martedì, 30 ottobre 2007
Classi differenziali?
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:54 pm

Ho letto la notizia di Repubblica e il commento di Marco Lodoli, santimoniosamente indignato.
Da ex insegnante — e con un sacco di dubbi e di incertezze — mi permetto di non essere d'accordo con la santimoniosa indignazione. Certo, l'idea di mettere la scuola pubblica in concorrenza con i promozionifici dei due-o-piu'-anni-in-uno mi pare sbagliata e perfino un po' idiota. Ma, nel merito, mi sono sempre chiesto se non faremmo un migliore servizio ai nostri alunni organizzando le classi per livelli di apprendimento, in modo da avere gruppi omogenei e quindi percorsi didattici che possono essere seguiti piu' o meno allo stesso passo da un'intera classe. Naturalmente questo implica che gli insegnanti migliori e piu' motivati, i piu' capaci di tirarsi dietro i ragazzi vengano destinati alle classi di alunni che hanno piu' strada da fare — altrimenti si fanno dei ghetti in cui la scuola rinuncia ad insegnare. Dall'altra parte, gli alunni con i migliori risultati potrebbero trovare ambienti che valorizzino adeguatamente l'eccellenza.
Ho chiari i rischi: la segregazione razziale dei piccoli geni dai piccoli cancheri, la stratificazione di classe sociale, ecc. ecc.
Piccolo dettaglio: succede gia' — in via piu' o meno spontanea. Il liceo dove ho insegnato per anni (pubblico e assolutamente egualitario), siccome aveva fama di scuola seria e "difficile", selezionava *di fatto* in entrata i suoi studenti — poi li selezionava di nuovo con la moria della prima — e alla fine era un bel ritratto della buona borghesia cittadina — insegnare li' dentro era facile facile — e dava un sacco di soddisfazioni, il grosso della fatica era gia' fatto.
Per gli *altri* c'erano i gironi successivi del secondo liceo, dell'istituto tecnico, del magistrale, dei vari professionali. Dove colleghi magari piu' bravi di me faticavano il triplo per ottenere un terzo — e con un implacabile marchio di serie B, o C — o peggio.
Lo so — e' una riflessione scorrettissima e non piace nemmeno a me che la faccio. Ma ripeto: siamo sicuri che un buon sistema di classi *differenziate* per livello di competenza iniziale non potrebbe far qualcosa di buono per gli alunni?
E per ora butto soltanto li' — ci devo riflettere su — siamo davvero sicuri che l'integrazione scolastica degli alunni disabili — come nostro figlio — faccia loro del bene? non sarebbe piu' utile, almeno per molti di loro, avere un ambiente di apprendimento ritagliato sulle loro abilita' e disabilita' — piuttosto che essere appesi all'aleatoria presenza (e competenza) di un insegnante di sostegno in un contesto che non tiene conto, generalmente, dei loro bisogni?
Non ho la verita' in tasca — mi piacerebbe davvero che ne venisse fuori un minimo di discussione — senza preconcetti.

16 Commenti a “Classi differenziali?”

  1. delio ha scritto il 30 ottobre 2007 alle 5:54 pm

    mi sembra un tema importante. come in molte cose italiane (la sanità pubblica, il rifiuto delle gabbie salariali e gli ospedali psichiatrici, per dirne tre) mi sembra che in passato si sia fatto un grande salto nel buio pieno di coraggio e ottimismo, mossi da principi condivisibilissimi, ma a cui non sono mai seguiti gli atti e gli stanziamenti di fondi necessari per far funzionare tutto. le scuole differenziali in germania esistono e sono spesso messe sotto accusa, ci si finisce abbastanza facilmente (basta un disturbo dell'attenzione) ed è molto difficile uscirne per tornare alle scuole "normali" (anche perché gli insegnanti migliori cercano di evitarle, per ragioni piú o meno comprensibili). non so se siano il modello migliore, ma forse sarebbe il caso di rifletterci seriamente. quando racconto in italia non ci sono scuole separate tutti mi guardano ammirati, ma solo fino a che non racconto che di fatto gli insegnanti di sostegno sono rarissimi.

