venerdì, 30 maggio 2008
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 8:45 pm

Periodo davvero troppo faticoso per scrivere sul blog. Ora stacchiamo i fili per qualche giorno (si, partiamo *di nuovo*: e' che star fermi qui proprio non ci va giu') — poi spero che avremo di nuovo fiato.


Vale la pena di confrontare queste due notizie.



domenica, 18 maggio 2008
A quando il nuovo manifesto della razza?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Emigrare?, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 6:30 pm

Da qualche tempo il Giornale (che non linko per principio) spara titoli in prima pagina di questo tenore:

Obiettivo: zero campi rom
Ecco i rom che viaggiano in Ferrari. Nullatenenti ma vivono da ricchi.
Test del dna per tutti i rom

(puo' darsi che non ricordi alla lettera, ma grosso modo il tenore e' quello — il primo pubblicato la settimana scorsa, a ridosso dei fatti di Ponticelli, gli altri negli ultimi giorni)

Siamo a settant'anni dalle leggi razziali — e il tono e' inconfondibilmente lo stesso della campagna antiebraica del 1938. Qualcuno piu' competente di me puo' spiegarmi se e come e' possibile denunciare questa gente per incitamento all'odio razziale?

P. S. Per altro, le leggi razziali sembrano in arrivo, a giudicare dal cosiddetto pacchetto sicurezza. E senza che ci sia uno straccio di opposizione vera.


Ho trovato assai interessante quel che Safran Foer dice sulla diaspora e sull'identita' ebraica in questa intervista alla Stampa



martedì, 13 maggio 2008
L'era dell'ottimismo?
Nelle categorie: Emigrare?, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 5:21 pm

"Gli italiani hanno preso la parola. Hanno messo a tacere con la loro voce sovrana il pessimismo rumoroso di chi non ama l’Italia e non crede nel suo futuro." Cosi' il Presidente del Consiglio nel chiedere la fiducia per il suo governo. Mi schiero volentieri tra quelli che il popolo sovrano avrebbe messo a tacere.

P. S. Sempre Berlusconi: "Lo scontro per così dire "antropologico", tra diverse classi di umanità che si ritengono incomponibili e irriducibili, è ormai alle nostre spalle, deve restare alle nostre spalle." Non per me. Con questa gente sono certo di non aver niente a che fare. Magari non sono migliore di loro — ma certo non ho nessun possibile terreno comune — siamo incomponibili e irriducibili.


domenica, 11 maggio 2008
Right or wrong my country (1.1)?
Nelle categorie: Emigrare?, English digest, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 8:28 pm

Marco Travaglio ricorda in tv le amicizie pericolose del neo-presidente del Senato Schifani. La maggioranza che lo ha eletto (invece di vergognarsi) e l'opposizione che non lo ha votato (invece di ribadire la propria differenza) all'unisono si stracciano le vesti per l'attentato alla dignita' della seconda carica dello Stato. E poi qualcuno mi dica che questo non e' un paese da cui si deve scappare.

Sorry for our few English speaking readers: the last posts are deeply linked to the Italian situation — something we don't believe is of any interest for non Italian readers. To make it short: electoral results and a discussion over the possibility/opportunity of leaving the country. If anyone is interested none the less, we'll make an effort to translate those posts in English, too.


giovedì, 8 maggio 2008
Aridatece Stanca!
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 5:48 pm

