lunedì, 25 luglio 2005
Dalle finestre
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro — Scritto dal Ratto alle 5:02 pm

la Rat-family vede questa roba qui. Ma l'internet point e' caro assatanato e la tastiera azerty e' una tortura, quindi ci rivediamo al ritorno.
L'Italia e' mooooolto lontana – e fortunatamente anche il resto del mondo.


lunedì, 25 luglio 2005
Lost movie 23- Aiqing wansui (Vive l'amour)
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 4:53 pm

Tra i miei tanti pregiudizi in materia cinematografica, ci sono una certa perplessita’ riguardo ai film orientali e una spiccata diffidenza per i vincitori dei Leoni d’oro. Per quanto riguarda i primi, tendo a considerarli pallosi e incomprensibili (tranne qualche sporadico Ozu o Kurosawa), ma ogni volta mi dico che deve essere un mio problema, non capisco la cultura di quei paesi e quindi non posso dare giudizi cosi’ tranchants. Ora tra l’altro il cinema dell’est del mondo va molto di moda, e in particolare i wuxiapian; quelli piu’ che pallosi mi sembrano un po’ scemi (la sensazione vale in particolare per La tigre e il dragone), ma di nuovo mi dico che non ho capito niente e del resto a me piacciono tante scemate occidentali. Il complesso poi si acuisce in particolar modo quando ho a che fare con Takeshi Kitano; ho semprel 'impressione che non sia molto migliorato da quando faceva le trasmissioni cretine che la Gialappa's sbeffeggiava a Mai dire banzai, ma probabilmente sbaglio.
Il fatto e’ che nella cultura occidentale mi rigiro meglio e riesco a capire se una cosa e’ scema o pallosa, punto e basta, e a decidre se mi piace lo stesso. Per quanto riguarda i Leoni d’oro so positivamente che i film che li vincono sono afflitti da un tasso di pallosita’ molto superiore alla media (e’ una precondizione per vincere il premio, credo).
Tutto questo per dire che era difficile per me apprezzare Aiqing wansui (il titolo internazionale è Vive l’amour) film taiwanese che ha vinto il Leone d’oro nel 1994. La storia, abbastanza semplice, e’ quella di tre tristi solitudini urbane che si sfiorano in un appartamento lussuoso del centro di Taipei; Mei-Mei e’ un’agente immobiliare che usa la casa (che ovviamente dovrebbe vendere) per avere dei rapporti sessuali con Ah-Rong, venditore ambulante; Hsiao-Kiang e’ un piazzista di loculi che ruba le chiavi dell’appartamento che trova sulla serratura e ci s’installa. Dato che Ah-Rong a sua volta ruba la copia delle chiavi di Mei-Mei, i due abusivi si conoscono e Hsiao-Kiang si innamora di Ah-Rong, anche se poi non ne fa di nulla.
Il regista Ming-liang Tsai sceglie di realizzare un film praticamente muto, con lunghissime inquadrature ferme su oggetti o su gesti dei personaggi, o intere sequenze di quello che normalmente sarebbe considerato il nulla (per la verita’ cio’ ricorda certo Antonioni). A volte ci sono delle scene che in un altro film sarebbero buffe (i due intrusi che si sorprendono a vicenda e poi scappano perche' arriva Mei-Mei, anche lei in fondo un po' abusiva), ma che in questo contesto sono cupe come il resto del film. Particolarmente depressivo e' il personaggio di Hsiao-Kinag, che nonriesce neanche a suicidarsi.
Il film poi si conclude con una scena assai discussa all’epoca, cioe’ quella di Mei-Mei che si siede su una panchina e per circa sette minuti piange, si ricompone mettendosi il rossetto, si fuma una sigaretta. Nient’altro per sette minuti, che possono essere un tempo lunghissimo in certi casi.
Ora, forse si tratta di un capolavoro; io sarei tentata di utilizzare il giudizio critico di Fantozzi su La corazzata Potemkin, ma non posso. E’ un film orientale. E cosi’ il mio giudizio rimane sospeso. Ma in ogni caso tenderei a consigliarvi di evitarlo, se proprio non siete emuli di Tafazzi.


venerdì, 15 luglio 2005
Roosevelt Island
Nelle categorie: New York, New York — Scritto dal Ratto alle 11:03 pm

01Roosevelt Island 002 02Roosevelt Island 005 03Roosevelt Island 011 04Roosevelt Island 009 05Roosevelt Island 015 06Roosevelt Island 036
07Roosevelt Island 030 08Roosevelt Island 020 09Roosevelt Island 027 10Roosevelt Island 022 11Roosevelt Island 032 12Roosevelt Island 026
13Roosevelt Island 052 14Roosevelt Island 049 15Roosevelt Island 256 16Roosevelt Island 055 17Roosevelt Island 059 18Roosevelt Island 057

Di Roosevelt Island ci siamo proprio innamorati. Perche' e' splendido arrivarci con la teleferica [1, 2] (il Tramway, dicono gli indigeni) che attraversa l'East River [3] passando a pochi metri dal Queensboro Bridge [4]; perche' il suddetto Queensboro Bridge, che la scavalca senza servirla, e' il ponte piu' fascinoso della citta' [5, 6, 7]; perche' e' bella e un po' straniante l'idea che a tre minuti da Manhattan ci sia un'isola praticamente senza traffico in cui vivono novemila persone in un clima da cittadina suburbana, con tanto di giornaletto/sito web locale e di societa' storica; perche' le viste su Midtown sono di quelle che sara' pure banale, ma non te le dimentichi piu' [8, 9, 10]; perche' arrivi alla punta meridionale dell'isola e ti trovi in un'area verde abbandonata, in cui sorge il vecchio e derelitto Smallpox Hospital, testimonianza di quando l'isola si chiamava Welfare Island e ospitava malati, matti, carcerati e altri rifiuti della societa'; perche' il contrasto tra il lato ovest che guarda su Midtown e quello est affacciato sui panorami industriali del Queens [11, 12, 13] e' elettrizzante; perche' il Roosevelt Bridge e' di un rosa assolutamente incongruo [14]; perche' c'e' un faro all'estremo nord dell'isola [15, 16]; perche' al calare della notte le luci di Manhattan non sono descrivibili [17, 18]; perche' (proseguire ad libitum)

Qui le nostre foto (more to come); il sito della RIOC, la societa' pubblica che amministra l'isola; qui un altro photostream.

P. S. Da domani la Rat-family e' in vacanza senza internet. Ci vediamo se in mezzo alle montagne della Savoia c'e' un internet café.


venerdì, 15 luglio 2005
Ratzinger, il maghetto e il caffè Lavazza
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:51 am

Corre voce che Benedetto XVI non sia esattamente un amante di Harry Potter, o che almeno non lo fosse nel 2003, e pare difficile che abbia cambiato idea; il Pontefice non sembra un uomo propenso a farlo agevolmente. Non ho mai letto i libri di Harry Potter, ma da quello che ne so (ho visto il primo film della serie) mi pare che in effetti facciano riferimento ad un mondo sostanzialmente pagano; comunque, in assenza di espliciti contrasti con il cristianesimo e più specificamente con il cattolicesimo, non credo che, al posto della gerarchia cattolica, mi scontrerei con la grandissima popolarita' dei romanzi di J.K. Rowling. E infatti la lettera in cui Ratzinger ha espresso le sue critiche a Harry Potter non era a quanto sembra pensata per la diffusione. Per quanto riguarda un altro libro inviso alla Santa Romana Chiesa, Il Codice da Vinci, ripeto, come ho gia' detto in un altro post, che si tratta di una vera ciofeca. Non credo pero' che Dan Brown sia veramente blasfemo, per lo meno il suo romanzo, anche se astorico e pieno di bufale come probabilmente e', richiede nel lettore un minimo di interesse per fatti religiosi. In realta' se fossi un ecclesiastico sarei assai piu' irritata da certe prese di giro della religione cattolica a scopi totalmente futili (spero che cosi' sia agli occhi di un religioso) come vendere più caffe' e che certamente non inducono chi vi assiste alla riflessione su fatti relativi al culto. Ad esempio la rappresentazione del Paradiso negli spot del caffè Lavazza e' una cosa che offende pure me, che non mi considero cattolica, per la leggerezza con cui si mette in burla un tema tanto importante. E a parte il fatto che ormai i bambini penseranno che, se qualcuno muore, in Paradiso ci trova Laurenti e Bonolis, dovrebbe risultare inaccettabile un empireo in cui albergano allegramente due suicidi come Romeo e Giulietta, nonche' un mago come Merlino (se non va bene Harry Potter, perche' Merlino? Magari Angelo mi sa dare una spiegazione di che fine farebbe il mago per eccellenza in "buona dottrina"). Forse gli esponenti del clero temono il ridicolo a sfidare la Lavazza. Io personalmente non ci troverei niente da ridere. Per la verita' non mi fa ridere neanche l'idea di una censura per Harry Potter. E poi, non erano meglio i tempi di Carmencita?


venerdì, 15 luglio 2005
Coerenza
Nelle categorie: Ma vaffanculo! — Scritto dal Ratto alle 12:09 am

Dal Corriere del 17 febbraio 2005 (che avevo gia' citato qui): il premier specifica addirittura che le tasse sono giuste se al «33%, se vanno oltre il 50% allora è morale evaderle».
Dal Corriere online di ieri 14 luglio 2005: L'evasione fiscale ha registrato «un'escalation preoccupante», per questo il governo intende concentrarsi per combattere questo fenomeno e considera «una priorità la lotta all'evasione». Così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si sarebbe rivolto alle parti sociali in apertura dell'incontro a palazzo Chigi sul Dpef.


giovedì, 14 luglio 2005
Déclaration des droits de l'Homme et du citoyen
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:46 am

Audio

La riporto intergralmente, cosi' per memoria, perche' qui ci sono scritti i valori dell'Europa e dell'Occidente di cui sono fiero. Leggetevela bene, e pensate a quanti falsi difensori dell'Occidente vorrebbero vedere nel cestino della carta straccia i diritti dell'uomo e del cittadino in nome della guerra al terrore e dello scontro di civilta'.

