Qui si porta il lutto per Viareggio.



Un po' alla volta qui si stanno cominciando a trasferire i vecchi post
(per i commenti ci vuole piu' tempo)



giovedì, 25 giugno 2009
E se fosse vero?
Nelle categorie: Emigrare?, Ma vaffanculo! — Scritto dal Ratto alle 8:58 pm

(dal Corriere della Sera)


Una bellissima idea, secondo me.
(via La Stampa di carta, pag. 39 dell'edizione di oggi 25 giugno 2009)



La vicenda e' stata orribile — e ancora oggi ci colpisce come un fatto personale — ma a quanto pare c'e' un giudice a Berlino Torino



martedì, 23 giugno 2009
Cinque in condotta
Nelle categorie: Ma vaffanculo! — Scritto dal Ratto alle 1:45 pm

Ieri avevo la radio accesa mentre andavo in macchina da una riunione all'altra e ho captato un frammento di una discussione sul voto di condotta, in cui un esponente del governo (credo un sottosegretario all'istruzione) proclamava con grande enfasi che la scuola deve insegnare prima di tutto la responsabilita' ai ragazzi e che sanzionare con il cinque in condotta i comportamenti inaccettabili e' quindi necessario, oltre che educativo.
Il capo dello stesso governo trimalcioneggia, nel frattempo, tra donnine, coretti scemi e lascivie assortite — che nessuno si prende la briga di smentire per davvero — e che i servi di turno derubricano a gossip. In nome della stessa cultura della responsabilita', immagino.


giovedì, 18 giugno 2009
Anche noi siamo orgogliosi
Nelle categorie: English digest, It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 1:26 pm

Non ci siamo consultati prima — e Waldorf mi ha bruciato sul tempo, pero' dice che dovrei pubblicare anche il mio post…

Per una ironica coincidenza, il 18 giugno e' il secondo anniversario del giorno in cui It ha avuto la sua prima diagnosi di disturbo pervasivo dello sviluppo — ed e' anche il giorno dell'orgoglio autistico — almeno per le comunita' del mondo anglosassone in cui la difesa dei diritti delle persone autistiche e' molto piu' avanti che da noi.
Personalmente non so se di per se' ci sia motivo di essere particolarmente orgogliosi di essere autistici. Non lo so perche' — come direbbe RdM — "non ho l'onore"; ma anche perche' non sono troppo convinto che una condizione genetica — di cui la persona non ha alcun merito ed alcuna responsabilita' — possa essere ragione di orgoglio; piu' in generale, essere orgogliosi del proprio corredo genetico puo' condurre su una china pericolosa, se sconfina nella convinzione di essere migliori degli altri. Essere orgogliosi del proprio autismo, in questo senso, non e' necessariamente meglio che essere orgogliosi del colore della propria pelle.
Su un altro piano, pero', credo che le persone autistiche abbiano diritto di essere orgogliose di se stesse — come chiunque altro, non meno di chiunque altro. E in questo senso di un Autistic Pride c'e' bisogno: perche' bisogna sradicare l'idea che gli autistici sono *sbagliati* — che sono una sciagura per se stessi e per coloro che hanno intorno. Perfino le associazioni di tutela, qui da noi almeno, finiscono per essere succubi di un cliché negativo sugli autistici — l'autismo e' una disgrazia, e' una condizione che menoma irrimediabilmente le persone che ne sono colpite ed e' una catastrofe che riduce le famiglie alla disperazione e alla disgregazione, ecc. ecc. (cito come esempio un agghiacciante documento ufficiale di Autism Europe, riportato pari pari in numerosi siti di associazioni di genitori, a partire dall'ANGSA Lombardia). Invece dovremmo riconoscere il valore delle persone per quello che sono — e celebrarlo.
Inutile negarlo: i giorni di due anni fa sono stati duri. It stava passando il momento bruttissimo della regressione, era arrabbiato, spaventato, triste — incomprensibile. Noi ce lo vedevamo cambiare — in peggio, in qualcosa di ignoto — davanti agli occhi — e non avevamo strumenti per capire. Quando abbiamo cominciato ipotizzare che It fosse autistico — e' stato come se qualcosa di terribile e di definitivo ci si fosse abbattuto addosso. Perche' l'immagine dell'autismo che viene presentata a chi non ne sa nulla e' quella di una malattia devastante, che annulla le persone, che le chiude in un mondo orribile e ristretto. Che angoscia, pensare che il nostro povero bambino — cosi' solare, cosi' bello, cosi' perfetto — potesse essere travolto da una cosa del genere. I neuropsichiatri non sono stati piu' confortanti — tutti tesi a spiegarci che nostro figlio non ci avrebbe mai manifestato amore o attaccamento, che non ci vedeva nemmeno come persone — e cosi' via (non credo che fosse insensibilita' e nemmeno impreparazione: credo che ci sia — in questi casi — una sorta di bisogno professionale di preparare le famiglie al peggio: ma il risultato e' che rimandi a casa dei genitori sconvolti).
Poi un po' alla volta — molto grazie alle letture in rete, che ci hanno fatto vedere una prospettiva diversa e persone autistiche e famiglie tutt'altro che devastate (se c'e' una cosa di cui la comunita' autistica dev'esser fiera e' proprio questa), molto grazie a It, che gradualmente tornava ad essere il bambino felice di essere al mondo che conoscevamo — ci siamo resi conto che l'autismo puo' creare una montagna di problemi e di ostacoli, ma che non e' la fine della vita — e non e' nemmeno una condanna a una vita infelice — ne' per It ne' per noi. It e' un bambino bellissimo — di una sua peculiare bellezza –, ha una capacita' sorprendente di comunicare anche senza parlare, ha un carattere affettuoso e forte, un modo singolare ed affascinante di leggere il mondo e di farcelo vedere: e l'autismo e' un tratto inseparabile e costitutivo della sua personalita'. Non sappiamo se It e' orgoglioso di se stesso — ci pare per lo meno che stia bene nei suoi mocassini — ma noi siamo certamente orgogliosi di lui. In questo senso — si' — e' bello ed e' giusto che ci sia una celebrazione dell'orgoglio autistico: e vorremmo che tanti, anche qui in Italia, imparassero a celebrare la bellezza delle persone che hanno un cervello diverso dal nostro.

