mercoledì, 14 settembre 2005
Le sinagoghe di Gaza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:26 am

Le immagini della devastazione delle sinagoghe di Gaza non possono non turbare. Non importa che, svuotate dei rotoli della Torah, quelle mura non fossero piu' "edifici sacri" in senso stretto. Importa la volonta' di oltraggiare e di distruggere i simboli religiosi e identitari dei nemici ebrei. Per tutti noi, che abbiamo alle nostre spalle una lunga storia di sinagoghe distrutte e date alle fiamme, e' un segnale sinistro e tristissimo. Ed e' un segnale che rende evidente quanto sia fragile, e quanto sia impopolare tra i Palestinesi, il progetto di costruire una convivenza meno conflittuale con Israele.
Pero' viene da chiedersi: era evitabile che la rabbia palestinese e le esigenze del consenso e della politica sfociassero nella distruzione di quei luoghi simbolici? Non lo era. Le sinagoghe degli insediamenti, lasciate intatte per quanto vuote, caricate da Israele stessa di un valore mediatico come segno della presenza ebraica a Gaza, sono un insulto al popolo palestinese. Sono un modo di dire ai Palestinesi che l'occupazione non e' finita — e' al massimo temporaneamente sospesa. Di piu', sono una provocazione a cui era praticamente impossibile non rispondere. In fondo sono stati gli stessi Israeliani a dire da piu' parti che era bene che l'abominio di distruggere le sinagoghe fosse compiuto da mano araba e non ebraica. Quegli edifici sono stati abbandonati a bella posta, perche' facessero da esca a una troppo prevedibile deflagrazione d'odio, che la destra israeliana non manchera' di sfruttare politicamente per dimostrare ancora una volta che con i Palestinesi non si puo' trattare.
La distruzione dei simboli della religione e dell'identita' altrui e' sempre inaccettabile: ma chi ha abbandonato quei simboli in bell'evidenza e provocatoriamente, sperando di eccitare i peggiori istinti dell'altro, porta una responsabilita' morale, politica e perfino religiosa non minore di quella dei distruttori. E in realta' e' una delle cose piu' disperanti del conflitto, questo uso strumentale, immorale, violento dei valori religiosi: chiunque abbia caro l'ebraismo non puo' non sentirsene profondamente turbato.

P. S. The Rat Race torna in attivita', anche se a ritmo ridotto e in ristrutturazione. Tra un po' grandi novita' su questi schermi.

Aggiornamento del 15 settembre: un articolo con posizioni molto simili a quelle qui espresse e' comparso oggi su Ha'aretz a firma di Nehemia Strasler (qui la copia locale, dato che Ha'aretz non ha permalinks).

5 Commenti a “Le sinagoghe di Gaza”

  1. intempestiva ha scritto il 15 settembre 2005 alle 1:05 pm

    Scusa Montag, ma le Sinagoghe erano state costruite per il culto, mica per dar fastidio: che dovessero distruggerle gli Israeliani perchè non lo facessero altri è un discorso che non mi convince.
    Nel complesso suona un po' come quando una ragazza viene violentata e si dice "sì terribile, non si doveva… però… anche lei… passare in un parco…" oppure quando uno viene randellato a una manifestazione pacifica e si dice "eh! la polizia è violenta, ma d'altro canto si sa! Lui se l'è un po' cercata…"
    Peggio ancora, lo stesso si potrebbe dire delle persone oltre che degli edifici: in fondo non è la presenza delle Sinagoghe, ma degli Ebrei (che non vogliono lasciare Israele) che fa infuriare (alcuni) Palestinesi.
    Sul fatto poi che fossero stati abbandonati in bell'evidenza…

  2. Angelo ha scritto il 15 settembre 2005 alle 1:54 pm

    @intemepstiva: Una nota "tecnica": montag e' il nome del server che ci ospita, ed e' di Marco Schwarz, che non ha nulla a che fare con le idee che esprimo qui e che sono assolutamente personali. Ci mancherebbe anche che Marco dovesse portare responsabilita' per cose che dice un suo ospite…

