giovedì, 31 marzo 2011
Sono un grammar-nazi delle bandiere (2)
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 11:30 pm

Se fossi monarchico, personalmente, cercherei di non farlo sapere tanto in giro. Lo troverei imbarazzante, piu' o meno come un grosso brufolo giallo che mi fosse cresciuto sulla punta del naso la mattina prima di un colloquio di lavoro — o peggio di un appuntamento galante. Mi vergognerei un po' ad avere come pretendente al trono uno che forse ha ammazzato un uomo, che probabilmente e' implicato in giri di prostituzione, che e' stato toccato da ogni genere di scandali, che in piu' di un'occasione si e' lasciato andare a risse pubbliche anche con altri membri della real famiglia. Per non parlare del principe ereditario, che fa il cantante e il ballerino in tv con esiti imbarazzanti. E per tacere pietosamente del nonno fellone, che ha firmato le leggi razziali — e del bisnonno che ha fatto prendere il suo popolo a cannonate.
Insomma, se fossi monarchico, avrei ben altri problemi da cui farmi angosciare — e soprattutto terrei un profilo cosi' basso che per vedermi ci vorrebbe la metropolitana. Ma se proprio mi venisse l'uzzolo di espormi al ridicolo e di far sapere a tutti come la penso — e decidessi di mettere alla finestra una bella bandiera del Regno d'Italia — almeno cercherei di esser sicuro di esporre quella giusta, di bandiera.
Invece a un po' di finestre di Torino e' fiorita questa bandiera qui, che ai tempi del Regno d'Italia poteva essere esposta soltanto dalle istituzioni dello stato e dalle unità militari, in particolare dalle navi da guerra.

La bandiera nazionale, quella che se mai dovrebbe stare alla finestra dei buoni cittadini fedeli al re (!), e' questa qui:


giovedì, 31 marzo 2011
Fora dai ball?
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:42 am

Così (ignoro però la perfetta ortografia del padanese) dice Bossi degli immigrati che in questi giorni assaltano Lampedusa, senza considerare che per molti di loro si può ipotizzare che possano avere diritto di asilo. Ma questo è un particolare che non interessa agli elettori della Lega, per cui i suoi leader possono fare a meno di considerarlo.
Al di là dell'emergenza preoccupante che è in atto, e provocazioni di Bossi a parte, sono convinta che tutti coloro che in qualsiasi termine pensano cose analoghe sugli immigrati, non solo siano nel torto per un principio "umanitario", ma anche perché il loro è un punto di vista assolutamente miope, e che le forze politiche che assecondano e rinfocolano queste tendenze xenofobe non possano che danneggiare il paese. Lo dico sine ira ac studio, veramente. Il fatto è che niente potrà fermare il movimento di moltitudini di persone dalle aree più svantaggiate del mondo al nostro occidente viziato. Credere di poter seriamente arginare questo movimento è lottare contro la storia e la natura delle cose.
Del resto non abbiamo un particolare merito a stare qui, né diritto di disprezzare quelli che sono nati altrove. Di questo disprezzo noi italiani abbiamo fatto una vasta esperienza storica, ma tendiamo a scordarcene.
Francamente, provo una profonda gratitudine e non poca vergogna nei confronti degli immigrati che lavorano onestamente, pagano le tasse e risiedono regolarmente in questo paese, che non fa niente per rendere più accessibile l'acquisto della cittadinanza, anche ai ragazzi che qui sono nati e si sentono italiani.
Si tratta di persone che contribuiscono economicamente anche a mantenere politici di professione che sproloquiano contro di loro ma non possono concorrere ad alcuna decisione politica mancando del diritto di voto anche in sede amministrativa. Magari molti italianissimi elettori di Borghezio evadendo le tasse sottraggono quel che dovrebbero versare anche per permettere a lui di campare facendo politica, dicendo le cose che dice.
Abbiamo bisogno degli immigrati, ma molti preferiscono far finta che vengano a portarci via chissà cosa, quando il più delle volte fanno quello che noi non vogliamo più fare, e spesso e volentieri li sfruttiamo magari approfittandoci della loro condizione di irregolarità. Sarebbe nel nostro interesse attirare le persone migliori, con più voglia di lavorare e di non permettere alla criminalità di arruolare gli immigrati, facile preda in un contesto in cui è tanto difficile mettersi in regola. Anche perché i criminali veri riescono ad aggirare le nostre norme che servono solo a vessare i poveracci.
In realtà, per me vale proprio il contrario di quello che dice Bossi. Sono quasi sorpresa che delle persone oneste e con capacità vogliano vivere in questo paese e sono contenta se lo fanno. Non mi pare che possiamo dire loro altro che grazie per il loro contributo.
Mi pare di aver collezionato una bella serie di banalità, ma sento il bisogno di dirle perché in questo paese e non solo si dicono troppe cose insensate e violente in tema di immigrazione.