Les représentants du peuple français, constitués en Assemblée nationale, considérant que l'ignorance, l'oubli ou le mépris des droits de l'homme sont les seules causes des malheurs publics et de la corruption des gouvernements, ont résolu d'exposer, dans une déclaration solennelle, les droits naturels, inaliénables et sacrés de l'homme, afin que cette déclaration, constamment présente à tous les membres du corps social, leur rappelle sans cesse leurs droits et leurs devoirs ; afin que les actes du pouvoir législatif et ceux du pouvoir exécutif, pouvant être à chaque instant comparés avec le but de toute institution politique, en soient plus respectés ; afin que les réclamations des citoyens, fondées désormais sur des principes simples et incontestables, tournent toujours au maintien de la Constitution et au bonheur de tous.
En conséquence, l'Assemblée nationale reconnaît et déclare, en présence et sous les auspices de l'Être Suprême, les droits suivants de l'homme et du citoyen.
Article premier – Les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droits. Les distinctions sociales ne peuvent être fondées que sur l'utilité commune.
Article 2 – Le but de toute association politique est la conservation des droits naturels et imprescriptibles de l'homme. Ces droits sont la liberté, la propriété, la sûreté et la résistance à l'oppression.
Article 3 – Le principe de toute souveraineté réside essentiellement dans la Nation. Nul corps, nul individu ne peut exercer d'autorité qui n'en émane expressément.
Article 4 – La liberté consiste à pouvoir faire tout ce qui ne nuit pas à autrui : ainsi, l'exercice des droits naturels de chaque homme n'a de bornes que celles qui assurent aux autres membres de la société la jouissance de ces mêmes droits. Ces bornes ne peuvent être déterminées que par la loi.
Article 5 – La loi n'a le droit de défendre que les actions nuisibles à la société. Tout ce qui n'est pas défendu par la loi ne peut être empêché, et nul ne peut être contraint à faire ce qu'elle n'ordonne pas.
Article 6 – La loi est l'expression de la volonté générale. Tous les citoyens ont droit de concourir personnellement ou par leurs représentants à sa formation. Elle doit être la même pour tous, soit qu'elle protège, soit qu'elle punisse. Tous les citoyens, étant égaux à ces yeux, sont également admissibles à toutes dignités, places et emplois publics, selon leur capacité et sans autre distinction que celle de leurs vertus et de leurs talents.
Article 7 – Nul homme ne peut être accusé, arrêté ou détenu que dans les cas déterminés par la loi et selon les formes qu'elle a prescrites. Ceux qui sollicitent, expédient, exécutent ou font exécuter des ordres arbitraires doivent être punis ; mais tout citoyen appelé ou saisi en vertu de la loi doit obéir à l'instant ; il se rend coupable par la résistance.
Article 8 – La loi ne doit établir que des peines strictement et évidemment nécessaires, et nul ne peut être puni qu'en vertu d'une loi établie et promulguée antérieurement au délit, et légalement appliquée.
Article 9 – Tout homme étant présumé innocent jusqu'à ce qu'il ait été déclaré coupable, s'il est jugé indispensable de l'arrêter, toute rigueur qui ne serait pas nécessaire pour s'assurer de sa personne doit être sévèrement réprimée par la loi.
Article 10 – Nul ne doit être inquiété pour ses opinions, mêmes religieuses, pourvu que leur manifestation ne trouble pas l'ordre public établi par la loi.
Article 11 – La libre communication des pensées et des opinions est un des droits les plus précieux de l'homme ; tout citoyen peut donc parler, écrire, imprimer librement, sauf à répondre de l'abus de cette liberté dans les cas déterminés par la loi.
Article 12 – La garantie des droits de l'homme et du citoyen nécessite une force publique ; cette force est donc instituée pour l'avantage de tous, et non pour l'utilité particulière de ceux à qui elle est confiée.
Article 13 – Pour l'entretien de la force publique, et pour les dépenses d'administration, une contribution commune est indispensable ; elle doit être également répartie entre les citoyens, en raison de leurs facultés.
Article 14 – Les citoyens ont le droit de constater, par eux-mêmes ou par leurs représentants, la nécessité de la contribution publique, de la consentir librement, d'en suivre l'emploi, et d'en déterminer la quotité, l'assiette, le recouvrement et la durée.
Article 15 – La société a le droit de demander compte à tout agent public de son administration.
Article 16 – Toute société dans laquelle la garantie des droits n'est pas assurée ni la séparation des pouvoirs déterminée, n'a point de Constitution.
Article 17 – La propriété étant un droit inviolable et sacré, nul ne peut en être privé, si ce n'est lorsque la nécessité publique, légalement constatée, l'exige évidemment, et sous la condition d'une juste et préalable indemnité.


giovedì, 14 luglio 2005
Gli anni '80 e il cestino
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:46 am

Su Film Tv della settimana scorsa (cioe' n. 13 di quest'anno) c'e' un articolo di Mauro Gervasini sulla moda del recupero degli anni '80, una riflessione occasionata, per quanto capisco, dai festeggiamenti indetti da Mtv per il ventennio di Breakfast Club.
L'articolo e' sostanzialmente critico nei confronti del decennio, pur salvando che so Born in the Usa di Bruce Springsteen o 1997 – Fuga da New York, e condanna aspramente fenomeni come Drive in.
In tema di Breakfast Club tra l'altro ho ricavato dal pezzo la preziosa informazione per cui il gruppo di attori lanciato dal film sarebbe stato soprannominato "Brat pack" (per analogia con il mitico Rat Pack di Sinatra e compagni protagonista tra l'altro di Ocean's Eleven prima versione) che avrebbe realizzato una trilogia con St. Elmo's Fire (su cui ho già scritto un post inserito nella categoria dei lost movies, cui mi permetto di rinviare) e Pretty in Pink.
Che dire? Premetto che l'ondata nostalgica ha a che vedere probabilmente con il raggiungimento dell'eta' pienamente adulta di membri della mia generazione, gli adolescenti degli anni'80, generazione molto propensa a crogiolarsi nelle cose del proprio passato. Nonostante tale attitudine, per questa generazione credo che siano paradossalmente oggetto di orrore gli anni'70, troppo pieni di cose che invece erano imposte da generazioni precedenti, mentre gli anni '80 sono quelli delle prime passioni a cui si e' rimasti attaccati.
Negli anni '80 c'ero anch'io e ho visto molte cose brutte (tra cui Sposero' Simon Le Bon a cui ho dedicato un altro mio post) e alcune belle. A volte per moda ho visto anche quelle brutte e me le sono fatte piacere; ero un'adolescente e quindi influenzabile dalla necessita' di non rimanere isolata. Della orrendezza di certi fenomeni ti accorgi meglio a posteriori (solo ora mi rendo conto di quanto orribilmente cotonate fossero le chiome di quei tempi!) e talora provi comunque un senso di tenerezza, perche' fanno parte del tuo passato.
Insomma, come ogni altra cosa, gli anni '80 non vanno demonizzati ne' esaltati a priori. Sono stati meno intelligenti di altre epoche, ma rileggerli con equilibrio e' senz'altro utile. Puo' darsi che con Donnie Darko, l'ormai cult movie di Robert Kelly (2001), si sia fatto un passo in questa direzione. Ad ogni modo vorrei dire a Gervasini che il brutto e il bello sono spesso irrimediabilmente legati, e cosi' Pretty in Pink non e' solo un film del Brat Pack, ma anche una canzone dei Joy Division approvati (giustamente) dal giornalista.


mercoledì, 13 luglio 2005
P-austeniano 5 – Il bello delle donne secondo Jane Austen
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 12:11 pm

