudo-romani, una moquette verde a chiazze irregolari, a simulare un prato, con tanto di foglie cadute qua e la' — sostituita a tratti da specchi a rappresentare, immagino, degli stagni.
Un look da stampa piranesiana d'occasione — o da trattoria romana per turisti, che nel complesso trasmette un'idea folcloristica dell'Italia — una roba da pizza e mandolini.
Ultima chicca della visita: il pagamento automatico del parcheggio funzionava male, con il risultato che ho dovuto pagare due volte e poi chiamare (al citofono, perche' non c'era nessuno presente) l'assistenza per farmi aprire la sbarra in uscita.
Spero proprio che l'esperienza dei tantissimi turisti che stanno visitando Torino in questi giorni sia stata migliore della nostra. Torino lo merita, probabilmente chi ha la responsabilita' di assicurare la qualita' delle loro visite no.
Prima siamo stati (con tanti figli e niente internet) da queste parti:

Poi ci si e' messo il blackout di Aruba.
Pero' siamo di nuovo qui.
(Roma Termini, trasferta di lavoro)
Far foto a Parigi senza cadere nello scontato e nel già visto è un'impresa disperata. I luoghi comuni sono dappertutto — ogni inquadratura, ogni punto di vista sono una ripetizione di cose fatte da altri.
Allora — non avendo la capacità di essere originale — mi sono adattato ai luoghi comuni, cercando di guardarli a modo mio.
per tutta la settimana.
Ed e' caduta la prima, timida spolverata di neve sulle nostre montagne:
(Vallée de la Clarée, domenica pomeriggio)
Stamattina la Mether, la fanfara dell'esercito turco, si e' esibita in Via Garibaldi a Torino.
A It e' piaciuta cosi':
Oggi qui e' la prima giornata uggiosa e nebbiosetta d'autunno.
Ho cominciato a sistemare le foto delle vacanze — si', cerco di non tornare qui con la testa, lo ammetto. Questo e' quel che vedevamo dal balcone di casa nostra:
(per favore, guardatele in grande formato, se no non rendono)
A chi ci chiede il motivo della nostra fascinazione per il Nord, risponderei prima di tutto la luce. Questa luce, che cambia continuamente, che fa diventare un viaggio anche stare mezz'ora fermo alla finestra di casa.
Secondo voi che ha fatto 'sto tizio per guadagnarsi uno sfregio simile con lo spray arancione sull'Audi nuova nuova?

(d'altronde, se e' vero questo teorema di .mau., e' probabile che se lo sia meritato)
Il massiccio della Meije, salendo al Col du Galibier, ieri pomeriggio.
(al colle, 2648 metri: 13°C)
(per favore, cliccate su Shuffle-Yes e Fast)
(Non ho caldo)
Oggi pomeriggio al Pian della Mussa (ce n'era piu' che fiori nei prati)
(It, oggi pomeriggio)
Per ora le foto della prima giornata dei primi due giorni, poi le altre si aggiungeranno. Adesso ci sono tutte, su 23.

Stacchiamo per qualche giorno e ce ne andiamo qui. Spero che al ritorno Google ci abbia tolto dalla lista dei siti infettati da malware (a quanto pare la colpa non e' nostra, ma del provider che ospita il dominio).
Prato Nevoso, domenica (la sensazione di pace e di deserto e' del tutto ingannevole, c'era un caos totale). Aggiornamenti sulle prodezze sciatorie di It tra poco.
Queste foto sono vecchie come il cucco — ma oggi e' la giornata piu' buia e fredda e nebbiosa e uggiosa da mesi a questa parte — e a me e' venuta la nostalgia dei nostri giri in bicicletta:
Un bel blog di fotografie e non solo sull'urban decay di Detroit.
Che ha anche una foto del tutto insolita della Mole da dentro la guglia.
In giro per Torino dopo la mezzanotte di Capodanno:
Ci siamo interrogati per un sacco di tempo, dibattendo tra i pro e i contro e alla fine abbiamo deciso: andiamo a Venezia. Io e il Ratto siamo affascinati da Venezia d'inverno, con la sua luce bianca e le sue meraviglie relativamente (!!) spopolate di turisti, ma da anni non ci tornavamo, non potendo lasciare It a casa e temendo di doverlo ripescare in un qualche canale dove sarebbe finito per la sua eccitazione. D'altronde, quanto avrebbe amato Venezia il nostro piccolo?
Dopo tanto discutere alla fine abbiamo rotto gli indugi e abbiamo deciso di andare per il ponte dell'Immacolata.
It non è finito in un canale, ed anzi ha manifestato una certa capacità di schivare eventi pericolosi. Come al solito ha trovato che camminare è un compito che è meglio delegare ad un genitore da cui farsi trasportare, ma in fondo ha fatto la sua parte di chilometri. E soprattutto ha dimostrato come prevedibile di essere entusiasta di Venezia, delle calli, delle fondamenta, dei rii, dei ponti, persino di molte chiese (specie Santa Maria Gloriosa dei Frari dove le candele costano solo 30 centesimi per cui era possibile metterne tante), per non parlare dei vaporetti. Peccato che il 7 dicembre ci sia stato lo sciopero e quindi la desolazione nel fermarsi ad ogni approdo e tutte le volte sentirsi spiegare (si fa per dire) che il vaporetto proprio non c'era. Una cosa splendida erano poi le passerelle dell'acqua alta, che per fortuna non c'era, e che in Piazza San Marco sono servite per correre a perdifiato per distanze incalcolabili.
Ci sono volute un po' di lattine di coca cola (la sua grande insana passione) e qualche Kinder cereali, ma ci ha permesso di vedere molto, inclusi i Carpaccio della Scuola di San Giorgio degli Schiavoni.
La sera, contento matto, saltava sul nostro letto nell'appartamento di Dorsoduro in cui facevamo base, alternando questa nobile attività con la visione di video su You Tube, in special modo la presentazione di Disney's A Christmas Carol in 3D, che per qualche strano motivo lo colpisce parecchio.
Alla fine devo dire che i giorni a Venezia, nonostante la fatica, sono stati davvero belli. E di queste sensazioni si ha bisogno come il pane per mantenere un sano equilibrio nella vita accanto ad un bambino autistico. Soprattutto però sono momenti di respiro indispensabili per tirare avanti in un mondo che spesso sembra volerci imporre di vedere It non come un bambino che può anche essere contento a modo suo, nello stesso modo in cui ha diritto di essere contento qualsiasi altro bambino, ma come la somma dei suoi tanti problemi. Accanto a lui invece si puo' stare bene e persino sentirsi in pace e soddisfatti della propria famiglia un po' bacata ma unita. E' stato importante poterlo ricordare in un periodo per tanti versi assai difficile, anche se è stato necessario arrivare all'altro capo del Nord Italia.
P.S.: Per la verita' Venezia ha rivelato un enorme difetto, cioe' una paurosa e inaccettabile penuria di sassini da gettare nell'acqua…

Tra poco le altre su 23
Ieri sera, la truce statua del Conte Verde — davanti a Palazzo di Citta' — sotto le luci d'artista (la foto e' fatta con il cellulare e fa abbastanza schifo, ma era una vista suggestiva):

