sabato, 30 agosto 2008
Progress Report
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:38 pm

Meno nove…


venerdì, 29 agosto 2008
Normalità?
Nelle categorie: It, Pipponi — Scritto da waldorf alle 11:56 pm

Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli, coll’uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi. Forse questa risposta sarebbe più valida e più ragionevole di quella di Talete, che dimandato da Solone perché non si ammogliasse, rispose mostrando le inquietudini dei genitori per gl’infortunii e i pericoli de’ figliuoli. Sarebbe, dico, più valido e più ragionevole lo scusarsi dicendo di non volere aumentare il numero dei malvagi.

Scrivo qui dopo tanto tempo, un po' per la vorticosita' di questo periodo, un po' perche'nel complesso mi sembrava di non avere piu' niente da dire. Pero' il post sui giardinetti di Angelo mi fa venire voglia di aggiungere qualcosa, non forse in modo particolarmente logico, ma mi piacerebbe che mi leggesse qualcuno che puo' capire quello che intendo.
Da quando so che Enrico e' autistico, mi sono trovata ovviamente spesso a riflettere cosa significa essere normali e quello che mi sarebbe piaciuto per mio figlio. In queste condizioni ci si trova prima degli altri genitori di fronte al fatto che non possiamo avere dei figli esattamente come li vogliamo e che tante delle nostre aspettative per loro verranno inevitabilmente deluse. Vieni proiettato in una dimensione completamente diversa e sconosciuta, in cui devi abituarti a pensare in modo nuovo se vuoi sopravvivere. Vedere la clamorosa bellezza di tuo figlio, che non ha niente a che vedere con gli altri. E pensare che il tuo bambino ti piaccia com'e', pur con la dolorosa coscienza di quanto la sua esistenza potra' essere difficile per la sua diversita'.
Da una parte ti chiedi se i genitori dei bambini normali si rendano conto della fortuna che hanno, di quanto e' esaltante vederli crescere, imparare a parlare, leggere, giocare in modi sempre piu' creativi. Ti domandi quali mai problemi al mondo possano avere gli altri genitori, di cosa dovrebbero angosciarsi, perche' a loro va piu' o meno tutto bene, se i loro figli crescono normalmente, sani e potenzialmente contenti, sempre che loro non facciano del proprio meglio per rovinarli, cosa che spesso capita.
D'altronde pero' mi guardo intorno e gia' magari non mi piacciono cosi' tanto i bambini che incontro. Poi vedo gli adolescenti che saranno tra un po', tutti telefonini, turpiloquio e vacuita' (ce ne saranno di migliori, ma per strada non se ne notano molti). Poi ancora vedo gli adulti, che in una percentuale molto alta votano Berlusconi e compari per dire la cosa (forse) meno grave che mi viene in mente.
Cosi' ripenso al pensiero di Leopardi che riporto sopra, in cui con il suo solito ottimismo stabilisce che tutti i figli sono destinati a divenire "malvagi".
Penso anche a quante cose comunque vanno storte nei rapporti con i figli, nel tempo.
E allora mi chiedo se la felicita' dei genitori che hanno bambini normali non sia forse molto temporanea e se dietro l'angolo per loro non ci siano delusioni anche peggiori del mio dolore quotidiano.
Enrico non e' meschino, non e' aggressivo, non credo che possa concepire la cattiveria che pure gia' spesso i bambini conoscono. Probabilmente crescendo avra' un sacco di problemi, ma non diventera' "malvagio" nel senso leopardiano.
Mi si puo' biasimare se mi sento "sfortunata" ma solo fino ad un certo punto?
Ripeto: devi cambiare prospettiva se vuoi sopravvivere. E io credo di averla cambiata.
Ma con cio' non auguro a nessuno di vivere l'angoscia che si puo' provare in questa situazione specie pensando al futuro.
Cosi' vorrei dire a tutti i genitori "normali": godetevi i vostri bambini normali, finche' ne avete la possibilita'. Non vi perdete questi momenti distraendovi con altro, perche' non c'e' niente di cosi' importante o cosi irrecuperabile. Credo che personalmente il giorno in cui Enrico (spero) mi chiamera' "mamma" sara' forse il piu' bello e il meno scontato della mia vita.

English digest to follow in a few days…


A quanto pare in Francia sono messi peggio di noi sul piano dell'integrazione scolastica degli alunni disabili.
(via le Monde)



OK, ora so che cosa voglio fare da grande.
OK, now I know what I want to do when I grow up.
(via Repubblica)



domenica, 24 agosto 2008
L'ottimismo della volonta'
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 11:07 pm

La nuova casa torinese e' in queste condizioni, a due settimane dal trasloco. Ce la faremo…


“Well, they do scare me, and I have a right to not be scared.” Actually, no, you don’t have a right to not be scared. You do have a right to be safe, although that right isn’t a guarantee. Sometimes there is a difference between true safety and the perception of safety [...]
NTs Are Weird: The Right to not be Scared
(parla di disabili, ma quel che dice sulla "percezione di [in]sicurezza" si puo' trasferire pari pari alle questioni di cui discutiamo tanto in Italia)



venerdì, 22 agosto 2008
Una scuola per l'Italia — l'Italia?
Nelle categorie: Emigrare?, Politica e altre indignazioni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 3:05 pm