"Eliza Bennet," said Miss Bingley, when the door was closed on her, "is one of those young ladies who seek to recommend themselves to the other sex by undervaluing their own, and with many men, I dare say, it succeeds. But, in my opinion, it is a paltry device, a very mean art".
Queste parole vengono pronunciate dal personaggio di Caroline Bingley nel capitolo 8 di Pride and Prejudice, all'esito di una discussione sulla qualita' media dell'educazione femminile e di quello che e' necessario (cioe' che lo era all'epoca) per ritenere una donna colta. Darcy e Miss Bingley hanno enumerato come indispensabili una quantita' enorme di doti e conoscenze, al che Elizabeth ha osservato che le pareva difficile che conoscessero anche solo una mezza dozzina di donne con una simile competenza. Caroline, gelosa di Elizabeth, osserva in sua assenza che appunto la sua rivale deve essere una di quelle donne che denigrano il proprio sesso per attirare l'attenzione degli uomini.
Faccio riferimento a questo passo per dire che personalmente ho l'impressione che Jane Austen, nonostante che nei suoi romanzi siano le donne a fare la parte del leone, come donna del sette-ottocento era ben al di qua dell'essere una femminista e non si aspettava dalle donne di piu' di quanto non si aspettasse dagli uomini. In altre parole non si faceva bella denigrando il suo sesso, secondo l’attitudine mal giudicata da Caroline Bingley, ma neanche lo esaltava. E all'interno del suo genere, con attitudine sostanzialmente illuminista, chiaramente le piacevano le donne dotate di una robusta razionalita' ed era assai poco attratta nei confronti delle creature romantiche e sentimentali (vedere la contrapposizione tra Marianne e Elinor in Sense and Sensibility ); bisogna comunque riconoscere pero' che forse l'eroina per cui la Austen ha piu' simpatia e' Emma dell'omonimo romanzo, il cui raziocinio e' completamente annebbiato da un eccesso di pregiudizi, che invece fuorviano solo in parte quello di Elizabeth.
Ma neanche Emma abbandona, nonostante le sue erronee valutazioni sulle persone che la circondano, il sentiero della virtuosa padronanza di se stessa. Mi spiego meglio; la Austen aveva un chiaro giudizio favorevole delle donne capaci di ragionare con la loro teste, che non si facevano appunto accecare dai pregiudizi della societa' contemporanea e quindi non valutavano gli altri secondo il prestigio sociale o i soldi che possedevano. Era pero’ anche necessario per la scrittrice inglese che le donne sapessero al contempo mantenere una ferrea rispettabilita'. La mancanza assoluta della prima capacita’ rendeva per la Austen una donna del tutto non apprezzabile intellettualmente e soprattutto moralmente – sempre che, a differenza della duttile Emma, non fosse ancora in grado di imparare altri canoni di valutazione- ma la mancanza di rispettabilita' ne faceva una sorta di paria. Qualsiasi cosa pensasse, era dovere quasi professionale della donna mantenere una reputazione integra. Per fortuna nella societa' inglese di fine '700-inizio '800 ci si poteva permettere qualcosa di piu' che nei film di Germi ambientati in Sicilia.
Si puo' capire quindi come manchino nei romanzi austeniani le eroine romantiche e appassionate, capaci di sacrificare tutto per amore; non era certo un clima da Anna Karenina. Marianne Dashwood, l’unico esempio possibile in questo senso, arriva vicino a pagare con la vita la sua sconsideratezza, dato che la malattia che quasi la uccide e' senza dubbio conseguenza dell'esagerazione nell'abbandonarsi alle emozioni, piuttosto esasperate che domate.
Che io ricordi nell'opera della Austen c'e' del resto un solo adulterio rappresentato direttamente, cioe' la relazione tra Maria Rushworth e Henry Crawford in Mansfield Park; e se le cose a Maria non vanno a finire cosi' tragicamente come a Madame Bovary, la Austen la manda in esilio in un posto isolato con la insopportabile zia, che e' una bella punizione. E negli altri romanzi l'adulterio credo non sia neanche menzionato, come se fosse una prospettiva neanche pensabile.
Capisco che il punto di vista della Austen, ricostruito cosi' (certo altri possono dare interpretazioni molto diverse) possa apparire moralistico o limitato; del resto la stessa scrittrice credo che non abbia vissuto grandi passioni nella sua vita (non si sa molto). Sono certo piu' interessanti, quando non c'e' la penna della Austen almeno, le donne piene di sentimento, che si buttano a capofitto nelle passioni del momento. D'altronde in assenza di una propensione alla rivoluzione, si puo’ capire che fosse "professionale" da parte delle donne di allora far convivere una certa indipendenza intellettuale con la rispettabilita' esterna. Oggi e' possibile certamente una liberta' infinitamente maggiore, anche perche' per le donne a differenza di quanto accadeva in quel modello di societa' il matrimonio non e' certo l'unica prospettiva di carriera immaginabile.
Pero' Jane Austen come al solito c'ha ragione, perche' le abitudini e le idee sono profondamente cambiate, ma delle donne (e anche degli uomini) che vivono con autocontrollo i propri sentimenti c'e' ancora bisogno.


mercoledì, 13 luglio 2005
C'e' un partner con cui discutere?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni — Scritto dal Ratto alle 12:03 pm

E' tanto tempo che su The Rat Race non si parla piu' di Israele. E scrivere questo post, per un amico di Israele come me, e' un'autentica sofferenza – tanto che lo rimandavo da tempo. Cosi' mi ci ritrovo nel momento peggiore, sull'onda dell'attentato che c'e' stato ieri a Netanya e che pone fine di fatto alla fragile tregua di questi mesi. Bisogna dirlo forte: Israele ha sprecato questa tregua. Era il momento di gesti coraggiosi, di costruire un minimo di fiducia tra le parti — e l'onere principale non poteva che essere sulle spalle di Israele: il governo palestinese aveva fatto la sua parte, arrivando a garantire una tregua, per quanto precaria e incompleta. Toccava a Israele dare ad Abbas risultati concreti che permettessero di consolidarla, di dimostrare all'opinione pubblica palestinese che *valeva la pena* di interrompere l'Intifada. Altrimenti la situazione non poteva che sfuggire di mano a un'Autorità Palestinese fragile e malferma.
Ma il governo israeliano – nonostante l'apporto dei laburisti – non ha lavorato per il consolidamento della tregua: il ripristino dell'autorita' palestinese sulle citta' del West Bank e' stato centellinato e rinviato continuamente, la costruzione di insediamenti e' proseguita, in particolare in una localita' "sensibile" come Maaleh Adumim*, con il chiaro obiettivo di rendere impossibile un ritorno alla linea verde e soprattutto di separare la Gerusalemme araba dal resto del West Bank, il ritiro da Gaza non e' stato accelerato, non ne sono state concordate realmente le modalita' con l'ANP, e' passata la linea della distruzione di tutte le infrastrutture degli insediamenti che saranno abbandonati, ecc. In altri termini, il governo israeliano ha dato la sensazione di considerare la tregua una vittoria e di continuare a lavorare sul campo per creare uno status quo irreversibile ai danni del futuro stato palestinese. E' evidente che in queste condizioni il governo Abbas non poteva spingere piu' di tanto sul disarmo delle milizie (avrebbe potuto farlo di fronte a risultati reali della tregua) e che presto o tardi le frange estrmiste avrebbero fatto saltare la tregua.
Niente giustifica il terrorismo — e su questo siamo tutti d'accordo. Ma resta valido il discorso fatto a proposito di Londra: la sola risposta efficace e' la rimozione delle cause. E il governo israeliano, nella migliore delle ipotesi ostaggio dei coloni che stanno scatenando un clima da guerra civile nel paese, non ha fatto un passo verso la rimozione delle cause del terrorismo palestinese. Oggi sono gia' scatenate le polemiche sull'affidabilita' di Abbas come partner per un processo di pace, si torna alla retorica del "there is no partner". Ma la domanda e': in Israele c'e' un partner con cui avviare un processo di pace? Al momento, assai tristemente, pare di no.

Sto leggendo, nei ritagli di tempo, il numero di Limes dedicato a Israele: e' interessante, soprattutto perche' molti articoli assumono come punto di partenza che Israele ha vinto il confronto con i Palestinesi — e analizzano la gestione della vittoria. Che sia vero o meno, e' una prospettiva con cui e' necessario confrontarsi.

* La fonte e' palestinese, quindi (che guaio!) non neutrale. Se volete, qui c'e' il Washington Post che riporta niente meno che la riprovazione di Bush, ovviamente non seguita da fatti. E comunque forse e' il caso di capire che cosa pensano i Palestinesi di quel che Israele fa sulla loro terra, no?

P. S. Leggetevi pure questo articolo di Amira Hass, cosi' magari tutto e' piu' chiaro. E non dimenticatevi queste cifre: PIL pro capite in Israele 20.800 dollari, nel West Bank 800 dollari. A parita' di potere d'acquisto.


martedì, 12 luglio 2005
I am not afraid
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:36 am

Voglio dirlo chiaro: il terrorismo non mi fa paura. Nei miei incubi non c'e' quello di saltare in aria su un autobus, un treno o un aereo per colpa di una bomba islamica; nemmeno adesso che l'Italia e' del tutto verosimilmente il prossimo bersaglio. E non e' che il mio stile di vita mi tenga lontano dai potenziali bersagli: sono spesso a Roma, prendo la metro e tutti i possibili mezzi pubblici, insomma non sono meno esposto della media. Eppure la paura non mi sfiora nemmeno. Devo congratularmi con me stesso per il mio coraggio di occidentale in prima linea e mandare il mio coraggioso faccione a werenotafraid.com? Mi sa di no, e' puro e semplice calcolo delle probabilita': anche prendendo per buoni i calcoli evidentemente gonfiati dell'amministrazione Bush, le persone colpite dal terrorismo (morti, feriti o rapiti) nel 2004 sarebbero state 28.000 in tutto il mondo, un numero assai rilevante delle quali in Iraq. Tiriamo una cifra alla grossa e diciamo che in tutta Europa potremo contare un migliaio di vittime, a star larghi e comprendendo anche feriti e sequestrati. Solo in Italia nel 2004 ci sono stati 3338 morti in incidenti stradali: un fenomeno peggiore di diversi ordini di grandezza.
Chiedetemi se ho paura che un imbecille mi venga addosso in autostrada la prossima volta che salgo in macchina. Oppure, su un piano diverso, chiedetemi se ho paura che l'economia italiana si accartocci e io mi trovi a non poter assicurare un tenore di vita decente ai miei figli. Oppure chiedetemi se ho paura di non avere una pensione adeguata quando saro' vecchio. Oppure se ho paura di ammalarmi di qualcosa di serio e di non sapere se la sanita' che posso permettermi sara' adeguata a curarmi. Oppure se …
Chiedetemi queste cose, quelle che hanno a che fare con la mia vita vera — e vi rispondo che si', ho una paura fottuta — e che vorrei tanto che chi ci governa si occupasse di trovare soluzioni per rendere meno reali le mie paure, invece di nascondersi dietro la retorica della guerra al terrorismo internazionale. Se invece mi chiedete se ho paura del terrorismo, rispondere I am not afraid mi costa ben poco impegno e ben poco coraggio.

