martedì, 30 ottobre 2007
Classi differenziali?
Nelle categorie: Di(ver)s(e)abilita', It, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:54 pm

Ho letto la notizia di Repubblica e il commento di Marco Lodoli, santimoniosamente indignato.
Da ex insegnante — e con un sacco di dubbi e di incertezze — mi permetto di non essere d'accordo con la santimoniosa indignazione. Certo, l'idea di mettere la scuola pubblica in concorrenza con i promozionifici dei due-o-piu'-anni-in-uno mi pare sbagliata e perfino un po' idiota. Ma, nel merito, mi sono sempre chiesto se non faremmo un migliore servizio ai nostri alunni organizzando le classi per livelli di apprendimento, in modo da avere gruppi omogenei e quindi percorsi didattici che possono essere seguiti piu' o meno allo stesso passo da un'intera classe. Naturalmente questo implica che gli insegnanti migliori e piu' motivati, i piu' capaci di tirarsi dietro i ragazzi vengano destinati alle classi di alunni che hanno piu' strada da fare — altrimenti si fanno dei ghetti in cui la scuola rinuncia ad insegnare. Dall'altra parte, gli alunni con i migliori risultati potrebbero trovare ambienti che valorizzino adeguatamente l'eccellenza.
Ho chiari i rischi: la segregazione razziale dei piccoli geni dai piccoli cancheri, la stratificazione di classe sociale, ecc. ecc.
Piccolo dettaglio: succede gia' — in via piu' o meno spontanea. Il liceo dove ho insegnato per anni (pubblico e assolutamente egualitario), siccome aveva fama di scuola seria e "difficile", selezionava *di fatto* in entrata i suoi studenti — poi li selezionava di nuovo con la moria della prima — e alla fine era un bel ritratto della buona borghesia cittadina — insegnare li' dentro era facile facile — e dava un sacco di soddisfazioni, il grosso della fatica era gia' fatto.
Per gli *altri* c'erano i gironi successivi del secondo liceo, dell'istituto tecnico, del magistrale, dei vari professionali. Dove colleghi magari piu' bravi di me faticavano il triplo per ottenere un terzo — e con un implacabile marchio di serie B, o C — o peggio.
Lo so — e' una riflessione scorrettissima e non piace nemmeno a me che la faccio. Ma ripeto: siamo sicuri che un buon sistema di classi *differenziate* per livello di competenza iniziale non potrebbe far qualcosa di buono per gli alunni?
E per ora butto soltanto li' — ci devo riflettere su — siamo davvero sicuri che l'integrazione scolastica degli alunni disabili — come nostro figlio — faccia loro del bene? non sarebbe piu' utile, almeno per molti di loro, avere un ambiente di apprendimento ritagliato sulle loro abilita' e disabilita' — piuttosto che essere appesi all'aleatoria presenza (e competenza) di un insegnante di sostegno in un contesto che non tiene conto, generalmente, dei loro bisogni?
Non ho la verita' in tasca — mi piacerebbe davvero che ne venisse fuori un minimo di discussione — senza preconcetti.


Secondo me questa dovrebbe essere una lettura obbligatoria per chiunque abbia a che fare con una persona autistica.



mercoledì, 24 ottobre 2007
Educare un figlio (autistico)
Nelle categorie: It, Pipponi, Roba da autistici — Scritto dal Ratto alle 7:47 pm

