venerdì, 11 marzo 2011
Lost movie 32 – A child is waiting (Gli esclusi)
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV, Di(ver)s(e)abilita', It, Love the Bomb — Scritto da waldorf alle 10:58 am

Premetto che il film non è di difficile reperibiltà. Se dopo aver letto questo post siete curiosi lo trovate su Youtube .

Secondo film di John Cassavetes, realizzato nel 1963, A Child Is Waiting tratta delle vicende di una struttura, diretta dallo psichiatra dottor Clark (Burt Lancaster), il Crawthorne State Training Institute, dove sono ricoverati bambini con disabilità mentali di vario genere. Il plot si dipana essenzialmente dall’arrivo di Miss Jensen (Judy Garland) una aspirante single musicista fallita che cerca il senso della vita nel lavoro con i bambini disabili; la donna si affeziona eccessivamente a Reuben, un bambino la cui diagnosi è quella di "subnormale" ma che oggi verrebbe probabilmente considerato un autistico o un Asperger. Reuben è il bambino che aspetta, invano, visite dei suoi genitori ogni mercoledì pomeriggio.
Il film in realtà è solo in parte opera di Cassavetes, a causa di contrasti tra lui e il produttore Stanley Kramer, che ha poi seguito il montaggio. Nel film recitano bambini veramente disabili tranne Bruce Ritchey, il bravissimo interprete di Reuben.
E’ difficile per me giudicare da un punto di vista puramente estetico un film come questo, perché tocca le corde più profonde del mio animo, se posso usare un’espressione così retorica, e vederlo scatena sofferenze che ogni giorno è necessario seppellire appunto nel profondo per poter andare avanti. Posso dire solamente che certi momenti mi sono sembrati, oltre che per me strazianti, di grande cinema, come ci può aspettare del resto da Cassavetes, pur se il suo ruolo è stato limitato da interventi esterni e il film sconta in certi punti un eccessivo didatticismo.
In particolare è splendida la sequenza, quasi alla fine del film, in cui Reuben recita con voce meccanica una poesiola in uno spettacolino allestito per la festa del Ringraziamento. Il volto del bambino vestito e truccato da indiano è di una bellezza sconcertante. Francamente, se non mi aspetterei da una persona non coinvolta emotivamente come me che pianga le calde lacriime che ho versato io, mi sorprenderei di fronte a una qualsiasi mancanza di emozione.
Nel film più volte ci si interroga sul “senso” della vita di questi bambini e sul perchè cercare di aiutarli e spendere risorse per loro, cosa giudicata poco utile dai burocrati venuti a supervisionare il lavoro di Clark. Reuben è stato abbandonato dai suoi incapaci di accettare e gestire la sua diversità, e il padre dice esplicitamente che vorrebbe vederlo morto. Ovviamente simili battute sono come sale sparso sulle mie ferite, ma una volta messo da parte il dolore ho capito che in realtà sono simili problemi a non avere senso. E’ già difficile trovare un significato all’esistenza in generale, e non è certo il caso di interrogarsi su quello delle esistenze individuali, il che porterebbe probabilmente a risultati poco confortanti.
Per quanto mi riguarda, mi pare che si debba solo cercare per questi bambini ed anzi per queste persone di fare in modo che la vita sia piacevole, che possano goderne con la maggiore autonomia possibile e che siano messi in grado di dare e ricevere affetto e in generale di raggiungere ogni risultato che sia loro possibile. Non vedo altro senso e non mi pare che lo scopo sia troppo diverso da quel che vale per ogni altro bambino. In realtà siamo anche noi normali ad avere bisogno di questi bambini, e, se proprio si vuole cercare un senso, aiutarli ne conferisce alla nostra esistenza come essere umani. Non occuparci di loro sarebbe più facile, ma allora a cosa serviamo?
Come genitori siamo chiamati ad una prova difficilissima, ma abbandonare i nostri figli anche solo moralmente sarebbe un fallimento inaccettabile. Enrico del resto è un bambino stupendo e stare con lui è spesso una vera gioia. Dopo aver visto questo film ho dovuto correre ad abbracciarlo, perché ho sentito come non mai che non potrei stare senza di lui.
A Child Is Waiting fa capire tra l’altro come è un mondo in cui non c’è spazio per i bambini disabili, confinati in istituti dove non diano fastidio ai normali, e dove si pensa che non si possa fare alcunchè per loro. In un mondo così si possono capire i genitori che per disperazione lasciano i figli in strutture come quella diretta dal dottor Clark. In Italia tutto questo era stato superato e si è lavorato in modo veramente esemplare per l’integrazione scolastica. E’ una cosa che per una volta farebbe sentire fieri di essere italiani, se non fosse che purtroppo vi sono ora a giro vari signori (come questo) che vorrebbero distruggere questo patrimonio di civiltà e respingerci indietro di decenni. Per favore, non permettiamo che accada..

Con questo post riprendo una vecchia serie, quella dei "Lost movies" interrotta molto molto tempo fa per mancanza di tempo più che di ispirazione.. non è un caso che l'ultimo risalga a pochi mesi dopo dal ritorno al lavoro dopo la nascita di Enrico e questo sia riuscito a stento a scriverlo in maternità dopo la nascita di Costanza (che mi sta dormendo addosso..). E' passata parecchia acqua sotto i ponti, come si dice.


giovedì, 1 dicembre 2005
Lost movie 31- Child's Play 2
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 2:15 pm

Devo dire che l’idea della bambola assassina ha sempre fatto parte del mio immaginario, chissà che diamine ho visto nella mia infanzia, forse un episodio di ai confini della realtà o qualcosa del genere. I film della serie Child's Play , appunto della bambola assassina per il pubblico italiano, con protagonista l’orrido Chucky, bambola della serie “Good guys” caratterizzata dalla particolare impressione di vivezza, sono pero’ della fine degli anni ’80-inizio anni ’90 e quindi ben posteriori all’epoca in cui giocavo con le bambole. Fatto sta che Chucky corrisponde alla perfezione all’idea platonica di bambolotto killer, con il suo cespo di capelli rossi un po’ stopposi, i suoi occhi a palla di un azzurro eccessivo, le sue guanciotte piene di efelidi, la sua maglia a righe multicolori (ricorda così un po’ Freddy Krueger che le righe nella maglia le aveva rosse e nere, se non sbaglio). Come ogni buon serial killer da horror di serie b, Chucky e’ ostinato e restio a morire sia pure sottoposto ai piu’ tremendi trattamenti, tanto da sopravvivere fino al quarto episodio. Nel secondo, classicamente intitolato in italiano Il ritorno della bambola assassina(Child's Play 2, 1990), Chucky viene improvvidamente riassemblato dai produttori di "Good Guys" ansiosi di dimostrare che la loro bambola, accusata da Andy, il bambino proprietario di Chucky, di efferati delitti, non è che un rassicurante giocattolo. Chucky in realta’ ospita l’anima di un serial killer, ansioso di lasciare il ridicolo involucro per appropriarsi del corpo del bambino.
L'idea dei produttori di bambole si rivela parecchio sbagliata, perche’ Chucky uccide un operario della fabbrica e il tirapiedi del grande capo, per poi ritrovare Andy e ammazzare praticamente tutti quelli che lo circondano, cioe’ la coppia cui e’ affidato (la mamma di Andy e’ finita in manicomio perche’ nessuno crede alla storia del bambolotto assassino), la direttrice della clinica in cui viene ospitato, la maestra. Da non perdere il finale nella fabbrica delle bambole, con la foresta di scatole gialle, la catena di montaggio con i sinistri pezzi di bambole che viaggiano e il tripudio splatter a suon di plastica fusa (meravigliosa la scena in cui il tecnico della fabbrica viene spinto da Chucky sotto l’ingranaggio che monta gli occhi, con il risultato di ritrovarsi confitti nelle orbite gli occhi di vetro della bambole). E poi c’è poco da fare, Chucky con la sua furia iconoclasta, il suo linguaggio scurrile e il suo accanirsi gratuitamente contro le autorita’ non puo’ che restare simpatico.
Ci sono anche nella serie, Child's Play (1988),Child's Play 3 (1991), Bride of Chucky (1998)


sabato, 29 ottobre 2005
Lost movie 30- Canadian Bacon
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 12:44 am

1995: Un presidente degli Stati Uniti piuttosto coglione, con le adorabili fattezze di Alan Alda, disperato per la mancanza di un nemico che aiuti a risollevare i sondaggi, dato il rifiuto della Russia a continuare la guerra fredda, mette in pratica le idee di un suo consigliere occulto e mette su una sorta di finta guerra contro il Canada, con la collaborazione di un generalissimo non proprio molto sveglio (Rip Torn). Le cose sfuggiranno di mano agli incauti manipolatori; da un lato infatti si forma un gruppetto di idioti fanatici (interpretati tra gli altri dal compianto John Candy, nei panni di uno sceriffo ultrapatriota, Rhea Perlman e Bill Nunn) che attenta alla centrale di controllo di tutta l'energia elettrica del Canada, dall'altro un industriale delle armi ne approfitta per creare una situazione di allarme nucleare e ricattare il Presidente, essendo l'unico in grado di disattivare i missili puntati sulla Russia e pronti a partire. Tutto finira' bene per puro caso.
Canadian Bacon (Operazione Canadian Bacon, 1995) e' un misconosciuto film di Michael Moore, piu' noto per i suoi documentari, che sembra navigare tra i ricordi di un certo cinema del passato (quello tipico della Guerra Fredda, da Doctor Strangelove a WarGames) e il presentimento di un futuro in cui l'America avrebbe potuto aver bisogno di un nemico qualsiasi per migliorare i livelli di popolarita' del Presidente e gli utili delle industrie nazionali. Difficile non pensare alle odierne vicende in Iraq quando il Presidente Alan Alda si riunisce con il suo stato maggiore e scarta uno ad uno tutti i possibili nemici suggeriti (incluso per la verita' Saddam), finendo per disperazione per accettare il Canada, prima eliminato. Il bisogno di infondere paura, elemento che la Casa Bianca avverte come indispensabile per generare consenso, si scontra per il povero Presidente Alda con la mancanza di uno spauracchio 11 settembre, ancora di la' da venire.
Canadian Bacon sconta la maggiore attitudine di Moore al documentario, apparendo mancante un impianto di sceneggiatura abbastanza solido per portare avanti la storia per la durata di un film normale. Gli stereotipi sui canadesi, con le loro fissazioni bilinguistiche, la gentilezza generale, lo Stato sociale e cosi' via abbondano, ma anche se li prende in giro e' chiaro che a Moore stanno parecchio simpatici, come si vede anche in Bowling for Columbine. Memorabile la comparsata di Dan Aykroyd nella parte dell'agente della stradale che costringe John Candy a ridipingere anche in francese gli insulti al Canada di cui ha coperto il camion che ha rubato per par condicio verso i Québécois.
E comunque anche se Michael Moore ci prova a giocare con i generali scemi, Kubrick era decisamente su un altro pianeta.