Dimenticavo: mi sembrano assai condivisibili gli articoli di Giorgio Bocca e di Renzo Guolo su Repubblica di carta di oggi.


martedì, 12 luglio 2005
Lost movie 22 – Le roman de Werther
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:34 am

Disegno per una scenografia del film

Negli anni '90 (non ricordo quando, forse mi puo' soccorrere l'ottima Ava) il benemerito Vieri Razzini su Raitre dedico' un ciclo all'opera di Max Ophuls. Nel ciclo c'erano alcuni film famosi come Lettera da una sconosciuta o La ronde e altri meno noti come Le roman de Werther (1938), ovviamente versione cinematografica del Werther di Goethe, realizzato in Francia da Ophuls (che era tedesco ma ha lavorato in ogni dove, compresa l'Italia).
Le roman de Werther (solo Werther nella versione italiana) mi ha colpito molto perche', pur non amando Goethe, mi ha fatto amare il personaggio di Werther.
La storia nelle sue linee essenziali e' nota; Werther, un giovane sensibile e romantico, si innamora di Charlotte (Lotte nel romanzo), gia' promessa ad Albert, un giovane onesto anche se un po' limitato di mentalita', e per l'impossibilita' di vivere questo amore finisce per suicidarsi.
Gli autori del film pero' sono stati molto infedeli al romanzo, checche' ne dica il Mereghetti (che parla di scrupoloso rispetto), e le variazioni rispetto al libro che rendono ancora piu' tenero il povero Werther, a spese della sua amata che ci fa la figura della s…. In particolare Charlotte-Lotte nel film si guarda bene dal dire al suo corteggiatore che e' gia' promessa a Albert, e si decide a parlare solo quando Werther le chiede di sposarlo. Gli autori hanno anche introddotto l'elemento del rapporto lavorativo tra Albert e Werther, essendo il primo il superiore dell'altro nel tribunale di Walheim, la immaginaria citta' granducato tedesca dove e' ambientata la vicenda.
Il film e' diviso in due meta' molto diverse; la prima, che precede la rivelazione del fidanzamento di Charlotte, e' lieta e prevalentemente luminosa, con varie scene ambientate in esterni, peraltro molto belle grazie anche ai paesaggi dei Vosgi dove il film e' stato in parte girato (la collina degli appuntamenti tra Werther e Charlotte); la seconda e' buia e quasi tutta d'interni, con ruolo rilevantissimo delle ombre. Segna il passaggio la sequenza in cui Charlotte, dopo aver fatto la sua confessione a Werther, fugge da lui inseguita dal suono ossessivo delle campane del carillon installato sulla torre della piazza, che suonano una canzone da lei amata; e' stato proprio Werther a far cambiare la musica per compiacerla. La sequenza tra l'altro e' impressionantemente vicina a La donna che visse due volte di Hitchcock, ma precede il film del regista inglese di vent'anni.
Ophuls, come Hitchcock, e' grande quando si tratta di trasmettere le sensazioni dei personaggi senza usare parole; basti la scena in cui Albert scopre che la disperazione che affligge Werther e' causata dall'amore per Charlotte. Albert in quel momento sta parlando con il presidente del Tribunale, superiore sia di lui che di Werther; il presidente gli dice che Werther gli ha confidato di stare cosi' per una donna sposata, cosa che non ha detto ad Albert. Lo sguardo di Albert si rivolge cosi' verso l'alto, vede l'ombra della moglie attraverso una finestra e improvvisamente capisce.
Infine e' geniale l'inversione rispetto al libro per cui la pistola con cui Werther si suicida e' la sua, ma in precedenza prestata a Charlotte. Albert, non si quanto consapevolmente, costringe Charlotte, che invece ha capito, a cercarla per restituirla a Werther, e quindi in qualche modo a collaborare al suicidio del poveretto, anche se lei finge di non trovarla.
Commovente l'interpretazione di Pierre-Richard Willm, nonostante l'eta' troppo avanzata per la parte (45 anni), mentre Annie Vernay e' veramente bella, tanto che quasi si perdona a Charlotte di essere cosi' s….


lunedì, 11 luglio 2005
L'imbecille guarda il dito
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:19 pm

Spero, dicendo la mia, di sfuggire al puro chiacchiericcio che Lorenza giustamente denuncia a proposito di Londra. D'altronde se l'indecente Calderoli puo' dire le cazzate che dice restando ministro, potro' ben dirne qualcuna io che sono solo un blogger.
1. Checche' ne dicano tutti quelli che si riempiono la bocca di guerra (salvo esser pronti a darsela a gambe appena le cose cominciano a farsi serie), il terrorismo non si puo' battere sul piano militare. Ha la scelta del terreno, del tempo, delle armi, il vantaggio della sorpresa e dell'assenza di remore e di regole. Quindi — come sa chiunque abbia anche soltanto giocato una volta a Risiko in vita sua — sara' sempre in grado di colpire. Le risposte militari possibili — prevenzione e repressione sul terreno o guerra ai possibili sponsor internazionali dei terroristi — non hanno mai dato risultati adeguati. Il primo caso e' quello dell'Irlanda del Nord, o del West Bank (su cui tornero'), dove decenni di occupazione e di repressione che non guarda per il sottile non hanno mai portato a risultati definitivi: sotto pressione i gruppi armati spariscono per un po' di tempo, poi ritornano rafforzati e resi piu' popolari dalla repressione stessa. Il secondo caso e' quello dell'Afghanistan e dell'Iraq: ammesso e non concesso che si trattasse delle centrali internazionali del terrore, dopo l'invasione e l'occupazione la virulenza dei terroristi si e' se mai accresciuta.
1b. Da piu' parti si obietta a questo ragionamento che la risposta militare funzionerebbe se l'Occidente si levasse i guanti e picchiasse veramente duro. Altro che processi, altro che diritti umani ecc.: siamo in guerra, ci si comporti come in una guerra; facciamo scorrere il sangue per davvero, estirpiamo la malapianta con la forza e si vedra' se il terrorismo e' invincibile. Mi pare che il ragionamento faccia acqua da piu' parti:
a) Si direbbe che i guanti ce li siamo tolti da un bel pezzo: la guerra in Iraq ha fatto decine di migliaia di morti e ha devastato un paese; Abu Ghraib e Guantanamo sono centri di detenzione e di tortura illegali secondo qualunque standard occidentale; la pratica di rapire cittadini stranieri e consegnarli ad autorita' di paesi compiacenti perche' li "interroghino" senza andare per il sottile e' politica ufficiale degli Stati Uniti ed e' per lo meno tollerata dai governi europei (Italia in testa). Alla fine non mi pare che i risultati siano gran che.
b) Questa scelta implica il venir meno di tutti i valori che fanno dell'Occidente un luogo "diverso" nel mondo (e dal mio punto di vista il luogo migliore in cui si possa vivere), dallo stato di diritto, all'inviolabilita' della persona, al rifiuto della guerra di aggressione, ecc. In altri termini: per difendere l'Occidente stiamo demolendo le sue conquiste e i suoi valori. Se e' cosi', i terroristi hanno nell'antiterrorismo l'arma piu' efficace per la loro vittoria.
2. Come giustamente dice Blair, il terrorismo ha cause profonde e non sparira' finche' queste cause non saranno rimosse. Possiamo elaborare le migliori risposte in termini di sicurezza, possiamo portare a Guantanamo decine di migliaia anziche' decine di persone — finche' non avremo rimosso le cause, il terrorismo sara' vivo e vegeto. Non possiamo seriamente credere che un mondo economicamente tanto squilibrato, in cui il PIL pro capite, a parità di potere d'acquisto, in Italia e' di 27.500 dollari, in Israele di 20.800, in Iraq di 3.500 e nel West Bank di 800 (dati CIA, aggiornati tra il 2003 e il 2005: e di proposito non ho preso gli estremi della scala della ricchezza e della poverta'), possa essere un mondo in pace. Soprattutto visto che noi occidentali siamo in buona parte responsabili di questi squilibri e facciamo di tutto per mantenerli intatti (basti pensare a come si e' chiuso il G8 a Gleneagles: un po' di elemosina all'Africa, ma nessuna rinuncia al protezionismo agricolo che impedisce ai paesi del Sud del mondo di trovare uno sbocco ai loro prodotti). Se poi aggiungiamo l'occupazione della Palestina, la guerra in Iraq, gli attacchi all'Iran, non si capisce perche' mai dovremmo essere tanto amati da quelle parti.
Questo giustifica il terrorismo? no, certo. Ma chiediamocelo seriamente — una buona volta: queste popolazioni hanno altri modi per farci sentire la loro voce, la loro collera, la loro umiliazione? Quando parlano civilmente e sommessamente, noi li stiamo a sentire? E siamo pronti a dare risposte politiche al problema politico della disuguaglianza, oppure preferiamo dare risposte militari al problema del terrorismo? Se le bombe di Londra ci indicano la luna, noi preferiamo guardare il dito?


lunedì, 11 luglio 2005
Un omaggio a Thomas Mitchell nel giorno del suo genetliaco
Nelle categorie: Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 1:05 am

