lunedì, 24 ottobre 2005
La vita dura del moralista laico
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:45 am

Ebbene sì, appartengo alla antipatica schiera dei moralisti. In famiglia mi danno della moralista fin dall'adolescenza e se un tempo reagivo con dispetto, ora, passati gli anni, non potrei che riconoscere che hanno ragione. Il fatto e' che ho deciso di non vergognarmene piu', nonostante che il moralismo sia un modo di vedere le cose assai poco di moda in questa epoca e da sempre connotato di un'aura negativa. Dove proprio il moralismo non ha cittadinanza e' al di fuori dell'area religiosa, in questo paese di impronta ovviamente cattolica. Io non mi riconosco nel cattolicesimo, ma non credo che essere laici debba comportare il relativismo come mancanza assoluta di canoni di comportamento e di conseguenza di giudizio. Certamente diventa tutto piu' difficile quando non ti rimane altro che la coscienza e il sentimento del giusto a guidarti, ma cio' non significa, a differenza di quanto sembra voler credere il Papa, che un laico non possa che attingere una guida morale nei precetti della Chiesa.
Cristo ha detto, come tutti sanno, "chi e' senza peccato scagli la prima pietra". La frase evangelica viene ogni tanto riciclata per stabilire che no, non si puo' giudicare gli altri. E invece io credo che si debba giudicare; cio' non significa non avere comprensione e tolleranza, né predicare bene e razzolare male, ma che occorre stabilire il significato e il peso dei comportamenti umani. E' se stessi del resto che si deve giudicare prima di tutti gli altri.
Non credo che si possa fare a meno della responsabilita', mentre mi pare di vivere in un mondo, e in un paese, che ha buttato a mare lo stesso concetto della responsabilita' personale. A scuola non si boccia piu', i politici e gli alti burocrati fanno cose incredibili ma non si dimettono, le madri assassine agiscono in preda alla depressione post partum e ricevono sollecite visite di pietosi parlamentari. Capisco che metto insieme cose diverse e lontane, ma sono tutti fenomeni che appartengono ad una stessa temperie. Si tratta appunto di buttare a mare la responsabilita', l'idea che a qualcuno si possano addebitare determinati fatti e che debba pagare per quelli. E poi a tutti gli altri si dice "chi sei tu per giudicare?". Eppure ci sono quelli che a scuola si danno da fare per meritarsi la promozione, le madri che nonostante la depressione, che innegabilmente esiste, si prendono cura dei figli, le persone che sul lavoro e nell'espletamento di funzioni pubbliche fanno il loro dovere con coscienza. Perche' queste persone non possono giudicare? E perche' gli altri non si assumono la propria responsabilita'?
Se credere che ci siano delle regole da rispettare e che esista lo spazio di una condanna per chi non le rispetta e' moralismo, io ne sono senza dubbio colpevole e non me ne vergogno, appunto. Il problema e' individuarle, le regole, specie se appunto sei un esponente della strana razza dei laici;
ma una volta individuate, e' giusto giudicare. Ripeto, partendo da se stessi.

2 Commenti a “La vita dura del moralista laico”

  1. io ha scritto il 24 ottobre 2005 alle 8:51 am

    Ho commesso un qualche errore nel precedente commento, spero di averlo inviato e che possiate unire i due! altrimenti cestinate il tutto.
    Comunque dicevo che Faccio parte di quelle mamme che nonostante la depressione, perl'appunto, ha amato le proprie figlie sopra ogni cosa, però, però c'è un però che mi rode, un filo sottile che non mi permette di giudicare, ma che mi ha sempre fatto capire che quella cosa si può fare, per quanto anche il solo ammetterlo possa sembrare aberrante. QUesto non vuol dire chele donne che lo hanno fatto hanno palesemente commesso un crimine atroce e vanno condannate a norma di legge, però. Però credo, come Concita De Gregorio, che ci siano altre responsabilità, che siano situazioni in cui condannare la donna è la cosa più semplice che si possa fare, ma si spera che altri perdano il sonno.
    Scusa, il tuo post, in fondo, parlava di altro, ma mentre tutto il resto era condivisibile, questo esempio mi ha lasciata perplessa (ma forse era lì a posta).

  2. waldorf ha scritto il 24 ottobre 2005 alle 9:17 am

    Non so cosa voglia dire che l'esempio era lì apposta; era certamente una provocazione, ma avevo già premesso che giudicare non significa né non aver pietà e nemmeno per forza condannare. La pietà però secondo me viene dopo la giustizia; nel caso delle mamme assassine si può capire certamente che i loro gesti sono il frutto di tanti fattori e che altre persone ne portano la responsabilità forse al pari di loro. Resta il fatto che tante mamme nelle stesse condizioni di solitudine non uccidono i figli, e la pietà deve riguardare per prime le vittime piuttosto che i carnefici. Il fatto che ci sia la responsabilita' anche di terzi non esclude la tua e non tutti i comportamenti sono uguali nelle stesse situazioni. Cosi' dalla cronaca risulta che quelle madri hanno comportamenti molto diversi; laddove ad esempio arrivano a cercare di nascondere quello che hanno fatto e magari incolpare un misteriorioso assassino, mi sembra difficile vederle solo come vittime. E devo dire che l'articolo di Concita De Gregorio non mi ha convinto piu' di tanto.

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