martedì, 5 agosto 2014
The Internet's Own Boy: the Story of Aaron Swartz
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto dal Ratto alle 10:41 pm


martedì, 21 giugno 2011
Il lentissimo viaggio della nave veloce
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 2:35 am

Premetto, e' un post sconclusionato e senza particolare senso. Mi andava di scriverlo.

AGGIORNAMENTO: sullo stesso argomento, in una chiave piu' seria e piu' professionale, ha scritto Finn Arne Jørgensen sul suo blog. Vale la pena di leggerlo.

Il secondo canale della televisione norvegese NRK (piu' o meno come dire RAI Due in Italia) sta trasmettendo un viaggio dell'Hurtigruten, il traghetto postale costiero, da Bergen a Kirkenes, al confine con la Russia. Cinque giorni e mezzo di viaggio, trasmessi in diretta non-stop, anche approfittando del solstizio e del sole di mezzanotte, che garantisce luce ininterrotta sulla scenografica navigazione. Come dichiarano orgogliosamente, sono 8040 minuti ininterrotti, la piu' lunga diretta del mondo.
Il viaggio dell'Hurtigruten e' una cosa che fa parte della mia mitologia famigliare — per tante ragioni. La Norvegia e' uno dei miei luoghi dell'anima — uno di quelli da cui non ti liberi mai, dopo che l'hai visto una volta. C'e' chi ha il mal d'Africa — io ho il mal del Nord ;-)
Percio' non ho resistito — e mi sono guardato qualche spezzone della trasmissione su internet. Niente a che fare con un reality, come titolava un giornale italiano che riportava la notizia un paio di giorni fa. Piuttosto un incrocio tra un sito di webcam, uno spottone di promozione del turismo — e l'insostenibile tendenza della tv nazionale norvegese a raccontare le minuzie di villaggio, come la piu' sperduta delle emittenti locali del resto del mondo. Una roba obiettivamente inguardabile — con dei tempi inconcepibili per qualunque tv a sud di Oslo.
Ma ci sono alcune cose che mi hanno colpito.
La prima, la piu' banale, e' che la bellezza di quei luoghi e' tale che riesce a togliere il respiro perfino in un format come questo.
La seconda e' che in Norvegia evidentemente non succede mai nulla e non c'e' mai nulla con cui divertirsi: solo cosi' si spiega non solo che un'idea del genere possa esser venuta a qualcuno, ma che questo qualcuno abbia convinto una tv importante a realizzarla e a trasmetterla, e che la tv abbia profuso un bel po' di energie nel realizzarla. Ma soprattutto quel che sorprende e' che la trasmissione e' diventata un evento nazionale: su tutto il percorso, a tutte le ore del giorno (non della notte, perche' la notte non c'e'), accorre gente a salutare la nave con cartelli e bandiere, con la banda e le majorettes, su barche, dai ponti, dalle banchine dei moli, perfino dagli elicotteri delle piattaforme petrolifere: e' una specie di celebrazione itinerante. E il bello e' che non e' un evento, di per se': l'Hurtigruten viaggia lungo tutta la costa norvegese da una cosa come 120 anni; passa da quei posti tutti i santi giorni e nessuno ci fa caso piu' di tanto, a meno che non stia aspettando un pacco o abbia bisogno di andare sull'isola di fronte. E' una cosa totalmente normale. Ma *questa* volta tutti lo vogliono veder passare. Potenza della televisione — e probabilmente della scarsita' di diversivi (AGGIORNAMENTO: pare che almeno meta' dei Norvegesi si sia sintonizzata su NRK2 per vedere almeno un pezzo della diretta, facendo di questa la trasmissione piu' seguita della storia della televisione norvegese).
L'ultima e' che tutta questa cosa implica un modello di vita inconcepibilmente lento per le nostre abitudini. Una lentezza che probabilmente farebbe saltare i nervi a quasi chiunque di noi — verosimilmente anche a me. Eppure devo confessare che ne subisco il fascino — che per certi versi mi pare — perfino noia compresa — un ritmo desiderabile. E d'altra parte e' un ritmo che permette alla Norvegia di essere uno dei paesi piu' competitivi del mondo. Alla faccia della nostra fretta.

P. S. Per ironia della lingua, Hurtigruten significa "rotta veloce". Cosi', tanto per capirci.


lunedì, 4 aprile 2011
Dai un senso a come ti vesti (!?) ovvero Tim Gunn vs. Enzo e Carla
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 12:49 am

Tempo fa ho indicato come mio punto di abbrutimento mentale il fatto di aver guardato Extreme Makeover, catturata dal fascino dell’orrido tipico di quel genere di trasmissione. In parte ci sono ricaduta perché negli ultimi mesi, complice la maternità, mi capita di perdermi in qualche reality che gira sul satellite, anche se non così abbrutenti. Per quattro o cinque puntate ho trovato divertente Ma come ti vesti, salvo poi stufarmi presto del sadismo ambrosiano di Carla Gozzi e Enzo Miccio, ribattezzati dal ratto, vittima incolpevole delle mie derive televisive, "la checca e la strega". Se è vero che le poverette a cui i due esperti di moda devono rifare il look almeno nella finzione del reality (dubito che i reality abbiano molto a che fare con la realtà) sembrano delle disperate riprese dalla piena, non so con quale autorità i due potessero imporre il buon gusto considerando come erano conciati di solito. Magari erano elegantissimi per il mondo che frequentano, ma a me spesso parevano ridicoli e quel che è peggio specie nel caso di lei, totalmente artefatti. Ma tant'è, la loro autorevolezza credo provenga dall'essere portatori di quello che sagacemente Aldo Grasso riferendosi a loro e ad altri simili programmi ha ribattezzato "il gusto medio catodico". Se ti mandano in televisione a spiegare agli altri come fare questo o quello, allora per definizione sei un esperto sulla cui parola giurare. L'abbigliamento del resto, entro i limiti della decenza e della conformità agli ambienti dove ci si trova, è espressione di libertà e magari non è detto che una donna debba calzare per forza un tacco 12 per essere elegante, come prevede il vangelo secondo Enzo e Carla.
Devo dire che nel genere preferisco molto Tim Gunn, comprimario di Heidi Klum in Project Runway, che fa un programma analogo "Tim Gunn's Guide to Style". Adoro l'aplomb del personaggio e la sua mania per gli eufemismi. Assolutamente da riciclare la sua frase preferita "make it work" – che in italiano è stata tradotta assai efficamente come "dagli un senso" -rivolta ai concorrenti di Project Runway in palese difficoltà nel confenzionare un vestito. Almeno Tim Gunn è oggettivamente dotato di stile – cosa che non si può dire dei suoi emulatori milanesi- e se anche non risparmia osservazioni taglienti possiede appunto la non mai abbastanza apprezzata arte dell'eufemismo, senza la quale si finisce per essere solamente acidi. Il che è certo più facile ma può anche velocemente stancare.


venerdì, 11 marzo 2011
Lost movie 32 – A child is waiting (Gli esclusi)
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV, Di(ver)s(e)abilita', It, Love the Bomb — Scritto da waldorf alle 10:58 am

Premetto che il film non è di difficile reperibiltà. Se dopo aver letto questo post siete curiosi lo trovate su Youtube .

Secondo film di John Cassavetes, realizzato nel 1963, A Child Is Waiting tratta delle vicende di una struttura, diretta dallo psichiatra dottor Clark (Burt Lancaster), il Crawthorne State Training Institute, dove sono ricoverati bambini con disabilità mentali di vario genere. Il plot si dipana essenzialmente dall’arrivo di Miss Jensen (Judy Garland) una aspirante single musicista fallita che cerca il senso della vita nel lavoro con i bambini disabili; la donna si affeziona eccessivamente a Reuben, un bambino la cui diagnosi è quella di "subnormale" ma che oggi verrebbe probabilmente considerato un autistico o un Asperger. Reuben è il bambino che aspetta, invano, visite dei suoi genitori ogni mercoledì pomeriggio.
Il film in realtà è solo in parte opera di Cassavetes, a causa di contrasti tra lui e il produttore Stanley Kramer, che ha poi seguito il montaggio. Nel film recitano bambini veramente disabili tranne Bruce Ritchey, il bravissimo interprete di Reuben.
E’ difficile per me giudicare da un punto di vista puramente estetico un film come questo, perché tocca le corde più profonde del mio animo, se posso usare un’espressione così retorica, e vederlo scatena sofferenze che ogni giorno è necessario seppellire appunto nel profondo per poter andare avanti. Posso dire solamente che certi momenti mi sono sembrati, oltre che per me strazianti, di grande cinema, come ci può aspettare del resto da Cassavetes, pur se il suo ruolo è stato limitato da interventi esterni e il film sconta in certi punti un eccessivo didatticismo.
In particolare è splendida la sequenza, quasi alla fine del film, in cui Reuben recita con voce meccanica una poesiola in uno spettacolino allestito per la festa del Ringraziamento. Il volto del bambino vestito e truccato da indiano è di una bellezza sconcertante. Francamente, se non mi aspetterei da una persona non coinvolta emotivamente come me che pianga le calde lacriime che ho versato io, mi sorprenderei di fronte a una qualsiasi mancanza di emozione.
Nel film più volte ci si interroga sul “senso” della vita di questi bambini e sul perchè cercare di aiutarli e spendere risorse per loro, cosa giudicata poco utile dai burocrati venuti a supervisionare il lavoro di Clark. Reuben è stato abbandonato dai suoi incapaci di accettare e gestire la sua diversità, e il padre dice esplicitamente che vorrebbe vederlo morto. Ovviamente simili battute sono come sale sparso sulle mie ferite, ma una volta messo da parte il dolore ho capito che in realtà sono simili problemi a non avere senso. E’ già difficile trovare un significato all’esistenza in generale, e non è certo il caso di interrogarsi su quello delle esistenze individuali, il che porterebbe probabilmente a risultati poco confortanti.
Per quanto mi riguarda, mi pare che si debba solo cercare per questi bambini ed anzi per queste persone di fare in modo che la vita sia piacevole, che possano goderne con la maggiore autonomia possibile e che siano messi in grado di dare e ricevere affetto e in generale di raggiungere ogni risultato che sia loro possibile. Non vedo altro senso e non mi pare che lo scopo sia troppo diverso da quel che vale per ogni altro bambino. In realtà siamo anche noi normali ad avere bisogno di questi bambini, e, se proprio si vuole cercare un senso, aiutarli ne conferisce alla nostra esistenza come essere umani. Non occuparci di loro sarebbe più facile, ma allora a cosa serviamo?
Come genitori siamo chiamati ad una prova difficilissima, ma abbandonare i nostri figli anche solo moralmente sarebbe un fallimento inaccettabile. Enrico del resto è un bambino stupendo e stare con lui è spesso una vera gioia. Dopo aver visto questo film ho dovuto correre ad abbracciarlo, perché ho sentito come non mai che non potrei stare senza di lui.
A Child Is Waiting fa capire tra l’altro come è un mondo in cui non c’è spazio per i bambini disabili, confinati in istituti dove non diano fastidio ai normali, e dove si pensa che non si possa fare alcunchè per loro. In un mondo così si possono capire i genitori che per disperazione lasciano i figli in strutture come quella diretta dal dottor Clark. In Italia tutto questo era stato superato e si è lavorato in modo veramente esemplare per l’integrazione scolastica. E’ una cosa che per una volta farebbe sentire fieri di essere italiani, se non fosse che purtroppo vi sono ora a giro vari signori (come questo) che vorrebbero distruggere questo patrimonio di civiltà e respingerci indietro di decenni. Per favore, non permettiamo che accada..

Con questo post riprendo una vecchia serie, quella dei "Lost movies" interrotta molto molto tempo fa per mancanza di tempo più che di ispirazione.. non è un caso che l'ultimo risalga a pochi mesi dopo dal ritorno al lavoro dopo la nascita di Enrico e questo sia riuscito a stento a scriverlo in maternità dopo la nascita di Costanza (che mi sta dormendo addosso..). E' passata parecchia acqua sotto i ponti, come si dice.


lunedì, 27 dicembre 2010
That wasn't flying (it was falling, with style)!
Nelle categorie: Cinema e TV, It, Love the Bomb, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 1:45 am

Per noi i giochi di It sono tra gli aspetti piu' misteriosi del suo modo di essere. Completamente estraneo ai giochi di finzione, al gioco simbolico, abbastanza refrattario a quelli di rappresentazione e di imitazione, It ha logiche per lo piu' molto elementari, di puro piacere sensoriale (lanciare oggetti, sbatterli ritmicamente — e altre attivita' capaci di far saltare i nervi dopo dieci minuti a qualunque adulto neurotipico), in cui evidentemente la ripetizione e' un pezzo importante del divertimento e della soddisfazione.
Altre volte si addentra in giochi piu' complessi, fatti di regole che ci sfuggono completamente, ma il cui rispetto e' cruciale (una serie di oggetti *deve* essere messa in un ordine preciso, poi spostata da un luogo a un altro, sempre rispettando una sequenza — o passando da una parte invece che da un'altra) — sono giochi di cui non riusciamo a indovinare un senso, una finalita' — e talvolta nemmeno a capire che cosa possano avere di piacevole o di divertente: ma lo sono evidentemente, tanto che riescono ad assorbirlo a lungo e che si irrita molto quando il loro "ordinato" svolgimento viene turbato dall'intervento improvvido di qualcuno che non sa giocare "nel modo giusto".

[Si', lo sappiamo bene che questi sono i classici giochi autistici fatti di regole rigide, di iterazioni non finalizzate, di fissazioni, ecc. ecc. -- e che il bravo genitore da manuale in questi casi interviene a interrompere il comportamento ripetitivo, a proporre una interpretazione "sensata" del gioco, ad inserirci una trama, una storia sociale, a distogliere il bambino da queste "perdite di tempo" per proporgli attivita' dotate di "valore". Ma onestamente non la pensiamo proprio cosi' -- sappiamo che It trova un senso in quello che fa, che e' qualcosa in cui raggiunge una soddisfazione ed un equilibrio, almeno il piu' delle volte -- e non troviamo giusto impedirgli di giocare da bambino autistico solo perche' noi NT non capiamo quel che fa. Certo, ci sono situazioni in cui e' evidente che nemmeno lui trae piacere da quel che sta facendo, che e' rimasto per cosi' dire intrappolato in un loop e che il divertimento si trasforma in frustrazione -- e *allora* e' il momento di deviare la sua attenzione verso qualcos'altro. Ed e' anche vero che a volte siamo *noi* che abbiamo bisogno di interromperlo, perche' i nostri nervi stanno cedendo dopo un pomeriggio in cui una scatola di latta viene (ordinatamente) riempita di oggetti (sempre quelli!), messa in cima a uno scaffale, fatta cadere di sotto e via da capo. E allora si prova a entrare nel suo gioco -- o meglio ancora a proporgli qualcosa di diverso e di attraente. Non e' detto che le nostre proposte abbiano successo, beninteso: It sa fin troppo bene che cosa vuole, il piu' delle volte...]

Ma sto divagando. Il punto e' che oggi pomeriggio It — tutto preso da uno dei suoi giochi per noi incomprensibili — a un certo punto ha afferrato il suo adorato pupazzo di Buzz Lightyear (una meraviglia animata e parlante, con le lucette, il casco che fa swish, le ali che si aprono e tutto l'armamentario), lo ha fatto salire sull'angolo del tavolo del soggiorno, di li' lo ha accompagnato in un volo a testa in giu' e ad ali aperte, fino a farlo rimbalzare sulla sua adorata palla della Pixar, strategicamente piazzata sul pavimento — lo ha fatto atterrare in piedi su un'automobilina parcheggiata sul bracciolo di un divano, con la quale, a mo' di skateboard, il nostro astronauta e' partito in scivolata verso l'infinito e oltre. D'improvviso — rivelazione — mi sono reso conto che stava ricreando *questa scena*.

Pochi secondi dopo era gia' tutto affaccendato in qualcos'altro (lui non si e' reso conto del mio stupore e io non ho avuto la presenza di spirito di provare a entrare subito nel suo gioco per condividerlo) — ma per un attimo ci si e' aperto uno spiraglio su uno degli aspetti piu' oscuri del mondo di nostro figlio. Non che questo apra chissa' quali prospettive, certo. Ma trovare un terreno comune e' sempre prezioso — e mi andava di raccontarvelo.

P. S. Ho dovuto cambiare (due volte ormai) il link al filmato, perche' la Disney ha fatto rimuovere da YouTube il video lamentando la violazione del copyright. Ineccepibile, ma comincio ad essere stufo di questa gente che si lagna delle tonnellate di pubblicita' virale e gratuita che ottiene attraverso siti di video sharing. Come se It non ci costringesse a pagare un salatissimo balzello in DVD e Blu-Ray alla suddetta Disney — anche perche' la sua passione e' alimentata proprio da quel che trova sul Tubo.


venerdì, 17 dicembre 2010
Blake Edwards (1922-2010)
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 3:55 pm


martedì, 28 settembre 2010
Crozza a Ballarò sull'Assessore Pellegrino di Chieri
Nelle categorie: Cinema e TV, Di(ver)s(e)abilita', Nel paese dei Bogia-Nen, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:56 pm


(da 1'41" a 2'38")

In tutta sincerita' e — credetemi — senza ironia, un po' mi dispiace per l'assessore Pellegrino, che si e' tirato addosso una grandinata di queste proporzioni, perfino al di la' dei suoi oggettivi demeriti e con ogni probabilita' senza essersi reso troppo conto di che cosa ha detto di male. D'altronde le cose che Pellegrino ha detto, al di la' delle esagerazioni giornalistiche e televisive, sono gravi e — confermo quel che ho gia' scritto — finiscono per assecondare un clima contrario all'integrazione scolastica dei nostri figli: percio' non posso che esser contento del fatto che quelle sue parole gli si siano ritorte contro — e spero che lo travolgano politicamente.

P. S. Al TG3 nazionale di oggi alle 14.20 e' andato in onda un servizio sulla vicenda (qui, da 21'47" a 23'35"). Domani 29 settembre alle ore 19.00 si riunira' il Consiglio Comunale di Chieri in seduta pubblica: i gruppi di opposizione solleveranno la questione delle dimissioni dell'assessore. It permettendo — come al solito — cercheremo di essere presenti.

P. P. S. A proposito di segregazione strisciante, segnalo questi due casi. Le idee dell'assessore Pellegrino sono le stesse che rendono di fatto quasi impraticabile per molti dei nostri figli il diritto di essere integrati a scuola. E' per questo che e' pericoloso — e si deve dimettere.


venerdì, 26 marzo 2010
Nemmeno per una notte
Nelle categorie: Cinema e TV, Politica e altre indignazioni, Umori e malumori, Web — Scritto dal Ratto alle 1:29 pm

Devo fare una confessione. A me di vedere Raiperunanotte di Santoro non mi e' nemmen passato per la testa. Perche' trovo stucchevole da anni Santoro, perche' una trasmissione del genere il giovedi' sera dell'ultima settimana di campagna elettorale non ha sicuramente *niente* da dire che non sia propaganda, perche' Berlusconi ha torto marcio a chiudere le trasmissioni che non gli piacciono, ma obiettivamente i talk show piu' o meno politici sono una roba indigeribile — e non diventano piu' digeribili perche' per una sera assumono la dimensione di un evento/manifestazione a scavalco tra piazze, rete e tv — ma mantenendo in pieno il loro impianto "broadcast".
Francamente, ho di meglio da fare. Anche perche' se sto a sentire troppo la campagna elettorale, va a finire che domenica non mi riesce di andare a votare — e invece devo, perche' Cota proprio no. Proprio no. Proprio no.



Per qualche imperscrutabile ragione, da qualche giorno il video preferito di It su YouTube e' il trailer di "Finding Nemo" in dialetto bernese.



lunedì, 8 marzo 2010
Michael Giacchino ha vinto l'Oscar
Nelle categorie: Cinema e TV, It — Scritto da waldorf alle 11:29 pm

Mi immagino che i piu' ignorino chi e' Michael Giacchino e dell'Oscar 2010 abbiano percepito soltanto che la Bigelow le ha date all'insopportabile Cameron (ogni tanto il senso dell'umorismo dei giurati dell'Academy ha qualche merito). Magari, che so, sono rimasti colpiti dalla vittoria della grassa Mo'Nique (Angelo non sa nemmeno chi e').
A me invece ha fatto un sacco di piacere che Michael Giacchino abbia vinto l'Oscar per la migliore colonna sonora originale, quella di Up (a sua volta Miglior film di animazione). La musica che accompagna la scena della casa di Carl Fredericksen che prende il volo e' veramente bellissima e, senza, la scena non avrebbe tutta la magia che le e' propria. Una magia che It, autstico ma di buon gusto, percepisce benissimo, tanto che ferma il suo quasi eterno movimento per contemplare quel paio di minuti di grande cinema. It pero' rimane anche turbato dalla sequenza sulla vita matrimoniale di Carl e Ellie, e nel suo autismo percepisce benissimo il senso dolce e triste della storia, anche in questo caso aiutato da Married Life, la musica di Giacchino. Ma Giacchino, tra le tantissime altre cose, ha pure scritto la colonna sonora degli Incredibili, che e' un altro pezzo di grande bravura che spesso si sente in casa nostra.
Insomma noi fan bacati della Pixar siamo molto soddisfatti.


lunedì, 11 gennaio 2010
Eric Rohmer se n'e' andato
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:42 pm

Eric Rohmer (da sempre per me il "maestro" Eric) e' morto e io non mi sento tanto bene… certo non era ne' Dio ne' Marx (per fortuna) ma per me e spero per molti altri era un punto di riferimento essenziale. Pensavo che esistevano lui e i suoi film e mi sentivo meglio, in un mondo in cui i leghisti e i reality (due cose che mi sembrano l'opposto di Rohmer) impazzano; i suoi film continueranno ad esserci, ma il fatto che lui non ci sia più non e' certo indifferente.
Non e' certo vissuto poco, Rohmer (classe 1920), e meno male che e' andata cosi'. Gia' il piu' anziano degli esponenti della Nouvelle Vague, Rohmer ha sepolto il povero Truffaut (nato nel 1932 e morto nel 1984) e — mentre Godard (classe 1930) era morto creativamente da un bel pezzo — ha dato il suo meglio da anziano.
Per me Rohmer era piu' di un regista, se questo e' possibile. I suoi film pieni di chiacchiere filosofiche che hanno sempre rifuggito l'ovvio, ispirati da una cultura letteraria e visiva profonda, mi hanno insegnato a vedere il mondo in un modo particolare, che anima di significato anche le cose apparentemente banali. Rohmer amava le periferie e le cittadine di provincia, posti come Montélimar o Le Mans, e mai nei suoi film si coglie un'inquadratura di luoghi veramente riconoscibili di Parigi. Il suo film che ho amato di piu', L'ami de mon amie (1987) era tutto girato attorno a Parigi, e certe banlieues moderne che certamente farebbero storcere il naso ai turisti diventano il perfetto palcoscenico degli andirivieni sentimentali dei suoi personaggi, lo sfondo delle loro chiacchiere e confidenze; e il bello e' che nel film si parla non solo di sentimenti, ma anche di quegli spazi urbani che finiscono per diventare protagonisti della storia, dato che rappresentano, influenzano e mutano lo stato d'animo dei protagonisti. E' stato Rohmer per esempio, con Conte d'été (1996), a farmi desiderare di andare a tutti i costi all'isola di Ouessant, destinazione non certo esotica come tante popolari nelle offerte turistiche, eppure piena di suggestioni avventurose e mai raggiunta dai personaggi del film.
Anche grazie a Rohmer cammino per una citta' come Torino, piena di quartieri apparentemente anonimi (a cominciare dal mio), e trovo che ci sono un sacco di cose da vedere. E la vita cosi' e' sicuramente meno noiosa.
Per me questo modo di guardare alla realta' e' l'eredita' piu' bella che mi ha lasciato Eric Rohmer, qualsiasi cosa possano scrivere i critici cinematografici, che sicuramente ne sapranno piu' di me. Ma se un autore ti rimane dentro per qualcosa, magari per un qualcosa che neanche si immaginava lui stesso, e' un fatto che ha comunque significato — anche se qualcuno cerchera' di spiegarti che ci hai visto la cosa sbagliata.
Magari pero' il maestro non si sarebbe offeso se avessi potuto spiegargli cosa avevo imparato da lui. Peccato che ora non potro' piu' raccontarglielo.


lunedì, 5 ottobre 2009
Einheit, Zwei, Drei!
Nelle categorie: Cinema e TV, Curiosando e andando in giro, Paradossi — Scritto dal Ratto alle 6:48 am

Per chi come noi trova meraviglioso One, Two, Three! di Billy Wilder, c'e' una irresistibile ironia nel fatto che lo sponsor dei grandi festeggiamenti per il ventennale della caduta del Muro, che si sono tenuti sabato alla Porta di Brandeburgo, fosse la Coca-Cola.


mercoledì, 16 settembre 2009
Luciano Emmer (1918-2009)
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:46 pm

Era davvero un'altra Italia, la sua.


lunedì, 8 giugno 2009
Autism: The Musical
Nelle categorie: Cinema e TV, It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici — Scritto da waldorf alle 7:09 am

Devo chiedere preventivamente scusa per questa specie di incrocio tra una recensione e uno sfogo personale.