Sono molti anni che ragiono sulla figura di Thomas Mitchell, un attore il cui nome e' ignoto ai piu', ma che ha dato un apporto a suo modo importante al cinema americano classico, contribuendo a renderlo grande. Thomas Mitchell (il nome e' comune, ce ne sono sette nell'indice di Internet Movie Data Base) e' una di quelle facce che tutti conoscono, ma non sanno dove l'hanno vista, che sono in un sacco di film e la cui presenza diamo per scontata. Ma non lo e' veramente.
Thomas Mitchell e' nato 123 anni fa, proprio l'11 luglio, a Elizabeth, New Jersey, ed e' morto il 17 dicembre del 1962 a Beverly Hills. Il suo primo film e' stato Six Cylinder Love nel 1923; il primo veramente famoso in cui ha recitato Orizzonte perduto del 1937, l'unico film di fantascienza di Frank Capra.
Ma e' stato il 1939 l'anno di grazia di questo attore, quello che mi ha sempre stupito. Nello stesso anno Thomas Mitchell e' stato l'alcolizzato Doc Boone in Ombre rosse di John Ford (ruolo per cui ha vinto l'Oscar), Gerald O'Hara, il padre di Rossella, in Via col vento, Diz Moore in Mister Smith va a Washington di Frank Capra, Kid Dabb, l'anziano pilota amico di Cary Grant in Avventurieri dell'aria di Howard Hawks, Clopin il saltimbanco ne Il gobbo di Notre Dame di William Dieterle (quello con Charles Laughton). Credo che mi basterebbe un anno cosi' nella mia vita per sentirmi realizzata.
Ma la carriera di Mitchell non e' certo finita qui; e' andata avanti per ventidue anni, permettendogli come niente di essere lo zio Billy di James Stewart ne La vita e' una cosa meravigliosa di Frank Capra (1947) o il sindaco in Mezzogiorno di fuoco di John Ford (1952). Ed e' con Frank Capra, con cui ha tanto lavorato, che Thomas Mitchell ha portato a termine la sua parabola nel ruolo di George Manville, il giudice decaduto che recita la parte del marito della finta ricca Bette Davis in Angeli con la pistola del 1961. E cosa c'era di piu' adatto di questo film, l'ultimo anche per Frank Capra (remake di Signora per un giorno, 1933), che metteva insieme alcuni vecchi attori (come ad esempio Edward Everett Horton, anche lui un grande caratterista) e un vecchio regista, ormai sorpassati dai tempi, ma che dimostravano orgogliosamente di essere ancora in grado di commuovere e divertire?
Thomas Mitchell non e', per quanto ne so, mai stato un protagonista in un film in vita sua, ma sempre e solo l'amico, il padre, lo zio, che al suo fianco ci fossero James Stewart, Cary Grant, John Wayne o Vivien Leigh. Ma sono anche i caratteristi come lui, anche se non ce ne accorgiamo, che spesso giocano un ruolo determinante nel fare la differenza tra un grande film e un buon film e tra una pellicola gradevole e una ciofeca.
Spero che se qualcuno leggera' questo post si interessera' un pochino a Thomas Mitchell e che ci fara' caso la prossima volta che lo vedra' in un vecchio film. Per conto mio se c'e' un paradiso degli attori, lui c'e' di sicuro, magari in un posto migliore di tanti divi amati dalle folle.


domenica, 10 luglio 2005
Ancora sul dottor House ovvero Greg House e Gil Grissom
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:54 am

Dopo aver visto, dopo il mio primo post sull'argomento, anche le puntate di House,M.D di ieri mi e' sembrata evidente la ricercata analogia con C.S.I., gia' da altri segnalata, applicando gli stessi criteri al campo della medicina. Devo dire che non mi sembra che funzioni altrettanto bene, perche' mi pare che almeno per il momento ne venga fuori una notevole monotonia, se rimane invariata la struttura di indagine su un solo caso medico problematico. Soprattutto credo che sia difficile dare cosi' scarso peso all'elemento umano, su cui in House si lavora poco, in una serie di ambientazione ospedaliera.
Insomma, come ho gia' detto, siamo lontani dalla grande televisione, che in fondo si puo' ravvisare in C.S.I. House sara' pure una sorta di Grissom della medicina, ma Grissom puo' reggere come personaggio in quanto ha scelto una professione e un mondo, quello della polizia scientifica, che gli consentono per natura di avere pochi rapporti con il mondo esterno. House questi rapporti li dovrebbe avere, come medico, e questo, a io parere, lo rende meno convincente come personaggio. Queste sue caratteristiche si riflettono poi sulla tenuta della serie, nel senso che, se l'indagine scientifica poliziesca di C.S.I. puo' essere avvicente anche con pochi o nulli risvolti psicologici o comunque umani, quella medica di House rischia di essere arida o ripetitiva. Sempre che non ci sia un qualche cambiamento nella struttura narrativa.


venerdì, 8 luglio 2005
Avrei cose piu' serie…
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 4:21 pm

su cui scrivere, ma non ho ne' tempo ne' cervello, quindi accumulo argomenti per un improbabile futuro — e intanto registro le … (inserire qui termine adeguatamente insultante) dell'indecente Calderoli.

Io sono sempre stato contrario all'intervento in Iraq — e continuo ad esserlo. Percio', se qualcuno anche nel centrodestra comincia a sentire il bisogno di levare le tende da Nassiryia, dovrei esserne contento. Ma quel che e' troppo e' troppo: ora che l'Italia e' chiaramente indicata come la prossima della lista, il virile padano se la fa nelle mutande ed auspica la fuga, precipitosa (entro settembre) ancorche' "concordata":

"E' evidente che, dopo New York, Madrid e Londra, l'Italia rappresenta il piu' probabile e prossimo obiettivo dei terroristi, e' arrivato percio' il momento di iniziare a pensare anche a casa nostra…"

No, non avete capito niente, non e' una fuga, e' che bisogna "utilizzare le medesime risorse impiegate in territorio iracheno per prevenire e combattere possibili attentati sul nostro territorio", impiegando "il medesimo personale stanziato in Iraq, che tra l'altro e' gia' esperto e preparato proprio nella lotta al terrorismo, per presidiare i nostri siti sensibili e per stanare queste belve dalle loro tane". Gia', perche' (al di la' dell'elegante linguaggio diplomatico a cui l'indecente Calderoli ci ha abituato) i militari addestrati per la situazione irachena hanno la preparazione adatta per presidiare la metropolitana milanese e gli accessi al Vaticano… uguale!
Conclude l'indecente Calderoli: "Non chiudiamo la stalla quando i buoi saranno gia' scappati, ci sono delle vite umane in ballo e la prossima volta, purtroppo, potrebbero essere le nostre". Quindi e' il momento di scappare — e di corsa, prima che qualcuno si faccia male qui da noi (finche' si fanno male gli altri non e' mica tanto grave) e per di piu' sotto elezioni (Madrid insegna…). In fondo la lotta alle belve islamiche si puo' sempre continuare a casa, pestando ben bene un po' di immigrati clandestini. Meglio se ammanettati, non si sa mai.

Ribadisco, in caso non fosse chiaro: continuo a pensare che prima si va via dall'Iraq, meglio e'. E' stato un errore andarci, e' un errore restarci. Pero' mi mandano in bestia l'impudenza e la vigliaccheria di chi ci ha cacciati nel brago e ora si arrampica sugli specchi per scappare prima di essere sommerso.


venerdì, 8 luglio 2005
Lost movie 21 – Francis (aka Francis the Talking Mule)
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:23 am

Il mio amore per la serie dei film di Francis , il mulo parlante e' stato preceduto da un lungo periodo di incredulita' relativamente alla loro esistenza, di cui mi aveva dato notizia mio padre. Poi durante un'estate della mia adolescenza li hanno dati in televisione e, constatandone l'esistenza de visu, li ho adorati. Nel primo della serie, Francis (1950) Peter Stirling (Donald O'Connor) e' un giovante tenente americano che durante la seconda guerra mondiale si vede togliere le castagne dal fuoco da Francis, appunto, un mulo dotato del dono della parola. Peter incontra Francis nella giungla, e l'astuto mulo gli fornisce informazioni militari molto preziose. Il tenente avra' qualche problema a sostenere la sua sanita' mentale quando rivelera' la sua fonte, ma Francis fa in modo di sistemare tutto, smascherando tra l'altro una pericolosa spia. Francis accompagnera' poi l'ingenuo Peter anche nella vita civile, sempre rivelandosi un amico prezioso.
Francis e' diretto, come quasi tutti i film della serie, da Artur Lubin ed e' tratto da un romanzo di David Stern, anche sceneggiatore. La coppia Lubin-O'Connor e' rimasta stabile in quasi tutti film delal serie, tranne credo l'ultimo (ne hanno fatto uno all'anno fino al 1956). C'e' anche Tony Curtis, venticinquenne, in una particina, all'epoca in cui era ancora Anthony Curtis.
Poi l'idea del mulo parlante guarda caso l'hanno ripresa di recente, trasformando l'animale in un ciuchino e mettendolo a fianco di un orco verde.
Non so se Francis volesse essere un apologo morale (il mulo e' piu' saggio degli uomini con cui ha a che fare), una difesa del mulo tanto calunniato, o cosa; so soltanto che e' un film delizioso, di una ingenuita' magari non reale, ma a cui vorrei credere. E poi trovo impossibile resistere a Donald O'Connor, un attore veramente adorabile. Chissa', magari un giorno riusciro' a farlo vedere a mio figlio…


giovedì, 7 luglio 2005
Ma davvero?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:29 pm

Il terrorismo e' "il nemico uno della societa' in cui viviamo" come sostiene ad esempio il nostro Presidente della Camera Casini? O e' cio' che in un momento di emozione come quello che stiamo vivendo alcuni uomini politici ci vogliono far credere? Ci sono un'infinita' di cose che uccidono piu' del terrorismo e che mi fanno piu' paura o mi toccano maggiormente. Ma la paura e' facile a diffondersi ed e' proprio questo il risultato che i terroristi vogliono raggiungere. La lotta al terrorismo non puo' prevalere sulla liberta' e sulla razionalita' e trasformare le vite quotidiane di tutti noi. Altrimenti e' gia' persa in partenza.


giovedì, 7 luglio 2005
Londra
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 3:30 pm

Sbigottimento e ansia — come e' ovvio. E attesa.
Nell'assoluta vaghezza delle notizie sugli attentati, vedo un solo fatto positivo: mi pare che ci sia una certa lentezza, questa volta, a rispondere con la retorica della guerra infinita. Sbagliero', probabilmente i tamburi cominceranno a rullare tra poche ore; ma per il momento mi sembra di vedere una saggia moderazione. Forse qualcuno comincia a intuire che il mondo non diventera' piu' sicuro aggiungendo guerra alla guerra.


mercoledì, 6 luglio 2005
Arrested development (Ti presento i miei)
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta, Serie TV — Scritto da waldorf alle 10:45 pm