    Chiarito questo, no, non sono d'accordo — e non sono l'unico a pensarla cosi'. Le sinagoghe erano state costruite per il culto, beninteso; ad essere costruiti per far peggio che dar fastidio erano pero' tutti gli insediamenti nel loro complesso. Le colonie nel West Bank e a Gaza avevano (ed hanno ancora) come obiettivo l'occupazione permanente di terre che nella spartizione del 1948 e in ogni successiva decisione della comunita' internazionale *non* spettano a Israele, ma ai Palestinesi. Questo non si puo' dimenticare: cio' che e' intollerabile per la maggior parte dei Palestinesi non e' che gli Ebrei (o meglio gli Israeliani) non vogliano lasciare Israele, ma che non vogliano lasciare le terre che *non* sono Israele e che occupano da trentotto anni.
    In questo contesto, abbattere ogni muro degli insediamenti e lasciare li', intatte, le sinagoghe, pretendendo che nessuno le toccasse — e' chiaramente una provocazione. Che i Palestinesi avrebbero, nel migliore dei mondi possibili, fatto bene a non raccogliere, certo. Ma che oggettivamente non potevano non raccogliere. La devastazione di un edificio di culto e' comunque odiosa, ma ne porta la responsabilita' anche chi ha fatto in modo che accadesse, chi lo ha fortemente voluto perche' faceva comodo per ragioni di calcolo politico generale.
    Se poi vogliamo fare per forza analogie un po' tirate per i capelli, proviamo questa: uno squatter occupa per anni la tua casa. Quando se ne va, porta via o demolisce tutto cio' che potrebbe essere utile. Ma lascia li' l'enorme murale a tutta parete che inneggia a questo o quel principio della sua lotta — e pretende che tu non lo cancelli, perche' per lui rappresenta qualcosa di importante. Che fai, chiami l'imbianchino o no?
    Lo so, e' un paragone forzato: ma non piu' dei tuoi.

  3. intempestiva ha scritto il 15 settembre 2005 alle 3:22 pm

    Ciao Alberto! Scusa per la confusione dei nomi!
    I miei esempi erano nel senso che un'offesa (e la demolizione di luoghi di culto è un'offesa gravissima) non è giustificata dal fatto che fosse prevedibile, magari già minacciata.
    Sulla differenza tra una sinagoga e un murale non mi pronuncio, mi sembra ovvia, come è chiaro che un murale sul mio muro bianco è uno sfregio, mentre un edificio (in un'area piuttosto vasta) non lo è, anzi potevano farci qualcosa di utile. Non penso che adibirlo a scuola, per dire, avrebbe scandalizzato nessuno.
    Sono d'accordo che forse si poteva lasciare intatto qualcosa di più, ma a questo punto credo che altri edifici e altre strutture non avrebbero fatto una fine migliore. Comunque, una volta deciso di lasciare il meno possibile, si può capire perchè gli Israeliani non se la sentissero di abbattere le sinagoghe, data la loro natura religiosa.
    Insisto che era corretto scrivere di "Ebrei che non vogliono lasciare Israele": la matrice antisemita è presente e la distruzione delle sinagoghe lo dimostra. La loro natura di edifici di culto, mi pare, ha avuto un ruolo, anche se poi si è detto che "erano costruzioni un tempo note come sinagoghe ma poi abbandonate": il fatto che le avessero lasciate gli ebrei per qualcosa di così connotato nella cultura ebraica spiega forse perchè persone adulte gli abbiano scaricato contro tanta energia per distruggerle.
    Dire che gli Israeliani volevano fortemente quelle devastazioni è una considerazione che andrebbe provata, personalmente non ci credo. Qualche singolo magari, ma non di più.
    L'esperienza appena trascorsa finisce col porre quest'interrogativo: se si abbatte il muro (che poi non è sempre un muro…) e si riducono drasticamente i controlli, così migliorando le condizioni di vita dei Palestinesi, non ci saranno altri eccessi di violenza, magari anche contro le persone? si potrà dire che gli Ebrei (o gli Israeliani) se la sono cercata? che si sapeva che andava a finire così? Non andrebbe a finire così?
    L'occupazione dei territori aveva uno scopo strategico, non il fine semplicemente di far del danno ai Palestinesi.
    La distruzione è seguita ad un atto degli Israeliani che avrebbe dovuto favorire i Palestinesi.
    Adesso come si potrà pretendere che gli Israeliani facciano di più, se tanto poi subiranno dei danni e sentiranno ancora dire, beh sarebbe stato meglio non fosse successo ma se lo meritavano, dovevano aspettarselo, le risoluzioni etc?
    Io credo che la causa Palestinese richieda una forte condanna contro i disgraziati che hanno fatto queste cose. Senza indulgenze, che oltretutto sono offensive per quei Palestinesi (si dice non siano pochi) che preferirebbe un dialogo costruttivo.