martedì, 29 marzo 2011
Le mamme ai tempi di Neanderthal
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 9:43 am

Non me la sento più di dire che cosa sia giusto o meno nel crescere i figli.
Il modo in cui ognuno fa il genitore non può che essere personalissimo, dato che risente ovviamente delle esperienze di vita, del modo in cui siamo stati allevati, della nostra cultura e convinzioni, ma anche delle nostre possibilità fisiche e materiali. Credo che siano veramente poche le persone che però non ce la mettono tutta per dare il loro meglio.
Pure io provo, giorno per giorno, ad essere un buon genitore, ma per quanto riguarda Enrico essere madre di un bambino autistico è qualcosa, credo, di così profondamente diverso dall'esperienza comune e senza reale possibilità di agganci neanche con realtà simili che le regole tendono a scomparire. Cerchi di arrangiarti, di andare avanti, di adattarti alle necessità e di mantenere un provvisorio equilibrio, e certo non sei in grado di scrivere manuali. Per le mamme poi c'è sempre in serbo il senso di colpa, la sottile idea che tuo figlio sia così per qualche sbaglio che hai fatto mentre lo aspettavi o per come lo hai cresciuto all'inizio.
Devo dire però che, forse perché cresciuta all'epoca del femminismo, nonostante tutto detesto istintivamente la moda culturale degli ultimi tempi, quella del ritorno alla natura, l'esaltazione talebana dell'allattamento al seno, della madre a tempo pieno e così via. Così stamani, leggendo questo articolo, in cui si commenta l'opera di una psicologa americana che propone addirittura di prendere esempio dalla preistoria, non ho potuto fare a meno di avvertire un travaso di bile. Se è vero che il modo di allevare i figli che si è imposto con il tempo è per certi versi troppo artificiale, non mi pare che il passato (specie preistorico..) offra grande conforto e trovo ingiusto che ancora una volta il peso debba essere gettato sulle spalle delle madri. Allattare un figlio addirittura oltre un anno di età significa rinunciare sostanzialmente a lavorare senza che sia seriamente dimostrato il vantaggio per il figlio suddetto; non mi risulta che ai tempi in cui non esisteva il latte in polvere i sistemi immunitari rafforzati dall'allattamento al seno consentissero di evitare morti precoci per svariate malattie epidemiche. Che so, ancora all'inizio di questo secolo la spagnola ha ucciso milioni e milioni di persone. Sarò ignorante, ma mi pare che abbiano avuto per la salute collettiva una maggiore importanza il miglioramento delle condizioni igieniche in cui si vive e la diffusione dei vaccini rispetto agli anticorpi trasmessi dalla mamma.
Mi pare poi che sia frutto di un preconcetto che i genitori un tempo stessero più vicino ai figli o fossero in grado di impartire una migliore educazione, sia per cultura che per impossibilità materiale considerato il numero dei figli medesimi, in mancanza di anticoncezionali; sono piuttosto gli ultimi decenni ad aver esaltato l'importanza della presenza parentale nell'educazione. Del resto prima di Rousseau (uno che dei suoi figlioli si è sempre fregato) e dell' "Emile" credo che i "bambini" neanche esistessero come "persone" e che si assumesse una identità solo dopo essere sopravvissuti alla mortalità infantile, altissima. A nessuno poi per molto tempo è venuto in mente che i bambini non dovessero lavorare. Come si può seriamente trovare trarre insegnamenti da un passato che è solo un mito, che non offre reali termini di paragone con una realtà del tutto diversa?
Se anche si cercasse di ispirarsi a modelli parentali di tempi remoti, quale garanzia c'è dell'effetto di un tale sforzo in un contesto sociale del tutto diverso, in cui i bambini sono comunque circondati dalla realtà contemporanea?
E' però ben difficile ancora una volta evitare i sensi di colpa e così io personalmente mi sforzo con la mia figlia neonata di delegare il meno possibile, anche perché la mancanza di nonni vicini non mi lascia molta scelta. Ma il lavoro onestamente mi manca e prima o poi dovrò lasciare la piccola all'asilo nido o ad una tata. Ne verrà fuori una persona con forte disagio emotivo, egocentrica e violenta, come sostiene la psicologa di cui all'articolo?
Io purtroppo non posso saperlo con certezza, ma mi consola che non lo sappiano neanche quelli che riempono la carta stampata di precetti per mamme ansiose. Mi sa che non rimane altro che affidarsi alla sorte e al caro vecchio buon senso.
Anche perché a quelli che vogliono spiegare agli altri come vivere di tanto in tanto le cose non vanno benissimo, anche se nel frattempo hanno fatto i soldi vendendo le loro formule di non provata efficacia.


