domenica, 25 settembre 2011
Irene Tinagli oggi su La Stampa nel suo articolo intitolato "Il futuro e' piu' forte della crisi" spiega che la crisi non significhera' la fine del mondo, come non lo ha significato in altre epoche storiche. Scrive la Tinagli:
Purtroppo, mentre le innovazioni che potrebbero disegnare il nostro futuro stanno prendendo forma in qualche angolo del mondo, noi sembriamo incapaci di uscire dai vecchi paradigmi. E continuiamo a chiederci quali industrie sovvenzionare, quali accordi commerciali o quali dazi o incentivi ripristinare per tenere in vita le nostre vecchie fabbriche sempre piu' vuote… Certamente oggi e' importante e urgente tamponare l’emergenza dei debiti sovrani, cercando magari di riattivare un po’ di occupazione con i mezzi e nelle realta' oggi disponibili. Ma non e' li' che giace il nostro futuro. Cerchiamo di non abbassare troppo lo sguardo altrimenti rischiamo di farcelo sfuggire quando ci passera' davanti.
Da un punto di vista storico suppongo che la Tinagli, persona certo molto preparata, abbia ragione. E' quasi ovvio, in realta': il mondo non e' mai finito per una crisi economica o produttiva, e forse e' vero che non ci sono limiti alle risorse che si possono inventare. Ma ad ogni crisi c'e' qualcuno che non sopravvive, che non vedra' quelle magnifiche sorti e progressive che verranno dopo o non sara' in grado di approfittarne. Persone che rischiano l'estromissione dal loro "antiquato" posto di lavoro quando sono troppo vecchie per le innovazioni che conteranno, malati o disabili a cui i tagli allo Stato sociale o alla scuola apportati in fretta e furia nelle varie manovre tolgono la possibilita' di una vita dignitosa, di cure adeguate, di un'istruzione che li aiuti a essere autonomi. Appartenendo alla platea dei soggeti deboli, devo dire che non e' di grande consolazione pensare che il mondo comunque andra' avanti quale che sia il destino di questi individui. Come diceva Keynes (uno il cui pensiero non credo vada molto di moda di questi tempi) nel lungo termine saremo tutti morti. O anche prima. E mi resta difficile non pensare che ogni giorno di ritardo nel cambiare strada in questo paese e' un giorno che lascia dietro di se' vittime che si potrebbero evitare, per quanto poco importante sia nella prospettiva della storia universale quello che succedra' al nostro spread.
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