Per chi come noi e' piombato di colpo nel mondo dell'autismo e si trova a dover crescere un pargolo palesemente *diverso da tutti gli altri* — internet e' una risorsa preziosa e una croce terribile. Perche' l'informazione e' la cosa piu' importante — capire e' il primo passo per qualunque tentativo di essere utili ad It — ma la rete e' un bombardamento di notizie in cui c'e' tutto e il contrario di tutto. E per estrarne quello di cui ci si puo' fidare — o che ci puo' servire — ci vogliono attenzione, cultura, pazienza — e una notevole quantita' di saldezza di nervi. Ben inteso, la rete non fa altro che riprodurre la confusione che sul tema dell'autismo regna sovrana anche altrove.
Da un lato c'e' gente — come gli scatenati del DAN!, che hanno ricevuto una mano immeritata e potenzialmente assai dannosa da Beppe Grillo — che sostiene che l'autismo e' una patologia da intossicazione (da mercurio, da vaccinazioni, da metalli pesanti in genere, da glutine, da caseina — o da chissa' che altro) e che rimuovendo l'intossicazione se ne puo' guarire: basta assumere dei farmaci il cui uso non e' raccomandato dalla scienza medica ufficiale e il cui costo e' stellare, cambiare stile alimentare, ecc. ecc. Balle senza alcun fondamento scientifico che arricchiscono qualche praticone e danno un po' di speranza (vana) a qualche famiglia — e talvolta fanno danno.
Dall'altra ci sono le scuole medico-terapeutiche piu' o meno mainstream — che partono dal punto di vista che l'autismo e' una condizione non reversibile, di carattere organico e congenito: non si cura, non se ne guarisce. La sola possibilita' di garantire una vita "normale" a una persona autistica quindi e' intervenire sui suoi comportamenti per modificarli, "ricondizionarla" in modo che sviluppi le abilita' necessarie all'autonomia, alla comunicazione e all'interazione sociale. Ma ricondizionare via software l'hardware difettoso — passatemi l'immagine — e' un'impresa di immensa complessita' e significa intervenire in maniera estremamente massiccia e invasiva nella vita di un bambino: ore e ore di attivita' ogni giorno — con programmi piu' o meno rigidamente scanditi — e prima si comincia meglio e' — e i risultati comunque sono tutt'altro che sicuri.
Gli uni e gli altri pero' sembrano d'accordo su un punto: l'autismo va curato/trattato. Bisogna intervenire sul bambino autistico perche' raggiunga comportamenti normali — o meno anormali possibile.
Ma c'e' chi contesta proprio questo assunto fondamentale. E sono molte persone autistiche — o loro genitori — che rivendicano questa condizione come una diversita' da rispettare e non una patologia da curare. Che sostengono che imporre a un autistico comportamenti da "neurotipico" e' una crudelta', una umiliazione, una negazione della personalita'. Insomma — un vero e proprio abuso: una persona autistica ha un cervello strutturato diversamente, percepisce il mondo in un altro modo rispetto a noi neurotipici — ha sensazioni, emozioni, bisogni fisici e mentali non sovrapponibili ai nostri. La "normalita'" nei comportamenti di un autistico e' nella migliore delle ipotesi una forzatura, un costringere la persona a comportarsi per quel che non e' — e implicitamente a considerare "sbagliato" il suo vero modo di essere. Con quale conseguenza sulla percezione di se' e sull'autostima e' facile da immaginare. Chi si schiera a difesa della neurodiversita' sostiene quindi che l'intervento sulle persone autistiche non deve avere come obiettivo la cura — o lo sradicamento dei comportamenti autistici — ma dev'essere finalizzato esclusivamente ad alleviarne gli handicap sociali: favorire la comunicazione, sostenere l'autonomia. Ma lasciare che le persone autistiche continuino a vivere come tali — e che siano rispettate come tali.
Devo confessare che e' questo il punto di vista che piu' mi pare sensato — e piu' rispettoso di It. D'altronde e' difficile trovare il giusto limite tra l'intervento indispensabile e quello che diventa invasivo — specie se devi decidere per un figlio — correre il rischio che non apprenda a parlare, a controllare i propri bisogni fisiologici, a stare in mezzo ad altre persone. Non tentare di tutto per rendere possibile la sua indipendenza nel mondo — e' una scelta che credo nessun genitore possa fare senza una immane sofferenza — e forse non ha nemmeno il diritto di farla.
Non ho risposte su questo. Non so fino a che punto l'amore per nostro figlio deve spingerci sulla via di cercare di minimizzare il suo autismo e di farlo assomigliare il piu' possibile a una persona "normale" — o viceversa ad accettare fino in fondo la sua diversita' e a fare in modo che possa *il meglio possibile* vivere da diverso. E a dire la verita' non so nemmeno troppo bene quali differenze ci sono tra questi due approcci quando si passa dalla teoria alle cose da fare.
C'e' soltanto un elemento di riflessione a cui finora sono arrivato. Ed e' che educare un figlio, neurotipico o no, e' *comunque* imporgli dei modelli di comportamento socialmente accettabili, insegnargli le regole secondo cui vive la comunita', fargli conoscere ed accettare le necessita' del mondo in cui vive. Non c'e' nulla di spontaneo in questo — e c'e' un discreto grado di costrizione *comunque*: nessun bambino impara spontaneamente a fare la popo' nel vasino, a non fare le pernacchie alla gente, a non gridare dove bisogna fare silenzio, a non prendere il giocattolo del proprio vicino al parco giochi — e cosi' via crescendo. Piu' importante ancora: nessun bambino (e nessun ragazzo e nessun adulto) impara spontaneamente il rispetto degli altri — dei loro bisogni e delle loro percezioni — e la capacita' simmetrica di pretendere pari rispetto: anche in questo c'e' un percorso educativo, fatto di apprendimento e spesso di forzatura — solo con il tempo quella forzatura viene interiorizzata — e diventa parte di noi. Questa roba si chiama, in fondo, cultura.
Al tempo stesso — educare un bambino — e poi un ragazzo — vuol dire lasciarlo diventare cio' che e' — lasciare che scopra le sue tendenze — i suoi modi di essere — le sue peculiarita' — che affermi il suo modo di stare nel mondo — e non mettersi troppo in mezzo.
Non so se questo equilibrio, gia' cosi' difficile nell'essere genitori di un figlio che percepisce e pensa come noi, si riesce a mantenere con un figlio tanto radicalmente diverso da noi. Ma forse e' la sola strada che abbiamo davanti — e il brutto e' che anche se arrivi a capire il principio nessuno ti dice quali sono le cose giuste da fare per metterlo decentemente in pratica.

