domenica, 27 giugno 2010
Oggi pomeriggio al Pian della Mussa (ce n'era piu' che fiori nei prati)
Oggi pomeriggio al Pian della Mussa (ce n'era piu' che fiori nei prati)
Ma che bisogno c'era di scavar fuori per un'intervista Marcello Pera, uno degli uomini piu' inutili e meno rimpianti della storia universale?
Le norme del governo sugli insegnanti di sostegno, contenute nella manovra correttiva, stravolgono il disegno della legge 104/92 e di fatto rendono impossibile l'integrazione scolastica degli alunni portatori di handicap (non che per ora fosse facile — ma le cose sono destinate a peggiorare e non poco). Vi invito a leggere e diffondere questa analisi fatta dal Dipartimento Welfare e Nuovi Diritti della CGIL.
"E' autistica, niente cassa disabili".
Notizie di discriminazioni come questa si moltiplicano tutti i giorni.
Il clima feroce di questo paese sta cominciando a far sentire i suoi effetti.
Storie come quella della bambina autistica di Reggio Emilia (il cuore dell'Italia piu' civile!) cacciata dal ristorante di un centro commerciale purtroppo se ne leggono troppo spesso. A noi genitori di autistici fanno un male al cuore che spero non sia difficile capire; vorremmo che i nostri bambini fossero accettati e il pensiero che invece possano essere umiliati e allontanati ci terrorizza. It fino ad ora non ha dovuto subire di queste cose, anche se noi ci siamo ben guardati dal tenerlo chiuso in casa. Certo l'autismo di un figlio isola piu' di quanto si possa immaginare: difficilmente ci si azzarda ad esempio a fare visite in casa di amici, anche se si viene invitati a portarlo da persone gentili e ingenue :-). It comunque non crea troppe difficolta'; e' altamente strambo, ma certo non aggressivo, e noi stiamo molto attenti ad evitare che certe sue abitudini possano danneggiare lui stesso e il resto del mondo. Cosi' lo abbiamo portato un po' dappertutto, evitando ovviamente ristoranti eleganti e luoghi ricchi di oggetti preziosi e fragili…
Ci sono comunque dei posti speciali in cui It e' praticamente a casa. Il piu' importante e' "Le Rondini", "pizzeria con cucina" sita a Torino praticamente in mezzo al mercato di Porta Palazzo, zona della città forse non delle piu' raccomandabili per l'opinione media, ma letteralmente adorata da It.
A "Le Rondini" fanno una pizza strepitosamente buona (specie se — come a It — vi piace quella alta) e vari altri piatti piu' che apprezzabili. Ma la prerogativa per cui ci piacciono e' che sono tutti molto gentili e hanno imparato che a It vanno portate velocemente la sua coca e la sua pizza margherita, perche' la pazienza e' poca. D'altronde e' una gentilezza particolarmente apprezzabile perche' discreta e sorridente, di fronte alle stranezze del nostro figliolo. It e' talmente a casa sua che — una volta che ci hanno dato un tavolo in un posto diverso dal solito — ha piantato una bizza che non finiva piu', fino a che non ci siamo spostati in un tavolo nella zona lecita, per la verita' spiazzando un po' il cameriere di turno. Un po' avventurosamente, ma riusciamo a mangiare anche noi grazie alla notevole celerita' del servizio, il che e' un grande successo.
La faccenda si chiude sempre con un bel giro della piazza, che appunto e' uno dei luoghi preferiti di It. Dimenticavo: il pizzaiolo a vista e' uno spettacolo che It gradisce moltissimo come antipasto.
Insomma, possiamo veramente ringraziare "Le Rondini" e tutti quelli che ci lavorano perche' esiste un posto in cui sentirci a nostro agio. L'unico problema e' che It riesce a raggiungerlo praticamente da qualunque parte del centro di Torino e, quando ha preso la corsa in quella direzione, e' difficile fermarlo spiegandogli che alle quattro del pomeriggio e' improbabile che ci diano una pizza!
P. S. del Ratto, 27 giugno. It alle Rondini stasera (si', si trova irresistibilmente bello):
Sono troppo schifato per commentare.
Vorrei soltanto che i responsabili pagassero caro — ma veramente caro.
Qualche tempo fa Waldorf ha parlato delle fotografie di Gihan Tubbeh, vincitore del World Press Photo Award con un servizio sulla giornata di un bambino autistico: belle foto, diceva Waldorf giustamente, ma viziate dagli stereotipi sull'autismo come disgrazia.
