La Provincia di Chieti rispolvera lo slogan "Il lavoro rende liberi". Pare che il Presidente l'abbia letto da qualche parte.



giovedì, 24 agosto 2006
I miei capelli, le matite e l'eta'
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 11:58 pm

Ieri sera la signorache taglia i capelli a It e a me mi ha fatto sentire proprio vecchio.
Il fatto e' che quando ho i capelli troppo corti, mi stanno diritti, perpendicolari al cranio — quindi cerco sempre di fermare le volenterose forbici dei parrucchieri al di sopra della lunghezza che permette di distinguere la mia testa da uno spazzolone. Ieri, per spiegare la cosa alla invero molto gentile signora, ho rispolverato il paragone, che ai mei tempi era topico, con l'omino delle matite Presbitero:

Ve la ricordate questa pubblicita', che campeggiava nelle cartolerie ai tempi della mia prima elementare? Ditemi di si', ditemi che non sono l'ultimo giurassico relitto che l'ha vista "dal vivo". Perche' la mia parrucchiera, di un po' di anni piu' giovane di me — lei e' proprio caduta dalle nuvole — e mi e' toccato spiegarle per benino "Era una pubblicita' fatta cosi' e cosi'…" –
I capelli grigi ce li ho da un po' — ma ieri sera me li sono sentiti grigi come poche volte nella vita. Un omino delle matite Presbitero tutto di HB e 2B…


giovedì, 24 agosto 2006
100 Centre Street
Nelle categorie: Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:41 am

Sidney Lumet, classe 1924, fa film giudiziari almeno dal 1957, dai tempi di La parola ai giurati (12 Angry Men). Chi meglio di lui poteva realizzare una serie televisiva su un tribunale che si occupa di casi minori? Così il buon Sidney, ahimè per due sole stagioni, e' stato produttore e a volte sceneggiatore e regista di 100 Centre Street, ambientata prevalentemente negli uffici del tribunale penale di New York all'omonimo indirizzo. Niente processi eclatanti, solo sfilze di casi di furto, piccolo spaccio, violenze in famiglia, ubriachezza molesta e quant'altro. Imputati poveracci, avvocati di ufficio volenterosi ma oberati, sostituti procuratori novellini in cerca di gloria, giudici lontani dai fasti della Corte Suprema, udienze in notturna con un minuto a caso. Casi che sembrano irrilevanti ma ched per un gioco del caso possono anche diventare esplosivi. Un mondo che raramente la tv americana ha indagato preferendo ovviamente omicidi e reati "veri": ricordo vagamente una vecchia situation comedy chiamata "Giudice di notte" (in orginale Night Court andata avanti addirittura dal 1984 al 1992) ma ovviamente il taglio era comico. In Italia nei tardi anni '80 c'e' stata la parentesi di "Un giorno in Pretura" che, prima di diventare con i processi di mani pulite la trasmissione dei grossi processi, consentiva di vedere come si svolgeva appunto un processetto di Pretura in cui già allora molto spesso gli imputati erano gli extracomunitari.
Tornando a 100 Centre Street non è una serie perfetta, spesso le sceneggiature potrebbero essere più incisive, eppure, nei limiti della spettacolarizzazione comunque imposta dalla tv, ha un sapore di verita'. Trasuda della stanchezza, dei dubbi, delle incertezze di chi tutti i giorni si trova a determinare l'esistenza altrui in un tempo che nel caso del processo americano puo' essere incredibilmente breve. Il cinismo diventa la prima arma di difesa, mentre l'esercizio non sempre rende perfetti nel giudicare persone e situazioni.
Nel cast e' grande Alan Arkin nella parte del gudice Joe "libera tutti" Rifkind (mi commuovono quelli come lui che nel mondo dello spettacolo hanno fatto qualunque cosa) e sicuramente apprezzabile LaTanya Richardson nei panni (e nella elaborata acconciatura) della severa giudice Atallah Sims.
Nel complesso un prodotto da far vedere a quelli che dicono che non c'e' niente da vedere in tv. Peccato che vada in onda solo sul satellite (Foxcrime sta trasmettendo la seconda serie) in piena estate…


mercoledì, 23 agosto 2006
Comunicazione di servizio
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:22 pm