English digest in a few days


giovedì, 18 giugno 2009
Autistic Pride Day
Nelle categorie: English digest, It, Roba da autistici — Scritto da waldorf alle 9:07 am

Oggi si festeggia l' Autistic Pride Day (roba da Asperger per la verità) e noi privatamente celebriamo il secondo anniversario del nostro incontro con l'autismo. Esattamente due anni fa il primo neuropsichiatra infantile in un ambulatorio di Alessandria ci ha detto con assoluta franchezza (e di questo bisogna ringraziarlo) che il nostro adorato bambino era autistico. Da allora è passata, come si suol dire, un sacco di acqua sotto i ponti. Non è bello ripensare a quei giorni di assoluta confusione, con il mondo che andava avanti senza darti il tempo di elaborare il lutto, di capire. Dovevamo fare qualcosa da subito e l'abbiamo fatto, non so se con efficacia, ma insomma ci abbiamo provato.
Se qualche genitore che vive la stessa nostra condizione di quei giorni di due anni fa passa di qui e legge questo post, vorrei dirgli che sì, è tremendamente duro, è qualcosa da cui non ci si può mai riprendere veramente ed accettare fino in fondo. Non ce n'è neanche bisogno, per la verità, è meglio non pensare troppo e non disperdere le energie facendosi troppe domande. Però ci sono anche un sacco di bei momenti e non bisogna mai scordarsi che i nostri figli sono bambini. Autistici, sì, ma anche con il diritto a vivere una infanzia serena, anche divertendosi nei loro modi un po' strambi.
Buon Autistic Pride Day a tutti quelli che la pensano più o meno come me ma anche a tutti gli altri che si trovano a vivere nell'affascinante (!) mondo dell'autismo.

Today is the Autistic Pride day (which, to be true, is more of an Aspie thing) and we're privately celebrating the second anniversary of our encounter with autism. It was exactly two years ago that the first neuropsichiatrist told us our beloved boy was autistic. Since then many things changed. It's sad to recall those days of utter confusion, with the world going on as usual and no time neither to mourn nor to understand. We had to start doing something immediately — and we did — I don't really know if it worked, but at least we've been trying.
If any parent who is living the same experience reads this post, I'd like to tell him that — yes, it's terribly hard, it's something you'll never really get over. In fact, you don't need to: you have too much to do to ask yourself too many questions. But there are also so many beautiful moments — and you must never forget that our children are — well — *children*. They are autistic, but they have the right to have a happy childhood, to amuse themselves — even if it is in their weird ways.
Happy Autistic Pride Day to anyone who shares my thoughts, but also to all those who are living in the charming world of autism.


giovedì, 18 giugno 2009
"Apertura" o calci nei coglioni?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Pipponi, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 1:30 am

E' tanto che da queste parti non si scrive piu' nulla su Israele. E' che si rischiano contemporaneamente il travaso di bile e la crisi depressiva — e basta e avanza l'Italia per causare questo tipo di patologie. Pero' trovarmi piu' d'accordo con Lia che com MMax mi sorprende a tal punto che non posso fare a meno di provare a spiegare perche'.