  4. Angelo ha scritto il 15 settembre 2005 alle 7:23 pm

    @intempestiva: [Alberto?? ;-))] Guarda, proviamo a capirci. Io ho cominciato il mio post dicendo che la distruzione delle sinagoghe di Gaza mi ha profondamente turbato. Non era una formalita' — e' una cosa che sento *personalmente*. Come potrai vedere facendo un giro su The Rat Race l'ebraismo e' un pezzo importante della mia cultura e del mio pensiero, anche se non della mia identita' d'origine.
    Pero' proprio per questo ci sono delle verita' che non posso dimenticare:
    1. Che in Erez Israel vivono due popoli — e che ad *entrambi* questi popoli si deve riconoscere il diritto ad essere liberi, sicuri e padroni del proprio destino;
    1. Che l'occupazione dei territori e' ingiusta e illegale — e quale che sia il suo "scopo strategico" crea un sistema fondato sull'oppressione e sulla negazione dei diritti di un altro popolo;
    3. Che gli eccessi di violenza nel corso di questa guerra sono stati da entrambe le parti, e da parte israeliana in misura non minore e non meno letale che da parte palestinese — anche contro persone e contro *civili*. Quindi e' falsificante dipingere la situazione come una pura autodifesa di Israele. Prova a spiegarlo ai Palestinesi di Hebron, che gli Israeliani non fanno altro che difendersi. Non che questo mi renda simpatica Hamas, sia ben chiaro;
    4. Che il muro puo' perfino essere una misura legittima di autodifesa: se e' costruito sulla Linea Verde e non su terre palestinesi, con l'intento di annettere ad Israele porzioni del West Bank che non le appartengono;
    5. Che chi chiede ragionevolezza e moderazione deve essere il primo a dimostrare ragionevolezza e moderazione: e i governi israeliani da troppo tempo chiedono qualcosa che non offrono.

    Nel merito della questione, se ti leggi un po' di stampa israeliana, anche di destra, troverai che e' tutt'altro che raro l'argomento secondo cui era meglio lasciar distruggere le sinagoghe agli arabi perche' almeno cosi' l'abominio sarebbe ricaduto su di loro. Cerco i link e li pubblico.

    Mi permetto di citare ancora l'articolo di Nehemia Strasler da Ha'aretz di oggi (le enfasi sono mie): The rabbis have humiliated the Torah of Israel. A synagogue acquires its sanctity from the Torah scrolls and the worshipers. As soon as they are no longer there, what remains is stone and concrete. The rabbis had no religious reasons, only a political one: to prove to everyone that they are stronger, more influential and can bend the government to their will.
    The Palestinians declared from the beginning that they would not preserve the empty structures that had been synagogues. They have neither the power nor the will to do so. For them, the buildings are symbols of occupation. The goal of the rabbis and the right-wingers was to put the Palestinians in an impossible situation, to prove to the Israelis and the world that these are "barbarians."

  5. intempestiva ha scritto il 16 settembre 2005 alle 9:57 am

    @Angelo: scusa per il nome!
    Immagino che in realtà le nostre idee non siano poi molto diverse.
    Sono d'accordo che ci sono ingiustizie da entrambe le parti e che si debba trovare una soluzione ragionevole per tutti.
    Continuo a credere però che una distruzione sia responsabilità di chi la compie e che sia necessario condannare più fermamente un comportamento che non è certo stato tenuto pensando solo a dei mattoni. Diciamo che come minimo era un atto simbolico e dimostrativo. Non certo del tipo che può più facilmente far avanzare il dialogo.
    L'episodio delle sinagoghe, per me, è un esempio chiaro di come, anche quando alcuni palestinesi fanno qualcosa di totalmente inescusabili si reagisce con un misto di condanna, ma anche di fatalismo ed indulgenzialismo che non rende giustizia nè agli Israeliani o agli Ebrei (perchè in questo caso, colpendo simboli religiosi si è offesa tutta la Comunità), nè ai Palestinesi.
    Volendo prendere spunto dalla stampa israeliana, credo avesse ragione Yehoshua, quando paragonava la situazione palestinese a quella dell'età adolescenziale. Sosteneva che, anche nel loro interesse, si dovesse imporre ai Palestinesi di prendersi pienamente le responsabilità delle proprie azioni.
    Io non credo che lo si faccia in questo caso e la conseguenza è che più facilmente vedremo comportamenti simili in futuro, con tutte le conseguenze gravissime che ne deriveranno sul dialogo.
    In questo senso, per me, un ostacolo grave alla pace è l'opinione pubblica internazionale, che si improvvisa in distinzioni giuridico teologiche sopraffine tra una sinagoga ed un'ex sinagoga, perdendo di vista il significato che ed il motivo di quelle distruzioni.
    Dare spazio a questi atteggiamenti significa in definitiva lasciare solo chi tra i Palestinesi non avrebbe mai nulla di simile e vorrebbe instaurare un diverso rapporto con Israele.
    Quanto alla scelta israeliana di non distruggere le sinagoghe, la stampa fa un processo alle intenzioni. Ha'aretz dimostra una volta di più la libertà di parola e di pensiero che Israele riesce a mantenere, ma non dà una prova tangibile del suo assunto. Per esempio, non credo che il clero cattolico in condizioni analoghe avrebbe demolito una chiesa, sia pure sconsacrata e non credo che questo dipenda da un accesso di ateismo tra le autorità religiose. Inoltre dire "Io una cosa così non la faccio. Se vogliono sporcarsi le mani facciano gli altri" non significa "tendere un'imboscata": è una legittima obiezione di coscienza.
    Scusami ancora per il nome!
    Scusa soprattutto se ti ho dato l'impressione di credere che fossi in malafede: non l'ho mai pensato. Ho pensato anzi che fosse interessante confrontarsi su opinioni diverse ed entrambe sentite.

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