  2. la simo ha scritto il 31 ottobre 2007 alle 12:43 pm

    credo sia difficile, nelle condizioni attuali della scuola, trovare la giusta soluzione. io personalmente la penso come te. penso che l'integrazione forzata sia spesso inefficace e improduttiva. penso che mio figlio e la sua disabilità andrebbero gestiti in modo totalmente diverso. penso che ci sia poca sensibilità e troppa fretta di fare bella figura come scuola, di apparire all'avanguardia senza esserlo per nulla. penso che gli insegnanti di sostegno, sballottati qua e là dalle cooperative, sottopagati e spersonalizzati alle volte riescono comunque a fare dei piccoli miracoli. alle volte però.
    avrei qualcosa da dire sul post di ieri ma ho visto che non è possibile.
    rispetto la vostra scelta.
    vi abbraccio.
    simona

  3. giannitos ha scritto il 31 ottobre 2007 alle 4:30 pm

    Un bel problema. A me pare che i rischi siano ben superiori agli eventuali vantaggi. Io purtroppo non ho una esperienza di insegnamento (ho trovato una strada più facile). Ma la mia personale esperienza di studente di un buon liceo classico è molto diversa da quello che tu dici (certo sono passati alcuni decenni): il mio ricordo più forte è quello della emulazione, i più bravi servivano di stimolo agli altri; certo anche selezione, ma siamo sicuri che la selezione sia sbagliata tout court ? Non dipende da come si realizza ?
    Nel caso dei disabili il discorso è diverso: certo non va bene la integrazione ad ogni costo, ma la separazione da sola servirà ?
    ciao
    Gianni

  4. marco ha scritto il 31 ottobre 2007 alle 8:15 pm

    Poni una questione reale, alla quale non ho una risposta netta. Una sola cosa so per certo: scartiamo l'ipotesi per cui gli insegnati bravi andrebbero nelle scuole piu' difficili. Capitera' per una minoranza molto motivata, ma la maggioranza dei Pierini andra' a crescere altri Pierini.
    Il che vuol dire che si e' gia' perso in partenza buona parte del potenziale beneficio delle classi differenziate.

  5. restodelmondo ha scritto il 3 novembre 2007 alle 3:18 pm

    Giannitos: La mia esperienza, diretta e dai racconti di una madre insegnante è che – soprattutto alle medie, soprattutto nelle scuole dove fa più danni – ci possa essere anche una fortissima spinta di emulazione verso il basso. Il secchione non sta simpatico a nessuno, e persino gli insegnanti non lo amano e non lo difendono perché – eh – in fondo è colpa sua se manca di capacità di interazione sociale (con quelli che lo aspettano fuori da scuola per menarlo per un nove che ha impedito al prof di alzare tutti i voti del resto della classe, magari). Vedi anche quel ragazzino napoletano (mi pare) che si è recentemente suicidato perché odiato dai compagni perché troppo bravo.

    Io penso che la discriminazione entri in gioco nell'impossibilità di passare da un "giro" all'altro – e viceversa, ché anche un buono studente ha degli anni (buongiorno, adolescenza e tripudio di ormoni!) in cui può proprio essere un pisquano che ha bisogno di più aiuto (e non tutti possono permettersi le ripetizioni private…).

    In questo senso l'Italia, con il suo familismo, è quanto di più classista: teoricamente siamo tutti nella stessa scuola, di fatto il figlio dell'operaio sarà sempre in una scuola diversa da quella del figlio del primario. Sarà in una scuola diversa perché la scuola sceglie su base di zona (Milano Centro oppure Rozzangeles); sarà in una classe dove fanno meno perché la moglie del primario sa che sezione chiedere per la prole (gliel'han detto le amiche); sarà nella stessa classe ma alla fine, con gli stessi voti, sarà il figlio del primario ad essere assunto perché papà conosce gente.

    E prima ancora, se la scuola (superiore, soprattutto) sceglie su base di voti: se a casa di Gianni (alla Don Milani) non si parla nemmeno italiano e la maestra deve scegliere tra fare il programma per gli altri o star dietro a lui, senza dubbio sceglierà la prima – promuovendolo poi per pietà, perché se no si sente di discriminare e no, lei è tanto di sinistra (o è di destra paternalista-cattolica) e non può. Così Gianni si trova in terza media e fondamentalmente analfabeta – e a quel punto la scuola se ne lava le mani, gli ha pure insegnato inglese per quanto c'è scritto.