La stampa italiana propone in linea di massima un'interpretazione benigna del discorso di Netanyahu (qui la versione integrale — la sola di cui fidarsi, perche' i resoconti giornalistici italiani omettono delle parti molto significative), che sarebbe "un'apertura"ai Palestinesi e alla soluzione dei due stati. Invece per i Palestinesi e' peggio di una scarica di calci nei coglioni ed e' un ostacolo monumentale a qualunque trattativa. Provo a sintetizzare i motivi essenziali:
1. Per Netanyahu il diritto al ritorno degli esuli palestinesi non esiste. Il problema dei profughi deve essere risolto fuori dai confini di Israele e senza la partecipazione di Israele. Sul piano pratico, Netanyahu non dice cose molto diverse da quelle che sono state scritte in tanti piani di pace — e perfino nell'Accordo di Ginevra*: e' evidente che il ritorno puro e semplice di tre milioni di profughi palestinesi significherebbe l'annegamento di Israele, e che quindi una soluzione realistica non puo' che limitare il numero di profughi vi potranno essere accolti. Ma — sul piano negoziale — questa e' la piu' pesante, la piu' dolorosa delle concessioni che i Palestinesi dovranno fare sulla via della pace, e quindi dovra' essere compensata da concessioni altrettanto importanti su temi altrettanto sensibili: di questo nel discorso di Netanyahu non c'e' traccia. Il diritto al ritorno e' cancellato preliminarmente, in cambio di nulla. Anche perche' per il primo ministro vi e' una sostanziale asimmetria nel diritto dei due popoli alla terra: "The connection of the Jewish People to the Land has been in existence for more than 3,500 years. Judea and Samaria, the places where our forefathers Abraham, Isaac and Jacob walked, our forefathers David, Solomon, Isaiah and Jeremiah — this is not a foreign land, this is the Land of our Forefathers"; quanto ai Palestinesi, "the truth is that in the area of our homeland, in the heart of our Jewish Homeland, now lives a large population of Palestinians" (i corsivi sono miei). In questa lettura il diritto e' tutto dalla parte del popolo ebraico, i Palestinesi sono al massimo un accidente storico, si trovano li' senza alcuna ragione** — e quindi e' una benigna concessione permettere loro di autogovernarsi su parte di una terra che di diritto appartiene comunque agli Ebrei.
2. E' abbastanza ovvio quel che ne discende sul tema cruciale dei confini e degli insediamenti israeliani nel West Bank. Netanyahu si guarda bene dal menzionare la Linea Verde come confine internazionale accettato — e nemmeno come base di partenza per un negoziato che preveda scambi territoriali. Cosi' come si guarda bene dal dichiarare che la pace comportera' l'evacuazione di gran parte — se non di tutti — gli insediamenti nel West Bank; anzi, degli insediamenti rivendica il diritto alla "crescita naturale", negando in partenza di poterli realmente congelare nella fase negoziale. Non c'e' una parola contro i coloni degli avamposti illegali che sottraggono sempre nuove terre ai Palestinesi; al contrario, "the settlers are not enemies of peace. They are our brothers and sisters". Si dira' che perfino l'Accordo di Ginevra non prevede lo sgombero integrale degli insediamenti: ma nel momento in cui pretende di cancellare il ritorno dei Palestinesi in Israele, Netanyahu rifiuta di annunciare il ritorno degli Israeliani in Israele. Quale sia il territorio del futuro stato palestinese e' del tutto indeterminato ("The territorial issues will be discussed in a permanent agreement"), non e' detto che debba somigliare al frastagliato arcipelago di Lia, ma non ci sono garanzie che somigli a un'entita' territoriale minimamente sensata come quella prevista a Ginevra.
3. Una certezza territoriale in compenso c'e', nella visione di Netanyahu: Gerusalemme deve rimanere la capitale indivisa dello Stato di Israele. Questo nonostante il significato storico, religioso e nazionale di Gerusalemme per i Palestinesi, nonostante almeno un terzo della popolazione sia palestinese, nonostante una qualche forma di spartizione della capitale sia un aspetto consolidato di qualunque ipotesi di accordo da trent'anni a questa parte. Vi e' d'altronde una perfetta coerenza tra la posizione di Netanyahu e la politica di accerchiamento dei quartieri arabi con insediamenti ebraici che da anni va avanti e che mira a isolare la citta' dalla Cisgiordania. Ma senza una spartizione di Gerusalemme nessun accordo di pace sara' mai praticabile.

[A questo punto dovrei ancora scrivere sulla questione della continuita' territoriale, delle comunicazioni e del controllo dello spazio aereo e marittimo del futuro stato palestinese; del tema della smilitarizzazione dello stato palestinese e della sua protezione; dell'acqua e dell'economia. Tutte questioni su cui il discorso di Netanyahu quando va bene e' reticente e quando va male dice cose che implicano la totale non sostenibilita' dell'ipotetico stato palestinese. Ma sono quasi le due del mattino e il pippone e' gia' abbastanza lungo. Percio' per il momento salto alle conclusioni -- e mi riservo di tornare in argomento tra qualche giorno.]

Insomma — che Netanyahu si dichiari a favore della soluzione dei due stati e' forse significativo vista la sua storia politica e personale: ma e' una dichiarazione smentita dalla selva di limiti e di condizioni poste a contorno — e dalla situazione sul campo: come direbbe MMax, "reality talks".
Per certi versi, quella enunciata da Netanyahu e' di fatto la piu' antisionista delle posizioni, perche' nel momento in cui rende impraticabile il percorso verso i due stati, apre inevitabilmente (non oggi, non domani forse, ma e' solo questione di tempo) la deriva verso la creazione di uno stato binazionale tra il Giordano e il mare: il che, dato che la demografia non perdona, significa la scomparsa di Israele come "homeland of the Jewish people".