P. S. Se non ci sono link al DAN! e a Beppe Grillo, non e' che me li sono dimenticati — e' che certa gente non la voglio proprio linkare — niente pubblicita' nemmeno per sbaglio.


lunedì, 22 ottobre 2007
Pubblicità
Nelle categorie: Free Knowledge, Web — Scritto dal Ratto alle 4:03 pm

Venerdi' sera ci faro' una chiacchierata di dieci minuti su come la politica (non) sa utilizzare la rete. Il mio intervento e' del tutto trascurabile, ma l'iniziativa e' bella. Proprio bella.


domenica, 21 ottobre 2007
Emozioni (senza trattino)
Nelle categorie: Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 9:34 pm

Uno dei miei ex-alunni piu' intelligenti e' passato di qui oggi — e mi ha lasciato in una riga la notizia che ora insegna anche lui. Non so se sia il "lavoro della sua vita" — come lo e' stato per me, che pure l'ho abbandonato tanto tempo fa. In un certo senso glielo auguro (non c'e' mestiere migliore) — in un altro spero che possa scappare in tempo: la scuola ti mangia vivo, se vuoi farla davvero. Ma non sei mai tanto vivo come quando insegni. E oggi — a distanza di tanto tempo — sapere che lui e' dietro una cattedra — e che forse un barlume di quel che fara' con i suoi alunni viene da quel che gli ho insegnato io — mi ha dato la sensazione di aver fatto qualcosa di utile nel mio lavoro. Una sensazione che mi mancava da troppo tempo. Grazie, se mi leggi.


sabato, 20 ottobre 2007
Al lupo! al lupo!
Nelle categorie: Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 10:54 pm

Due notizie diverse, senza alcuna relazione — ma che mi hanno colpito per le reazioni che hanno suscitato. Dei begli spiriti — memori dell'anilina di Gianburrascafecer Trevi colorata in rosso. Il governo ha scritto un ddl da cui sembra che pur un blogguccio come questo debba iscriversi a un fantomatico registro della comunicazione e — forse forse — perfino trovarsi un giornalista disposto a far da direttore responsabile.
Nel primo come nel secondo caso, apriti cielo. Vesti stracciate, toni indignati, Beppegrillo (che non lnko per principio) che grida alla censura, Veltroni che strilla "Attentato!" — e cosi' via. A me pare che si sia perso il senso delle proporzioni — e che la prima vicenda sia catalogabile nel genere "Amici miei", la seconda in quello "gride manzoniane" — per di piu' scritte piu' per ignoranza e pressappochismo che per vero intento censorio.
Son cazzate — per chiamarle come meritano. E far tanto puzzo (come direbbero a Livorno) per delle cazzate fa credere che si sia persa la capacita' di distinguerle dalle cose serie.


martedì, 16 ottobre 2007
Mai dimenticare. Mai perdonare.
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:26 am

Immagine da Wikimedia Commons

Oggi e' il sessantaquattresimo anniversario della deportazione degli ebrei romani.


lunedì, 15 ottobre 2007
Tardo pomeriggio
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 7:22 pm


sulle colline dell'Alto Monferrato, qualche giorno fa.


sabato, 13 ottobre 2007
Le raccomandate
Nelle categorie: Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 11:27 pm

