Lunedì, 21 Gennaio 2008
Il cardinale Tettamanzi scrive ai divorziati, spiegando loro che non sono fuori dalla comunione ecclesiale, ma ribadendo il no ai sacramenti per coloro che si sono risposati.
Al di la' del fatto che *comunque* non rientrerei nel grembo della Chiesa cattolica, in cui non mi riconosco piu' per centomila motivi, trovo assai cerchiobottista (assai "cattolico" nel senso piu' deteriore e anticlericale del termine) il messaggio di Tettamanzi. Riconosce da un lato la tragedia interiore del divorzio e la sofferenza che comporta; riconosce addirittura che vi sono casi in cui la separazione e' "inevitabile" "per difendere la dignita' delle persone, per evitare traumi piu' profondi". Si mostra inclusivo, aperto, assicura che la comunione ecclesiale non viene interrotta. Eppure la Chiesa non ha cambiato posizione. Per la Chiesa io — divorziato e risposato — sono comunque un concubino, resto escluso dai sacramenti. E allora dove diavolo e' l'apertura, l'accoglienza? No, non si puo' sostenere tutto e il contrario di tutto. Mi pare di ricordare che nel Vangelo ci sia scritto Sia il vostro parlare 'Si, si', 'No, no'. Quel che e' in piu' viene dal demonio. E questo mi pare un evidente caso di "Ni, ni" — piu' ammiccamento da piazzista che chiarezza evangelica.
No grazie, Eminenza: ripassi quando la sua Chiesa avra' deciso se e' "si, si" o "no, no".
P. S. E' perfin troppo facile osservare la contraddizione tra le parole di Tettamanzi e quelle di Bagnasco che rifiuta ancora una volta la possibilita' del "divorzio breve". Come dire: uno comprende, l'altro bastona.
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