lunedì, 6 giugno 2005
P-austeniano 1
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:29 pm

Credo che a tutti i lettori appassionati, come sono io, capiti di amare alcuni scrittori e libri con i quali ci si confronta ripetutamente nel corso della propria vita non solo intellettuale. il percorso abituale è che ci si imbatte in loro da adolescenti, si e' illuminati, si ritorna a leggerli anni dopo e ci sembrano totalmente diversi, magari ci stanno antipatici. Ci torniamo ancora sopra e la nostra idea cambia di nuovo e cosi' via. A volte leggerli e' un rifugio, una forma di consolazione, quasi una richiesta di consiglio.
Cosi' mi succede con i romanzi di Jane Austen, l'ineffabile zitellina inglese morta a 41 anni nel 1817 che ci ha consegnato dei ritratti meticolosi, un po' cinici e soprattutto folgoranti della buona societa' inglese, specie di provincia, tra sette e ottocento attraverso le sue storie d'amore. Jane (mi scuso per la confidenza, ma la frequento da circa 17 anni) ha anche al contempo delineato con il suo "candore" delle verita' morali di cui personalmente rilevo l'universalita' ogni giorno della mia vita.
Cosi' ora ho deciso di rileggere tutti e sei i romanzi scritti da Jane, cominciando dal primo pubblicato, Sense and Sensibility, normalmente tradotto con Ragione e sentimento, da cui e' stato tratto un noto film di Ang Lee con Emma Thompson, Kate Winslet e Hugh Grant, che mi ha fornito a questo nuovo esame utili spunti di riflessione sul tema dei rapporti tra ipocrisia e della cortesia, su cui ho gia' scritto, confermandomi nelle mie idee.
Il romanzo si fonda, come e' noto, sull'antitesi tra le due sorelle Dashwood, l'assennata Elinor e la romantica Marianne. La prima crede che si debbano controllare i propri impulsi e quando e' opportuno si debbano nasconderli a chi ci e' vicino, in ogni caso rispettando i doveri di cortesia imposti dal vivere in societa'. Marianne invece si abbandona completamente ai suoi sentimenti, li coltiva, se necessario alla sua autostima li esapera, e, ritenendosi superiore al resto dell'umanita', non si perita a dimostrarsi scortese nei confronti di chi le appare non alla sua altezza. L'atteggiamento delle sorelle e' radicalmente differente nell'affrontare le traversie amorose ad entrambe riservate. Elinor sopporta in silenzio, apparendo assai poco innamorata agli occhi della sorella, il distacco da Edward, che ama e con cui aspirerebbe a sposarsi; la ragazza e' addirittura costretta a fingere indifferenza per lui, quando malignamente Lucy Steele, segretamente fidanzata con Edward che pero' e' ormai stanco di Lucy (che non lascia solo per correttezza), fa di lei la sua confidente, chiaramente al solo scopo di allontanare Elinor da Edward.
La Austen ci presenta cosi' una gradazione di possibili comportamenti da adottare nelel relazioni con il prossimo. Elinor rappresenta l'ideale, con la sua capacita' di mantenere sempre l'autocontrollo e di osservare le necessarie forme anche con chi ritiene antipatico o con chi, come l'insopportabile cognata, ha commesso dei torti verso di lei. Marianne sbaglia nel non trattenersi mai dal mostrare quello che prova, senza considerazione del prossimo, come ad esempio il colonnello Brandon, infelicemente innamorato di lei, e Mrs. Jennings, una donna piuttosto volgare ma piena di affettuose attenzioni per lei. Lucy e' chiaramente l'esempio piu' negativo, perche' non si limita a mentire per gentilezza, ma lavora continuamente per ingraziarsi gli altri o comunque per ottenere un qualche scopo, come appunto quando finge di non essersi accorta che Elinor ama Edward.
Forse il comportamento di Elinor puo' non ispirare simpatia a molti lettori, e per la verita' Elinor non e' simpatica, perche' troppo autocontrollata. Marianne e' forse in media una figura che attrae di piu', in quanto giovane, sincera e appassionata. Io personalmente, come chiaramente fa l'autrice, preferisco Elinor e credo che il suo modo di relazionarsi con il prossimo sia il piu' corretto. Quello che e' certo e' che delle Lucy di questo mondo farei volentieri a meno. Per la verita' anche di una Marianne posso fare a meno, persino quando cedo all'impulso di fare come lei.

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