Poco fiato per postare, in questo periodo — una montagna di lavoro, It si era perso i ritmi del sonno e abbiamo ripreso una routine decente solo da pochi giorni — stiamo recuperando.
Ieri siamo andati a prenderci l'aereo per Milano Malpensa partendo da Berlino Tegel. Le cose sono cominciate subito male, in quanto arrivando non era per niente chiaro dove avremmo dovuto riportare la macchina a noleggio, cosa che comunque abbiamo indovinato sulla base di quel che succede di solito. Non era per niente chiaro neanche come poi dal parcheggio avremmo dovuto raggiungere l'area delle partenze. Non era per niente chiaro neanche dove avremmo dovuto fare il check-in, anche perché il signore del banco informazioni che abbiamo tentato di consultare si è attaccato al telefono prima che potessimo fargli una domanda e ha continuato impertubabile la sua conversazione, molto probabilmente non di lavoro, nonostante gli sguardi interrogativi di tutti i viaggiatori bisognosi di aiuto e il casino di It, già nervoso. Ma il meglio è venuno una volta che abbiamo raggiunto i banchi del check-in destinati a tutti i voli Air Berlin in partenza, compreso il nostro per Malpensa (Air Berlin è una compagnia più o meno low cost, credo, che per quanto mi risulta ha il monopolio dei voli diretti Malpensa-Berlino, per noi la soluzione più comoda). Al check-in a prima vista abbiamo registrato solo la presenza di un gran caos di persone che era ben difficile capire se erano in fila, per cosa e con quale ordine. Alla fine abbiamo dedotto che c'era un'unica fila per tutti i banchi (molto meno di quelli previsti) che doveva scorrere entro, come spesso accade, corsie delimitate da nastri di modo che alla fine ciascuno si presentasse al primo banco libero, distribuendosi così tra tutti i fortunati passeggeri le ripercussioni di eventuali lungaggini nei vari banchi. Il tutto sarebbe stato ragionevole se non fosse stato per la eccessiva massa dei passeggeri presenti e se non fosse stato per la natura umana specie italiana, che porta ove possibile a passare avanti al prossimo. Gia' un po' disperati comunque ci siamo messi in fila cercando di trattenere It, finendo nel mezzo di un gruppo di ragazzi di una scolaresca di Milano (probabilmente ultimo anno delle superiori) di ritorno da una gita un po' fuori stagione per i miei canoni. I giovani meneghini dietro di noi hanno subito fatto in modo da passarci avanti per potersi riunire, e siccome non bastava cercare di insinuarsi approfittandosi del nostro carico di figlio e bagagli, hanno anche pensato bene di passare sotto le barriere o addirittura di aprirle allo scopo. Quando mi è sfuggito uno scandalizzato e esasperato "ma ragazzi!" mi hanno fatto presente che tanto erano un unico gruppo, come se il check-in lo facessero in una volta sola, mentre naturalmente passavano uno per volta come tutti gli altri. Non ho capito se i professori di accompagnamento erano indifferenti o se pure avevano proprio promosso il comportamento degli allievi.
Alla fine dopo un'ora buona di fila, con uno sforzo abbastanza disumano di tranquillizzare e controllare It e riuscendo a rintuzzare i tentativi di superamento di una coppia di due giovani tedesche (anche loro no!) siamo riusciti a fare il benedetto check-in. Siamo poi incorsi anche nei rigori dei controlli di sicurezza (It è stato attentamente controllato, caso mai non nascondesse una bomba), ma quanto meno siamo riusciti a avere la priorità per l'imbarco grazie al pargolo superando anche i giovini milanesi (cicca cicca). L'aereo è partito in ritardo di una buona mezz'ora, perché altrimenti avrebbe lasciato a terra una buona quantità di passeggeri bloccati ancora al check-in. Comunque grazie a questa combinazione di efficienza tedesca e educazione italiana, il volo è stato uno dei peggiori per It, ormai giunto al limite della sua resistenza. Sarà colpa nostra che insistiamo per viaggiare con un figlio autistico, ma la morale è che, se avete un figlio autistico da portare a giro o non volete coronare la vostra vacanza tedesca con un ritorno stressante, evitate Air Berlin, Tegel e le scolaresche milanesi. Se non potete, almeno siete avvertiti.
PS: credo che il tutto sia un assoluto scherzo rispetto ad Alitalia, ma questa è un'altra storia…

Per chi come noi trova meraviglioso One, Two, Three! di Billy Wilder, c'e' una irresistibile ironia nel fatto che lo sponsor dei grandi festeggiamenti per il ventennale della caduta del Muro, che si sono tenuti sabato alla Porta di Brandeburgo, fosse la Coca-Cola.
La Rat-Family e' a Berlino.
Ha visto da lontano la manifestazione di Roma (che bella), e sta cercando di risparmiarsi quella di qui.
Dopo aver assaggiato quelle di Arione, questo blog non riuscira' piu' a chiamare meringhe quelle di nessun altro.
(No, niente foto — le abbiamo spazzolate via troppo in fretta)
Ieri ci siamo fatti questa strada qui (quarantasette tornanti, di cui almeno la metà in sterrato, solo per la salita dal versante francese, 710 m di dislivello in 7,7 km — c'e' gente che la fa in bici e io mi sento morire alla sola idea):

(ero troppo impegnato a tenere la macchina sulla strada per fare foto mie, ma che meraviglia di posto…)
In cima:



La foto non e' gran che, ma del tutto involontariamente ho catturato un bell'esempio di Fata Morgana:

Al largo di Florø, metà agosto.
e vorremmo fortissimamente tornarcene qui:

Nei prossimi giorni probabilmente mettero' su qualche foto. Per ora solo un paio di noterelle.
1. In Italia non abbiamo idea. Una qualunque tavola calda di una stazione sciistica stronza sulle Alpi Norvegesi ha un'area giochi per bambini con vasche piene di Lego; si trovano alberghi con piscina, parco giochi, gummy park e ogni altro genere di attrattiva per i bambini. A un livello piu' elementare non c'e' un centro commerciale per scacio che sia che non abbia un fasciatoio e una feeding room. Insomma, viaggiare con bambini li' e' davvero possibile.
2. Appena atterrati a Malpensa, ancora abituati allo stile scandinavo, ci siamo trovati nella coda per prendere la navetta e siamo stati scavalcati da un po' di gente che — approfittando del fatto che avevamo It in braccio e tonnellate di bagagli — ci ha allegramente saltato e si e' infilata nel pullmino davanti a noi. Per non dire del caffe' all'autogrill, che ci e' stato soffiato sotto il naso da due avventori, che poi si sono lamentati perche' era lungo e non ristretto come lo volevano loro.
Poi uno ti chiede perche' non volevi tornare.
suscitare un po' di invidia:

(dalla terrazza di casa)
P. S. Wi-Fi saltuario e scarsino…
… che subito te la copiano.