* Art. 7, dove pero' e' previsto che Israele accolga parte dei profughi e paghi una compensazione per le proprieta' perdute dagli esuli.
** A ben vedere non sono nemmeno un popolo ("Palestinian people") ma una popolazione ("a large Palestinian population"): quindi un'entita' demografica, non storica e nazionale (cosi' correttamente nota Akiva Eldar su Ha'aretz di qualche giorno fa, purtroppo non piu' online)


mercoledì, 17 giugno 2009
La fai facile tu…
Nelle categorie: It, Ma vaffanculo! — Scritto da waldorf alle 12:15 am

Mi piacerebbe fare la madre che un po' se ne frega e autoassolvermi. Per la verita' spesso metto su meccanismi di autodifesa, cercando di fare cose che mi piacciono o semplicemente di lavorare, ma poi il senso di colpa arriva. Del resto sono piu' di due anni che io e il Ratto non andiamo da nessuna parte se non scortati da It e non so quanto tempo e' che non usciamo a cena. Ma dobbiamo tenere duro in mancanza di molte scelte alternative.
Quindi non voglio giudicare Ayelet Waldman, la madre piu' odiata di America, che dice di amare il marito piu' dei figli e sostiene che in generale i figli lasciati a se stessi crescono piu' felici e indipendenti. Credo che le avrei dato in parte almeno ragione se le cose mi fossero andate normalmente, anche perche' sono reduce dall'esperienza di una famiglia ansiosa e iperprotettiva, che non mi ha proprio convinta molto. Credo anche che abbia ragione dicendo che le madri si giudicano troppo vicendevolmente; c'e' questa tendenza che rischia di sottomettere le donne ad un idolo della maternita' che sacrifica il loro diritto a essere se stesse, a pensare a se stesse.
In passato difendevo con convinzione il diritto a fare la mamma pigra, pensando di potermelo permettere. Ma così non e' stato. E non e' facile o per lo meno giusto allevare dei figli "emarginati", per usare il termine della Waldman, quando hanno i problemi di It. Mi piacerebbe che la Waldman provasse a applicare le sue teorie al nostro caso. Mi sa che i suoi figli sono di quelli che si crescono da soli. It invece ha bisogno di parecchio aiuto e quando (quasi sempre) penso di non dargliene a sufficienza il senso di colpa arriva. E nessun libro postfemminista potra' farmi stare meglio, anche se invece potra' fare molto bene alle tasche della sua autrice. Che magari sta prendendo tutti per i fondelli.


Un po' alla volta qui si mette ordine nel blogroll e nei link. Abbiate pazienza.



Sto faticosamente scrivendo un pippone sul discorso di Netanyahu. Nel frattempo rimando a questo articolo di Yossi Alpher.
(da Bitterlemons)



domenica, 14 giugno 2009
Torino (non) prende il volo* — i nostri soldi si'
Nelle categorie: It, Ma vaffanculo!, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 6:03 pm

A It piacciono parecchio gli aerei. Ogni volta che ne sente passare uno e' li' naso all'aria che cerca di vederlo — e ne segue la rotta con la testa rovesciata in su, le mani che sfarfallano, la risata che prorompe — insomma un autistico tripudio.
Cosi', pensando di farlo divertire, abbiamo deciso di portarlo alla giornata conclusiva dei World Air Games, che si sono tenuti qui a Torino dal 6 al 14 giugno. Erano previste diverse manifestazioni acrobatiche, concluse dall'esibizione dell'Eurofighter e dalle Frecce Tricolori. Il biglietto era piuttosto salato — 22 euro — ma in proporzione al programma ci si poteva stare.
Peccato che sulla Busiarda di stamani sia comparsa (in cronaca di Torino, pag. 71, non online) in una riga tra parentesi, senza alcuna evidenza, la notizia che le Frecce Tricolori non ci sarebbero state e l'Eurofighter nemmeno. Altre attrazioni avrebbero (forse) compensato le assenze.
Cosi' oggi pomeriggio, sotto il sole delle tre, It e io siamo partiti in bici per andare al campo volo dell'Aeritalia. Dove — in una vampa soffocante — siamo stati a guardarci qualche aeroplanino da turismo che faceva le acrobazie sulle teste del pubblico. It si e' divertito parecchio lo stesso, prima di soccombere al caldo e di riaccompagnarmi deciso deciso alla bici; ma il programma non era che una pallida ombra delle promesse e non valeva nemmeno meta' del prezzo del biglietto.
Viene da chiedersi: e' solo cattiva organizzazione (e gia' sarebbe grave) o ci hanno provato? E' difficile pensare che gli organizzatori delle "Olimpiadi dell'Aria" siano cosi' sprovveduti da non sapere in anticipo che l'aeroporto scelto non era abilitato a far decollare aerei a reazione (cosi' il sito dei giochi, letto ieri sera: Non potrà essere presente la nostra pattuglia acrobatica nazionale, le Frecce Tricolori, a causa delle disposizioni a tutela della sicurezza aerea e terrestre, che impongono per i jet margini più ampi di quelli dell'Aeroporto di Torino Aeritalia di Collegno). Come dire, rimane in bocca uno spiccato retrogusto di fregatura…

* "Torino prende il volo" era lo slogan un po' pretenzioso della manifestazione.


giovedì, 11 giugno 2009
Ci manca
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:41 am


Se questo articolo di Giannini dice la verita', allora non hanno capito niente.



Fossi a Roma l'11 giugno, io qui ci andrei.



Alle dieci domande di Gramellini, temo che la gran parte degli Italiani risponderebbe con nove si' e un no.