Leggo sul bel blog di Alfonso Fuggetta un articolo di Galli della Loggia sulla scuola italiana.
A naso, e di fretta perche' oggi e' giornata di casino.
Condivido un punto importante di quel che dice Galli Della Loggia, a livello di analisi. La scuola ha perso l'anima perche' non ha piu' un'idea di civilta' (forse piu' che di paese) da trasmettere – e quindi finisce per non trasmettere niente — se non un po' per caso e molto per la tenace volonta' di tanti insegnanti appassionati e di pochi studenti che ancora vogliono galleggiare al di sopra del liquame.
La scuola di Gentile aveva un'idea precisa, organica di civilta' (e di organizzazione sociale) da trasmettere, e a suo modo funzionava, e anche bene — ma quella visione ormai non e' piu' proponibile, da decenni — e nessuna riforma o nessun intervento si e' posto il problema di sostituirla con qualcosa di altrettanto organico.
Ma e' della scuola il problema? O non e' forse che "la cesura che era andata producendosi nei tre decenni precedenti è venuta finalmente alla luce: ha definitivamente preso forma un’Italia nuova, ma questa Italia nuova non riesce più a pensare se stessa, non riesce più a pensarsi come un intero, come nazione, a progettare il suo futuro" — e quindi non e' capace di esprimere una qualunque idea di civilta' — di modello di valori e di convivenza? Non c'e' piu' un'idea dell'Italia; non c'e' piu' una "civilta' italiana" — non c'e' piu' nella testa delle persone, non c'e' piu' nei disegni della classe dirigente: e chiedere alla scuola di inventarsela, per conto suo — di trasmetterla alla societa' che ormai non sa piu' che cosa e' e che cosa vuol essere — mi pare pretendere un po' troppo.
Se poi lo si pretende da questa scuola umiliata, maltrattata, privata di mezzi, allora e' la solita — italianissima ma del vecchio stampo — lamentazione da intellettuale trombone.

P. S. Leggetevi i pensierini di Floria, che e' una che nella scuola resiste resiste resiste. Dicono tutto di quel che la scuola e' in realta' — al di la' delle trombonate dei Galli della Loggia.


mercoledì, 20 agosto 2008
Quei cari bambini dei giardinetti
Nelle categorie: English digest, It — Scritto dal Ratto alle 5:17 pm

It — come tutti i bambini — adora i giardinetti con lo scivolo e tutti gli altri giochi. Ovviamente — essendo un bambino parecchio singolare — ha un modo di giocare che non somiglia piu' di tanto a quello degli altri: spesso si ferma li' a meta' della scaletta, intento a osservare chissa' che cosa — a volte si inventa delle regole tutte sue per rendere il gioco piu' interessante (dal suo punto di vista, ovviamente): per esempio, sale sullo scivolo con un paio di foglie della magnolia che fa ombra sul parchetto, si sporge dal bordo della piattaforma, le lascia cadere contemplandone il volo — poi scivola giu' e corre a recuperarle per fare un altro giro. Ai miei occhi di padre rincoglionito, accanto alla goffaggine di certi suoi movimenti, c'e' una grazia tutta particolare nel suo modo di fare, un'intensita' assoluta e fragile — quel gioco in quel momento e' *tutto* il suo mondo — e un momento dopo non c'e' piu', rimpiazzato da altri stimoli — altrettanto totalizzanti.
Ma sto divagando. In questi suoi giochi un po' misteriosi, It e' bravissimo a non intralciare gli altri bambini o a non farsene intralciare: li schiva con scarti fulminei quando corre in mezzo alla folla, sa aspettare il suo turno, raramente urta, quasi mai spinge — se la confusione diventa troppa, sa come prendere la giusta distanza. A modo suo, raramente, tenta qualche approccio, fatto di sguardi e di piccoli gesti, che per lo piu' i suoi coetanei non colgono — e lui non pare dolersene.
Purtroppo i bambini neurotipici che affollano il parco giochi non sempre si comportano altrettanto discretamente. Due scenette per tutte.
Una bambina di due anni al massimo, ricciolina, magrolina, con due occhi grigi grossi cosi' si aggira intorno allo scivolo frignando platealmente. Nel senso che si guarda intorno, controlla che ci sia qualcuno che la guarda — e *allora* si mette a frignare; se non ha pubblico, nemmeno una piega: si mette alla ricerca di qualche spettatore, per ricominciare la scena. A un certo punto si avvicina a It, che sta giocando tranquillo con le sue foglie di magnolia; lo squadra di sotto in su (It e' piu' grosso di lei di una buona meta'), caccia un urlo selvaggio, come se l'avessero spennata, e si attacca alle foglie che It ha in mano, cercando di strappargliele. It resiste un po' — guardandola piu' che altro con sorpresa — e si ritrova con i brandelli delle sue foglie in mano. La bambinetta emette ulteriori strilli, lo spinge, butta via quel che ha conquistato delle foglie e se ne va. Per un attimo ho temuto che nostro figlio le si buttasse sopra e ne facesse un hamburger, se non altro perche' le dimensioni contano — invece lui si e' girato e se ne e' andato, parecchio perplesso.
Un'altra fanciullina, decisamente piu' grande, vede It che va verso un'automobilina a molla su cui nessuno fino a quel momento ambiva a sedersi. Grida "La prendo io!", parte di corsa, taglia la strada a nostro figlio, si avventa sul sedile e ne prende possesso. Devo aver fatto una faccia per lo meno interrogativa, perche' — conquistato il posto — la bambina mi dice, con aria assolutamente innocente: "Ma tanto lui puo' sedersi dietro di me, se vuole". Anche in questo caso It resta un attimo basito, poi cambia obiettivo e se ne va a far altro, con tutta la serenita' del mondo.
Ora — sono certo che le due bambine in questione sono molto piu' adatte di nostro figlio alla sopravvivenza — e che in un mondo di stronzi e di furbi hanno ragione loro e non io che mi sento urtato da questi comportamenti. Pero', se proprio devo dirla tutta, episodi come questi mi fanno pensare che un figlio neurotipico probabilmente non e' tutta 'sta gran fortuna.