Noi domani partiamo per questo posto qui — e oggi il Corrierone se ne esce con questo.
Non sappiamo se c'e' internet, quindi non e' detto che si scriva qualcosa nelle prossime settimane.
alla corsa dei topi andandosene in montagna. E invece perfino la meridiana di un paesino del Queyras ti ricorda che e' piu' tardi di quel che credi. Mannaggia.
(altre foto dell'ultimo weekend su 23)

Il Furka Pass, ieri pomeriggio, con un grado sottozero e una tormenta di neve.
Update: qui un po' di foto.
Spesso It in casa diventa inquieto — ma per fortuna si diverte ad andare in bici sul seggiolino dietro di me. Cosi' qualche giorno fa, per superare un suo momento di noia, siamo andati a farci un altro giro. Questa volta, sdegnando i quartieri nobili della citta', ci siamo concentrati sulle vie degli storici rioni operai di Cenisia e Borgo San Paolo, con le loro fabbriche abbandonate, con i blocchi di case popolari d'anteguerra — che rivelano col passare del tempo una bellezza dimessa e una dignita' che spesso non hanno costruzioni piu' moderne e "signorili" — per usare un termine da agenzia immobiliare. Non sono belle zone — e non sono mai diventate di moda, nonostante siano ormai praticamente in centro: ma c'e' un'anima — quella della citta'-fabbrica, dei quartieri costruiti intorno a un'azienda (qui soprattutto la Lancia), con gli stabilimenti al centro e le case operaie li' di fronte — e gli uffici e le case degli impiegati e dei dirigenti a un passo — e le scuole: tutto vicino — con distinzioni di classe evidenti, certo, ma anche con una commistione che sa di etica del lavoro e di responsabilita' comune. Robe che solo a Torino.
(uno esce di casa per intrattenere il figliolo e si ritrova a considerazioni tra l'urbanistica e la sociologia storica…)
P. S. su 23 l'itinerario georeferenziato e le foto in alta risoluzione.
(e l'uno dov'e'? nei post non ancora pubblicati, semipronto da settimane — ma tant'e'…)
Stasera It ha voluto uscire dopo cena, a tutti i costi. Cosi' abbiamo preso la bicicletta e ci siamo fatti un lungo giro in centro. Qui qualche foto di Piazza Vittorio, Via Po, Piazza Castello e Via Palazzo di Città:

It l'ha presa cosi'

nonostante la pioggia che ci ha sorpresi sulla via del ritorno.
Oggi a New York apre la prima sezione del parco della High Line.
Qui c'e' il sito, qui il blog — e qui il photogroup su Flickr. Meritano un giro.
Pausa in una mattinata di lavoro.
In poco piu' di un mese il panorama e' cambiato da cosi' a cosi':


ma il primo maggio la strada del Colle di Sampeyre era ancora cosi':


Ieri sera, sull'autostrada tra Voghera e Tortona. Perfino le trasfertacce di lavoro possono avere qualcosa di buono.
Da qualche giorno il mio ufficio e' stato spostato nell'estrema periferia postindustriale di Torino, dietro a quel che resta delle grandi fabbriche di Mirafiori. Ma dalla finestra c'e' questo:


Le risaie allagate tra Livorno Ferraris e Lucedio, ieri pomeriggio (per la gioia di It che dove c'e' acqua si entusiasma sempre):

La buona notizia e' che quasi certamente D-o esiste.
Quella migliore e' che senza alcun dubbio e' Lui che cucina le melanzane al pomodoro da Hamdi a Eminönü.
La Rat-Family al gran completo, figlia grande e It compresi, domattina presto parte per una settimana di vacanza.
(Chissa', magari, forse, l'anno prossimo a Gerusalemme)
Oggi, nelle campagne tra Farigliano e Murazzano, approfittando della copiosa neve, c'era gente che faceva sci di fondo in mezzo alle vigne e ai campi seminati a grano. Uno pensa alla catena di montaggio sciistica di Sansicario — e poi vede questa cosa — e la trova quasi commovente:

Stamani, verso mezzogiorno, il massiccio del Monviso dalle campagne del Pinerolese:
(Lo so, questo blog sta diventando un repository di foto delle Alpi piemontesi — e neppure di foto tanto belle. Ma queste montagne sono per me il paesaggio dell'anima — in assoluto — e d'altronde a guardarsi intorno non ci sono molte cose di cui abbia senso parlare)
Oggi pomeriggio, dal Col del Lys, guardando verso Sud:
Domenica mattina, Piazza Carignano, "radiosa giornata piemontese". La Rat-Family e' a far due passi in centro, facendo finta che non stia per piovere. Ci siamo imbattuti in questi tre ragazzi, che suonano (bene) cover dei Beatles e che ci hanno fatto passare una mezzoretta deliziosa — tra l'altro avendo il coraggio di intonare "Here Comes the Sun" mentre cadevano le prime gocce di pioggia:

Loro si chiamano The Beatwins e questo blog e' cosi' contento di averli incontrati che un po' di pubblicita' gliela fa volentieri:


Stiamo prendendo possesso della nostra nuova citta'.
da una settimana, ma la testa e' ancora lassu':

Il faro dell'Ile de Sein visto dalla Pointe du Van, tardo pomeriggio
![]()
Per le prossime due settimane la Rat-family al completo, con tanto di figlia grande, guardera' (poco) il mondo da qui, senza giornali italiani e senza internet, che non e' la parte minore dell'essere in vacanza.
Periodo davvero troppo faticoso per scrivere sul blog. Ora stacchiamo i fili per qualche giorno (si, partiamo *di nuovo*: e' che star fermi qui proprio non ci va giu') — poi spero che avremo di nuovo fiato.

In Portogallo, come faceva notare Gianni, il 25 aprile e' la Festa della Liberazione dalla dittatura, come da noi. E li' lo festeggiano tutti — dal capo del governo a quello dell'opposizione, dai bambini delle scuole alle bande di paese. E' una ricorrenza molto molto istituzionale, probabilmente perfino un po' noiosa, in cui ci si felicita della liberta' riconquistata. E a nessuno viene in mente che sia una buona giornata per parlare della riabilitazione di Salazar e di Caetano.
Ecco, io avevo sperato di tornare in Italia e di scoprire che anche da noi quest'anno il 25 aprile era andato cosi' — che Berlusconi si era presentato alle manifestazioni istituzionali a Roma e che nessuno lo aveva fischiato — e che d'altra parte lui aveva fatto dichiarazioni alla stampa che celebravano l'importanza della ricorrenza e il suo senso inequivoco di vittoria del popolo italiano sulla dittatura fascista — che a nessuno era venuto in mente di dire che in fondo anche i repubblichini avevano combattuto per la patria — che il sindaco di Milano aveva cantato "Bella Ciao" sul palco della manifestazione in piazza Duomo in un momento di commozione — che Beppe Grillo aveva sospeso il V-day di Torino invitando tutti i suoi a celebrare la Liberazione.
Scopro che non e' andata cosi'. E mi dispiace ancora di piu' di essere tornato.
P. S. Del nostro giro in Portogallo vi raccontiamo appena si riesce a disfare i bagagli e a sistemare le foto.
Siamo espatriati in Portogallo. (Forse) torniamo.
… e' la tromba che gli ha fatto venire mal di testa?
(mi e' presa un'insana passione per le statue barocche: non quelle dei grandi scultori, ma quelle dei decoratori e dei marmisti, quelle destinate a fare scenografia sulle facciate delle chiese o sui pulpiti: sono dei soggetti fotografici spettacolari — e piu' sono retoriche meglio e'. Queste due vengono dalla facciata del Duomo di Cremona, dove siamo stati sabato scorso)

(Stamattina, andando al lavoro. La versione ad alta risoluzione su 23 — 8 Mb!)
Siamo appena rientrati a casa e abbiamo trovato, finalmente, la neve, che mancava da quasi due anni:
(Clic sulle foto per vedere tutta la serie in formato grande — su 23)
Venerdi' mattina:

Stamani:


e in un sacco di altri posti — e il piccolo anfibio sguazza beato (il problema e' *toglierlo* dall'acqua).
Per fortuna al mondo c'e' anche altro. Questo l'ho visto stasera tra le vigne sopra casa, tornando dall'ufficio.