    Quanto ai disabili "duri": ho avuto un compagno di classe Down per tutte le medie. Erano più di tre lustri fa, sono ancosa incazzata nera. (I dettagli li taglio ché ho già scritto troppo…)

  6. restodelmondo ha scritto il 4 novembre 2007 alle 4:07 pm

    Sperando di non buttare troppa carne sul fuoco, mi è venuto in mente un altro aspetto della questione: il pregiudizio tipicamente italiano verso i lavori "pratici". Fare il ricercatore universitario è "perbene", fare il cuoco molto meno: eppure sono due lavori duri e potenzialmente creativi. Il liceo classico ti rende "colto", l'istituto tecnico no – nonostante i diplomati del tecnico sappiano spesso molte più cose (compreso il saper lavorare e organizzare il proprio tempo) dei colleghi del classico. E così via.

  7. Maria Grazia ha scritto il 6 novembre 2007 alle 8:06 am

    No, io non sono d'accordo alle classi differenziali né come insegnante, né come madre. Soprattutto nel caso di disturbi legati allo spettro autistico, con chi fa "palestra di relazioni" il bambino/la bambina?
    Ciò che occorrerebbe è la possibilità di lavorare con il piccolo gruppo oltre che avere docenti di sostegno adeguatamente preparati e non raccattati all'ultimo momento dalle graduatorie comuni.

  8. Angelo ha scritto il 6 novembre 2007 alle 3:06 pm

    Provo a precisare qualche cosa.
    Di principio sono il primo a pensare che l'integrazione sia sacrosanta. Pero' la mia sensazione e' che a volerla far bene l'integrazione *costi* molto piu' di quanto la collettivita' e' disposta a spendere. Perche' integrazione vera vuol dire percorsi di apprendimento individualizzati — e quindi risorse umane e strumentali per realizzarli: insegnanti, sussidi didattici, spazi fisici, agibilita' della scuola fuori orario, ecc. ecc.; vuol dire preparazione specifica di chi interviene sui ragazzi; vuol dire continuita' didattica — vuol dire anche insegnanti bravi e tosti che insegnano a Rozzangeles e non soltanto nel liceo bene (come ce li tieni? con fior di incentivi: economici, professionali, culturali — tutta roba che costa).
    E non parlo solo di integrazione dei disabili — parlo di integrazione tout court.
    Se la collettivita' non e' disposta a spendere in questo senso (e non lo e'), allora forse e' meglio non sciacquarsi la bocca con il mantra dell'integrazione e spendere i pochi soldi che ci sono ottimizzando gli interventi. E la mia sensazione e' che per un bambino come nostro figlio forse e' meglio una scuola speciale magari con pochi mezzi, ma che si dedica specificamente a insegnare a bambini disabili, che una falsa integrazione in cui lui e' essenzialmente un problema di cui nessuno sa che cosa fare.

  9. Maria Grazia ha scritto il 6 novembre 2007 alle 5:18 pm

    Hai ragione sui "mantra" e condivido e comprendo il tuo punto di vista.

    Leggendo i commenti mi è tornato in mente uno degli insegnamenti più duri che ho ricavato in una scuola di frontiera, quando insegnavo solo francese.

    Brevemente: in una classe di quarta elementare di 15 bambini di un quartiere ghetto (per dare l'idea, c'erano delle mamme che mi aspettavano fuori della scuola quando cambiavo plesso per farsi avere un passaggio per andare a fare la spesa data la scarsità di mezzi pubblici), ho incontrato una delle intelligenze più brillanti che abbia conosciuto, in un bambino emaciato e completamente lasciato a se stesso dalla famiglia ma che studiava e si impegnava autonomamente, "perché non siamo venuti a scaldare il banco".

    In quella realtà, lui era il più penalizzato di tutti perché i livelli di competenza che avrebbe potuto raggiungere erano ancorati ai livelli minimi della classe.

    Per lui ci sarebbe voluto un "percorso di eccellenza" ma chi volevi che se ne preoccupasse in una scuola in cui il problema principale erano le competenze strumentali del leggere e scrivere?

