venerdì, 30 settembre 2005
The Shield
Nelle categorie: Serie TV — Scritto da waldorf alle 10:56 pm

Ieri sera ho visto la seconda puntata di The Shield, avendo perso per crollo da stanchezza la prima trasmessa la settimana scorsa; se ho capito bene pero' Italia 1 parte dalla esima stagione (la serie e' iniziata nel 2002) e non dalla prima; non ho trovato notizie precise, chi ne ha le può lasciare nei commenti.
Nonostante le lodi della critica, non mi è parso tremendamente innovativo, ma l'ennesimo discendente di quella grande invenzione che è stato l'87° distretto di Ed Mc Bain.
The Shield è un cupo poliziesco dove il confine tra il bene e il male e' veramente sottile, i poliziotti sono ben poco diversi dai delinquenti, e quand'anche perseguono una specie di bene lo fanno con metodi non proprio legali, secondo lo schema di comportamento del protagonista Vic Mackey (Michael Chiklis). Se la serie per il momento non mi e' sembrata esplosiva, lo e' invece la rediviva Glenn Close nella parte del capitano Monica Rawling, per cui sospendo il giudizio finale sul tutto.
Per una revisione critica vedere qui


venerdì, 30 settembre 2005
La disperazione delle casalinghe disperate e i tempi che corrono
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 9:24 am

Non vale la pena che dica molto su Desperate Housewives, credo siano gia' corsi fiumi di inchiostro. Pero' c'e' un dubbio che mi ha colpito e che vorrei esternare, cioe' se sono l'unica – ferma restando la qualita' della serie – che si chieda come fino a qualche tempo fa eravamo appassionati alle avventure di quattro singles forse a tratti un po' disperate, ma anche dedite a una intensa vita sociale e lavorativa come le protagoniste di Sex and the City a quelle di quattro casalinghe con vite a volte tremendamente faticose, sempre comunque circondate da rovine esistenziali e nere trame familiari. Tra l'altro se a momenti la Manhattan di Carrie e compagnia sembrava molto piccola, figuriamoci Wisteria Lane. Ho l'impressione che questa cupaggine anche se glitterata dalle mises di Eva Longoria sia un segno dei tempi post 11 settembre, non particolarmente allegri e che comunque non sia certo un incoraggiamento al matrimonio e alla riproduzione, dato che i figli delle casalinghe disperate sono quasi sempre dei mostri…


giovedì, 29 settembre 2005
Lost Movie 26 – Dont'go Near the Water
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 6:37 pm

Film ideale per capire la grandezza, pur in modi totalmente diversi, di Operazione sottoveste (1959) e Mash (1970), Dont'go Near the Water (Alla larga dal mare), tratto da un romanzo di William Brinkley e diretto da Charles Walters (regista tra le altre cose di Walk Don't Run – 1966- ultimo film di Cary Grant), ha pero' il merito di essere venuto prima, cioe' nel 1957. Si tratta di una pellicola che alternando toni allegramente antimilitaristi e spiccatamente sentimentali racconta le avventure di un gruppo di marinai di terra ferma, appartenenti al servizio delle relazioni pubbliche della marina americana durante la seconda guerra mondiale e di stanza nell'immaginaria e idilliaca isola di Ulura nel Pacifico. Li comanda un ex dirigente di Wall Street, il commodoro Nash, e il personaggio più di spicco del gruppo e' il tenente (l'amabile canaglia Glenn Ford); la bestia nera del gruppo e' uno spocchioso reporter di guerra che fa continuamente valere i due milioni di lettori le cui opinioni puo' orientare per ottenere vantaggi indebiti. Come e ancora di piu' che in Operazione sottoveste, la guerra e' in questo film una preoccupazione lontana e anzi neanche una preoccupazione, dato che la cosa piu' scocciante che possa capitare e' rifornire il reporter di lenzuola pulite tutti i giorni. Ogni tanto qualcuno dice che vorrebbe andare a far la guerra davvero, ma alla fine ci va solo un furiere di seconda classe colpevole di aver amoreggiato con un superiore, un tenente (donna naturalmente, siamo negli anni '50!).
Nonostante tutto ci sono un paio di trovate carine, come la costruzione del circolo ufficiali, che i propagandisti tentano da soli sotto gli occhi divertiti dei genieri con esiti degni della costruzione del granaio in Sette spose per sette fratelli.
Non e' male neanche il tentativo di ripulimento del marinaio Amerigo Nelson scelto da Nash come emblema del marinaio medio americano per via del nome, ma rivelatosi di persona rozzo e pericolosamente predisposto al turpiloquio.
Ma dove veramente si anticipa Operazione sottoveste e' nell'episodio della giornalista (l'ungherese Eva Gabor) che sale a bordo della portaerei per un servizio di guerra; le sue mutandine di pizzo nero finiranno issate su un albero.
Purtroppo per il film non mi sembra molto riuscito l'amalgama tra la parte satirica e quella amorosa, la storia del tenente Siegel con la bellezza locale Melora, discendente di una nobile famiglia di colonizzatori spagnoli (Gia Scala, al secolo Giovanna Pozzo, attrice sicilian-irlandese molto credibile nella parte della creola del Pacifico); le scene "divertenti" non lo sono abbastanza per dissipare la sensazione di futilita', mentre le parti sentimentali risultano melense. Decisamente ci voleva un calibro come Blake Edwards per sfottere la marina americana. Comunque si tratta sempre di una curiosita' degna di uno sguardo, se vi capita.


