domenica, 11 dicembre 2005
I timidi e la globalizzazione
Nelle categorie: Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 12:25 pm

Tutti la menano che i posti tipo Starbucks sono impersonali eccetera, ma come la mettiamo quando così e' proprio quello che cerchi? Io sarei persa se i tipi come JJ facessero come vogliono loro, e nel mondo non c'e' niente di impersonale. A me piace sapere che esistono dei posti grandi e senza vetrine dove a nessuno gliene frega un cazzo. Devi essere sicuro di te stesso per entrare nei posti piu' piccoli, con i clienti abituali, le piccole librerie e i negozietti di dischi e i ristorantini e i caffe'. Io sto al massimo da Virgin Megastore, da Borders e da Starbucks e da Pizza Express, dove tutti si sbattono i coglioni e nessuno sa chi sei.
Il personaggio di Jess in Non buttiamoci giu', Nick Hornby, 2005 (ed. italiana Ugo Guanda editore, trad. Massimo Bocchiola).
Le parole di Jess, piu' che di Hornby (Jess e' uno dei personaggi narranti del libro scritto da quattro punti di vista diversi) in buona parte mi trovano d'accordo. La globalizzazione ha aspetti orrendi, e' brutto vedere sparire i vecchi negozi ecc., eppure ha i suoi lati confortanti per un sacco di persone. Per la gente timida come me spesso entrare in un negozio puo' essere un problema. Specie quelli di abbigliamento; se entro e mi guardo intorno o addirittura chiedo che mi facciano vedere qualcosa, poi come faccio a non comprare niente? Poi spesso i negozianti hanno atteggiamenti che mi mettono particolarmente a disagio: avete presente quelli dei negozi poco frequentati che se ne stanno sulla soglia a guardare la gente che passa? Ecco, mi fanno passare anche la voglia di guardare la vetrina, perche' mi sembra di suscitare un'aspettativa. Poi mi piace un sacco avere la liberta' di cercare le cose da sola, odio le commesse che mi saltano addosso.
Cosi' finisco anch'io come Jess per amare i posti impersonali creati dalla globalizzazione, i negozi di abbligliamento dove ti prendi i vestiti e te li provi da solo, i caffe' tutti uguali, le librerie un po' supermercato. L'impersonalita' avra' i suoi difetti, ma almeno ti lascia libero di essere timido. Anche se poi un mondo fatto solo di Starbucks sicuramente non mi piacerebbe. Ma lasciarsi andare di tanto alla debolezza dell'asocialita' e' una tentazione parecchio forte, per poi ricominciare a sforzarsi di interagire con gli esseri umani.

11 Commenti a “I timidi e la globalizzazione”

  1. comidademama ha scritto il 11 dicembre 2005 alle 10:34 pm

    Massima solidarietà per l'avversione alle commesse che ti saltano alla giugulare.
    Con gli anni ho imparato a entrare anche da Gucci in Old Bond Street o da Donna Karan (negozio da sbattersi per terra per l'interior design) vestita come una scappata di casa, ma allora lo facevo per lavoro e non per mio piacere, niente shopping, non me lo potevo/posso permettere. Ed era divertente.
    Tornando alle commesse, quel tipo di commesse, sono chiamate "sharks" dai consulenti di vendita, e vengono segnalate come negative, mentre le "dolphins", che sanno saggiamente stare al loro posto, sono lodate. Perchè è meglio dire qualche cosa in inglese se sei consulente, mi par di capire.

    Mentre per Starbucks devo spezzare una lancia. Perchè un cappuccino fatto come si deve a un prezzo accessibile a Kyoto non credevamo di trovarlo, io e Marco. E qui aggiungerei Andersen per tutto quello che non è riso, casomai doveste passare da quelle parti.
    Poi ci siamo ricordati che, Europa esclusa, Starbucks poteva esser quivi approdato. Infatti.
    Dovete capire, ad Amsterdam un cappuccino con la schiuma non esiste, non è il lamento dell'italiano che non può starne senza per poche settimane.

    E un posto come le librerie Barnes & Noble me lo sogno in Italia, dove puoi leggerti le riviste senza che nessuno ti dica di smettere, sederti per terra e leggere i libri. E a mezzogiorno i ragazzi del negozio ti servono lì a terra pezzetti di focaccia calda http://www.barnesandnoble.com/.