mercoledì, 19 ottobre 2005
Lost movie 29 – Gli amori di una bionda
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 5:04 pm

Làsky jedné plavovlàvski (Gli amori di una bionda -1965, mi scuso per gli accenti sbagliati causa tastiera inadatta al ceco) di Milos Forman mi sembra uno di quei rari film che mentre raccontano una storia apparentemente semplice e quasi elementare, in realtà riescono a dire molto su problemi universali. Non con le parole, ma con le immagini. Andula (Hana Brejchova’) e’ una ragazza che lavora in una fabbrica di scarpe spersa nel mezzo della grigia Cecoslovacchia pre-1968; ha una storia con una guardia forestale, uno dei pochi uomini della zona, del tutto insufficienti per duemila giovani operaie. Ed e proprio per questa scarsita’ di maschi che i capi fanno in modo di trasferire un po’ di soldati per distrarre le ragazze ed impedire che scappino.Andula pero’ non si innamora di un militare ma di un ragazzo di Praga (Vladimir Pucholt) venuto per suonare alla festa di benvenuto ai soldati. Così pensa di andare a Praga a raggiungerlo dopo aver piantato il forestale, ma le cose non andranno come aveva immaginato e si ritrovera’ di nuovo in fabbrica, dove la storia aveva avuto inizio.
Gli amori di una bionda e’ al contempo un commosso e ironico ritratto di una gioventu’ con pochi ideali la cui vitalita’ cerca di superare gli ostacoli di un mondo ben poco poetico e privo di possibilita’ e un quadro della società cecoslovacca, divisa tra le strutture del socialismo e le spinte occidentalizzanti, tra il moralismo dei genitori e la disinvoltura a volte eccessiva dei figli. Forman racconta tutto questo con una rara purezza e essenzialita’ (possibile forse solo in bianco e nero) che riesce appunto a fare di un film su una piccola storia un gioiello di cinema. Non aggiungo troppe notazioni di storia del cinema sulla Nova’ Vlna, la nouvelle vague cecoslovacca, anche perché non ne so molto. Pero’ e’ vero che questa umana essenzialita’ si trova soprattutto in certi film di Truffaut o di Rohmer.


lunedì, 10 ottobre 2005
Lost movie 28 -Io, io, io… e gli altri
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:46 pm

Io, io, io… e gli altri (Alessandro Blasetti, 1965) non ha una vera trama. Si seguono semplicemente i pensieri di Sandro (Walter Chiari) un giornalista scrittore vuole indagare sull'egoismo e trae spunti di riflessione dalla moglie (Gina Lollobrigida), dal direttore del suo giornale (Vittorio De Sica), dai colleghi (Paolo Panelli, Franca Valeri), da un controllore del treno (Nino Manfredi), dalle donne che vede per strada o esibite sui giornali (tra cui una provocante Sylva Koscina) e infine da se stesso; il nostro eroe ovviamente non scopre niente di positivo. Mentre e' intento in queste sue riflessioni muore Peppino (Marcello Mastroianni), l'unica persona cui attribuisce generosita' e altruismo; lo tormenta poi il ricordo di Silvia (Silvana Mangano), una donna del suo passato divenuta attrice famosa, che vede dovunque come ritratta sulla copertina di un settimanale (Oggi) con un drammatico cappello nero, immagine che la sua fantasia spesso gli proietta.
Blasetti ha riunito con Io, io, io… e gli altri il meglio del cinema italiano del momento in tema non solo di attori (come si puo' notare dall'elenco appena fatto) ma anche di sceneggiatori (Benvenuti, Cecchi d'Amico, Flaiano, Age, Scarpelli, De Bernardi, Talarico, Baracco, Solaroli e altri; l'opera collettiva e' una caratteristica del cinema italiano degli anni migliori, in cui le idee veramente circolavano per l'aria). La confezione del suo apologo morale e' molto raffinata, nelle scenografie e nella fotografia, ma anche nei grafici titoli di testa, ma l'esito non e' secondo me felicissimo, con tutta la simpatia che mi ha sempre fatto il regista con gli stivali. Blasetti si e' fatto prendere la mano dando spazio all'umorismo moralistico e acidulo tipico di Zavattini (praticamente l'unico grande sceneggiatore italiano dell'epoca che non ha collaborato al film) al centro di un'altra sua opera imperfetta (questa sì veramente realizzata con Zavattini) cioe' Prima comunione. A questo spunto ha unito molte suggestioni felliniane, come la scena in cui Peppino mostra a Sandro due anziani coniugi che camminano in un bosco, immagine anche questa che torna spesso nella mente di Sandro, o dell'aggressione dei fans a Silvia alla stazione dove i treni di Sandro e della donna si incrociano. Fellini e' poi esplicitamente citato in un'inquadratura.
Walter Chiari del resto e' qui un po' il doppio di Blasetti come Mastroianni lo era gia' per Fellini (c'erano gia' stati La dolce Vita, 1960, e 8 1/2,1963). Con tutto cio' Io, io, io e gli altri e' da consigliare agli amanti dei film atipici, anche per lo sguardo abbastanza originale sul costume dell'epoca, che a giudicare dal film dava gia' molto spazio alle donnine svestite sulle riviste e nelle pubblicita'. Piu' di quanto avrei pensato a priori, e non so se Blasetti ha esagerato per amor di polemica moralista.


mercoledì, 5 ottobre 2005
Lost movie 27- Five Graves to Cairo
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:59 pm

Grazie al satellite, nei giorni scorsi ho recuperato un film che volevo vedere da anni cioe' Five Graves to Cairo (I cinque segreti del deserto, 1943), il secondo film di Billy Wilder da regista, ambientato durante la seconda guerra mondiale, e più precisamente nell'Africa dominata da Rommel. Un giorno o l'altro spero di poter vedere anche The Emperor Waltz (1948), uno strambo film tirolese girato dal grande Billy nel 1948, e saro' una fan contenta.
Tornando a Five Graves to Cairo, e' stato uno dei modi in cui il regista viennese ha contribuito allo sforzo di propaganda bellica, ed e' chiaro ovviamente da che parte sta nel raccontare la storia di un caporale inglese (Franchot Tone) e una cameriera francese (Anne Baxter) che riescono a gabbare Rommel in marcia sul Cairo e cambiare la storia, facendo in modo che vengano scoperti i depositi di carburante e armi nascosti dai tedeschi nel deserto prima della guerra. Il caporale, in un gioco di finzioni quasi da scatole cinesi, si fa passare per il cameriere di un albergo situato in una piccola citta' egiziana dove approda Rommel, prendendo il posto di un morto in un bombardamento che si scoprira' essere stato in vita una spia tedesca.
Nonostante il genere, il film e' pieno di ironia che anticipa quella di Scandalo internazionale e di Uno, due, tre! soprattutto sul tema dell'alternarsi dei padroni e della bandiere; nell'albergo Empress of Britain dove si ambienta il film la bandiera britannica e' sostituita dalla tedesca all'arrivo di Rommel e il ritratto della regina Vittoria coperto, almeno fino al ritorno degli inglesi, in occasione del quale viene persino spolverato dal padrone dell'albergo (Akim Tamiroff).
Formidabile Eric Von Stroheim nel ruolo di un Rommel compiaciuto di se stesso e persino un po' gigione e come al solito perfettamente militare nonostante che non sia mai stato un vero ufficiale. Per la verita' c'e' un aspetto che sfugge, cioe' come la volpe del deserto potesse scambiare, come fa, un caporale inglese per una spia tedesca finto alsaziana… ma questa e' un'altra storia.


giovedì, 29 settembre 2005
Lost Movie 26 – Dont'go Near the Water
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 6:37 pm

Film ideale per capire la grandezza, pur in modi totalmente diversi, di Operazione sottoveste (1959) e Mash (1970), Dont'go Near the Water (Alla larga dal mare), tratto da un romanzo di William Brinkley e diretto da Charles Walters (regista tra le altre cose di Walk Don't Run – 1966- ultimo film di Cary Grant), ha pero' il merito di essere venuto prima, cioe' nel 1957. Si tratta di una pellicola che alternando toni allegramente antimilitaristi e spiccatamente sentimentali racconta le avventure di un gruppo di marinai di terra ferma, appartenenti al servizio delle relazioni pubbliche della marina americana durante la seconda guerra mondiale e di stanza nell'immaginaria e idilliaca isola di Ulura nel Pacifico. Li comanda un ex dirigente di Wall Street, il commodoro Nash, e il personaggio più di spicco del gruppo e' il tenente (l'amabile canaglia Glenn Ford); la bestia nera del gruppo e' uno spocchioso reporter di guerra che fa continuamente valere i due milioni di lettori le cui opinioni puo' orientare per ottenere vantaggi indebiti. Come e ancora di piu' che in Operazione sottoveste, la guerra e' in questo film una preoccupazione lontana e anzi neanche una preoccupazione, dato che la cosa piu' scocciante che possa capitare e' rifornire il reporter di lenzuola pulite tutti i giorni. Ogni tanto qualcuno dice che vorrebbe andare a far la guerra davvero, ma alla fine ci va solo un furiere di seconda classe colpevole di aver amoreggiato con un superiore, un tenente (donna naturalmente, siamo negli anni '50!).
Nonostante tutto ci sono un paio di trovate carine, come la costruzione del circolo ufficiali, che i propagandisti tentano da soli sotto gli occhi divertiti dei genieri con esiti degni della costruzione del granaio in Sette spose per sette fratelli.
Non e' male neanche il tentativo di ripulimento del marinaio Amerigo Nelson scelto da Nash come emblema del marinaio medio americano per via del nome, ma rivelatosi di persona rozzo e pericolosamente predisposto al turpiloquio.
Ma dove veramente si anticipa Operazione sottoveste e' nell'episodio della giornalista (l'ungherese Eva Gabor) che sale a bordo della portaerei per un servizio di guerra; le sue mutandine di pizzo nero finiranno issate su un albero.
Purtroppo per il film non mi sembra molto riuscito l'amalgama tra la parte satirica e quella amorosa, la storia del tenente Siegel con la bellezza locale Melora, discendente di una nobile famiglia di colonizzatori spagnoli (Gia Scala, al secolo Giovanna Pozzo, attrice sicilian-irlandese molto credibile nella parte della creola del Pacifico); le scene "divertenti" non lo sono abbastanza per dissipare la sensazione di futilita', mentre le parti sentimentali risultano melense. Decisamente ci voleva un calibro come Blake Edwards per sfottere la marina americana. Comunque si tratta sempre di una curiosita' degna di uno sguardo, se vi capita.


mercoledì, 14 settembre 2005
Lost movie 25 – Masquerade
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:33 am