Io pero' — con lui — non ho fatto pace.
Della Sinagoga di Alessandria, chiusa da anni, avevo parlato qui. Domenica prossima — *eccezionalmente* — sara' possibile visitarla. Tutte le informazioni si trovano qui.
Errata corrige importante: mi scuso per l'imprecisione, ma ho scoperto che la Sinagoga di Alessandria sara' visitabile tutte le domeniche fino all'8 luglio, previa prenotazione.
Per chi vuole, tra poco le foto, come al solito su 23.

Scattata col telefonino (e quindi la qualita' e' quella che e') in Terrazza Mascagni a Livorno, a novembre scorso — e ritrovata oggi levando un po' di casino dalla scheda troppo piena.
Ieri siamo andati a fare un giro in Val Maira, in particolare in quel posto meraviglioso che e' Elva. Sulla via del ritorno Waldorf, che ha un occhio tutto particolare per scovare bei posti nelle cose scritte in piccolo delle guide turistiche, mi ha dirottato a San Costanzo al Monte, a un passo da Dronero. E' uno tra i piu' singolari monumenti romanici del Piemonte, costituito di due chiese sovrapposte, di cui la superiore a tre navate con cupola ottagonale su pennacchi. La parte absidale, altissima e molto simile a quella della Sacra di San Michele, e' coronata da false gallerie. Ricco anche il corredo di sculture, tanto all'esterno che all'interno. Qualche rimaneggiamento posteriore, soprattutto negli edifici circostanti e nella facciata (barocca), non cancella lo splendore del complesso. Le mie foto non sono gran che, ma forse danno un'idea della meraviglia di cui stiamo parlando (formati piu' grandi e altre immagini su 23, cliccando sulle miniature):
Eppure questa chiesa non la trovate negli itinerari turistici. Perche'? perche' e' in completo abbandono — e in condizioni pietose. Un minaccioso cartello su un ingresso vieta l'accesso e segnala pericoli di crollo: ma il portone della chiesa e' sfondato e si apre alla minima pressione; nell'area "vietata" dal cartello si entra dal retro, senza incontrare alcuna recinzione o ostacolo. Il monumento e' nello stesso tempo invisitabile — se non a rischio e pericolo di chi entra — e completamente esposto a vandalismi, intemperie — e peggio ancora.
Eppure — facendo qualche rapida ricerca su Google — ho scoperto che gia' nel 1998 una legge (la n. 61/1998, art. 23 comma 6-bis) stanziava un miliardo e ottocento milioni di lire a favore della Provincia di Cuneo "per l'intervento a tutela delle condizioni statiche del complesso monumentale di San Costanzo al Monte". E in effetti un robusto intervento di restauro e' stato intrapreso: lo rivelano la copertura del tetto, in buone condizioni, il paramento in pietra della parte absidale, che e' stato evidentemente consolidato e ripulito — e soprattutto le travature e i tiranti d'acciaio che armano tutto l'interno della chiesa e che ne garantiscono una sia pur non troppo rassicurante stabilita'. Ho anche trovato l'annuncio, nel novembre 2004, di un appalto della Provincia di Cuneo per il "terzo lotto dei lavori di restauro e consolidamento statico degli edifici esterni del complesso abbaziale di San Costanzo al Monte nel comune di Villar San Costanzo, in Valle Maira". Tra 2004 e 2005 il Club Unesco di Cuneo ha ottenuto un contributo di 4.500 euro dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo per produrre un DVD multimediale sul monumento; di questo lavoro e' stata fatta una presentazione a febbraio 2005 presso il Comune di Villar San Costanzo alla presenza dell'Assessore provinciale al Turismo, Angelo Rosso. Sul blog di Artemista, infine, trovo l'annuncio che venerdi' 16 giugno 2006 "viene riaperta al pubblico la chiesa romanica di San Costanzo al Monte, uno dei capolavori del medioevo piemontese da anni oggetto di un accurato restauro. Appuntamento alle ore 18.00 per l’apertura ufficiale".
Che cosa e' successo nel frattempo? Come e' possibile che in meno di dieci mesi si sia passati dalla riapertura al pubblico all'attuale pauroso stato di sfacelo, con tanto di minaccia di crolli? Come e' successo che le pubbliche amministrazioni interessate, che hanno ricevuto e stanziato denaro pubblico per la conservazione dell'edificio, se ne siano disinteressate al punto di non provvedere nemmeno a un lucchetto e a una catena per impedire l'accesso a un cantiere pericoloso? Che cosa ci siamo persi? Quali informazioni non abbiamo trovato?
Se qualcuno ne sa qualcosa piu' di me, lo prego di raccontarcelo. Se poi si puo' fare qualcosa per impedire lo sfascio di questo gioiello — io sono a disposizione, per quel che conta.


L'altro ieri, nelle campagne tra Fubine e Cuccaro. Altre foto su 23.
Anche senza il Sacro Monte, che e' davvero spettacolare, Varallo merita almeno un giro non distratto. Ci sono scorci interessanti, una curiosa chiesa parrocchiale (sconsolatamente chiusa perfino di domenica pomeriggio), tanti segni della prosperita' arrivata tra Otto e Novecento con le manifatture laniere (e sparita in fretta con la crisi del tessile) e … un singolare sindaco, che conclude con un "Ciao!" pseudomanoscritto gli avvisi alla cittadinanza (foto 1) e all'ingresso della zona pedonale fa piazzare la foto del suo vigile urbano preferito, impettito sull'attenti e con tanto di paletta (foto 2).

Ma soprattutto l'ineffabile sindaco, non so se in un empito di spirito di servizio o se afflitto da solitudine acuta, ha affisso questo all'ingresso della sua citta':

E allora telefoniamogli, ventiquattrore su ventiquattro — chiamiamolo prima di andare a dormire — quando ci svegliamo nella notte per fare pipi' — all'ora della pennichella — all'ora di pranzo e di cena — perche' se la merita un po' di compagnia.
In questi giorni giro parecchio — per lavoro — tra i paesi della provincia profonda piemontese. Una nebbia da tagliare a fette, stradine che si perde anche il GPS, segnale del cellulare ad essere gentili aleatorio. Ma io non riesco a diventare indifferente alla bellezza di certi paesaggi — proprio in mezzo alla nebbia e grazie al GPS che mi ha sperso — e fortunatamente con il cellulare muto per cinque minuti.