Jeff Ebert fa il fotografo ad Oak Park, Illinois, ed e' padre di Sasha, un bambino autistico di cinque anni — e le sue foto trasmettono un messaggio ben diverso. Il suo progetto "Autism says 1000 words" ritrae alcuni bambini autistici in tutta la loro vitalita' e in tutto il loro splendore:
Probabilmente Jeff non vincera' mai il World Press Photo Award — ma personalmente io riconosco It molto piu' in questi bambini che nelle immagini di Tubbeh.
Ma non e' questa la sola buona idea di Jeff. Invece di limitarsi a guardare (e fotografare) i bambini autistici per raccontarli dal punto di vista di un adulto neurotipico, ha dato loro la macchina fotografica, perche' fossero loro a far vedere il loro mondo dal loro punto di vista. Le persone autistiche sono spesso dotate di un'attenzione visiva molto intensa e molto particolare — che non necessariamente si traduce in una capacita' di esprimere a parole quello che vedono. L'idea di Jeff e' che possano raccontarcelo visivamente. La storia e' qui — e i primi risultati sono qui. Nessuna di queste foto sarebbe finita sulla copertina di Life, beninteso: ma molte hanno una prospettiva interessante — e tutte dicono qualcosa del bambino che le ha scattate.
Scrivero' a Jeff Ebert per avere consigli, perche' sono convinto che capiremmo tante cose in piu' del nostro It, se lui potesse raccontarci con le foto quel che vede e come lo vede.
Ho detto la mia sui temi in discussione su If no(w) Europe.
L'Osservatore Romano ha dedicato un livoroso articolo alla morte di Saramago, mostrando la caratteristica mancanza di rispetto e di carità che la Chiesa cattolica dispensa sui portatori di idee e di etiche diverse. Su La Stampa, il teologo spagnolo Juan José Tamayo dimostra che si puo' scrivere da una prospettiva cattolica sullo stesso argomento senza mancare di rispetto a un morto e senza che le differenze di visione del mondo si trasformino in disprezzo per le persone.

Oggi a Roma (all'Hotel Quirinale alle ore 18) viene presentato un volume di scritti in memoria di Paolo Zocchi. E' un bel modo di ricordarlo, cercando di mettere in campo riflessioni per il futuro. Non ce la faro' ad esserci di persona — ma ci sono con il cuore e con il cervello.
C'e' anche un mio contributo sull'importanza del web 2.0 per la comunicazione (e la liberazione) delle persone autistiche.
In Italia e magari anche negli altri paesi, le tette in specie, ma anche altri salienti parti anatomiche femminili vengono utilizzate per vendere un po' di tutto. Credevo di aver visto piu' o meno il possibile in questo campo (che so, il mitico silicone sigillante della Saratoga), finche' non sono stata colpita dalla pubblicità di una marca di cibo per cani e gatti, esaltata per la sua naturalita'. La campagna fa riferimento all'amore (per gli animali domestici, si suppone ma visto il contesto viene un sospetto di zoofilia) e mostra appunto le tette di una modella con maschera da gatto, che se non altro non sembrano troppo rifatte. Fatto sta che, natura o non natura, con le tette ci danno anche questi dei croccantini e dei bocconcini .

Spero che questo sia veramente il fondo, perche' personalmente sono esasperata dalla ipersessualizzazione (tutta a spese delle donne) nella pubblicita'.
Forse abbiamo un motivo per volere un iPad.
Finora non ne avevamo sentito proprio nessun bisogno, ma a quanto pare funziona molto bene come supporto alla comunicazione e all'apprendimento dei bambini autistici.
ἓν παρ' ἐσλὸν πήματα σύνδυο δαίονται βροτοῖς
ἀθάνατοι. τὰ μὲν ὦν
οὐ δύνανται νήπιοι κόσμῳ φέρειν,
ἀλλ' ἀγαθοί, τὰ καλὰ τρέψαντες ἔξω.
Per un bene due mali insieme danno ai mortali
gli immortali. A questo
non sanno far fronte gli inetti,
ma i migliori si', mettendo in mostra quel che c'e' di bello.
Pindaro, ovviamente — il *mio* Pindaro.
Siamo stati all'estero per qualche giorno e — come sempre — ne abbiamo approfittato per disintossicarci dalle notizie del mondo e dell'Italia. E' una delle parti piu' importanti del prendersi una vacanza, per noi.