In genere i film sull'handicap presentano storie eroiche di persone che superando incredibili ostacoli riescono in grandi cose, storie alla Pistorius per intenderci. Con una disabilita' come l'autismo questo e' parecchio più difficile; gli autistici non sono soggetti proprio facilmente piegabili alle regole della retorica cinematografica, specie americana, in quanto assai poco sensibili agli obiettivi cui sono sensibili i normali. Cosi' anche nel primo e piu' famoso film su di un autistico, Rain Man, il protagonista, pur dimostrando sbalorditive competenze matematiche, sbanca un casino' facendolo pero' piu' o meno involontariamente.
Autism: The Musical, un documentario della celebrata rete americana HBO (quella di Sex and The City del bellissimo The Wire, per intenderci) in parte vuole proprio raccontare la storia di un gruppo di bambini autistici che riesce in un'impresa impossibile, quella di mettere in scena un musical, sembra di capire proprio sull'autismo. Non per niente la faccenda va sotto il nome (uno zinzino ambizioso) di "Miracle Project"…
Alla guida della compagnia si trova Elaine aka "Coach E", la madre di uno di loro, un bambino russo adottato, Neal, di circa 10 anni, affetto da una forma di autismo piuttosto severo. Gli altri protagonisti sono Adam, un 8enne che suona il violoncello, Henry, Asperger appassionato di dinosauri (figlio niente di meno che di Stephen Stills dei Crosby, Stills and Nash), Wyatt, un altro — sembra — Asperger dalla sbalorditiva autoconsapevolezza, e Lexi, una 14enne ecolalica, però piuttosto brava nel canto.
In realta' del musical e di come vengano affrontate tutte le possibili difficolta' dell'impresa (mi sembra allucinante anche la sola idea di trattenere in una stanza una masnada di autistici) nel film si vede piuttosto poco e da questo poco si ha l"impressione che in molto siano intervenuti gli adulti per supportare sulla scena i bambini. Ci sono poi alcune scene di isteria prima dello spettacolo, che credo si verifichino in ogni saggio di danza o analoghi che si tenga sulla faccia del globo, anche se qui ovviamente assume connotati un po' piu' seri.
Il documentario quindi parla soprattutto dei cinque bambini protagonisti, delle loro storie e di quelle dei loro genitori.
Non e' stata per me una visione ne' facile ne' rassicurante. Il tono generale del documentario, derivante direttamente dai genitori, e' che avere un figlio autistico e essere autistico e' una tragedia. Una frase tipica e' detta proprio da Elaine: "Il mondo per un bambino autistico e' un posto triste e spaventoso". L'insegnante di sostegno di Adam poi scuotendo la testa si chiede cosa sarebbe quel bambino (che sembra veramente un tipo in gamba) se non fosse autistico. La madre di Lexi racconta di come e' caduta in depressione per via dell'autismo della figlia.
Devo dire che avrei voluto entrare nel film e litigare con questa gente. Si', i vostri bambini sono autistici, e' un gran casino, ma sono belli, sanno fare un sacco di cose e potrebbero godersi la vita, con i dinosauri e quant'altro, se non gli trasmetteste la sensazione che tutto e' terribile, che li vorreste normali, che siete angosciati per il loro futuro.
Nel documentario manca piu' o meno assolutamente il senso dell'umorismo e qualunque persona normale che lo guardera' si commuovera', certo, ma forse non capira' fino in fondo la bellezza di questi bambini.
E loro invece sono proprio belli e a volte anche buffi e divertenti. Certo il mondo che li circonda non e' fatto per capirli e accoglierli.
Mi ha impressionato il fatto che Wyatt, un bambino che faceva discorsi di una profondita' assai difficile da riscontrare in un adulto medio, sia considerato sulla base dei test sostanzialmente un ritardato.
Pero' dobbiamo cominciare noi genitori a scoprire quello che c'e' di bello in loro, perche' nessuno altrimenti lo verra' a sapere, nemmeno i nostri bambini, che sono autistici si', ma mica scemi. E che loro non sentano di essere belli e speciali, questo si' che e' un dramma.
Comunque, se vi capita, guardatelo Autism: The Musical; gira su Cult, il canale sofisticato del gruppo Fox in una rassegna dal titolo irritante come "L'elogio dell'imperfezione" (e che, gli esseri umani "normali" sono dei perfetti che possono permettersi di guardare con condiscendenza agli altri?).
Ma guardatelo per i bambini, che sono veramente uno spettacolo. E non date troppa retta ai genitori, le cose sono assai meglio di come dicono loro.


sabato, 27 settembre 2008
The Fabulous Paul Newman
Nelle categorie: Cinema e TV, It — Scritto dal Ratto alle 4:40 pm

Lo so, Paul Newman ha fatto cose molto piu' importanti che dare la sua voce invecchiata e vetrosa — bellissima — a Doc Hudson in Cars. Ma per noi, grazie alla passione di It, e' diventato una presenza quotidiana e familiare — e la voce di Doc continuera' a lungo ad essere ben viva — e amata — nella nostra casa.


domenica, 24 febbraio 2008
Into The Wild
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto dal Ratto alle 12:59 am

Decisamente, ho quarant'anni (beh, diciamo trenta, va) di troppo per questo film. E poi l'ho sempre pensato che Thoreau e' una lettura che fa male alle giovani generazioni.


lunedì, 26 febbraio 2007
Un Oscar che mi piace
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:50 pm

Ci sono stati Oscar piu' importanti senza dubbio ma il premio ad un attore di lungo corso come Alan Arkin, con una vita nel mondo dello spettacolo e mai veramente in primo piano (ne avevo gia' parlato a proposito di 100 Centre Street) e' di quelli che personalmente mi entusiasmano. Spero che sia l'inizio di una nuova grande carriera.


domenica, 21 gennaio 2007
A suivre
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 6:31 pm

A quarantotto anni, qualche giorno fa, e' morta Solveig Dommartin. Il cielo sopra Berlino e' stato un pezzo importante della mia mitologia personale — e questa morte cosi' precoce mi ha colpito. Verrebbe voglia di poterla salutare con quell'à suivre che chiudeva il film — invece del solito The End.


giovedì, 30 novembre 2006
Big Love
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Serie TV — Scritto da waldorf alle 11:45 pm

Big Love, la serie della mitica HBO su una famiglia mormone poligama, prodotta tra gli altri da Tom Hanks e ora in onda su Foxlife, mi ha lasciato perplessa ancora piu' di quanto avrei previsto. Dato che i poligami ormai, per quanto ne so, sono una stretta minoranza anche tra i mormoni dello Utah, in una serie che tratta di loro ti aspetteresti un certo risalto alla componente religiosa o ideologica della scelta della poligamia (io personalmente ignoro quale sia il motivo per cui alcuni mormoni ritengono lecita – o addirittura dovuta? -la poligamia).
Nelle prime due puntate di Big Love quasi nessun cenno viene fatto a questa problematica (magari lo dicono con il tempo, boh) e il risultato e' che ci si trova di fronte alla storia di una per quanto assurda, famiglia borghese, con un marito, tre mogli, sei o sette figli e tre case vicine, dove i problemi non sono poi tanto anomali e la religione ha un ruolo del tutto secondario. Altrimenti la presenza di tutte queste mogli serve a creare pruriginose situazioni di condivisione sessuale, con il povero marito costretto a ricorrere al viagra perche' altrimenti non ce la fa, e le donne che litigano per i turni. Inoltre si creano fantastiche occasioni per mostrare il protagonista maschile a culo nudo (chissa' perche' delle donne non si vede neanche una tetta).
Non so se la serie e' destinata a cambiare ne' se avro' la pazienza di verificarlo, pero' nel frattempo sono sconcertata dalla scelta di affrontare un argomento cosi' spinoso con cosi' poca originalita'.
Perche' non fare la solita serie sulla solita famiglia se non volendo osare veramente?


martedì, 21 novembre 2006
Una perdita
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da tutti e due alle 8:48 pm

Questo blog e' ufficialmente in lutto per la perdita di Robert Altman. Ci manchera'. E non e' retorica, perche' ancora di recente ci aveva dato un grande film come Radio America.. Sono contenta che abbiamo potuto vederlo al cinema, in una delle nostre rare libere uscite. E basta, perche' tanto ci penseranno i giornali a far scorrere i classici fiumi di inchiostro. Magari ci torno su quando gli altri smettono di parlarne.


sabato, 18 novembre 2006
Mujeres
Nelle categorie: Serie TV — Scritto da waldorf alle 9:30 pm

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Magari non e' audacissimo, ha un'apparenza un po' scalcinata e ricicla in tv molte idee del cinema di Almodovar (che produce la serie), ma a me Mujeres (in onda su Raisat Premium) piace molto piu' di quanto non avrei pensato alla prima puntata. La serie tv spagnola su una famiglia di quattro donne (Irene, la madre Palmira e le figlie Magda e Julia) con amiche e pochi uomini annessi ambientata in un quartiere popolare e piuttosto squallido di Madrid ha il sapore della verita' (non quella dei reality…) con gli ovvi limiti di una serie. C'e' un'atmosfera di allegria disperata che mi ricorda molti momenti della vera vita tra donne; non manca una certa cattiveria, che non guasta, anche se la sceneggiatura potrebbe graffiare di piu'. Le puntate sono troppo lunghe forse (circa un'ora) tanto che e' difficile inquadrare Mujeres nei generi americani in cui le durate sono inferiori; in realta' il rischio e' non riuscire a tenere il ritmo, come a volte accade. Lo stile lascia abbastanza a desiderare specie per la ricostruzione in studio del quartiere, forse un po' simile a qualche soap italiana (non ho riferimenti precisi , e' solo una generica impressione). Fatto sta che vedere una puntata mi lascia la curiosita' di vedere la successiva; e questo e' il segno che e' una serie se non perfetta riuscita.
PS: direi che Desperate Housewives, di cui Mujeres dovrebbe essere il contaltare europeo ed anzi mediterraneo (il confronto ironico e' ricercato peraltro anche nella foto sopra), non c'entra nulla. L'analogia e' solo che ci sono parecchie donne in tutti e due i casi.


lunedì, 23 ottobre 2006
Related
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:44 am

Spinta dalla pubblicita' che la spacciava come una sorta di nuovo Sex and the City ho visto un paio di puntate di Related. Spero che non sia vero quello che dicono, altrimenti il mondo e' decaduto (ulteriormente) in maniera molto veloce e brutale. Related, la storia di quattro sorelle italoamericane di nome Sorelli (!!!!) mi pare sulle prime buonista e assolutamente priva di mordente, con un'estetica insopportabilmente patinata. Il fatto e' che negli ultimi anni ci hanno inondato con storie di solidarieta' femminile e in generale di rapporti tra donne, e francamente la prospettiva sentimentaloide della faccenda andrebbe proprio superata, cosa che non mi hanno dato l'impressione di saper fare gli autori della serie propensi al lezioso.
I pochi uomini che si vedono poi sembrano ripresi dalla piena, in maniera da consentire alle non strepitose protagonista di schiacciarli senza possibilita' di replica. Forse bisognerebbe dargli un po' di tempo per vedere se migliora, ma non so proprio se ho altre serate da perdere..


domenica, 24 settembre 2006
The Queen
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 12:12 pm

Alcune osservazioni disordinate su The Queen di Stephen Frears, dato che sono incalzata da un turbolento Enrico (del resto anche vedere il film ha chiesto non pochi equilibrismi..). Devo premettere che oltre ad essere un'ammiratrice di Frears, ero molto interessata all'argomento della morte di Lady Diana, un personaggio che, ho amato forse contro la mia stessa indole, anche perché ho vissuto buona della mia vita in parallelo alla sua turbinosa esistenza. Era difficile non essere affascinati da quella creatura insicura, fragile e al contempo luminosa, con l'aura della favola spezzata addosso.
La ricostruzione dei difficili giorni della regina Elisabetta seguiti appunto alla morte di Diana, oltre a rappresentare una grande prova attoriale da parte di Helen Mirren, mi e' sembrata piena di spunti di riflessione su tanti argomenti. Tutti dicono che il film e' pro-Elisabetta ed e' senz'altro vero, perche' la regina e' la figura di maggiore dignita' e complessita' dell'opera. Eppure quello che mi e' piaciuto e' che, a mio personale parere, Frears presenta appunto una figura tutt'altro che monolitica, di una donna con grande senso del dovere e della sua figura istituzionale, della compostezza e del rigore che pero' e' totalmente capace di reagire di fronte a circostanze che sembrano smentire la validita' di tutto cio' che ha imparato. Diana, il personaggio che non c'e', il fantasma, da morta riesce a sucitare uno scomposto sentimento nella nazione e nel mondo che Elisabetta non sa come affrontare, che la sorprende e un po' la schifa, che la costringe all'umiliazione di alterare consuetudini immutabili da secoli come non aveva mai fatto anche per eventi apparentemente piu' importanti. Gli altri intorno a lei sono sicuramente peggiori; Blair e' un opportunista e falso uomo di sinistra dipendente dalle idee di uno spin-doctor, Carlo cerca disperatamente di evitare una ulteriore impopolarita', il marito Filippo e' un essere odioso che pensa di guarire il dolore dei nipoti portandoli a caccia di un magnifico cervo. Ed e' proprio il cervo, incontrato per caso, l'essere con cui Elisabetta in questa crisi riesce a stabilire il contatto piu' profondo, e la morte del povero animale per mano di un ricco e incapace banchiere di Londra sembra il simbolo della fine di un mondo che la regina credeva ancora esistente e che invece le e' scomparso da sotto gli occhi senza che neanche potesse accorgersene (meravigliosa la sequenza in cui Elisabetta piangente di fronte alla comparsa del cervo e' inquadrata di spalle).
Ha vinto Diana, la nuora mediatica e priva di regale dignita'? O forse la compostezza e il senso del dovere della regina rimangono i valori provvisoriamente perdenti ma piu' validi? Frears sembra credere questo, e probabilmente ha ragione. Personalmente credo di essere piu' convinta dall'ethos di Elisabetta, anche se la sua freddezza non mi convince proprio (la trovai odiosa nell'occasione della dichiarazione fatta in tv sull'onda del furore popolare). Resta il fatto che il problema di adattare certi valori al mondo contemporaneo esiste e la vicenda di Elisabetta lo evidenzia. Cosi' il film del Frears ha molto di piu' da raccontare che una vicenda puntuale, ma qualcosa che tocca la vita di tutti noi, anche solo nel rapporto con i nostri padri e nonni. E The Queen e' piu' che mai un film di Frears.


giovedì, 24 agosto 2006
100 Centre Street
Nelle categorie: Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:41 am

Sidney Lumet, classe 1924, fa film giudiziari almeno dal 1957, dai tempi di La parola ai giurati (12 Angry Men). Chi meglio di lui poteva realizzare una serie televisiva su un tribunale che si occupa di casi minori? Così il buon Sidney, ahimè per due sole stagioni, e' stato produttore e a volte sceneggiatore e regista di 100 Centre Street, ambientata prevalentemente negli uffici del tribunale penale di New York all'omonimo indirizzo. Niente processi eclatanti, solo sfilze di casi di furto, piccolo spaccio, violenze in famiglia, ubriachezza molesta e quant'altro. Imputati poveracci, avvocati di ufficio volenterosi ma oberati, sostituti procuratori novellini in cerca di gloria, giudici lontani dai fasti della Corte Suprema, udienze in notturna con un minuto a caso. Casi che sembrano irrilevanti ma ched per un gioco del caso possono anche diventare esplosivi. Un mondo che raramente la tv americana ha indagato preferendo ovviamente omicidi e reati "veri": ricordo vagamente una vecchia situation comedy chiamata "Giudice di notte" (in orginale Night Court andata avanti addirittura dal 1984 al 1992) ma ovviamente il taglio era comico. In Italia nei tardi anni '80 c'e' stata la parentesi di "Un giorno in Pretura" che, prima di diventare con i processi di mani pulite la trasmissione dei grossi processi, consentiva di vedere come si svolgeva appunto un processetto di Pretura in cui già allora molto spesso gli imputati erano gli extracomunitari.
Tornando a 100 Centre Street non è una serie perfetta, spesso le sceneggiature potrebbero essere più incisive, eppure, nei limiti della spettacolarizzazione comunque imposta dalla tv, ha un sapore di verita'. Trasuda della stanchezza, dei dubbi, delle incertezze di chi tutti i giorni si trova a determinare l'esistenza altrui in un tempo che nel caso del processo americano puo' essere incredibilmente breve. Il cinismo diventa la prima arma di difesa, mentre l'esercizio non sempre rende perfetti nel giudicare persone e situazioni.
Nel cast e' grande Alan Arkin nella parte del gudice Joe "libera tutti" Rifkind (mi commuovono quelli come lui che nel mondo dello spettacolo hanno fatto qualunque cosa) e sicuramente apprezzabile LaTanya Richardson nei panni (e nella elaborata acconciatura) della severa giudice Atallah Sims.
Nel complesso un prodotto da far vedere a quelli che dicono che non c'e' niente da vedere in tv. Peccato che vada in onda solo sul satellite (Foxcrime sta trasmettendo la seconda serie) in piena estate…


lunedì, 21 agosto 2006
I dimenticati ovvero Sullivan's Travels
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:38 am

Sullivan's Travels non e' certo da considerarsi un film dimenticato, anche se non appartiene certamente alla cultura cinematografica di massa come molti altri classici di Hollywood. E' un film di Preston Sturges del 1942, geniaccio di fama inferiore ai meriti, il che mi fa venire voglia di farci un bel pippone estivo sopra. La trama e' semplice: il regista John Sullivan (Joel McCrea), mago degli incassi per le commedie e i musical, si mette in testa di girare un film di impegno sociale tratto dal romanzo di un tale Sinclair Beckstein intitolato Brother, Where Art Thou?. Dato che Sullivan pero' non ha mai avuto un vero problema al mondo e non sa niente in realta' di come vivono i poveracci affamati che dovrebbero essere i protagonisti del suo film, si mette in testa di girare il mondo come un vagabondo. Per la strada incontra una bella ragazza (impersonata dalla fascinosa Veronica Lake e destinata a restare senza nome per tutto il film) aspirante attrice di scarse fortune, che si unisce alle sue peregrinazioni. Sullivan finira' per avere un contatto con la realta' anche maggiore di quello da lui desiderato ed imparera' alla fine che i miserabili con cui ha vissuto trovano sollievo dal cinema piu' semplice, quello fatto di torte in faccia e risate senza pensieri. Non per nulla il fim ha una dedica "in ricordo di tutti coloro che ci hanno fatto ridere; i saltimbanchi, i clown, i buffoni di tutti i tempi e di ogni nazione, le cui fatiche hanno alleggerito i nostri fardelli; con affetto vogliamo dedicare questo film a loro".
Sullivan's Travels e' un'opera di notevole complessita' sul piano degli stili e dei contenuti e di grande rilievo culturale per il sofisticato gioco di rimandi non solo al mondo del cinema ma anche alla cultura "alta" (ammesso che la nozione abbia un senso).
Nel film e' particolarmente evidente la dimensione del "cinema sul cinema" visto anche nei suoi aspetti commerciali (spassosi i due produttori che stanno addosso a Sullivan perche' continui a fare i prodotti di sempre "con un po' di sesso" e non si cacci nei guai girando per l'America), con un'autoironia che non ti aspettteresti di trovare nell'epoca d'oro di Hollywood. Sono esplicitamente citati Lubitsch e Capra, i due poli tra cui il film si muove (commedia sofisticata-commedia con risvolti di impegno sociale), ma Sullivan's Travels non assomiglia veramente alle opere di nessuno dei due. A me ricorda per certi versi King Vidor, rimanendo assai vicino nella parte di "poetica" a Show People (rimando immodestamente ad un mio precedente post in merito) e getta un breve sguardo al mondo dei neri (oggi si direbbe afro-americani) del sud, anche a livello musicale, che ricorda Hallelujah! (1929) uno dei primi grandi film musicali americani. In comune con Show People ci sono tra l'altro i rimandi al rocambolesco cinema comico muto e alle bathing beauties (uno dei piu' grandi successi di Sullivan e' "Follie balneari").
Ci sono poi cose spassose, come la battuta del personaggio di Veronica Lake, celebre per l'onda di capelli biondi che le ricopriva una parte del viso, che dice di non avere i soldi per comprarsi le forcine (!!!). Altre uscite rivelano una finezza culturale notevole, come Sinclair Beckstein, nome dello scrittore dal cui romanzo "Oh, Brother, Where Art thou?" Sullivan vorrebbe trarre la sua sceneggiatura, concentrato di Upton Sinclair, Sinclair Lewis e Jonn Steinbeck, il che suona come omaggio e parodia al contempo della grande letteratura dell'epoca. Ed e' innegabile che pur nel piglio complessivo di commedia la parte centrale di Sullivan's Travels finisca per illustrare, come incidentalmente, le tematiche di molta letteratura illustre e per fare il lavoro che Sullivan all'inizio del film intendeva portare avanti. Ma Sturges non faceva certo niente a caso, e qui sta la bellezza dell'operazione.
Infine va segnalato che "Oh, Brother, Where Art thou?"oltre ad essere un verso di Shakespeare e' il titolo di un grande film dei fratelli Cohen con John Turturro e George Clooney (non e' l'ultimo dei meriti dell'opera che ci sia lui), che da Sullivan's Travels ha preso molto piu' che il titolo. Ma ora basta, non voglio farla ulteriormente lunga. Vedetevi il film, se vi capita, che starete meglio.


giovedì, 15 giugno 2006
Extreme Makeover e il fascino dell'orrido
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:28 am

Credo che una delle mie massime perversioni da cultrice ell'orrido sia che ogni tanto mi lascio assorbire da Extreme Makeover, il reality ABC che in Italia va in onda su Fox Life, in cui bruttoni e bruttini vengono sottoposti a dosi massicce di chirurgia plastica, laser, capsule in porcellana per i denti, training (questo mi sa molto di meno del resto) , parrucchiere e shopping perdiventare "belli".
C'e' una cosa che mi affascina e mi irrita al punto estremo in tutto cio', vale a dire l'assoluta confusione tra il piano estetico e quello etico, per cui e' chiaro che tutto questo processo di trasformazione a colpi di bisturi viene vissuto con un sentimento di positivita' morale. E' poi buffo vedere la parte finale in cui l'ex brutto/a viene presentato al pubblico dei familiari, mogli, mariti, fidanzati/e, i quali pacificamente (anche le mamme!!) ritenevano orrendo il protagonista della trasmissione e piangono commossi vedendolo tanto cambiato. Si raggiungono vette di insensatezza nella versione di coppia, in cui sia il marito che la moglie o i conviventi ecc. vengono sottoposti al processo, e affrontano insieme la prova vantando la loro unione e il loro amore in questi momenti cosi' difficili. E certo non deve essere una passeggiata subire cosi' tanti interventi sul proprio corpo in tanto poco tempo, ma se si pensa al contesto… comunque da copione tutti i protagonisti del reality hanno questo atteggiamento eroico manco fossero partiti missionari o stessero lottando contro qualche seria malattia (per la verita' credo che questa componente ci sia un po' in tutti i vari reality, ma non so bene).
La cosa che mi incuriosisce e' se questi tizi, che si suppone essere persone "vere" e che in genere sono poveracci della working class sciatti e malvestiti (se no il makeover mica farebbe tanta differenza) saranno capaci tornati alla loro vita di tutti i giorni di gestire il cambiamento, anche economicamente (continuare a avere cura dei capelli, sostituire qualche costosissima protesi dentaria, seguire il programma di fitness che gli avevano propinato, comprare altri vestiti all'altezza del nuovo look) o se tutti i loro cambiamenti non crolleranno miseramente senza adeguata manutenzione.
Del resto il risultato di tanto affanno, nonostante che ovviamente nella sceneggiatura tutti proclamino che il tizio/a è diventato bellissimo, sono assai perplimenti. Non saprei mai dire se il risultato finale e' veramente migliore di quello di partenza, perche', per quanto brutta, la persona che ha iniziato il processo era una persona vera (nei limiti del possibile per un reality). Alla fine invece ne risulta un essere totalmente o quasi finto, forse non male esteticamente (a parte che non comprendo l'amore degli americani per le dentature enormi e sbiancate all'inverosimile) ma soprattutto sgradevolmente falso.
Pero' non escludo di ricascarci dentro, perche' la demenza ha sempre un suo fascino.


sabato, 22 aprile 2006
Addio
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:24 pm

ad Alida dei telefoni bianchi, di Piccolo mondo antico, de Il terzo uomo, Il caso Paradine, di Senso ma anche di Berlinguer ti voglio bene.


martedì, 24 gennaio 2006
Clara Sheller
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 10:41 pm

Ennesima fanciulla single metropolitana quasi piu' o meno trentenne alla ricerca del principe azzurro vista in tv, Clara Sheller, parigina, ha le fattezze della graziosa Melanie Doutey, un incrocio tra Sophie Marceau e Phoebe Cates, con le dovute orecchie a sventola. Clara Sheller vive con J.P., il suo migliore amico, ovviamente gay, il che ovviamente ricorda parecchio Will e Grace. A differenza di Will e Grace, pero' Clara e J.P. almeno una volta fanno sesso tra loro, dato che sono troppo sfigati per riuscire a trovare un partner del versante giusto.
Io personalmente non ho mai visto una serie francese e Clara Sheller, in modo molto francese, mi e' sembrata abbbastanza gradevole, ma priva di ritmo; ha il respiro di un film, come se uno corresse i quattrocento metri con il passo di una corsa campestre. C'e' una certa ricerca estetica, forse a volte non ben calibrata sul tipo di prodotto, con una fotografia che vira sull'arancione negli interni e sul blu negli esterni. La prima puntata (che vanta ben otto registi) mi ha lasciato una qualche curiosita' sul prosieguo. Vediamo come continua. Ma Sex and the City e il suo mondo, ovviamente richiamati a paragone,
sembrano stare non dall'altra parte dell'oceano, ma su un diverso pianeta*.. (solo due punti, caro Angelo, perche' ogni tanto le convenzioni tipografiche mi stanno sulle balle..). E poi gli autori potevano fare uno sforzo di immaginazione in piu' e dare a Clara Sheller un lavoro diverso da quello di autrice di una rubrica su problemi sentimentali, uguale identico a quello di Carrie Bradshaw.