Per ragioni che ignoro, le nostre foto ospitate su 23 sono inaccessibili e il caricamento della home page si blocca in attesa del server.
Fino a nuovo ordine le foto in testata e quelle della colonna di destra sono disabilitate.


lunedì, 21 agosto 2006
I dimenticati ovvero Sullivan's Travels
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:38 am

Sullivan's Travels non e' certo da considerarsi un film dimenticato, anche se non appartiene certamente alla cultura cinematografica di massa come molti altri classici di Hollywood. E' un film di Preston Sturges del 1942, geniaccio di fama inferiore ai meriti, il che mi fa venire voglia di farci un bel pippone estivo sopra. La trama e' semplice: il regista John Sullivan (Joel McCrea), mago degli incassi per le commedie e i musical, si mette in testa di girare un film di impegno sociale tratto dal romanzo di un tale Sinclair Beckstein intitolato Brother, Where Art Thou?. Dato che Sullivan pero' non ha mai avuto un vero problema al mondo e non sa niente in realta' di come vivono i poveracci affamati che dovrebbero essere i protagonisti del suo film, si mette in testa di girare il mondo come un vagabondo. Per la strada incontra una bella ragazza (impersonata dalla fascinosa Veronica Lake e destinata a restare senza nome per tutto il film) aspirante attrice di scarse fortune, che si unisce alle sue peregrinazioni. Sullivan finira' per avere un contatto con la realta' anche maggiore di quello da lui desiderato ed imparera' alla fine che i miserabili con cui ha vissuto trovano sollievo dal cinema piu' semplice, quello fatto di torte in faccia e risate senza pensieri. Non per nulla il fim ha una dedica "in ricordo di tutti coloro che ci hanno fatto ridere; i saltimbanchi, i clown, i buffoni di tutti i tempi e di ogni nazione, le cui fatiche hanno alleggerito i nostri fardelli; con affetto vogliamo dedicare questo film a loro".
Sullivan's Travels e' un'opera di notevole complessita' sul piano degli stili e dei contenuti e di grande rilievo culturale per il sofisticato gioco di rimandi non solo al mondo del cinema ma anche alla cultura "alta" (ammesso che la nozione abbia un senso).
Nel film e' particolarmente evidente la dimensione del "cinema sul cinema" visto anche nei suoi aspetti commerciali (spassosi i due produttori che stanno addosso a Sullivan perche' continui a fare i prodotti di sempre "con un po' di sesso" e non si cacci nei guai girando per l'America), con un'autoironia che non ti aspettteresti di trovare nell'epoca d'oro di Hollywood. Sono esplicitamente citati Lubitsch e Capra, i due poli tra cui il film si muove (commedia sofisticata-commedia con risvolti di impegno sociale), ma Sullivan's Travels non assomiglia veramente alle opere di nessuno dei due. A me ricorda per certi versi King Vidor, rimanendo assai vicino nella parte di "poetica" a Show People (rimando immodestamente ad un mio precedente post in merito) e getta un breve sguardo al mondo dei neri (oggi si direbbe afro-americani) del sud, anche a livello musicale, che ricorda Hallelujah! (1929) uno dei primi grandi film musicali americani. In comune con Show People ci sono tra l'altro i rimandi al rocambolesco cinema comico muto e alle bathing beauties (uno dei piu' grandi successi di Sullivan e' "Follie balneari").
Ci sono poi cose spassose, come la battuta del personaggio di Veronica Lake, celebre per l'onda di capelli biondi che le ricopriva una parte del viso, che dice di non avere i soldi per comprarsi le forcine (!!!). Altre uscite rivelano una finezza culturale notevole, come Sinclair Beckstein, nome dello scrittore dal cui romanzo "Oh, Brother, Where Art thou?" Sullivan vorrebbe trarre la sua sceneggiatura, concentrato di Upton Sinclair, Sinclair Lewis e Jonn Steinbeck, il che suona come omaggio e parodia al contempo della grande letteratura dell'epoca. Ed e' innegabile che pur nel piglio complessivo di commedia la parte centrale di Sullivan's Travels finisca per illustrare, come incidentalmente, le tematiche di molta letteratura illustre e per fare il lavoro che Sullivan all'inizio del film intendeva portare avanti. Ma Sturges non faceva certo niente a caso, e qui sta la bellezza dell'operazione.
Infine va segnalato che "Oh, Brother, Where Art thou?"oltre ad essere un verso di Shakespeare e' il titolo di un grande film dei fratelli Cohen con John Turturro e George Clooney (non e' l'ultimo dei meriti dell'opera che ci sia lui), che da Sullivan's Travels ha preso molto piu' che il titolo. Ma ora basta, non voglio farla ulteriormente lunga. Vedetevi il film, se vi capita, che starete meglio.