La notizia di oggi, secondo cui Coney Island e' destinata a trasformarsi in una mega-attrazione modello Las Vegas, mi ha fatto un sacco di tristezza. A me Coney Island e' piaciuta alla follia proprio come e' oggi, con la passeggiata con gli assi di legno, il Cyclone non troppo tirato a lucido, le giostre con l'aria vecchiotta e scalcinata, il mix di ebrei ortodossi e di nuovi immigrati russi che chiacchierano per strada — e ovviamente Nathan's — e la metro con l'aria di treno di periferia — e la spiaggia da povera gente e i casermoni di edilizia popolare. Lo so — nostalgie da turista cinefilo, che non hanno senso. Ma tant'e' — ne sentiro' la mancanza — e sono contento di esserci stato prima che sparisse.




Prestissimo una galleria di immagini su 23.
Avrei dovuto parlarne prima — in tempo per segnalare la presentazione (che e' stata ieri a Dogliani) di un nuovo libro su Giovanni Battista Schellino, architetto eclettico attivo in Langa sul finire del secolo scorso.
Il fatto e' che — nella nostra galleria di piemontesi matti per il mattone — Schellino merita certamente un posto d'onore. Dotato di una immaginazione visionaria e incontrollata, un po' come quella di Gaudì ma senza cultura (era un autodidatta), Schellino ha rielaborato in maniera a suo modo geniale quel che la tradizione architettonica locale aveva prodotto nei secoli. Le sue numerose realizzazioni sono una esagerata rivisitazione a volte del gotico, altre del barocco, altre ancora del neoclassico — un neo-neoclassico? –, quando non sono la stratificazione congestionata di tutte queste suggestioni insieme. Dogliani, suo paese natale, è costellato dai segni monumentali del suo passaggio. La chiesa parrocchiale, immenso cubo neoclassico e neobarocco nella citta' bassa:
L'Ospedale e il Castello, in cui si scatena il delirio dei pieni e dei vuoti, dei comignoli e dei frontoni che e' forse l'aspetto piu' originale della sua opera:
La torre civica, che riecheggia i campanili gotici in cotto di tante chiese della zona:
Ma soprattutto l'ingresso monumentale del cimitero, una selva di pinnacoli che finisce per essere l'involontaria parodia del suo modello, l'abbazia di Sant'Antonio di Ranverso:
Sarebbe facile liquidare tutto questo come semplice cattivo gusto. Lo e' certamente — ma proprio nel suo eccesso finisce per rivelare, lo ripeto, una qualche distorta genialita' — e la quadrata follia di questa regione.
* Chi e' la madre di tutte le imponenti emergenze? Ve lo riveleremo in una prossima puntata…

Certamente molti, tra cui Elena e Marco, la sanno assai assai piu' lunga di me in argomento, ma non posso fare a meno di esprimere quanto mi abbia colpito dell'Olanda il modo in cui i suoi abitanti (credo non solo olandesi purosangue) usano la bicicletta, vera regina delle strade nei Paesi Bassi. In genere alla bicicletta e al suo uso intensivo vengono associate immagini di un mondo piu' gentile, con meno stress e inquinamento, un'arcadia urbana che in Italia si materializza nella retorica delle domeniche senza macchina promosse dalla varie amministrazioni comunali quando i livelli delle polveri diventano drammatici. In Olanda ho scoperto che la faccenda può assumere aspetti assai diversi.
Nelle citta' piu' piccole cha abbiamo girato ogni tanto capitava di rischiare di essere investiti da ciclisti scampanellanti, ma ho pensato che fosse solo colpa della nostra distrazione e scarsa abitudine a fare attenzione alle biciclette, che tra l'altro, a parte appunto il campanello, sono mezzi che tiarrivano silenziosamente addosso. Ma ad Amsterdam, specie camminando sui canali, ho realizzato che non era una coincidenza: il ciclista olandese (ripeto forse non necessariamente nato in Olanda, ma certo addestrato da almeno un po' di pratica) medio non prende minimamente in considerazione l'idea di scartare un ostacolo umano, ma mira sostanzialmente ad abbattere bersagli per poi fare le tacche sulla canna della bicicletta. Il suo obiettivo piu' comune e' sicuramente il pedone, specie se viene beccato sulla pista ciclabile dove il malcapitato si e' rifugiato in assenza di marciapiede (mi sa che in Olanda preferiscono in caso di scarsita' di spazio fare la ciclabile piuttosto che il marciapiede). Allora il ciclista olandese, come si spiega nello spassoso Undutchables (sorta di manuale umoristico sull'olandesita' per residenti stranieri), mira al suo bersaglio, gli si avvicina alla massima velocita' e suona il campanello, al che il poveretto cerca di buttarsi in qualche direzione che è comunque sbagliata, perche' sicuramente il mostro a due ruote si dirigera' verso quella stessa direzione, per costringerlo quanto meno a un salto disperato.
Ancora piu' ingenuamente ho pensato che avrebbe risolto il problema noleggiare una bicicletta e entrare a far parte della schiera dei piu' forti. Peggio che mai. Perche' se il ciclista olandese e' affamato di pedoni, e' ancora piu' atttratto dai ciclisti stranieri e spaesati, che vanno piano perché non sanno bene la direzione, per guardare il paesaggio o perche' semplicemente non hanno motivo di correre. Allora il ciclista olandese da' il suo meglio, come sa il povero Angelo che, dopo essersi fermato per fare spazio ad una ragazza che veniva da dietro e che gli aveva scampanellato con grande energia, ha rischiato di venire completamente travolto dal tentativo di lei di superarlo sulla destra. Al che la fanciulla non ha trovato niente di meglio da dire che "Jesus, dont'you stop!". Suppongo che a suo avviso l'intruso dovesse magicamente sparire.
Insomma sono arrivata alla conclusione che tutti devono trovare uno sfogo nella vita. Cosi' il popolo piu' tollerante del mondo, quello che ha dato i natali a Grozio, Erasmo, Spinoza e tanti altri profeti di apertura mentale, esaurita da secoli la fase del colonialismo selvaggio, abbia trovato uno sbocco ai sentimenti negativi sulle biciclette. Quelle olandesi, naturalmente, con il freno a pedale la cui scarsa utilita' dimostra l'uso che il batavo intende fare della bicicletta.
P. S. Le biciclette c'erano anche ad Anversa, Belgio, a pochi chilometri dall'Olanda, e le abbiamo usate anche lì, e posso assicurare che funzionava diversamente. Li' bastava sopravvivere alle rotaie dei tram, che a volte puo' essere uno scherzo mica da poco…
i colori in Val Sangone erano bellissimi. Anche se le foto fatte col telefonino non sono all'altezza:

(E si', lo shopping di sabato alle Gru e' l'inferno. Mai piu')

Nel paese dei Bogia-Nen sta arrivando per davvero l'autunno.






Sui muri di Amsterdam (more to come…).

E' una saggia massima, ma qualcuno sa dirmi che cosa ci fa a caratteri cubitali su una facciata pomposa e magniloquente a due passi dal Rijksmuseum di Amsterdam?

Dalla torre della Nieuwe Kerk, a Delft.

Il fanale del porto di Hoorn.
(Amsterdam da domani, per ora ancora postacci, come dice Marco).

Oggi, al largo di Scheveningen.

I ratti sono in viaggio. Il porto di Rotterdam e' uno spettacolo impressionante: queste sono le dune che lo separano dal mare aperto.

