venerdì, 28 gennaio 2011
Nel 2007, poco dopo aver ricevuto la diagnosi di It, scrivevamo:
Per noi la corsa dei topi e' finita. Non abbiamo piu' tempo di correre dietro al lavoro e a tutto il resto. Stiamo correndo dietro a nostro figlio. Senza fiato — piu' che mai — e con il cuore in gola. Ma anche — per strano che possa sembrare — con allegria — e con l'entusiasmo che ci viene da lui.
E' stato cosi'. Non abbiamo mai smesso di correre (forse non abbiamo mai corso tanto) — ma la nostra corsa e' stata prima di tutto quella dietro a nostro figlio. Abbiamo fatto in modo, con tutta la nostra determinazione (e non riuscendo sempre a farci capire), di non considerare It un "malato". Abbiamo cercato di vivere una vita a tutto tondo, senza farci schiacciare sulla sola dimensione dell'handicap di nostro figlio. Ci siamo massacrati di fatica — ma ci siamo anche divertiti. Abbiamo cercato di continuare a guardare il mondo senza diventare monotematici e monomaniaci — cercando di vedere anche cio' che non aveva relazione con It e con il suo autismo. Tuttavia, certamente, tutta la nostra esistenza ha girato intorno a nostro figlio, alle sue esigenze, alle sue stranezze, ai suoi gusti — alle possibilita' aperte e ai limiti imposti dalla sua condizione.
E poi — abbiamo fatto una scommessa. Un azzardo. Un'incoscienza. Un altro figlio (anzi, un'altra figlia). Sfidando tutte le buone ragioni che ci spingevano a dire di no: dal rischio genetico al possibile impatto emotivo e comportamentale per It, dall'eta' all'incubo logistico/organizzativo di crescere due figli (di cui *almeno* uno complicato) dovendo contare soltanto su noi stessi, dai soldi alla gestione del tempo, e cosi' via. Abbiamo scommesso di ripartire un'altra volta — di cominciare un'altra corsa ancora. Dietro ai nostri figli — all'incertezza del loro futuro e del nostro — alla vita.
Non sappiamo dove porta questa corsa — non sappiamo nemmeno se ci riavvicinera' alla vita di una famiglia "normale" — o se continueremo a divergere insieme a It. Non abbiamo nemmeno il tempo (e forse la voglia) di chiedercelo. Ma in questo momento la sensazione e' quella del surfista in cima all'onda perfetta.
P. S. Ovviamente anche il blog si aggiorna e si adatta alla nuova corsa — starting all over again, come dice la canzone.








Son dieci minuti che penso a cosa scrivere, in realtà credo che basti dire che son contento per voi e che spero che quell'onda continui a essere perfetta e che vi porti dove desiderate. Auguri. Di cuore.
Anche a me piace correre, spesso esagerando, spesso per il gusto di allontanarmi. Anche la mia famiglia perfetta sarà presto meno normale, ma non riesco proprio a fermarmi….
Paolo.
@francesco: Grazie. Di cuore. Sapessi la paura che si prova, insieme all'esaltazione, in cima all'onda perfetta.
@paolo: non sono sicuro che a noi correre piaccia. Ma non possiamo mica fare altro… In bocca al lupo per la tua "famiglia perfetta" — la nostra e' altamente imperfetta — e non e' detto che diventera' piu' normale.
Tu (voi) almeno avete avuto il coraggio si essere in cima all'onda perfetta.
Io, al contrario, tentenno e prendo tempo.
Iniziando a leggere ho temuto che ci volessi salutare definitivamente….meno male che non è così! Vi stimo. un caro saluto.
@manuela: nooo, tutt'altro. Solo che tra un figlio e l'altra in questi giorni c'e' poco fiato…
Eh. A me piace tanto, passare di qua.
@lia: Grazie, e' sempre un piacere sapere che ci vieni a trovare.