giovedì, 29 settembre 2005
Spazio/tempo
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:34 pm

28 settembre, ore 07.30: qui;
28 settembre, ore 09.00-12.00: qui;
28 settembre, ore 16.00: qui;
28 settembre, ore 17.30: qui;
29 settembre, ore 7.30: qui (again);
29 settembre, ore 11.30: qui;
29 settembre, ore 15.00: qui;
29 settembre, dalle 15.00 in poi: qui.


mercoledì, 28 settembre 2005
Trav'lin' light?
Nelle categorie: Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 12:33 am

Attenzione – post pisquano.

Sto inscatolando la roba per traslocare. E ho fatto una cosa che odio — e non faccio quasi mai: ho buttato via un sacco di roba — e forse per la prima volta nella mia vita anche un sacco di libri. Tutta la carta di quindici anni di insegnamento, tra le altre cose.
Io di solito sono uno che conserva tutto. Mi pare che distaccarmi da qualcosa sia come distaccarmi dal pezzo di vita che rappresenta e contiene.
Sono state importanti quelle carte — ci sono dietro persone — tempo — rapporti — affetti. Eppure i periodi della vita finiscono, e forse e' bene sapersi liberare da quello che occupa spazio negli armadi e raccoglie polvere sugli scaffali. Constatare che tutta una serie di cose semplicemente non ha piu' posto nella nuova casa. Senza per questo sentirsi degli iconoclasti o dei traditori.


martedì, 27 settembre 2005
Varie ed eventuali dal sito del Corriere
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:24 am

A day in the life. In Australia vogliono decimare animali di specie importate, la Falchi accusa la Ventura di essere ossessionata dal marito (della Falchi, si intende), Mozart fa bene al vino, un politico neozelandese va a giro nudo ma dipinto perche' ha perso le elezioni, assolvono Berlusconi ma arrestano Cindy Sheehan, mentre Kate Moss va a farsi disintossicare. Ma non si parla di buchi nel Lancashire.


sabato, 24 settembre 2005
E' gratis ma non e' un regalo
Nelle categorie: Web — Scritto dal Ratto alle 12:08 am