1965: la Gran Bretagna, rappresentata dall’immaginaria Anglo Media Oil Company, vuole mettere le mani sul petrolio di un piccolo paese arabo. Per farlo deve ottenere che l’erede al trono, raggiunta la maggiore eta’ (quattordici anni), prenda il suo posto estromettendo il reggente, che ha rapporti privilegiati con i paesi “oltre cortina” come si diceva una volta, e firmi un trattato con la Anglo Media. I pezzi grossi pensano quindi di affidarsi ad un ex militare inglese specializzato in lavori di questo genere, il colonnello Drexel, che a sua volta chiede l’aiuto di Frazer, un avventuriero americano conosciuto durante la seconda guerra mondiale. Drexel simula un rapimento del principe e lo porta in una villa in una pittoresca localita’ di mare spagnola, dove viene raggiunto da Frazer. Ne scaturiranno colpi di scena e tradimenti a ripetizione con effetto scatole cinesi come nella migliore di tradizione dei film di spionaggio. Naturalmente tutto si sistemera’ nel migliore dei modi per gli interessi inglesi.
Masquerade, film inglese, diretto da Basil Dearden e tratto da un libro di Victor Canning (nella versione italiana 50.000 sterline per non tradire) e’ un curioso spy-movie di notevole cinismo, in cui il mondo dello spionaggio appare assai piu’ sgarrupato dei contemporanei film di 007 con Sean Connery (Dr. No in italiano Agente 007 – Licenza di uccidere e’ del 1962 e nel 1965 la serie era arrivata al quarto film), che sono chiaramente presi in giro; basti dire che tra i personaggi chiave ci sono degli artisti di un piccoli circo male in arnese. Si puo’ anche dire che in questo mondo non alberga il manicheismo, perche’ il piu’ pulito ha la rogna e il tradimento puo’ tranquillamente sfuggire alla punizione. Paradossalmente il piu’ onesto e’ proprio il povero Frazer, che riconosce di non avere assolutamente alcun ideale, a differenza dell’amico Drexel che si proclama patriota. E infatti Frazer si stupisce assai di non essere in grado di accettare le 50.000 sterline del titolo italiano in cambio del suo tradimento perche’ ha degli scrupoli, cosa che sorprende per primo se stesso. Comunque alla fine la sua strana dirittura morale gli fruttera’ solo 11 sterline e qualche spicciolo.
Masquerade merita di essere visto anche perche’ dimostra che il mondo e’ cambiato assai poco in quarant’anni. Una delle battute che mi ha colpito di piu’ la pronuncia il capo della Anglo Media, che spiega a Frazer all’inizio del film l’impossibilita’ di occupare il paesello petrolifero dicendo “di questi tempi noi inglesi non possiamo occupare piu’ niente se non ci chiamano o gli americani non ci danno il permesso”.
Notevole l’ambientazione in Spagna (il film e' stato girato oltre che negli studi di Pinewood – come si vede da qualche sfondo di cartone – in Alicante), con tanto di castello a picco sul mare fornito di lugubre cappella di ispirazione molto tridentina e la fotografia molto colorata, tipica del periodo. Molto belle alcune scene girate presso una diga in costruzione.
Nel cast ci sono vari attori meritevoli di menzione come il protagonista Cliff Robertson, che ha recitato a fianco di Robert Redford ne I tre giorni del Condor, la bella e compianta Marisa Mell, tra le altre cose Eva Kant nel film tratto da Diabolik, nonche' il buono a tutti gli usi Michel Piccoli.


mercoledì, 10 agosto 2005
Lost movie 24- Lucy Gallant
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 2:20 pm

Ho ancora due o tre post scritti prima delle ferie da pubblicare; questo e' il primo.

Il cinema americano ha in modo piuttosto ovvio affrontato i problemi delle donne in carriera prima e più diffusamente di tutti gli altri, anche se a volte dando spazio a visioni prettamente maschiliste del tema.
Così accade in Lucy Gallant, film del 1955 diretto da Robert Parrish, con protagonista la zitellesca Jane Wyman, la prima moglie di Reagan, tratto da un romanzo di Margaret Cousins e ambientato negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Lucy e’ una elegante newyorkese con tanto di borsa in visone che, in fuga dai propri guai, si ferma per un guasto al treno su cui viaggia (non succede solo in Italia!) a New City, una cittadina del Texas in rapidissima espansione in seguito alla scoperta di numerosi pozzi petroliferi. Qui conosce Casey (Charlton Heston) un mandriano gentile che da subito evidentemente si innamora di lei. Lucy, che ha l’istinto della venditrice, si rende conto che a New City ci sono un sacco di donne i cui mariti si arricchiscono alla velocità della luce e nessuno che venda loro vestiti lussosi come i suoi.
Dopo aver venduto tutto il suo guardaroba alle indigene, Lucy convince il direttore della banca locale a farle un prestito e apre un negozio. Casey, scettico sui suoi successi commerciali, la guarda fare fortuna e, quando si decide a chiederne la mano, Lucy rifiuta per una brutta esperienza con gli uomini. Scoppia la seconda guerra mondiale e Casey si arruola; quando torna sembra che i due finalmente decidano di sposarsi, ma la pretesa di Casey che Lucy lasci il negozio li divide di nuovo. Intanto Casey scopre il petrolio nel suo ranch mentre il negozio di Lucy va a fuoco. Casey, senza dire niente all’amata, intercede con il direttore della banca per farle avere un nuovo prestito perché fondi un grande magazzino, come lei sogna, e poi se ne va in Europa. Al ritorno, dopo un matrimonio lampo con una modella, di nuovo interviene per aiutare Lucy a mantenere il suo posto a capo della Gallant’s inc. Lei stavolta lo scopre e, grata, decide di sposarlo e lasciare il suo amato negozio.
Perche’ nonostante l’evidente maschilismo dell’assunto non riesco a cestinare e anzi apprezzo Lucy Gallant? Per l’atmosfera da Sim City che pervade l’inizio del film (New City e’ il nome di default della citta’ del videogioco), un misto di avidita’e vitalita’ che ha un certo fascino e riporta al mondo del western classico (a New City c’e’ perfino una sorta di saloon e si costruisce anche di notte). Per certe buffe uscite di Lucy affarista in carriera, che consiglia al direttore della banca di dipingere le pareti di bianco avorio filettato di verde dollaro. Per lo spettacolo delle rozze donne texane che si avventano sui vestiti parigini e newyorkesi di Lucy e poi perche’ i vestiti anni ’50 anche quando fingono di essere anni ’40 sono troppo belli. Per la grafica e l’arredamento dei negozi di Lucy.
Mi piace Lucy Gallant anche perche’ c’e’ un sacco di cose che si puo’ amare odiare, come un certa esaltazione del Texas, il cuore dell’America da cui viene quasi tutto cio’ che il resto del mondo non ama o appunto lo spudorato paternalismo nei confronti della carriera al femminile, tollerabile solo in attesa di un marito, possibilmente ricco. Lucy in fondo per il suo grande successo dipende da Casey (non a caso interpretato da Heston, ora patron della National Rifle Association, come tale sbeffeggiato da Michael Moore in Bowling for Columbine) e dai suoi soldi fatti virilmente – e parassitariamente – con il petrolio. L’amica Molly (Thelma Ritter, l’infermiera Stella di James Steward ne La finestra sul cortile) per convincerla a sposarsi con Casey le spiega che “un marito è meglio” (di qualsiasi cosa?), anche se il suo si occupa molto poco di lei, e che il senso della vita e’ aspettare il consorte a casa e raccontargli che il piccino ha mangiato la pappa. Come dire che gli anni ’50 non erano molto diversi per tanti aspetti al di la’ dell’oceano e che io non posso fare a meno di esserne attratta anche quando hanno dato il loro peggio.


lunedì, 25 luglio 2005
Lost movie 23- Aiqing wansui (Vive l'amour)
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 4:53 pm

Tra i miei tanti pregiudizi in materia cinematografica, ci sono una certa perplessita’ riguardo ai film orientali e una spiccata diffidenza per i vincitori dei Leoni d’oro. Per quanto riguarda i primi, tendo a considerarli pallosi e incomprensibili (tranne qualche sporadico Ozu o Kurosawa), ma ogni volta mi dico che deve essere un mio problema, non capisco la cultura di quei paesi e quindi non posso dare giudizi cosi’ tranchants. Ora tra l’altro il cinema dell’est del mondo va molto di moda, e in particolare i wuxiapian; quelli piu’ che pallosi mi sembrano un po’ scemi (la sensazione vale in particolare per La tigre e il dragone), ma di nuovo mi dico che non ho capito niente e del resto a me piacciono tante scemate occidentali. Il complesso poi si acuisce in particolar modo quando ho a che fare con Takeshi Kitano; ho semprel 'impressione che non sia molto migliorato da quando faceva le trasmissioni cretine che la Gialappa's sbeffeggiava a Mai dire banzai, ma probabilmente sbaglio.
Il fatto e’ che nella cultura occidentale mi rigiro meglio e riesco a capire se una cosa e’ scema o pallosa, punto e basta, e a decidre se mi piace lo stesso. Per quanto riguarda i Leoni d’oro so positivamente che i film che li vincono sono afflitti da un tasso di pallosita’ molto superiore alla media (e’ una precondizione per vincere il premio, credo).
Tutto questo per dire che era difficile per me apprezzare Aiqing wansui (il titolo internazionale è Vive l’amour) film taiwanese che ha vinto il Leone d’oro nel 1994. La storia, abbastanza semplice, e’ quella di tre tristi solitudini urbane che si sfiorano in un appartamento lussuoso del centro di Taipei; Mei-Mei e’ un’agente immobiliare che usa la casa (che ovviamente dovrebbe vendere) per avere dei rapporti sessuali con Ah-Rong, venditore ambulante; Hsiao-Kiang e’ un piazzista di loculi che ruba le chiavi dell’appartamento che trova sulla serratura e ci s’installa. Dato che Ah-Rong a sua volta ruba la copia delle chiavi di Mei-Mei, i due abusivi si conoscono e Hsiao-Kiang si innamora di Ah-Rong, anche se poi non ne fa di nulla.
Il regista Ming-liang Tsai sceglie di realizzare un film praticamente muto, con lunghissime inquadrature ferme su oggetti o su gesti dei personaggi, o intere sequenze di quello che normalmente sarebbe considerato il nulla (per la verita’ cio’ ricorda certo Antonioni). A volte ci sono delle scene che in un altro film sarebbero buffe (i due intrusi che si sorprendono a vicenda e poi scappano perche' arriva Mei-Mei, anche lei in fondo un po' abusiva), ma che in questo contesto sono cupe come il resto del film. Particolarmente depressivo e' il personaggio di Hsiao-Kinag, che nonriesce neanche a suicidarsi.
Il film poi si conclude con una scena assai discussa all’epoca, cioe’ quella di Mei-Mei che si siede su una panchina e per circa sette minuti piange, si ricompone mettendosi il rossetto, si fuma una sigaretta. Nient’altro per sette minuti, che possono essere un tempo lunghissimo in certi casi.
Ora, forse si tratta di un capolavoro; io sarei tentata di utilizzare il giudizio critico di Fantozzi su La corazzata Potemkin, ma non posso. E’ un film orientale. E cosi’ il mio giudizio rimane sospeso. Ma in ogni caso tenderei a consigliarvi di evitarlo, se proprio non siete emuli di Tafazzi.