E' piu' o meno l'ultima cosa che mi sarei aspettato, rimpiangere Lucio Stanca come Ministro per l'Innovazione e le Tecnologie. Credo che abbia fatto errori anche gravi (e il portale Italia.it e' forse il piu' appariscente, ma non credo il piu' devastante) e non mi entusiasmava la prospettiva del suo ritorno sulla poltrona ministeriale. Ma se dalla nomina di Brunetta si possono trarre conclusioni sul governo appena insediato, allora siamo messi davvero male.
Primo: Stanca ci era stato promesso in campagna elettorale. Era uno dei pochissimi nomi che Berlusconi aveva dato per certi, insieme a Tremonti e a Letta, nella compagine di governo. Magari non e' servito ad acchiappare tanti voti — ma faceva parte del quadro che gli elettori conoscevano quando sono andati a votare. Come dire: questo governo ha cominciato a disattendere le promesse gia' nella sua stessa composizione. Figuriamoci dopo.
Secondo: Stanca ha fatto cose discutibili, ma era un tecnico, non fazioso, non ideologico e competente. Si poteva dissentire dalle sue impostazioni, ma erano impostazioni che nascevano da una conoscenza nel merito della materia. Brunetta, per quanto riesco a capire dal suo sito web e da un po' di ricerche fatte in giro, di Funzione Pubblica e di ICT per la Pubblica Amministrazione sa piu' o meno quanto io posso sapere di ingegneria mineraria o di patologie infettive degli anellidi. Qualche esempio: sul suo sito le aree tematiche comprendono "Impresa, Libere professioni, Lavoro e sindacato, Europa, Pace e sicurezza, Diritti civili, Venezia, Nord-Est, Forza Italia, Politica, Economia, Interviste"; mancano proprio le voci "Pubblica Amministrazione, ICT, e-Government, Innovazione, Tecnologie, Societa' dell'Informazione". Il suo insegnamento universitario e' Economia del Lavoro — e la sua tesi preferita e' la "fine della societa' dei salariati" — interessante per uno che dovra' tra l'altro governare la grande massa dei dipendenti pubblici. Sul suo profilo non c'e' una sola referenza (e/o una pubblicazione) relativa alla PA o all'innovazione tecnologica. L'apoteosi della competenza, insomma.
Terzo: Brunetta ha certamente il merito di essere uno degli ideologi dell'economia berlusconiana, il responsabile del programma di Forza Italia — e uno dei cani da combattimento mediatici del Cavaliere. Agli occhi del Presidente del Consiglio queste qualita' devono aver fatto premio sull'immagine un po' grigia di tecnocrate di Stanca: vedremo se saranno doti utili a governare la Funzione Pubblica e a dare un'impulso forte all'innovazione nella PA.


Pietro del Vocablogario ci fa l'onore di fare una sosta su The Rat Race.



giovedì, 8 maggio 2008
Yom Ha'Atzmaut
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 8:13 am

Oggi e' il sessantesimo anniversario della nascita di Israele. So che e' un argomento al tempo stesso inflazionato e pericoloso, ma io sento lo stesso il bisogno di parlarne perche', da gentile europeo che ha per l'ebraismo una sensibilita' particolare, e' un evento nei cui confronti ho sentimenti ambivalenti.
Da un lato ero e resto convinto che sia stato un atto di giustizia dare agli Ebrei una patria, e dargliela nell'unico luogo in cui ha senso che sia, Eretz Israel. Ne ho parlato anni fa su questo blog, ho suscitato un vespaio di polemiche — e non ho cambiato idea. In questo senso continuo a credere che quella di oggi sia una ricorrenza da celebrare. Certo, non si puo' far finta di ignorare che Israele non nacque nel deserto, non fu "un paese senza popolo per un popolo senza paese", ma il frutto della divisione dolorosa e forzata di una terra abitata da secoli da altri, gli Arabi di Palestina. E non si puo' far finta di ignorare che, con una violenza crescente e sproporzionata rispetto alle esigenze di sicurezza, Israele continua ad occupare (o a tenere sigillati con la popolazione reclusa) i territori che la comunita' internazionale riconosce come spettanti ai Palestinesi, a cui nega liberta' di movimento, a cui sottrae risorse (l'acqua e la terra in primo luogo), le cui vite mantiene in una condizione di precarieta' alienante. Tutto questo non solo puo' — ma a mio parere *deve* alimentare critiche aspre al governo di Israele. Ma continuo a pensare che un mondo con Israele sia migliore di un mondo senza, che non solo il diritto ad esistere di Israele non puo' essere revocato in dubbio, ma che la sua esistenza e' una cosa che vale la pena di celebrare. Israele e' stata un sogno — e come tutti i sogni la realta' non e' stata all'altezza: ma i sogni che stanno alla base delle comunita' nazionali meritano di essere celebrati con rispetto (i combattenti della nostra guerra di Liberazione immaginavano forse *questa* Italia? e *questa* Italia toglie forse valore al 25 aprile?) — e la realta' magari deludente che Israele e' diventata e' la casa, la sola casa di milioni di persone. Una casa vitale e problematica — ma non certo peggiore delle nostre — e non certo meno meritevole di essere rispettata e celebrata.
Dall'altra parte, credo (e l'ho gia' scritto tempo fa) che un'Europa svuotata della presenza ebraica sia un'Europa piu' povera, sia un'Europa che perde un pezzo importante di se stessa — che l'ebraismo abbia dato il meglio di se' nelle diaspore e l'abbia dato anche nella sua capacita' di fecondare il pensiero, la cultura, la mentalita' di chi ebreo non e' e vive nella contiguita', nello scambio con gli ebrei che stanno fra noi. Da questo punto di vista "europeo" non posso che sperare che il sogno sionista di portare tutti gli Ebrei a fare aliyah non si realizzi mai — che la diaspora rimanga vitale — e cresca — e non trovi ragione di voler lasciare questa terra che e' la *sua* terra, tanto quanto Eretz Israel, anche se per ragioni totalmente diverse.