*Pero' almeno una battuta memorabile c'e'; Clara dice ad un certo punto, pensando a J.P., piu' o meno "che gusto c'e' a guardare un bel paio di chiappe se non c'e' la persona giusta con cui commentarle?". E' proprio vero, non c'e' miglior compagno di un gay, per certe cose.
**Angelo mi segnala che in rete e' reperibile l'originale della battuta; la riporto per chi capisce il francese: "c'est fou – à force de regarder les mecs passer, on est persuadé qu'il suffit d'une jolie paire de fesses pour que la vie redevienne belle; jusqu'au jour où on réalise que c'est pas la paire de fesse qui rend la vie plus belle, c'est avec qui on les regarde passer". La citazione viene da un sito francese tutto sulle serie televisive, dove tra le altre cose si parla degli "shellerismes" cioe' i detti e i pensieri che dovrebbero esprimere la sheller-filosofia. Bah. Io mi sono fermata ai wellerismi.


domenica, 15 gennaio 2006
Match Point – € 4,5
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 7:26 pm

Le critiche in media credo siano (come al solito) molto positive, ma a me Match Point , l'ultimo lavoro di Woody Allen non e' sembrato altro che una riedizione londinese di Crimini e misfatti con protagonisti (Jonathan Rhys-Meyers e Scarlett Johansson) piu' giovani e carini di Martin Landau e Anjelica Huston. Si puo' certo riconoscere che la chiave in cui la vicenda di Match Point (piu' o meno appunto quella centrale in Crimini e Misfatti) e' narrata in chiave diversa dal film precedente, meno centrata sul tema del giusto e piu' su quello della fortuna e della casualita' dello stesso esistere dell'uomo. Insomma meno Bibbia, piu' Dostoevskij. Pero' da remota adoratrice del vecchio Woody, pur vedendo l'intelligenza, lo stile e la bellezza estetica costanti nei suoi ultimi film sento la disperata mancanza di una creativita' per me latente dai tempi lontani di Bullets Over Broadway. Mi manca tanto uno sprazzo di diversita', che a volte vorrei che il maestro mancasse l'inevitabile appuntamento annuale con un nuovo film. Chissa' che con un turno di riposo gli vengano idee piu' fresche. Intanto con questo post vorrei non tanto fare un commento critico, ma semplicemente avvertire chi ha intenzione di vedere il film che probabilmente lo gia' visto…*

*Con questa recensione vorrei comunque introdurre un nuovo sistema di valutazione dei film, da spettatrice qualunque e pagante, cioe' il prezzo in euro del bliglietto che a posteriori sarei disposta a pagare per andare a vedere il film. Nel caso di Match Point direi 4,5 euro, come di mercoledi'.


venerdì, 13 gennaio 2006
CSI New York
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 1:13 pm

E' indubbio che tutte le varie serie basate sulle indagini scientifiche ora in grande voga siano fuorvianti per l'esagerata importanza data al ruolo della polizia scientifica , tanto che negli Stati Uniti ormai le giurie pare che credano solo al DNA. E' anche indubbio che nella media sia appassionante il seguire il filo della ricerca del colpevole e vederlo incastrare grazie a un pelo a ad un insetto trovati sulla scena del crimine. Così, come molti, attendevo con curiosita' di vedere CSI New York, il secondo spin off di CSI, le cui prime puntate sono andate in onda ieri su Italia1, mentre negli USA va in onda la seconda serie.
La serie mi e' parsa guardabile nel complesso, anche perche' non posso resistere alla fascinazione di New York, e la fotografia del resto e' piuttosto bella. Le storie pero' mi sono sembrate abbastanza debolucce (specie quella dello stupratore smascherato dalla macchia di linfa, se qualcuno l'ha seguita), peggio costruite a livello di sceneggiatura della media di una puntata di CSI, che gia' spesso lascia a desiderare. Gary Sinise, il protagonista Mac Taylor, e' bravo, ma il personaggio del detective reso vedovo dall'11 settembre e' un po' troppo patetico per i miei gusti. Melina Kanakaredes, gia' beniamina dei fan di Sentieri e modella per le campagne della Maybelline, nei panni della detective Stella Bonasera non mi esalta, anche perche' l'uso dell'attrice greca per il personaggio della italoamericana mi fa tanto insensibilita' "etnica" tipo cinema anni '50. Il resto del gruppo per il momento non mi ha dato alcuna impressione, ma nel complesso credo che il telefilm, salvo evoluzioni, sia costruito soprattutto sulla coppia Mac-Stella.
Devo dire che comunque, scienza o non scienza, per fortuna nel funzionamento di uno spettacolo contano ancora certi vecchi ingredienti. E nessuno mi toglie dalla testa che il carisma di Grissom- William Petersen con la presenza di validi comprimari come Catherine, Sara, Nick e Warrick abbia una notevole parte nel fatto che CSI funzioni come serie.


domenica, 8 gennaio 2006
A History of Violence
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 12:46 am

A History of Violence mi e' sembrato un film interessante e perfino divertente, anche se non privo di difetti, alcuni propri del genere, come ad esempio una totale mancanza di vero lavoro sulla psicologia dei personaggi. Ma appunto non c'e' da prendersela troppo, perche' in fondo e' un incrocio tra un noir e un western, con una preponderanza della seconda componente (riesco a immaginare senza difficolta' di calare la vicenda nel contesto di una cittadina di frontiera dei vecchi tempi). Quello che proprio mi sfugge, per generale incapacita' mia, e' la presenza di significati ulteriori, quelli che non capisco mai. Ma in questo caso ho il sospetto che i critici li cercano perche' il film e' di Cronenberg e stranamente si regge, per cui bisogna per forza pensare che c'e' qualcosa di piu'. Pero' e' solo un sospetto, di sicuro mi mancano un sacco di pezzi; ad ogni modo sono contenta di essere riuscita a vedere un periodo di Natale un bel film seriamente violento. Forse ha ragione mia madre quando dice che la lezione che si puo' trarre da questo film e' che quando devi ammazzare qualcuno e' meglio se non perdi tanto tempo a spiegargli perche' lo vuoi fare, anche se ce ne ha tante sullo stomaco.


domenica, 8 gennaio 2006
Le cronache di Narnia e il genere "per ragazzi"
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 12:04 am

Per equilibri familiari sono andata a vedere Le cronache di Narnia. L'idea del mondo favoloso cui si accede da un armadio non e' male, ma per il resto mi e' sembrata una gran boiata che accumulava in ordine sparso suggestioni tratte dalla mitologia greco-romana, da leggende medioevali, da elementi della cultura celtica. Ad esempio non manca praticamente nessuna delle possibili creature fantastiche elaborate dalla cultura occidentale dal fauno, al minotauro, alla sirena, al centauro, al grifo, all'unicorno, per non tralasciare nai, giganti, orchi, troll, il tutto mescolato con un po' di fauna da zoo-circo (tigri, leopardi, leoni, rinoceronti) e con qulche suggestione pubblicitaria (i castori della Milka). Non mancava neanche la volpe parlante da fabliaux francesi e una resurrezione praticamente uguale a quella evangelica*. Il tutto mi ha fatto concludere che l'armadio in realta' fosse di quelli che stanno in soffitta e dove si caccia il bric-à-brac di casa.
Tutto cio' lo dico onestamente senza avere nessuna idea di come sia il libro da cui il film e' stato tratto, suppongo semplificando parecchio il testo di base.
Il film, se credo non sia tale da essere digeribile da un adulto un minimo culturalmente consapevole (un minimo), piace pero' un sacco ai ragazzini, il che e' sicuramente lecito, dato che c'e' tutto quello che serve per piacere loro. Ma fare film e libri che sono rivolti principalmente ad un pubblico giovanile non mi sembra legittimi il fatto di compiacere a tutti i costi i gusti degli spettatori, producendo qualcosa che non regge per niente al vaglio critico dell'eta' adulta. I grandi libri "per ragazzi" sono grandi libri punto e basta, come i grandi film "per ragazzi" sono grandi film. E sicuramente poter vedere un valido film diretto a dei ragazzi sarebbe per i genitori un sollievo nel senso se non altro di non aver mal speso i ventuno euro circa che ormai sono necessari per andare al cinema in tre.

* E ci siamo dimenticati di citare una comparsata di Babbo Natale "as himself"…


martedì, 27 dicembre 2005
Natale a Miami
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:50 pm

Oggi vorrei parlare dell’autentico e sano cinema italiano, quello che in questo periodo dell’anno attira migliaia e migliaia di connazionali nelle sale. Mi riferisco ai film dei fratelli Vanzina, che venendo giu’ dall’albero genealogico della grande commedia all’italiana di Monicelli, Comencini e Risi, puntuali verso Natale giungono a ricordarci chi siamo veramente. Possiamo anche snobbarli, ma sono la reale espressione del nostro paese.
Ed ecco nel 2005 Natale a Miami con la consolidata e inossidabile coppia Boldi-De Sica, con l'altrettanto inossidabile regia di Neri Parenti. Questo film, riprendendo per l’ennesima il fondamentale canovaccio appunto da commedia all’italiana (intendo quella a cui poi ha attinto seppur rinnovandola Goldoni) ci racconta ancora i nostri umori del momento, le nostre evoluzioni/involuzioni durante gli anni. Questa stagione la meta degli alter ego nazionali e’ Miami, ovviamente la preferita anche dell’élite del nostro calcio*, con perfetto parallelismo che dimostra l’assoluta aderenza del film a quello che siamo e che vorremmo essere, dimensioni che, ci dimostrano d'altronde, i Vanzina, sono in realta’ molto vicine (Totti, a parte le possibilita’ economiche e' poi diverso per mentalita' e cultura da un conducente di autobus**?). Quindi spiagge infinite, ragazze bellissime, alberghi principeschi ci sfilano davanti agli occhi, disegnando il palcoscenico di dis/avventure che non avremo mai, ma che certo potremmo vivere senza alterare noi stessi.
Insieme alle consuete manifestazioni della cultura fallica e scatologica che sono l'essenza primordiale del comico in ogni societa', alle corna e ad un possibile semi-incesto, compaiono poi forme di satira politica che ricordano in nuce la commedia di Aristofane. Cosi' ad esempio Boldi equivoca il messaggio lanciato ad uno dei suoi compagni di viaggio da una fanciulla, scambiando il gesto del dito medio per l'indicazione del numero uno, ricordando l'aneddoto sulla madre narrato da Berlusconi, grande arci italiano, secondo il quale la buona signora ritiene che il gesto equivalga a dire al figlio che e' il numero uno.
Boldi e De Sica in questo film sono giunto ormai a perfezione nell'incarnazione di Fantozzi proiettati in questi mondi apparentemente lussuosi ma non poi cosi' lontani dall'ufficio del travet contemporaneo, dove ormai si parla di barche a vela e case in Sardegna come un tempo si parlava di gite sulla seicento.
Ovviamente non tutti ce l'hanno o ce le possono avere queste cose, ma ormai le divisioni di classe non ci sono piu' e la societa' italiana e' un grande miscuglio di chi ha e di chi vuole avere, e questo i Vanzina lo hanno capito da anni. Forse da prima di Berlusconi. E' per questo che sono i geni misconosciuti del cinema italiano.

*Se non altro per la Befana pare che ci siano Vieri e Lapo Elkann a Miami, non so se mi spiego.
**Chiedo scusa agli eventuali conducenti di autobus che passano di qua, che molto probabilmente sono culturalmente meglio messi di quello che in genere si pensa di Totti. Pero' i luoghi comuni servono ai discorsi dei giornalisti, anche se ormai le casalinghe di Voghera sono ormai raffinate opinioniste.
Non volevo offendere tali categorie ma, sapete com'e' , sto cercando di farmi assumere da qualche rivista cinematografica iper snob, non si sa mai dopo Franco e Ciccio non scoprissero Boldi e De Sica e i luoghi comuni sono ncessari al discorso…


giovedì, 8 dicembre 2005
Broken Flowers
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:53 pm

Broken Flowers sembra un Jarmush virato in chiave Paul Auster. Il risultato e' un film bello e coinvolgente. Bill Murray e' sempre entusiasmante e senz'altro la collezione di attrici messa su da Jarmush si puo' definire notevole.


giovedì, 1 dicembre 2005
Lost movie 31- Child's Play 2
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 2:15 pm

Devo dire che l’idea della bambola assassina ha sempre fatto parte del mio immaginario, chissà che diamine ho visto nella mia infanzia, forse un episodio di ai confini della realtà o qualcosa del genere. I film della serie Child's Play , appunto della bambola assassina per il pubblico italiano, con protagonista l’orrido Chucky, bambola della serie “Good guys” caratterizzata dalla particolare impressione di vivezza, sono pero’ della fine degli anni ’80-inizio anni ’90 e quindi ben posteriori all’epoca in cui giocavo con le bambole. Fatto sta che Chucky corrisponde alla perfezione all’idea platonica di bambolotto killer, con il suo cespo di capelli rossi un po’ stopposi, i suoi occhi a palla di un azzurro eccessivo, le sue guanciotte piene di efelidi, la sua maglia a righe multicolori (ricorda così un po’ Freddy Krueger che le righe nella maglia le aveva rosse e nere, se non sbaglio). Come ogni buon serial killer da horror di serie b, Chucky e’ ostinato e restio a morire sia pure sottoposto ai piu’ tremendi trattamenti, tanto da sopravvivere fino al quarto episodio. Nel secondo, classicamente intitolato in italiano Il ritorno della bambola assassina(Child's Play 2, 1990), Chucky viene improvvidamente riassemblato dai produttori di "Good Guys" ansiosi di dimostrare che la loro bambola, accusata da Andy, il bambino proprietario di Chucky, di efferati delitti, non è che un rassicurante giocattolo. Chucky in realta’ ospita l’anima di un serial killer, ansioso di lasciare il ridicolo involucro per appropriarsi del corpo del bambino.
L'idea dei produttori di bambole si rivela parecchio sbagliata, perche’ Chucky uccide un operario della fabbrica e il tirapiedi del grande capo, per poi ritrovare Andy e ammazzare praticamente tutti quelli che lo circondano, cioe’ la coppia cui e’ affidato (la mamma di Andy e’ finita in manicomio perche’ nessuno crede alla storia del bambolotto assassino), la direttrice della clinica in cui viene ospitato, la maestra. Da non perdere il finale nella fabbrica delle bambole, con la foresta di scatole gialle, la catena di montaggio con i sinistri pezzi di bambole che viaggiano e il tripudio splatter a suon di plastica fusa (meravigliosa la scena in cui il tecnico della fabbrica viene spinto da Chucky sotto l’ingranaggio che monta gli occhi, con il risultato di ritrovarsi confitti nelle orbite gli occhi di vetro della bambole). E poi c’è poco da fare, Chucky con la sua furia iconoclasta, il suo linguaggio scurrile e il suo accanirsi gratuitamente contro le autorita’ non puo’ che restare simpatico.
Ci sono anche nella serie, Child's Play (1988),Child's Play 3 (1991), Bride of Chucky (1998)


domenica, 27 novembre 2005
Ma i ragazzi della III C no!
Nelle categorie: Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:27 am

Lo so che come al solito appariro' ipercritica nei confronti di certe punte della cultura anni '80 (come nel caso di Sposero' Simon Le Bon) ma la scoperta che tra le valanghe di dvd di serie televisive che vengono riversate in commercio qualcuno abba pensato di includere anche quelli delle prime tre serie de I ragazzi della III C mi ha causato una profonda perplessita'. Davvero ci sono nostalgici di quel brutto telefilm? Passi che sia esistito in un certo contesto come prodotto di veloce consumo (attirando tra l'altro molti anziani tra i suoi spettatori), ma riesumarlo mi sembra troppo. E, soprattutto, c'e' davvero chi e' disposto a tirare fuori decine di euro per aggiudicarsi quei dvd? Del resto scopro ora che c'e' anche un fan club in rete.. come dire che non c'e' limite alla nostalgia.
Ma girava anche sul satellite o l'ho sognato?


lunedì, 14 novembre 2005
Normal,Ohio
Nelle categorie: Serie TV — Scritto da waldorf alle 5:36 pm

Normal, Ohio, per quanto ho capito dalla prima puntata (la prima serie è del 2000 e ora va su Paramount Comedy il giovedì alle 22,30), è una serie che gioca sul paradosso. Nel senso che mentre di norma si immaginano i gay dotati di apparenza effeminata e abitanti in un contesto cittadino, magari californiano, in questo caso il gay Butch ha il corpaccione di John Goodman (Roseanne) e decide, dopo essersi trasferito a Los Angeles piantando la sua famiglia "normale" composta da moglie, figlio, sorella, genitori e nipote, di tornare nella sua "normale" cittadina di provincia. Dalla presenza, ingombrante in tutti i sensi, del figliol prodigo gay nascono ovviamente problemi e contrasti nel clan familiare; ad esempio il figlio, esortato da Butch a cercare la felicita', decide di non andare a studiare medicina annunciandolo mentre tutti festeggiano la sua ammissione alla facolta'.
Per il momento Normal,Ohio sembra abbastanza divertente, ma mi riservo di guardarne almeno un altra puntata prima di dare un giudizio più preciso. Trovo fastidiose le risatine di sottofondo, per fortuna ormai quasi scomparse dalle situation comedies, ma e' un inconveniente che si puo' superare, ci abbiamo convissuto per anni. Ad ogni modo fa piacere rivedere John Goodman, anche se nettamente invecchiato, mentre Joely Fisher (la sorella di Butch) deve essere abbonata alla serie con omosessuali (era la migliore amica di Ellen nella prima serie, credo, con una lesbica protagonista)


lunedì, 31 ottobre 2005
La sposa cadavere
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 12:15 am

Dopo The Nightmare Before Christmas, Tim Burton e' tornato allo stop motion con La Sposa Cadavere (The Corpse Bride o Tim Burton's Corpse Bride), realizzando un altro piccolo (per chi crede che l'animazione sia un genere minore) grande capolavoro.
La storia, ormai credo nota, e' quella di Victor, uno sposo in preda ad un attacco di panico, che ripetendo il giuramento nuziale e infilando l'anello in quello che crede un tronco per riuscire a superare le sue paure, si ritrova sposato con il cadavere di Emily, una ragazza abbandonata dal promesso sposo e poi uccisa durante la vana attesa dell'amato. Sara' molto difficile per Victor sciogliersi dall'impegno e riuscire ad impalmare la fidanzata Victoria, che ama nonostante che il loro matrimonio sia combinato.
Personalmente sono piu' affascinata dalle avventure di Jack Skellington che da quelle di Emily e Victor, i due sposi divisi dalla morte o forse dalla vita; nonostante la tematica in apparenza meno impegnativa, The Nightmare Before Christmas mi sembrava piu' ricco visivamente nel disegno dei due mondi contrapposti di Halloweentown e Christmas Town. Inoltre ho trovato piu' originale la variazione sul tema caro a Burton della poetica dei "diversi", in quel caso gli abitanti di Halloween Town, in quello di The Corpse Bride i morti, tanto piu' colorati e musicali dei vivi.
Del resto The Corpse Bride soffre di una qualche debolezza nella storia, dato che Burton e' partito da leggende o comunque componenti narrative ebraiche (come gli assassini di spose ebree durante i pogrom) che in un film destinato in parte almeno a bambini difficilmente potevano trovare posto. Cosi' la storia della morte violenta della sposa e' stata "ammorbidita" fino a rendere evanescente il significato dell'antefatto della vicenda, e la figura del cattivo risulta piuttosto povera.
Nonostante questo The Corpse Bride e' un film emozionante e coinvolgente, con una storia insieme macabra e ricca di romanticismo, per chi piace, ma anche di umorismo che la stop motion esalta. La bellezza dell'invenzione in certi momenti (soprattutto il numero musicale dei morti all'arrivo di Victor) consente infatti di passare sopra a considerazioni di sceneggiatura, forse (dico solo forse) secondarie in un film di animazione.
Ed anche se e' "solo" un film di animazione il modo in cui Burton dipinge la vicinanza tra il mondo della vita e quello della morte e' a momenti indubbiamente inquietante.

Come al solito attendiamo ansiosamente di vedere la versione originale, con le canzoni in inglese e le voci di Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Emily Watson e naturalmente Danny Elfman.
E' curioso poi come la scena in cui Victor infila l'anello nel ramo rivelatosi braccio del cadavere ricordi un po' il "perche' mi scerpi?" dantesco.


sabato, 29 ottobre 2005
Lost movie 30- Canadian Bacon
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 12:44 am

1995: Un presidente degli Stati Uniti piuttosto coglione, con le adorabili fattezze di Alan Alda, disperato per la mancanza di un nemico che aiuti a risollevare i sondaggi, dato il rifiuto della Russia a continuare la guerra fredda, mette in pratica le idee di un suo consigliere occulto e mette su una sorta di finta guerra contro il Canada, con la collaborazione di un generalissimo non proprio molto sveglio (Rip Torn). Le cose sfuggiranno di mano agli incauti manipolatori; da un lato infatti si forma un gruppetto di idioti fanatici (interpretati tra gli altri dal compianto John Candy, nei panni di uno sceriffo ultrapatriota, Rhea Perlman e Bill Nunn) che attenta alla centrale di controllo di tutta l'energia elettrica del Canada, dall'altro un industriale delle armi ne approfitta per creare una situazione di allarme nucleare e ricattare il Presidente, essendo l'unico in grado di disattivare i missili puntati sulla Russia e pronti a partire. Tutto finira' bene per puro caso.
Canadian Bacon (Operazione Canadian Bacon, 1995) e' un misconosciuto film di Michael Moore, piu' noto per i suoi documentari, che sembra navigare tra i ricordi di un certo cinema del passato (quello tipico della Guerra Fredda, da Doctor Strangelove a WarGames) e il presentimento di un futuro in cui l'America avrebbe potuto aver bisogno di un nemico qualsiasi per migliorare i livelli di popolarita' del Presidente e gli utili delle industrie nazionali. Difficile non pensare alle odierne vicende in Iraq quando il Presidente Alan Alda si riunisce con il suo stato maggiore e scarta uno ad uno tutti i possibili nemici suggeriti (incluso per la verita' Saddam), finendo per disperazione per accettare il Canada, prima eliminato. Il bisogno di infondere paura, elemento che la Casa Bianca avverte come indispensabile per generare consenso, si scontra per il povero Presidente Alda con la mancanza di uno spauracchio 11 settembre, ancora di la' da venire.
Canadian Bacon sconta la maggiore attitudine di Moore al documentario, apparendo mancante un impianto di sceneggiatura abbastanza solido per portare avanti la storia per la durata di un film normale. Gli stereotipi sui canadesi, con le loro fissazioni bilinguistiche, la gentilezza generale, lo Stato sociale e cosi' via abbondano, ma anche se li prende in giro e' chiaro che a Moore stanno parecchio simpatici, come si vede anche in Bowling for Columbine. Memorabile la comparsata di Dan Aykroyd nella parte dell'agente della stradale che costringe John Candy a ridipingere anche in francese gli insulti al Canada di cui ha coperto il camion che ha rubato per par condicio verso i Québécois.
E comunque anche se Michael Moore ci prova a giocare con i generali scemi, Kubrick era decisamente su un altro pianeta.


venerdì, 28 ottobre 2005
The Shield 2- La vendetta
Nelle categorie: Serie TV — Scritto da waldorf alle 11:15 am

Ammettere che si e' preso un abbaglio non e' sempre immediato, comunque per fortuna in qesto caso non e' una cosa tanto seria. La mia valutazione immediata di The Shield e' stata ingiustamente riduttiva. Nel continuare a vederlo sono sempre piu' stata presa dalla storia, per non dire del fatto che e' girato in maniera splendida; quello che devo confermare e' invece che Glenn Close e' di una bravura mostruosa.


mercoledì, 26 ottobre 2005
Grey's Anatomy
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 3:35 pm

Dopo aver guardato un paio di puntate di Grey's Anatomy ho difficolta' a capire i motivi del suo successo. Piu' che ad un incrocio di Sex and the City e E.R., come e' stato definito credo per pubblicita', mi somiglia ad uno Scrubs fatto solo di giovani chirurghi e deprivato del senso dell'umorismo e del surrealismo tipici di Scrubs, il che significa una serie abbastanza inutile. Lo capisco poi che per un chirurgo e' normale essere competitivo e testosteronico anche se e' una donna, ma i personaggi sono tutti un po' troppo antipatici per i miei gusti. E poi la nuova diva Ellen Pompeo mi sembra capace di fare quasi solo faccine depresse di vario tipo, alternate a radi sorrisi giocondeschi, con una scarsa varieta' espressiva che non trovo particolarmente attraente. Almeno il dott. House di quando in quando fa qualche buona battuta.


mercoledì, 19 ottobre 2005
Lost movie 29 – Gli amori di una bionda
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 5:04 pm

Làsky jedné plavovlàvski (Gli amori di una bionda -1965, mi scuso per gli accenti sbagliati causa tastiera inadatta al ceco) di Milos Forman mi sembra uno di quei rari film che mentre raccontano una storia apparentemente semplice e quasi elementare, in realtà riescono a dire molto su problemi universali. Non con le parole, ma con le immagini. Andula (Hana Brejchova’) e’ una ragazza che lavora in una fabbrica di scarpe spersa nel mezzo della grigia Cecoslovacchia pre-1968; ha una storia con una guardia forestale, uno dei pochi uomini della zona, del tutto insufficienti per duemila giovani operaie. Ed e proprio per questa scarsita’ di maschi che i capi fanno in modo di trasferire un po’ di soldati per distrarre le ragazze ed impedire che scappino.Andula pero’ non si innamora di un militare ma di un ragazzo di Praga (Vladimir Pucholt) venuto per suonare alla festa di benvenuto ai soldati. Così pensa di andare a Praga a raggiungerlo dopo aver piantato il forestale, ma le cose non andranno come aveva immaginato e si ritrovera’ di nuovo in fabbrica, dove la storia aveva avuto inizio.
Gli amori di una bionda e’ al contempo un commosso e ironico ritratto di una gioventu’ con pochi ideali la cui vitalita’ cerca di superare gli ostacoli di un mondo ben poco poetico e privo di possibilita’ e un quadro della società cecoslovacca, divisa tra le strutture del socialismo e le spinte occidentalizzanti, tra il moralismo dei genitori e la disinvoltura a volte eccessiva dei figli. Forman racconta tutto questo con una rara purezza e essenzialita’ (possibile forse solo in bianco e nero) che riesce appunto a fare di un film su una piccola storia un gioiello di cinema. Non aggiungo troppe notazioni di storia del cinema sulla Nova’ Vlna, la nouvelle vague cecoslovacca, anche perché non ne so molto. Pero’ e’ vero che questa umana essenzialita’ si trova soprattutto in certi film di Truffaut o di Rohmer.


lunedì, 10 ottobre 2005
Lost movie 28 -Io, io, io… e gli altri
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:46 pm

Io, io, io… e gli altri (Alessandro Blasetti, 1965) non ha una vera trama. Si seguono semplicemente i pensieri di Sandro (Walter Chiari) un giornalista scrittore vuole indagare sull'egoismo e trae spunti di riflessione dalla moglie (Gina Lollobrigida), dal direttore del suo giornale (Vittorio De Sica), dai colleghi (Paolo Panelli, Franca Valeri), da un controllore del treno (Nino Manfredi), dalle donne che vede per strada o esibite sui giornali (tra cui una provocante Sylva Koscina) e infine da se stesso; il nostro eroe ovviamente non scopre niente di positivo. Mentre e' intento in queste sue riflessioni muore Peppino (Marcello Mastroianni), l'unica persona cui attribuisce generosita' e altruismo; lo tormenta poi il ricordo di Silvia (Silvana Mangano), una donna del suo passato divenuta attrice famosa, che vede dovunque come ritratta sulla copertina di un settimanale (Oggi) con un drammatico cappello nero, immagine che la sua fantasia spesso gli proietta.
Blasetti ha riunito con Io, io, io… e gli altri il meglio del cinema italiano del momento in tema non solo di attori (come si puo' notare dall'elenco appena fatto) ma anche di sceneggiatori (Benvenuti, Cecchi d'Amico, Flaiano, Age, Scarpelli, De Bernardi, Talarico, Baracco, Solaroli e altri; l'opera collettiva e' una caratteristica del cinema italiano degli anni migliori, in cui le idee veramente circolavano per l'aria). La confezione del suo apologo morale e' molto raffinata, nelle scenografie e nella fotografia, ma anche nei grafici titoli di testa, ma l'esito non e' secondo me felicissimo, con tutta la simpatia che mi ha sempre fatto il regista con gli stivali. Blasetti si e' fatto prendere la mano dando spazio all'umorismo moralistico e acidulo tipico di Zavattini (praticamente l'unico grande sceneggiatore italiano dell'epoca che non ha collaborato al film) al centro di un'altra sua opera imperfetta (questa sì veramente realizzata con Zavattini) cioe' Prima comunione. A questo spunto ha unito molte suggestioni felliniane, come la scena in cui Peppino mostra a Sandro due anziani coniugi che camminano in un bosco, immagine anche questa che torna spesso nella mente di Sandro, o dell'aggressione dei fans a Silvia alla stazione dove i treni di Sandro e della donna si incrociano. Fellini e' poi esplicitamente citato in un'inquadratura.
Walter Chiari del resto e' qui un po' il doppio di Blasetti come Mastroianni lo era gia' per Fellini (c'erano gia' stati La dolce Vita, 1960, e 8 1/2,1963). Con tutto cio' Io, io, io e gli altri e' da consigliare agli amanti dei film atipici, anche per lo sguardo abbastanza originale sul costume dell'epoca, che a giudicare dal film dava gia' molto spazio alle donnine svestite sulle riviste e nelle pubblicita'. Piu' di quanto avrei pensato a priori, e non so se Blasetti ha esagerato per amor di polemica moralista.