Oggi a New York apre la prima sezione del parco della High Line.
Qui c'e' il sito, qui il blog — e qui il photogroup su Flickr. Meritano un giro.



martedì, 9 giugno 2009
Evaristo e Casimiro
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:45 am

Il Pd ha perso rispetto al 2008 un elettore su tre — a voler essere clementi uno su cinque sulle europee del 2004 (elaborazione mia su dati del Viminale); a Firenze (e perfino a Prato) si va al ballottaggio per la prima volta da quando c'e' l'elezione diretta dei sindaci*; in Piemonte stanno tenendo (e anche qui al ballottaggio) solo Torino e forse Alessandria; in Lombardia cadono tutte le province governate dal centrosinistra; l'emorragia non solo verso Di Pietro, ma perfino verso le listine suicide della sinistra radicale si conta in oltre un milione di voti complessivamente.
Eppure a quanto pare in casa del PD si respira una moderata soddisfazione per il risultato elettorale. A me ricorda un vecchio Carosello con Franco e Ciccio — quello che finiva "Nonostante tutte le botte che hai preso, hai sempre una buona cera":

Qualche ragionamento piu' serio e organico sui numeri di queste elezioni lo faro' tra un paio di giorni, tabelle alla mano e fiato permettendo.

* Ho scritto una stronzata (mai andare a memoria): anche a Domenici, la volta scorsa, era toccato il ballottaggio, ed era stata considerata una sorta di umiliazione nazionale per la sinistra toscana.


lunedì, 8 giugno 2009
Autism: The Musical
Nelle categorie: Cinema e TV, It, Love the Bomb, Pipponi, Roba da autistici — Scritto da waldorf alle 7:09 am

Devo chiedere preventivamente scusa per questa specie di incrocio tra una recensione e uno sfogo personale.

In genere i film sull'handicap presentano storie eroiche di persone che superando incredibili ostacoli riescono in grandi cose, storie alla Pistorius per intenderci. Con una disabilita' come l'autismo questo e' parecchio più difficile; gli autistici non sono soggetti proprio facilmente piegabili alle regole della retorica cinematografica, specie americana, in quanto assai poco sensibili agli obiettivi cui sono sensibili i normali. Cosi' anche nel primo e piu' famoso film su di un autistico, Rain Man, il protagonista, pur dimostrando sbalorditive competenze matematiche, sbanca un casino' facendolo pero' piu' o meno involontariamente.
Autism: The Musical, un documentario della celebrata rete americana HBO (quella di Sex and The City del bellissimo The Wire, per intenderci) in parte vuole proprio raccontare la storia di un gruppo di bambini autistici che riesce in un'impresa impossibile, quella di mettere in scena un musical, sembra di capire proprio sull'autismo. Non per niente la faccenda va sotto il nome (uno zinzino ambizioso) di "Miracle Project"…
Alla guida della compagnia si trova Elaine aka "Coach E", la madre di uno di loro, un bambino russo adottato, Neal, di circa 10 anni, affetto da una forma di autismo piuttosto severo. Gli altri protagonisti sono Adam, un 8enne che suona il violoncello, Henry, Asperger appassionato di dinosauri (figlio niente di meno che di Stephen Stills dei Crosby, Stills and Nash), Wyatt, un altro — sembra — Asperger dalla sbalorditiva autoconsapevolezza, e Lexi, una 14enne ecolalica, però piuttosto brava nel canto.
In realta' del musical e di come vengano affrontate tutte le possibili difficolta' dell'impresa (mi sembra allucinante anche la sola idea di trattenere in una stanza una masnada di autistici) nel film si vede piuttosto poco e da questo poco si ha l"impressione che in molto siano intervenuti gli adulti per supportare sulla scena i bambini. Ci sono poi alcune scene di isteria prima dello spettacolo, che credo si verifichino in ogni saggio di danza o analoghi che si tenga sulla faccia del globo, anche se qui ovviamente assume connotati un po' piu' seri.
Il documentario quindi parla soprattutto dei cinque bambini protagonisti, delle loro storie e di quelle dei loro genitori.
Non e' stata per me una visione ne' facile ne' rassicurante. Il tono generale del documentario, derivante direttamente dai genitori, e' che avere un figlio autistico e essere autistico e' una tragedia. Una frase tipica e' detta proprio da Elaine: "Il mondo per un bambino autistico e' un posto triste e spaventoso". L'insegnante di sostegno di Adam poi scuotendo la testa si chiede cosa sarebbe quel bambino (che sembra veramente un tipo in gamba) se non fosse autistico. La madre di Lexi racconta di come e' caduta in depressione per via dell'autismo della figlia.
Devo dire che avrei voluto entrare nel film e litigare con questa gente. Si', i vostri bambini sono autistici, e' un gran casino, ma sono belli, sanno fare un sacco di cose e potrebbero godersi la vita, con i dinosauri e quant'altro, se non gli trasmetteste la sensazione che tutto e' terribile, che li vorreste normali, che siete angosciati per il loro futuro.
Nel documentario manca piu' o meno assolutamente il senso dell'umorismo e qualunque persona normale che lo guardera' si commuovera', certo, ma forse non capira' fino in fondo la bellezza di questi bambini.
E loro invece sono proprio belli e a volte anche buffi e divertenti. Certo il mondo che li circonda non e' fatto per capirli e accoglierli.
Mi ha impressionato il fatto che Wyatt, un bambino che faceva discorsi di una profondita' assai difficile da riscontrare in un adulto medio, sia considerato sulla base dei test sostanzialmente un ritardato.
Pero' dobbiamo cominciare noi genitori a scoprire quello che c'e' di bello in loro, perche' nessuno altrimenti lo verra' a sapere, nemmeno i nostri bambini, che sono autistici si', ma mica scemi. E che loro non sentano di essere belli e speciali, questo si' che e' un dramma.
Comunque, se vi capita, guardatelo Autism: The Musical; gira su Cult, il canale sofisticato del gruppo Fox in una rassegna dal titolo irritante come "L'elogio dell'imperfezione" (e che, gli esseri umani "normali" sono dei perfetti che possono permettersi di guardare con condiscendenza agli altri?).
Ma guardatelo per i bambini, che sono veramente uno spettacolo. E non date troppa retta ai genitori, le cose sono assai meglio di come dicono loro.