In un commento a questo mio post William Bottin se la prende con gli utilizzatori di servizi gratuiti in rete, rei — a suo giudizio — di favorire una distorsione della concorrenza a favore delle grandi aziende e contro le piccole.
Il problema del "free as a free beer" e' un problema reale: ma per ragioni diverse. Il fatto e' che quello dei servizi gratuiti e' un modello di business — in cui i clienti che non pagano costituiscono comunque un asset prezioso e generano valore per l'azienda — e in cui il costo vivo dei servizi erogati e' sostanzialmente nullo — quel che costa e che vale e' l'idea, come nel caso di Flickr — e il valore dell'idea viene moltiplicato dal numero degli utenti non paganti. Il problema se mai e' che i clienti, abituati a questo modello, sono disposti a pagare soltanto per servizi che abbiano un valore piuttosto alto *in se'*, e non per commodities come la posta, lo spazio web o le ricerche su Google: quindi le piccole aziende che vogliono *vendere* prodotti non possono sperare di farlo se non proponendo servizi con un valore aggiunto davvero alto. E' il mercato, baby… L'alternativa e' avere buone idee e non avere fretta di guadagnare: se l'idea e' buona ed attrae un numero abbastanza alto di clienti gratuiti, prima o poi i profitti arrivano.
Dalla parte dei clienti, poi, ribadisco che i servizi gratuiti non sono affatto gratuiti: anche senza un esborso in denaro, il cliente paga il piu' delle volte fornendo all'azienda i suoi dati personali, che sono un asset significativo, i suoi contenuti, che generano traffico e di conseguenza reddito almeno potenziale, la sua stessa presenza in rete, che come e' noto accresce il valore dei servizi. Si tratta dunque di uno scambio, a tutti gli effetti, non di un omaggio o di un dono. Ed e' bene che i clienti se ne ricordino, quando valutano la propria soddisfazione rispetto al servizio che ricevono o alle policies dell'azienda che li eroga. A caval donato non si guarda in bocca: ma questi cavalli ce li siamo comprati, eccome se ce li siamo comprati. E quindi abbiamo tutto il diritto di fare gli schizzinosi.

A proposito di piccoli che fanno concorrenza ai grandi: 23 offre un servizio assai simile a quello di Flickr, ma siccome e' una piccola azienda (tre persone, credo) e ha ancora pochi clienti, ha un livello di attenzione e di personalizzazione della risposta impensabile per chi ha dimensioni superiori. Certo, ci sono ancora alcuni problemi e alcune cose che non sono al livello di Flickr, ma nel giro di qualche giorno sposto tutti i miei coccettini su 23 e abbandono Yahoo! e dintorni.


giovedì, 22 settembre 2005
Segno del destino ;-)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:41 am

Per cominciare la giornata, stamattina mentre facevo colazione mi sono crollati addosso i pensili della cucina. E' decisamente ora di traslocare.


martedì, 20 settembre 2005
Siamo complici dei delatori?
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Web — Scritto dal Ratto alle 11:06 pm

La notizia che Yahoo! ha fornito al governo cinese informazioni relative alla corrispondenza di un suo cliente, che sulla base di tali informazioni e' stato condannato a dieci anni "per aver rivelato un segreto di stato" mi sembra terribile.
Una domanda *seria* a tutti noi allegri utilizzatori di Flickr (niente link, per scelta) e di altri servizi di Yahoo! Non e' il momento di chiudere i nostri account, per faticoso che sia trovare altri fornitori — e di smettere di supportare una compagnia che e' cosi' poco rispettosa dei diritti e della liberta'?
Aspetto risposte, suggerimenti, illuminazioni. E magari anche qualche dritta su alternative a Flickr.

Arrivo buon ultimo, ovviamente: se ne e' parlato qui e qui e qui e in un sacco di altri posti. Pero' non mi pare che ci sia stata una riflessione approfondita sull'opportunita' e sulle modalita' per rendere efficace un eventuale boicottaggio — e mi pare che nessuno abbia pensato a Flickr.


martedì, 20 settembre 2005
Lo stress da asilo nido
Nelle categorie: It — Scritto da waldorf alle 2:58 pm