mercoledì, 5 ottobre 2005
Lost movie 27- Five Graves to Cairo
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:59 pm

Grazie al satellite, nei giorni scorsi ho recuperato un film che volevo vedere da anni cioe' Five Graves to Cairo (I cinque segreti del deserto, 1943), il secondo film di Billy Wilder da regista, ambientato durante la seconda guerra mondiale, e più precisamente nell'Africa dominata da Rommel. Un giorno o l'altro spero di poter vedere anche The Emperor Waltz (1948), uno strambo film tirolese girato dal grande Billy nel 1948, e saro' una fan contenta.
Tornando a Five Graves to Cairo, e' stato uno dei modi in cui il regista viennese ha contribuito allo sforzo di propaganda bellica, ed e' chiaro ovviamente da che parte sta nel raccontare la storia di un caporale inglese (Franchot Tone) e una cameriera francese (Anne Baxter) che riescono a gabbare Rommel in marcia sul Cairo e cambiare la storia, facendo in modo che vengano scoperti i depositi di carburante e armi nascosti dai tedeschi nel deserto prima della guerra. Il caporale, in un gioco di finzioni quasi da scatole cinesi, si fa passare per il cameriere di un albergo situato in una piccola citta' egiziana dove approda Rommel, prendendo il posto di un morto in un bombardamento che si scoprira' essere stato in vita una spia tedesca.
Nonostante il genere, il film e' pieno di ironia che anticipa quella di Scandalo internazionale e di Uno, due, tre! soprattutto sul tema dell'alternarsi dei padroni e della bandiere; nell'albergo Empress of Britain dove si ambienta il film la bandiera britannica e' sostituita dalla tedesca all'arrivo di Rommel e il ritratto della regina Vittoria coperto, almeno fino al ritorno degli inglesi, in occasione del quale viene persino spolverato dal padrone dell'albergo (Akim Tamiroff).
Formidabile Eric Von Stroheim nel ruolo di un Rommel compiaciuto di se stesso e persino un po' gigione e come al solito perfettamente militare nonostante che non sia mai stato un vero ufficiale. Per la verita' c'e' un aspetto che sfugge, cioe' come la volpe del deserto potesse scambiare, come fa, un caporale inglese per una spia tedesca finto alsaziana… ma questa e' un'altra storia.


lunedì, 3 ottobre 2005
The L-Word e The Closer
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 11:53 pm

Data la sovrabbondanza di offerta sul mercato in questo momento solo brevissime notazioni su due serie esordite in questi giorni in Italia:
The L-Word: non so cosa ne pensiate, ma dopo averla incrociata all'estero, vederla in italiano ha confermato la mia prima impressione, cioe' di uno sfruttamento pruriginoso del sesso tra lesbiche, mostrato quasi al limite del porno-soft, e delle tematiche relative (soprattutto il desiderio di avere un figlio delle donne gay), ma poche idee e neanche l'ombra dello spirito witty di Sex and the City a cui mi sembra ci si voglia ispirare;
The Closer: niente affatto male Kyra Sedgwick nei panni della tosta detective Brenda Johnson (peraltro in una serie nuovissima iniziata in America nel maggio di quest'anno); mi piace un sacco il suo stile, il modo in cui arriva alle cose senza che gli altri realizzino cosa le passa per la testa e il suo modo di essere aliena in California.


venerdì, 30 settembre 2005
The Shield
Nelle categorie: Serie TV — Scritto da waldorf alle 10:56 pm

Ieri sera ho visto la seconda puntata di The Shield, avendo perso per crollo da stanchezza la prima trasmessa la settimana scorsa; se ho capito bene pero' Italia 1 parte dalla esima stagione (la serie e' iniziata nel 2002) e non dalla prima; non ho trovato notizie precise, chi ne ha le può lasciare nei commenti.
Nonostante le lodi della critica, non mi è parso tremendamente innovativo, ma l'ennesimo discendente di quella grande invenzione che è stato l'87° distretto di Ed Mc Bain.
The Shield è un cupo poliziesco dove il confine tra il bene e il male e' veramente sottile, i poliziotti sono ben poco diversi dai delinquenti, e quand'anche perseguono una specie di bene lo fanno con metodi non proprio legali, secondo lo schema di comportamento del protagonista Vic Mackey (Michael Chiklis). Se la serie per il momento non mi e' sembrata esplosiva, lo e' invece la rediviva Glenn Close nella parte del capitano Monica Rawling, per cui sospendo il giudizio finale sul tutto.
Per una revisione critica vedere qui


venerdì, 30 settembre 2005
La disperazione delle casalinghe disperate e i tempi che corrono
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 9:24 am

Non vale la pena che dica molto su Desperate Housewives, credo siano gia' corsi fiumi di inchiostro. Pero' c'e' un dubbio che mi ha colpito e che vorrei esternare, cioe' se sono l'unica – ferma restando la qualita' della serie – che si chieda come fino a qualche tempo fa eravamo appassionati alle avventure di quattro singles forse a tratti un po' disperate, ma anche dedite a una intensa vita sociale e lavorativa come le protagoniste di Sex and the City a quelle di quattro casalinghe con vite a volte tremendamente faticose, sempre comunque circondate da rovine esistenziali e nere trame familiari. Tra l'altro se a momenti la Manhattan di Carrie e compagnia sembrava molto piccola, figuriamoci Wisteria Lane. Ho l'impressione che questa cupaggine anche se glitterata dalle mises di Eva Longoria sia un segno dei tempi post 11 settembre, non particolarmente allegri e che comunque non sia certo un incoraggiamento al matrimonio e alla riproduzione, dato che i figli delle casalinghe disperate sono quasi sempre dei mostri…


giovedì, 29 settembre 2005
Lost Movie 26 – Dont'go Near the Water
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 6:37 pm

Film ideale per capire la grandezza, pur in modi totalmente diversi, di Operazione sottoveste (1959) e Mash (1970), Dont'go Near the Water (Alla larga dal mare), tratto da un romanzo di William Brinkley e diretto da Charles Walters (regista tra le altre cose di Walk Don't Run – 1966- ultimo film di Cary Grant), ha pero' il merito di essere venuto prima, cioe' nel 1957. Si tratta di una pellicola che alternando toni allegramente antimilitaristi e spiccatamente sentimentali racconta le avventure di un gruppo di marinai di terra ferma, appartenenti al servizio delle relazioni pubbliche della marina americana durante la seconda guerra mondiale e di stanza nell'immaginaria e idilliaca isola di Ulura nel Pacifico. Li comanda un ex dirigente di Wall Street, il commodoro Nash, e il personaggio più di spicco del gruppo e' il tenente (l'amabile canaglia Glenn Ford); la bestia nera del gruppo e' uno spocchioso reporter di guerra che fa continuamente valere i due milioni di lettori le cui opinioni puo' orientare per ottenere vantaggi indebiti. Come e ancora di piu' che in Operazione sottoveste, la guerra e' in questo film una preoccupazione lontana e anzi neanche una preoccupazione, dato che la cosa piu' scocciante che possa capitare e' rifornire il reporter di lenzuola pulite tutti i giorni. Ogni tanto qualcuno dice che vorrebbe andare a far la guerra davvero, ma alla fine ci va solo un furiere di seconda classe colpevole di aver amoreggiato con un superiore, un tenente (donna naturalmente, siamo negli anni '50!).
Nonostante tutto ci sono un paio di trovate carine, come la costruzione del circolo ufficiali, che i propagandisti tentano da soli sotto gli occhi divertiti dei genieri con esiti degni della costruzione del granaio in Sette spose per sette fratelli.
Non e' male neanche il tentativo di ripulimento del marinaio Amerigo Nelson scelto da Nash come emblema del marinaio medio americano per via del nome, ma rivelatosi di persona rozzo e pericolosamente predisposto al turpiloquio.
Ma dove veramente si anticipa Operazione sottoveste e' nell'episodio della giornalista (l'ungherese Eva Gabor) che sale a bordo della portaerei per un servizio di guerra; le sue mutandine di pizzo nero finiranno issate su un albero.
Purtroppo per il film non mi sembra molto riuscito l'amalgama tra la parte satirica e quella amorosa, la storia del tenente Siegel con la bellezza locale Melora, discendente di una nobile famiglia di colonizzatori spagnoli (Gia Scala, al secolo Giovanna Pozzo, attrice sicilian-irlandese molto credibile nella parte della creola del Pacifico); le scene "divertenti" non lo sono abbastanza per dissipare la sensazione di futilita', mentre le parti sentimentali risultano melense. Decisamente ci voleva un calibro come Blake Edwards per sfottere la marina americana. Comunque si tratta sempre di una curiosita' degna di uno sguardo, se vi capita.


mercoledì, 14 settembre 2005
Lost movie 25 – Masquerade
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:33 am

1965: la Gran Bretagna, rappresentata dall’immaginaria Anglo Media Oil Company, vuole mettere le mani sul petrolio di un piccolo paese arabo. Per farlo deve ottenere che l’erede al trono, raggiunta la maggiore eta’ (quattordici anni), prenda il suo posto estromettendo il reggente, che ha rapporti privilegiati con i paesi “oltre cortina” come si diceva una volta, e firmi un trattato con la Anglo Media. I pezzi grossi pensano quindi di affidarsi ad un ex militare inglese specializzato in lavori di questo genere, il colonnello Drexel, che a sua volta chiede l’aiuto di Frazer, un avventuriero americano conosciuto durante la seconda guerra mondiale. Drexel simula un rapimento del principe e lo porta in una villa in una pittoresca localita’ di mare spagnola, dove viene raggiunto da Frazer. Ne scaturiranno colpi di scena e tradimenti a ripetizione con effetto scatole cinesi come nella migliore di tradizione dei film di spionaggio. Naturalmente tutto si sistemera’ nel migliore dei modi per gli interessi inglesi.
Masquerade, film inglese, diretto da Basil Dearden e tratto da un libro di Victor Canning (nella versione italiana 50.000 sterline per non tradire) e’ un curioso spy-movie di notevole cinismo, in cui il mondo dello spionaggio appare assai piu’ sgarrupato dei contemporanei film di 007 con Sean Connery (Dr. No in italiano Agente 007 – Licenza di uccidere e’ del 1962 e nel 1965 la serie era arrivata al quarto film), che sono chiaramente presi in giro; basti dire che tra i personaggi chiave ci sono degli artisti di un piccoli circo male in arnese. Si puo’ anche dire che in questo mondo non alberga il manicheismo, perche’ il piu’ pulito ha la rogna e il tradimento puo’ tranquillamente sfuggire alla punizione. Paradossalmente il piu’ onesto e’ proprio il povero Frazer, che riconosce di non avere assolutamente alcun ideale, a differenza dell’amico Drexel che si proclama patriota. E infatti Frazer si stupisce assai di non essere in grado di accettare le 50.000 sterline del titolo italiano in cambio del suo tradimento perche’ ha degli scrupoli, cosa che sorprende per primo se stesso. Comunque alla fine la sua strana dirittura morale gli fruttera’ solo 11 sterline e qualche spicciolo.
Masquerade merita di essere visto anche perche’ dimostra che il mondo e’ cambiato assai poco in quarant’anni. Una delle battute che mi ha colpito di piu’ la pronuncia il capo della Anglo Media, che spiega a Frazer all’inizio del film l’impossibilita’ di occupare il paesello petrolifero dicendo “di questi tempi noi inglesi non possiamo occupare piu’ niente se non ci chiamano o gli americani non ci danno il permesso”.
Notevole l’ambientazione in Spagna (il film e' stato girato oltre che negli studi di Pinewood – come si vede da qualche sfondo di cartone – in Alicante), con tanto di castello a picco sul mare fornito di lugubre cappella di ispirazione molto tridentina e la fotografia molto colorata, tipica del periodo. Molto belle alcune scene girate presso una diga in costruzione.
Nel cast ci sono vari attori meritevoli di menzione come il protagonista Cliff Robertson, che ha recitato a fianco di Robert Redford ne I tre giorni del Condor, la bella e compianta Marisa Mell, tra le altre cose Eva Kant nel film tratto da Diabolik, nonche' il buono a tutti gli usi Michel Piccoli.


martedì, 13 settembre 2005
Everwood 3, ovvero dategli tregua
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da tutti e due alle 12:19 am

Noi la fine della terza serie di Everwood non l'abbiamo ancora vista, perche' ci guardiamo le puntate "in registrata" tra una tappa e l'altra della rat race. Pero' fin d'ora, e ignorando i contenuti delle ultime due o tre puntate, ci permettiamo di dire che gli sceneggiatori si sono persi per strada molto presto — grosso modo dall'inizio della seconda stagione — e sono andati man mano peggiorando.
Il fatto e' che, perche' la serie possa continuare, i personaggi principali non possono allontanarsi da Everwood: di qui un crudele accanimento sui protagonisti per giustificare che tutti rimangano confinati nel villaggio. Non parliamo del fatto che – come Waldorf ha gia' scritto – la cosa piu' intelligente che il dottor Brown potrbbe fare nella vita reale sarebbe tornare di corsa a NY con i figli. Ma quando il povero Irv va in pensione, Edna si rifiuta di lasciare il lavoro di infermiera per andare via con lui — a costo di far naufragare il suo matrimonio (tra l'altro Irv e' stato fatto sparire senza tanti complimenti…). E Bright? Destinato fin dall'inizio al college per meriti sportivi, viene cacciato dalla squadra perche' i suoi risultati scolastici sono negativi: ma quando recupera e addirittura diventa il migliore del suo corso, non solo non viene riammesso in squadra, ma nessun college, nemmeno il piu' scalcinato del Colorado, se lo vuole pigliare. Il culmine della crudelta' (o della sfiga) tocca comunque ad Ephram: nonostante con Madison abbia presumibilmente fatto solo sesso sicuro (si insiste parecchio sull'uso dei preservativi in quelle puntate), la sua ragazza resta incinta; poi viene fatta sparire e ricompare a orologeria a New York alla vigilia dell'audizione di Ephram per la Julliard, giusto in tempo per rivelare al povero malcapitato che e' diventato padre di un bambino ormai dato in adozione e che e' stato Andy Brown a convincerla a sparire e a non dire nulla fino a quel momento; guarda caso Ephram, sconvolto, decide di saltare l'audizione che potrebbe aprirgli la strada del suo futuro lontano da Everwood.
E siccome non era carino infierire soltanto sui protagonisti, gli sceneggiatori si sono accaniti anche sui personaggi di contorno, facendo di Everwood la capitale continentale della iella. Colin e' stato risvegliato dal coma giusto per soffrire un altro po' ed essere mandato al creatore dal dottor Brown, che ci rimedia l'ostilita' dei concittadini e una bella crisi di sfiducia in se stesso. La sorella del dottor Abbott compare nella serie giusto in tempo per rivelarsi ammalata di AIDS e per avere una relazione infelice con il dottor Brown. Lo stesso dottor Brown si innamora successivamente della moglie di un paziente ridotto in coma da un ictus; i due fanno in tempo ad iniziare una storia e il marito si risveglia dal coma, anche grazie alle cure miracolose di Andy. Nina scopre che il marito non solo la tradisce, ma e' pure gay. Il pastore del paese diventa cieco. Eccetera. Eccetera. Eccetera.
Nella foga, oltre tutto, gli sceneggiatori hanno rapidamente perso di vista la continuita' (e spesso la verosimiglianza) della storia: le stagioni vanno e vengono con una certa casualita'; la gravidanza di Madison dura grosso modo quanto quella di un'elefantessa; Bright, che nella prima serie giocava a basket, nella seconda improvvisamente e' diventato un promettente asso del football; il dr. Brown e' notoriamente ricco sfondato, tanto da potersi permettere di esercitare gratis, ma quando regala lo studio di registrazione ad Ephram deve vendersi la macchina per sostenere la spesa (salvo che il suvvone BMW e' di nuovo parcheggiato davanti a casa Brown qualche puntata dopo…). Ri-eccetera.
Everwood ha dei personaggi a cui ci si affeziona volentieri: ma la sceneggiatura mostra decisamente la corda, probabilmente per i vincoli che l'idea iniziale poneva agli sviluppi della storia. C'e' da sperare che gli autori inventino qualcosa di meglio che una ulteriore epidemia di sfiga per sostenere la quarta serie, che negli Stati Uniti dovrebbe andare in scena a partire dal 29 settembre.

Ne avevamo gia' parlato qui e qui.


martedì, 30 agosto 2005
Crossing Jordan
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 4:34 pm

Fa piacere rivedere in azione in questo telefilm della NBC (ora la domenica alle 21 su La7, ma credo gia' vista in Italia sul satellite) Jill Hennessy, già Claire Kincaid, l'assistente procuratore di Law and Order morta in una drammatica e memorabile puntata (almeno per i fan della serie). Detto questo, per il momento Crossing Jordan (in onda negli USA dal 2001) contiene una serie di elementi comuni ad altre serie degli ultimi anni, pur essendo abbastanza interessante. Certo vederlo solo ora distorce la prospettiva, ma e' chiara l'esistenza di una temperie comune.
La protagonista, Jordan Cavanaugh (appunto Jill Hennessy), un medico legale con la mania di sostituirsi alla polizia nella soluzione dei casi, mi ricorda infatti un po' Olivia Benson (Mariska Hargitay) di Law and Order – Special Victims Unit (che esiste dal 1999) e la Lily di Cold case (che e' posteriore a Crossing Jordan, essendo iniziato nel 2003). Infatti Jordan, come la prima, e' stata segnata da un crimine irrisolto, nel suo caso l'assassinio della madre (per Olivia era lo stupro sempre della madre in occasione del quale e' stata concepita), che le ha lasciato addosso una rabbia inestinguibile, e come la seconda si fa ossessionare dai casi. In generale Jordan, nonostante la sua apparenza sexy, pare per il momento condividere con le altre due una certa sfiga personale (in altre parole tendenziale assenza di vita fuori del lavoro), che una volta era propria solo dei personaggi di poliziotti e affini maschi, ma ora si va estendendo anche alle femmine della specie. Altro personaggio con cui noto una certa affinita' e' la patologa di CSI Miami,( serie iniziata nel 2002) che parla con i cadaveri. Per non parlare della celebre creatura di Patricia Cornwell, Kay Scarpetta (ma qui la somiglianza mi pare più superficiale).
Dopo CSI (comparso un anno prima di Crossing Jordan) non e' poi una novita' porre al centro di una serie le autopsie e le indagini scientifiche, ma la concentrazione sulla personalita' di Jordan rende la parte "scientifica" meno centrale di quello che ci si potrebbe aspettare da una serie con protagonista un medico legale; e' da verificare se gli equilibri cambieranno prossimamente. Interessante comunque l'estetica "polverosa" vicina alle varie serie del filone Law and Order, anche queste del resto targate NBC.


sabato, 27 agosto 2005
Etre et avoir
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 9:32 pm

Ieri su Rai3 mi sono rivista Etre et avoir (2002), il film-documentario su una scuoletta elementare monoclasse di una zona rurale dell'Alvernia in Francia, che qualche anno fa e' stato un imprevisto fenomeno perfino di cassetta (rispetto alla modestia produttiva), facendo molto discutere soprattutto nel mondo della scuola, come ovvio.
Rivedendolo il film mi e' sembrato ancora piu' significativo della prima volta. E non voglio neanche entrare nel merito delle questioni didattico-educative che poteva sollevare. Mi ha colpito infatti soprattutto la struggente malinconia della vita in questo posto sperduto, dove i ragazzi lavorano nei campi e nelle stalle nelle ore libere dalla scuola e ancora di più del senso dell'esistenza umana come un ripetersi di avvenimenti sempre uguali. L'anno scolastico e' come il ciclo delle stagioni e dei lavori agricoli. Il maestro riflette all'infinita' di dettati dei suoi 35 anni di carriera, e dietro l'espressione perplessa dei suoi allievi di fronte al pensiero di questa eternita' di tempo, sembra di vedere le tante e tante classi di bambini simili a loro che li hanno preceduti. Mi e' venuto da riflettere a quanto la nostra individualita' sia precaria nel tempo che scorre, il che e' ancora piu' evidente in un mondo un po' arcaico come quello del film. Il pensiero mi ha inquietato in modo un po' leopardiano, ma non e' detto che un altro giorno non mi sembri consolante.
Comunque onore a Nicolas Philibert, che con un piccolo film ha saputo comunicare tanto a moltissime persone.


mercoledì, 10 agosto 2005
Lost movie 24- Lucy Gallant
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 2:20 pm

Ho ancora due o tre post scritti prima delle ferie da pubblicare; questo e' il primo.

Il cinema americano ha in modo piuttosto ovvio affrontato i problemi delle donne in carriera prima e più diffusamente di tutti gli altri, anche se a volte dando spazio a visioni prettamente maschiliste del tema.
Così accade in Lucy Gallant, film del 1955 diretto da Robert Parrish, con protagonista la zitellesca Jane Wyman, la prima moglie di Reagan, tratto da un romanzo di Margaret Cousins e ambientato negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Lucy e’ una elegante newyorkese con tanto di borsa in visone che, in fuga dai propri guai, si ferma per un guasto al treno su cui viaggia (non succede solo in Italia!) a New City, una cittadina del Texas in rapidissima espansione in seguito alla scoperta di numerosi pozzi petroliferi. Qui conosce Casey (Charlton Heston) un mandriano gentile che da subito evidentemente si innamora di lei. Lucy, che ha l’istinto della venditrice, si rende conto che a New City ci sono un sacco di donne i cui mariti si arricchiscono alla velocità della luce e nessuno che venda loro vestiti lussosi come i suoi.
Dopo aver venduto tutto il suo guardaroba alle indigene, Lucy convince il direttore della banca locale a farle un prestito e apre un negozio. Casey, scettico sui suoi successi commerciali, la guarda fare fortuna e, quando si decide a chiederne la mano, Lucy rifiuta per una brutta esperienza con gli uomini. Scoppia la seconda guerra mondiale e Casey si arruola; quando torna sembra che i due finalmente decidano di sposarsi, ma la pretesa di Casey che Lucy lasci il negozio li divide di nuovo. Intanto Casey scopre il petrolio nel suo ranch mentre il negozio di Lucy va a fuoco. Casey, senza dire niente all’amata, intercede con il direttore della banca per farle avere un nuovo prestito perché fondi un grande magazzino, come lei sogna, e poi se ne va in Europa. Al ritorno, dopo un matrimonio lampo con una modella, di nuovo interviene per aiutare Lucy a mantenere il suo posto a capo della Gallant’s inc. Lei stavolta lo scopre e, grata, decide di sposarlo e lasciare il suo amato negozio.
Perche’ nonostante l’evidente maschilismo dell’assunto non riesco a cestinare e anzi apprezzo Lucy Gallant? Per l’atmosfera da Sim City che pervade l’inizio del film (New City e’ il nome di default della citta’ del videogioco), un misto di avidita’e vitalita’ che ha un certo fascino e riporta al mondo del western classico (a New City c’e’ perfino una sorta di saloon e si costruisce anche di notte). Per certe buffe uscite di Lucy affarista in carriera, che consiglia al direttore della banca di dipingere le pareti di bianco avorio filettato di verde dollaro. Per lo spettacolo delle rozze donne texane che si avventano sui vestiti parigini e newyorkesi di Lucy e poi perche’ i vestiti anni ’50 anche quando fingono di essere anni ’40 sono troppo belli. Per la grafica e l’arredamento dei negozi di Lucy.
Mi piace Lucy Gallant anche perche’ c’e’ un sacco di cose che si puo’ amare odiare, come un certa esaltazione del Texas, il cuore dell’America da cui viene quasi tutto cio’ che il resto del mondo non ama o appunto lo spudorato paternalismo nei confronti della carriera al femminile, tollerabile solo in attesa di un marito, possibilmente ricco. Lucy in fondo per il suo grande successo dipende da Casey (non a caso interpretato da Heston, ora patron della National Rifle Association, come tale sbeffeggiato da Michael Moore in Bowling for Columbine) e dai suoi soldi fatti virilmente – e parassitariamente – con il petrolio. L’amica Molly (Thelma Ritter, l’infermiera Stella di James Steward ne La finestra sul cortile) per convincerla a sposarsi con Casey le spiega che “un marito è meglio” (di qualsiasi cosa?), anche se il suo si occupa molto poco di lei, e che il senso della vita e’ aspettare il consorte a casa e raccontargli che il piccino ha mangiato la pappa. Come dire che gli anni ’50 non erano molto diversi per tanti aspetti al di la’ dell’oceano e che io non posso fare a meno di esserne attratta anche quando hanno dato il loro peggio.


venerdì, 5 agosto 2005
Everwood 2
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 2:43 pm

Dopo aver visto quasi tutte le puntate di Everwood della prima e della seconda serie finora trasmesse da Canale 5, devo dire che in parte ho cambiato idea rispetto a quanto già detto in precedenza, in quanto con il passare del tempo la mia affezione alla serie e' aumentata. Everwood infatti e' una discreta serie familiare "classica" rispetto a vari prodotti che negli ultimi anni sono venuti dagli Stati Uniti (in primis Six Feet Under) con una buona capacita', almeno per quato mi riguarda, di fidelizzazione dello spettatore. Le vicende del dottor Brown e degli altri abitanti del paesello in Colorado creano in genere la curiosita' di vedere la puntata successiva, per sapere cosa ne sara' di Ephram, Delia, Amy o del dottor Abbott, specie nel vuoto totale del palinsesto estivo. Al contempo devo dire non ho mai smesso di chiedermi perche' il dottor Brown non prende lari e penati e non se ne ritorna a New York, dove tutto sommato i figli sarebbero piu' felici e lui avrebbe piu' cose da dare al mondo. Con il che ovviamente la serie finirebbe…
Comunque da quando il povero Colin, come prevedibile, e' morto, mi pare che la serie abbia preso una piega eccessivamente melodrammatica, e che siano tutti veramente troppo sfigati, compresi i personaggi ricorrenti (vedere il pastore che diventa cieco). Spero che gli autori abbiano cambiato registro nella terza serie, francamente. Per fortuna devo supporre che sparira' il personaggio di Linda, la sorella del dottor Abbott, dato che l'attrice che la interpreta, Marcia Cross, nel frattempo e' diventata una delle Desperate Housewives, dato che proprio non mi sembra una figura azzeccata.
Nel mio precedente post parlavo dell'analogia con Northern Exposure, che, certo, come spunto narrativo c'e'. Il dottor Brown pero' somiglia assai poco a Joel Fleischman, la cui mentalita' positivista e polemica sembra invece incarnata, paradossalmente, dal medico del villaggio, il dottor Abbott. Ma questo e' uno spunto che puo' incuriosire solo i fan estremi delle storie di Cicely, Alaska e quindi non aggiungo altro.