Non mi riferisco a ragazze aspiranti vincitrici di Miss Italia o analoghe iniziative, ma alle lettere il cui arrivo viene annunciato da quelle simpatiche cartoline gialle (tecnicamente avvisi di giacenza) che vi aspettano maligne acquattate nella vostra cassetta della posta. Io personalmente le odio e ormai il controllo della cassetta è diventato una sorta di momento di suspence: se non ci sono cartoline gialle è gia' indizio di una giornata non troppo schifosa, ma succede abbastanza frequentemente che una di loro occhieggi perfida, facendo sospettare disastri e problemi vari. Ammetto di essere ansiosa, ma quando vado via per viaggi o vacanze, avvicinandosi il ritorno penso con terrore al momento in cui arrivero' a casa e apriro' la cassetta delle poste (l'ultima volta ne ho trovate ben due, entrambe foriere di seccature medie e grosse e un altra e' gia' in attesa che trovi il tempo di ritirare la relativa missiva).
Nessuno o quasi vi scrive una raccomandata, specie con avviso di ricevimento (che e' cosa diversa dall'avviso di giacenza di cui sopra) per darvi una notizia piacevole e perfino una comunicazione neutra; è il modo con cui concessionari della riscossione, comuni, amministratori di condominio, ovviamente avvocati e quant'altri non solo vi notificano richieste di denaro di varia entita', in genere mai troppo ridotta, ma vi molestano profondamente. Mandandovi la raccomandata infatti poi vi costringono anche a impiegare tempo e fatica a andare all'ufficio postale a prendervi la sgradevole missiva che hanno pensato di inviarvi con questo barbaro sistema. Quando mai il postino che si presenta la mattina alle 10 o alle 11 vi trova in casa, dato che avete il cattivo gusto di andare a lavorare? Io sospetto che qualche volta gli emissari di poste italiane si risparmino pure lo sforzo di suonare il campanello, dato che riesco a trovare i malefici foglietti nella cassetta perfino se all'ora della consegna della posta mi trovo per combinazione in casa.
Per di più le suddette poste italiane si sono inventate il piu' insopportabile e scandaloso balzello che mente di gabellatore abbia mai concepito, cioe' il pagamento della sia pur ridotta somma di 52 centesimi (sono pur sempre 1000 lire) per la giacenza superiore ad una settimana. Il piu' classico caso di becchi e bastonati, no? E poi non hanno gia' fatto pagare al molestatore una somma che dovrebbe includere il servizio di giacenza?
In fondo le raccomandate sono un fenomeno legato proprio all'eta' adulta e all'indipendenza. Piu' responsabilita' ti prendi, piu' sei autonomo e piu' ti esponi a pretese di vario genere e quindi all'invio di raccomandate. Una volta, quando ero ragazzina, la posta poteva al piu' portare notizie piacevoli, la cartolina di un compagno di classe, la lettera di un amico di penna, che so. Ora e' solo pubblicita' e richieste di denaro. Lo stesso mi e' successo con il cellulare, che una volta era veicolo di conversazioni gradevoli, attualmente solo di molestatori per ragioni di lavoro e simili o di comunicazioni di servizio da parte dei familiari.
E poi si chiedono perche' alla gente non venga voglia di crescere…


sabato, 13 ottobre 2007
La macchina di famiglia e il Partito Democratico
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:29 pm

Un paio d'anni fa — come vetturetta di famiglia, da affiancare alla sventurata auto aziendale — ci siamo comprati una Polo. Modello base, grigio metallizzato. Solida ("Bella forte", diceva la pubblicita': io l'ho sempre trovata piu' forte che bella), spartana, senza accessori inutili (ma perfino senza alcuni di quelli utili). Una di quelle macchine che non ti fanno sognare, non ti colmano di entusiasmo, le trovi perfino un po' sgraziate a dire il vero. Ma che fa quel che deve fare, te ne fidi, ti porta dove vuoi senza far tante storie. Per tutte queste caratteristiche — e visto che e' pure targata DC — le si e' appiccicato il soprannome di Rosy — pensando ovviamente alla Bindi dell'epoca: tacco basso, capello corto, look spartanissimo — panzerdemocristiano.
Beh, alla fin fine sono le caratteristiche per cui domani io la Bindi la voto pure come segretario del PD.
(a parte: il post di Leonardo sull'argomento e' praticamente perfetto)


giovedì, 11 ottobre 2007
Il club dei bamboccioni
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:58 pm