martedì, 12 luglio 2005
Lost movie 22 – Le roman de Werther
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:34 am

Disegno per una scenografia del film

Negli anni '90 (non ricordo quando, forse mi puo' soccorrere l'ottima Ava) il benemerito Vieri Razzini su Raitre dedico' un ciclo all'opera di Max Ophuls. Nel ciclo c'erano alcuni film famosi come Lettera da una sconosciuta o La ronde e altri meno noti come Le roman de Werther (1938), ovviamente versione cinematografica del Werther di Goethe, realizzato in Francia da Ophuls (che era tedesco ma ha lavorato in ogni dove, compresa l'Italia).
Le roman de Werther (solo Werther nella versione italiana) mi ha colpito molto perche', pur non amando Goethe, mi ha fatto amare il personaggio di Werther.
La storia nelle sue linee essenziali e' nota; Werther, un giovane sensibile e romantico, si innamora di Charlotte (Lotte nel romanzo), gia' promessa ad Albert, un giovane onesto anche se un po' limitato di mentalita', e per l'impossibilita' di vivere questo amore finisce per suicidarsi.
Gli autori del film pero' sono stati molto infedeli al romanzo, checche' ne dica il Mereghetti (che parla di scrupoloso rispetto), e le variazioni rispetto al libro che rendono ancora piu' tenero il povero Werther, a spese della sua amata che ci fa la figura della s…. In particolare Charlotte-Lotte nel film si guarda bene dal dire al suo corteggiatore che e' gia' promessa a Albert, e si decide a parlare solo quando Werther le chiede di sposarlo. Gli autori hanno anche introddotto l'elemento del rapporto lavorativo tra Albert e Werther, essendo il primo il superiore dell'altro nel tribunale di Walheim, la immaginaria citta' granducato tedesca dove e' ambientata la vicenda.
Il film e' diviso in due meta' molto diverse; la prima, che precede la rivelazione del fidanzamento di Charlotte, e' lieta e prevalentemente luminosa, con varie scene ambientate in esterni, peraltro molto belle grazie anche ai paesaggi dei Vosgi dove il film e' stato in parte girato (la collina degli appuntamenti tra Werther e Charlotte); la seconda e' buia e quasi tutta d'interni, con ruolo rilevantissimo delle ombre. Segna il passaggio la sequenza in cui Charlotte, dopo aver fatto la sua confessione a Werther, fugge da lui inseguita dal suono ossessivo delle campane del carillon installato sulla torre della piazza, che suonano una canzone da lei amata; e' stato proprio Werther a far cambiare la musica per compiacerla. La sequenza tra l'altro e' impressionantemente vicina a La donna che visse due volte di Hitchcock, ma precede il film del regista inglese di vent'anni.
Ophuls, come Hitchcock, e' grande quando si tratta di trasmettere le sensazioni dei personaggi senza usare parole; basti la scena in cui Albert scopre che la disperazione che affligge Werther e' causata dall'amore per Charlotte. Albert in quel momento sta parlando con il presidente del Tribunale, superiore sia di lui che di Werther; il presidente gli dice che Werther gli ha confidato di stare cosi' per una donna sposata, cosa che non ha detto ad Albert. Lo sguardo di Albert si rivolge cosi' verso l'alto, vede l'ombra della moglie attraverso una finestra e improvvisamente capisce.
Infine e' geniale l'inversione rispetto al libro per cui la pistola con cui Werther si suicida e' la sua, ma in precedenza prestata a Charlotte. Albert, non si quanto consapevolmente, costringe Charlotte, che invece ha capito, a cercarla per restituirla a Werther, e quindi in qualche modo a collaborare al suicidio del poveretto, anche se lei finge di non trovarla.
Commovente l'interpretazione di Pierre-Richard Willm, nonostante l'eta' troppo avanzata per la parte (45 anni), mentre Annie Vernay e' veramente bella, tanto che quasi si perdona a Charlotte di essere cosi' s….


venerdì, 8 luglio 2005
Lost movie 21 – Francis (aka Francis the Talking Mule)
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:23 am

Il mio amore per la serie dei film di Francis , il mulo parlante e' stato preceduto da un lungo periodo di incredulita' relativamente alla loro esistenza, di cui mi aveva dato notizia mio padre. Poi durante un'estate della mia adolescenza li hanno dati in televisione e, constatandone l'esistenza de visu, li ho adorati. Nel primo della serie, Francis (1950) Peter Stirling (Donald O'Connor) e' un giovante tenente americano che durante la seconda guerra mondiale si vede togliere le castagne dal fuoco da Francis, appunto, un mulo dotato del dono della parola. Peter incontra Francis nella giungla, e l'astuto mulo gli fornisce informazioni militari molto preziose. Il tenente avra' qualche problema a sostenere la sua sanita' mentale quando rivelera' la sua fonte, ma Francis fa in modo di sistemare tutto, smascherando tra l'altro una pericolosa spia. Francis accompagnera' poi l'ingenuo Peter anche nella vita civile, sempre rivelandosi un amico prezioso.
Francis e' diretto, come quasi tutti i film della serie, da Artur Lubin ed e' tratto da un romanzo di David Stern, anche sceneggiatore. La coppia Lubin-O'Connor e' rimasta stabile in quasi tutti film delal serie, tranne credo l'ultimo (ne hanno fatto uno all'anno fino al 1956). C'e' anche Tony Curtis, venticinquenne, in una particina, all'epoca in cui era ancora Anthony Curtis.
Poi l'idea del mulo parlante guarda caso l'hanno ripresa di recente, trasformando l'animale in un ciuchino e mettendolo a fianco di un orco verde.
Non so se Francis volesse essere un apologo morale (il mulo e' piu' saggio degli uomini con cui ha a che fare), una difesa del mulo tanto calunniato, o cosa; so soltanto che e' un film delizioso, di una ingenuita' magari non reale, ma a cui vorrei credere. E poi trovo impossibile resistere a Donald O'Connor, un attore veramente adorabile. Chissa', magari un giorno riusciro' a farlo vedere a mio figlio…


lunedì, 4 luglio 2005
Lost movie 20 – Guendalina
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:44 am

Questo post vuole essere un piccolo, in tutti i sensi, omaggio a Alberto Lattuada, morto ieri a 91 anni. Lattuada e' stato uno degli ultimi appartenenti a quel particolarissimo microcosmo che era il cinema italiano a cavallo della seconda guerra mondiale, un ambiente pieno di fermenti e di idee, in cui poteva accadere che uno come lui facesse da dattilografo a Mario Soldati sul set di Piccolo Mondo Antico (1941) e finisse per fare l'aiuto regista. Tutto allora era fluido, la gente arrivava al cinema dagli ambiti piu' disparati, ma spesso fin da subito era in grado di fare cose interessanti.
Nello specifico Lattuada, lavorando con Soldati, contribui' al lancio del calligrafismo, "corrente" del cinema italiano degli ultimi anni del regime caratterizzata dall'amore per la forma e dall'ispirazione letteraria. Lattuada si e' poi messo in proprio, ma e' almeno inizialmente rimasto nell'area del cosiddetto calligrafismo, realizzando Giacomo l'idealista,1943, e del calligrafismo credo abbia assorbito la fondamentale attenzione alla forma. Sempre all'ispirazione calligrafica appartiene del resto il suo capolavoro Il cappotto (1952).
A Lattuada indubbiamente interessavano anche le giovani donne e nella sua carriera ha lanciato o contribuito a lanciare diverse ragazze in fiore (Catherine Spaak, ad esempio).
Guendalina (1957) unisce entrambe queste componenti del cinema di Lattuada. Il film racconta appunto la storia di Guendalina (Jacqueline Sassard), una ragazza ricca e capricciosa, che durante un soggiorno estivo nella casa di famiglia a Viareggio si innamora alla fine della stagione, in assenza dei soliti amici, di Oberdan, uno studente di famiglia modesta (Raffaele Mattioli), ma con ambizioni. Le difficolta' di questa passione giovanile, in molta parte dovute alla differenza di ambiente, si incrociano con quelle insorte nel rapporto tra i genitori di Guendalina (Sylva Koscina e Raf Vallone), che arrivano vicini alla separazione, ma poi si riconciliano. Guendalina e' costretta a partire prima di aver vissuto compiutamente il suo amore con Oberdan.
La trama (il soggetto e' di Valerio Zurlini) non ha niente di sconvolgente, cio' che conta e' il modo con cui Lattuada racconta la scoperta da parte di Guendalina della "sostanza dei sentimenti". Il tono e' dolcemente malinconico ed e' forse la cosa piu' bella del film la scelta dell'ambientazione nella Versilia della fine dell'estate, piovosa e spopolata di turisti, quadro perfetto per questo racconto di un giovane amore interrotto. Apprezzabile e' in genere la grande pulizia formale, la composizione dell'inquadratura, la bellezza della fotografia in bianco e nero (di Otello Martelli). La sceneggiatura e' di Benvenuti, De Bernardi e Blondel, oltre che di Lattuada, la musica di Piero Piccioni, con lo pseudonimo di Piero Morgan; il film e' stato prodotto da Ponti e De Laurentiis, all'epoca ancora insieme.
L'esordiente Jacqueline Sassard e' esile e commovente, perfetta per la parte (anche se doppiata da Adriana Asti). Curiosa anagraficamente la scelta della Koscina nel ruolo della madre di un'adolescente, dato che all'epoca aveva 24 anni (solo sei di piu' della Sassard), tanto che per darle un'aria piu' seria e' stata munita di occhiali. Non stava per niente male, ma non e' certo l'unica ragione per vedere questo film, se a qualcuno dovesse venire in mente di trasmetterlo per omaggiare il povero Lattuada.


giovedì, 30 giugno 2005
Lost movie 19 – Bob Roberts
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:17 pm