Da lunedì (a mezzanotte!) e' in onda su Italia 1 con cadenza settimanale, Ti presento i miei, orrenda traduzione italiana di Arrested Development (evidentemente adottata al solo scopo di riecheggiare il titolo italiano di Meet the Parents, il film con Robert De Niro e Ben Stiller).
Arrested Development e' una comedy series (mi sembra difficile definirla una sit-comedy) della Fox, ambientata nella mitica Orange County (O.C.!) in California e iniziata nel 2003, che vede tra i suoi produttori esecutivi nientemeno che Ron Howard (pure voce narrante), che, come noto, non e' solo il Richie Cunningham di Happy Days (che non e' poco), ma anche il regista di un sacco di film anche di notevole successo. Come serie dedicata ad una famiglia, e' parecchio atipica (almeno prima della comparsa nel 2001 di Six Feet Under, che ha toni molto diversi). Nella famiglia Bluth, che non somiglia molto alla famiglia Cunningham,al centro della serie, infatti non c'e' davvero molto di positivo, e nessun membro veramente sano di mente ad eccezione forse del protagonista Michael (Jason Bateman, abbastanza giovane ma in pista fin da Quella casa nella prateria). Michael, che gia' svolgeva un ruolo essenziale nella impresa edile di famiglia, deve adoprarsi per salvare tutti dopo l'arresto del padre George in seguito a distrazioni operate sui fondi della societa'. E non si trattera' di cosa facile, anche perché manca la collaborazione da parte della famiglia Bluth, a partire dal padre. Per quanto riguarda gli altri la madre e' un'egocentrica che pensa di poter continuare a comportarsi come se nulla fosse, la sorella Lindsay vagheggia la vita lussuosa di un tempo e le strampalate forme di beneficenza a cui era dedita, il fratello maggiore G.O.B. e' dedito a perseguire la carriera di prestigiatore, e quello minore, Buster, e' piu' o meno un minorato mentale, il cognato Tobias Funke, dopo aver smesso di fare il dottore per problemi disciplinari, si e' messo in testa di fare l'attore. C'e' poi George Michael, figlio quattordicenne di Michael, un buon ragazzo, che pero' coltiva una storia paraincestuosa con la cugina Maeby, figlia di Lindsay; Maeby cerca di traviare GeorgeMichael per contestare una madre troppo distratta per accorgersi di essere contestata.
Negli USA Arrested Development , di cui sono gia' state realizzate due serie, e' un successo di critica ed ha vinto ben 5 Emmys. tra cui quello per la best comedy series; vanta inoltre un sacco di guest stars prestigiose, come Liza Minnelli e Henry Winkler.
Personalmente non riesco ancora ad orientarmi; mi colpisce dal punto di vista visivo la qualita' cinematografica della serie, con tanto di split screen, e una certa vicinanza stilistica e tematica a I Tenenbaum, come da molti segnalato. Mi colpisce l'estetica del finto improvvisato e della fittizia presa diretta con le inquadrature a volte un po' traballanti, che certo e' una particolare ed estrema forma di raffinatezza.
Nel complesso c'e' un che di stralunato e bizzarro nella serie, perfino in modo eccessivo; e' come se la stramberia dei suoi protagonisti fosse un po' gratuita e comportasse una certa farraginosita' del meccanismo narrativo. Cosi' io personalmente non sono particolarmente interessata a cio' che accade ai membri della famiglia Bluth, anche perche' nessuno di loro mi piace un granche'; la pazzia degli insani non mi attrae e Michael e' troppo vitttima degli altri per riuscire a solidarizzare con lui. Nel complesso faccio fatica a raggiungere quel grado di empatia con i personaggi e il loro mondo che caratterizza il rapporto con le serie che ti piacciono davvero. Tra l'altro mi sembra una commedia senza buone battute, il che e' particolarmente grave (per quresto dicevo che mi sembra difficile parlare di sit-com).
Segnalo comunque il ritorno di Portia De Rossi (a quanto sembra nella vita attuale fidanzata di Ellen Degeneres) nel ruolo di Lindsay dopo la fine di Ally McBeal.


mercoledì, 6 luglio 2005
648 a 14
Nelle categorie: Free Knowledge, Web — Scritto dal Ratto alle 3:38 pm

Il Parlamento europeo ha respinto a schiacciante maggioranza la proposta di direttiva sui brevetti software. Oggi e' una buona giornata.


mercoledì, 6 luglio 2005
La fine di Friends
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:24 am

Lunedi' e' finito Friends anche alla televisione italiana, nella generale commozione dei protagonisti, la cui vita prende finalmente una svolta. Io invece non ne sono rimasta particolarmente commossa, nonostante questo telefilm abbia accompagnato alcuni anni della mia vita; ricordo distintamente quando ho visto la prima puntata nel 1997, in una circostanza particolare (tra l'altro non mi piacque neppure). Per qualche stagione le avventure dei sei twenty e poi thirthy-something alleati fra di loro per ritardare il piu' possibile il momento di crescere mi sono sembrate divertenti e hanno suscitato in me una sorta di solidarieta', poi mi hanno stufato. Anche perche', personalmente, non ho trovato felice l'idea del fidanzamento e poi matrimonio tra Monica e Chandler, il cui effetto e' stato che gli autori hanno ritenuto necessario sviluppare ulteriormente tutti i lati odiosi di lei e rendere meno simpatico lui, indebolendo il legame con Joey. Dal momento in cui li hanno messi insieme, la serie mi e' parsa girare su se stessa.
Avrei preferito che la facessero finita, ma il persistente successo di pubblico e gli astronomici compensi degli attori hanno prolungato artificiosamente la serie fino ad arrivare a ben dieci anni, e qundi non e' stata fatta la scelta di finire dignitosamente e in modo ponderato come Sex and the City che ha chiuso i battenti dopo sei stagioni, prima di avvitarsi. Cosi' mi pare che tutto sia diventato stantio e vagamente morboso, mentre i personaggi apparivano sempre piu' idioti; il gioco e' bello quando dura il giusto. Tra l'altro anche gli attori sono invecchiati, specie Lisa Kudrow, ormai veramente inadatta al look hippy che comincia e al capello biondo lunghezza fondoschiena. Tutto cio' da tempo non e' compensato a sufficienza dalla sensazione positiva che nonostante mi comunica la sigla dei Rembrandts.
Comunque, e' probabile la Rai non ci fara' sentire la mancanza del sestetto, bombardandoci di repliche come fa da un po' di tempo.


martedì, 5 luglio 2005
Ponte rostrato
Nelle categorie: New York, New York — Scritto dal Ratto alle 12:46 pm

Un particolare del Queensboro Bridge, NY.

More to come…


martedì, 5 luglio 2005
Guarda a chi mi tocca dare ragione (e non intendo al Comune di Viareggio!)
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:06 am

Non ho guardato La Fattoria, ma una certa quantita' di informazioni su quello che vi succedeva mi e' arrivata tramite le trasmissioni della Gialappa's (per la verita' l'eccessiva presenza dei reality nella loro produzione ultimamente me ne ha allontanato). Ho cosi' contratto una superficiale simpatia per quello che e' stato il vincitore dell'ultima edizione, Raffaello Tonon, proprio perche' ostentava determinate cose (la milanesita' o la scarsa voglia di lavorare) che senza la sua autoironia sono difficilmente sopportabili (e lo sarebbero comunque se ci si dovesse venire a contatto realmente), mentre il suo modo di essere personaggio lo poneva parecchio sopra lo standard dei reality. La mia simpatia e' aumentata di molto quando mi e' caduto l'occhio sul solito Oggi (in questo caso il n. 26 del 29/6/2005) in cui il giovanotto afferma "non vado mai al mare, odio spogliarmi e detesto mostrare le mie nudita' a chicchessia". E cosi' Tonon dice che al massimo va in piscina, ma con la camicia addosso, perche' non trova di buon gusto esibire il suo torace poco tonico o le maniglie dell'amore.
Non posso essere piu' d'accordo sul fatto che, quando sarebbe meglio coprirla, tanta "pelle al vento", come dice Tonon, sia fastidiosa. E trovo una sorta di corrispondenza rispetto a quello che dicevo qualche giorno fa sull'abbronzatura. Anch'io detesto andare al mare e ho un pessimo rapporto con l'idea del costume; non trovo cosi' ovvio che si mostrino con disinvoltura le proprie membra (normalmente non ci si fa vedere in reggiseno o in mutande, no?). Mi dispiace solo dover ricorrere ad un personaggio da reality per trovare qualcuno che, in questo paese dove tutti vanno "aimmare", la pensa come me… peccato che il pudore sia concepito solo come residuo moralista e non anche come criterio estetico.
Pero' prima che qualcuno me lo faccia giustamente notare, preciso che sono consapevole del fatto che per nuotare e fare il bagno ci si deve togliere la camicia.

Pare che a Viareggio abbiano istituito una multa per chi va in passeggiata in costume, senza neanche indossare shorts e maglietta o cose del genere. Il principio mi piace, ma ho qualche perplessita' a livello pratico all'idea dei vigili che applicano la sanzione. Vorrei vederlo.

P. S. Questo post e' stato copiaincollato da Libero Blog. Con un altro titolo. Con una foto che non c'entra niente. Mah. (theratrace)

Di nuovo Waldorf: Preciso peraltro che non sostengo l'applicazione delle multe. Ognuno si regola come puo' e come vuole, non si puo' imporre un abbigliamento a nessuno. Io ho espresso una preferenza personale, certo ognuno fa quello che vuole. Trovo abbastanza buffa l'idea di imporre la decenza a suon di multe e il "vorrei vederlo" del mio post significa che mi piacerebbe assistere allo spettacolo divertente del vigile che prende le generalita' di una bella fanciulla in bikini. E' fastidioso essere fraintesa, anche se e' colpa mia.


martedì, 5 luglio 2005
Nomen omen
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:59 am

Chiunque abbia avuto dimestichezza con l'Universita' di Pisa e con il suo Dipartimento di Filosofia negli anni passati sa in quale considerazione fosse universalmente tenuto il prof. Marcello Pera — quindi non prova alcuna sorpresa oggi, sentendolo fare discorsi che, coerentemente con il suo cognome, si possono soltanto definire "a pera".
Ma quel che colpisce e' che un discepolino di Popper, quello della "societa' aperta", si ritrovi oggi sulla stessa barricata di Benedetto XVI, contro il "laicismo" e l'"onnipotenza della scienza". Questo accade quando un uomo troppo piccolo ascende a un potere troppo grande per lui: pur di restare in quel posto alla cui altezza non e', si aggrappa a tutto e si prostituisce a tutti.