martedì, 29 marzo 2011
Se ne faceva anche a meno
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 7:12 am

Gente, non facevo piu' una notte completamente in bianco per lavorare dai tempi della tesi di laurea. Ci sono cose della gioventu' che non rimpiangevo.


giovedì, 24 marzo 2011
Waiting for the van train to come
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Il mondo per gli occhi — Scritto dal Ratto alle 1:42 am


(Roma Termini, trasferta di lavoro)


domenica, 20 marzo 2011
"Hey, you in the red…"
Nelle categorie: It — Scritto dal Ratto alle 12:23 pm

Uno dei giochi recenti di It e' mettere insieme le macchinine di Cars a gruppi tendenzialmente di quattro. Questa volta il tema e' il rosso:

Poca testa poco tempo poco fiato in questi giorni, tra figli e lavoro. Se ce la faccio, a breve, le strategie di It per (non) entrare in relazione con sua sorella — e le avventure di It con il computer.


venerdì, 18 marzo 2011
Sono un grammar-nazi delle bandiere
Nelle categorie: Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 7:15 pm

Gli italiani, a differenza di altri popoli, non sono familiari con l'esposizione della loro bandiera. Percio', in questi giorni di inedito fervore patriottico e di improvviso entusiasmo per il tricolore, si vedono vessilli appesi nei modi piu' diversi e piu' improbabili.
E allora mi permetto di fare un riassuntino di quel minimo di galateo necessario:
- se la bandiera e' appesa a un'asta, l'asta e' dalla parte del verde e la bandiera dev'essere ben distesa, con l'estremita' superiore allineata con la sommita' dell'asta. La bandiera ammosciata e grinzosa o arrotolata intorno all'asta (come purtroppo se ne vedono anche sugli edifici pubblici) e' un segno di resa. A mezz'asta e' un segno di lutto. Alla rovescia, cioe' con il rosso dalla parte dell'asta, e' un insulto.
- se non e' all'asta, ma distesa a mo' di striscione, il verde sta in alto se e' appesa in verticale, a sinistra di chi guarda se e' appesa in orizzontale. Come dicevo prima, una bandiera esposta al rovescio o capovolta e' un segno di derisione e di disprezzo.
- se e' attaccata alla ringhiera di un balcone, sta rigorosamente sul lato esterno della ringhiera — se no sembra che vogliate mettere l'Italia dietro le sbarre. Che puo' anche essere — ma forse non e' quello che intendevate dire.
- bandiera vecchia onor di capitano, dice un proverbio. Ma una bandiera lacera e strappata non si espone, si ripone.
Lo so, sono solo formalita'. Ma se non c'e' un po' di formalita', una bandiera non e' altro che un pezzo di tela colorata.


giovedì, 17 marzo 2011
W'TLA
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 4:00 am

(che poi sarebbe la meta' di W L'ITALIA!)