sabato, 6 giugno 2009
Che scoperta — siamo stressati
Nelle categorie: It, Love the Bomb, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 4:54 pm

Oggi pomeriggio It e' particolarmente irrequieto: non si e' addormentato dopo pranzo — e quindi da un lato ha sonno, dall'altro e' piu' frenetico del solito, come gli capita spesso quando e' stanco. Percio' passa incessantemente da una cosa all'altra, iniziando cento attivita', saltando da un angolo all'altro, scagliando un po' di tutto — in sostanza impedendoci di fare qualunque cosa che non sia arginarlo, cercare di dare una direzione a quel che fa — o piu' banalmente corrergli dietro (le ultime due scoperte del pomeriggio, tanto per dire: che gli piace lavarsi [meglio: farsi lavare] i denti — e che vuole tagliarsi i pezzi di focaccia da solo con il coltellaccio del pane). Percio' questo post l'ho letto a spizzichi e bocconi e non sono certo di averlo capito fino in fondo — ma qui si concorda in pieno — sullo stress, sul'ovvieta' dello stress — e soprattutto sul resto:

As much as life with Charlie can be a bit of a (may as well say it) high-stress experience, I don't wish only to make it sound like that is all there is to it; that life raising a child like Charlie is "so stressful" that it would be better not to have to do it.
Jim and I like being Charlie's parents. We like taking care of him, and for all of those (tune up the violins) reasons: We're better people. We've changed a lot. We've discovered things about ourselves that we thought we could never do. We've learned things about the world we'd never have known, had experiences (of love, joy, sorrow) we never would have had otherwise. Things with Charlie have been unexpectedly extra challenging lately, but we still know that life with Charlie is a good life—extra-stressful, all right, and extra better too.


venerdì, 5 giugno 2009
Avevo l'auto blu (e non ci ho portato Apicella)
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 1:52 pm

Nella mia breve e non particolarmente brillante carriera politica sono stato uno dei tanti a beneficiare dell'auto blu. E' un privilegio — e nemmeno piccolo — ma non sono d'accordo con chi lo contesta e con chi elogia i politici che ne fanno a meno e vanno in giro con i mezzi propri. E' banalmente una questione di uso proficuo del tempo: se guido non posso lavorare; se guida qualcun altro il viaggio puo' essere dedicato a leggere dei documenti, a preparare una riunione, a telefonare a questo e a quello — insomma a fare il mestiere per cui il politico e' pagato — il che mi sembra piu' utile che fargli fare l'autista di se stesso.
Detto questo, ricordo bene che le regole per l'uso dell'auto blu erano rigidissime. Non poteva usufruire dell'auto nessuno che non avesse una qualche funzione ufficiale nell'Ente; non si poteva usare l'auto se non per andare dalla sede dell'Ente a quella di una riunione di lavoro; non era nemmeno permesso farsi prendere o riportare a casa dall'auto blu. Viene da chiedersi perche' queste regole valessero (e fossero fatte giustamente valere con una notevole rigidita') per un signor nessuno della politica come me — ma non si applichino al Signore degli Aracnidi.


giovedì, 4 giugno 2009
Opzione zero
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 8:38 am