A margine: Trovo idiota e minaccioso bruciare le bandiere di Israele — ma Fini che dice che e' peggio che ammazzare di botte una persona e' semplicemente incommentabile. Per salvare una vita si puo' perfino violare lo shabbat — per salvare una bandiera no.
A margine 2: Il boicottaggio della Fiera del Libro mi pare una cosa stupida — non vale la pena di dire di piu'. Non e' il caso di dare troppa eco a questa stupidita', che prima di tutto danneggia proprio la causa palestinese.


Di questi tempi — e con l'aria che tira a Torino, questa mostra e' una gran bella idea.



mercoledì, 7 maggio 2008
Right or wrong my country?
Nelle categorie: Emigrare?, Pipponi, Politica e altre indignazioni, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 10:09 am

Come promesso, provo a rispondere a Paolo Bizzarri. Temo che potrei scrivere un libro — non riesco nemmeno a mettere in fila gli argomenti — percio' provo ad andare per punti (e a puntate, se no viene un'enciclopedia invece di un post).

Uno. Anche io odio l'idea di un'Italia senza speranza — la odio tanto piu' perche' le scelte personali e professionali che abbiamo fatto anni addietro implicavano la *decisione* di restare, la *scommessa* che di questo paese si potesse fare qualcosa di buono — e il risultato e' che la Rat-family e' un prodotto drammaticamente poco esportabile sul mercato del lavoro europeo. La odio perche' e' una sconfitta personale — perche' io ci ho provato, magari sbagliando, magari facendo solo peggio — ma ci ho messo anni della mia vita a tentare di lavorare perche' l'Italia somigliasse almeno un po' a un paese decente. La odio perche' per tanti versi amo l'Italia — i luoghi, la lingua, il cibo, la luce (tutte quelle cose che piacciono agli stranieri — e forse non e' un caso).
Ma trovo che il paragone con Gagnano non sia calzante. Perche' non e' il degrado materiale quello che mi spaventa e che mi fa sentire terribilmente fuori posto, in questo paese. Certo, quello preoccupa per molti motivi, ma e' figlio di un degrado ben peggiore, di un degrado della convivenza, della decenza quotidiana della vita associata — ben prima che della politica. Questo e' un paese in cui i massacratori di Verona hanno trovato un humus complice e comprensivo nelle famiglie, nelle comunita', nelle compagne di scuola che oggi — intervistate alla tv — dicono che gli assassini erano persone tanto per bene, sempre disposte ad aiutare gli altri. Questo e' un paese in cui una multa per divieto di sosta scatena un tentativo di linciaggio di massa nella piazza piu' bella e vivibile di Torino. Questo e' un paese in cui tutta la popolazione di un comunello del Canavese si coalizza contro un bambino autistico perche' considera suo padre un prepotente. Questo e' un paese in cui Alemanno puo' andare alle Fosse Ardeatine e stare senza apparente imbarazzo nella stessa formazione politica di Ciarrapico. E gli esempi potrebbero riempire pagine e pagine. Se volessi ridurre a una formula semplice, questo e' un paese dove ai diritti si preferiscono i privilegi, i doveri sono sempre e solo quelli degli altri — e nessuno risponde mai di cio' che ha fatto o detto. E' un paese di prepotenti e cialtroni. Il resto vien dietro a questa mirabile accoppiata.