Su Repubblica versione cartacea di oggi c'e' un articolo che riferisce i risultati di una geniale ricerca inglese, che avrebbe dimostrato che i pianti dei bambini lasciati da soli all'asilo nido dipendono da nient'altro che un ormone portatore di stress, sviluppato per il distacco della mamma. E magari chissa' i piccoli ne riportano un danno permanente. Il tutto e' accompagnato dall'intervista al presidente della societa' italiana di pediatria, ovviamente un uomo, Giuseppe Saggese, che spiega come l'ideale ("cento volte meglio") sarebbe lasciare i bambini in casa fino a due anni con la madre o se proprio non si puo' evitare questo male che le donne lavorino, fare in modo che ogni tot stacchino per andare a trovare il figlio (!).
Da madre impegnata in queste settimane nell'inserimento al nido del mio pargolo di otto mesi non posso che essere colpita da queste teorie, anche se la mia cattiva abitudine di lavorare non mi lascia molta scelta su cosa fare; del resto il piccolo non mi pare particolarmente traumatizzato (non ho la possibilita' di misurare il famoso ormone).
Devo dire che a parte la totale schizofrenia delle opinioni che si puo' registrare sulla stessa Repubblica (nell'inserto Salute della settimana scorsa si magnificava il ruolo del nido) mi colpisce il fatto che nessuno si disturbi a trovare un qualche ormone (ormai con gli ormoni si spiega ogni cosa) che dimostri come i figli delle donne lavoratrici hanno un qualche vantaggio dal fatto di non avere sempre le mamme tra i piedi. Piu' seriamente e' possibile che tutti gli esperti che dipingono come un male necessario al più il lavoro della mamma non considerino l'eventuale ricchezza di stimoli che puo' venire da una madre che svolge anche un ruolo esterno; questo non significa disprezzare le donne che rimangono in casa, ma non caricare sempre di negativita' quelle che cercano per necessita' materiali ma anche per bisogni personali di svolgere piu' funzioni. E poi perche' sempre le mamme? Perche' non si prende mai in considerazione che a casa ci possano restare i papa' e non si fanno studi sull'influenza di una costante presenza di un mammo? (forse per mancanza di casi studiabili!).
Ma in generale mi sembra sull'"emancipazione" femminile ultimamente si vada indietro piuttosto che avanti e si registri una tentazione di ritorno ai ruoli consolidati, piuttosto che perseguire una parificazione effettiva.


giovedì, 15 settembre 2005
Il Secolo della … carta
Nelle categorie: Free Knowledge — Scritto dal Ratto alle 10:26 pm

Con gli amici de Il Secolo della Rete stiamo tentando l'avventura di pubblicare una rivista *vera*, di carta, sui temi della societa' della conoscenza. Il numero zero, monografico e dedicato a "Proprieta' intellettuale o patrimonio intellettuale?", e' uscito da poco e l'associazione lo sta presentando in diverse localita' italiane. Lunedi' prossimo a Roma:

Il PDF della locandina e' qui.

ISDR e' pubblicato sotto licenza Creative Commons e si trova anche in rete in PDF; ma se volete il volume di carta, che merita, lo pagate 12 euro; chiedete informazioni a info at ilsecolodellarete punto it.

P. S. Io invece lunedi' e martedi' saro' qui.


giovedì, 15 settembre 2005
Il ritorno di Carmencita
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:47 pm

Lo so che occuparsi di queste cose e' futile, come energicamente gia' fatto presente da un cortese lettore del blog, ma non posso fare a meno di provare soddisfazione alla notizia che la Lavazza, come avevo auspicato, fara' tornare Carmencita in azione, facendone addiritura la protagonista di una sorta di sit-com. Tra Bonolis, Laurenti e lei non c'e' proprio confronto… comunque i fan del paradiso al caffe' non devono scoraggiarsi, in quanto Giuseppe Lavazza, esponente della dinastia, ha annunciato che gli spot paradisiaci continueranno.


mercoledì, 14 settembre 2005
Si dimette quello sbagliato
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 3:39 pm