Si parla ancora di Everwood qui.


mercoledì, 3 agosto 2005
La clinica della foresta nera
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Serie TV — Scritto da waldorf alle 11:40 pm

Chi si ricorda de La Clinica della foresta nera? E' l'unica serie tedesca che io sia mai riuscita a vedere, soprattutto perche' mi stava simpatico il professor Brinkmann. Una mia amica aveva chiamato il suo cane Udo in omaggio al bellone della serie, il dr. Brinkmann figlio. Ora scopro che su Wikipedia c'e' una voce dedicata a Die Schwarzwaldklinik. In tedesco, ovviamente. Onore al merito, il professor Brinkmann si merita di finire in un'enciclopedia.


lunedì, 25 luglio 2005
Lost movie 23- Aiqing wansui (Vive l'amour)
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 4:53 pm

Tra i miei tanti pregiudizi in materia cinematografica, ci sono una certa perplessita’ riguardo ai film orientali e una spiccata diffidenza per i vincitori dei Leoni d’oro. Per quanto riguarda i primi, tendo a considerarli pallosi e incomprensibili (tranne qualche sporadico Ozu o Kurosawa), ma ogni volta mi dico che deve essere un mio problema, non capisco la cultura di quei paesi e quindi non posso dare giudizi cosi’ tranchants. Ora tra l’altro il cinema dell’est del mondo va molto di moda, e in particolare i wuxiapian; quelli piu’ che pallosi mi sembrano un po’ scemi (la sensazione vale in particolare per La tigre e il dragone), ma di nuovo mi dico che non ho capito niente e del resto a me piacciono tante scemate occidentali. Il complesso poi si acuisce in particolar modo quando ho a che fare con Takeshi Kitano; ho semprel 'impressione che non sia molto migliorato da quando faceva le trasmissioni cretine che la Gialappa's sbeffeggiava a Mai dire banzai, ma probabilmente sbaglio.
Il fatto e’ che nella cultura occidentale mi rigiro meglio e riesco a capire se una cosa e’ scema o pallosa, punto e basta, e a decidre se mi piace lo stesso. Per quanto riguarda i Leoni d’oro so positivamente che i film che li vincono sono afflitti da un tasso di pallosita’ molto superiore alla media (e’ una precondizione per vincere il premio, credo).
Tutto questo per dire che era difficile per me apprezzare Aiqing wansui (il titolo internazionale è Vive l’amour) film taiwanese che ha vinto il Leone d’oro nel 1994. La storia, abbastanza semplice, e’ quella di tre tristi solitudini urbane che si sfiorano in un appartamento lussuoso del centro di Taipei; Mei-Mei e’ un’agente immobiliare che usa la casa (che ovviamente dovrebbe vendere) per avere dei rapporti sessuali con Ah-Rong, venditore ambulante; Hsiao-Kiang e’ un piazzista di loculi che ruba le chiavi dell’appartamento che trova sulla serratura e ci s’installa. Dato che Ah-Rong a sua volta ruba la copia delle chiavi di Mei-Mei, i due abusivi si conoscono e Hsiao-Kiang si innamora di Ah-Rong, anche se poi non ne fa di nulla.
Il regista Ming-liang Tsai sceglie di realizzare un film praticamente muto, con lunghissime inquadrature ferme su oggetti o su gesti dei personaggi, o intere sequenze di quello che normalmente sarebbe considerato il nulla (per la verita’ cio’ ricorda certo Antonioni). A volte ci sono delle scene che in un altro film sarebbero buffe (i due intrusi che si sorprendono a vicenda e poi scappano perche' arriva Mei-Mei, anche lei in fondo un po' abusiva), ma che in questo contesto sono cupe come il resto del film. Particolarmente depressivo e' il personaggio di Hsiao-Kinag, che nonriesce neanche a suicidarsi.
Il film poi si conclude con una scena assai discussa all’epoca, cioe’ quella di Mei-Mei che si siede su una panchina e per circa sette minuti piange, si ricompone mettendosi il rossetto, si fuma una sigaretta. Nient’altro per sette minuti, che possono essere un tempo lunghissimo in certi casi.
Ora, forse si tratta di un capolavoro; io sarei tentata di utilizzare il giudizio critico di Fantozzi su La corazzata Potemkin, ma non posso. E’ un film orientale. E cosi’ il mio giudizio rimane sospeso. Ma in ogni caso tenderei a consigliarvi di evitarlo, se proprio non siete emuli di Tafazzi.


giovedì, 14 luglio 2005
Gli anni '80 e il cestino
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:46 am

Su Film Tv della settimana scorsa (cioe' n. 13 di quest'anno) c'e' un articolo di Mauro Gervasini sulla moda del recupero degli anni '80, una riflessione occasionata, per quanto capisco, dai festeggiamenti indetti da Mtv per il ventennio di Breakfast Club.
L'articolo e' sostanzialmente critico nei confronti del decennio, pur salvando che so Born in the Usa di Bruce Springsteen o 1997 – Fuga da New York, e condanna aspramente fenomeni come Drive in.
In tema di Breakfast Club tra l'altro ho ricavato dal pezzo la preziosa informazione per cui il gruppo di attori lanciato dal film sarebbe stato soprannominato "Brat pack" (per analogia con il mitico Rat Pack di Sinatra e compagni protagonista tra l'altro di Ocean's Eleven prima versione) che avrebbe realizzato una trilogia con St. Elmo's Fire (su cui ho già scritto un post inserito nella categoria dei lost movies, cui mi permetto di rinviare) e Pretty in Pink.
Che dire? Premetto che l'ondata nostalgica ha a che vedere probabilmente con il raggiungimento dell'eta' pienamente adulta di membri della mia generazione, gli adolescenti degli anni'80, generazione molto propensa a crogiolarsi nelle cose del proprio passato. Nonostante tale attitudine, per questa generazione credo che siano paradossalmente oggetto di orrore gli anni'70, troppo pieni di cose che invece erano imposte da generazioni precedenti, mentre gli anni '80 sono quelli delle prime passioni a cui si e' rimasti attaccati.
Negli anni '80 c'ero anch'io e ho visto molte cose brutte (tra cui Sposero' Simon Le Bon a cui ho dedicato un altro mio post) e alcune belle. A volte per moda ho visto anche quelle brutte e me le sono fatte piacere; ero un'adolescente e quindi influenzabile dalla necessita' di non rimanere isolata. Della orrendezza di certi fenomeni ti accorgi meglio a posteriori (solo ora mi rendo conto di quanto orribilmente cotonate fossero le chiome di quei tempi!) e talora provi comunque un senso di tenerezza, perche' fanno parte del tuo passato.
Insomma, come ogni altra cosa, gli anni '80 non vanno demonizzati ne' esaltati a priori. Sono stati meno intelligenti di altre epoche, ma rileggerli con equilibrio e' senz'altro utile. Puo' darsi che con Donnie Darko, l'ormai cult movie di Robert Kelly (2001), si sia fatto un passo in questa direzione. Ad ogni modo vorrei dire a Gervasini che il brutto e il bello sono spesso irrimediabilmente legati, e cosi' Pretty in Pink non e' solo un film del Brat Pack, ma anche una canzone dei Joy Division approvati (giustamente) dal giornalista.


martedì, 12 luglio 2005
Lost movie 22 – Le roman de Werther
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:34 am

Disegno per una scenografia del film

Negli anni '90 (non ricordo quando, forse mi puo' soccorrere l'ottima Ava) il benemerito Vieri Razzini su Raitre dedico' un ciclo all'opera di Max Ophuls. Nel ciclo c'erano alcuni film famosi come Lettera da una sconosciuta o La ronde e altri meno noti come Le roman de Werther (1938), ovviamente versione cinematografica del Werther di Goethe, realizzato in Francia da Ophuls (che era tedesco ma ha lavorato in ogni dove, compresa l'Italia).
Le roman de Werther (solo Werther nella versione italiana) mi ha colpito molto perche', pur non amando Goethe, mi ha fatto amare il personaggio di Werther.
La storia nelle sue linee essenziali e' nota; Werther, un giovane sensibile e romantico, si innamora di Charlotte (Lotte nel romanzo), gia' promessa ad Albert, un giovane onesto anche se un po' limitato di mentalita', e per l'impossibilita' di vivere questo amore finisce per suicidarsi.
Gli autori del film pero' sono stati molto infedeli al romanzo, checche' ne dica il Mereghetti (che parla di scrupoloso rispetto), e le variazioni rispetto al libro che rendono ancora piu' tenero il povero Werther, a spese della sua amata che ci fa la figura della s…. In particolare Charlotte-Lotte nel film si guarda bene dal dire al suo corteggiatore che e' gia' promessa a Albert, e si decide a parlare solo quando Werther le chiede di sposarlo. Gli autori hanno anche introddotto l'elemento del rapporto lavorativo tra Albert e Werther, essendo il primo il superiore dell'altro nel tribunale di Walheim, la immaginaria citta' granducato tedesca dove e' ambientata la vicenda.
Il film e' diviso in due meta' molto diverse; la prima, che precede la rivelazione del fidanzamento di Charlotte, e' lieta e prevalentemente luminosa, con varie scene ambientate in esterni, peraltro molto belle grazie anche ai paesaggi dei Vosgi dove il film e' stato in parte girato (la collina degli appuntamenti tra Werther e Charlotte); la seconda e' buia e quasi tutta d'interni, con ruolo rilevantissimo delle ombre. Segna il passaggio la sequenza in cui Charlotte, dopo aver fatto la sua confessione a Werther, fugge da lui inseguita dal suono ossessivo delle campane del carillon installato sulla torre della piazza, che suonano una canzone da lei amata; e' stato proprio Werther a far cambiare la musica per compiacerla. La sequenza tra l'altro e' impressionantemente vicina a La donna che visse due volte di Hitchcock, ma precede il film del regista inglese di vent'anni.
Ophuls, come Hitchcock, e' grande quando si tratta di trasmettere le sensazioni dei personaggi senza usare parole; basti la scena in cui Albert scopre che la disperazione che affligge Werther e' causata dall'amore per Charlotte. Albert in quel momento sta parlando con il presidente del Tribunale, superiore sia di lui che di Werther; il presidente gli dice che Werther gli ha confidato di stare cosi' per una donna sposata, cosa che non ha detto ad Albert. Lo sguardo di Albert si rivolge cosi' verso l'alto, vede l'ombra della moglie attraverso una finestra e improvvisamente capisce.
Infine e' geniale l'inversione rispetto al libro per cui la pistola con cui Werther si suicida e' la sua, ma in precedenza prestata a Charlotte. Albert, non si quanto consapevolmente, costringe Charlotte, che invece ha capito, a cercarla per restituirla a Werther, e quindi in qualche modo a collaborare al suicidio del poveretto, anche se lei finge di non trovarla.
Commovente l'interpretazione di Pierre-Richard Willm, nonostante l'eta' troppo avanzata per la parte (45 anni), mentre Annie Vernay e' veramente bella, tanto che quasi si perdona a Charlotte di essere cosi' s….


lunedì, 11 luglio 2005
Un omaggio a Thomas Mitchell nel giorno del suo genetliaco
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 1:05 am

Sono molti anni che ragiono sulla figura di Thomas Mitchell, un attore il cui nome e' ignoto ai piu', ma che ha dato un apporto a suo modo importante al cinema americano classico, contribuendo a renderlo grande. Thomas Mitchell (il nome e' comune, ce ne sono sette nell'indice di Internet Movie Data Base) e' una di quelle facce che tutti conoscono, ma non sanno dove l'hanno vista, che sono in un sacco di film e la cui presenza diamo per scontata. Ma non lo e' veramente.
Thomas Mitchell e' nato 123 anni fa, proprio l'11 luglio, a Elizabeth, New Jersey, ed e' morto il 17 dicembre del 1962 a Beverly Hills. Il suo primo film e' stato Six Cylinder Love nel 1923; il primo veramente famoso in cui ha recitato Orizzonte perduto del 1937, l'unico film di fantascienza di Frank Capra.
Ma e' stato il 1939 l'anno di grazia di questo attore, quello che mi ha sempre stupito. Nello stesso anno Thomas Mitchell e' stato l'alcolizzato Doc Boone in Ombre rosse di John Ford (ruolo per cui ha vinto l'Oscar), Gerald O'Hara, il padre di Rossella, in Via col vento, Diz Moore in Mister Smith va a Washington di Frank Capra, Kid Dabb, l'anziano pilota amico di Cary Grant in Avventurieri dell'aria di Howard Hawks, Clopin il saltimbanco ne Il gobbo di Notre Dame di William Dieterle (quello con Charles Laughton). Credo che mi basterebbe un anno cosi' nella mia vita per sentirmi realizzata.
Ma la carriera di Mitchell non e' certo finita qui; e' andata avanti per ventidue anni, permettendogli come niente di essere lo zio Billy di James Stewart ne La vita e' una cosa meravigliosa di Frank Capra (1947) o il sindaco in Mezzogiorno di fuoco di John Ford (1952). Ed e' con Frank Capra, con cui ha tanto lavorato, che Thomas Mitchell ha portato a termine la sua parabola nel ruolo di George Manville, il giudice decaduto che recita la parte del marito della finta ricca Bette Davis in Angeli con la pistola del 1961. E cosa c'era di piu' adatto di questo film, l'ultimo anche per Frank Capra (remake di Signora per un giorno, 1933), che metteva insieme alcuni vecchi attori (come ad esempio Edward Everett Horton, anche lui un grande caratterista) e un vecchio regista, ormai sorpassati dai tempi, ma che dimostravano orgogliosamente di essere ancora in grado di commuovere e divertire?
Thomas Mitchell non e', per quanto ne so, mai stato un protagonista in un film in vita sua, ma sempre e solo l'amico, il padre, lo zio, che al suo fianco ci fossero James Stewart, Cary Grant, John Wayne o Vivien Leigh. Ma sono anche i caratteristi come lui, anche se non ce ne accorgiamo, che spesso giocano un ruolo determinante nel fare la differenza tra un grande film e un buon film e tra una pellicola gradevole e una ciofeca.
Spero che se qualcuno leggera' questo post si interessera' un pochino a Thomas Mitchell e che ci fara' caso la prossima volta che lo vedra' in un vecchio film. Per conto mio se c'e' un paradiso degli attori, lui c'e' di sicuro, magari in un posto migliore di tanti divi amati dalle folle.


domenica, 10 luglio 2005
Ancora sul dottor House ovvero Greg House e Gil Grissom
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:54 am

Dopo aver visto, dopo il mio primo post sull'argomento, anche le puntate di House,M.D di ieri mi e' sembrata evidente la ricercata analogia con C.S.I., gia' da altri segnalata, applicando gli stessi criteri al campo della medicina. Devo dire che non mi sembra che funzioni altrettanto bene, perche' mi pare che almeno per il momento ne venga fuori una notevole monotonia, se rimane invariata la struttura di indagine su un solo caso medico problematico. Soprattutto credo che sia difficile dare cosi' scarso peso all'elemento umano, su cui in House si lavora poco, in una serie di ambientazione ospedaliera.
Insomma, come ho gia' detto, siamo lontani dalla grande televisione, che in fondo si puo' ravvisare in C.S.I. House sara' pure una sorta di Grissom della medicina, ma Grissom puo' reggere come personaggio in quanto ha scelto una professione e un mondo, quello della polizia scientifica, che gli consentono per natura di avere pochi rapporti con il mondo esterno. House questi rapporti li dovrebbe avere, come medico, e questo, a io parere, lo rende meno convincente come personaggio. Queste sue caratteristiche si riflettono poi sulla tenuta della serie, nel senso che, se l'indagine scientifica poliziesca di C.S.I. puo' essere avvicente anche con pochi o nulli risvolti psicologici o comunque umani, quella medica di House rischia di essere arida o ripetitiva. Sempre che non ci sia un qualche cambiamento nella struttura narrativa.


venerdì, 8 luglio 2005
Lost movie 21 – Francis (aka Francis the Talking Mule)
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:23 am

Il mio amore per la serie dei film di Francis , il mulo parlante e' stato preceduto da un lungo periodo di incredulita' relativamente alla loro esistenza, di cui mi aveva dato notizia mio padre. Poi durante un'estate della mia adolescenza li hanno dati in televisione e, constatandone l'esistenza de visu, li ho adorati. Nel primo della serie, Francis (1950) Peter Stirling (Donald O'Connor) e' un giovante tenente americano che durante la seconda guerra mondiale si vede togliere le castagne dal fuoco da Francis, appunto, un mulo dotato del dono della parola. Peter incontra Francis nella giungla, e l'astuto mulo gli fornisce informazioni militari molto preziose. Il tenente avra' qualche problema a sostenere la sua sanita' mentale quando rivelera' la sua fonte, ma Francis fa in modo di sistemare tutto, smascherando tra l'altro una pericolosa spia. Francis accompagnera' poi l'ingenuo Peter anche nella vita civile, sempre rivelandosi un amico prezioso.
Francis e' diretto, come quasi tutti i film della serie, da Artur Lubin ed e' tratto da un romanzo di David Stern, anche sceneggiatore. La coppia Lubin-O'Connor e' rimasta stabile in quasi tutti film delal serie, tranne credo l'ultimo (ne hanno fatto uno all'anno fino al 1956). C'e' anche Tony Curtis, venticinquenne, in una particina, all'epoca in cui era ancora Anthony Curtis.
Poi l'idea del mulo parlante guarda caso l'hanno ripresa di recente, trasformando l'animale in un ciuchino e mettendolo a fianco di un orco verde.
Non so se Francis volesse essere un apologo morale (il mulo e' piu' saggio degli uomini con cui ha a che fare), una difesa del mulo tanto calunniato, o cosa; so soltanto che e' un film delizioso, di una ingenuita' magari non reale, ma a cui vorrei credere. E poi trovo impossibile resistere a Donald O'Connor, un attore veramente adorabile. Chissa', magari un giorno riusciro' a farlo vedere a mio figlio…


mercoledì, 6 luglio 2005
Arrested development (Ti presento i miei)
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Serie TV — Scritto da waldorf alle 10:45 pm

Da lunedì (a mezzanotte!) e' in onda su Italia 1 con cadenza settimanale, Ti presento i miei, orrenda traduzione italiana di Arrested Development (evidentemente adottata al solo scopo di riecheggiare il titolo italiano di Meet the Parents, il film con Robert De Niro e Ben Stiller).
Arrested Development e' una comedy series (mi sembra difficile definirla una sit-comedy) della Fox, ambientata nella mitica Orange County (O.C.!) in California e iniziata nel 2003, che vede tra i suoi produttori esecutivi nientemeno che Ron Howard (pure voce narrante), che, come noto, non e' solo il Richie Cunningham di Happy Days (che non e' poco), ma anche il regista di un sacco di film anche di notevole successo. Come serie dedicata ad una famiglia, e' parecchio atipica (almeno prima della comparsa nel 2001 di Six Feet Under, che ha toni molto diversi). Nella famiglia Bluth, che non somiglia molto alla famiglia Cunningham,al centro della serie, infatti non c'e' davvero molto di positivo, e nessun membro veramente sano di mente ad eccezione forse del protagonista Michael (Jason Bateman, abbastanza giovane ma in pista fin da Quella casa nella prateria). Michael, che gia' svolgeva un ruolo essenziale nella impresa edile di famiglia, deve adoprarsi per salvare tutti dopo l'arresto del padre George in seguito a distrazioni operate sui fondi della societa'. E non si trattera' di cosa facile, anche perché manca la collaborazione da parte della famiglia Bluth, a partire dal padre. Per quanto riguarda gli altri la madre e' un'egocentrica che pensa di poter continuare a comportarsi come se nulla fosse, la sorella Lindsay vagheggia la vita lussuosa di un tempo e le strampalate forme di beneficenza a cui era dedita, il fratello maggiore G.O.B. e' dedito a perseguire la carriera di prestigiatore, e quello minore, Buster, e' piu' o meno un minorato mentale, il cognato Tobias Funke, dopo aver smesso di fare il dottore per problemi disciplinari, si e' messo in testa di fare l'attore. C'e' poi George Michael, figlio quattordicenne di Michael, un buon ragazzo, che pero' coltiva una storia paraincestuosa con la cugina Maeby, figlia di Lindsay; Maeby cerca di traviare GeorgeMichael per contestare una madre troppo distratta per accorgersi di essere contestata.
Negli USA Arrested Development , di cui sono gia' state realizzate due serie, e' un successo di critica ed ha vinto ben 5 Emmys. tra cui quello per la best comedy series; vanta inoltre un sacco di guest stars prestigiose, come Liza Minnelli e Henry Winkler.
Personalmente non riesco ancora ad orientarmi; mi colpisce dal punto di vista visivo la qualita' cinematografica della serie, con tanto di split screen, e una certa vicinanza stilistica e tematica a I Tenenbaum, come da molti segnalato. Mi colpisce l'estetica del finto improvvisato e della fittizia presa diretta con le inquadrature a volte un po' traballanti, che certo e' una particolare ed estrema forma di raffinatezza.
Nel complesso c'e' un che di stralunato e bizzarro nella serie, perfino in modo eccessivo; e' come se la stramberia dei suoi protagonisti fosse un po' gratuita e comportasse una certa farraginosita' del meccanismo narrativo. Cosi' io personalmente non sono particolarmente interessata a cio' che accade ai membri della famiglia Bluth, anche perche' nessuno di loro mi piace un granche'; la pazzia degli insani non mi attrae e Michael e' troppo vitttima degli altri per riuscire a solidarizzare con lui. Nel complesso faccio fatica a raggiungere quel grado di empatia con i personaggi e il loro mondo che caratterizza il rapporto con le serie che ti piacciono davvero. Tra l'altro mi sembra una commedia senza buone battute, il che e' particolarmente grave (per quresto dicevo che mi sembra difficile parlare di sit-com).
Segnalo comunque il ritorno di Portia De Rossi (a quanto sembra nella vita attuale fidanzata di Ellen Degeneres) nel ruolo di Lindsay dopo la fine di Ally McBeal.


mercoledì, 6 luglio 2005
La fine di Friends
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:24 am

Lunedi' e' finito Friends anche alla televisione italiana, nella generale commozione dei protagonisti, la cui vita prende finalmente una svolta. Io invece non ne sono rimasta particolarmente commossa, nonostante questo telefilm abbia accompagnato alcuni anni della mia vita; ricordo distintamente quando ho visto la prima puntata nel 1997, in una circostanza particolare (tra l'altro non mi piacque neppure). Per qualche stagione le avventure dei sei twenty e poi thirthy-something alleati fra di loro per ritardare il piu' possibile il momento di crescere mi sono sembrate divertenti e hanno suscitato in me una sorta di solidarieta', poi mi hanno stufato. Anche perche', personalmente, non ho trovato felice l'idea del fidanzamento e poi matrimonio tra Monica e Chandler, il cui effetto e' stato che gli autori hanno ritenuto necessario sviluppare ulteriormente tutti i lati odiosi di lei e rendere meno simpatico lui, indebolendo il legame con Joey. Dal momento in cui li hanno messi insieme, la serie mi e' parsa girare su se stessa.
Avrei preferito che la facessero finita, ma il persistente successo di pubblico e gli astronomici compensi degli attori hanno prolungato artificiosamente la serie fino ad arrivare a ben dieci anni, e qundi non e' stata fatta la scelta di finire dignitosamente e in modo ponderato come Sex and the City che ha chiuso i battenti dopo sei stagioni, prima di avvitarsi. Cosi' mi pare che tutto sia diventato stantio e vagamente morboso, mentre i personaggi apparivano sempre piu' idioti; il gioco e' bello quando dura il giusto. Tra l'altro anche gli attori sono invecchiati, specie Lisa Kudrow, ormai veramente inadatta al look hippy che comincia e al capello biondo lunghezza fondoschiena. Tutto cio' da tempo non e' compensato a sufficienza dalla sensazione positiva che nonostante mi comunica la sigla dei Rembrandts.
Comunque, e' probabile la Rai non ci fara' sentire la mancanza del sestetto, bombardandoci di repliche come fa da un po' di tempo.


lunedì, 4 luglio 2005
Wasteland ovvero tempo sprecato
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 3:55 pm

C'era bisogno di un Friends deprimente? Perche' Wasteland e' una cosa del genere. Meno male che ne hanno fatto una sola serie, nel 1999 e Raidue ha deciso solo ora di tirarla fuori dai fondi di magazzino per darla il sabato pomeriggio. Non fate l'errore come me di perderci tempo, pensando che i fratelli Weinstein come produttori esecutivi potessero costituire una minima garanzia.


lunedì, 4 luglio 2005
Lost movie 20 – Guendalina
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:44 am

Questo post vuole essere un piccolo, in tutti i sensi, omaggio a Alberto Lattuada, morto ieri a 91 anni. Lattuada e' stato uno degli ultimi appartenenti a quel particolarissimo microcosmo che era il cinema italiano a cavallo della seconda guerra mondiale, un ambiente pieno di fermenti e di idee, in cui poteva accadere che uno come lui facesse da dattilografo a Mario Soldati sul set di Piccolo Mondo Antico (1941) e finisse per fare l'aiuto regista. Tutto allora era fluido, la gente arrivava al cinema dagli ambiti piu' disparati, ma spesso fin da subito era in grado di fare cose interessanti.
Nello specifico Lattuada, lavorando con Soldati, contribui' al lancio del calligrafismo, "corrente" del cinema italiano degli ultimi anni del regime caratterizzata dall'amore per la forma e dall'ispirazione letteraria. Lattuada si e' poi messo in proprio, ma e' almeno inizialmente rimasto nell'area del cosiddetto calligrafismo, realizzando Giacomo l'idealista,1943, e del calligrafismo credo abbia assorbito la fondamentale attenzione alla forma. Sempre all'ispirazione calligrafica appartiene del resto il suo capolavoro Il cappotto (1952).
A Lattuada indubbiamente interessavano anche le giovani donne e nella sua carriera ha lanciato o contribuito a lanciare diverse ragazze in fiore (Catherine Spaak, ad esempio).
Guendalina (1957) unisce entrambe queste componenti del cinema di Lattuada. Il film racconta appunto la storia di Guendalina (Jacqueline Sassard), una ragazza ricca e capricciosa, che durante un soggiorno estivo nella casa di famiglia a Viareggio si innamora alla fine della stagione, in assenza dei soliti amici, di Oberdan, uno studente di famiglia modesta (Raffaele Mattioli), ma con ambizioni. Le difficolta' di questa passione giovanile, in molta parte dovute alla differenza di ambiente, si incrociano con quelle insorte nel rapporto tra i genitori di Guendalina (Sylva Koscina e Raf Vallone), che arrivano vicini alla separazione, ma poi si riconciliano. Guendalina e' costretta a partire prima di aver vissuto compiutamente il suo amore con Oberdan.
La trama (il soggetto e' di Valerio Zurlini) non ha niente di sconvolgente, cio' che conta e' il modo con cui Lattuada racconta la scoperta da parte di Guendalina della "sostanza dei sentimenti". Il tono e' dolcemente malinconico ed e' forse la cosa piu' bella del film la scelta dell'ambientazione nella Versilia della fine dell'estate, piovosa e spopolata di turisti, quadro perfetto per questo racconto di un giovane amore interrotto. Apprezzabile e' in genere la grande pulizia formale, la composizione dell'inquadratura, la bellezza della fotografia in bianco e nero (di Otello Martelli). La sceneggiatura e' di Benvenuti, De Bernardi e Blondel, oltre che di Lattuada, la musica di Piero Piccioni, con lo pseudonimo di Piero Morgan; il film e' stato prodotto da Ponti e De Laurentiis, all'epoca ancora insieme.
L'esordiente Jacqueline Sassard e' esile e commovente, perfetta per la parte (anche se doppiata da Adriana Asti). Curiosa anagraficamente la scelta della Koscina nel ruolo della madre di un'adolescente, dato che all'epoca aveva 24 anni (solo sei di piu' della Sassard), tanto che per darle un'aria piu' seria e' stata munita di occhiali. Non stava per niente male, ma non e' certo l'unica ragione per vedere questo film, se a qualcuno dovesse venire in mente di trasmetterlo per omaggiare il povero Lattuada.