lunedì, 21 agosto 2006
Repetita iuvant?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:25 am

Della vicenda della dichiarazione dell'UCOII che equipara Israele ai nazisti non ho voglia di parlare — anche perche' mi pare che se ne stia parlando pure troppo. Pero' mi pare che sia sempre piu' diffusa l'abitudine di dare del fascista ("islamofascista"?) o del nazista ("nazisionista"?) a questo e a quello — e questo mi pare preoccupante, perche' indica una perdita del senso delle proporzioni e della memoria storica. E' appena il caso di ribadirlo: in Medio Oriente non e' in corso — e non e' in progetto — nessun genocidio.
Si puo' pensare e dire tutto il male possibile di Israele e della sua aggressivita' spesso priva di ragionevolezza, oltre che di pieta' umana — ma Israele non sta pianificando lo sterminio degli Arabi — e nemmeno di quella frazione degli Arabi che e' il popolo palestinese. Per converso, nonostante le dichiarazioni bellicose degli Ahmadinejad di turno, che vanno lette alla luce di una tradizione retorica e di una necessita' di propaganda interna, i vari pezzi del mondo islamico non hanno in progetto una seconda soluzione finale. Gli attacchi e gli attentati contro Israele sono gravissimi e bisogna fermarli, ma non mettono in pericolo l'esistenza del popolo israeliano, e men che meno del popolo ebraico. Di conseguenza chiamare in causa il nazismo e le memorie della Shoah e' sbagliato moralmente e politicamente.
Non aggiungo altro, anche perche' una delle miserie di questo argomento polemico e' che costringe a ripetersi — ed e' una ripetizione di cui sospetto l'inutilita'.


Poco tempo e poca voglia per scrivere in questi giorni. Ma segnalo questo editoriale di Ha'aretz che dice proprio quello che penso.



mercoledì, 16 agosto 2006
Ora che il cannone tace
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 3:22 pm

mi limito a segnalare tre articoli di Ha'aretz che secondo me riassumono la situazione in maniera esemplare.

- Reuven Pedatzur analizza l'entita' e le ragioni della sconfitta militare israeliana:

This is not a mere military defeat. This is a strategic failure whose far-reaching implications are still not clear. [...] Just like the Six-Day War led to a strategic change in the Middle East and established Israel's status as the regional power, the second Lebanon war may bring about the opposite. The IDF's failure is eroding our national security's most important asset – the belligerent image of this country, led by a vast, strong and advanced army capable of dealing our enemies a decisive blow if they even try to bother us. This war, it soon transpired, was about "awareness" and "deterrence." We lost the fight for both.

- In conseguenza della sconfitta, Kadima, il partito di Olmert e di Peres, si sta risolvendo ad abbandonare il piano di convergenza (cioe' l'idea del ritiro unilaterale da una parte del West Bank), sulla base della convinzione diffusa che abbandonare territori senza negoziati e garanzie non potra' che portare a ulteriori minacce alla sicurezza interna di Israele, sul modello del Sud-Libano e della Striscia di Gaza. Questo lascia Kadima — e il governo — senza uno straccio di strategia per la questione palestinese.

