giovedì, 8 maggio 2008
Yom Ha'Atzmaut
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 8:13 am

Oggi e' il sessantesimo anniversario della nascita di Israele. So che e' un argomento al tempo stesso inflazionato e pericoloso, ma io sento lo stesso il bisogno di parlarne perche', da gentile europeo che ha per l'ebraismo una sensibilita' particolare, e' un evento nei cui confronti ho sentimenti ambivalenti.
Da un lato ero e resto convinto che sia stato un atto di giustizia dare agli Ebrei una patria, e dargliela nell'unico luogo in cui ha senso che sia, Eretz Israel. Ne ho parlato anni fa su questo blog, ho suscitato un vespaio di polemiche — e non ho cambiato idea. In questo senso continuo a credere che quella di oggi sia una ricorrenza da celebrare. Certo, non si puo' far finta di ignorare che Israele non nacque nel deserto, non fu "un paese senza popolo per un popolo senza paese", ma il frutto della divisione dolorosa e forzata di una terra abitata da secoli da altri, gli Arabi di Palestina. E non si puo' far finta di ignorare che, con una violenza crescente e sproporzionata rispetto alle esigenze di sicurezza, Israele continua ad occupare (o a tenere sigillati con la popolazione reclusa) i territori che la comunita' internazionale riconosce come spettanti ai Palestinesi, a cui nega liberta' di movimento, a cui sottrae risorse (l'acqua e la terra in primo luogo), le cui vite mantiene in una condizione di precarieta' alienante. Tutto questo non solo puo' — ma a mio parere *deve* alimentare critiche aspre al governo di Israele. Ma continuo a pensare che un mondo con Israele sia migliore di un mondo senza, che non solo il diritto ad esistere di Israele non puo' essere revocato in dubbio, ma che la sua esistenza e' una cosa che vale la pena di celebrare. Israele e' stata un sogno — e come tutti i sogni la realta' non e' stata all'altezza: ma i sogni che stanno alla base delle comunita' nazionali meritano di essere celebrati con rispetto (i combattenti della nostra guerra di Liberazione immaginavano forse *questa* Italia? e *questa* Italia toglie forse valore al 25 aprile?) — e la realta' magari deludente che Israele e' diventata e' la casa, la sola casa di milioni di persone. Una casa vitale e problematica — ma non certo peggiore delle nostre — e non certo meno meritevole di essere rispettata e celebrata.
Dall'altra parte, credo (e l'ho gia' scritto tempo fa) che un'Europa svuotata della presenza ebraica sia un'Europa piu' povera, sia un'Europa che perde un pezzo importante di se stessa — che l'ebraismo abbia dato il meglio di se' nelle diaspore e l'abbia dato anche nella sua capacita' di fecondare il pensiero, la cultura, la mentalita' di chi ebreo non e' e vive nella contiguita', nello scambio con gli ebrei che stanno fra noi. Da questo punto di vista "europeo" non posso che sperare che il sogno sionista di portare tutti gli Ebrei a fare aliyah non si realizzi mai — che la diaspora rimanga vitale — e cresca — e non trovi ragione di voler lasciare questa terra che e' la *sua* terra, tanto quanto Eretz Israel, anche se per ragioni totalmente diverse.

A margine: Trovo idiota e minaccioso bruciare le bandiere di Israele — ma Fini che dice che e' peggio che ammazzare di botte una persona e' semplicemente incommentabile. Per salvare una vita si puo' perfino violare lo shabbat — per salvare una bandiera no.
A margine 2: Il boicottaggio della Fiera del Libro mi pare una cosa stupida — non vale la pena di dire di piu'. Non e' il caso di dare troppa eco a questa stupidita', che prima di tutto danneggia proprio la causa palestinese.

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