domenica, 3 luglio 2005
La guerra dei mondi
Nelle categorie: Cinema e TV, Ma vaffanculo! — Scritto da tutti e due alle 1:01 am


sabato, 2 luglio 2005
House, M.D.
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 6:37 pm

In onda il venerdi' su Italia 1 alle 21,05, House, M.D. o più semplicemente House e' una serie della Fox con produttori esecutivi come David Shore (Law and Order), Paul Attanasio (Homicide – Life on tre Street), Bryan Singer (regista del cult The Usual Suspects, nonché di X-Men e X2 e di alcune puntate della serie, tra cui il pilot) negli Usa dovrebbe essere arrivata alla seconda stagione, il pilot e' andato in onda l'11 giugno del 2004.
La domanda presupposto della serie e' se si possa essere un buon medico rifiutando qualsiasi contatto con il paziente per concentrarsi solo sulla malattia. Il dottor House ci prova con tutte le sue forze. Zoppo a causa di un'errata diagnosi (ha avuto un infarto perche' i medici non si sono accorti che aveva un embolo alla gamba e poi era troppo tardi per non compromettere almeno in parte la funzioanlita' di un arto) il dottor House e' a capo di una squadra di medici specialisti in varie branche. House li ha scelti con criteri un po' arbitrari; Eric Foreman, il neurologo, (Omar Epps) perche' aveva la fedina penale sporca, Allison Cameron, l'immunologa, (Jennifer Morrison) perche' era bella e Robert Chase, l' "intensevist" (Jesse Spence) semplicemente perche' raccomandato. House e' ruvido, antipatico e politicamente scorretto, a volte non particolarmente zelante, nonche' in perenne lotta con la dirigenza dell'ospedale di Princeton per cui lavora (nella specie la dottoressa Lisa Cuddy- Lisa Edelstein). House e' soprattutto un genio nella diagnosi e cio' gli permette di fare quasi tutto quello che vuole (incluso passare un saccodi tempo a guardare General Hospital), anche se a volte e' costretto a scendere a patti.
I casi che toccano a House sono misteriosi e complicati, con sintomi contraddittori. I poveretti che gli capitano sotto e con cui in genere rifiuta di interagire sono sottoposti a maree di analisi e cure diverse, spesso dolorose, finche' non e' risolto il busillis. Spesso House tenta la cura prima di avere la diagnosi, e non sempre ha ragione.
Per quanto mi riguarda, dalle prime due puntate non mi sembra imperdibile; non ha sufficiente ritmo, rischia di essere ripetitiva ed e' tendenzialmente deprimente. Alcune delle battute di House sono piuttosto buone, come e' interessante il fatto che sia cosi' antipatico, ma non so se e' un incoraggiamento sufficiente a continuare. Non mi intendo di medicina, ma da profana ho alla vaga impressione che ci sia qualche audacia di troppo negli aspetti tecnici (che so il virus di morbillo mutante che dopo sedici anni da' luogo ad un'encenfalite).
L'estetica e' curata, ma non originalissima, con una prevalenza di toni grigi e bianchi, con sparute macchie di colore.
Il protagonista Hugh Laurie e' inglese e vanta nel suo curriculum Stuart Little e Stuart Little 2, nonché il ruolo di Mr. Palmer in Sense and Sensibility di Ang Lee. Nel cast c'e' anche Omar Epps, l'impulsivo dottor Dennis Gant di E.R. e un redivivo Robert Sean Leonard (vi ricordate dello studente suicida de L'attimo fuggente?) nella parte del dottor Wilson, l'oncologo amico di House.
Per concludere, House, M.D. mi sembra una serie perfettamente inserita nel trend della televisione americana post 11 settembre. Una grande cura formale, buoni dialoghi, tanto di colonna sonora firmata Massive Attack, ma anche un'atmosfera volutamente cupa che spesso impedisce l'equilibrio e il ritmo propri delle grandi serie.
Per il seguito, se volete, cliccate qui.


venerdì, 1 luglio 2005
The Guardian (ovvero quando e' troppo e' troppo)
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 8:13 pm

Qualche giorno fa in un post apprezzavo la tendenza delle serie americane a porre problemi morali anche di notevole spessore a fronte della poverta' intellettuale delle nostre fiction. Mi sa che pero' ogni tanto gli americani, come spesso capita loro, perdono il senso della misura e questa impressione l'ho avuta chiaramente guardando la puntata di The Guardian in onda ieri sera su Canale 5.
The Guardian ha come protagonista Nick, un avvocato di successo costretto da un provvedimento giudiziario a prestare part-time la sua opera a titolo gratuito per un ufficio di legal services, rischiando altrimenti di finire dentro per una questione di droga. Nick ha cosi' a che fare con i disperati della societa', cosa che a quelli come lui normalmente non capita. L'idea di fondo mi e' sembrata buona, e avevo gia' visto tempo fa una puntata di questa roba, ma non mi aveva impressionato piu' di tanto se non per la eccessiva drammaticita'.
Nella puntata di ieri (credo la prima della seconda serie -il sito della CBS non aiuta- scritta da tale Nick Eid, mi devo segnare il nome) Nick deve occuparsi del caso di una ragazza sedicenne la cui madre e' stata almeno apparentamente uccisa dal padre. La ragazza e' a sua volta madre di una bambina molto piccola. L'omicidio e' stato compiuto per motivi di eutanasia, in quanto la donna era ridotta in uno stato pietoso in quanto afflitta da corea di Huntington, una terribile malattia degenerativa priva di una terapia non sintomatica e trasmissibile geneticamente. Si scopre che la ragazza ne e' sua volta afflitta (in modo particolarmente sfigato, dato che normalmente non compare prima dei 30-40 anni) e che alla malattia e' dovuta gran parte della sua personalita', ivi inclusa una certa tendenza alla ninfomania. La poveretta decide di dare in adozione la sua bambina ad una coppia di benestanti wasp, che Nick, occupandosi della faccenda, non informa della probabilita' che a sua volta la piccola possa essere predisposta alla malattia. I wasp si arrabbiano, ma fortunatamente la bambina si rivela sana. Intanto si scopre che il padre-nonno e' innocente e che e' stata la ragazza, che tra l'altro ignorava la vera natura della malattia della madre, a spararle. Cosi' l'alternativa e' che la ragazza sprechi gli ultimi anni decenti della sua vita in prigione o che il padre cinquantaseienne si prenda 3o anni di carcere, se gli va bene. Nel frattempo Nick nella sua attivita' professionale "vera" difende un ospedale cercando di dare la colpa della morta di un paziente esclusivamente ad un chirurgo, marito di una sua collega dei servizi legali (di cui e' probabilmente innamorato). Il chirurgo a quanto pare e' innocente ma intanto Nick scopre che almeno in passato andava soggetto ad attacchi di epilessia, cosa che non ha dichiarato in sede di assunzione in ospedale, per cui e' comunque licenziato. Ovviamente il derelitto e' anche in crisi con la moglie, che vuole andarsene di casa.
Insomma, un cumulo di disgrazie come se ne vedono poche. In tutto questo il protagonista pero' non sembra farsi eccessive domande o problemi, semplicemente mantenendo nella cupaggine che lo circonda una comprensibile aria depressa.
Non sono sicura che questa sia poi buona televisione e non era quello che avevo in mente nel mio post, nonostante la buona estetica e la regia un po' alla New York Police Department. Mi pare che sia un po' rozzo da un punto di vista concettuale cercare, come in questo caso, di mettere insieme un sacco di storie terribili senza un filo di umorismo o anche solo di problematicita', aspettandosi di tacitare lo spettatore, sconfitto da un tale ammasso di sciagure e toccato nei suoi sensi di colpa remoti. Ne concludo che difficilmente vedro' un'altra puntata di The Guardian. La vita e' troppo breve.


giovedì, 30 giugno 2005
Lost movie 19 – Bob Roberts
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:17 pm

Bob Roberts (1992) e' il primo film da regista di un attore che, almeno nel passato, ho molto amato, cioe' Tim Robbins, uno che non ha mai nascosto le sue inclinazioni di estrema sinistra, almeno per gli Stati Uniti.
Bob Roberts e' una sorta di falso documentario che si immagina girato da un regista inglese sulla campagna elettorale condotta nel 1990 in Pennsylvania per l'elezione al Senato da uno strano personaggio, appunto Bob Roberts (lo stesso Robbins), al contempo politico, cantante folk, milionario grazie ai suoi investimenti in borsa. Bob e' giovane (solo 35 anni) e aggressivo, e soprattutto e' un repubblicano di destra, che predica nelle sue canzoni quelli che ritiene essere i valori americani, cioe' liberta' totale di arricchirsi e nessuna pieta' per i poveri. Quindi nessun tipo di welfare. Obiettivo polemico delle sue canzoni e dei suoi discorsi sono gli anni '60, epoca che avrebbe visto la rovina dell'America, grazie alla droga, al sesso e alla mancanza di rispetto per le autorita'. Così Bob Roberts rovescia i titoli delle canzoni e degli album di Bob Dylan: Times are changing back invece di Times are a-changin', Bob on Bob invece di Blonde on Blonde.
L'avversario di Bob Roberts, Brickley Paiste (interpretato dall'icona della cultura liberal Gore Vidal), e' esattamente l'opposto, cioe' un vecchio senatore democratico, sul suo seggio dal 1960, convinto pacifista e assertore dell'assistenza sociale.
Sullo sfondo le inquietudini legate alla invasione del Kuwait da parte di Saddam e alla preparazione della guerra del Golfo.
Bob Roberts e' un film che per tanti versi, pur peccando dell'unilateralita' tipica dei film politici (somiglianze con questo film nel ritrarre un politico cattivo si possono ravvisare Il portaborse di Daniele Luchetti del 1991) si e' dimostrato capace di anticipare i tempi. Quello che Robbins ha preconizzato, sulla base degli eventi della presidenza di George Bush sr., e' l'invasione dei teo-con e l'uso strumentale della guerra nei confronti di dittatori locali (sempre di Saddam si parlava gia' allora) da parte dell'amministrazione americana.
Bob Roberts non e' appunto altro che un falco teo-con, uno che si proclama religioso, e in virtu' della sua asserita fede si presenta come un portatore di verita' assolute e di una morale specchiata, come molti teo-con di questo momento storico.
Per la verita' si tratta di un cattivo-cattivo, perche' un giornalista afro-americano (Giancarlo Esposito) scopre che con il suo principale sostenitore, Lukas Hart (Alan Rickman) Roberts si e' reso colpevole di aver usato dei finanziamenti per la costruzione di case per acquistare aerei per il traffico di droga. A parole il nostro candidato e' invece un grande promotore della lotta contro la droga.
"Non ci sono piu' Mr. Smith a Washington" proclama il giornalista. Bob Roberts vorrebbe presentarsi come un Mr. Smith, un non-politico che porta la sua purezza nel mondo corrotto della politica, ma e' tutto il contrario. E questo e' un tradimento del "vero" mito americano, sembra postulare il film.
Ad ogni modo Bob Roberts e' tanto cattivo che trovera' il modo di superare i problemi creatigli dal giornalista e di liberarsi di lui. Come non lo dico, altrimenti racconto tutta la trama e non e' corretto. Ad ogni modo nel finale c'e' un bel colpo di scena.
Nel film compaiono un sacco di attori importanti (almeno all'epoca), oltre a quelli gia' citati anche a volte in puri cameo, come ovviamente Susan Sarandon, compagna di vita e lotte di Tim Robbins, Peter Gallagher, Helen Hunt, un giovane Jack Black e altri.
Non sembrano per tanti versi passati dodici anni da questo film (per altri sì, ovviamente). Questa versione nera de Il candidato ci mette di fronte ad una sorta anticipazione del futuro della politica americana, come prevedibile evidentemente gia' all'inizio dell'era Clinton. E viene da chiedersi se la sua presidenza non sia stata se non un mera battuta d'arresto nell'evoluzione naturale delle cose o forse neanche quello.


martedì, 28 giugno 2005
Lost movie 18 – The world According to Garp
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:22 pm

Non credo che ci sia dubbio possible che The World According to Garp (Il modo secondo Garp, 1982) sia un film curioso, peraltro tratto da un libro di John Irving. Il romanzo, confesso la mia precedente ignoranza, e' giudicato ormai una sorta di classico della letteratura americana, a giudicare dai risultati della ricerca su Google. Garp (Robin Willams) e' uno scrittore che a suo tempo e' stato concepito dalla madre (Glenn Close al suo esordio cinematografico), accesa femminista, con una sua personale forma di fecondazione piu' o meno eterologa; la donna, infermiera, ha violentato sul letto di malattia un pilota malridotto (interpretato dallo stesso regista del film) e poi si e' cresciuta il figlio per conto suo, con idee piuttosto originali. Garp cerca la sua strada come scrittore e come uomo, ma deve sempre scontrarsi con la fama che la madre e' riuscita a conquistarsi con la sua attivita' di femminista, tanto che lo supera anche da un punto di vista editoriale.
Il regista e' il glorioso George Roy Hill (per intenderci quello de La stangata e di Butch Cassidy). Glenn Close e John Lithgow (nella parte di un transessuale ex giocatore di football) ottennero entrambi le nominations all'Oscar come migliori attori non protagonisti. Robin Williams niente invece, neanche a livello di premi secondari, ma in compenso questo e' stato uno dei suoi primi ruoli cinematografici importanti, dopo il Popeye di Altman (sarebbe un altro bel lost movie, ci pensero').
De Il mondo secondo Garp ricordo bene soprattutto una scena (oltre a quella del concepimento di Garp), che mi viene spesso in mente; Garp ad un certo punto deve comprare casa e l'agente immobiliare lo porta a vederne una, sul cui tetto, durante la stessa visita, si schianta un aereo. Garp decide di comprarla, perche' non e' statisticamente possibile che accada di nuovo una cosa del genere. Peccato che poi personalmente gli succeda quasi di peggio (non dico cosa nel caso vi venga voglia di vedere il film). Comunque mi sembra un buon criterio per comprare una casa o in generale prendere una decisione..
Il manifesto dell'immagine e' in tedesco, perche' in questa versione, con il bambino volante, che ricordavo, e' l'unico che ho trovato in rete.


domenica, 26 giugno 2005
Doris Day Show
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 6:29 pm

Ho appreso dal sito della cnn che esiste una serie tv con Doris Day, andata in onda tra gli anni '60 e '70, in cui la bionda fidanzata d'America partiva come vedova con figli e nell'ultima serie era una single, tipo Mary Tyler Moore. Poi ho cercato qualche altra informazione e ho scoperto che si tratta del Doris Day Show, cinque serie tra il 1968 e il 1973. Doris Day non voleva lavorare in una serie, ma ci si ritrovo' incastrata, a quanto pare, grazie alle mene del marito manager. Non si seppero mai decidere su cosa farne; nella prima serie era una vedova che viveva in una fattoria con i figli, in seguito e' diventata una segretaria, poi si e' trasferita a S. Francisco e infine i figli sono spariti e e' diventata una single. Buffo; nel complesso un pezzo di archeologia televisiva a cui mi piacerebbe dare un'occhiata. Piu' notizie su dorisdaytribute.com.


sabato, 25 giugno 2005
Le serie americane e i problemi morali
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:22 am

A pensarci bene, e non si capisce perchè, le migliori serie tv che vengono dagli Stati Uniti sono contraddistinte dalla presenza di numerosi problemi morali, specie in riferimento all'esercizio delle professioni come quella di medico o di avvocato. Si possono citare come esempi i pasticci deontologici in cui si caccia Bobby Donnell in The Practice (scopro ora che il personaggio nell'ultima serie girata non c'e'piu' ma tanto vale anche per i suoi soci di studio) o i dubbi atroci dei medici di E.R.
Io non riesco a guardare le fiction italiane (come si puo' tollerare Incantesimo, e' devastante solo la colonna sonora) ma l'impressione superficiale è che veramente presuppongano un livello intellettivo pari a quello dei polders olandesi e che la gente in genere si ponga il problema di trovarsi il culo con due mani, per usare un'espressione volgare ma efficace. Quello che mi resta misterioso è che gli americani non mi sembrano in media molto più intelligenti di noi. Forse i produttori da quelle parti lavorano pensando che non tutto il pubblico televisivo sia composto da microcefali, cosa che per la verità vale anche per l'Italia. Ma sono in pochi ad essersene accorti o a volerne tenere conto.


venerdì, 24 giugno 2005
Lost movie 17 – I dreamed of Africa
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:08 am

Una volta avevo un amico, un gran bravo ragazzo, dedito al volontariato, che pero' amava i libri di Kuki Gallman. Un brutto difetto, mi sa, perche' io i libri di Kuki Gallman non li ho mai letti, ma a giudicare dal film I dreamed of Africa (2000), tratto da uno di loro, si deve trattare di una Karen Blixen, non dei poveri, ma dei miserabili. Non posso invocare molte scusanti per averlo visto, tranne che era una sera in cui in un certo senso non avevo nulla da fare, ma un sacco di pensieri per la testa. In questi casi cacciarsi in un cinema a vedere un film di cui non ti importa assolutamente niente puo' essere una buona soluzione. Nessuno ti rompe le balle per un paio d'ore, mentre scorrono sullo schermo delle immagini su cui puoi non concentrarti.
Ad ogni modo il film racconta la storia di Kuki (Kim Basinger), una frivola tizia di Venezia che si trasferisce al seguito del nuovo marito (Vincent Perez) in Kenya, portandosi dietro il figlio; in Kenya Kuki affronta un sacco di disgrazie (per esempio le muore il figliolo per il morso di un serpente) ma naturalmente contrae una inguaribile passione per il continente nero, per cui non se ne andrebbe mai, anche se la mamma (Eva Marie Saint) glielo consiglia caldamente. Kuki ovviamente matura e diventa una persona seria e aiuta i locali ecc.
Ora per conto mio questo film e' una stronzata micidiale (questo l'ho capito anche se non ero molto concentrata) e mi dispiace vedere una come la Saint, che ha lavorato niente meno che in North by Northwest e On the Waterfront si sia ritrovata in vecchiaia a fare ste' scemate. Quanto a Kim Basinger, si puo' se non altro dire che sia una delle italiane piu' improbabili della storia del cinema.
Io non so se questo film sia rimasto un minimo nella memoria dei suoi spettatori, cosa che non credo. Se non e' successo ed e' proprio un vero lost movie, e' meglio. Se vi ci imbattete non guardatelo. Tranne che, come me, abbiate bisogno di pensare su una serie di cose e prendere una decisione. Per me ha funzionato bene e della decisione presa ancora non mi sono pentita. Un saluto a E.


martedì, 21 giugno 2005
One Tree Hill
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 4:28 pm

La star della squadra di basket di una high school americana, Dan Scott, mette incinta tra l'estate dell'ultimo anno di superiori e l'inizio del primo anno di college ben due ragazze, Karen e Deb. La prima, cheerleader della sua squadra liceale, la molla con il fagottino, l'altra la sposa e mette su famiglia. Passati gli anni, Lucas e Nathan, i figli nati dalle due relazioni, entrambi maschi, a loro volta liceali e giocatori di basket, si incontrano e si scontrano, sia per rivalita' sportiva, sia per motivi amorosi, oltre che naturalmente per il loro complicato rapporto familiare. Il padre massacra di pressioni il figlio legittimo e disprezza quello naturale, facendosi odiare da entrambi.
Questo e' il soggetto di One Tree Hill, serie giovanilistica che mi sono messa a guardare, in preda al mio abituale spappolamento cerebrale estivo (va in onda alle 14,50 su Raidue dal lunedi' al venerdi'). Per alcune puntate mi sono continuata a dire che la vicenda aveva qualcosa di famigliare, poi ho capito che era nient'altro che l'impianto di fondo di Home from the Hill, un film di Minnelli del 1960 con Robert Mitchum, nei panni del padre stronzo, mio personale cult (condiviso con la mia mamma).
A parte questo sebbene One Tree Hill sconti un'eccessiva somiglianza di ambientazione (una cittadina sul fiume del North Carolina piuttosto che una sul mare del Massachusetts) e toni con Dawson's Creek (che trovavo veramente detestabile) non e' male. Non mi dispiace l'incrocio di rappresentazione critica del mondo dello sport liceale americano e trame familiari. E poi ci sono Barry Corbin, il Maurice di Northern Exposure, nella parte dell'allenatore Whitey, e Craig Sheffer(il fratello di Brad Pitt in A River runs trough it di Robert Redford) , Keith, lo zio dei due ragazzi. Curioso il personaggio di Peyton, cheerleader con complicanze intellettuali. Non conosco molto O.C., a cui pare che One Tree Hill sia prevalentemente paragonata, ma non ci vedo molte somiglianze.
Dimenticavo: non so se sia un caso ma in questa serie c'è anche molto che mi ricorda Bleachers (L'allenatore) di John Grisham, uno dei pochi non legal thriller che abbia scritto (discreto come libro, peraltro).


domenica, 19 giugno 2005
Lost movie 16 – Marty
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 3:29 pm

Marty (Ernest Borgnine) e' un italoamericano trentaquattrenne che lavora nel negozio di un macellaio a New York e vive con la madre Teresa, da tempo vedova (siamo nel 1955). Vorrebbe sposarsi, o almeno tutti intorno a lui vorrebbero che lo facesse, ma per lui trovare moglie si e' rivelata un'impresa difficile e mortificante, che gli frutta tanti rifiuti; Marty infatti e' afflitto da un aspetto goffo e non attraente, ed è molto impacciato con l'altro sesso. A suo tempo ha rinunciato all'universita' per i problemi della sua numerosa famiglia e ora e' incerto se cogliere l'occasione di acquistare il negozio presso cui lavora. Durante una delle tante umilianti serate in una sala da ballo del suo quartiere, lo Stardust, Marty conosce Clara (Betsy Blair), una dimessa insegnante di chimica, vittima di un accompagnatore cafone in un appuntamento a quattro, che cerca di mollarla a qualcuno per liberarsene. Marty e Clara si capiscono e si compatiscono, e il loro incontro da' a tutte e due una nuova speranza. Ma subito Marty si ritrova a combattere contro la disapprovazione della madre e di Angie, il suo migliore amico, in entrambi i casi dovuta a gelosia, il che lo induce ad un momentaneo ripensamento. Non durera' molto e Marty capira' che Clara e' la cosa più importante e che non conta niente se gli altri non la trovano attraente o se non e' italiana come lui.
Marty , stranamente remake di un film tv del 1953, e' uno dei pochi esempi di realismo nel cinema classico americano, e si potrebbe dire anzi una sorta di neorealismo rosa versione stelle e strisce. E' un film girato e interpretato benissimo, con una regia che scava nei dolori e nei problemi di tutti i personaggi. Nonostante una sorta di lieto fine e' anche un film molto triste, non soltanto per i personaggi di Marty e Clara, sfigati a vita che trovano rifugio l'uno nell'altro, ma anche perche' l'idea di famiglia che ne emerge e' quella di una somma di contrasti, egoismi e sacrifici in cui nessuno e' felice, ne' i genitori ne' i figli, ne' le suocere ne' le nuore, ne' i mariti ne' le mogli. In particolare e' molto avvilente la descrizione della vita delle madri vedove di figli adulti, che non potendo piu' occuparsi di una casa propria si sentono prive di senso e disprezzate dalle nuore, che a loro volta tormentano.
E' notevole il fatto che il film sia molto vicino a rispettare le unità aristoteliche, specie quella di azione (c'e' soltanto la trama parallela e fortemente intrecciata a quella principale della zia di Marty, cacciata dalla casa del figlio e della nuora), ma anche di tempo (la vicenda si svolge in poco più di 24 ore), e di luogo (gli ambienti sono pochi e vicini- il film peraltro e' stato girato nel Bronx).
Marty e' comunque stato premiato nel 1956 con ben 4 Oscar (per l'attore protagonista, il regista Delbert Mann, il direttore della fotografia Harold Hecht, lo sceneggiatore Paddy Chayefski) ed il suo successo dell'epoca e' piu' che comprensibile. Era finalmente un film, che nell'America dei divi, poteva far sentire compresi i timidi e gli asociali, portati a rispecchiarsi in Marty e Clara, cosi' teneramente sconfitti dal mondo che li circonda. E ci si ritrova a sperare che possano essere sereni insieme e che Marty diventi il ricco proprietario di una enorme catena di macellerie.