Vien dietro la qualita' infima della nostra classe politica, e il cortissimo respiro delle sue proposte. Vien dietro l'incapacita' di progettare un futuro — perche' i vantaggi non arrivano subito e perche' magari l'uovo oggi sembra piu' promettente. Vien dietro la qualita' desolante dei servizi — perche' nessuno risponde della inefficienza e perche' comunque ci si arrangia per conoscenze ed amicizie ad ottenere cio' che non arriva per la via diretta. Vien dietro il circolo vizioso tristissimo di una spesa pubblica sprecona, di tasse troppo alte per chi le paga ed evase da chiunque materialmente ci riesce — e di politici che cavalcano l'evasione e parlano di ridurre la quantita', ma mai di migliorare la qualita' della spesa. Vien dietro la lagna generalizzata per i prezzi dell'energia, ma l'opposizione strenua al nucleare e ai rigassificatori. E ancora potrei andare avanti per pagine.
Per farla corta su questo punto, credo che la crisi dell'Italia sia soprattutto morale — e che l'Italia non abbia nessuna capacita' e nessun desiderio di tirarsene fuori. E' tutto sommato a suo agio nel brago, e' il suo brago — e magari se ne lagna, ma poi non e' disposta a far nulla per uscirne. Anzi. Tutto questo non ha direttamente a che fare con Berlusconi e con il risultato elettorale. E' connaturato in questo paese. Berlusconi non fa che fare appello alla pancia, agli istinti peggiori — e vince per questo. Vince perche' tendenzialmente asseconda la natura degli Italiani, avendo fatto intimamente proprio l'assunto mussoliniano per cui governarli e' non impossibile ma inutile.
Per un po' di anni ho creduto che questa situazione fosse reversibile — e che lo fosse attraverso la politica. Mi pare che ci siamo bruciati tutti i tentativi, tutti gli strumenti, tutte le formule — e che oggi siamo messi peggio, assai peggio di quando la prima repubblica e' franata sotto le tangenti. Da un paese simile, se si puo', bisogna scappare.

Nelle prossime puntate:
Due. Che cosa chiediamo a un posto, quando pensiamo di andarci a stare?
Tre. Il futuro e i nostri figli.
Quattro. Patriottismo nonostante tutto?
Cinque. E perche' allora sono ancora qui?

Continua


martedì, 6 maggio 2008
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:32 am

Stasera prevale un senso di scoramento e di schifo. Verona. L'inattesa (per me almeno) coda di paglia del neo-presidente della Camera. Sempre piu' mi convinco che questo paese non ha speranza.


domenica, 4 maggio 2008
Emigrare?
Nelle categorie: Emigrare? — Scritto dal Ratto alle 10:01 am

L'amco Paolo Bizzarri ha preso sul serio la provocazione di questo mio post — e ha risposto qualche giorno fa con questa mail, che mi ha autorizzato a pubblicare:

Ho letto il post "andiamo in Portogallo, forse ritorniamo", e mi è venuto fuori quello che sta qui sotto.
Ti ricordi quante volte ne abbiamo parlato? Di andare via da questo paese, di lasciare le schifezze che ogni giorno succedono, le montagne di spazzatura morale che riempiono ogni giorno le strade?
Io sì. Ci ho provato perfino, ma non l'ho mai veramente fatto. Pensavo di non aver trovato l'occasione giusta, l'opportunità.
Ma in realtà, non volevo. Oggi lo so. Oggi, dopo queste disastrose elezioni, lo so perfettamente. Lo so guardando in faccia i leghisti, gli assurdi figli degli immigrati terroni venuti al Nord a lavorare. Quelli che ieri disprezzavano i "terroni", e oggi disprezzano gli immigrati. Quelli più lombardi dei lombardi, convinti che al Nord si lavora e al Sud no. Che i meridionali sono, in fondo, tutti dei gran fancazzisti, e che quello che gli sta succedendo se lo meritano.
Sai l'assurdità, Angelo? Sembra che i "terroni" imparino a lavorare per semplice presenza sul territorio lombardo. Bisognerebbe mandare un po' di terra lombarda a Napoli. Mica c'entra l'educazione che ti danno i genitori. No. Non c'entra nulla.
Hai mai letto "Cristo si è fermato a Eboli"? Io sì, ed è strano leggere l'Italia di oggi in un romanzo degli anni trenta. La disperazione della gente dei paesi della Basilicata, che sa di essere rimasta indietro, condannata a restare, senza poter fuggire, è la nostra stessa disperazione degli italiani. Una terra da cui i migliori sono andati altrove, e quelli che rimangono si sentono, e forse sono, i peggiori. Quelli che non hanno avuto la forza e la voglia di andare a cercare un futuro migliore.
Oggi a noi è data una scelta crudele, che è quella di scegliere fra un futuro personale sicuro altrove e un futuro collettivo incerto qui da noi. Ed è crudele, perchè non riguarda noi, ma riguarda il futuro dei nostri figli.
Ma se oggi partiamo, mio figlio domani guarderà all'Italia con l'occhio dei leghisti? Si guarderà indietro e tratterà il mio paese come un paese primitivo? Come oggi, sotto sotto, i leghisti guardano i meridionali? Io non voglio lasciare questo paese. Questo non è il paese di Calderoli, o di Rutelli o di Pecoraro Scanio. Neppure quello di Berlusconi. E' il mio paese.
Forse non siamo così in gamba da poter rendere questo paese un paese civile. Forse quelli che potevano farlo sono andati altrove.
Ma odio l'idea, l'immagine di un Italia che diventa un'immensa Gagnano, con i muri scrostati e le persone amare e disilluse.

A dire la verita', il mio era poco piu' di uno scherzo — una presa in giro innanzi tutto di me stesso e del mio stato d'animo — e forse non meritava una risposta cosi' impegnativa ed accorata. Ma il tema e' serio — ed e' vero che penso che emigrare sia la scelta migliore — a potersela permettere. Percio' sto confezionando una risposta, nei ritagli di tempo che l'iperattivita' di It — in questi giorni piu' scatenato del solito — mi concede. Pero', siccome in queste condizioni ci mettero' ancora un po', nel frattempo pubblico la lettera di Paolo, come segnaposto e perche' mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano alcuni amici émigrés e/o rapatriés: RdM e consorte, per esempio, Marco ed Elena, Lia. Se vogliono, per carita'.

La prima parte della mia risposta e' qui.


domenica, 4 maggio 2008
Chi semina vento
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 8:25 am

C'e' un signore noto per essere apparso in tv quando era ministro con addosso una t-shirt blasfema nei confronti dell'Islam; quello stesso signore proponeva tempo addietro di portare maiali a passeggio nelle aree destinate alla costruzione di moschee; piu' in generale non perde occasione per far capire che considera l'Islam un nemico e una minaccia. Ora questo signore sta per ri-diventare ministro; qualche voce (mica poi tante , in verita') nei paesi musulmani si e' levata per dire che questo nuocerebbe molto alle relazioni tra loro e l'Italia. A me pare un caso banale di causa e conseguenza — se tu dimostri di essermi nemico, io se non altro faccio sapere che non mi piace. Puo' essere sgradevole, ma francamente fatico a vedere lo scandalo.

A parte 1 Personalmente non mi interessa e non mi scandalizza piu' di tanto se l'indecente tornera' a fare il ministro. Trovo che sia semplicemente l'espressione delle scelte della maggioranza degli Italiani. E di conseguenza del loro livello di decenza morale e politica.
A parte 2 Val la pena di notare che in Israele si sono risentiti parecchio per la nomina dell'(ex?) picchiatore fascista Alemanno a sindaco di Roma. Pero' quasi nessuno si e' stracciato le vesti in Italia. E' che prendersela con Israele e' imbarazzante, mentre prendersela con Gheddafi e' fin troppo facile?

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