- A questo proposito, Gideon Samet in una limpida analisi sostiene che la guerra in Libano ha aperto una nuova epoca, in cui la sicurezza non puo' dipendere soltanto dalla forza militare e che di conseguenza e' inevitabile arrivare a soluzioni negoziate dei conflitti in corso, in particolare di quello con i Palestinesi. In questo compito il miglior partner di Israele non puo' che essere l'Europa, non gli Stati Uniti.


Shmuel Rosner ha messo insieme una interessante "war guide to winners and losers"



venerdì, 11 agosto 2006
Sofia e l'imbecille
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 11:59 am

Ho sempre avuto la sensazione che Jostein Gaarder (il norvegese autore del fortunato Il mondo di Sofia) fosse un furbetto privo di qualunque spessore intellettuale, una specie di Paulo Coelho con qualche infondata pretesa in piu'.
Ora devo fare le mie scuse a Paulo Coelho per il mio paragone mentale, perche' scopro che Gaarder e' — ad essere benevoli — un imbecille che ha pubblicato qualche giorno fa su Aftenposten un testo violentissimo (qui una versione inglese non ufficiale: Aftenposten e l'autore si sono vergognati troppo per tradurre l'articolo; in inglese pero' il quotidiano pubblica diverse reazioni) in cui mescola l'attacco alle politiche di Israele con i peggiori argomenti della retorica antisemita. Di solito sono cauto a dare dell'antisemita a qualcuno (in particolare non credo che sia antisemitismo la critica, pure violenta, alle politiche di Israele): ma Gaarder lo e' — senza dubbio alcuno. O almeno scrive da antisemita. E non mi si tiri fuori la storiella del modello letterario delle profezie di Amos: Gaarder usa un artificio retorico come foglia di fico per scaricare il suo livore contro l'ebraismo — di cui fa un ritratto caricaturale e fitto di ogni possibile ignoranza e pregiudizio.
Evidentemente, frequentare la filosofia non basta a diventare persone decenti.


giovedì, 10 agosto 2006
Penelope al governo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 2:44 pm

Se il racconto di Aluf Benn sull'andamento della riunione di governo che ieri ha deciso l'allargamento delle ostilita' e' attendibile, e' evidente che la parte politica e' in un notevole marasma e sta subendo in questo momento decisioni assunte dai comandi militari — e non viceversa. Il che spiega la scarsa chiarezza degli obiettivi politici della guerra — e probabilmente spiega anche come dopo l'annuncio dell'escalation oggi le notizie ufficiali parlino di un rinvio di qualche giorno dell'offensiva per dar tempo alle diplomazie. Olmert sta facendo come Penelope — la tira in lungo per non dover decidere tra soluzioni tutte sgradite e pericolose.


giovedì, 10 agosto 2006
Aridaje…
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 2:02 pm

Gianfranco Fabi sul 24 Ore di oggi (fondo di apertura in prima, intitolato "Trovare il coraggio di abolire le Province", non online) e su Radio24 torna alla carica sull'abolizione delle Province. Ha torto — e le ragioni le ho spiegate qui diverso tempo fa, quindi non ci torno sopra. Ma i luoghi comuni sono duri a morire, soprattutto quando servono a farsi con poca spesa un'immagine di razionalizzatori e modernizzatori della Pubblica Amministrazione.


Seguendo il suggerimento di Intempestiva, questo blog aderisce alla campagna di Amnesty contro la censura in internet.



mercoledì, 9 agosto 2006
L'istinto del giocatore
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 4:43 pm