L'importanza di Marty nella storia del costume oltre che del americano e' evidenziata in Quiz Show di Robert Redford (1994), dove lo sfigato ebreo (John Turturro) e' costretto a perdere contro il patrizio wasp (Ralph Fiennes) proprio su una domanda riguardante Marty, il suo film preferito, data l'avvertita vicinanza al protagonista.


sabato, 18 giugno 2005
Everwood
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 2:41 pm

Avevo letto della serie Everwood da qualche parte ed avevo stabilito che non mi interessava. La storia del grande neurochirurgo di New York che, colpito da crisi mistica dopo la morte della moglie, se ne scappava in una cittadina del Colorado, Everwood appunto, trascinandosi dietro i due figli (una bambina in eta' da elementari ed un adolescente) mi ricordava troppo Northern Exposure per sembrarmi attraente. Pero' mercoledi' scorso ho letto una recensione altamente elogiativa di Dipollina su Repubblica cartacea e mi sono detta perche' no? tanto in televisione non c'e' niente. Quindi ho registrato alle sette su Canale 5 la puntata di Everwood e ho fatto altrettanto i due giorni successivi.
Il risultato e' che Dipollina non ha torto; Everwood e' sicuramente una serie valida, intelligente e con dialoghi ben scritti (nella puntata di ieri era sicuramente notevole la parte sulla bambina ebrea che cerca dimostrazioni dell'esistenza di Dio). Probabilmente, presa da curiosita', la guardero' ancora, anche se sono perplessa su certe deviazioni verso il settore giovanilistico (Dawson's Creek, O.C. e simili per intenderci), oltre al fatto che a momenti c'e' un po' di sentimentalismo di troppo. E poi mi manca il tono surreale e l'umorismo tutto particolare di Northern Exposure, che, non posso farci nulla, continua a tornarmi in mente, specie qundo gli autori cercano di caratterizzare la comunita' di Everwood, rimanendo lontani dal livello di stramberia di abitanti di Cicely come l'ex astronauta Maurice o il dj della radio locale Chris. Continua e poi continua ancora


mercoledì, 15 giugno 2005
Lost movie 15 – Mario, Maria e Mario
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 2:46 pm

Film di Scola del 1993, Mario, Maria e Mario (spassoso il riassunto di Imdb di cui al link) ritrae l'intrecciarsi di passioni politiche e private tra tre personaggi sullo sfondo dellla grande trasformazione del Pci in Pds nel 1989. Mario (Giulio Scarpati) e Maria (Valeria Cavalli) sono due coniugi divisi dalle loro opposte visioni sulla situazione del Pci, cui appartengono, dato che il primo e' a favore del cambiamento e la seconda no. Maria incontra un secondo Mario (Enrico Lo Verso), che condivide le sue idee, ed ha una storia con lui. Il finale prevede la riconciliazione dei due coniugi.
In questo momento storico, ripensare a questo non riuscito tentativo di unire vicissitudini personali e vicende pubbliche, mi fa un curioso effetto straniante. Se gia' nel 1993 Scola raccontava come "storiche" vicende che si collocavano 4 anni prima, ora pensare a come era l'Italia dei primi anni '90 sembra proiettarsi veramente nell'archeologia; quindi e' come un doppio salto all'indietro, se mi spiego. Certamente la prospettiva che nel '93 si aveva delle vicende dell'89 e' totalmente diversa da quella che potremmo avere ora. E del resto il film precede di poco una serie di eventi che hanno cambiato il volto dell'Italia, senza, forse, gattopardescamente cambiare nulla nella sostanza. Persino i protagonisti appartengono sono espressione di un'epoca diversa; Enrico Lo Verso, l'interprete allora acclamato de Il ladro di bambini, sembra aver perso il ruolo di attore di spicco; per quanto riguarda la bella Valeria Cavalli so che ha lavorato, ma personalmente non l'ho piu' vista in un film (me la ricordo specie in Probito ballare, la sit com prodotta da Avati). Giulio Scarpati poi come tutti sanno ha fatto fortuna come medico in famiglia, ma non rammento interpretazioni incisive al cinema negl ultimi anni.
Oggi comunque film di questo genere (Palombella rossa di Nanni Moretti gli puo' essere accostato per comunanza di argomento), cosi' esplicitamente politici, non se ne fanno piu', nel bene e nel male. Se il film di Scola peccava di eccessiva rigidita' e didascalismo, per lo meno era espressione di un'autentica passione politica che ora credo che latiti. E questo probabilmente non e' un bene.


giovedì, 9 giugno 2005
Lost movie 14 – Non sono più guaglione
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:27 pm

Silva Koscina nel 1958, mentre girava

Ho scritto piu' volte che non mi interesso del cinema di genere o addirittura trash degli anni '70. Pero' ho speso notevoli energie (lo posso assicurare) nello studio della commedia italiana degli anni '50. Non sosterro' di avere scoperto grandi tesori, anche se non manca qualche opera notevole in qua e la', meno nota de I soliti ignoti, pero' di cose buffe e curiose ce ne sono molte. Una di queste e' Non sono piu' guaglione, un film di Domenico Paolella del 1958, con Gabriele Tinti (Vincenzino), gia' interprete ad esempio della versione cinematografica di Cronache di poveri amanti di Pratolini (Carlo Lizzani, 1954) e Silva Koscina (Carolina), antesignana della grande invasione delle slave.
La cornice del film e' una Napoli abbastanza fasulla e in specie una piazzetta dove affacciano le case sia di Vincenzino che di Carolina, che abita con la sorella Nennella, interpretata da Yvonne Monlaur, da sempre innamorata di Vincenzino, che non se la fila. Carolina e' fatua e tutta presa dall'idea di vincere un concorso di bellezza per poi andarsene a fare l'attrice per i fumetti, ergo i fotoromanzi. Vincenzino, di professione meccanico, e' un coglioncello che la sogna da lontano e perde la testa quando riceve in regalo da un americano che ha soccorso dopo un incidente. La Cadillac e' l'unico modo per sfuggire al mondo in cui il ragazzo e' vissuto fino ad allora e soprattutto all'asfissiante madre vedova. Il povero Vincenzino per mantenersi la macchina e attrarre l'attenzione di Carolina, finisce per farsi coinvolgere in un traffico di cocaina. Ma grazie alle preghiere della mamma e di Nennella e l'aiuto della Madonna di Pompei si ravvede e torna sulla buona strada, sposando Nenella e andando in viaggio di nozze a Capri.
Non sono piu' guaglione merita un po' di attenzione per il suo vitale miscuglio di sceneggiata napoletana e commedia all'italiana, che nasceva in quegli anni, con qualche sorprendente barlume di modernita' (la cocaina, i frullati di carota di Carolina). Non manca comunque anche una comparsata di Tina Pica (nei panni di una maga al contempo insegnante di musica e canto), senza la quale veramente un film degli anni '50 pareva mancare di un elemento essenziale. La scena migliore e' comunque il confronto tra la mamma e la vamp Carolina, con la madre che appare solo di spalle e riflessa nello specchio di Carolina; lo so che e' tanta roba, ma mi sembra che abbia un che di Almodovar ante litteram. Comunque ha ragione Carolina. Vincenzino con quella mamma così italica speranze di non essere piu' un guaglione, proprio non ce le ha.


lunedì, 30 maggio 2005
Lost movie 13 – A Canterbury Tale
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 4:25 pm

Nel 1944 si incontrano in un paesino della campagna del Kent, Chillingbourn, vicino a Canterbury, un sergente dell'esercito americano, Bob Johnson, proveniente dall'Oregon, che da civile lavorava nella segheria di famiglia, un sergente inglese, Peter Gibbs, prima organista in un cinema di Londra, e un'ausiliaria, Alison Smith, anch'essa inglese, gia' commessa. Tutti e tre hanno qualcosa che li turba e li addolora; Bob, in licenza, pensa alla sua ragazza che non gli scrive da sette settimane; Peter, nonostante il suo ostentato cinismo, e' preoccupato per l'imminente partenza per il fronte e soffre di non poter suonare l'organo in una grande chiesa, scopo per cui aveva studiato tanto; Alison e' impegnata a elaborare il lutto per la perdita del fidanzato. I loro destini si incrociano con quelli di un misterioso maniaco che nottetempo getta colla sui capelli delle ragazze, di cui rimane vittima anche Alison, e di un notabile locale di mezz'eta', Thomas Colpeper, appassionato delle antiche storie della zona e dei pellegrini che passavano di li' per visitare la tomba di Becket a Canterbury. L'entusiasmo dello studioso contagia anche i tre protagonisti che al termine del film, come veri pellegrini, si vedranno concessa una grazia ciascuno in seguito ad un breve viaggio in treno proprio a Canterbury.
Affascinante piccolo film dei grandi Michael Powell e Emeric Pressburger, A Canterbury Tale , Racconto di Canterbury, appunto girato in varie locations nel Kent nel 1944, costituisce una curiosa parentesi di grazia in un mondo che certamente avvertiva il bisogno di miracoli come quelli che accadono ai protagonisti. E' come una tregua, uno spazio di gentilezza e di comunione con il passato ricavato in mezzo alla tragedia, in un cinema all'epoca soprattutto impegnato nella propaganda bellica diretta. I personaggi sono portati a sentire la loro vicinanza ideale ai pellegrini di cui Chaucer (che compare in una sequenza in costume) ha raccontato secoli fa e trovano in questa continuita' la forza per affrontare cio' che li circonda. L'Inghilterra cosi' rurale e sognante ritratta nel film forse non esisteva allora o non era mai esistita, ma questo non conta molto, se ci si cala nell'atmosfera volutamente irrealistica, dove la guerra compare indirettamente nelle devastazioni degli edifici di Canterbury e nel lutto di Alison.
Peraltro la celebre cattedrale di Canterbury, dove sono ambientate alcune sequenze del film, venne ricostruita in studio,dato che le vetrate erano state portate via per evitare che fossero distrutte nei bombardamenti; anche l'organo era stato smantellato e nel film venne usato un sostituto.
Esistono due versioni del film, una di 124', per il mercato inglese, una di 95' per il mercato americano (io ho visto la seconda).
Devo dire poi che per questo film ho un affetto tutto particolare, perche' anche a me, tanti anni fa, e' capitato di fare un viaggio a Canterbury in circostanze particolari. Peccato che non abbia ricevuto alcuna grazia speciale. E ora la tearoom vicina alla cattedrale che si vede alla fine del film ospita uno Starbuck's. Cosi' l'americano Bob non si dovrebbe lamentare, come fa, che non si puo' bere altro che te' in Inghilterra.


giovedì, 26 maggio 2005
Sharon Stone e la legge della persistenza
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:11 pm

Non so se avete notato come nel corso degli anni la bella Sharon Stone si sia garantita sempre una certa quota di apparizioni sui periodici o in tv, nonostante siano anni che non fa più niente di notevole. Questo mi sembra vero dai tempi di Casino di Scorsese (1995) o al massimo del remake di Gloria di Cassavetes (1999) a meno che non si giudichi notevole la parte in Catwoman, con Halle Berry come protagonista, che quuest'anno si è aggiudicato un buon numero di Razzies (il premio americano per i peggiori film). Fosse per le sue vicende matrimoniali, per i figli adottati o adottandi, l'impegno politico e umanitario, un presunto flirt con Pippo Baudo, purtroppo per lei per l'aneurisma cerebrale che l'ha colpita anni fa, fatto sta che di Sharon Stone si è sempre continuato a parlare. Se non altro poi c'e' stata la sua indubbia eleganza ad attirare su di lei l'interesse delle riviste per signore, come e' accaduto recentemente a Cannes, dove la Stone è andata a reclamizzare il seguito di Basic Istinct, ancora in post produzione.
A me lei piace, la trovo affascinante e intelligente, ma se non avesse allargato le gambe in Basic Istinct nel lontano 1992, non sarebbe mai divenuta tanto famosa e ora non continuerebbe a comparire sulla stampa e in tv.
E' che a Sharon Stone si puo' applicare una legge che vale per un sacco di gente, dai protagonisti di Beverly Hills 92010 ai personaggi dei reality degli anni passati, cioe' la persistenza della fama. Se ti e' stato concesso il famoso warholiano quarto d'ora di fama e' facile che se ti metti abbastanza nel mezzo, se ci sei alle feste giuste, la tua fama si prolunghi anche se non fai niente di notevole in alcun senso. E se poi smetti di essere famoso comunque puoi andare a qualche reality, giustappunto, cosi' puoi ricominciare il giro. E quelli che famosi non sono stati mai, non riescono a liberarsi di te, anche se non hanno piu' alcuna idea di cosa hai fatto per farti fotografare.
Pero' bisogna ammettere che il vestito di Sharon Stone a Cannes era davvero bello, peccato che in rete non ho trovato fotografie intere…


mercoledì, 25 maggio 2005
Lost movie 12- St. Elmo's Fire
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:12 pm

Il cast di questo film del 1985 è una parata di attori che ora hanno un grande futuro dietro le spalle e la cui fama non ha per lo più resistito alla fine degli anni '80, ma che all'epoca sembravano tra le migliori promesse in circolazione: Rob Lowe, poi noto anche come pedofilo e da qualche anno di nuovo in auge come interprete di West Wing, serie che in Italia passa quasi clandestinamente su Rete 4; Ally Sheedy, brevemente famosa per i film della serie Short Circuit (1 e 2, 1986 e 1988), poi entrata nel circuito dei tv movies; Mare Winningham, che per la verità a parte il non indimenticabile Turner e il casinaro (1989) con Tom Hanks, dal circuito dei tv movies non è mai uscita; Emilio Estevez, figlio di Martin Sheen (il presidente Bartlett di West Wing, guarda caso). il cui maggiore successo è stato il western giovanilista Young Guns (1988); Judd Nelson, che sempre nel 1985 ha fatto Fandango, quello con Kevin Costner; Andrew Mc Carthy, che io trovavo adorabile, ma che dopo Pretty in Pink (1986), con il titolo tratto da un canzone degli Psychedelic Furs, ha fatto poco altro ed è stato riarssobito anche lui dai tv movies. Ma ovviamente la più famosa è diventata Demi Moore, che ha raggiunto il culmine del successo negli anni '90 (chi si ricorda delle grandi polemiche per filmacci come Rivelazioni, in cui quale manager in carriera seduceva Michael Douglas e Striptease, in cui esibiva le tette rifatte in casti spogliarelli?) e che ora è tornata agli onori delle cronache per essersi fatta il fidanzato poco più che ventenne (ora pare che sia anche incinta). Esaurita questa nostalgica parata di stellette degli anni '80, va detto che il film, diretto da Joel Schumacher (che anche lui come Leisen ha cominciato come costumista, tra l'altro di Interiors di Woody Allen, ad esempio), è una sorta di Grande Freddo dei piccoli, in cui un gruppo di ventitreenni o giù di lì è in bilico tra il rimpianto per l'università ormai finita e l'aspettativa del futuro. Per la verità a ripensarci 'sti twentysomething appaiono piuttosto vecchi a me che ormai ho oltrepassato la trentina (vedere la coppia sposata Sheedy-Nelson, già in crisi), ma il film è abbastanza piacevole. E poi c'è la metafora da cui viene il titolo che mi è sempre sembrata molto vera. Ogni giorno, dice il personaggio di Rob Lowe, ci inventiamo delle difficoltà piccole da affrontare, per sopportare meglio e parcellizzare la generale difficoltà di vivere; questi problemi più o meno fittizi sono come i fuochi di Sant'Elmo che appaiono nella tempesta e sono il segno che il peggio sta per finire. E questa cosa mi torna spesso in mente.


venerdì, 6 maggio 2005
Lost movie 11 – Le beau mariage
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:38 pm

Io amo i film di Eric Rohmer, e cio' non toglie che abbia la sensazione che il regista francese sia il creatore di alcune delle eroine piu' irragionevoli della storia del cinema. Magari questo e' molto francese, non so, fatto sta che spesso e volentieri a queste ragazze e donne che al maestro piace ritrarre nelle sue opere verrebbe voglia di tirare dietro qualcosa, ovviamente se si materializzassero.
Questo mi è accaduto specialmente per Le beau mariage film del 1982 (appartenente alla serie Comédies et proverbes), in cui la protagonista, Sabine, decide per fare dispetto all'amante pittore che si sposera', prima ancora di conoscere un candidato marito. Dopo di che la fanciulla decide anche che deve sposare un avvocato parigino conosciuto ad un matrimonio, dopo averci scambiato solo qualche parola, e perseguita il malcapitato fino a fare irruzione nel suo studio legale, con conseguente piazzata. Il poveretto viene quindi costretto a respingere Sabine con una certa brutalita', per riuscire a liberarsene.
Ovviamente Rohmer conduce le cose da par suo, con ironia e uno stile sfuggente di ripresa che pare indifferente alla comune regola di inquadrare chi parla. Resta il fatto che, con tutto il rispetto per Rohmer, allo spettatore un po' ingenuo, come sono io, probabilmente la cosa che rimane piu impressa e' proprio la sensazione di voler tirare un qualche soprammobile alla supponente Sabine, convinta com'e' di poter decidere per gli altri. Per inciso l'interpretazione di Béatrice Romand le è valsa all'epoca il Leone d'oro. C'è anche, nella parte dell'amica della protagonista e cugina dell'avvocato, Arielle Dombasle, attrice rohmeriana per eccellenza, moglie del filosofo Bernard Henry-Lévy, e madre di Justine Lévy. Quest'ultima e' autrice di un libro autobiografico di grande successo, Niente di grave, in cui racconta tra le altre cose il dramma della fine del suo matrimonio, causata dalla relazione del marito con niente di meno che Carla Bruni. E' buffo pensare quanto piccolo sia il mondo dei vips…


mercoledì, 4 maggio 2005
Lost movie 10 – La chasse aux papillons
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:17 pm

La chasse aux papillons (titolo italiano Caccia alle farfalle) e' un film del 1992 di Otar Ioseliani, regista georgiano popolare tra gli appassionati, ma non credo un beniamino delle masse. La storia si puo' raccontare in qualche parola o richiede dei volumi, dipende dalle scelte. Sostanzialmente Ioseliani ritrae l'esistenza di un villaggio francese con i suoi vari personaggi rappresentativi, ma piu' in particolare racconta la storia di Marie Agnès e Solange, due anziane cugine che vivono nel castello (beh, per la concezione italiana di castello somiglia piuttosto ad una villa) di proprieta' della prima, dove tra l'altro le due ospitano una congrega di Hare Krishna. In assenza di un vero protagonista, si seguono per la maggior parte le avventure di Solange (Marie Agnès e' immobilizzata), che suona nella banda del paese, pesca con arco e frecce nello stagno del castello pesci che vengono dati in pasto agli ignari e vegetariani Hare Krishna, gioca alla petanque, litiga con il notaio per questioni di confine. Tra i personaggi i sono anche il parroco ubriacone, il figlio e la nuora di colore del notaio che discutono con conseguente lancio di uova che finiscono sui ritratti degli antenati di lui, un maraja indiano in visita al paese. Peraltro nel villaggio, attraversato da un pittoresco canale, c'e' sempre la nebbia, tutti vanno in bicicletta e nessuno appartentemente lavora.
Marie Agnès muore sognando il passato, e tutti i parenti si riuniscono per la lettura del testamento; sparisce l'argenteria nascosta da Solange nella cassetta dello scarico e fregata dalla nuora del notaio. Con grande disappunto collettivo, e' nominata erede una sorella che abita a Mosca, provvista di figlia chiaramente avida. Il castello viene venduto ad un gruppo di giapponesi che aspettavano allo scopo da tempo la morte della proprietaria, Solange lascia il paese, il maraja le da' un passaggio sul suo splendido treno privato, ma entrambi muoiono in un attentato. La vita continua con i giapponesi che prendono il posto delle anziane signore nel castello, mentre la nipote russa di Marie Agnès si dedica alla bella vita a Parigi.
Pare che il film sia un apologo sull'avidita', e che la caccia alle farfalle, che non c'entra niente con la "trama" sia il simbolo di un mondo perso, in cui c'era tempo per sognare, per dedicarsi ad attivita' piacevoli. Puo' darsi; ma soprattutto credo che sia bello lasciarsi andare ai tempi del cinema di Ioseliani, alle sue associazioni di immagini e concetti, alle bizzarre combinazioni tra i suoi personaggi, ai suoi dialoghi sommessi e quasi inesistenti, al sapore di vecchia Francia di cui è pieno questo film di un regista georgiano.


martedì, 26 aprile 2005
La Costituzione e l'audience
Nelle categorie: Cinema e TV, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 5:32 pm

A giudicare dai dati degli ascolti di domenica 24 e lunedì 25 aprile, che ricavo dal televideo Rai, pag.533 (il link riguarda solo il 25, gli ascolti del 24 non ci sono piu'), si direbbe che agli italiani qualsiasi argomento interessa piu' della Costituzione, della Liberazione e della Resistenza.
Domenica 24, infatti, il Gran Premio di San Marino (Rai Uno, dalle 13.10 in la') ha tenuto incollati 10.220.00 spettatori. 6.577.000 persone hanno seguito nella mattinata la messa di insediamento del Papa su RaiUno (9,30), 3.300.000 hanno visto Tg2 motori verso l'ora di pranzo (13,25). La sera 7.252.000 spettatori si sono appassionati ai pacchi di Bonolis (Affari tuoi, RaiUno, 20.40), 4.600.000 alla Fattoria, noto reality show (Canale 5, 20.40), 2.900.000 hanno seguito le avventure del giovane superman in Smallville (Italia Uno, 20.45). La puntata di Che tempo che fa di Fazio dedicata alla Costituzione,tramessa su RaiTre tra le 20,10 e le 21,00 circa ha avuto 1.900.000 spettatori con Paolo Rossi nella prima parte, circa 2.700.000 nella seconda con il Presidente della Repubblica emerito Oscar Luigi Scalfaro, entrambi noti difensori della nostra Carta costituzionale. In altre parole, per quanto riguarda i principali programmi delle sei reti maggiormente importanti, piu' ascolti solo di Report sulla sanità italiana e americana (2.600.000), andato in onda subito dopo, e del tenente Colombo (2.259.000).
Ieri 25 aprile la trasmissione della serie La grande Storia tricolore sul 25 aprile trasmessa su Rai Tre (21.00) ha attirato 2.053.000 spettatori. 8.437.000 persone hanno apprezzato i pacchi di Bonolis (Rai Uno, 20.35), 7.507.000 Striscia la notizia, (Canale 5, 20.40), 6.027.000 Carabinieri 4 (Canale 5, 21.15), 5.772.000 Batti e ribatti (Rai Uno, 20.30), 3.670.000 L'eredita' di Amadeus (Rai Uno, 18.40), 3.586.000 Mai dire lunedi' (21.00, Italia Uno), 2.974.000 la sit com Una mamma per amica (Italia Uno, 20.12) ,3.020.000 Tg2 costume e società (13.30), 2.626.000 Walker Texas Ranger (Rete4, 20,30). Lo sceneggiato su De Gasperi (Rai Uno, 21.00) per la verita' ha attirato 6.295.000 spettatori , ma l'ottica credo sia un po' diversa rispetto alla valorizzazione della Costituzione e della Resistenza; sono aperta a smentite.
Si tratta di una elencazione un po' disordinata e forse imprecisa, che prescinde dal valore dei singoli programmi, ma credo che renda abbastanza bene l'idea di quanto gli italiani siano distratti da temi invece centrali in questo momento, che necessiterebbero di un minimo di attenzione. Se e' vero che questa riforma costituzionale probabilmente non andra' in porto, cio' non significa che non dobbiamo tenere da conto la nostra storia. L'amnesia e l'ignoranza (anche le mie, per la verita') possono avere brutti effetti collaterali.


mercoledì, 20 aprile 2005
Lost movie 9 – Show People
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 4:58 pm

Show People e' un film muto di King Vidor, ma realizzato ormai in tempi (1928) in cui si stava affermando il cinema parlato. Proprio King Vidor e' stato uno dei primi che ha mostrato le grandi possibilita' del nuovo mezzo espressivo, con Hallelujah (1929).
Show People e' anche e soprattutto uno dei piu' grandi film che parlano di cinema, al pari di Singin’ in the Rain o La nuit américaine. Il film ci racconta la storia di due giovani attori, Peggy Pepper,(Marion Davies) e Billy Boone (William Haines); lei e' inizialmente una bathing beauty da comiche di Mack Sennett (come Gloria Swanson ai suoi inizi e del resto si allude proprio alla storia della famosa attrice, protagonista di un altro grande film sul cinema, Sunset Boulevard di Billy Wilder) e lui un comico dotato che insieme si costruiscono una carriera nella commedia, con torte in faccia e classiche gag tipo slapstick, sviluppando anche una tenera amicizia. Ma lei sogna da sempre il cinema drammatico, le parti nobili, l’empireo di Hollywood. E riuscira' ad arrivarci, con il nome di Patricia Pepoire, ma perdera' il successo e la gioia di vivere. Sara' Billy a restituirle il sorriso e a mostrarle l’importanza e la dignita'del comico.
Show People gira quindi attorno ad un tema importante nel cinema in generale e in particolare in quello americano, il rapporto tra commedia e tragedia, che serpeggia ad esempio in tutta la produzione di Woody Allen ed ha trovato un’esplicita trattazione nel recente Melinda and Melinda. Il mio cuore per la verita' batte tutto a favore della commedia, e sono tra quelli che preferiscono Play It Again, Sam a Interiors o Broadway Danny Rose a Crimes and Misdemeanors. E’ naturale che quindi Show People sia un film che amo tantissimo, anche perche' e' l'opera di un regista che e' stato anche un grande autore di film drammatici, a partire ad esempio da The Crowd, sempre muto, continuando ad esempio con Duel in The Sun o la versione cinematografica di Guerra e pace. Mi piace quindi l’idea che il discorso di Show People si possa ricollegare ad un altro tema fondamentale del cinema americano, cioè “that’s entertainment”, come cantano i protagonisti di The Band Wagon di Minnelli. Basta che faccia spettacolo, tragedia o commedia, balletto classico o musical, tutto va bene. Anche se è “be a clown” per usare le parole di Cole Porter o "make 'em laugh" come nella canzone cantata da Donald O’ Connor in Singin’ in the Rain, che fa diventare ricchi e famosi. E "be a clown" talvolta aiuta la gente a vivere meglio, proprio come il protagonista di The Crowd , che nel finale del film recupera la serenità ridendo al cinema, o il personaggio di Woody Allen in Hannah and Her Sisters, che dopo un tentativo di suicidio scopre il senso della vita rivedendoDuck Soup con i fratelli Marx.


giovedì, 14 aprile 2005
Lost movie 8 – Le sorprese del divorzio
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 3:16 pm

Le sorprese del divorzio è un film del 1939 di Guido Brignone, tratto da un vaudeville di Alexandre Bisson. Fatichereste a trovare notizie su questa pellicola; la recensisce comunque il Morandini, mentre non la menziona il Mereghetti. Immagini non sono riuscita a trovarne in rete.
Si tratta di una delle tre versioni cinematografiche dell'opera teatrale, dopo la prima, italiana, del 1923, mentre la terza è spagnola e risale al 1943. Il vaudeville in questione sembra avere una certa fortuna sui palcoscenici italiani.
La storia è abbastanza assurda, dato che c'e' un tizio che sposa la figlia di un altro tizio che sposa la sua ex-moglie o qualcosa del genere; appunto roba da vaudeville. Ne scaturisce un risultato di perfetta astrazione dalla realta', uno dei piu' alti raggiunti da un genere, la commedia dei telefoni bianchi, che in fatto di artificiosità ha avuto pochi rivali storici. Del resto sebbene l'ambientazione sia italiana, i protagonisti mantengono la nazionalità francese (tutto quel disinvolto divorziare non era una roba da Italia fascista), con curioso effetto di straniamento. L'unico attore che conosco del cast e' Sergio Tofano; gli altri sinceramente non mi sono noti.
Interessante e' comunque la scelta di ambientare parte della vicenda al Sestriere, (anche se il film ovviamente, come sempre allora, era girato in studio e più precisamente neegli studi della produzione, la Scalera film) probabilmente con intento pubblicitario, dato che la località sciistica era sorta proprio nel corso degli anni '30. Di rilievo sono gli aspetti di architettura e déco, che per gli amanti del genere possono sostituire la freschezza quasi totalmente assente dal film.Lo scenografo peraltro era Antonio Valente, lo stesso, curiosamente, del primo film con Toto', Fermo con le mani! (1937). Il mondo del cinema italiano è sempre stato piccolo, evidentemente.


martedì, 12 aprile 2005
Lost movie 7 – The Guns of Fort Petticoat
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:42 am