Secondo ADN Kronos, Amos Luzzatto, Presidente dell'UCEI, rassegnera' le sue dimissioni in conseguenza delle opinioni che ha espresso in un'intervista al Corriere in merito alla vicenda Fazio. L'intervista era principalmente una risposta alle dichiarazioni antisemite dell'onorevole Crosetto, il quale aveva dichiarato che Fazio era vittima di un attacco guidato dalla massoneria per lo piu' ebraica e dagli azionisti ebrei di Merryll-Linch. Non risulta che l'onorevole Crosetto intenda rassegnare le sue, di dimissioni. E nemmeno Fazio.


mercoledì, 14 settembre 2005
Lost movie 25 – Masquerade
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:33 am

1965: la Gran Bretagna, rappresentata dall’immaginaria Anglo Media Oil Company, vuole mettere le mani sul petrolio di un piccolo paese arabo. Per farlo deve ottenere che l’erede al trono, raggiunta la maggiore eta’ (quattordici anni), prenda il suo posto estromettendo il reggente, che ha rapporti privilegiati con i paesi “oltre cortina” come si diceva una volta, e firmi un trattato con la Anglo Media. I pezzi grossi pensano quindi di affidarsi ad un ex militare inglese specializzato in lavori di questo genere, il colonnello Drexel, che a sua volta chiede l’aiuto di Frazer, un avventuriero americano conosciuto durante la seconda guerra mondiale. Drexel simula un rapimento del principe e lo porta in una villa in una pittoresca localita’ di mare spagnola, dove viene raggiunto da Frazer. Ne scaturiranno colpi di scena e tradimenti a ripetizione con effetto scatole cinesi come nella migliore di tradizione dei film di spionaggio. Naturalmente tutto si sistemera’ nel migliore dei modi per gli interessi inglesi.
Masquerade, film inglese, diretto da Basil Dearden e tratto da un libro di Victor Canning (nella versione italiana 50.000 sterline per non tradire) e’ un curioso spy-movie di notevole cinismo, in cui il mondo dello spionaggio appare assai piu’ sgarrupato dei contemporanei film di 007 con Sean Connery (Dr. No in italiano Agente 007 – Licenza di uccidere e’ del 1962 e nel 1965 la serie era arrivata al quarto film), che sono chiaramente presi in giro; basti dire che tra i personaggi chiave ci sono degli artisti di un piccoli circo male in arnese. Si puo’ anche dire che in questo mondo non alberga il manicheismo, perche’ il piu’ pulito ha la rogna e il tradimento puo’ tranquillamente sfuggire alla punizione. Paradossalmente il piu’ onesto e’ proprio il povero Frazer, che riconosce di non avere assolutamente alcun ideale, a differenza dell’amico Drexel che si proclama patriota. E infatti Frazer si stupisce assai di non essere in grado di accettare le 50.000 sterline del titolo italiano in cambio del suo tradimento perche’ ha degli scrupoli, cosa che sorprende per primo se stesso. Comunque alla fine la sua strana dirittura morale gli fruttera’ solo 11 sterline e qualche spicciolo.
Masquerade merita di essere visto anche perche’ dimostra che il mondo e’ cambiato assai poco in quarant’anni. Una delle battute che mi ha colpito di piu’ la pronuncia il capo della Anglo Media, che spiega a Frazer all’inizio del film l’impossibilita’ di occupare il paesello petrolifero dicendo “di questi tempi noi inglesi non possiamo occupare piu’ niente se non ci chiamano o gli americani non ci danno il permesso”.
Notevole l’ambientazione in Spagna (il film e' stato girato oltre che negli studi di Pinewood – come si vede da qualche sfondo di cartone – in Alicante), con tanto di castello a picco sul mare fornito di lugubre cappella di ispirazione molto tridentina e la fotografia molto colorata, tipica del periodo. Molto belle alcune scene girate presso una diga in costruzione.
Nel cast ci sono vari attori meritevoli di menzione come il protagonista Cliff Robertson, che ha recitato a fianco di Robert Redford ne I tre giorni del Condor, la bella e compianta Marisa Mell, tra le altre cose Eva Kant nel film tratto da Diabolik, nonche' il buono a tutti gli usi Michel Piccoli.


mercoledì, 14 settembre 2005
Le sinagoghe di Gaza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 10:26 am