17 marzo 1861 - 17 marzo 2011

Mi sono chiesto a lungo che cosa penso della festa del 17 marzo e del 150° anniversario dell'Unita'. No — non mi interessano le polemiche stupide sulla festivita' in se' — e non voglio nemmeno fare un ragionamento pseudo leghista. Ma mi sto chiedendo se davvero abbiamo ragione di festeggiare — e di essere orgogliosi di essere Italiani — e soprattutto se personalmente posso condividere questo orgoglio. Io, proprio io che tempo fa avevo scritto che scappare e' la sola cosa sensata che si possa fare — per chi lo puo' fare. Io, proprio io che in fondo sento molto piu' mia, anche emotivamente, la bandiera con le dodici stelle che il tricolore italiano — che penso da quando ho l'eta' della ragione che la mia patria vera sia l'Europa e che il tempo degli stati nazionali sia finito. Io, proprio io che davanti agli elenchi di "vado via" e "resto qui" di Fazio e Saviano mi riconoscevo quasi sempre (impotentemente) nelle ragioni dei "vado via".
D'altro canto come negare che ci sono cose che mi rendono fiero di essere italiano — e non parlo soltanto della pastasciutta e della cupola di Brunelleschi. Sono fiero di essere italiano quando vedo la dignita' degli operai di Mirafiori. Sono fiero di essere italiano quando rileggo la Costituzione. Sono fiero di essere italiano se penso alla legge sull'integrazione scolastica, che tutti i paesi civili ci invidiano o stanno cercando di copiare. Sono fiero tutte le volte che dimostriamo — e sono tante — di saper vivere con la "decenza quotidiana" di cui parlava un grande fuori moda, tutte le volte che mi guardo intorno e vedo che c'e' tanta gente civile, dignitosa, seria, appassionata — che c'e' un popolo di cui e' bello sentirsi parte — meglio, a cui e' *un onore* appartenere.
E poi penso all'Italia degli evasori fiscali. All'Italia che e' stata entusiasticamente fascista nel 1938 e in cui non c'era piu' un solo fascista in giro nel 1946. All'Italia delle raccomandazioni, delle conoscenze, dell'illegalita' diffusa. Penso alle volte che per ottenere per mio figlio un diritto ho dovuto affrontare mille ostacoli — e ce l'ho fatta alla fine soprattutto perche' sapevo quali leve muovere. Penso all'Italia di chi dice che bisogna sparare agli immigrati come a leprotti. Che i disabili gravi non dovrebbero stare a scuola. Penso all'Italia che ha meno donne occupate e meno donne in posizioni di responsabilita' di praticamente qualsiasi paese europeo. E' Italia pure questa — e non per un accidente cosmico: e' Italia perche' c'e' una grande parte di Italiani che *sono cosi'* — che sono stati fascisti e che oggi sono leghisti e berlusconiani — e che domani saranno qualunque cosa che permetta loro di continuare ad essere come sono — egoisti, pavidi, privi di senso del dovere, di responsabilita', della comunita' e delle istituzioni. E di questa Italia mi vergogno — profondamente — e mi vien fatto di pensare che sarebbe bello potersi tirar fuori, poter dire che non ho niente a che fare con lei.
Il fatto e' che ce ne sono due, di Italie. Che l'unita' e' ancora tutta da fare — e forse non si potra' fare mai. E che la mia patria — se ne ho una — e' una meta' dell'Italia — e che l'altra meta' mi fa abbastanza orrore. Per fortuna, vien fatto di pensare, quella meta' della patria se ne frega e con il tricolore ci si pulisce il culo. E allora forse vale la pena di festeggiare, oggi. Per la mia Italia — e alla faccia di quella di quegli altri.