Bob Roberts (1992) e' il primo film da regista di un attore che, almeno nel passato, ho molto amato, cioe' Tim Robbins, uno che non ha mai nascosto le sue inclinazioni di estrema sinistra, almeno per gli Stati Uniti.
Bob Roberts e' una sorta di falso documentario che si immagina girato da un regista inglese sulla campagna elettorale condotta nel 1990 in Pennsylvania per l'elezione al Senato da uno strano personaggio, appunto Bob Roberts (lo stesso Robbins), al contempo politico, cantante folk, milionario grazie ai suoi investimenti in borsa. Bob e' giovane (solo 35 anni) e aggressivo, e soprattutto e' un repubblicano di destra, che predica nelle sue canzoni quelli che ritiene essere i valori americani, cioe' liberta' totale di arricchirsi e nessuna pieta' per i poveri. Quindi nessun tipo di welfare. Obiettivo polemico delle sue canzoni e dei suoi discorsi sono gli anni '60, epoca che avrebbe visto la rovina dell'America, grazie alla droga, al sesso e alla mancanza di rispetto per le autorita'. Così Bob Roberts rovescia i titoli delle canzoni e degli album di Bob Dylan: Times are changing back invece di Times are a-changin', Bob on Bob invece di Blonde on Blonde.
L'avversario di Bob Roberts, Brickley Paiste (interpretato dall'icona della cultura liberal Gore Vidal), e' esattamente l'opposto, cioe' un vecchio senatore democratico, sul suo seggio dal 1960, convinto pacifista e assertore dell'assistenza sociale.
Sullo sfondo le inquietudini legate alla invasione del Kuwait da parte di Saddam e alla preparazione della guerra del Golfo.
Bob Roberts e' un film che per tanti versi, pur peccando dell'unilateralita' tipica dei film politici (somiglianze con questo film nel ritrarre un politico cattivo si possono ravvisare Il portaborse di Daniele Luchetti del 1991) si e' dimostrato capace di anticipare i tempi. Quello che Robbins ha preconizzato, sulla base degli eventi della presidenza di George Bush sr., e' l'invasione dei teo-con e l'uso strumentale della guerra nei confronti di dittatori locali (sempre di Saddam si parlava gia' allora) da parte dell'amministrazione americana.
Bob Roberts non e' appunto altro che un falco teo-con, uno che si proclama religioso, e in virtu' della sua asserita fede si presenta come un portatore di verita' assolute e di una morale specchiata, come molti teo-con di questo momento storico.
Per la verita' si tratta di un cattivo-cattivo, perche' un giornalista afro-americano (Giancarlo Esposito) scopre che con il suo principale sostenitore, Lukas Hart (Alan Rickman) Roberts si e' reso colpevole di aver usato dei finanziamenti per la costruzione di case per acquistare aerei per il traffico di droga. A parole il nostro candidato e' invece un grande promotore della lotta contro la droga.
"Non ci sono piu' Mr. Smith a Washington" proclama il giornalista. Bob Roberts vorrebbe presentarsi come un Mr. Smith, un non-politico che porta la sua purezza nel mondo corrotto della politica, ma e' tutto il contrario. E questo e' un tradimento del "vero" mito americano, sembra postulare il film.
Ad ogni modo Bob Roberts e' tanto cattivo che trovera' il modo di superare i problemi creatigli dal giornalista e di liberarsi di lui. Come non lo dico, altrimenti racconto tutta la trama e non e' corretto. Ad ogni modo nel finale c'e' un bel colpo di scena.
Nel film compaiono un sacco di attori importanti (almeno all'epoca), oltre a quelli gia' citati anche a volte in puri cameo, come ovviamente Susan Sarandon, compagna di vita e lotte di Tim Robbins, Peter Gallagher, Helen Hunt, un giovane Jack Black e altri.
Non sembrano per tanti versi passati dodici anni da questo film (per altri sì, ovviamente). Questa versione nera de Il candidato ci mette di fronte ad una sorta anticipazione del futuro della politica americana, come prevedibile evidentemente gia' all'inizio dell'era Clinton. E viene da chiedersi se la sua presidenza non sia stata se non un mera battuta d'arresto nell'evoluzione naturale delle cose o forse neanche quello.


martedì, 28 giugno 2005
Lost movie 18 – The world According to Garp
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:22 pm

Non credo che ci sia dubbio possible che The World According to Garp (Il modo secondo Garp, 1982) sia un film curioso, peraltro tratto da un libro di John Irving. Il romanzo, confesso la mia precedente ignoranza, e' giudicato ormai una sorta di classico della letteratura americana, a giudicare dai risultati della ricerca su Google. Garp (Robin Willams) e' uno scrittore che a suo tempo e' stato concepito dalla madre (Glenn Close al suo esordio cinematografico), accesa femminista, con una sua personale forma di fecondazione piu' o meno eterologa; la donna, infermiera, ha violentato sul letto di malattia un pilota malridotto (interpretato dallo stesso regista del film) e poi si e' cresciuta il figlio per conto suo, con idee piuttosto originali. Garp cerca la sua strada come scrittore e come uomo, ma deve sempre scontrarsi con la fama che la madre e' riuscita a conquistarsi con la sua attivita' di femminista, tanto che lo supera anche da un punto di vista editoriale.
Il regista e' il glorioso George Roy Hill (per intenderci quello de La stangata e di Butch Cassidy). Glenn Close e John Lithgow (nella parte di un transessuale ex giocatore di football) ottennero entrambi le nominations all'Oscar come migliori attori non protagonisti. Robin Williams niente invece, neanche a livello di premi secondari, ma in compenso questo e' stato uno dei suoi primi ruoli cinematografici importanti, dopo il Popeye di Altman (sarebbe un altro bel lost movie, ci pensero').
De Il mondo secondo Garp ricordo bene soprattutto una scena (oltre a quella del concepimento di Garp), che mi viene spesso in mente; Garp ad un certo punto deve comprare casa e l'agente immobiliare lo porta a vederne una, sul cui tetto, durante la stessa visita, si schianta un aereo. Garp decide di comprarla, perche' non e' statisticamente possibile che accada di nuovo una cosa del genere. Peccato che poi personalmente gli succeda quasi di peggio (non dico cosa nel caso vi venga voglia di vedere il film). Comunque mi sembra un buon criterio per comprare una casa o in generale prendere una decisione..
Il manifesto dell'immagine e' in tedesco, perche' in questa versione, con il bambino volante, che ricordavo, e' l'unico che ho trovato in rete.


venerdì, 24 giugno 2005
Lost movie 17 – I dreamed of Africa
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:08 am

Una volta avevo un amico, un gran bravo ragazzo, dedito al volontariato, che pero' amava i libri di Kuki Gallman. Un brutto difetto, mi sa, perche' io i libri di Kuki Gallman non li ho mai letti, ma a giudicare dal film I dreamed of Africa (2000), tratto da uno di loro, si deve trattare di una Karen Blixen, non dei poveri, ma dei miserabili. Non posso invocare molte scusanti per averlo visto, tranne che era una sera in cui in un certo senso non avevo nulla da fare, ma un sacco di pensieri per la testa. In questi casi cacciarsi in un cinema a vedere un film di cui non ti importa assolutamente niente puo' essere una buona soluzione. Nessuno ti rompe le balle per un paio d'ore, mentre scorrono sullo schermo delle immagini su cui puoi non concentrarti.
Ad ogni modo il film racconta la storia di Kuki (Kim Basinger), una frivola tizia di Venezia che si trasferisce al seguito del nuovo marito (Vincent Perez) in Kenya, portandosi dietro il figlio; in Kenya Kuki affronta un sacco di disgrazie (per esempio le muore il figliolo per il morso di un serpente) ma naturalmente contrae una inguaribile passione per il continente nero, per cui non se ne andrebbe mai, anche se la mamma (Eva Marie Saint) glielo consiglia caldamente. Kuki ovviamente matura e diventa una persona seria e aiuta i locali ecc.
Ora per conto mio questo film e' una stronzata micidiale (questo l'ho capito anche se non ero molto concentrata) e mi dispiace vedere una come la Saint, che ha lavorato niente meno che in North by Northwest e On the Waterfront si sia ritrovata in vecchiaia a fare ste' scemate. Quanto a Kim Basinger, si puo' se non altro dire che sia una delle italiane piu' improbabili della storia del cinema.
Io non so se questo film sia rimasto un minimo nella memoria dei suoi spettatori, cosa che non credo. Se non e' successo ed e' proprio un vero lost movie, e' meglio. Se vi ci imbattete non guardatelo. Tranne che, come me, abbiate bisogno di pensare su una serie di cose e prendere una decisione. Per me ha funzionato bene e della decisione presa ancora non mi sono pentita. Un saluto a E.


domenica, 19 giugno 2005
Lost movie 16 – Marty
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 3:29 pm

Marty (Ernest Borgnine) e' un italoamericano trentaquattrenne che lavora nel negozio di un macellaio a New York e vive con la madre Teresa, da tempo vedova (siamo nel 1955). Vorrebbe sposarsi, o almeno tutti intorno a lui vorrebbero che lo facesse, ma per lui trovare moglie si e' rivelata un'impresa difficile e mortificante, che gli frutta tanti rifiuti; Marty infatti e' afflitto da un aspetto goffo e non attraente, ed è molto impacciato con l'altro sesso. A suo tempo ha rinunciato all'universita' per i problemi della sua numerosa famiglia e ora e' incerto se cogliere l'occasione di acquistare il negozio presso cui lavora. Durante una delle tante umilianti serate in una sala da ballo del suo quartiere, lo Stardust, Marty conosce Clara (Betsy Blair), una dimessa insegnante di chimica, vittima di un accompagnatore cafone in un appuntamento a quattro, che cerca di mollarla a qualcuno per liberarsene. Marty e Clara si capiscono e si compatiscono, e il loro incontro da' a tutte e due una nuova speranza. Ma subito Marty si ritrova a combattere contro la disapprovazione della madre e di Angie, il suo migliore amico, in entrambi i casi dovuta a gelosia, il che lo induce ad un momentaneo ripensamento. Non durera' molto e Marty capira' che Clara e' la cosa più importante e che non conta niente se gli altri non la trovano attraente o se non e' italiana come lui.
Marty , stranamente remake di un film tv del 1953, e' uno dei pochi esempi di realismo nel cinema classico americano, e si potrebbe dire anzi una sorta di neorealismo rosa versione stelle e strisce. E' un film girato e interpretato benissimo, con una regia che scava nei dolori e nei problemi di tutti i personaggi. Nonostante una sorta di lieto fine e' anche un film molto triste, non soltanto per i personaggi di Marty e Clara, sfigati a vita che trovano rifugio l'uno nell'altro, ma anche perche' l'idea di famiglia che ne emerge e' quella di una somma di contrasti, egoismi e sacrifici in cui nessuno e' felice, ne' i genitori ne' i figli, ne' le suocere ne' le nuore, ne' i mariti ne' le mogli. In particolare e' molto avvilente la descrizione della vita delle madri vedove di figli adulti, che non potendo piu' occuparsi di una casa propria si sentono prive di senso e disprezzate dalle nuore, che a loro volta tormentano.
E' notevole il fatto che il film sia molto vicino a rispettare le unità aristoteliche, specie quella di azione (c'e' soltanto la trama parallela e fortemente intrecciata a quella principale della zia di Marty, cacciata dalla casa del figlio e della nuora), ma anche di tempo (la vicenda si svolge in poco più di 24 ore), e di luogo (gli ambienti sono pochi e vicini- il film peraltro e' stato girato nel Bronx).
Marty e' comunque stato premiato nel 1956 con ben 4 Oscar (per l'attore protagonista, il regista Delbert Mann, il direttore della fotografia Harold Hecht, lo sceneggiatore Paddy Chayefski) ed il suo successo dell'epoca e' piu' che comprensibile. Era finalmente un film, che nell'America dei divi, poteva far sentire compresi i timidi e gli asociali, portati a rispecchiarsi in Marty e Clara, cosi' teneramente sconfitti dal mondo che li circonda. E ci si ritrova a sperare che possano essere sereni insieme e che Marty diventi il ricco proprietario di una enorme catena di macellerie.