Siamo qui.
Per altro, mi scuso del ritardo con cui pubblico i commenti di questi giorni — ma internet e' difficile da raggiungere e cara assatanata — confermo blogging nullo o sporadico.
Digiuno totale di notizie da quando siamo partiti — quindi non ho idea se fuori da questa valle c'e' ancora un mondo. Ne avevo bisogno.
L'unica informazione arrivata fin qui e' che in Italia hanno stabilito che — fatti fuori Moggi e Giraudo e mandata in B la Juve — il calcio e' sano e pulito come un neonato appena uscito dal bagnetto. Buon divertimento.
La Rat-family da stamattina si trasferisce qui:

Blogging sporadico o nullo per i prossimi quindici giorni.

Un paio di giorni fa, sulla strada per il lavoro. E dire che a me i girasoli non piacciono.

Qualche giorno fa, andando al lavoro, un biancospino fiorito in mezzo alla nebbia.
Oggi pomeriggio dalle colline tra Belbo e Tinella.
L'originale e' piuttosto pesante (fiori e filari mettono in crisi l'algoritmo di compressione jpeg): quindi le dimensioni da francobollo e la risoluzione da schifo. Clic sulla foto per vederla come si deve.

Qualche giorno fa dalle colline sulla strada di casa, mentre tutta la pianura padana era affogata in una nebbia densa come il vinavil.
Periodo faticoso, niente tempo per scrivere post decenti… (nemmeno indecenti, mi sa)
Dopo uno degli inverni piu' asciutti di cui abbia memoria, quaranta ore di neve ininterrotta hanno praticamente obliterato queste campagne.
Altre foto della nevicata qui.
Scattate oggi, tornando dal lavoro. Zoom digitale al massimo attraverso il vetro sporco della macchina, point-and-shoot senza nemmeno il tempo di controllare l'inquadratura: il risultato e' quel che e'. Pero' i colori erano proprio questi.
Per la mia parte, questo sta diventando praticamente un photoblog. Il fatto e' che piu' passa il tempo piu' mi accorgo che guardare mi piace piu' di parlare.
Uscendo dal lavoro, qualche giorno fa, ho deciso che le montagne erano troppo belle per non andare un po' a guardarmele.
L'inquadratura e' da Stupinigi, subito dietro la palazzina di caccia.

Venerdi' sera, tornando a casa (scattata piu' o meno alla cieca, quindi perdonate se l'inquadratura e' quel che e').
Su 23 altre foto della nevicata.

Quelli che vedete qui sopra sono biglietti di ingresso nelle chiese di Venezia e di Verona, che abbiamo dovuto acquistare nel fine settimana per mettere il naso in quei monumenti. La cosa mi ha profondamente contrariato.
Pur non essendo cattolico, sono convinto che i luoghi di preghiera debbano essere aperti e disponibili, sempre e liberamente, per chiunque. Una chiesa non e' un museo, nemmeno per un turista: e' luogo destinato a parlarci di D-o — e a facilitare il nostro discorso con D-o — e mi pare aberrante dover pagare per entrarci dentro.
Mi rendo conto che il patrimonio artistico delle chiese e' delicato e costoso da mantenere. Tuttavia faccio sommessamente notare che la Chiesa cattolica riceve gia' l'otto per mille — e anche una parte significativa dell'otto per mille destinato allo stato viene specificamente impiegato per il restauro e la manutenzione del patrimonio artistico delle chiese italiane. E poi c'e' l'esenzione dall'ICI per gli edifici di culto (a parte quella recente e indecente sulle altre proprieta' immobiliari ecclesiastiche). Insomma, una bella quantita' di denaro: possibile che non si riesca proprio a fare a meno del pedaggio per entrare in chiesa?
Il Ratto domani va a parlare di open content agli studenti di una scuola di Mestre — e poi ne approfitta per stare due giorni a Venezia. A lunedi' — magari con qualche foto.

Oggi, a poche ore di distanza, a Pallanza (Verbania) e a Santa Caterina del Sasso, sul Lago Maggiore.
A rigore, la seconda foto non e' scattata nel paese dei Bogia-Nen: ma quella inquadrata e' la sponda piemontese.
Il ratto e' afasico, di questi tempi — perche' sperava di rallentare un po' la sua corsa e invece se possibile le cose sono molto piu' frenetiche di prima. Per essere bogia-nen, questi bogia-nen corrono da matti e fanno correre mica poco.
Resta al massimo il fiato per guardarsi intorno e per fare qualche fotografia — tra i cantieri delle Olimpiadi, la bruttezza composta dei quartieri "semicentrali" di Torino e le maliconiche rovine del Filadelfia.

(more to come…)
Quel che resta di una cascina nella Baraggia vercellese.

La Petite Gargouille (rue de Mercerie) a Briançon, sabato notte.

la Rat-family vede questa roba qui. Ma l'internet point e' caro assatanato e la tastiera azerty e' una tortura, quindi ci rivediamo al ritorno.
L'Italia e' mooooolto lontana – e fortunatamente anche il resto del mondo.
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Di Roosevelt Island ci siamo proprio innamorati. Perche' e' splendido arrivarci con la teleferica [1, 2] (il Tramway, dicono gli indigeni) che attraversa l'East River [3] passando a pochi metri dal Queensboro Bridge [4]; perche' il suddetto Queensboro Bridge, che la scavalca senza servirla, e' il ponte piu' fascinoso della citta' [5, 6, 7]; perche' e' bella e un po' straniante l'idea che a tre minuti da Manhattan ci sia un'isola praticamente senza traffico in cui vivono novemila persone in un clima da cittadina suburbana, con tanto di giornaletto/sito web locale e di societa' storica; perche' le viste su Midtown sono di quelle che sara' pure banale, ma non te le dimentichi piu' [8, 9, 10]; perche' arrivi alla punta meridionale dell'isola e ti trovi in un'area verde abbandonata, in cui sorge il vecchio e derelitto Smallpox Hospital, testimonianza di quando l'isola si chiamava Welfare Island e ospitava malati, matti, carcerati e altri rifiuti della societa'; perche' il contrasto tra il lato ovest che guarda su Midtown e quello est affacciato sui panorami industriali del Queens [11, 12, 13] e' elettrizzante; perche' il Roosevelt Bridge e' di un rosa assolutamente incongruo [14]; perche' c'e' un faro all'estremo nord dell'isola [15, 16]; perche' al calare della notte le luci di Manhattan non sono descrivibili [17, 18]; perche' (proseguire ad libitum)
Qui le nostre foto (more to come); il sito della RIOC, la societa' pubblica che amministra l'isola; qui un altro photostream.
P. S. Da domani la Rat-family e' in vacanza senza internet. Ci vediamo se in mezzo alle montagne della Savoia c'e' un internet café.