Ci sono dei lost movies cosi' lost che non sono mai riuscita a vederli, nemmeno in anni di frequentazione del palinsesto di Rai Tre. Uno di questi e' un mito familiare, il western The Guns of Fort Petticoat, titolo italiano Il forte delle Amazzoni (1957). Mia madre, da sempre appassionata del genere, raccontava di aver visto nell'adolescenza questo film in cui un gruppo di donne, in assenza degli uomini impegnati nella guerra di successione, doveva imbracciare le armi per difendersi contro gli indiani. Le comandava un personaggio maschile interpretato da Audie Murphy, anche eroe della guerra di Corea, oltre che attore. La mamma aveva un ricordo preciso e piuttosto truce, cioe' la scena in cui Audie Murphy, desperatis rebus, faceva fuori lo stregone e ne esibiva il cadavere per impressionare gli indiani.
Dato che di questa pellicola era sparita ogni traccia (il Mereghetti che è tendenzialmente completo non ne parla) cominciavo a pensare che fosse una bella invenzione della fantasia della mamma, quando una decina di anni fa ne trovai menzione in un Dizionario dei film western, autore Pino Farinotti, Sugarco Edizioni, 1993. Ho scoperto tra l'altro che il regista era George Marshall, un tipo piuttosto importante, tra l'altro regista di The Sheepman (La legge del più forte, 1958), con Glenn Ford e Shirley MacLaine, altro hit di mia madre.
Nella mia vita è poi entrato Internet e quindi la possibilità di trovare altre notizie di questo mito cinematografico materno. Tra l'altro mi colpisce la somiglianza del titolo originale , meno epico di quello italiano, con Operation Petticoat (Operazione sottoveste, 1959, Blake Edwards). Doveva essere un leit motif di quegli anni.
Resta il fatto che io Il forte delle Amazzoni non l'ho visto e per il momento posso solo immaginarlo . Chissa' se qualcuno dei gentili lettori e' stato piu' fortunato. Ad ogni modo se chiudo gli occhi posso divertirmi a fantasticare su questo western a colori, magari non tanto politicamente corretto, con tante donne che sparano a più non posso da un forte di legno simile a quello giocattolo che avevo da piccola. Il manifesto danese mi pare il più adatto a questa mia visione infantile…


sabato, 9 aprile 2005
Lost movie 6 – The Moon is Blue
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 2:26 pm

L'orrendo titolo italiano di questo film del 1953, La vergine sotto il tetto, riassume alcuni dei tratti salienti della vicenda. Patty O'Neall (Maggie McNamara,esordiente) un'attricetta newyorkese ventiduenne, vergine "di professione", di una disarmante sincerita' specie in campo sessuale, viene abbordata all'Empire State Building da uno scapolo trentenne architetto e piu' che piacente, Donald Gresham (William Holden al suo meglio). Patty finisce presto nell'appartamento dello scapolo e tra scorribande della ex di lui, che abita nello stesso palazzo, un intermezzo con l'affascinante padre della suddetta (David Niven), un incontro scontro tra il padre poliziotto della verginella e lo scapolo, nel giro di ventiquattrore convince il malcapitato a portarla all'altare, senza aver perduto la sua castita'.
Notevole esempio di sfida alla prurigine anni '50, The Moon is Blue fu voluto fortissimamente dal regista, il grande Otto Preminger, senza alcun taglio rispetto all'opera teatrale di F.Hugh Herbert da cui era tratto, con conseguente violazione del codice Hays (che probiva tra l'altro l'uso della parola vergine). Per poterlo distribuire, il battagliero cineasta dovette impegnarsi in una causa in tribunale, che vinse, sollevando un polverone che assicuro' il successo del film, con vittoria del Golden Globe da parte di Niven e una candidatura all'Oscar per la McNamara. Sebbene The Moon is Blue abbia dato un forte contributo storico alla scomparsa del codice Hays, attualmente non credo che annoveri molti cultori.
A parte i problemi di censura, questo film mi e' rimasto nel cuore per certi tratti arguti sebbene a volte molto datati del suo dialogo di ascendenza teatrale, ma soprattutto per la prova strepitosa dei due protagonisti maschili, William Holden e David Niven, assolutamente deliziosi nelle loro schermaglie. Da non perdere anche l'arredamento della casa dell'architetto, vero gioiello di design dell'epoca. Viene quasi da rimpiangere un tempo pieno di difetti, ma certo piu' bello esteticamente parlando.


martedì, 5 aprile 2005
Lost movie 5 – Sposero' Simon Le Bon
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi — Scritto da waldorf alle 6:38 pm

Ebbene si', questa rubrica e' dedicata anche agli orrori, perché il cinema vive anche di questo (però mi rifiuto di parlare del trash italiano anni '70, anche per totale ignoranza). E questo film onestamente un orrore lo e', ma non gli si puo' negare la qualifica di disperso, perche' credo che sia caduto nel dimenticatoio quasi totale. Sposero' Simon le Bon (1986) fu ai suoi tempi un fenomeno di costume, come prima lo era stato il libro scritto da una insopportabile ragazzetta milanese, Clizia Gurrado, che per qualche mese divenne una sorta di diva. La trama non merita grandi spiegazioni; ovviamente si tratta della storia di una sedicenne milanese lobotomizzata che vuole sposare Simon Le Bon nel momento del suo massimo successo, con il contorno di alcune vicende collaterali (tipo quella dell'amica che pensa di essere incinta).
Io 'sto film l'ho visto come molte adolescenti italiane dell'epoca (solo in tv pero'!), non tanto perche' mi piacesse ma perche' era in giro. Del resto in quegli anni sono stata perfino trascinata ad un megaconcerto dei Duran Duran da un'amica fan sfegatata, e per i Duran Duran crescendo ho mantenuto una sorta di bonaria affezione, almeno finche' non li hanno ripescati e una loro canzone e' diventata il tormentone dello spot della Tim con la modellona afflitta da una vaga forma di prognatismo. Vanno complimentati per la tenacia, pero', i ragazzi.
Per tornare al film, purtroppo ricordo bene la vicenda, gli attori, il clima di strapotere dei paninari (una delle piaghe che i personaggi devono affrontare e' una banda di ladri di Timberland). Rammento ad esempio con grande chiarezza visiva la scena in cui Barbara Blanc, la protagonista (che poi ho ritrovato come Sofia in Un posto al sole), si aggira per Sanremo cercando di incontrare Simon Le Bon, sforzandosi di salire una gran rampa di scale con delle scarpe a tacco alto messe appositamente per sedurre il bovino cantante.
Ripensare a questo film mi fa concludere che spesso il brutto ha una capacita' tutta particolare di appiccicarsi alla nostra memoria e di rimanerci per anni, e riafforare proustianamente in modo inaspettato. Mi chiedo se qualcun altro al mondo ancora ha la sventura di ricordarsi questa opera fondamentale e non riesce a cancellare questo sgradito souvenir. Con ricordi di questo tipo magari alla fine si impara a convivere pacificamente, chissa'… io ancora non ci sono riuscita, ma un pochino la sensazione di rigetto si attenua, perche' certe cose finiscono per far parte del nostro vissuto.


domenica, 3 aprile 2005
Lost movie 4 – California Poker
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 9:43 pm

Questo post onestamente vuole essere un omaggio a Robert Altman, un grande forse rimasto un po' in disparte nel cinema di oggi, ma sempre amato da un gruppo non so quanto folto dei suoi fan. California Poker (nell'originale California Split, 1974) e' un film altmaniano al massimo, con George Segal (Bill) e Elliott Gould (Charlie) che interpretano due piu' o meno sbandati di Los Angeles che passando da una esperienza di gioco all'altra con alterne fortune (poker, scommesse sulle corse di cani e cavalli, su incontri di pugilato, partite di basket), finiscono per sbancare un casino di Reno. Bill pero' sembra piu' depresso di quando perdeva.
E' tipicamente altmaniana la sceneggiatura destrutturata, apparentemente casuale, fatta di tanti discorsi su argomenti spesso casuali e fuori della trama (i cartoni di Disney o i fruit loops). Per la verita' potresti dormicchiare un quarto d'ora e non perdere il filo della trama perche' non succede moltissimo nei 108 minuti di durata.
Però vedere Elliott Gould e' sempre un piacere. Mi e' mancato molto e mi fa piacere che lo abbiano rispescato in Ocean's Eleven e Ocean's Twelve. Sì, perché tanti anni fa si e' ridotto a recitare per i Vanzina.


venerdì, 1 aprile 2005
Lost movie 3 – Omicron
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 12:06 pm

Renato Salvatori che fa l'alieno è tanta roba. Ma se poi l'alieno, di per se stesso invisibile, invade il corpo di un operaio di nome Trabucco la faccenda assume un aspetto ancora più strambo. Omicron (1963) è uno dei pochi film per il cinema realizzato da Ugo Gregoretti, raffinato uomo di spettacolo che ha dato grandi contributi culturali alla rai ed ovviamente ora non ci lavora più. L'opera, improntata alla satira sociale, venne finanziata da Franco Cristaldi, che ci credeva, ma a quanto pare trovò difficoltà di distribuzione. Così venne organizzata una polemica prima a Sgurgola, proverbiale paese laziale, dove Salvatori per passare il tempo si adattò a giocare a carte con i vecchietti del posto. A quanto pare non è poi mancata una certa fortuna postuma al film, e nel 1964 ha ricevuto niente di meno che il primo premio al IX festival del cinema umoristico di Bordighera.
Tanto per la cronaca il povero alieno-operaio, pur partendo dall'essere un perfetto lavoratore automa, muore poi incitando i compagni allo sciopero.


lunedì, 28 marzo 2005
Lost movie 1 – Shirley Valentine
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 6:46 pm

Il mio primo lost movie è Shirley Valentine (titolo italiano, La mia seconda vita ), 1989, tratto da un lavoro teatrale di successo in Inghilterra, che ha avuto persino una nomination all'Oscar; l'ho visto tanti anni fa, quindi chiedo perdono per eventuali errori. Credo che sia invece un cult in Inghilterra, ma qua deve essere passato di striscio.
La protagonista (Pauline Collins, la stessa attrice che interpretava il personaggio in teatro), è una casalinga di Liverpool frustrata, disprezzata da marito e prole, dedita alla conversazione con i muri di casa. Shirley parte per la Grecia con un'amica che ha vinto un viaggio, mette su un flirt con uno sciupaturiste locale, proprietario di un ristorante, e decide di non tornare a casa. Il marito tenterà di recuperarla.
Non è un granché di film, in realtà, trppo furbastro, ma due cose mi sono rimaste in mente. La prima è la battuta che il furbastro greco usa per conquistare Shirley, come altre turiste di mezz'età, che si porta a letto dicendo loro che le smagliature sono segni della vita, e quindi insomma una cosa interessante (molto consolatorioper le donne). La seconda è la scena in cui Shirley invece di prendere il traghetto e tornarsene a casa in Inghilterra si ripresenta dal seduttore, intento già a blandire la prossima vittima . Il tizio si prende un accidente, ma Shirley, che conosce la vita, non aveva in mente
un prolungamento della storia, ma chiedergli un lavoro. Ed è dal lavoro, non dal flirt, che riparte la seconda vita di Shirley e questo decisamente mi piace, nel suo essere fuori da molti luoghi comuni narrativi. Comunque a Mykonos pare che ci sia una Shirley Valentine beach


mercoledì, 23 marzo 2005
Scrubs
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 5:25 pm

Scrubs e' una bella serie, anche se non capisco quelli che la giudicano meglio di ER dato che è del tutto diversa. Le avventure del personale del "Sacred Heart" sono infatti narrate con un cinismo e un tocco comico e surreale che non ha niente a che vedere con la problematicita' morale e la tensione narrativa delle storie di ER. Del resto Scrubs e' una di quelle serie, come gia' Northern Exposure ai suoi tempi, che sfuggono a precise classificazioni e che assimilare alle situation comedies e' riduttivo.
Su MTV pero' tendono a penalizzare Scrubs se non altro dando le puntate in ordine sparso. Gia' il solo fatto che la serie sia trasmessa su MTV e' una difficolta', considerato anche che i programmi della rete spesso non sono pubblicati sui giornali e neanche sui periodici specializzati in tv.
Peccato per tanti motivi, se non altro ad esempio perche' la sigla con (I'm not) "Superman" e' veramente un inno e sentirla ha sempre un effetto consolatorio, come tutte le grandi sigle di serie televisive e in generale la colonna sonora e' notevole. E nella quarta serie (non so quando la vedremo in Italia, dove la terza serie e' finita da un po') c'e' Heather Graham come guest star in otto puntate (anche Matthew Perry in una per dire la verita'). Nelle precedenti serie poi c'erano stati Michael J. Fox e il compianto John Ritter. Mica male.


mercoledì, 16 marzo 2005
CSI e Kubrick
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 4:33 pm

Giovedì scorso è inziata la trasmissione della quarta serie di CSI per chi non arricchisce ulteriormente Murdoch e si limita ad arricchire un po' meno il nostro presidente del consiglio. Per me è una buona notizia (il poter vedere CSI intendo), visto che è una delle mie serie preferite, anche se non certo la preferita.
Ho scoperto in questi giorni di condividere la passione per CSI con una persona inaspettata, una bambina (per la verità quasi una teen-ager, dato che ha quasi 11 anni) che ho sempre reputato dolce e mite e che, sorpresa, ama guardare una roba con morti violente di tutti i tipi, cadaveri liquefatti e altre amenità, il tutto in una atmosfera generalmente tetra, con personaggi solitari e dal senso dell'umorismo talvolta perverso. Quando ho chiesto alla mia giovane interlocutrice il perché di questo suo interesse mi ha risposto che CSI era "ganzo" o giù di lì. La cosa mi ha un po' turbato, poi mi sono resa conto che CSI come ogni altra serie poliziesca in senso lato anestetizza la cruda realtà della morte, tanto che un bambino può trovare appassionante il tutto. La banalizzazione della violenza in questo caso si spinge parecchio in avanti, dato che i cadaveri non si intravedono da lontano distesi "a facciabocconi" come direbbe Montalbano, ma ci vengono mostrati di continuo con vari orrendi particolari, spesso distesi sul tavolo dell'anatomopatologo. Ovviamente non ne sentiamo l'odore, cosa che allontanerebbe il 95% degli spettatori. Pensandoci bene, ho paura di non seguire le avventure di Grissom & c. con una coscienza tanto superiore (forse un pochino) dei suoi fan più giovani, ma credo di avere una permeabilità molto minore. Del
resto la cosa bella del telefilm non è lo splatter, ma l'indagine.
Ad ogni modo non mi piacciono le censure televisive, e credo che i bambini debbano guardare un po' di tutto, anche considerato che in racconti "innocenti" come Hansel e Gretel la strega finisce in forno. Spero però che questa propalazione a piene mani di violenza in prima serata non crei degli adulti un po' tipo Axel di Arancia Meccanica per cui la violenza è solo "ganza". Del resto il film di Kubrick, ai suoi tempi sconvolgente, a più di 30 anni di distanza, in un contesto completamente diverso, è roba da bambini.
Per fortuna alla bambina in questione non credo proprio che succederà di diventare una Axel al femminile.


martedì, 8 marzo 2005
L'esercito dei grandi fratelli
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 5:16 pm

Sono dappertutto, ormai. Ti occhieggiano dalle pagine dei rotocalchi di categoria piu' o meno infima, maramaldeggiano sul web, e soprattutto imperano in televisione. I vari reduci dai molteplici reality che fioriscono con vece assidua sui vari canali rai e mediaset, dediti ad una competizione all'ultimo sangue alla trasmissione piu' canagliesca, con l'aggiunta dei militi della De Filippi (sono reality le sue creazioni?), in schieramento compatto, capitanati dalla Lecciso, popolano ormai a quanto pare l'immaginario dell'italiano medio. Cosi' io, che tendenzialmente non guardo i reality (anche se ho seguito un paio di edizioni di Mai dire grande fratello), ma che non disdegno la lettura di qualche Novella 2000 recuperata dalla parrucchiera, oramai non conosco circa il 75% dei personaggi che affollano questo tipo di periodici. Per la verita' il restante 25% che non mi è del tutto ignoto e' fatto per la quasi totalita' di quei disperati ex famosi anni '60 e '70 che cercano di riciclarsi con i reality (vedasi Fabio Testi o Kabir Bedi).
Se poi provo a leggere un articolo che riguarda quei personaggi che mi sono totalmente ignoti, scopro che devono ritenersi rilevanti perche' prima facevano parte del pubblico stabile di una qualche tramissione della De Filippi e poi hanno partecipato al Ristorante della Clerici e cosi' via.
Ancora poi non ho ben capito chi sono esattamente i Costantino e i Daniele per cui stravedono le donne italiane secondo i sondaggi e chi li ha messi in circolazione.
E' vero che per anni in Italia numerosi personaggi sono assurti a fama grazie ad Arbore e al Maurizio Costanzo Show, che non a caso ha chiuso i battenti quando tra le altre cose il suo ideatore e conduttore si e' profondamente impermalito per l'invasione dei reality che gli contendevano l'audience. Premesso che mi hanno sempre suscitato profonda diffidenza le creature di Costanzo e tutti quelli che ti dicevano "l'ho sentito al Maurizio Costanzo Show", quasi qualsiasi fesseria ne fosse trasformata in un dogma, si trattava di un fenomeno molto meno invasivo e in genere era gente che qualcosa sapeva fare o aveva fatto.
Ora invece siamo giunti al punto che la televisione tendenzialmente non seleziona assolutamente tra la massa degli ignoti qualcuno che abbia un minimo merito che lo possa far diventare famoso, per cui si e' famosi per definizione solo perche' si finisce un quarto d'ora in tv e il matrimonio di Katia e Ascanio ha le dimensioni delle nozze del secolo.
Tutto cio' mi ricorda tanto quel profetico e geniale film di Cukor, It Should Happen To You (La ragazza del secolo) in cui la ragazza interpretata da Judy Holliday diventava famosa solo perche' aveva affittato un gigantesco spazio pubblicitario al Columbus Circle per poi scriverci sopra il suo nome, Gladys Glover…
P.S. : scopro oggi che un qualche gestore di telefonia mobile regala alle sue clienti uno strip tease di Costantino da vedersi sul proprio cellulare. No comment sul livello dell'iniziativa.


mercoledì, 2 marzo 2005
Le back pages di J.Lo
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:27 am

Da "Oggi" del 2.3.2005 (sono recidiva, ma non ho trovato altre fonti per la notizia, se cosi' si puo' chiamare): "a una sfilata di moda a New York della settimana scorsa e' salita in passerella anche la "divina portoricana del Bronx" Jennifer Lopez. ma un brivido e' corso sulla schiena dei fan: il magico sedere è apparso appesantito. Che succede? E quello e' ancora il piu' bello del mondo?".
Come noto, Jennifer Lopez ha costruito molta della sua non trascurabile fortuna sul suo famoso posteriore a mandolino, dando vita ad una frenetica attivita' non solo di attrice ma anche cantante, stilista e perfino dando il nome ad un profumo. Cosi' ha fatto di se stessa una sorta di impero economico, pur non eccellendo in fondo in niente, se non forse in fatto di culo, appunto. Il personaggio puo' non piacere, avendo se non altro aspetti parecchio pacchiani e in media risultando indigesti i suoi film, ma penso che sia difficile non ammirarne la determinazione e l'abilita'.
Rufolando su internet ho scoperto che sono stati persino capaci di fare sul suo butt una questione di incontro-scontro di civilta', quasi fosse una specie di affermazione della cultura ispanica o comunque delle prerogative fisiche delle donne coloured (per usare un termine politicamente scorretto) sulla comune visione estetica imperante in Europa e negli Stati Uniti.
Ora, l'evento di un eventuale e inevitabile, credo, crollo di un posteriore che comunque non e' mai stato esattamente "brasiliano" (Chris Rock, tra l'altro presentatore degli ultimi Oscar, ha detto che ci vuole una limousine solo per quello), mi colpisce per un aspetto: riuscira' Jennifer a riciclarsi? O e' destinata a cadere nel dimenticatoio? In altre parole e' all'altezza di Madonna, che domina ancora pur avendo di partenza forse ancora meno doti, o la sua e' stata solo una corsa ad afferrare l'afferrabile prima che fosse troppo tardi e gli anni si portassero via le sue migliori prerogative? Pur divisa, in fondo faccio il tifo per J.Lo, perche' nessuna ironia puo' cancellare il fatto che per farcela come ce l'ha fatta lei finora, non ci vuole solo culo, ma servono anche, per usare un'espressione di raro maschilismo, le palle.


lunedì, 28 febbraio 2005
I'm younger than that now
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:45 pm

Il grande Clint ce l'ha fatta ancora una volta, e nonostante la passione che ogni cinefilo non può non nutrire per Scorsese c'è da esserne contenti.
E nel giorno della morte di un grande vecchio come Luzi, che ha fatto e visto tante cose e si deve essere in fondo divertito negli ultimi mesi della sua vita, le parole di Eastwood, che dichiara di sentirsi come un bambino con tante cose ancora da fare, ti riconciliano con l'idea di invecchiare.


lunedì, 7 febbraio 2005
Che tristezza
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto dal Ratto alle 5:54 pm

Scopro da EmmeBi che e' morto Dan Lee, uno dei disegnatori che stanno dietro a grandi film d'animazione come Finding Nemo, Monsters, Inc. e A Bug's Life.


domenica, 30 gennaio 2005
Meno siamo meglio stiamo
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:43 pm

Ho visto interamente la prima puntata della nuova trasmissione di Arbore e quasi tutta la seconda puntata che ho registrato e che mi riservo di finire stasera. Temevo che per come era concepito il programma Arbore potesse cadere stavolta in una sorta di solipsismo, un discorso tra amici suoi e fatto di cose che piacciono solo a lui, con un tocco di autocelebrazione. Invece, anche per l'ora tarda, Arbore e' stato bravo a creare un clima in cui lo spettatore si sente tendenzialmente a casa sua, quasi facesse parte anche lui di quel gruppo di amici e in qualche modo gli appartenessero i ricordi che scaturiscono dai reperti televisivi trasmessi, il che fa tollerare anche il tocco di autocelebrazione di cui sopra, comunque presente. La musica poi mi sembra molto buona e anche parecchio divertente (personalmente ho apprezzato parecchio il gruppo dei Funk off -funky made in Vicchio!- nonche' le imitazioni spassose di Stefano Bollani). Insomma bisogna ringraziare Arbore per la ventata di garbo e spettacolo di livello tutt'altro che olandese che ha portato per qualche settimana in tv. E francamente non mi sembra rilevante stabilire se il meno siamo e meglio stiamo sia frutto di sincerità e se siano fondate le accuse di ipocrisia rivolte a Arbore ad esempio da Chance il giardiniere


domenica, 30 gennaio 2005
Un bacio appassionato e la ricerca della felicità
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 7:33 pm

Abbiamo visto Un bacio appassionato. Non è un bel film e se Ken Loach voleva realizzare una commedia è andato molto lontano dal riuscirci, perché mancano le "situazioni" da commedia, il ritmo del genere. Eppure io personalmente nella storia di amore tra il ragazzo pakistano e la ragazza irlandese ho trovato qualcosa che mi ha colpito rispetto agli altri film di argomento analogo (storie di giovani o anglopakistani o angloindiani che cercano di conciliare le loro origini con lo stile di vita occidentale e la voglia di libertà), un punto di vista sulla realtà dei sentimenti che spesso ci sfugge ma che pure è importante.
Il ragazzo pakistano, Casim, è abituato a pensare che il matrimonio è una realtà regolata dalla comunità, che non ha niente a che fare con l'amore; la scelta del tuo compagno di vita è fatta da altri. La ragazza irlandese, Roisin, è cattolica, ma per la ricerca della sua felicità individuale getta il matrimonio e la religione alle ortiche; vuole stare solo con qualcuno che le ispiri passione e per questo rinuncia non solo ad un marito ma anche ad una cultura ed una visione del mondo a cui in fondo è ben poco legata, che risulta un bagaglio di cui non ha bisogno. Roisin non è in grado di garantire a Casim che lo amerà per tutta la vita, ma neanche fino a domani, in fondo, eppure vuole stare con lui e lui quantomeno rischia di perdere tutto il suo mondo per correre il rischio di vivere la storia con lei.
La cosa più importante in realtà in una vicenda come questa non è quella particolare storia d'amore, ma è la libertà di inseguire la propria soddisfazione, è l'individualismo applicato alla vita sentimentale, mentre nella cultura della famiglia di Casim quello che conta è la comunità e non c'è salvezza fuori di quel mondo ristretto. Posto che naturalmente la nostra visione delle cose in media è quella di Roisin (il divorzio è concepibile solo o quasi in un mondo in cui il matrimonio è legato all'amore) a volte non sono sicura che questo modo di vivere ci garantisca una maggiore felicità o appagamento. Certamente non possiamo più farne a meno, ma la libertà di vivere la propria vita sentimentale come si vuole può essere un gran peso.


venerdì, 3 dicembre 2004
Outing
Nelle categorie: Quel che resta, Serie TV, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 1:26 am

(post trasferito da qui)

Ebbene si', quando riesco a stare davanti alla TV a quell'ora, guardo Un posto al sole. Oddio che cosa poco cool. Ma qualcuno mi spiega perche' una cosa come Questionable Content e' cool e UPAS no? solo perche' QC e' a fumetti, e' sul web, e' americano e fa tanto indie?


domenica, 11 aprile 2004
Niente a che fare col film
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:58 pm

Chiedo scusa ai molti che stasera sono capitati qui, probabilmente cercando notizie del film Rat Race trasmesso da Italia 1. Come dicevo nel mio primo post, il film non c'entra nulla con il titolo di questo blog. Pero' fa morire dal ridere, e a volte ce n'e' davvero bisogno.

giovedì, 26 febbraio 2004
La ragazza con l'orecchino di perla
Nelle categorie: Cinema e TV, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 7:11 pm


Da innamorato di Vermeer, non ho potuto fare a meno di andare a vedere "La ragazza con l'orecchino di perla". Non posso dire che mi abbia deluso, perche' e' esattamente il film che mi aspettavo. C'e' il genio inetto e compresso dalle convenzioni sociali a cui non si sa ribellare; c'e' il contrasto tra la giovane povera e pura, capace di penetrare l'arte e la bellezza del mondo da un lato, e le donne chiuse e corrotte da un egoismo senza barlumi dall'altro; c'e' la storia d'amore mai esplicitata tra il pittore stagionato e la servetta poco piu' che adolescente (una specie di "Lost in Translation" in salsa olandese…), eccetera. Insomma una sbrodolatura sentimentale senza un colpo d'ala che sia uno: ma era nel conto. Speravo invece di godermi la ricreazione dei quadri di Vermeer; e in effetti tutto il film e' costellato di citazioni implicite o esplicite, di scene riprodotte al centimetro e di inquadrature che fanno il verso alle opere del pittore olandese (ma anche di Rembrandt e di altri maestri dell'epoca). Ma la delusione vera e' la luce, l'effusione quasi liquida che in quei quadri pervade gli oggetti, come se fosse al loro interno, li facesse vibrare: la fotografia del film e' incapace di riprodurla, di dare vita ai tabeaux vivants, rimane pesante ed opaca. C'e' la stessa differenza tra il viso appuntito e un po' sgraziato della modella di Vermeer e la pienezza solida e materiale di Scarlett Johansson.

P.S. Non mi metto a fare il recensore di film. Non ho la stoffa e c'e' chi, come Marquant, lo fa troppo meglio di me. Sono solo indispettito perche' la mia passione vermeeriana si sente tradita…

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