L'escalation militare in Libano ci sara'. Cosi' ha deciso il governo Olmert di fronte alla pressante richiesta del capo di stato maggiore di Tsahal, Dan Halutz, secondo il quale "l'estensione delle operazioni e' necessaria a garantire una diversa conclusione della guerra" (che e' un bel modo di ammettere che finora e' andata malissimo). L'obiettivo delle operazioni, di cui si stima la durata in trenta giorni, e' la conquista dell'area a sud del fiume Litani (la vecchia "fascia di sicurezza" che Israele aveva mantenuto sotto occupazione dopo il 1982), ma anche posizioni a nord del fiume, in particolare lungo la valle della Bekaa: l'intento e' evidentemente lo scardinamento dell'impianto di comando, controllo, comunicazioni e logistica che permette a Hezbollah di operare.
La scelta israeliana comporta costi pesanti, sia per il Libano che per Israele: si prevedono alcune centinaia di caduti tra i combattenti (e di conseguenza nell'ordine delle migliaia tra i civili, anche ammettendo che la proporzione di questi giorni, uno a dieci, si riduca un po', dato che i combattimenti di terra sono meno indiscriminati dei bombardamenti aerei); le distruzioni materiali saranno estese e profonde, perche' gli obiettivi di Tsahal non possono non essere le infrastrutture che permettono il movimento e la comunicazione delle milizie sciite. Al tempo stesso, l'offensiva non sara' in grado di garantire, per molti giorni ancora, nemmeno il suo scopo minimale, che e' la cessazione degli attacchi con i razzi sul territorio israeliano: solo un controllo incontrastato dell'area e la distruzione delle rampe ad una ad una possono ottenere questo scopo — e ci vuole tempo, probabilmente piu' tempo di quello di cui Tsahal dispone.
Anche in questo caso, Israele, spinto dal fantasma della sconfitta e dalle polemiche interne sull'inconcludenza dell'azione dell'esercito, si sta gettando in una impresa militare senza avere chiarito gli obiettivi politici che vuole conseguire. E' una mossa quasi disperata, che somiglia molto a quella del giocatore d'azzardo che sta perdendo anche la camicia: alzare la posta e sperare che la roulette faccia uscire il numero fortunato: la reazione che fa la gioia di qualunque biscazziere — e non e' da escludere che Nasrallah in questo momento stia brindando al buon esito della sua trappola.

P. S. Intendiamoci: io non sono uno di quelli che pensano che il Libano dovesse restare per sempre sotto tutela siriana. Pero', con l'esercito siriano accampato nella Bekaa, Israele avrebbe dovuto essere assai piu' prudente. L'assenza dell'ingombrante vicino non si sta rivelando una buona maniera di salvaguardare l'indipendenza libanese.
Non ho le idee chiare — su questo punto — ma e' argomento su cui mi pare valga la pena di ragionare.


mercoledì, 9 agosto 2006
Subito dopo la guerra
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 11:37 am

Gideon Samet su Ha'aretz:

[...] In a way that is still unclear to this government, the war, like many in history, is also a special opportunity for a new diplomatic move. Ehud Olmert understands that unilateral convergence has been hit with a crushing missile. [...] Nothing can be unilateral any longer. Not dealing with Hezbollah, not withdrawing from the West Bank, no boastful patter about Israel's power to arrange matters as it sees fit. The new age now forced on Israel is one of dialogue with those pulling the strings in the West as with our neighbors. [...] To many in Israel who in their minds have yet to take their finger off the trigger toward Lebanon, Gaza and the West Bank, it may seem surprising that this is the time to move to a completely different front. Now, after the mutual killing, circumstances are ripe for a wider Israeli assault in favor of serious negotiations with Hamas and the Palestinian administration. This is also the time to talk to Syria, or at least to take its pulse.
This is the right time to bring forth everything the Israeli genius can, despite its famed historic limitations, toward dialogue, clear bilateralism, arrangements, humanitarian sensitivity, a lowering of the repulsive macho tone that Olmert is not lacking. A crack has opened toward another age. Olmert and company will be courting our disaster if they do not move toward it with a firm step.


Jean François Daguzan su Le Monde dice cose che condivido sulla strategia militare israeliana in Libano



Tahar Ben Jelloun e Amos Gitai sulla guerra in Libano (da Le Monde, ovviamente)



Un post importante sul tema dell'acqua nel conflitto israelo-libanese. Petrolio e' un blog davvero interessante.



martedì, 8 agosto 2006
Un provvisorio punto della situazione
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi — Scritto dal Ratto alle 2:42 pm

In questi giorni ho accumulato un po' di letture e di riflessioni sulla guerra in Libano. Se come temo alcuni link sono nel frattempo andati offline, segnalatemeli: ho fatto copie locali di tutti gli articoli.