Un particolare del Queensboro Bridge, NY.
More to come…

Chelsea Market (75 9th Ave.) e' una vecchia fabbrica di biscotti* attraversata dalla High-Line; dismessa gia' prima della guerra mondiale, e' rimasta abbandonata per decenni e soltanto recentemente trasformata in un centro commerciale e in spazi per uffici, mantenendo una vocazione essenzialmente alimentare.
Noi ci siamo arrivati fuggendo da un improvviso quanto violento temporale [1] — e non abbiamo fatto in tempo a studiarci adeguatamente l'esterno (la foto di apertura quindi non e' nostra). L'interno pero' [2-7] e' stato una delle piu' piacevoli sorprese architettoniche di NY: gli spazi della fabbrica sono stati lasciati piu' o meno intatti, senza alterare troppo nemmeno l'aspetto delabré; una galleria serpeggiante e' stata ricavata nel pianterreno dividendo i negozi e i laboratori dal passaggio pedonale con delle vetrate a vista.
I negozi meritano un giro: ci sono alcune belle panetterie/pasticcerie, tra cui Eleni's, che sforna torte-Barbie e altre folli meraviglie [8], un fiorista con le insegne al neon che sembrano uscite dalle foto di cinquant'anni fa [9], un macellaio con i quarti di carne appesi in vetrina [10], e soprattutto la Chelsea Wine Vault, una fornitissima enoteca che dimostra che si puo' bere buon vino (europeo o californiano) a New York senza svenarsi.
Quando siamo arrivati noi, pero', quasi tutte le botteghe erano gia' chiuse (NY sara' anche la city that doesn't sleep, ma quel che e' certo e' che chiude presto e apre tardino…) e c'era un'aria un po' surreale: la galleria era quasi deserta, a parte una ragazza appollaiata su una panchina con il suo laptop (ovviamente area Wi-Fi pubblica!), apparentemente incurante di qualunque cosa le accadesse intorno [11]; dall'entrata sulla 10 Avenue, invece, arrivavano incongruamente le note di un tango: c'era una specie di festicciola e la gente ballava al suono di un registratorino appoggiato in un angolo, con in sottofondo lo scroscio della pioggia [12-13].
In attesa che spiovesse, ci siamo decisi a cenare in un localino microscopico dal look alternativo[14], che si chiama The Green Table; e' il front store di una societa' di catering biologico, cosa che personalmente mi lasciava alquanto sospettoso. Invece la cena e' stata piacevolissima: abbiamo atteso sbocconcellando dei curiosi pop-corn all'arancia e zenzero [15], poi un notevole pot pie di pollo e un'insalata di salmone e mele marinata con acero e altri aromi [16]. Nel complesso una delle migliori esperienze alimentari del nostro viaggio.
A farla corta, Chelsea Market e' una delle cose piu' interessanti che abbiamo visto, un esempio di come si possa trasformare un pezzo di wasteland industriale in uno spazio vivibile e perfino allegro. Una cosa dello stesso genere l'avevamo vista un paio di anni fa a Nantes, dove il vecchio biscottificio LU e' stato trasformato in uno spazio espositivo/culturale/di intrattenimento, anche in questo caso lasciando praticamente inalterate le strutture e il look industriale.
C'e' da chiedersi perche' in Italia non sappiamo fare niente di simile — e la nostra archeologia industriale finisce in rovina oppure viene brutalmente snaturata — o data oscuramente alle fiamme come nel caso del bellissimo Molino Stucky di Venezia.
* La Nabisco produceva qui i famosi Oreo cookies.
Tutte le foto del nostro giro al Chelsea Market si trovano qui.

Nonostante la paranoia dei controlli e dei cartelli minacciosi sulla metropolitana, una delle sensazioni piu' peculiari girando a NY in questo nostro breve viaggio e' stata quella di essere *assolutamente* al sicuro, anche in neighborhoods in cui eravamo gli unici turisti, gli unici stranieri, gli unici caucasici, gli unici con macchine fotografiche ben in vista e con l'aria spersa — cioe' i bersagli ideali. Anche nel Barrio, anche nelle parti non ripulite del Lower East Side, anche fuori da Manhattan. Aggiungo: avremo incontrato si' e no cinque homeless in otto giorni e non mi pare di aver visto una siringa in terra.
Dato che dubito che NY sia una citta' in cui il disagio, la microcriminalita' e la poverta' siano sparite, mi sono chiesto a lungo che cosa abbia fatto Bloomberg per nasconderle tanto bene. Poi leggo questa notizia e mi viene qualche sospetto.



A quanto pare, ci siamo persi per pochissimo il settancinquesimo compleanno del Chrysler Building, indiscutibilmente il piu' bello dei grattacieli di NY.
Tra poco le foto su Flickr.

E' una catena di negozi di abbigliamento molto street-wear che cito solo per affinita' rattesca. Se non ci fosse il copyright il bastardo topaccio giallo sostituirebbe subito il pettinato ratto bianco come logo di questo blog.

Per gli appassionati di architettura e per i professionisti non e' sicuramente una novita' — ma per noi e' stata una delle scoperte folgoranti di New York. La High Line e' una vecchia linea ferroviaria sopraelevata che corre tra il Meat Packing District e West Chelsea; costruita negli anni '30 per trasportare merci in un'area allora esclusivamente industriale e portuale, e' stata abbandonata tra gli anni '60 e gli '80, quando le fabbriche lasciarono il West Side. Da allora e' stata in parte abbattuta e per il resto lasciata al degrado. La vegetazione ha preso il sopravvento e una specie di spettinata, struggente prateria urbana copre i binari. Purtroppo questa meraviglia del degrado industriale non e' accessibile e ci si deve accontentare delle foto di Bluejake e dell'associazione Friends of the High Line (da cui traggo quelle qui pubblicate).
Oggi si parla di trasformare la High Line in un parco sopraelevato, una specie di passeggiata verde che attraversa un quartiere ormai in piena rivalutazione. Al MoMA c'e' una mostra sul progetto che forse sara' realizzato a partire dalla fine di quest'anno. Alcuni siti dedicati a NY ne parlano. L'idea ci e' piaciuta tantissimo: una vecchia struttura del trasporto industriale riconquistata dalla natura e resa fruibile come spazio verde, alterandone le caratteristiche il meno possibile. Il rischio e' che — diventando trendy — sia la High Line che Meat Packing District piu' in generale diventino pero' troppo ripuliti — e finiscano per perdere il loro fascino.
Paradossalmente, i paesaggi dell'urban decay newyorkese, con la loro malinconica, aspra bellezza, sono di una fragilita' assoluta — destinati alla cancellazione se non si interviene, o alla falsificazione se si fa qualcosa.
P. S. Ho trovato due post interessanti di blogger che raccontano come si riesce ad salire (illegalmente, ma a quanto pare senza troppi problemi) sulla High Line.

In un ristorante tra Broome e Mulberry St. Proprio come volevo.
Per ora non parlo di politica: sono stato otto giorni senza notizie e da quel che ho intuito mi sono preservato il fegato. Quando avro' capito qualcosa delle ultime vicende provero' anche a dire la mia.
da Coney Island, New York, New York.

Le Levanne e la Levannetta da Forno, nella Valgrande di Lanzo. Una domenica di respiro in un periodo davvero complicato.
Ieri pomeriggio a Marina di Alberese, nella nebbia.


Le foto sono fatte con il telefonino, quindi purtroppo la qualita' e' quella che e'.

Ieri, giornata grigia di inizio primavera. Qualche pausa per gli occhi in una trasferta di lavoro.


Perche' a volte perfino Via di Novoli puo' avere qualcosa in comune con Penny Lane.
Ci sono anche io, adesso, in questa bella iniziativa di Matteo.

Dalle finestre del mio ufficio, a Firenze, dieci minuti fa.

Il resto e' su Flickr.


Stamattina, in Valdarno, veniva giu' cosi'.


Nel Basso Monferrato, qualche giorno fa.