Come milioni di altri elettori, ho ricevuto ieri mattina questa lettera di Romano Prodi che invita, nonostante tutto, a votare per il PD alle prossime europee. Si potrebbe fare qualche considerazione sul tono secco secco e men che entusiasta della missiva, ma lascio perdere. Provo invece a spiegare perche' non accogliero' quell'invito, pur essendo stato uno dei fautori del Partito Democratico fin dal 1995 — e pur continuando a pensare che se l'Italia ha una speranza non puo' venire che di li'.
Le mie scelte elettorali andranno il piu' possibile nella direzione di una sorta di opzione zero della politica — il no (tra l'incazzato e il disperato) a tutte le alternative poste in campo*.
Il fatto e' che il PD in questo momento non e' niente. Al di la' del meritorio sforzo di Franceschini, che ha fatto una buona campagna elettorale, al di la' del positivo silenzio di Rutelli e dei teodem**, che se non altro ha ridotto l'inquinamento, il PD continua a essere quello di prima, cioe' un contenitore di correnti senza un pensiero, senza un'identita' e un progetto riconoscibile — senza un denominatore comune minimo nemmeno sui temi essenziali: la laicita' dello stato, la scuola pubblica, l'accoglienza dei migranti, i diritti civili. Non si e' liberato di un gruppo dirigente responsabile della catastrofe — sono ancora tutti li' — per ora mandano avanti Franceschini, sperando che si faccia spennare al posto loro — poi ricominceranno a far casino come prima (o — se saremo molto fortunati — se ne andranno ognuno per la sua strada). Quel che e' peggio, un partito che e' nato per superare la contrapposizione tra riformismo di sinistra e riformismo cattolico e' ostaggio di un ritorno prepotente all'identitarismo cattolico come asse portante della politica. Infine — continua ad essere un partito incapace di dare messaggi, idee, voce e anima all'opposizione che pure da qualche parte in questo paese c'e' ancora. Ecco — per un partito inutile come questo io non posso votare. Con sofferenza, perche' e' stato il mio partito prima ancora che nascesse — ma no grazie. Alle europee andro' al seggio e votero' scheda bianca***. Sperando di essere tantissimi a farlo. Sperando di travolgere con un'astensione di massa il gruppo dirigente di questo partito — e di far piazza pulita per poter ripartire. Non votero' il PD per spirito di servizio verso l'idea che il PD aveva in se' — e che gli attuali leader hanno dilapidato e demolito. Spero che di loro non resti in piedi nessuno — e che nello spazio vuoto si possa cominciare a ricostruire un progetto di governo di questo paese — se non e' (come temo) troppo tardi.
Discorso diverso e' quello delle amministrative. Qui — sul terreno delle cose concrete — si deve ancora costruire la linea di difesa dal rischio della marea di destra. Scegliendo caso per caso — e cercando di non premiare troppo chi non se lo e' meritato. Nel nostro caso specifico, non votero' al primo turno delle Provinciali di Torino, perche' ne' il PD ne' Saitta mi hanno convinto nella passata amministrazione: ma se il centrosinistra non vincera' al primo turno non gli faro' mancare il mio voto al ballottaggio. Se fossi a Firenze pero', di fronte alla candidatura del "nuovo" Matteo Renzi, un pensierino a votare per Valdo Spini lo farei.
Il referendum, infine: sono contrario alla pratica di far mancare il quorum per liberarsi dei quesiti elettorali indigesti. D'altronde sono convinto che la riforma che uscirebbe da una vittoria dei si' sarebbe perfino peggiore dell'attuale grottesco sistema elettorale. E trovo che tra le colpe del PD ci sia anche quella di aver scriteriatamente appoggiato un referendum dai contenuti pericolosi solo perche' si spera di gettare scompiglio nel campo avverso. Percio' devo ancora decidere se rifiutare la scheda o votare no. Ma anche di questo il gruppo dirigente del PD porta responsabilita' precise.

* Ovviamente degli aracnidi e dei baciapile variamente assortiti non val nemmeno la pena di parlare. Sono il nemico — e basta. E dico il nemico, non l'avversario.

** Sarebbe stato troppo bello — scopro che Rutelli ha parlato — per affermare ancora una volta una posizione incompatibile con quella della maggioranza del partito — e tanto per cambiare una posizione stupida e sbagliata.

*** No, per quegli altri pezzi e bocconi di sinistra non posso proprio votare. Non mi piacevano prima, non mi piacciono adesso — e trovo davvero surreale la loro capacita' di dividersi su cose che forse non capiscono nemmeno piu' loro — almeno si dividessero per le poltrone, ma nemmeno quelle prenderanno — vanitas vanitatum.

P. S. Gia' che avete letto il mio pippone fin quaggiu', leggetevi anche quel che dice MMAX, che ha piu' dubbi di me, ma mi sembra orientato grosso modo alla stessa maniera.


mercoledì, 3 giugno 2009
I tigli e la scuola che non finisce mai
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:21 pm

Davanti alla mia scuola elementare c'era un viale di tigli, come tanti. Gli ultimi giorni di scuola, certo i più belli, erano associati al persistente odore degli alberi in fiore, forse un po' forte ma in fondo gradevole specie se appunto segnale di un evento lieto. Erano giorni veramente spensierati, in cui andare a scuola non mi faceva fatica, perché ormai era stato tutto detto e scritto e c'era solo il sapore, stavolta leopardiano, di una specie di prolungato sabato del villaggio.
Negli anni quell'odore mi è rimasto, con meccanismo che è inevitabile ahimè definire proustiano, ricollegato ad una indefinibile sensazione di felicità che provo non solo prima di aver capito che viene dall'olfatto, ma addirittura di aver realizzato che nei paraggi ci sono dei tigli in fiore.
Ora davanti alla nostra casa di Torino tante piante di tigli costeggiano la strada. E tornando a casa un pomeriggio sono stata colpita di nuovo da quella strana felicità. Non ci è voluto molto per realizzare che era un felicità ingannevole, che ormai la scuola non finisce più, che i doveri, le responsabilità e i problemi ci sono tutti i giorni dell'anno; in questi momenti mi sembra di essere Nanni Moretti in Palombella Rossa che urla rimpiangendo i pomeriggi di maggio passati a giocare al pallone. E' in queste occasioni che mi capita di provare una certa nostalgia per l'infanzia, che pure non ricordo con grande piacere. Preferisco però dover pagare quel breve momento di felicità sensoriale con un po' di amarezza piuttosto che rinunciare per sempre a quei pochi secondi in cui ogni anno, torno a frequentare la quarta elementare.


martedì, 2 giugno 2009
Abiezione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:12 pm

Pannella e i Radicali vanno in giro con la stella di David appuntata sui vestiti per protestare contro la scarsa esposizione mediatica che ricevono in questa campagna elettorale.
Lasciatela stare, la stella gialla. La gente e' morta per la stella gialla. A milioni.
Voi vi lagnate per avere qualche secondo di attenzione in piu' sul TG1. Vergognatevi.