mercoledì, 16 marzo 2011
Il neonato e l'undicesimo comandamento
Nelle categorie: Quel che resta, la Cate — Scritto da waldorf alle 11:13 am

Andare a giro con un bebè in passeggino o peggio che mai in carrozzina può già essere un esercizio poco gratificante per l'ingombro del mezzo, la fatica di affrontare o evitare le innumerevoli barriere architettoniche o persino pericoloso se ci sono persone che parcheggiano sulle strisce o sui marciapiedi magari quando sulla strada ci sono le rotaie del tram. Ma l'aspetto che trovo maggiormente antipatico, forse solo perché asociale, è l'interesse della gente, naturalmente soprattutto delle donne, per il fagottino che trasporti specie se è neonato. Se fosse questione solo di rispondere alle solite domande (quanto tempo ha, è maschio o femmina, come si chiama ecc…) sarebbe mal di poco. Ho l'impressione però che sui bambini ci sia attaccato una sorta di cartello con scritto "Caro passante, fatti i c… dei miei genitori, ma soprattutto della mia mamma, perchè senza il tuo intervento questa incapace mi farà morire di freddo, caldo, fame o quant'altro". Così ci si sente in dovere di preoccuparsi che il bambino abbia troppo freddo o caldo, anche se il suo dormire pacifico è indizio del fatto che non ha particolari problemi o di meravigliarsi perchè viene così piccolo gli si fa affrontare il terribile mondo esterno. Se poi invece il pargolo piange è necessario indagare sul motivo del suo scontento, che viene quasi sempre riportato alla fame, come se fossi una specie di Medea che porta a giro la creatura senza preoccuparsi di nutrirla adeguatamente. A quasi nessuno viene in mente che l'esserino potrebbe essere infastidito che so dalla luce al neon o soprattutto dal fatto che ti sei fermato in qualche posto, dato che il bambino in passeggino normalmente ha un atteggiamento da Speed e non tollera le soste. Niente di più imbarazzante di trovarsi in un ascensore affollato di astanti, che dovendo convivere per 30 secondi con la capace ugola della piccola, si mettono tutti ad interrogarti sulle motivazioni del pianto, facendo un sacco di osservazioni non richieste e domandandoti "ma non farà così anche la notte?".
Ma non è proprio possibile farsi una camionata di c.. propri, sul presupposto che i neonati piangono, perchè è il loro mestiere e magari la mamma è più contenta se non ci ricami tanto sopra? Tanto più che sono veramente c… suoi e sarà lei a doversi alzare la notte…


Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
Non era fuga, l'umiltà non era
Vile, il tenue bagliore strofinato
Laggiù non era quello di un fiammifero.

(via Contaminazioni)



venerdì, 11 marzo 2011
Lost movie 32 – A child is waiting (Gli esclusi)
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV, Di(ver)s(e)abilita', It, Love the Bomb — Scritto da waldorf alle 10:58 am

Premetto che il film non è di difficile reperibiltà. Se dopo aver letto questo post siete curiosi lo trovate su Youtube .