Quindi non ho spauto quasi nulla della vicenda dell'attacco israeliano alla flottiglia di navi che intendevano forzare il blocco imposto a Gaza. Ho letto le notizie oggi, al mio ritorno, cercando di capire piu' che altro tramite il NYT e Ha'aretz (i giornali italiani non ho la forza di leggerli — e confido nella loro assoluta inutilita'). Quel che penso e' stato scritto molto meglio di come potrei mai fare io da persone la cui comprensione della situazione in Israele e' fuori discussione: David Grossman su Ha'aretz:
No explanation can justify or whitewash the crime that was committed here, and no excuse can explain away the stupid actions of the government and the army. Israel did not send it soldiers to kill civilians in cold blood; indeed, this is the last thing it wanted. And yet, a small Turkish organization, fanatical in its religious views and radically hostile to Israel, recruited to its cause several hundred seekers of peace and justice, and managed to lure Israel into a trap, precisely because it knew how Israel would react, knew how Israel is destined and compelled, like a puppet on a string, to react the way it did.
How insecure, confused and panicky a country must be, to act as Israel acted! With a combination of excessive military force, and a fatal failure to anticipate the intensity of the reaction of those aboard the ship, it killed and wounded civilians, and did so – as if it were a band of pirates – outside Israel’s territorial waters. Clearly, this assessment does not imply agreement with the motives, overt or hidden, and often malicious, of some participants in the Gaza flotilla. Not all its people are peace-loving humanitarians, and the declarations of some of them regarding the destruction of the State of Israel are criminal. But these facts are simply not relevant at the moment: such opinions, so far as we know, do not deserve the death penalty.
Israel’s actions yesterday are but the natural continuation of the shameful, ongoing closure of Gaza, which in turn is the perpetuation of the heavy-handed and condescending approach of the Israeli government, which is prepared to embitter the lives of a million and a half innocent people in the Gaza Strip, in order to obtain the release of one imprisoned soldier, precious and beloved though he may be; and this closure is the all-too-natural consequence of a clumsy and calcified policy, which again and again resorts by default to the use of massive and exaggerated force, at every decisive juncture, where wisdom and sensitivity and creative thinking are called for instead.
And somehow, all these calamities – including yesterday’s deadly events – seem to be part of a larger corruptive process afflicting Israel. One has the sense that a sullied and bloated political system, fearfully aware of the steaming mess produced over the years by its own actions and malfunctions, and despairing of the possibility to undo the endless tangle it has wrought, becomes ever more inflexible in the face of pressing and complicated challenges, losing in the process the qualities that once typified Israel and its leadership — freshness, originality, creativity.
Thus, the only way for Israel to edge out Hamas would be to quickly reach an agreement with the Palestinians on the establishment of an independent state in the West Bank and Gaza Strip as defined by the 1967 borders, with its capital in East Jerusalem. Israel has to sign a peace agreement with President Mahmoud Abbas and his Fatah government in the West Bank — and by doing so, reduce the Israeli-Palestinian conflict to a conflict between Israel and the Gaza Strip. That latter conflict, in turn, can be resolved only by negotiating with Hamas or, more reasonably, by the integration of Fatah with Hamas.
Even if Israel seizes 100 more ships on their way to Gaza, even if Israel sends in troops to occupy the Gaza Strip 100 more times, no matter how often Israel deploys its military, police and covert power, force cannot solve the problem that we are not alone in this land, and the Palestinians are not alone in this land. We are not alone in Jerusalem and the Palestinians are not alone in Jerusalem. Until Israelis and Palestinians recognize the logical consequences of this simple fact, we will all live in a permanent state of siege — Gaza under an Israeli siege, Israel under an international and Arab siege.
Hanshel Pfeffer ancora su Ha'aretz:
The real blame lies with successive Israeli governments and the broad public that are not brave enough to end the 42-year-old occupation and prefer instead to throw the army at the problem. As good as our army is, the result will only be more and more bloodshed. So how do we deal with it? By convincing ourselves that we are the moral ones and everyone else just wants to kill us.
If only we had some real friends, friends we could trust implicitly, who could point out the error of our ways. This could be the shining moment of the Jewish Diaspora. They love us, but they also see things from another perspective. We need a strong, unified voice from the Jewish leadership in the United States and Europe telling Israelis enough is enough, you are hurtling down the slippery slope of pariahdom and causing untold damage to yourselves and us. Lift your heads above the ramparts and see that the world has moved on.
Instead, we find the establishment of the Jewish world crouching with us in the bunker.
[...]
When the history of the Jewish people in the early 21st century is written, the conclusion will be unavoidable. In its hour of need Israel was let down by the Diaspora.
I wish I could end on a note of optimism; I wish I could point out a psychological mechanism that will unblock Israel’s leadership from fear and self-righteousness. But I share David Grossman’s despair. All that is left for those of us who want to save Israel from itself – whether Israelis, Jews in the Diaspora or gentiles – is to continue the call to reason, even if we don’t know if, when and how it will be heard.
Qui, nel piccolo di The Rat Race, si vorrebbe fare almeno questo, continuare a fare appello alla ragione.