A volte essere buon profeta e' tanto facile quanto spiacevole. Israele sta perdendo la guerra in Libano:
- la sta perdendo sul terreno, innanzi tutto: Haifa e il nord del paese sono sotto attacco quotidiano da perte dei razzi di Hezbollah, le perdite sono alte, i progressi poco visibili — e il fattore tempo non gioca a favore di Israele.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi militari (anche perche' non erano chiari e definiti in partenza), come riferiva gia' il 5 agosto questo interessante reportage di Libération: i soldati catturati continuano ad essere nelle mani di Hamas e di Hezbollah, le capacita' militari della milizia sciita libanese non sono state annientate, anche se certamente hanno subito qualche ridimensionamento, la "fascia di sicurezza" che Israele vuole nel sud del Libano e' tutto tranne che assicurata; solo un'escalation ulteriore del conflitto, con l'attacco alle retrovie di Hezbollah nella valle della Bekaa e con azioni su larga scala volte alla demolizione sistematica dell'infrastruttura logistica, potrebbe a questo punto dare ad Israele una vera vittoria sul piano militare. Gia' qualche giorno fa un analista serio come il generale Jean sulla Stampa si era espresso in questo senso [non trovo l'articolo online; questo, del 26 luglio, dice cose in parte analoghe]; oggi perfino un giornale di sinistra come Ha'aretz, che pure avanza forti riserve sul senso e la conduzione della guerra, caldeggia l'escalation, proprio a partire dalla constatazione della sconfitta sul campo:

Let there be no doubt: Despite the efforts of the prime minister and IDF generals to enumerate the IDF's achievements, the war as it approaches its end is seen by the region and the world – and even by the Israeli public – as a stinging defeat with possibly fateful implications.

Tuttavia l'escalation avrebbe rischi e costi politici, militari ed umani difficilmente sostenibili: e' da sperare che ad Israele manchino il tempo e la volonta' politica per andare in questa direzione.

- la sta perdendo sul piano degli strumenti diplomatici: tanto che la bozza di risoluzione ONU — che pure e' frutto di un compromesso molto favorevole a Israele — arriva perfino a prevedere che lo stato ebraico faccia concessioni territoriali (la questione delle "fattorie di Sheba", per la cui importanza rimando a questo articolo apparso oggi su L'Orient-Le Jour di Beirut); nell'ipotesi disegnata dal primo ministro libanese Siniora il dispiegamento dell'esercito nel sud del paese avverra' con il consenso di Hezbollah e quindi la milizia sciita avra' modo di conservare il suo potenziale offensivo. Inutile dire che il massacro di Qana e' stato determinante nell'alienare ad Israele i consensi internazionali necessari a una soluzione per lei positiva. In questo senso ho trovato illuminante un articolo di Nehemia Shtrasler uscito su Ha'aretz del primo agosto:

Now, after the tragic events in Qana, which killed some 60 civilians, even Israel's greatest ally has changed direction and says it wants a speedy cease-fire. [...] Based on what has happened in the field, nothing remains of the grandiose goals of the beginning of the war.
Soon we will start to long for the excellent agreement offered by the G-8 at the beginning of the war. Today, it, too, is unattainable.

- la sta perdendo sul piano della percezione nazionale: il fronte interno mostra, pur nel sostegno generalizzato all'azione militare, segni di nervosismo e di perdita di coesione. L'opinione pubblica israeliana *si sente* sconfitta di fronte alla capacita' di Hezbollah di reagire e di continuare a colpire. Ze'ev Sternhell gia' il 3 agosto definiva quella in Libano "The most unsuccessful war".
In queste condizioni, tra l'altro, anche l'attuazione del piano di convergenza del governo Olmert si dimostrera' particolarmente difficile, perche' avranno buon gioco gli avversari di qualunque ritiro dal West Bank ad invocare il doppio precedente del Libano e della Striscia di Gaza: territori — sosterranno — da cui Israele si e' ritirato unilateralmente e dai quali viene una minaccia forte alla sicurezza dei cittadini, che nemmeno una guerra su larga scala e' in grado di neutralizzare.