Secondo film di John Cassavetes, realizzato nel 1963, A Child Is Waiting tratta delle vicende di una struttura, diretta dallo psichiatra dottor Clark (Burt Lancaster), il Crawthorne State Training Institute, dove sono ricoverati bambini con disabilità mentali di vario genere. Il plot si dipana essenzialmente dall’arrivo di Miss Jensen (Judy Garland) una aspirante single musicista fallita che cerca il senso della vita nel lavoro con i bambini disabili; la donna si affeziona eccessivamente a Reuben, un bambino la cui diagnosi è quella di "subnormale" ma che oggi verrebbe probabilmente considerato un autistico o un Asperger. Reuben è il bambino che aspetta, invano, visite dei suoi genitori ogni mercoledì pomeriggio.
Il film in realtà è solo in parte opera di Cassavetes, a causa di contrasti tra lui e il produttore Stanley Kramer, che ha poi seguito il montaggio. Nel film recitano bambini veramente disabili tranne Bruce Ritchey, il bravissimo interprete di Reuben.
E’ difficile per me giudicare da un punto di vista puramente estetico un film come questo, perché tocca le corde più profonde del mio animo, se posso usare un’espressione così retorica, e vederlo scatena sofferenze che ogni giorno è necessario seppellire appunto nel profondo per poter andare avanti. Posso dire solamente che certi momenti mi sono sembrati, oltre che per me strazianti, di grande cinema, come ci può aspettare del resto da Cassavetes, pur se il suo ruolo è stato limitato da interventi esterni e il film sconta in certi punti un eccessivo didatticismo.
In particolare è splendida la sequenza, quasi alla fine del film, in cui Reuben recita con voce meccanica una poesiola in uno spettacolino allestito per la festa del Ringraziamento. Il volto del bambino vestito e truccato da indiano è di una bellezza sconcertante. Francamente, se non mi aspetterei da una persona non coinvolta emotivamente come me che pianga le calde lacriime che ho versato io, mi sorprenderei di fronte a una qualsiasi mancanza di emozione.
Nel film più volte ci si interroga sul “senso” della vita di questi bambini e sul perchè cercare di aiutarli e spendere risorse per loro, cosa giudicata poco utile dai burocrati venuti a supervisionare il lavoro di Clark. Reuben è stato abbandonato dai suoi incapaci di accettare e gestire la sua diversità, e il padre dice esplicitamente che vorrebbe vederlo morto. Ovviamente simili battute sono come sale sparso sulle mie ferite, ma una volta messo da parte il dolore ho capito che in realtà sono simili problemi a non avere senso. E’ già difficile trovare un significato all’esistenza in generale, e non è certo il caso di interrogarsi su quello delle esistenze individuali, il che porterebbe probabilmente a risultati poco confortanti.
Per quanto mi riguarda, mi pare che si debba solo cercare per questi bambini ed anzi per queste persone di fare in modo che la vita sia piacevole, che possano goderne con la maggiore autonomia possibile e che siano messi in grado di dare e ricevere affetto e in generale di raggiungere ogni risultato che sia loro possibile. Non vedo altro senso e non mi pare che lo scopo sia troppo diverso da quel che vale per ogni altro bambino. In realtà siamo anche noi normali ad avere bisogno di questi bambini, e, se proprio si vuole cercare un senso, aiutarli ne conferisce alla nostra esistenza come essere umani. Non occuparci di loro sarebbe più facile, ma allora a cosa serviamo?
Come genitori siamo chiamati ad una prova difficilissima, ma abbandonare i nostri figli anche solo moralmente sarebbe un fallimento inaccettabile. Enrico del resto è un bambino stupendo e stare con lui è spesso una vera gioia. Dopo aver visto questo film ho dovuto correre ad abbracciarlo, perché ho sentito come non mai che non potrei stare senza di lui.
A Child Is Waiting fa capire tra l’altro come è un mondo in cui non c’è spazio per i bambini disabili, confinati in istituti dove non diano fastidio ai normali, e dove si pensa che non si possa fare alcunchè per loro. In un mondo così si possono capire i genitori che per disperazione lasciano i figli in strutture come quella diretta dal dottor Clark. In Italia tutto questo era stato superato e si è lavorato in modo veramente esemplare per l’integrazione scolastica. E’ una cosa che per una volta farebbe sentire fieri di essere italiani, se non fosse che purtroppo vi sono ora a giro vari signori (come questo) che vorrebbero distruggere questo patrimonio di civiltà e respingerci indietro di decenni. Per favore, non permettiamo che accada..

Con questo post riprendo una vecchia serie, quella dei "Lost movies" interrotta molto molto tempo fa per mancanza di tempo più che di ispirazione.. non è un caso che l'ultimo risalga a pochi mesi dopo dal ritorno al lavoro dopo la nascita di Enrico e questo sia riuscito a stento a scriverlo in maternità dopo la nascita di Costanza (che mi sta dormendo addosso..). E' passata parecchia acqua sotto i ponti, come si dice.

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