giovedì, 11 ottobre 2007
Il club dei bamboccioni
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:58 pm

Umberto Eco si e' unito al club dei tanti che danno ai giovani italiani di "bamboccioni" o simili per la loro prolungata permanenza in casa dai genitori, spiegando che pur di andare via da casa si puo' e si deve fare di tutto, come il lustrascarpe, e che i meravigliosi giovani che frequentano il suo master (o roba analoga) sull'editoria sono pronti a tutto, vincono borse di studio e poi vivono in cinque in una stanza come i marocchini immigrati pur di perseguire i loro obiettivi. Io non so se Eco e i suoi preziosi allievi abbiano mai lustrato scarpe (boh), io personalmente che sono riuscita a lasciare casa in modo definitivo solo a trent'anni ho lavorato in fabbrica dopo la laurea come metalmeccanica e ho anche prestato manodopera agricola. Certo, sono una del club dei bamboccioni perché non ho avuto il coraggio di prendere casa per conto mio fino a quando non ho avuto un lavoro stabile e retribuito in modo da pagare l'affitto con tranquillita'. Ma non e' il caso personale che mi interessa. Neanche voglio difendere quelli della mia generazione che non e' granche' , come tutte le generazioni del resto.
Pero' credo anche che il problema sia piu' complesso di come viene presentato spesso da politici e intellettuali e che l'attenzione debba essere spostata un po' dai figli bamboccioni alla generazione dei loro genitori. Sono spesso i genitori i primi a non incoraggiarti ad andartene, sono loro che occupano i posti di lavoro a tempo indeterminato che tu magari non vedrai mai nella vita, e loro i proprietari degli immobili che hanno raggiunto prezzi stellari in affitto e in vendita.
Ci sono poi secoli di cultura della famiglia e un contesto sociale assolutamente non idoneo a favorire l'uscita di casa dei giovani, che certo hanno i loro torti, in quanto molto spesso assolutamente contrari a sacrifici di qualsiasi tipo, dalla riduzione del tenore di vita alla necessita' di fare lavatrici e mangiare uova al tegamino. Magari, che so, ci si puo' sposare anche prima di essersi assicurati il servizio fotografico, il filmino e la cucina da 15.000 euro.
Pero' appunto sarebbe il momento di smettere di generalizzare e sputare sentenze su fenomeni sociali che coinvolgono milioni di persone, ciascuna con una storia diversa e spiegare tutto con la mancanza di carattere da un lato o con la precarietà lavorativa dal lato opposto.

7 Commenti a “Il club dei bamboccioni”

  1. giannitos ha scritto il 12 ottobre 2007 alle 9:07 am

    Ciao, sono d'accordo che non si deve generalizzare. Certo è che il fenomeno è molto aumentato negli ultimi decenni.
    Non altrettanto certo ma assai probabile è che le ragioni siano prevalentemente di cultura (mentalità) che cambia: anche grazie al crescente benessere molti genitori si comportano con i figli in modo tale da rendere più difficile la loro uscita da casa, come dici. Poi, specularmente, c'è la difficoltà dei figli a rinunciare ai vantaggi che noi genitori ci affanniamo a garantire loro.
    Quello che è inaccettabile è il ritornello ricorrente su giornali e tv che il fenomeno è dovuto solo a problemi economici (precarietà, costi crescenti): se così fosse sarebbe incomprensibile che il fenomeno riguardi assai più i maschi delle femmine, come si rileva dalla esperienza comune, e forse anche da statistiche che non conosco.

  2. Quartz ha scritto il 8 novembre 2007 alle 10:23 pm

    Mah, io ho visto giusto giusto il passaggio dall'epoca dei bamboccioni per pigrizia a quella dei bamboccioni per necessità e certi discorsi mi fanno accapponare la pelle. Una generazione per la quale la laurea assicurava un posto da dirigente anche di fronte ad incompetenza e fancazzismo non dovrebbe permettersi di parlare di quella che si ritrova con la laurea (magari imposta dai genitori) che diventa un ostacolo al lavoro perché il laureato costa troppo (dove "troppo" è meno di un terzo di quello che prende un sessantottino sistematosi alle poste).
    Eco onestamente sparate come i lustrascarpe potrebbe risparmiarsele… non scendo nemmeno ad analizzarne l'assurdità e pretenziosità.
    Intellettuali veri in italia ne vedo ormai pochi, e le opinioni sputate a raffica dai nostri politici non hanno dalla loro nemmeno il vantaggio della riflessione mimata nelle chiacchierate al bar…
    Vorrei proprio vedere che lavoro troverebbe Eco se fosse giovane oggi. Come se alle condizioni di oggi andare via di casa portasse una qualche indipendenza e fosse un'aspirazione in qualche modo "nobile"… "Arbeit macht frei", come no!
    Liberi come l'aria…

  3. Angelo ha scritto il 9 novembre 2007 alle 9:44 am

    Mi permetto di dissociarmi non dai contenuti generali del commento di Quartz, ma dall'uso polemico di "Arbeit macht frei". E' una mie vecchia fissazione — ma ci tengo: usare riferimenti alla Shoah a sproposito rischia di banalizzare la Shoah stessa — di stingerne ulteriormente la memoria — se il motto che stava sul cancello di Auschwitz si puo' riciclare per prendersela con una battuta infelice di Eco sui bamboccioni — allora Auschwitz rischia di non sembrare piu' cosi' atroce.

  4. luka ha scritto il 16 dicembre 2007 alle 1:35 pm

    …Eco ha detto quello che aveva da dire, nel mondo in cui lo si doveva dire, e nei modi che ha creduto opportuni… l'inerzia alla parola e al suo nome sui giornali è un fenomeno interessante almeno quanto l'inerzia che la precede, ad essa simmetricamente opposta, quella al silenzio e alla vita da "bamboccioni"… ma i due casi conducono a cose opposte definibili con la dicotomia di processo fine/inizio…
    i contenuti che pretende di dire (il referente impossibile…) contano davvero poco, anzi niente

  5. Angelo ha scritto il 16 dicembre 2007 alle 2:49 pm

    @luka: ahem — non ho capito…

  6. luka ha scritto il 19 dicembre 2007 alle 5:26 pm

    …sì angelo, allora detto altrimenti: se eco ancora parla è per via di un fenomeno identico ed opposto a quello per il quale giovani e meno giovani ancora non possono parlare e devono limitarsi a "commentare" chi ha il pulpito a disposizione sempre e comunque, per una prolungata inerzia dell'azione meritoria (sicuramente tale nel caso di eco… meno per altri) che pare debba non finire mai; sul referente impossibile: riferimento ad un travisamento tipico in semiotica, stressato al massimo, per dire che la realtà che eco pretende di toccare nel suo discorso interpretante gli sfugge al punto da essere come la cosa reale che la semiotica (quella di peirce e eco) non raggiunge… claro???

  7. luka ha scritto il 19 dicembre 2007 alle 5:29 pm

    ….ah sì! … i due fenomeni conducono però a punti diversi: fine per eco, inizio a dire per altri… almeno si spera

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