- la sta perdendo sul piano degli obiettivi politici: il consenso per Hamas in Palestina e' alle stelle (al 55% secondo un sondaggio riportato da Repubblica lo scorso 7 agosto) — e i moderati palestinesi sono chiusi all'angolo; in Libano Hezbollah e' il partner determinante per definire la cessazione delle ostilita' ed ha riguadagnato favore e solidarieta' presso la popolazione e presso la classe politica. Il primo ministro Siniora non esita a dire che gli obiettivi di Hezbollah sono gli obiettivi di tutti i Libanesi e che senza l'accordo di tutti i partiti non ci sara' alcun invio di forze internazionali nel sud del paese: se pure dovra' ridurre il proprio potenziale militare dopo il cessate il fuoco, il partito sciita ha gia' riguadagnato ampiamente sul piano politico quel che perdera' sul piano degli armamenti. Il risultato e' che il governo Olmert si trovera' una Palestina in cui il prestigio di Hamas non sara' piu' discutibile e un Libano in cui l'unita' politica delle varie fazioni avra' come comune denominatore l'avversione a Israele. Amir Oren traccia cosi' il quadro di chi e' il vero vincitore del conflitto, ad oggi:

In Western terms, if the cease-fire resolution is accepted in its current formulation, then Nasrallah lost the confrontation with Israel during the past month. In Eastern terms, which are the ones that really count in this part of the world, he only improved his position by taking a step backward in anticipation of the next round. The cease-fire depends on the agreement of the government of Lebanon and, at this point, that depends on Nasrallah. If the world is impatient to close the Lebanese case and move on, Nasrallah is capable of giving it and Israel the runaround – and of racking up further concessions. He exists, therefore he is important.

A titolo di provvisoria conclusione: Israele e' entrata in questa guerra con obiettivi mal definiti e senza una strategia politica, rispondendo in termini puramente militari a un'aggressione politicamente assai meditata da parte di Hamas e di Hezbollah. Com'era ovvio, sono stati questi ultimi a trarne vantaggio. Come suggerisce Akiva Eldar in questo articolo, c'e' una sola cosa che il governo Olmert potrebbe fare per rovesciare il tavolo e garantirsi una soluzione politicamente vantaggiosa del conflitto: riaprire le trattative tanto con la Siria per il Golan, quanto con i Palestinesi per la cessazione dell'occupazione — allargando all'improvviso l'orizzonte, e chiedendo con assoluta fermezza nello stesso tempo che la comunita' internazionale garantisca la sicurezza rispetto alle ambizioni nucleari dell'Iran, Israele potrebbe ottenere molto di piu' che con la guerra anche sul difficile terreno libanese. Ma a Gerusalemme tira tutt'altro vento — e nulla di simile accadra'.


lunedì, 7 agosto 2006
Letture e allergie
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 5:56 pm

Dalla vacanza in Francia sono tornato con una nausea tutta particolare per i giornali italiani, per i quali le sole notizie interessanti sono le espettorazioni di D'Alema o di Casini. Percio' mi sono fatto un regalo: l'abbonamento a Le Monde online a sei euro al mese. Almeno un po' di informazione internazionale vera riesco a leggerla…


mercoledì, 2 agosto 2006
Tisha b'Av
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 8:00 pm

C'e' una neppure troppo sottile ironia nel fatto che nel giorno dell'afflizione per la distruzione del Tempio — il segno dell'annichilimento di Israele come realta' politica — ci si trovi a dover riflettere sulle (e ad affliggersi per le) vittime causate dall'eccesso di potenza della nuova Israele. Spero che questa riflessione (e quest'afflizione) accompagni chi puo' in qualunque misura influire sugli avvenimenti — insieme alla consapevolezza che nella storia di Israele la presunzione di potenza non e' mai stata una buona politica.


Sottoscrivo in pieno questo articolo del vecchio Jimmy Carter sugli eventi in Medio Oriente.


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