Le immagini della devastazione delle sinagoghe di Gaza non possono non turbare. Non importa che, svuotate dei rotoli della Torah, quelle mura non fossero piu' "edifici sacri" in senso stretto. Importa la volonta' di oltraggiare e di distruggere i simboli religiosi e identitari dei nemici ebrei. Per tutti noi, che abbiamo alle nostre spalle una lunga storia di sinagoghe distrutte e date alle fiamme, e' un segnale sinistro e tristissimo. Ed e' un segnale che rende evidente quanto sia fragile, e quanto sia impopolare tra i Palestinesi, il progetto di costruire una convivenza meno conflittuale con Israele.
Pero' viene da chiedersi: era evitabile che la rabbia palestinese e le esigenze del consenso e della politica sfociassero nella distruzione di quei luoghi simbolici? Non lo era. Le sinagoghe degli insediamenti, lasciate intatte per quanto vuote, caricate da Israele stessa di un valore mediatico come segno della presenza ebraica a Gaza, sono un insulto al popolo palestinese. Sono un modo di dire ai Palestinesi che l'occupazione non e' finita — e' al massimo temporaneamente sospesa. Di piu', sono una provocazione a cui era praticamente impossibile non rispondere. In fondo sono stati gli stessi Israeliani a dire da piu' parti che era bene che l'abominio di distruggere le sinagoghe fosse compiuto da mano araba e non ebraica. Quegli edifici sono stati abbandonati a bella posta, perche' facessero da esca a una troppo prevedibile deflagrazione d'odio, che la destra israeliana non manchera' di sfruttare politicamente per dimostrare ancora una volta che con i Palestinesi non si puo' trattare.
La distruzione dei simboli della religione e dell'identita' altrui e' sempre inaccettabile: ma chi ha abbandonato quei simboli in bell'evidenza e provocatoriamente, sperando di eccitare i peggiori istinti dell'altro, porta una responsabilita' morale, politica e perfino religiosa non minore di quella dei distruttori. E in realta' e' una delle cose piu' disperanti del conflitto, questo uso strumentale, immorale, violento dei valori religiosi: chiunque abbia caro l'ebraismo non puo' non sentirsene profondamente turbato.

P. S. The Rat Race torna in attivita', anche se a ritmo ridotto e in ristrutturazione. Tra un po' grandi novita' su questi schermi.

Aggiornamento del 15 settembre: un articolo con posizioni molto simili a quelle qui espresse e' comparso oggi su Ha'aretz a firma di Nehemia Strasler (qui la copia locale, dato che Ha'aretz non ha permalinks).


martedì, 13 settembre 2005
Everwood 3, ovvero dategli tregua
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da tutti e due alle 12:19 am