Umberto Eco si e' unito al club dei tanti che danno ai giovani italiani di "bamboccioni" o simili per la loro prolungata permanenza in casa dai genitori, spiegando che pur di andare via da casa si puo' e si deve fare di tutto, come il lustrascarpe, e che i meravigliosi giovani che frequentano il suo master (o roba analoga) sull'editoria sono pronti a tutto, vincono borse di studio e poi vivono in cinque in una stanza come i marocchini immigrati pur di perseguire i loro obiettivi. Io non so se Eco e i suoi preziosi allievi abbiano mai lustrato scarpe (boh), io personalmente che sono riuscita a lasciare casa in modo definitivo solo a trent'anni ho lavorato in fabbrica dopo la laurea come metalmeccanica e ho anche prestato manodopera agricola. Certo, sono una del club dei bamboccioni perché non ho avuto il coraggio di prendere casa per conto mio fino a quando non ho avuto un lavoro stabile e retribuito in modo da pagare l'affitto con tranquillita'. Ma non e' il caso personale che mi interessa. Neanche voglio difendere quelli della mia generazione che non e' granche' , come tutte le generazioni del resto.
Pero' credo anche che il problema sia piu' complesso di come viene presentato spesso da politici e intellettuali e che l'attenzione debba essere spostata un po' dai figli bamboccioni alla generazione dei loro genitori. Sono spesso i genitori i primi a non incoraggiarti ad andartene, sono loro che occupano i posti di lavoro a tempo indeterminato che tu magari non vedrai mai nella vita, e loro i proprietari degli immobili che hanno raggiunto prezzi stellari in affitto e in vendita.
Ci sono poi secoli di cultura della famiglia e un contesto sociale assolutamente non idoneo a favorire l'uscita di casa dei giovani, che certo hanno i loro torti, in quanto molto spesso assolutamente contrari a sacrifici di qualsiasi tipo, dalla riduzione del tenore di vita alla necessita' di fare lavatrici e mangiare uova al tegamino. Magari, che so, ci si puo' sposare anche prima di essersi assicurati il servizio fotografico, il filmino e la cucina da 15.000 euro.
Pero' appunto sarebbe il momento di smettere di generalizzare e sputare sentenze su fenomeni sociali che coinvolgono milioni di persone, ciascuna con una storia diversa e spiegare tutto con la mancanza di carattere da un lato o con la precarietà lavorativa dal lato opposto.


mercoledì, 10 ottobre 2007
"I'm not very bright, l guess."
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 3:01 pm

(Come avrebbe detto Marilyn, I guess)

Come dicevo un po' di tempo addietro, sono incappato in una discussione con un gruppo di bright. So che non mi ci dovrei mai ficcare, perche' finiscono sempre allo stesso modo: loro ti rinfacciano l'immacolata concezione e l'intelligent design — tu ti inalberi e cerchi di spiegare che il pensiero religioso non e' necessariamente fondamentalista (almeno non in quel senso) — loro ti rispondono che l'unico criterio di verita' del pensiero e' il metodo scientifico ecc. ecc. Discussione inutile — su binari predefiniti — e destinata a lasciare ognuno ferreamente convinto delle proprie ragioni — ma soprattutto dei torti attribuiti all'altro. Tanto e' vero che e' finita in un bel flame.
Solo che — non riuscendo a spiegarmi li' — mi e' venuta voglia di provare a chiarire qui (anche a me stesso) quel che penso. Ci ho messo un sacco di tempo a ruminare 'sta roba (un po' meno di Simonide, ma mica poi tanto) — e alla fine quel che ho scritto mi pare assolutamente incompiuto e parziale. Ma in fondo e' il bello del blog: posso sempre tornarci sopra, correggere, cambiare idea. Soprattutto se qualcuno ha voglia di ragionarne con me.

Zero. Ho scritto altrove che sono convinto che una scelta religiosa non puo' che essere integrale e non puo' che essere il fondamento della vita di una persona — e in questo senso sono un po' diffidente del modo in cui correntemente si usano i termini integralismo e fondamentalismo. Tuttavia — per chiarezza di argomentazione — adotto qui le definizioni piu' o meno standard: in questo post si parla di fondamentalismo intendendo la posizione di chi considera i dettami religiosi e/o i testi sacri di una religione interpretati letteralmente quale unico fondamento della sua visione del mondo, della sua etica e dei suoi comportamenti. Come integralismo intendo qui l'atteggiamento di chi ritiene che il fondamento religioso della sua interpretazione del mondo deve avere una applicazione integrale — e quindi valere erga omnes, incondizionatamente e senza eccezioni.