Post scriptum. Qualcuno mi ha fatto notare che io una figlia neurotipica ce l'ho — e che potrebbe non piacerle la conclusione di questo post. Che dire: Sara sa bene quanto io sia fiero di lei — anche se non faccio altro che romperle le scatole su quel che fa diversamente da come vorrei (e se no che padre sarei) — e sa bene che la considero una delle maggiori fortune della mia vita. C'e' pero' una certa retorica intorno ai genitori di bambini disabili, che li raffigura come sfortunati, colpiti da una sciagura terribile — a confronto con la benedizione di avere un figlio "normale". Quel che volevo dire, semplicemente, e' che a questa retorica non aderisco — e che nessuno e' autorizzato a sentirsi piu' fortunato di me perche' suo figlio e' fatto come gli altri — e magari e' pure un po' stronzo.
C'e' poi una questione ben piu' seria — ed e' quella di come cambia il rapporto con gli *altri* figli, quando ne hai uno *fuoriserie* (e oggettivamente faticoso) come It. Ed e' un ovosodo dentro, che non va ne' in su e ne' in giu' di cui prima o poi vorrei riuscire a dir qualcosa qui.

The nice kids at the playground
It – just as any other kid – is fond of playgrounds and slides. Obviously, being the one-of-a-kind boy he is, the way he plays is quite unlike everybody else's: he will often stop halfway on the ladder, lost in contemplation of who knows what; some times he invents his own rules to spice up the game: for instance, he will pick two magnolia leaves before climbing the ladder, then he'll watch them fly down from the top, and only afterwards will he hit the slide, get down, pick up his leaves from the ground and start all over again. There is a special, if fragile, grace in the way he plays – his game is *all* that matters to him at that moment – and ten seconds after it's gone and forgotten, replaced by new and overwhelming stimuli.
But I'm going off-topic. In his rather misterious games, It is very good at not interfering with other boys: he runs amidst the crowd without touching anyone, he knows how to stay in line, he seldom stumbles upon or pushes away other people – and if there's too much confusion he can graciously step aside. Occasionally, in his own way, with a look or a small, temptative gesture, he tries to approach other kids – more often than not they don't notice, but he seems not to mind.
Unluckily, neurotipical kids who crowd the playground are not always as discreet as he is. Here is just one of several episodes we witnessed:
A girl, no more than two years old – a lovely, curly-haired petite with big grey eyes – hangs about the playground crying like an abandoned kitten when someone is looking at her. When nobody looks, she stops crying and wanders around, searching for an audience. Suddenly she gets near to It, she looks upwards at him (It is taller than her by half at least), she shrieks and grabs the magnolia leaves he is playing with. Our son struggles with her for a while, looking more surprised than angry – and ends up with his leaves shredded in confettis. She shrieks again, pushes him away and off she runs with the remnants of the leaves. For a moment I feared It would jump at her and make a queen-size burger out of her (size *does* matter…): but he just turned away and left, with a puzzled look on his face.
Well, I'm pretty sure this girl is much more fit for survival than our son – and that in a world dominated by jerks who get smart with other people, *she* is doing the right thing – not me, appalled as I am by her behaviour. But – you know what? such an episode makes me think that a neurotipical son is not necessarily a blessing.

(Gosh, it was hard to put that in English… er – is that really English?)


Un piccolo coup de coeur: Paris sous la pluie



Questo bel post di Metilparaben merita la lettura — anche da chi non ha figli-fratelli-parenti-amici disabili.
Imparare a non far da soli pero' — credeteci — mica e' facile. E credo che a It nemmeno piacerebbe, a dirla tutta.
(via RdM)



domenica, 10 agosto 2008
Siamo tornati
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Emigrare? — Scritto dal Ratto alle 1:22 am

da una settimana, ma la testa e' ancora lassu':


Il faro dell'Ile de Sein visto dalla Pointe du Van, tardo pomeriggio

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