P. S. Segnalo questo bel post su Barracuda


lunedì, 4 luglio 2005
Poi basta
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 8:27 pm

Sulla vicenda della Margherita e dello scontro tra Prodi e Rutelli torno un'ultima volta. Parisi e i suoi hanno rinunciato alla scissione in cambio di un quinto dei collegi elettorali del partito e di un po' di soldi e di visibilita' nelle iniziative pubbliche. Dal loro punto di vista hanno fatto bene: non si fa politica senza posizioni di potere, senza denaro, senza accesso ai media. Si sono garantiti quel tanto di accessibilita' che permettera' loro di non scomparire e magari di tornare a sostenere le loro posizioni in futuro.
Tuttavia questo ha il costo di accettare – almeno per ora – la linea vincente di Rutelli & co., quella di una Margherita che va alla ricerca del voto centrista e cattolico, e che intende il centro———sinistra con un bel po' di trattini e come un'alleanza competitiva tra soggetti destinati a restare diversi. In questo senso anche le dichiarazioni di Prodi di oggi ("di lista unitaria della Fed non si riparla nemmeno dopo le primarie") sono eloquenti.
Che dire? sono contento di non avere piu' alcun ruolo politico e di aver potuto serenamente scegliere di lasciare il partito e di prendere un'altra tessera. Non contare nulla da' una grande liberta'.


lunedì, 4 luglio 2005
Wasteland ovvero tempo sprecato
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 3:55 pm

C'era bisogno di un Friends deprimente? Perche' Wasteland e' una cosa del genere. Meno male che ne hanno fatto una sola serie, nel 1999 e Raidue ha deciso solo ora di tirarla fuori dai fondi di magazzino per darla il sabato pomeriggio. Non fate l'errore come me di perderci tempo, pensando che i fratelli Weinstein come produttori esecutivi potessero costituire una minima garanzia.


lunedì, 4 luglio 2005
Lost movie 20 – Guendalina
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:44 am

Questo post vuole essere un piccolo, in tutti i sensi, omaggio a Alberto Lattuada, morto ieri a 91 anni. Lattuada e' stato uno degli ultimi appartenenti a quel particolarissimo microcosmo che era il cinema italiano a cavallo della seconda guerra mondiale, un ambiente pieno di fermenti e di idee, in cui poteva accadere che uno come lui facesse da dattilografo a Mario Soldati sul set di Piccolo Mondo Antico (1941) e finisse per fare l'aiuto regista. Tutto allora era fluido, la gente arrivava al cinema dagli ambiti piu' disparati, ma spesso fin da subito era in grado di fare cose interessanti.
Nello specifico Lattuada, lavorando con Soldati, contribui' al lancio del calligrafismo, "corrente" del cinema italiano degli ultimi anni del regime caratterizzata dall'amore per la forma e dall'ispirazione letteraria. Lattuada si e' poi messo in proprio, ma e' almeno inizialmente rimasto nell'area del cosiddetto calligrafismo, realizzando Giacomo l'idealista,1943, e del calligrafismo credo abbia assorbito la fondamentale attenzione alla forma. Sempre all'ispirazione calligrafica appartiene del resto il suo capolavoro Il cappotto (1952).
A Lattuada indubbiamente interessavano anche le giovani donne e nella sua carriera ha lanciato o contribuito a lanciare diverse ragazze in fiore (Catherine Spaak, ad esempio).
Guendalina (1957) unisce entrambe queste componenti del cinema di Lattuada. Il film racconta appunto la storia di Guendalina (Jacqueline Sassard), una ragazza ricca e capricciosa, che durante un soggiorno estivo nella casa di famiglia a Viareggio si innamora alla fine della stagione, in assenza dei soliti amici, di Oberdan, uno studente di famiglia modesta (Raffaele Mattioli), ma con ambizioni. Le difficolta' di questa passione giovanile, in molta parte dovute alla differenza di ambiente, si incrociano con quelle insorte nel rapporto tra i genitori di Guendalina (Sylva Koscina e Raf Vallone), che arrivano vicini alla separazione, ma poi si riconciliano. Guendalina e' costretta a partire prima di aver vissuto compiutamente il suo amore con Oberdan.
La trama (il soggetto e' di Valerio Zurlini) non ha niente di sconvolgente, cio' che conta e' il modo con cui Lattuada racconta la scoperta da parte di Guendalina della "sostanza dei sentimenti". Il tono e' dolcemente malinconico ed e' forse la cosa piu' bella del film la scelta dell'ambientazione nella Versilia della fine dell'estate, piovosa e spopolata di turisti, quadro perfetto per questo racconto di un giovane amore interrotto. Apprezzabile e' in genere la grande pulizia formale, la composizione dell'inquadratura, la bellezza della fotografia in bianco e nero (di Otello Martelli). La sceneggiatura e' di Benvenuti, De Bernardi e Blondel, oltre che di Lattuada, la musica di Piero Piccioni, con lo pseudonimo di Piero Morgan; il film e' stato prodotto da Ponti e De Laurentiis, all'epoca ancora insieme.
L'esordiente Jacqueline Sassard e' esile e commovente, perfetta per la parte (anche se doppiata da Adriana Asti). Curiosa anagraficamente la scelta della Koscina nel ruolo della madre di un'adolescente, dato che all'epoca aveva 24 anni (solo sei di piu' della Sassard), tanto che per darle un'aria piu' seria e' stata munita di occhiali. Non stava per niente male, ma non e' certo l'unica ragione per vedere questo film, se a qualcuno dovesse venire in mente di trasmetterlo per omaggiare il povero Lattuada.


domenica, 3 luglio 2005
Solo cio' che e' cattolico e' umano?
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Laicita'/Religione, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:57 pm

Secondo Francesco Valiante, editorialista de L'Osservatore Romano (dato che non trovo online l'articolo, lo riprendo da Gaynews, che mutua a sua volta da Associated Press), la legge spagnola che consente il matrimonio indipendentemente dal genere (e basta con 'sta storia del matrimonio gay!) e' "un'avvilente sconfitta dell'umanita'"; il nostro aggiunge anche che "ogni tentativo di stravolgere il progetto di Dio sulla famiglia e' anche un tentativo di sfigurare il volto piu' autentico dell'umanita'".
E' perfino troppo facile polemizzare con affermazioni simili: parlare di sconfitta dell'umanita' di fronte a un gran numero di uomini e di donne, con i loro valori, i loro affetti e le loro vite, equivale a dire che questi uomini e queste donne non sono veramente umani. E non possiamo dimenticare che in altri tempi e in altre circostanze questo modo di pensare ha portato ad Auschwitz — al triangolo rosa oltre che alla stella gialla.
Ma anche a non voler scendere sul piano della polemica, il tenore dell'articolo e' illuminante, perche' chiarisce il nodo dello scontro che in queste settimane (in Italia, in Spagna e altrove) la Chiesa cattolica ha ingaggiato con maggiore o minore successo. Il fatto e' che per la Chiesa soltanto cio' che e' conforme al disegno divino come interpretato alla luce della fede cattolica puo' essere considerato umano. Ogni deviazione e' aberrazione che non dovrebbe esistere. Si badi bene: sul piano teologico e' una posizione legittima e in larga misura obbligata, che deriva dallo stesso carattere universalistico del cattolicesimo. Proprio perche' e' rivolto all'umanita' intera, il cattolicesimo si propone come unico interprete di cio' che e' buono per l'umanita'. Non sorprende quindi la pretesa di dettare regole universali, anche per chi non si riconosce nella fede cattolica.
E' interessante notare la differenza profonda rispetto all'ebraismo che invece una religione universalistica non e': l'osservanza della Torah e di tutti i 613 precetti e' compito imposto al solo popolo ebraico; tutti gli altri, per essere considerati giusti alla stessa stregua degli ebrei osservanti, devono rispettare soltanto le cosiddette "Leggi di Noe'", una sorta di diritto naturale minimale che lascia spazio alla differenza delle scelte, delle leggi e delle etiche. Certo, anche in questo caso si tratta di un diritto fondato religiosamente — e di un diritto legato a concezioni arcaiche della societa' (con la conseguente condanna, fra le altre cose, delle unioni omosessuali): ma non e' questo il punto che avevo a cuore. Il punto e' che l'ebraismo non pretende di imporre se stesso e i propri valori a chi ebreo non e'* — mentre il cattolicesimo non puo' non farlo. Non so dove porti questa riflessione, ma a me personalmente pare uno spunto da approfondire.

