mercoledì, 14 gennaio 2015
Je (ne) suis (plus) Charlie?
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 7:43 pm

Premetto che so poco di Dieudonné — e quel poco che so me lo fa detestare cordialmente — e ritenere un antisemita oltre che un inutile provocatore. Pero' quando leggo che la Francia, che l'altro ieri proclamava orgogliosamente "Je suis Charlie", stamattina lo ha arrestato per apologia di terrorismo per una battuta nemmen troppo idiota pubblicata su Facebook — mi faccio venire dei dubbi, tanti dubbi.

A parte: non penso che Dieudonné la intendesse cosi', ma personalmente mi pare che dovremmo tutti un po' sentirci Charlie Coulibaly. Non certo per solidarizzare con un terrorista e con un assassino, ne' per metterlo sullo stesso piano delle sue vittime. Ma perche' se non proviamo a comprendere — davvero, profondamente — il malessere che puo' spingere una persona a un gesto estremo come quello dei terroristi suicidi, se ci limitiamo a segnare una linea di demarcazione netta tra "noi" e "loro", se ne facciamo nella nostra rappresentazione degli esseri disumani (in fondo confortantemente disumani) — allora non faremo altro che preparare noi stessi e le nostre societa' al prossimo attentato. Da questo punto di vista mi e' parsa molto bella — e molto profonda — questa riflessione di un gruppo di prof di banlieue: "Ceux de Charlie Hebdo étaient nos frères, tout comme l’étaient les juifs tués pour leur religion, porte de Vincennes, à Paris : nous les pleurons. Leurs assassins étaient orphelins, placés en foyer : pupilles de la nation, enfants de France. Nos enfants ont donc tué nos frères. Telle est l’exacte définition de la tragédie".

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