P. S. Lo aveva detto meglio di me (che ovvieta') Elena Loewenthal sulla Stampa del 28 maggio — e mi era colpevolmente sfuggita; qui la replica (inconcludente) di Pannella e la controreplica — del tutto condivisibile — della Loewenthal.


martedì, 2 giugno 2009
Un ponticello su un fiume di guai?
Nelle categorie: It, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:28 pm

Abbiamo trascorso quasi tutto il ponte del 2 giugno in Toscana dai parenti e i guai non sono certo mancati… cominciando dal traffico che credevamo almeno in parte di avere eluso partendo il sabato piuttosto che il venerdì per poi invece trovarci in coda quasi ininterrotta da Ovada a Firenze Sud. C'è stato poi il clima che ha funestato noi come molti altri. Solo che non prevedendo la pioggia siamo partiti senza l'apposita attrezzatura specie per It. Ed è stata molto dura lottare con lui che voleva evadere per saltare a pie' pari nelle pozze e arrampicarsi sui giochi bagnati senza neanche un impermeabile… per la verità ho dovuto concedergli di farlo almeno un po', dato che con autistica ostinazione il piccolo avrebbe potuto urlare per ore intere davanti alla porta. A questa disgrazia si è poi aggiunto il fatto che a casa dei nonni per inadempienze della Telecom non c'era Internet, quindi niente ricerca dei cartoni di Wyle Coyote su You Tube che è una delle occupazioni preferite di It (con la mamma come braccio esecutivo, si intende). Pure il giro al locale ipermercato, in genere fonte di consolazione se non altro grazie al reperimento di qualche oggetto marchiato Cars, è stato reso semi-impossibile dalle code di quelli che condividevano un destino simile al nostro, che arrivavano abbondantemente fuori del parcheggio.
Infine siamo tornati a casa lunedì sera, e almeno oggi ci siamo goduti una lunga passeggiata in bicicletta per una Torino assolata e semideserta, una città lasciata a pochi Marcovaldi non in fuga per il ponte. Ma di questo forse parlerà Angelo..


martedì, 2 giugno 2009
Delitto al Leon d'Oro
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 7:27 pm

Purtroppo non è il titolo di un romanzo giallo, magari di un Maigret. Il Leon d'Oro è un albergo ristorante di Casteldelfino, un borgo decisamente affascinante della Val Varaita, non lontano dal confine con la Francia, un posto un po' fuori dal mondo che noi amiamo da tempo. Una domenica di questo nevosissimo inverno ci siamo fermati a pranzare, in una cornice un po' surreale, in compagnia di alpini e poliziotti inviati per fronteggiare l'emergenza climatica. Pure It accettò di mangiare un po' di agnolotti, il che per lui è stato un discreto riconoscimento alla cucina del posto. L'atmosfera, con metri di neve sui tetti delle case, era decisamente fiabesca.
Ma anche a Casteldelfino succedono cose che ti immagineresti solo in determinati quartieri della pericolosa metropoli torinese, quelli di cui si parla con grande allarme tutti i giorni in certe pubblicazioni. E così la signora che gestiva il Leon d'Oro è stata inopinatamente uccisa, a quanto pare da un ex tossicodipendente uscito da circa un anno dal carcere di Fossano, per motivi ancora non chiariti.
Non c'è una morale in questa storia; ma non può non colpire il destino che porta una signora non più giovane a finire uccisa in un borgo di montagna dove ha intrapreso con un certo coraggio la gestione di un albergo. Non è certo così che avrebbe pensato di poter finire, né noi avremmo pensato di ricordarci per sempre una bella domenica ricollegandola ad un brutale omicidio.
E pensare che l'albergatrice, Rosalia Perricone. a quanto pare era originaria di Palermo ed è arrivata al capo opposto del paese, in in luogo completamente diverso, per morire così.
Riposi in pace, signora Perricone. Magari c'e' un paradiso per gli albergatori dei paesi di montagna, senza impianti sciistici e torme di turisti.


martedì, 2 giugno 2009
Ricorrenze
Nelle categorie: It, Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:55 am

Ho scritto altrove del mio legame affettivo con la Festa della Repubblica. Oggi il sentimento che prevale e' di essere restato orfano di quella festa e di quella repubblica: non e' rimasto niente da festeggiare — e non e' rimasto niente dei valori repubblicani se la maggioranza degli Italiani ha voluto al governo gente che puo' affiggere immondizia come questa:

Oggi e' (anche) la giornata nazionale dell'autismo. Questo genere di eventi non mi piace — e l'ho gia' detto qui sul blog — ci vedo troppa commiserazione. Noi questa giornata la festeggeremo con il nostro autistico preferito, divertendoci insieme a lui in giro.


lunedì, 1 giugno 2009
Paolo Zocchi (1961-2009)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:42 pm

Paolo Zocchi e' stato un amico — uno di quelli con cui puoi anche litigare ma di cui devi riconoscere comunque l'onesta' e l'intelligenza. Abbiamo fatto un po' di strada insieme — poi ci siamo persi di vista da quando la politica per me si e' fatta lontana. Apprendo della sua morte in un incidente di montagna — ed e' un'assurdita' a cui non mi so rassegnare.

P. S. Qui un bel ricordo di Paolo.

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