Uno. Con me — a parlar male di integralisti e clericali si sfonda una porta spalancata. Sono convinto che esista una forsennata offensiva oscurantista in questi anni, in Italia e nel mondo, che fa del male alla convivenza collettiva e mina alcune delle conquiste fondamentali della nostra civilta': la laicita' delle istituzioni, il pluralismo, la liberta' di coscienza — e perfino il senso piu' vero della religiosita'. E sono assolutamente equanime nel rifiutare integralisti cattolici, protestanti, ebrei, musulmani e chi piu' ne ha piu' ne metta. Anzi, forse mi stanno piu' vigorosamente sulle palle quelli vicini alle tradizioni religiose a cui mi sento affine, per cultura di nascita o per scelte — se non altro perche' mi accorgo piu' facilmente di quanto le loro posizioni non reggano a volte nemmeno sul piano teologico.
Quanto alle posizioni fondamentaliste — mi fanno proprio orrore — perche' sono frutto di una ignoranza dei meccanismi essenziali del pensiero religioso stesso — e finiscono — nella ricerca di una fedelta' letterale ai testi — per tradire nella maniera peggiore il senso, il valore di ogni racconto/discorso religioso. Quindi se qualcuno pretende di leggere la Bibbia (o il Corano o qualunque altro testo sacro) alla lettera e di trarne conclusioni che non tengono conto delle modalita' della narrazione, della cultura che lo ha generato, del tempo trascorso e cosi' via — secondo me fa torto prima di tutto all'intelligenza di D-o, poi alla sua, e infine a quella di tutti noi.
Aggiungo che in molti casi integralismi e fondamentalismi mi paiono non solo sbagliati ma in malafede, figli di un calcolo di potere e di una volonta' di sopraffazione, piu' che di effettiva convinzione interiore di fare la volonta' di D-o. Non che chi e' veramente convinto mi piaccia tanto di piu' — scegliere fra banditi e stupidi e' una brutta gara…
Ma a differenza dei miei interlocutori bright trovo ingiustificato fare d'ogni erba un fascio e buttar via il pensiero religioso tout court insieme agli eccessi del fondamentalismo o delle superstizioni vecchie e nuove. Si puo' fare (in buona o cattiva fede — e mi si perdoni l'involontario gioco di parole) un uso assai distorto della religione — cosi' come si puo' fare un uso assai distorto della scienza. Ma come il dottor Mengele non dimostra la fallacia del pensiero scientifico — cosi' il mullah Omar o il reverendo Falwell non possono essere usati per negare generalmente il valore del pensiero religioso. Credo di dire un'ovvieta' — ma sono un po' stufo di sentirmi rimproverare dagli scientisti duri e puri i crimini commessi in nome della religione.

Due. Su un altro piano: il pensiero scientifico piu' acuto da piu' di cinquant'anni almeno ha superato l'illusione positivista di poter dare una rappresentazione oggettiva, completa e coerente del mondo — e di essere quindi il canale privilegiato per la lettura, o addirittura per la definizione della realta'. Non voglio (e non ho gli strumenti per) fare una breve storia dell'epistemologia novecentesca in un post — ma credo che il consenso su questo punto dovrebbe essere facilmente raggiungibile. Nei modi che gli sono peculiari, il pensiero scientifico ha riconosciuto di essere un pensiero *debole*, cui sfugge la possibilita' di una piena padronanza del reale. Lo stesso percorso hanno compiuto contemporaneamente i filosofi — e perfino gli ambienti piu' avanzati della speculazione teologica (certo non Ratzinger — ma questo e' un *suo* problema intellettuale). A partire dal riconoscimento di questa intrinseca debolezza della capacita' umana di pensare il mondo, credo fermamente che diversi modelli di indagine abbiano — ciascuno nella sua direzione e con i metodi che gli sono propri — piena e diversa legittimita' ognuno nel proprio ambito. Percio' la religione fa molto male a tentare di entrare nel campo della scienza, di cui non padroneggia gli strumenti — o della politica — che si fonda su regole autonome. Ma la scienza deve ammettere la propria impotenza di fronte alle domande fondamentali dell'uomo — le domande sul senso della nostra stessa esistenza, che a rigor di metodo non e' nemmeno in grado di porsi. E che invece sono domande a cui e' difficile sfuggire — e che possono essere meglio affrontate con gli strumenti del pensiero mitico-religioso (o della letteratura — o dell'arte — o della filosofia, se e' per questo): sempre che si abbia la capacita' di riconoscere questi strumenti e di impiegarli correttamente — ma di questo diro' qualcosa in seguito.
A farla corta — credo che sia un atteggiamento sano ammettere che nessun metodo e nessun modello di indagine sul mondo e' capace di arrivare dappertutto. Ognuno fa luce su frammenti, su prospettive piu' o meno ampie — ma non e' abbastanza potente da illuminare l'intero quadro. E' troppo chiedere a tutti, scienziati, teologi, letterati, filosofi l'umilta' di riconoscersi *deboli* — e di accettare la legittimita' dell'apporto dell'altro?

