Martedì, 28 Marzo 2006
(in Israele, non qui)
Si vota in Israele, in queste ore. Da piu' parti, sia laggiu', sia qui in Europa (ultimi esempi, Igor Man sulla Stampa di ieri e il brutto articolo della solita Fiamma Nirenstein su quella di oggi), si stanno contrabbandando queste elezioni come una specie di referendum sulla pace e sui territori. Se Kadima, il partito fondato da Sharon e in cui sono confluiti i segmenti "centristi" del Likud e dei Laburisti, avra' un'affermazione sufficientemente forte, allora si procedera' sulla linea del disimpegno unilaterale dalla Cisgiordania — altrimenti tutto torna in discussione. Se Kadima vince — e' il retropensiero — si fa la pace senza sporcarsi le mani con Hamas — se no il processo di pace si ferma a tempo indeterminato.
Questa linea di interpretazione e' fuorviante per almeno due motivi. Il primo e' che un processo di pace non c'e', ne' senza Hamas ne' con Hamas. Il processo di pace e' fermo — l'occupazione continua con la brutalita' di sempre — e non certo perche' Hamas ha vinto le elezioni: e' fermo da ben prima — Israele ha oggettivamente favorito l'affermazione di Hamas non concedendo alcun progresso all'amministrazione di Fatah — in un certo senso Sharon e' stato il vero grande elettore dei fondamentalisti islamici in Palestina — proprio attraverso il blocco sostanziale del processo di pace — che non ha fatto altro che passi indietro dopo Gaza.
Il secondo e' che comunque queste elezioni non daranno ne' a Kadima, ne' ad alcuno dei contendenti principali, una maggioranza chiara. Nella migliore delle ipotesi il partito di Olmert raggiungera' i 36 seggi su 120 nella Knesset; i laburisti non andranno al di sopra dei 20-22; il Likud stara' tra i 15 e i 20. Qualunque coalizione Olmert vorra' tentare di formare, sia a sinistra che (improbabilmente) a destra, dovra' cercare l'appoggio di alcuni partiti minori per raggiungere la maggioranza. Quindi ci si potra' aspettare il solito groviglio di veti incrociati, di compromessi sfiancanti ed al ribasso, di politiche annunciate e smentite dai fatti (e' il bello del proporzionale, baby, quello che noi in Italia siamo andati a riesumare…). Quindi il supposto referendum avra' tutto tranne che una risposta chiara.
Tutto negativo, allora, in queste elezioni? No — a patto di guardare avanti, al medio termine — e sempre che la situazione consenta una prospettiva temporale cosi' lunga. Perche' il fatto nuovo di queste elezioni e' che per la prima volta da anni il mainstream della politica israeliana si e' liberato di una sorta di abbraccio mortale tra le diverse parti, che impediva qualunque dialettica e qualunque progresso. Il Labour, liberatosi dolorosamente di Peres e sotto la guida di Amir Peretz, sta ricominciando a fare il partito di sinistra. Il Likud si e' definitivamente ancorato a destra, a rappresentare il nazionalismo della Grande Israele. Kadima si candida a rappresentare la continuita' con le scelte dei governi degli ultimi dieci anni. Agli Israeliani e' data la possibilita' di scegliere per davvero: non in un referendum sulla pace, che resta lontana comunque; ma in elezioni che mettono in campo programmi diversificati ed opzioni politiche ben chiare — non solo sul rapporto con i Palestinesi, ma anche sulle politiche sociali, sull'economia, sulla redistribuzione del reddito. Se ci sara' tempo, questo non puo' che far bene, non solo a Israele, ma all'intera regione.
[Ma tu guarda — questo post e' finito su Libero Blog. E non se lo fila nessuno nemmeno li'… ;-)]
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