    E che cosa ha fatto la scuola per lui? Niente. Ha lasciato che le sue potenzialità rimanessero lì, "abbandonate in un cassetto"…

    Spesso mi chiedo che fine abbia fatto e se ora non stia a consegnare la spesa a domicilio invece che a studiare così come gli piaceva fare.

    Sapessi la rabbia…

  10. waldorf ha scritto il 6 novembre 2007 alle 6:20 pm

    Intervengo anch'io nel dibattito, in quanto forse non la penso esattamente come il mio stesso coniuge :-)
    In questo senso: forse anche a causa del mio pessimismo di fondo sulla natura umana, non credo per niente o quasi nell'idea dell'integrazione. Non vedo un particolare valore tutto sommato nell'essere "normali" Paradossalmente sono anche infastidita dalla inevitabile ghettizzazione che bambini come mio figlio subiscono nella scuola ordinaria. It, per bene che gli vada, sara' sempre quello "strano", e difficilmente le maestre smetteranno di averne un po' paura come capita ora. Non dico del resto che un bambino autistico dovrebbe essere tenuto sempre lontano dalla scuola ordinaria, ma che è del tutto irrealistico, anche in una scuola con più risorse della nostra, pensare che senza speciali strutture vi siano insegnanti in grado di insegnare a bambini così in modo valido. Insegnare agli autistici mi sembra un know how incredibilmente sofisticato e solo con una concentrazione di risorse si può pensare di ottenere risultati veramente buoni. Se penso poi a come gli insegnani di sostegno spesso sono reclutati nella nostra scuola, mi devo sforzare di non disperarmi. Una scuola speciale potrebbe invece essere, se esistesse (e se esistesse in Italia sarei disposta a trasferirmi più o meno ovunque) una risorsa preziosa anche per un futuro inserimento nella scuola ordinaria. Senza contare che può essere un modo per studiare metodi per aiutare questi bambini utili a tutti gli altri. La scelta italiana finisce per troncare le possibilità di esperienze di questo genere, escluse nel settore pubblico e certo non lucrative tanto da interessare i privati senza contributi statali.
    Questo per i bambini con handicap (scusate la parola).
    Quanto ai problemi degli alunni troppo scarsi o troppo bravi, anche in questo caso credo che l'integrazione non sia utile a nessuno. Ma non insisto troppo sull'argomento, perche' nutrendo un certo rimpianto per l'avviamento di una volta, finirei per essere accusata di razzismo o addirittura di fascismo….

  11. Maria Grazia ha scritto il 6 novembre 2007 alle 7:11 pm

    Le maestre sono esseri umani come tutti gli altri e possono avere paura di ciò che non conoscono. E non parlo di conoscenza teorica ma dello schiaffo dell'esperienza, a cui non ti prepara nessuno. Ci vuole tempo per conoscersi. E voglia. E l'aiuto di chi sia disposto a guidarle in lande sconosciute.

    Il fatto che l'integrazione venga mal attuata (per una serie di fattori politici, economici,organizzativi) non significa che non sia un principio valido (ovviamente dal mio punto di vista e personale e professionale). Ma la realtà è quella che è.

    Il mio esempio sulla scuola di frontiera (se vogliamo, una scuola differenziale per forza di cose) voleva proprio richiamare il problema dell'uniformità delle caratteristiche "di entrata" che poi possono diventare un "ceppo" per chi, a un certo punto, se ne allontana.

    Beh, scusatemi lo "spamming" ma certi argomenti trascinano cuore e mente in un vortice di riflessioni ed emozioni.