L'importanza di Marty nella storia del costume oltre che del americano e' evidenziata in Quiz Show di Robert Redford (1994), dove lo sfigato ebreo (John Turturro) e' costretto a perdere contro il patrizio wasp (Ralph Fiennes) proprio su una domanda riguardante Marty, il suo film preferito, data l'avvertita vicinanza al protagonista.


mercoledì, 15 giugno 2005
Lost movie 15 – Mario, Maria e Mario
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 2:46 pm

Film di Scola del 1993, Mario, Maria e Mario (spassoso il riassunto di Imdb di cui al link) ritrae l'intrecciarsi di passioni politiche e private tra tre personaggi sullo sfondo dellla grande trasformazione del Pci in Pds nel 1989. Mario (Giulio Scarpati) e Maria (Valeria Cavalli) sono due coniugi divisi dalle loro opposte visioni sulla situazione del Pci, cui appartengono, dato che il primo e' a favore del cambiamento e la seconda no. Maria incontra un secondo Mario (Enrico Lo Verso), che condivide le sue idee, ed ha una storia con lui. Il finale prevede la riconciliazione dei due coniugi.
In questo momento storico, ripensare a questo non riuscito tentativo di unire vicissitudini personali e vicende pubbliche, mi fa un curioso effetto straniante. Se gia' nel 1993 Scola raccontava come "storiche" vicende che si collocavano 4 anni prima, ora pensare a come era l'Italia dei primi anni '90 sembra proiettarsi veramente nell'archeologia; quindi e' come un doppio salto all'indietro, se mi spiego. Certamente la prospettiva che nel '93 si aveva delle vicende dell'89 e' totalmente diversa da quella che potremmo avere ora. E del resto il film precede di poco una serie di eventi che hanno cambiato il volto dell'Italia, senza, forse, gattopardescamente cambiare nulla nella sostanza. Persino i protagonisti appartengono sono espressione di un'epoca diversa; Enrico Lo Verso, l'interprete allora acclamato de Il ladro di bambini, sembra aver perso il ruolo di attore di spicco; per quanto riguarda la bella Valeria Cavalli so che ha lavorato, ma personalmente non l'ho piu' vista in un film (me la ricordo specie in Probito ballare, la sit com prodotta da Avati). Giulio Scarpati poi come tutti sanno ha fatto fortuna come medico in famiglia, ma non rammento interpretazioni incisive al cinema negl ultimi anni.
Oggi comunque film di questo genere (Palombella rossa di Nanni Moretti gli puo' essere accostato per comunanza di argomento), cosi' esplicitamente politici, non se ne fanno piu', nel bene e nel male. Se il film di Scola peccava di eccessiva rigidita' e didascalismo, per lo meno era espressione di un'autentica passione politica che ora credo che latiti. E questo probabilmente non e' un bene.


giovedì, 9 giugno 2005
Lost movie 14 – Non sono più guaglione
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:27 pm

Silva Koscina nel 1958, mentre girava

Ho scritto piu' volte che non mi interesso del cinema di genere o addirittura trash degli anni '70. Pero' ho speso notevoli energie (lo posso assicurare) nello studio della commedia italiana degli anni '50. Non sosterro' di avere scoperto grandi tesori, anche se non manca qualche opera notevole in qua e la', meno nota de I soliti ignoti, pero' di cose buffe e curiose ce ne sono molte. Una di queste e' Non sono piu' guaglione, un film di Domenico Paolella del 1958, con Gabriele Tinti (Vincenzino), gia' interprete ad esempio della versione cinematografica di Cronache di poveri amanti di Pratolini (Carlo Lizzani, 1954) e Silva Koscina (Carolina), antesignana della grande invasione delle slave.
La cornice del film e' una Napoli abbastanza fasulla e in specie una piazzetta dove affacciano le case sia di Vincenzino che di Carolina, che abita con la sorella Nennella, interpretata da Yvonne Monlaur, da sempre innamorata di Vincenzino, che non se la fila. Carolina e' fatua e tutta presa dall'idea di vincere un concorso di bellezza per poi andarsene a fare l'attrice per i fumetti, ergo i fotoromanzi. Vincenzino, di professione meccanico, e' un coglioncello che la sogna da lontano e perde la testa quando riceve in regalo da un americano che ha soccorso dopo un incidente. La Cadillac e' l'unico modo per sfuggire al mondo in cui il ragazzo e' vissuto fino ad allora e soprattutto all'asfissiante madre vedova. Il povero Vincenzino per mantenersi la macchina e attrarre l'attenzione di Carolina, finisce per farsi coinvolgere in un traffico di cocaina. Ma grazie alle preghiere della mamma e di Nennella e l'aiuto della Madonna di Pompei si ravvede e torna sulla buona strada, sposando Nenella e andando in viaggio di nozze a Capri.
Non sono piu' guaglione merita un po' di attenzione per il suo vitale miscuglio di sceneggiata napoletana e commedia all'italiana, che nasceva in quegli anni, con qualche sorprendente barlume di modernita' (la cocaina, i frullati di carota di Carolina). Non manca comunque anche una comparsata di Tina Pica (nei panni di una maga al contempo insegnante di musica e canto), senza la quale veramente un film degli anni '50 pareva mancare di un elemento essenziale. La scena migliore e' comunque il confronto tra la mamma e la vamp Carolina, con la madre che appare solo di spalle e riflessa nello specchio di Carolina; lo so che e' tanta roba, ma mi sembra che abbia un che di Almodovar ante litteram. Comunque ha ragione Carolina. Vincenzino con quella mamma così italica speranze di non essere piu' un guaglione, proprio non ce le ha.


lunedì, 30 maggio 2005
Lost movie 13 – A Canterbury Tale
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 4:25 pm

Nel 1944 si incontrano in un paesino della campagna del Kent, Chillingbourn, vicino a Canterbury, un sergente dell'esercito americano, Bob Johnson, proveniente dall'Oregon, che da civile lavorava nella segheria di famiglia, un sergente inglese, Peter Gibbs, prima organista in un cinema di Londra, e un'ausiliaria, Alison Smith, anch'essa inglese, gia' commessa. Tutti e tre hanno qualcosa che li turba e li addolora; Bob, in licenza, pensa alla sua ragazza che non gli scrive da sette settimane; Peter, nonostante il suo ostentato cinismo, e' preoccupato per l'imminente partenza per il fronte e soffre di non poter suonare l'organo in una grande chiesa, scopo per cui aveva studiato tanto; Alison e' impegnata a elaborare il lutto per la perdita del fidanzato. I loro destini si incrociano con quelli di un misterioso maniaco che nottetempo getta colla sui capelli delle ragazze, di cui rimane vittima anche Alison, e di un notabile locale di mezz'eta', Thomas Colpeper, appassionato delle antiche storie della zona e dei pellegrini che passavano di li' per visitare la tomba di Becket a Canterbury. L'entusiasmo dello studioso contagia anche i tre protagonisti che al termine del film, come veri pellegrini, si vedranno concessa una grazia ciascuno in seguito ad un breve viaggio in treno proprio a Canterbury.
Affascinante piccolo film dei grandi Michael Powell e Emeric Pressburger, A Canterbury Tale , Racconto di Canterbury, appunto girato in varie locations nel Kent nel 1944, costituisce una curiosa parentesi di grazia in un mondo che certamente avvertiva il bisogno di miracoli come quelli che accadono ai protagonisti. E' come una tregua, uno spazio di gentilezza e di comunione con il passato ricavato in mezzo alla tragedia, in un cinema all'epoca soprattutto impegnato nella propaganda bellica diretta. I personaggi sono portati a sentire la loro vicinanza ideale ai pellegrini di cui Chaucer (che compare in una sequenza in costume) ha raccontato secoli fa e trovano in questa continuita' la forza per affrontare cio' che li circonda. L'Inghilterra cosi' rurale e sognante ritratta nel film forse non esisteva allora o non era mai esistita, ma questo non conta molto, se ci si cala nell'atmosfera volutamente irrealistica, dove la guerra compare indirettamente nelle devastazioni degli edifici di Canterbury e nel lutto di Alison.
Peraltro la celebre cattedrale di Canterbury, dove sono ambientate alcune sequenze del film, venne ricostruita in studio,dato che le vetrate erano state portate via per evitare che fossero distrutte nei bombardamenti; anche l'organo era stato smantellato e nel film venne usato un sostituto.
Esistono due versioni del film, una di 124', per il mercato inglese, una di 95' per il mercato americano (io ho visto la seconda).
Devo dire poi che per questo film ho un affetto tutto particolare, perche' anche a me, tanti anni fa, e' capitato di fare un viaggio a Canterbury in circostanze particolari. Peccato che non abbia ricevuto alcuna grazia speciale. E ora la tearoom vicina alla cattedrale che si vede alla fine del film ospita uno Starbuck's. Cosi' l'americano Bob non si dovrebbe lamentare, come fa, che non si puo' bere altro che te' in Inghilterra.


mercoledì, 25 maggio 2005
Lost movie 12- St. Elmo's Fire
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:12 pm

Il cast di questo film del 1985 è una parata di attori che ora hanno un grande futuro dietro le spalle e la cui fama non ha per lo più resistito alla fine degli anni '80, ma che all'epoca sembravano tra le migliori promesse in circolazione: Rob Lowe, poi noto anche come pedofilo e da qualche anno di nuovo in auge come interprete di West Wing, serie che in Italia passa quasi clandestinamente su Rete 4; Ally Sheedy, brevemente famosa per i film della serie Short Circuit (1 e 2, 1986 e 1988), poi entrata nel circuito dei tv movies; Mare Winningham, che per la verità a parte il non indimenticabile Turner e il casinaro (1989) con Tom Hanks, dal circuito dei tv movies non è mai uscita; Emilio Estevez, figlio di Martin Sheen (il presidente Bartlett di West Wing, guarda caso). il cui maggiore successo è stato il western giovanilista Young Guns (1988); Judd Nelson, che sempre nel 1985 ha fatto Fandango, quello con Kevin Costner; Andrew Mc Carthy, che io trovavo adorabile, ma che dopo Pretty in Pink (1986), con il titolo tratto da un canzone degli Psychedelic Furs, ha fatto poco altro ed è stato riarssobito anche lui dai tv movies. Ma ovviamente la più famosa è diventata Demi Moore, che ha raggiunto il culmine del successo negli anni '90 (chi si ricorda delle grandi polemiche per filmacci come Rivelazioni, in cui quale manager in carriera seduceva Michael Douglas e Striptease, in cui esibiva le tette rifatte in casti spogliarelli?) e che ora è tornata agli onori delle cronache per essersi fatta il fidanzato poco più che ventenne (ora pare che sia anche incinta). Esaurita questa nostalgica parata di stellette degli anni '80, va detto che il film, diretto da Joel Schumacher (che anche lui come Leisen ha cominciato come costumista, tra l'altro di Interiors di Woody Allen, ad esempio), è una sorta di Grande Freddo dei piccoli, in cui un gruppo di ventitreenni o giù di lì è in bilico tra il rimpianto per l'università ormai finita e l'aspettativa del futuro. Per la verità a ripensarci 'sti twentysomething appaiono piuttosto vecchi a me che ormai ho oltrepassato la trentina (vedere la coppia sposata Sheedy-Nelson, già in crisi), ma il film è abbastanza piacevole. E poi c'è la metafora da cui viene il titolo che mi è sempre sembrata molto vera. Ogni giorno, dice il personaggio di Rob Lowe, ci inventiamo delle difficoltà piccole da affrontare, per sopportare meglio e parcellizzare la generale difficoltà di vivere; questi problemi più o meno fittizi sono come i fuochi di Sant'Elmo che appaiono nella tempesta e sono il segno che il peggio sta per finire. E questa cosa mi torna spesso in mente.