Tre. Vedo un certo integralismo parareligioso nell'ateismo militante. Mi spiego meglio. L'esistenza o meno di D-o e' — con gli strumenti del pensiero razionale — un indecidibile. Non e' dimostrabile ne' il si' ne' il no. Di conseguenza il solo atteggiamento razionale e scientifico di fronte alla questione e' un ignoramus — e a voler essere rigorosi dovrebbe valere la proposizione che chiude il Tractatus: "Su cio' di cui non si puo' parlare, si deve tacere". Ogni passo in piu' e' un'adesione fideistica a una tesi non dimostrata. Che mi sta bene — a patto che la si riconosca per tale. E che si riconosca che la posizione del credente e quella dell'ateo sono speculari e perfettamente equivalenti.
Credere o non credere e' — da questo punto di vista — davvero la scommessa di Pascal. La scommessa di Pascal nel senso di assumersi il rischio intellettuale di andare oltre la certezza — di gettarsi oltre il perimetro di cio' che possiamo *sapere*. Certo, non e' una "scelta" in senso stretto, un puro atto di volonta' — la nostra condizione di credenti o di dubbiosi o di atei dipende spesso da fattori che sfuggono alla sfera puramente intellettiva — la fede e' come l'amore (in fondo e' una forma di amore): non si inventa se non c'e'; un cristiano qui parlerebbe di grazia — ma apriremmo un altro capitolo complicato, che non mi sento di affrontare. Sono fermamente convinto, pero', che sia una scelta lasciare aperta o no la possibilita' di una prospettiva religiosa nella propria vita: qui sta la scommessa, per chi la vuol fare in un senso o nell'altro.

Quattro. Il pensiero religioso segue logiche proprie, fondamentalmente quelle del mito. E bisogna saperle leggere, per giudicare. Il pensiero mitico-religioso non e' un pensiero erroneo, o primitivo, o ingenuo. E' una modalita' di lettura del mondo che ha le sue vie, i suoi strumenti, i suoi fini. Il mito (e per mito intendo, sia ben chiaro, anche i racconti della Bibbia o del Corano o di qualunque altro libro sacro) non e' una favoletta — ma e' un racconto paradigmatico, un modo di raccontare il perche' del mondo come e' e di fondare i comportamenti delle persone in quel mondo. Certo, la mentalita' mitico-religiosa pretende che siano *vere* le storie che racconta — non le considera semplici allegorie o apologhi morali. Ma si tratta di una verita' *normativa*, piu' che di una verita' fattuale: e' vero il mito in quanto e' vero cio' che significa — non necessariamente in quanto sono veri tutti gli avvenimenti di cui parla. C'e' una formula folgorante di un filosofo della religione della tarda antichita', Salustio, che dice "Queste cose non accaddero mai, ma sono sempre". Questo ha due conseguenze, tra mille piu' importanti: che le interpretazioni letterali dei racconti sacri sono *sbagliate* perche' non colgono il tipo di verita' insito nel mito — e che insistere sull'implausibilita' logico-fattuale di un racconto sacro non ne scalfisce di una virgola il valore di verita'. In altre parole: dire che Maria ha concepito Gesu' senza un rapporto sessuale con un uomo, ma per l'intervento dello Spirito Santo, e' un modo narrativo per dire che Gesu' e' nello stesso tempo uomo e D-o — che e' figlio di una donna mortale e di D-o stesso. La verita' di cronaca e' un dettaglio — poco piu' che un pettegolezzo.
Io credo che il pensiero mitico-religioso abbia una legittimita' non inferiore a quella del pensiero scientifico, se ognuno resta nel suo ambito. E non mi sento un oscurantista se nella mia ricerca di senso resto in ascolto — cerco di essere attento alle possibilita' offerte da questo tipo di pensiero.
Detto questo, niente implica che la scelta religiosa avvenga nelle forme delle religioni rivelate. Ma le religioni rivelate sono un immenso patrimonio di paradigmi — una ricchezza che attraversa millenni di storia umana e che fa parte in maniera profonda del nostro tessuto di identita'. Difficile sottrarsi — in una prospettiva religiosa — alla convinzione che l'Altro veramente parli dentro quel patrimonio. E al bisogno di ascoltarlo. Ancora piu' difficile — e forse futile — tentare di percorrere strade diverse: anche in questo, essere nani sulle spalle di giganti val piu' che stare a scrutare l'orizzonte dal basso della propria solitaria statura.