Qualche giorno fa, in giro per le colline del Chianti (le altre foto sono su Flickr).



Poca neve dopo una notte di vento, che ha impigliato un vecchio giornale su un ramo di leccio.
Il resto e' su Flickr.
Le campagne di Montauto, dalle parti di Anghiari, la sera prima della nascita di It.
Gli sfondi del desktop con il calendario di The Rat Race sono scaricabili da qui.
Approfittando del bellissimo servizio di publishing-on-demand di Lulu, mi sono fatto il calendario di The Rat Race. E' in vendita a $ 11.45 piu' spese di spedizione (da $ 4.92 a copia). Io non ci guadagno un centesimo, la licenza e' Creative Commons by-nc-sa 2.0, qui trovate il preview in PDF (9 Mb!): insomma e' solo per divertimento; pero' "accattetevello"! Sono dodici mesi di puro Piemonte, foto scattate nei nostri weekend in giro. Qualcuna l'avete gia' vista da queste parti, per lo piu' sono inedite.
Nei prossimi giorni le versioni (ovviamente scaricabili e gratuite) desktop in risoluzioni 1024×768 ed 800×600. Ovviamente su queste pagine ;-). Stay tuned.

Avrei un po' di cose serie da scrivere, soprattutto su Israele (l'Italia mi pare irrimediabilmente poco seria) — ma in questi giorni sono davvero troppo stanco. Questi pescatori sulla riva dell'Arno in un tardo pomeriggio di maggio sono una specie di (auto)invito a fare pausa.

Un vecchio trattore Fiat nelle vigne dalle parti di Nizza Monferrato, sul finire dell'estate scorsa.
… sto mettendo a posto qualche vecchia foto, per un'idea che vi raccontero' tra qualche giorno. Questo e' il lago di Mergozzo a febbraio:

Non sto trovando il tempo per scriverci un post decente, ma ho un paio di buone trattorie piemontesi da segnalare, una a Fossano e l'altra a Montechiaro d'Asti. Prima o poi ce la faccio. Intanto metto qui un po' di foto di bei posti in Piemonte, visti nelle scorse settimane:

Vigne nell'Ovadese, alla fine di ottobre (la risoluzione lascia a desiderare, ma sono jpg con troppi dettagli perche' si possano comprimere bene).

Le colline del Monferrato e la pieve dei santi Celso e Nazario presso Montechiaro d'Asti.

Il santuario di San Magno in Val Grana, domenica scorsa.
Per noi non e' quella di oggi, ma quella di due mesi fa:



La vacanza sta andando benissimo. Oggi, grazie a un albergo un po' piu' attrezzato, ho potuto connettermi a internet. Vedo che le cose italiane vanno malissimo, mi viene voglia di restare sconnesso e lontano il piu' possibile. Onestamente — mi dispiace per voi — qui il mondo sembra tutta un'altra cosa. Qui dove? ve lo racconto al ritorno.
Ieri sera, a goderci il tramonto tra Roccaverano e Olmo Gentile, in Alta Langa (in lontananza il Monviso, sbiadito nella foschia ma oggi senza una nuvola…):

I campi di stoppie:


A cena alla "Madonna della Neve" di Cessole. Bel panorama, campo da bocce, ampie vetrate con vista sulle vigne, cucina assolutamente tradizionale (ottimi gli affettati, nella norma il vitello tonnato, buono lo sformato di zucchine in crosta con la formaggetta. Notevoli i 'gnulot dal plin, che sono il vanto del locale. E soprattutto le pesche ripiene — persi pien! –, in una versione senza cacao che merita un approfondimento; piu' che onesti i ricarichi su una buona carta dei vini. Antipasto, primo, dolce, caffe' e vino per circa 25 euro a testa; ci torneremo per i secondi, che sembrano attraenti).
Siamo stati due giorni in montagna nel Parco Nazionale degli Ecrins. Le foto arrivano tra poco. Questa invece e' della settimana scorsa, a Pian del Re: c'era una fioritura meravigliosa (altre foto a seguire), che la mia ignoranza botanica mi impedisce di classificare. In particolare, qualcuno conosce questo?


Per le cose serie, ripasso piu' tardi.
… anche le vigne si sono svegliate:
![]()


Sabato scorso lo stesso posto era diventato cosi':



Dalle parti di Paroldo, in mezzo alle Langhe, oggi pomeriggio.


memory and desire, stirring
dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
earth in forgetful snow, feeding
a little life with dried tubers.
Sollecitati da un articolo sull'ultimo speciale di Diario dedicato alla memoria (non online, purtroppo), ieri siamo andati a visitare la colonia estiva di Rovegno, in alta Val Trebbia.

Costruita nel 1934 per ospitare circa cinquecento bambini e ragazzi dalla GIL (per i troppo giovani: Gioventu' Italiana del Littorio), e' un bell'esempio di quell'architettura razionalista che in Italia si tende a disprezzare e ad etichettare come "stile littorio".
Durante la guerra di liberazione, Rovegno fu teatro di una lunga serie di eccidi e di efferatezze; la piu' nota — e l'ultima nel tempo — fu l'uccisione di un elevato numero di prigionieri repubblichini (piu' di un centinaio, a quanto pare) da parte dei partigiani. Non fu l'unica e non fu la prima strage avvenuta nella colonia — e sarebbe bene non dimenticare nemmeno questo: invece sulla porta dell'edificio ormai in rovina campeggia soltanto una targa di bronzo — incongruamente lucida e ben tenuta in tanto sfacelo — con gli stemmi della Repubblica Sociale e con la commemorazione dei morti fascisti.

Oggi l'edificio e' in uno stato di colpevole degrado. Vetri sfasciati, muri sbrecciati, arredi divelti, centinaia di brandine con i materassi sventrati e le imbottiture usate per accendere falo', graffiti, immondizia, insomma il risultato di una sistematica devastazione.
Peccato perche' e' un'architettura molto bella e molto significativa (come riconosce perfino la Provincia di Genova, che l'ha inserita tra i "valori paesaggistici" del suo PTC). Tra l'altro, tutto lascia pensare che, nonostante le disavventure della guerra, la colonia sia stata in condizioni accettabili fino a relativamente pochi anni fa. Le distruzioni peggiori sembrano risalire agli anni ottanta — ed e' disturbante il sospetto che possano essere state determinate o favorite dalla malintesa natura di memoriale fascista del sito.
Queste fotografie a documentazione dei valori architettonici (in particolare della bellissima sala mensa semicircolare) — e dello scempio.












Qualche settimana fa, a Pian della Regina, proprio sotto il Monviso, faceva bella mostra di se' una bandiera della Marina:

Qualche giorno dopo, praticamente sulla spiaggia di Sori, un bel borgo di pescatori non lontano da Genova, a pochi passi dalle barche, ho trovato questa lapide:


all'imbrunire un bel giretto dalle parti di Tagliolo
e di Lerma, nell'Ovadese.
Oggi tappati in casa: nevica e abbiamo un po' di influenza.











… e quindi se siete in vena critica ripassate domani.

Qui ho passato alcuni dei periodi piu' belli della mia infanzia, d'estate e d'inverno. Ci sono stato domenica scorsa dopo — credo — trent'anni. Non l'hanno sciupato troppo — ed e' stato bello tornarci.