venerdì, 6 maggio 2005
Lost movie 11 – Le beau mariage
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:38 pm

Io amo i film di Eric Rohmer, e cio' non toglie che abbia la sensazione che il regista francese sia il creatore di alcune delle eroine piu' irragionevoli della storia del cinema. Magari questo e' molto francese, non so, fatto sta che spesso e volentieri a queste ragazze e donne che al maestro piace ritrarre nelle sue opere verrebbe voglia di tirare dietro qualcosa, ovviamente se si materializzassero.
Questo mi è accaduto specialmente per Le beau mariage film del 1982 (appartenente alla serie Comédies et proverbes), in cui la protagonista, Sabine, decide per fare dispetto all'amante pittore che si sposera', prima ancora di conoscere un candidato marito. Dopo di che la fanciulla decide anche che deve sposare un avvocato parigino conosciuto ad un matrimonio, dopo averci scambiato solo qualche parola, e perseguita il malcapitato fino a fare irruzione nel suo studio legale, con conseguente piazzata. Il poveretto viene quindi costretto a respingere Sabine con una certa brutalita', per riuscire a liberarsene.
Ovviamente Rohmer conduce le cose da par suo, con ironia e uno stile sfuggente di ripresa che pare indifferente alla comune regola di inquadrare chi parla. Resta il fatto che, con tutto il rispetto per Rohmer, allo spettatore un po' ingenuo, come sono io, probabilmente la cosa che rimane piu impressa e' proprio la sensazione di voler tirare un qualche soprammobile alla supponente Sabine, convinta com'e' di poter decidere per gli altri. Per inciso l'interpretazione di Béatrice Romand le è valsa all'epoca il Leone d'oro. C'è anche, nella parte dell'amica della protagonista e cugina dell'avvocato, Arielle Dombasle, attrice rohmeriana per eccellenza, moglie del filosofo Bernard Henry-Lévy, e madre di Justine Lévy. Quest'ultima e' autrice di un libro autobiografico di grande successo, Niente di grave, in cui racconta tra le altre cose il dramma della fine del suo matrimonio, causata dalla relazione del marito con niente di meno che Carla Bruni. E' buffo pensare quanto piccolo sia il mondo dei vips…


mercoledì, 4 maggio 2005
Lost movie 10 – La chasse aux papillons
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:17 pm

La chasse aux papillons (titolo italiano Caccia alle farfalle) e' un film del 1992 di Otar Ioseliani, regista georgiano popolare tra gli appassionati, ma non credo un beniamino delle masse. La storia si puo' raccontare in qualche parola o richiede dei volumi, dipende dalle scelte. Sostanzialmente Ioseliani ritrae l'esistenza di un villaggio francese con i suoi vari personaggi rappresentativi, ma piu' in particolare racconta la storia di Marie Agnès e Solange, due anziane cugine che vivono nel castello (beh, per la concezione italiana di castello somiglia piuttosto ad una villa) di proprieta' della prima, dove tra l'altro le due ospitano una congrega di Hare Krishna. In assenza di un vero protagonista, si seguono per la maggior parte le avventure di Solange (Marie Agnès e' immobilizzata), che suona nella banda del paese, pesca con arco e frecce nello stagno del castello pesci che vengono dati in pasto agli ignari e vegetariani Hare Krishna, gioca alla petanque, litiga con il notaio per questioni di confine. Tra i personaggi i sono anche il parroco ubriacone, il figlio e la nuora di colore del notaio che discutono con conseguente lancio di uova che finiscono sui ritratti degli antenati di lui, un maraja indiano in visita al paese. Peraltro nel villaggio, attraversato da un pittoresco canale, c'e' sempre la nebbia, tutti vanno in bicicletta e nessuno appartentemente lavora.
Marie Agnès muore sognando il passato, e tutti i parenti si riuniscono per la lettura del testamento; sparisce l'argenteria nascosta da Solange nella cassetta dello scarico e fregata dalla nuora del notaio. Con grande disappunto collettivo, e' nominata erede una sorella che abita a Mosca, provvista di figlia chiaramente avida. Il castello viene venduto ad un gruppo di giapponesi che aspettavano allo scopo da tempo la morte della proprietaria, Solange lascia il paese, il maraja le da' un passaggio sul suo splendido treno privato, ma entrambi muoiono in un attentato. La vita continua con i giapponesi che prendono il posto delle anziane signore nel castello, mentre la nipote russa di Marie Agnès si dedica alla bella vita a Parigi.
Pare che il film sia un apologo sull'avidita', e che la caccia alle farfalle, che non c'entra niente con la "trama" sia il simbolo di un mondo perso, in cui c'era tempo per sognare, per dedicarsi ad attivita' piacevoli. Puo' darsi; ma soprattutto credo che sia bello lasciarsi andare ai tempi del cinema di Ioseliani, alle sue associazioni di immagini e concetti, alle bizzarre combinazioni tra i suoi personaggi, ai suoi dialoghi sommessi e quasi inesistenti, al sapore di vecchia Francia di cui è pieno questo film di un regista georgiano.


mercoledì, 20 aprile 2005
Lost movie 9 – Show People
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 4:58 pm

Show People e' un film muto di King Vidor, ma realizzato ormai in tempi (1928) in cui si stava affermando il cinema parlato. Proprio King Vidor e' stato uno dei primi che ha mostrato le grandi possibilita' del nuovo mezzo espressivo, con Hallelujah (1929).
Show People e' anche e soprattutto uno dei piu' grandi film che parlano di cinema, al pari di Singin’ in the Rain o La nuit américaine. Il film ci racconta la storia di due giovani attori, Peggy Pepper,(Marion Davies) e Billy Boone (William Haines); lei e' inizialmente una bathing beauty da comiche di Mack Sennett (come Gloria Swanson ai suoi inizi e del resto si allude proprio alla storia della famosa attrice, protagonista di un altro grande film sul cinema, Sunset Boulevard di Billy Wilder) e lui un comico dotato che insieme si costruiscono una carriera nella commedia, con torte in faccia e classiche gag tipo slapstick, sviluppando anche una tenera amicizia. Ma lei sogna da sempre il cinema drammatico, le parti nobili, l’empireo di Hollywood. E riuscira' ad arrivarci, con il nome di Patricia Pepoire, ma perdera' il successo e la gioia di vivere. Sara' Billy a restituirle il sorriso e a mostrarle l’importanza e la dignita'del comico.
Show People gira quindi attorno ad un tema importante nel cinema in generale e in particolare in quello americano, il rapporto tra commedia e tragedia, che serpeggia ad esempio in tutta la produzione di Woody Allen ed ha trovato un’esplicita trattazione nel recente Melinda and Melinda. Il mio cuore per la verita' batte tutto a favore della commedia, e sono tra quelli che preferiscono Play It Again, Sam a Interiors o Broadway Danny Rose a Crimes and Misdemeanors. E’ naturale che quindi Show People sia un film che amo tantissimo, anche perche' e' l'opera di un regista che e' stato anche un grande autore di film drammatici, a partire ad esempio da The Crowd, sempre muto, continuando ad esempio con Duel in The Sun o la versione cinematografica di Guerra e pace. Mi piace quindi l’idea che il discorso di Show People si possa ricollegare ad un altro tema fondamentale del cinema americano, cioè “that’s entertainment”, come cantano i protagonisti di The Band Wagon di Minnelli. Basta che faccia spettacolo, tragedia o commedia, balletto classico o musical, tutto va bene. Anche se è “be a clown” per usare le parole di Cole Porter o "make 'em laugh" come nella canzone cantata da Donald O’ Connor in Singin’ in the Rain, che fa diventare ricchi e famosi. E "be a clown" talvolta aiuta la gente a vivere meglio, proprio come il protagonista di The Crowd , che nel finale del film recupera la serenità ridendo al cinema, o il personaggio di Woody Allen in Hannah and Her Sisters, che dopo un tentativo di suicidio scopre il senso della vita rivedendoDuck Soup con i fratelli Marx.


giovedì, 14 aprile 2005
Lost movie 8 – Le sorprese del divorzio
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 3:16 pm

Le sorprese del divorzio è un film del 1939 di Guido Brignone, tratto da un vaudeville di Alexandre Bisson. Fatichereste a trovare notizie su questa pellicola; la recensisce comunque il Morandini, mentre non la menziona il Mereghetti. Immagini non sono riuscita a trovarne in rete.
Si tratta di una delle tre versioni cinematografiche dell'opera teatrale, dopo la prima, italiana, del 1923, mentre la terza è spagnola e risale al 1943. Il vaudeville in questione sembra avere una certa fortuna sui palcoscenici italiani.
La storia è abbastanza assurda, dato che c'e' un tizio che sposa la figlia di un altro tizio che sposa la sua ex-moglie o qualcosa del genere; appunto roba da vaudeville. Ne scaturisce un risultato di perfetta astrazione dalla realta', uno dei piu' alti raggiunti da un genere, la commedia dei telefoni bianchi, che in fatto di artificiosità ha avuto pochi rivali storici. Del resto sebbene l'ambientazione sia italiana, i protagonisti mantengono la nazionalità francese (tutto quel disinvolto divorziare non era una roba da Italia fascista), con curioso effetto di straniamento. L'unico attore che conosco del cast e' Sergio Tofano; gli altri sinceramente non mi sono noti.
Interessante e' comunque la scelta di ambientare parte della vicenda al Sestriere, (anche se il film ovviamente, come sempre allora, era girato in studio e più precisamente neegli studi della produzione, la Scalera film) probabilmente con intento pubblicitario, dato che la località sciistica era sorta proprio nel corso degli anni '30. Di rilievo sono gli aspetti di architettura e déco, che per gli amanti del genere possono sostituire la freschezza quasi totalmente assente dal film.Lo scenografo peraltro era Antonio Valente, lo stesso, curiosamente, del primo film con Toto', Fermo con le mani! (1937). Il mondo del cinema italiano è sempre stato piccolo, evidentemente.


martedì, 12 aprile 2005
Lost movie 7 – The Guns of Fort Petticoat
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:42 am

