mercoledì, 6 giugno 2007

Nella mia vita di bambino Israele entro' quarant'anni fa giusti giusti, con la Guerra dei Sei Giorni. Con l'affascinante retorica, che soltanto anni dopo avrei scoperto ingannevole come tutte le retoriche, del piccolo paese circondato da giganti ostili, di David contro Golia, dei bellissimi Mirage con la stella a sei punte padroni del cielo — con tutta la fascinazione che una guerra lontana puo' avere per un bambino di sei anni che gioca con i soldatini — e con il sottotesto sionista dell'uomo nuovo, della modernita', del paese che aveva fatto fiorire il deserto e che ora difendeva la sua strisciolina di terra con la forza che gli veniva dalla ragione.
Mi ci sono voluti anni per capire che non era stato proprio cosi'. Che dietro a quella guerra — che pure continuo a pensare che fosse essenzialmente una guerra di difesa nazionale — c'erano colpe ed errori *anche* di Israele. E che quella vittoria fu in realta' la peggiore delle sciagure immaginabili: per Israele, per i Palestinesi, e perfino per noi che stavamo all'altro angolo del mondo. E' difficile liberarsi dei miti d'infanzia — e la delusione e' feroce.
E mi ci sono voluti altri anni per venire a capo di quella delusione, e per capire che se Israele non e' stata all'altezza del suo mito fondativo, se non ha funzionato come esperimento di una "umanita' nuova" (come non hanno funzionato tutti gli esperimenti di questo genere del XX secolo — e forse Israele alla fin fine e' quello che ha dato i risultati meno peggiori) — merita comunque di non essere giudicata alla luce di quel metro impossibile — ma come "paese normale". E come tale letta, analizzata, criticata per i suoi errori, che sono molti e gravi — ma non inchiodata al suo essere al di sotto del mito.
P. S. solo apparentemente off topic. Purtroppo non vedro' la mostra su Tel Aviv che si e' aperta da pochi giorni alla Casa dell'Architettura di Roma. Ma credo che meriti, anche come testimonianza di alcuni degli aspetti migliori del mito sionista — e come occasione di riflessione sui silenzi — e sulle rimozioni — che quel mito comporta, anche quando si parla di architettura e di urbanistica.








C'è un articolo sull'Economist a proposito di Israele e della Guerra dei Sei Giorni. Credo sia molto appropriato.