  12. waldorf ha scritto il 6 novembre 2007 alle 10:03 pm

    Capisco il punto di vista, ma anche io sono un essere umano e l'idea che nelle lande sconosciute vaghi anche mio figlio senza una guida competente impaurisce un pochino pure me…

  13. arianna ha scritto il 7 novembre 2007 alle 3:18 pm

    Non c'è soluzione. No c'è senza un impegno preciso, senza una volontà seria di voler andare in una direzione piuttosto che in un'altra. E questo non vuol dire "parole", ma facendo investimenti seri, veri, importanti, nella scuola piuttosto che in altro e smetterla con la "riduzione delle tasse". Rileggendo i commenti in tutti c'è una ragione, una buona motivazione. Posso dire la mia, l'esperienza avuta alle scuole elementari, ma anche nei gradi precedenti dell'istruzione, con le mie figlie. Ma è la mia esperienza. Posso dire che è stata positiva. Che hanno avuto la fortuna di frequentare una scuola di frontiera in cui si trovano ad insegnare, per scelta, una serie di ottimi insegnanti, che questo ha attirato lì anche i figli di un certo tipo di famiglia oltre che i figli degli ultimi di un quartiere degradato, che i figli degli immigrati e i rom e alcuni disabili, anche gravi. Una scuola che non lascia indietro nessuno, una scuola che integra, che si permette di lavorare con gruppi piccoli, gruppi a volte di chi ha le competenze e di chi non le ha, e a volte gruppi di uguali. Una scuola pubblica, una scuola a tempo pieno vero. Ma questo non conta, perché è solo UNA esperienza che funziona, e funziona non perché ci sia un sistema che la fa funzionare, ma perché quelle persone, quei singoli individui che lavorano lì hanno scelto di farla funzionare comunque. Di farlo al di là dei loro doveri e del loro stipendio, degli incentivi che non ci sono, degli strumenti che mancano. Quindi non conta. E allora. Allora non vedo una soluzione, non mi sento di dire un si od un no. Non c'è. Capisco angelo e waldorf e mi scuso per non saper fornire nessuna buona risposta.

  14. Simona ha scritto il 18 dicembre 2007 alle 10:01 am

    Capisco le ragioni di chi, come voi, si trova ad avere un figlio in difficoltà e si scontra con l'inadeguatezza della scuola, ma mi chiedo, se tornassero di nuovo le classi "differenziali", come imparerebbero i ragazzi cosiddetti normali a rapportarsi con la diversità e ad imparare ad accettarla? Forse la classe differenziale è solo un modo per ritardare l'entrata del bambino nel mondo reale, dove purtroppo dovrà scontrarsi con l'inadeguatezza e l'incapacità di gestire la diversità, ma dove comunque dovrà vivere. Ho avuto a che fare con bambini gravemente disabili in età prescolare, e spesso mi sono chiesta che cosa ne sarebbe stato di loro una volta "integrati" nella scuola, non sono ancora riuscita a darmi una risposta. Un saluto

  15. Maril ha scritto il 4 marzo 2008 alle 1:27 am

    La mia lucidità è ottenebrata dal sonnifero e ho letto di getto, senza fermami sui dettagli. Con il mio 17enne intelligente acuto ma difficile, con una carriera esasperante sin dal primo giorno delle elementari, comincio a pensare che le scuole differenzali possano costiture l'unimo tramite perchè la conoscenza possa raggiungere attraverso misteriose vie la sua mente. Ora, dopo l'ennesimo scontro, l'ennesima frustrazione, ha deciso di smettere, vinto. Con rabbia, con la rassegnazione che tanto io non sono fatto per la scuola e la scuola non si interessa a uno come me. Con la ribellione di chi si sforza a pensare da sè inutilmente, perchè foriero di perdite di tempo. Vorrei una scuola differenziale come ultima spiaggia, così intrinsecamente ingiusta, ma talvolta unica alternativa.Ho sentito troppe volte: "Mi spiace noi non siamo preparate per questo." Ma in questo modo matura l'estromissione e il sapere trova somministrazione solo nei ragazzi normodotati.In barba alle teorie concrete sulle intelligenze multiple!

    Esistono scuole differenziali in Piemonte? E cosa insegnano? In che modo?
    Vi prego, ascolterò chiunque abbia qualcosa da dire.

    MLuisa
    Una mami disperata, tentata dalla resa, che urgentemente cerca delle soluzioni.

    pantalassa @ gmail . com
    (togli spazi)

  16. Rolando ha scritto il 23 luglio 2008 alle 12:11 am

    Mettici i tuoi figli nelle classi differenziali
    Stai rimettendo indietro il tuo orologio di 40 anni

    r.a.b.
    http://www.didaweb.net/handicap/
    http://www.edscuola.it/archivio/handicap/

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