Ci sono dei lost movies cosi' lost che non sono mai riuscita a vederli, nemmeno in anni di frequentazione del palinsesto di Rai Tre. Uno di questi e' un mito familiare, il western The Guns of Fort Petticoat, titolo italiano Il forte delle Amazzoni (1957). Mia madre, da sempre appassionata del genere, raccontava di aver visto nell'adolescenza questo film in cui un gruppo di donne, in assenza degli uomini impegnati nella guerra di successione, doveva imbracciare le armi per difendersi contro gli indiani. Le comandava un personaggio maschile interpretato da Audie Murphy, anche eroe della guerra di Corea, oltre che attore. La mamma aveva un ricordo preciso e piuttosto truce, cioe' la scena in cui Audie Murphy, desperatis rebus, faceva fuori lo stregone e ne esibiva il cadavere per impressionare gli indiani.
Dato che di questa pellicola era sparita ogni traccia (il Mereghetti che è tendenzialmente completo non ne parla) cominciavo a pensare che fosse una bella invenzione della fantasia della mamma, quando una decina di anni fa ne trovai menzione in un Dizionario dei film western, autore Pino Farinotti, Sugarco Edizioni, 1993. Ho scoperto tra l'altro che il regista era George Marshall, un tipo piuttosto importante, tra l'altro regista di The Sheepman (La legge del più forte, 1958), con Glenn Ford e Shirley MacLaine, altro hit di mia madre.
Nella mia vita è poi entrato Internet e quindi la possibilità di trovare altre notizie di questo mito cinematografico materno. Tra l'altro mi colpisce la somiglianza del titolo originale , meno epico di quello italiano, con Operation Petticoat (Operazione sottoveste, 1959, Blake Edwards). Doveva essere un leit motif di quegli anni.
Resta il fatto che io Il forte delle Amazzoni non l'ho visto e per il momento posso solo immaginarlo . Chissa' se qualcuno dei gentili lettori e' stato piu' fortunato. Ad ogni modo se chiudo gli occhi posso divertirmi a fantasticare su questo western a colori, magari non tanto politicamente corretto, con tante donne che sparano a più non posso da un forte di legno simile a quello giocattolo che avevo da piccola. Il manifesto danese mi pare il più adatto a questa mia visione infantile…


sabato, 9 aprile 2005
Lost movie 6 – The Moon is Blue
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 2:26 pm

L'orrendo titolo italiano di questo film del 1953, La vergine sotto il tetto, riassume alcuni dei tratti salienti della vicenda. Patty O'Neall (Maggie McNamara,esordiente) un'attricetta newyorkese ventiduenne, vergine "di professione", di una disarmante sincerita' specie in campo sessuale, viene abbordata all'Empire State Building da uno scapolo trentenne architetto e piu' che piacente, Donald Gresham (William Holden al suo meglio). Patty finisce presto nell'appartamento dello scapolo e tra scorribande della ex di lui, che abita nello stesso palazzo, un intermezzo con l'affascinante padre della suddetta (David Niven), un incontro scontro tra il padre poliziotto della verginella e lo scapolo, nel giro di ventiquattrore convince il malcapitato a portarla all'altare, senza aver perduto la sua castita'.
Notevole esempio di sfida alla prurigine anni '50, The Moon is Blue fu voluto fortissimamente dal regista, il grande Otto Preminger, senza alcun taglio rispetto all'opera teatrale di F.Hugh Herbert da cui era tratto, con conseguente violazione del codice Hays (che probiva tra l'altro l'uso della parola vergine). Per poterlo distribuire, il battagliero cineasta dovette impegnarsi in una causa in tribunale, che vinse, sollevando un polverone che assicuro' il successo del film, con vittoria del Golden Globe da parte di Niven e una candidatura all'Oscar per la McNamara. Sebbene The Moon is Blue abbia dato un forte contributo storico alla scomparsa del codice Hays, attualmente non credo che annoveri molti cultori.
A parte i problemi di censura, questo film mi e' rimasto nel cuore per certi tratti arguti sebbene a volte molto datati del suo dialogo di ascendenza teatrale, ma soprattutto per la prova strepitosa dei due protagonisti maschili, William Holden e David Niven, assolutamente deliziosi nelle loro schermaglie. Da non perdere anche l'arredamento della casa dell'architetto, vero gioiello di design dell'epoca. Viene quasi da rimpiangere un tempo pieno di difetti, ma certo piu' bello esteticamente parlando.


martedì, 5 aprile 2005
Lost movie 5 – Sposero' Simon Le Bon
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi — Scritto da waldorf alle 6:38 pm

Ebbene si', questa rubrica e' dedicata anche agli orrori, perché il cinema vive anche di questo (però mi rifiuto di parlare del trash italiano anni '70, anche per totale ignoranza). E questo film onestamente un orrore lo e', ma non gli si puo' negare la qualifica di disperso, perche' credo che sia caduto nel dimenticatoio quasi totale. Sposero' Simon le Bon (1986) fu ai suoi tempi un fenomeno di costume, come prima lo era stato il libro scritto da una insopportabile ragazzetta milanese, Clizia Gurrado, che per qualche mese divenne una sorta di diva. La trama non merita grandi spiegazioni; ovviamente si tratta della storia di una sedicenne milanese lobotomizzata che vuole sposare Simon Le Bon nel momento del suo massimo successo, con il contorno di alcune vicende collaterali (tipo quella dell'amica che pensa di essere incinta).
Io 'sto film l'ho visto come molte adolescenti italiane dell'epoca (solo in tv pero'!), non tanto perche' mi piacesse ma perche' era in giro. Del resto in quegli anni sono stata perfino trascinata ad un megaconcerto dei Duran Duran da un'amica fan sfegatata, e per i Duran Duran crescendo ho mantenuto una sorta di bonaria affezione, almeno finche' non li hanno ripescati e una loro canzone e' diventata il tormentone dello spot della Tim con la modellona afflitta da una vaga forma di prognatismo. Vanno complimentati per la tenacia, pero', i ragazzi.
Per tornare al film, purtroppo ricordo bene la vicenda, gli attori, il clima di strapotere dei paninari (una delle piaghe che i personaggi devono affrontare e' una banda di ladri di Timberland). Rammento ad esempio con grande chiarezza visiva la scena in cui Barbara Blanc, la protagonista (che poi ho ritrovato come Sofia in Un posto al sole), si aggira per Sanremo cercando di incontrare Simon Le Bon, sforzandosi di salire una gran rampa di scale con delle scarpe a tacco alto messe appositamente per sedurre il bovino cantante.
Ripensare a questo film mi fa concludere che spesso il brutto ha una capacita' tutta particolare di appiccicarsi alla nostra memoria e di rimanerci per anni, e riafforare proustianamente in modo inaspettato. Mi chiedo se qualcun altro al mondo ancora ha la sventura di ricordarsi questa opera fondamentale e non riesce a cancellare questo sgradito souvenir. Con ricordi di questo tipo magari alla fine si impara a convivere pacificamente, chissa'… io ancora non ci sono riuscita, ma un pochino la sensazione di rigetto si attenua, perche' certe cose finiscono per far parte del nostro vissuto.


domenica, 3 aprile 2005
Lost movie 4 – California Poker
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 9:43 pm

Questo post onestamente vuole essere un omaggio a Robert Altman, un grande forse rimasto un po' in disparte nel cinema di oggi, ma sempre amato da un gruppo non so quanto folto dei suoi fan. California Poker (nell'originale California Split, 1974) e' un film altmaniano al massimo, con George Segal (Bill) e Elliott Gould (Charlie) che interpretano due piu' o meno sbandati di Los Angeles che passando da una esperienza di gioco all'altra con alterne fortune (poker, scommesse sulle corse di cani e cavalli, su incontri di pugilato, partite di basket), finiscono per sbancare un casino di Reno. Bill pero' sembra piu' depresso di quando perdeva.
E' tipicamente altmaniana la sceneggiatura destrutturata, apparentemente casuale, fatta di tanti discorsi su argomenti spesso casuali e fuori della trama (i cartoni di Disney o i fruit loops). Per la verita' potresti dormicchiare un quarto d'ora e non perdere il filo della trama perche' non succede moltissimo nei 108 minuti di durata.
Però vedere Elliott Gould e' sempre un piacere. Mi e' mancato molto e mi fa piacere che lo abbiano rispescato in Ocean's Eleven e Ocean's Twelve. Sì, perché tanti anni fa si e' ridotto a recitare per i Vanzina.


venerdì, 1 aprile 2005
Lost movie 3 – Omicron
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 12:06 pm

Renato Salvatori che fa l'alieno è tanta roba. Ma se poi l'alieno, di per se stesso invisibile, invade il corpo di un operaio di nome Trabucco la faccenda assume un aspetto ancora più strambo. Omicron (1963) è uno dei pochi film per il cinema realizzato da Ugo Gregoretti, raffinato uomo di spettacolo che ha dato grandi contributi culturali alla rai ed ovviamente ora non ci lavora più. L'opera, improntata alla satira sociale, venne finanziata da Franco Cristaldi, che ci credeva, ma a quanto pare trovò difficoltà di distribuzione. Così venne organizzata una polemica prima a Sgurgola, proverbiale paese laziale, dove Salvatori per passare il tempo si adattò a giocare a carte con i vecchietti del posto. A quanto pare non è poi mancata una certa fortuna postuma al film, e nel 1964 ha ricevuto niente di meno che il primo premio al IX festival del cinema umoristico di Bordighera.
Tanto per la cronaca il povero alieno-operaio, pur partendo dall'essere un perfetto lavoratore automa, muore poi incitando i compagni allo sciopero.


lunedì, 28 marzo 2005
Lost movie 1 – Shirley Valentine
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 6:46 pm

Il mio primo lost movie è Shirley Valentine (titolo italiano, La mia seconda vita ), 1989, tratto da un lavoro teatrale di successo in Inghilterra, che ha avuto persino una nomination all'Oscar; l'ho visto tanti anni fa, quindi chiedo perdono per eventuali errori. Credo che sia invece un cult in Inghilterra, ma qua deve essere passato di striscio.
La protagonista (Pauline Collins, la stessa attrice che interpretava il personaggio in teatro), è una casalinga di Liverpool frustrata, disprezzata da marito e prole, dedita alla conversazione con i muri di casa. Shirley parte per la Grecia con un'amica che ha vinto un viaggio, mette su un flirt con uno sciupaturiste locale, proprietario di un ristorante, e decide di non tornare a casa. Il marito tenterà di recuperarla.
Non è un granché di film, in realtà, trppo furbastro, ma due cose mi sono rimaste in mente. La prima è la battuta che il furbastro greco usa per conquistare Shirley, come altre turiste di mezz'età, che si porta a letto dicendo loro che le smagliature sono segni della vita, e quindi insomma una cosa interessante (molto consolatorioper le donne). La seconda è la scena in cui Shirley invece di prendere il traghetto e tornarsene a casa in Inghilterra si ripresenta dal seduttore, intento già a blandire la prossima vittima . Il tizio si prende un accidente, ma Shirley, che conosce la vita, non aveva in mente
un prolungamento della storia, ma chiedergli un lavoro. Ed è dal lavoro, non dal flirt, che riparte la seconda vita di Shirley e questo decisamente mi piace, nel suo essere fuori da molti luoghi comuni narrativi. Comunque a Mykonos pare che ci sia una Shirley Valentine beach

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