    Amo anche io però i piccoli negozi, tipo la libreria delle signorine Benigni in via Belenzani perchè sono due libraie vere, brave e competenti e non gestrici di un supermercato di libri, il pizzicagnolo (bravo deve essere, però) etc.

  2. marco ha scritto il 11 dicembre 2005 alle 11:51 pm

    Concordo. Anche io, almeno quando giro da solo, tendo a scegliere posti abbastanza impersonali, per gli stessi motivi che hai spiegato.
    Nello specifico di Starbucks, va poi detto che il loro cappuccino è davvero 'bbono.

  3. delio ha scritto il 12 dicembre 2005 alle 4:14 pm

    comida, va detto che nelle librerie feltrinelli rinnovate (megastore o no, a me ora vengono in mente quella di bari e quella di largo di torre argentina a roma) c'è sempre un caffé e la possibilità di sedersi e leggere libri e riviste in pace.
    poi certo, non si arriva alle librerie tedesche dove in alcuni casi c'è persino il caminetto e una poltrona davanti (giuro).

  4. comidademama ha scritto il 13 dicembre 2005 alle 8:38 am

    carissmo delio, se trovassi una libreria con poltrona e caminetto credo che la squotterei e mi fermerei a vivere lì

    ^__________^
    non sono più entrata in una Feltrinelli se non quella di Torino in Piazza Castello che è molto striminzita
    conto su un giro a MIlano al più presto.

    hai visto Marco a Monaco o non ce l'avete fatta?

  5. comidademama ha scritto il 13 dicembre 2005 alle 8:40 am

    faccio caso solo ora, la foto che hai scelto sembra un quadro di Hopper su cui qulache salame ha saturato un po' i colori e ha messo un'insegna in cima

  6. delio ha scritto il 13 dicembre 2005 alle 6:46 pm

    ahimé marco non si è fatto vivo. in realtà poco male, perché lo scorso week-end sono stato così impegnato che non credo sarei riuscito a fare un salto a monaco. alla prossima, allora.

  7. waldorf ha scritto il 13 dicembre 2005 alle 8:12 pm

    L'aspetto hopperiano della foto mi era sembrato divertente, e cosi' l'ho usata anche se forse la mia idea di partenza era piu' un reparto detersivi di un enorme supermercato, una cosa pop-artistica. Comunque e' buffo vedere la circolazione di certi stereotipi iconografici come Nighthawks di Hopper.

  8. comidademama ha scritto il 13 dicembre 2005 alle 10:33 pm

    delio, alla prossima, ho cercato di spiegare a marta la tua lezione con dimostrazione elegante nell'aula ad anfiteatro ^_^

    waldorf già, tra un po' lo stamperanno pure sulla carta igienica o sulla carta da cucina. Ma credo che sia una moda relativamente recente. Ricordo Kandinsky alla fine degli anni Ottanta, o sbaglio? Non è che ci faccia tanto caso.
    Invece in Shrek1 o Shrek2 (sono dei film di animazione abbastanza recenti) usano Starbucks direttamente.

  9. Angelo ha scritto il 14 dicembre 2005 alle 12:18 am

    @comida: non puoi farci il torto di pensare che non si conosca Shrek… :-)

  10. comidademama ha scritto il 14 dicembre 2005 alle 7:49 pm

    scusa angelo, ma dato che avete un bimbo molto piccolo pensavo che non lo conosceste

    cambiando discorso ho scaricato le fotografie del blog pranzo di fossano, non sono molte e non sono perfette, ma è un bel ricordo, le pubblico su 23hq in modo le che lscarichiate a piacere e poi le cancello?
    che dici?

  11. waldorf ha scritto il 16 dicembre 2005 alle 3:06 pm

    Per la verita' il mio interesse per il cinema di animazione ha poco a che fare con il fatto di avere un figlio, ma risale a molti anni fa. Adoro Shrek e a volte ho l'impressione che le cose migliori degli ultimi tempi si trovino proprio in certi film "per bambini" (ma i bambini come fanno a capire tutte le citazioni di film come Shrek?)

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