Cinque. Proprio perche' si snoda in racconti — in miti — alla fin fine nell'esperienza religiosa la *fede* occupa un posto assai marginale — cosi' come le manifestazioni vere o presunte del soprannaturale. Conta molto di piu' l'adesione etica al mondo che quei racconti tratteggiano — e prima ancora la convinzione di essere o meno autosufficienti e compiuti. E conta stabilire – nelle forme del pensiero mitico-religioso — una relazione con l'assolutamente Altro da noi — una relazione personale diretta e fondante della nostra esistenza (fondante e integrale — che non e' meno esigente ma e' ben diverso da integralista e fondamentalista).

Conclusioni provvisorie. Dove sono io? Nel mezzo del dubbio. Di domande che non ammettono ne' la risposta semplicistica dei bright — ne' il semplice aderire a una prospettiva religiosa. So che non siamo autosufficienti — che un barlume di senso si puo' immaginare solo di fronte a un Altro (il λόγος πρὸς τὸν Θεόν, "la parola posta di fronte a Dio" del vangelo di Giovanni) — non riesco a trovare un cammino — anche perche' non posso che scontrarmi con il *vero* problema di una scelta religiosa che non e' quello della fede, ma quello della teodicea — e quello della responsabilita' (e di qui viene la mia sempre crescente lontananza teologica dal Cristianesimo — ma questa e' un'altra storia, che porterebbe troppo lontano).

Post scriptum. Giusto per chiarezza, anche se forse si capisce da quel che ho scritto. Credo che Ratzinger abbia assolutamente torto quando dice che la scienza senza D-o e' una minaccia. Credo l'esatto contrario — che scienza e religione debbano, come stato e Chiesa, restare rigorosamente separati e ciascuno sovrano nel proprio modo di comprendere il mondo — ogni commistione dei linguaggi e delle logiche non puo' che essere deleteria. Certo — e' difficile pensare a una ricerca scientifica applicata che non sia guidata da un'etica — ma certo non puo' essere la fede a dettare quest'etica — meno che mai una specifica religione rivelata, con la pretesa di imporre la propria etica a tutti.
Detto questo, cancellare il problema etico o far finta che non ci sia e' certamente una cattiva idea per chi si occupa di tecnica (piu' che di scienza pura) — e varrebbe la pena di rifletterci, al di la' delle prediche del Papa.


martedì, 9 ottobre 2007
Maleducazione
Nelle categorie: Umori e malumori, Web — Scritto da Amministratore alle 7:32 pm

Un blog della community di Libero posta una foto che ho scattato io come unico contenuto di un suo post. Senza dire da dove l'ha presa, in piena violazione sia della buona educazione che della Licenza Creative Commons che copre l'immagine. Ma che diamine, avete ogni diritto di copiare quel che vi pare — vi si chiede soltanto di citare la fonte, di non farci soldi e di ridistribuire eventuali contenuti derivati con la stessa licenza. E' cosi' difficile — o e' un semplice caso di "qui si fa come cazzo ci pare"?
Volevo lasciare un educato e pacato commento al post incriminato, chiedendo gentilmente di citarmi come autore dell'immagine e niente piu'. Ma su quel blog si puo' commentare soltanto se si e' iscritti alla community di Libero — cosa che non ho alcuna intenzione di fare.
E allora mi sono un po' alterato e mi sfogo qui — e nel frattempo ho fatto un piccolo dispetto al blog in questione, sostituendo la foto con qualcos'altro.


Autista ha scritto un post bellissimo sulle etichette che si appiccicano addosso ai bambini diversi dalla media



lunedì, 8 ottobre 2007
Confronti
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Nel paese dei Bogia-Nen — Scritto dal Ratto alle 12:33 pm

Venerdi' mattina:

Stamani:


lunedì, 8 ottobre 2007
Qualcosa di sinistra (era ora)
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:57 am

"Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute". Lo dice uno degli uomini meno di sinistra del governo — e io applaudo entusiasta. Avrei proposto volentieri la ola, ma mi sa che fare la ola da solo non e' un bello spettacolo.


mercoledì, 3 ottobre 2007
Siamo qui
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, It, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 2:20 am

e in un sacco di altri posti — e il piccolo anfibio sguazza beato (il problema e' *toglierlo* dall'acqua).

Some rights reserved

I contenuti originali di questo blog sono coperti da una Licenza Creative Commons.

Creative Commons License

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.

Autori

Accedi
Registrati

Aggreghiamo su

Autism Blogs Directory

Gambero Rosso Social Space

A casa Montag

Autismo: risorse online

Blog: autistici e genitori

Blog: culture di rete

Blog: Ebrei e Arabi

Blog: informatori

Blog: inventori

Blog: narratori

Blog: punti di vista

Ebraismo, Medio Oriente

Free Knowledge

Il mondo per gli occhi

Le mie webradio

Politica

Tutto il resto