* Il che pone in modo ancor piu' brutale il problema del fondamentalismo ebraico e della sua pretesa di imporre regole e scelte anche alla societa' laica: a dimostrazione che i fondamentalismi, alla fine, si somigliano tutti — e che travalicano perfino i dettami della fede a cui pretendono di aderire.


domenica, 3 luglio 2005
La guerra dei mondi
Nelle categorie: Cinema e TV, Ma vaffanculo! — Scritto da tutti e due alle 1:01 am


sabato, 2 luglio 2005
House, M.D.
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 6:37 pm

In onda il venerdi' su Italia 1 alle 21,05, House, M.D. o più semplicemente House e' una serie della Fox con produttori esecutivi come David Shore (Law and Order), Paul Attanasio (Homicide – Life on tre Street), Bryan Singer (regista del cult The Usual Suspects, nonché di X-Men e X2 e di alcune puntate della serie, tra cui il pilot) negli Usa dovrebbe essere arrivata alla seconda stagione, il pilot e' andato in onda l'11 giugno del 2004.
La domanda presupposto della serie e' se si possa essere un buon medico rifiutando qualsiasi contatto con il paziente per concentrarsi solo sulla malattia. Il dottor House ci prova con tutte le sue forze. Zoppo a causa di un'errata diagnosi (ha avuto un infarto perche' i medici non si sono accorti che aveva un embolo alla gamba e poi era troppo tardi per non compromettere almeno in parte la funzioanlita' di un arto) il dottor House e' a capo di una squadra di medici specialisti in varie branche. House li ha scelti con criteri un po' arbitrari; Eric Foreman, il neurologo, (Omar Epps) perche' aveva la fedina penale sporca, Allison Cameron, l'immunologa, (Jennifer Morrison) perche' era bella e Robert Chase, l' "intensevist" (Jesse Spence) semplicemente perche' raccomandato. House e' ruvido, antipatico e politicamente scorretto, a volte non particolarmente zelante, nonche' in perenne lotta con la dirigenza dell'ospedale di Princeton per cui lavora (nella specie la dottoressa Lisa Cuddy- Lisa Edelstein). House e' soprattutto un genio nella diagnosi e cio' gli permette di fare quasi tutto quello che vuole (incluso passare un saccodi tempo a guardare General Hospital), anche se a volte e' costretto a scendere a patti.
I casi che toccano a House sono misteriosi e complicati, con sintomi contraddittori. I poveretti che gli capitano sotto e con cui in genere rifiuta di interagire sono sottoposti a maree di analisi e cure diverse, spesso dolorose, finche' non e' risolto il busillis. Spesso House tenta la cura prima di avere la diagnosi, e non sempre ha ragione.
Per quanto mi riguarda, dalle prime due puntate non mi sembra imperdibile; non ha sufficiente ritmo, rischia di essere ripetitiva ed e' tendenzialmente deprimente. Alcune delle battute di House sono piuttosto buone, come e' interessante il fatto che sia cosi' antipatico, ma non so se e' un incoraggiamento sufficiente a continuare. Non mi intendo di medicina, ma da profana ho alla vaga impressione che ci sia qualche audacia di troppo negli aspetti tecnici (che so il virus di morbillo mutante che dopo sedici anni da' luogo ad un'encenfalite).
L'estetica e' curata, ma non originalissima, con una prevalenza di toni grigi e bianchi, con sparute macchie di colore.
Il protagonista Hugh Laurie e' inglese e vanta nel suo curriculum Stuart Little e Stuart Little 2, nonché il ruolo di Mr. Palmer in Sense and Sensibility di Ang Lee. Nel cast c'e' anche Omar Epps, l'impulsivo dottor Dennis Gant di E.R. e un redivivo Robert Sean Leonard (vi ricordate dello studente suicida de L'attimo fuggente?) nella parte del dottor Wilson, l'oncologo amico di House.
Per concludere, House, M.D. mi sembra una serie perfettamente inserita nel trend della televisione americana post 11 settembre. Una grande cura formale, buoni dialoghi, tanto di colonna sonora firmata Massive Attack, ma anche un'atmosfera volutamente cupa che spesso impedisce l'equilibrio e il ritmo propri delle grandi serie.
Per il seguito, se volete, cliccate qui.


sabato, 2 luglio 2005
Buoni propositi
Nelle categorie: Ma vaffanculo! — Scritto dal Ratto alle 12:06 am

"Il premier Silvio Berlusconi – è scritto in uno scarno comunicato di Palazzo Chigi – ha rappresentato all'ambasciatore degli Stati Uniti l'indispensabile esigenza del pieno rispetto della sovranità italiana da parte degli Usa. Il diplomatico americano, a nome del suo governo, ha ribadito che questo rispetto è pieno e totale e non verrà meno in futuro".

da Repubblica.


venerdì, 1 luglio 2005
Super Estate Trenitalia?
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 10:54 pm

La faccio corta, che sono appena tornato e sono stanco. Dico solo che "in un paese normale" i responsabili del servizio viaggiatori di Trenitalia andrebbero tutti xxxxxx xxx xx xxxxx*. Non uno si' e uno no. Tutti indistintamente.
Perche'? Perche' in una trasferta di lavoro di due giorni ho totalizzato:
- treni soppressi: 1 (senza servizio sostitutivo);
- treni in ritardo: 6 su 7 (tra cui due Eurostar su due e un Intercity su uno);
- coincidenze acciuffate all'ultimo tuffo (con relativa corsa oplitica** a trenta gradi di temperatura): 2;
- coincidenze perse: 1;
- treni con aria condizionata funzionante: 3 su 7 (di questi tempi);
- treni pervicacemente annunciati in partenza al binario sbagliato (a Firenze, e salvo dare l'indicazione corretta soltanto all'ultimo minuto e soltanto in italiano in una stazione piena di stranieri): 1;
- treni passabilmente puliti: 1 su 7;
- macchinette per la convalida funzionanti a Firenze: 1 su 9;
- distributori automatici di biglietti funzionanti ad Alessandria 1 su 2;
- euro spesi: circa 70.
Lo so che tutto questo e' perfettamente normale — anzi, e' un viaggio andato complessivamente benino. Datemi retta: non uno si' e uno no. Tutti indistintamente.

* Mi dicono che l'espressione era da codice penale — e quindi censuro. Ma penso tutto quel che non ho scritto.
** Specialita' delle antiche olimpiadi, consistente in una gara di corsa con armatura scudo e spada, in cui ovviamente eccellevano gli Spartani. Oggi le armi sono sostituite dal laptop e dalla ventiquattrore, l'armatura da giacca e cravatta.


venerdì, 1 luglio 2005
The Guardian (ovvero quando e' troppo e' troppo)
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 8:13 pm

Qualche giorno fa in un post apprezzavo la tendenza delle serie americane a porre problemi morali anche di notevole spessore a fronte della poverta' intellettuale delle nostre fiction. Mi sa che pero' ogni tanto gli americani, come spesso capita loro, perdono il senso della misura e questa impressione l'ho avuta chiaramente guardando la puntata di The Guardian in onda ieri sera su Canale 5.
The Guardian ha come protagonista Nick, un avvocato di successo costretto da un provvedimento giudiziario a prestare part-time la sua opera a titolo gratuito per un ufficio di legal services, rischiando altrimenti di finire dentro per una questione di droga. Nick ha cosi' a che fare con i disperati della societa', cosa che a quelli come lui normalmente non capita. L'idea di fondo mi e' sembrata buona, e avevo gia' visto tempo fa una puntata di questa roba, ma non mi aveva impressionato piu' di tanto se non per la eccessiva drammaticita'.
Nella puntata di ieri (credo la prima della seconda serie -il sito della CBS non aiuta- scritta da tale Nick Eid, mi devo segnare il nome) Nick deve occuparsi del caso di una ragazza sedicenne la cui madre e' stata almeno apparentamente uccisa dal padre. La ragazza e' a sua volta madre di una bambina molto piccola. L'omicidio e' stato compiuto per motivi di eutanasia, in quanto la donna era ridotta in uno stato pietoso in quanto afflitta da corea di Huntington, una terribile malattia degenerativa priva di una terapia non sintomatica e trasmissibile geneticamente. Si scopre che la ragazza ne e' sua volta afflitta (in modo particolarmente sfigato, dato che normalmente non compare prima dei 30-40 anni) e che alla malattia e' dovuta gran parte della sua personalita', ivi inclusa una certa tendenza alla ninfomania. La poveretta decide di dare in adozione la sua bambina ad una coppia di benestanti wasp, che Nick, occupandosi della faccenda, non informa della probabilita' che a sua volta la piccola possa essere predisposta alla malattia. I wasp si arrabbiano, ma fortunatamente la bambina si rivela sana. Intanto si scopre che il padre-nonno e' innocente e che e' stata la ragazza, che tra l'altro ignorava la vera natura della malattia della madre, a spararle. Cosi' l'alternativa e' che la ragazza sprechi gli ultimi anni decenti della sua vita in prigione o che il padre cinquantaseienne si prenda 3o anni di carcere, se gli va bene. Nel frattempo Nick nella sua attivita' professionale "vera" difende un ospedale cercando di dare la colpa della morta di un paziente esclusivamente ad un chirurgo, marito di una sua collega dei servizi legali (di cui e' probabilmente innamorato). Il chirurgo a quanto pare e' innocente ma intanto Nick scopre che almeno in passato andava soggetto ad attacchi di epilessia, cosa che non ha dichiarato in sede di assunzione in ospedale, per cui e' comunque licenziato. Ovviamente il derelitto e' anche in crisi con la moglie, che vuole andarsene di casa.
Insomma, un cumulo di disgrazie come se ne vedono poche. In tutto questo il protagonista pero' non sembra farsi eccessive domande o problemi, semplicemente mantenendo nella cupaggine che lo circonda una comprensibile aria depressa.
Non sono sicura che questa sia poi buona televisione e non era quello che avevo in mente nel mio post, nonostante la buona estetica e la regia un po' alla New York Police Department. Mi pare che sia un po' rozzo da un punto di vista concettuale cercare, come in questo caso, di mettere insieme un sacco di storie terribili senza un filo di umorismo o anche solo di problematicita', aspettandosi di tacitare lo spettatore, sconfitto da un tale ammasso di sciagure e toccato nei suoi sensi di colpa remoti. Ne concludo che difficilmente vedro' un'altra puntata di The Guardian. La vita e' troppo breve.

Some rights reserved

I contenuti originali di questo blog sono coperti da una Licenza Creative Commons.

Creative Commons License

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.

Autori

Accedi
Registrati

Aggreghiamo su

Autism Blogs Directory

Gambero Rosso Social Space

A casa Montag

Autismo: risorse online

Blog: autistici e genitori

Blog: culture di rete

Blog: Ebrei e Arabi

Blog: informatori

Blog: inventori

Blog: narratori

Blog: punti di vista

Ebraismo, Medio Oriente

Free Knowledge

Il mondo per gli occhi

Le mie webradio

Politica

Tutto il resto