Noi la fine della terza serie di Everwood non l'abbiamo ancora vista, perche' ci guardiamo le puntate "in registrata" tra una tappa e l'altra della rat race. Pero' fin d'ora, e ignorando i contenuti delle ultime due o tre puntate, ci permettiamo di dire che gli sceneggiatori si sono persi per strada molto presto — grosso modo dall'inizio della seconda stagione — e sono andati man mano peggiorando.
Il fatto e' che, perche' la serie possa continuare, i personaggi principali non possono allontanarsi da Everwood: di qui un crudele accanimento sui protagonisti per giustificare che tutti rimangano confinati nel villaggio. Non parliamo del fatto che – come Waldorf ha gia' scritto – la cosa piu' intelligente che il dottor Brown potrbbe fare nella vita reale sarebbe tornare di corsa a NY con i figli. Ma quando il povero Irv va in pensione, Edna si rifiuta di lasciare il lavoro di infermiera per andare via con lui — a costo di far naufragare il suo matrimonio (tra l'altro Irv e' stato fatto sparire senza tanti complimenti…). E Bright? Destinato fin dall'inizio al college per meriti sportivi, viene cacciato dalla squadra perche' i suoi risultati scolastici sono negativi: ma quando recupera e addirittura diventa il migliore del suo corso, non solo non viene riammesso in squadra, ma nessun college, nemmeno il piu' scalcinato del Colorado, se lo vuole pigliare. Il culmine della crudelta' (o della sfiga) tocca comunque ad Ephram: nonostante con Madison abbia presumibilmente fatto solo sesso sicuro (si insiste parecchio sull'uso dei preservativi in quelle puntate), la sua ragazza resta incinta; poi viene fatta sparire e ricompare a orologeria a New York alla vigilia dell'audizione di Ephram per la Julliard, giusto in tempo per rivelare al povero malcapitato che e' diventato padre di un bambino ormai dato in adozione e che e' stato Andy Brown a convincerla a sparire e a non dire nulla fino a quel momento; guarda caso Ephram, sconvolto, decide di saltare l'audizione che potrebbe aprirgli la strada del suo futuro lontano da Everwood.
E siccome non era carino infierire soltanto sui protagonisti, gli sceneggiatori si sono accaniti anche sui personaggi di contorno, facendo di Everwood la capitale continentale della iella. Colin e' stato risvegliato dal coma giusto per soffrire un altro po' ed essere mandato al creatore dal dottor Brown, che ci rimedia l'ostilita' dei concittadini e una bella crisi di sfiducia in se stesso. La sorella del dottor Abbott compare nella serie giusto in tempo per rivelarsi ammalata di AIDS e per avere una relazione infelice con il dottor Brown. Lo stesso dottor Brown si innamora successivamente della moglie di un paziente ridotto in coma da un ictus; i due fanno in tempo ad iniziare una storia e il marito si risveglia dal coma, anche grazie alle cure miracolose di Andy. Nina scopre che il marito non solo la tradisce, ma e' pure gay. Il pastore del paese diventa cieco. Eccetera. Eccetera. Eccetera.
Nella foga, oltre tutto, gli sceneggiatori hanno rapidamente perso di vista la continuita' (e spesso la verosimiglianza) della storia: le stagioni vanno e vengono con una certa casualita'; la gravidanza di Madison dura grosso modo quanto quella di un'elefantessa; Bright, che nella prima serie giocava a basket, nella seconda improvvisamente e' diventato un promettente asso del football; il dr. Brown e' notoriamente ricco sfondato, tanto da potersi permettere di esercitare gratis, ma quando regala lo studio di registrazione ad Ephram deve vendersi la macchina per sostenere la spesa (salvo che il suvvone BMW e' di nuovo parcheggiato davanti a casa Brown qualche puntata dopo…). Ri-eccetera.
Everwood ha dei personaggi a cui ci si affeziona volentieri: ma la sceneggiatura mostra decisamente la corda, probabilmente per i vincoli che l'idea iniziale poneva agli sviluppi della storia. C'e' da sperare che gli autori inventino qualcosa di meglio che una ulteriore epidemia di sfiga per sostenere la quarta serie, che negli Stati Uniti dovrebbe andare in scena a partire dal 29 settembre.

Ne avevamo gia' parlato qui e qui.


lunedì, 12 settembre 2005
Complimenti alla Nazionale
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:08 pm

Sono molto contenta per la vittoria agli europei di pallavolo della nazionale guidata da Montali, che mi sta parecchio simpatica anche perche' dotata di una certa umilta'. E non posso fare a meno di trovare fastidioso che alla Domenica sportiva, che doveva trasmettere la cerimonia di premiazione, si siano filati pochissimo la cosa, perche' troppo impegnati a discutere in lungo e in largo il fatto che il presidente della squadra A ha offeso l'allenatore della squadra B, gia' allenatore della squadra A, per non so quale motivo. Probabilmente l'ossessione per il calcio al di la' di ogni ragionevolezza non e' l'ultimo dei mali di questo paese. Mi chiedo anche se la gente non cominci ad esserne stufa e se non potrebbe interessarsi ad altri sport, se gliene venisse dato il modo e il calcio non strabordasse da ogni parte. In fondo eravamo in ben cinque milioni a guardare i nostri eroi del volley.

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