giovedì, 30 giugno 2005
Lost movie 19 – Bob Roberts
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:17 pm

Bob Roberts (1992) e' il primo film da regista di un attore che, almeno nel passato, ho molto amato, cioe' Tim Robbins, uno che non ha mai nascosto le sue inclinazioni di estrema sinistra, almeno per gli Stati Uniti.
Bob Roberts e' una sorta di falso documentario che si immagina girato da un regista inglese sulla campagna elettorale condotta nel 1990 in Pennsylvania per l'elezione al Senato da uno strano personaggio, appunto Bob Roberts (lo stesso Robbins), al contempo politico, cantante folk, milionario grazie ai suoi investimenti in borsa. Bob e' giovane (solo 35 anni) e aggressivo, e soprattutto e' un repubblicano di destra, che predica nelle sue canzoni quelli che ritiene essere i valori americani, cioe' liberta' totale di arricchirsi e nessuna pieta' per i poveri. Quindi nessun tipo di welfare. Obiettivo polemico delle sue canzoni e dei suoi discorsi sono gli anni '60, epoca che avrebbe visto la rovina dell'America, grazie alla droga, al sesso e alla mancanza di rispetto per le autorita'. Così Bob Roberts rovescia i titoli delle canzoni e degli album di Bob Dylan: Times are changing back invece di Times are a-changin', Bob on Bob invece di Blonde on Blonde.
L'avversario di Bob Roberts, Brickley Paiste (interpretato dall'icona della cultura liberal Gore Vidal), e' esattamente l'opposto, cioe' un vecchio senatore democratico, sul suo seggio dal 1960, convinto pacifista e assertore dell'assistenza sociale.
Sullo sfondo le inquietudini legate alla invasione del Kuwait da parte di Saddam e alla preparazione della guerra del Golfo.
Bob Roberts e' un film che per tanti versi, pur peccando dell'unilateralita' tipica dei film politici (somiglianze con questo film nel ritrarre un politico cattivo si possono ravvisare Il portaborse di Daniele Luchetti del 1991) si e' dimostrato capace di anticipare i tempi. Quello che Robbins ha preconizzato, sulla base degli eventi della presidenza di George Bush sr., e' l'invasione dei teo-con e l'uso strumentale della guerra nei confronti di dittatori locali (sempre di Saddam si parlava gia' allora) da parte dell'amministrazione americana.
Bob Roberts non e' appunto altro che un falco teo-con, uno che si proclama religioso, e in virtu' della sua asserita fede si presenta come un portatore di verita' assolute e di una morale specchiata, come molti teo-con di questo momento storico.
Per la verita' si tratta di un cattivo-cattivo, perche' un giornalista afro-americano (Giancarlo Esposito) scopre che con il suo principale sostenitore, Lukas Hart (Alan Rickman) Roberts si e' reso colpevole di aver usato dei finanziamenti per la costruzione di case per acquistare aerei per il traffico di droga. A parole il nostro candidato e' invece un grande promotore della lotta contro la droga.
"Non ci sono piu' Mr. Smith a Washington" proclama il giornalista. Bob Roberts vorrebbe presentarsi come un Mr. Smith, un non-politico che porta la sua purezza nel mondo corrotto della politica, ma e' tutto il contrario. E questo e' un tradimento del "vero" mito americano, sembra postulare il film.
Ad ogni modo Bob Roberts e' tanto cattivo che trovera' il modo di superare i problemi creatigli dal giornalista e di liberarsi di lui. Come non lo dico, altrimenti racconto tutta la trama e non e' corretto. Ad ogni modo nel finale c'e' un bel colpo di scena.
Nel film compaiono un sacco di attori importanti (almeno all'epoca), oltre a quelli gia' citati anche a volte in puri cameo, come ovviamente Susan Sarandon, compagna di vita e lotte di Tim Robbins, Peter Gallagher, Helen Hunt, un giovane Jack Black e altri.
Non sembrano per tanti versi passati dodici anni da questo film (per altri sì, ovviamente). Questa versione nera de Il candidato ci mette di fronte ad una sorta anticipazione del futuro della politica americana, come prevedibile evidentemente gia' all'inizio dell'era Clinton. E viene da chiedersi se la sua presidenza non sia stata se non un mera battuta d'arresto nell'evoluzione naturale delle cose o forse neanche quello.


giovedì, 30 giugno 2005
L'harem di Veltroni
Nelle categorie: Paradossi — Scritto dal Ratto alle 10:17 am

Cosi' Alessandra Longo, a pag. 25 di Repubblica di carta di oggi, nell'articolo sugli ottant'anni di Napolitano (il corsivo e' mio):

Ecco lo stato maggiore dei DS, Fassino, D'Alema, il sindaco Veltroni, scortato dalle mogli: Anna Serafini in tunica di seta etno, Linda Giuva in azzurro polvere, Flavia Prisco in nero.

Si', lo so che il soggetto e' "lo stato maggiore dei DS": ma un po' di attenzione a come si scrive, questi giornalisti potrebbero pure averla…
Ah, altra considerazione: chi se ne frega di chi c'era e com'era vestito alla festa degli 80 anni di Napolitano?


mercoledì, 29 giugno 2005
Jane Austen Book Club
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 10:43 pm

Gia' dal titolo si puo' capire che io questo libro (edito in Italia da Neri Pozza Editore, Vicenza), di cui e' autrice Karen Jay Fowler, lo dovevo comprare e leggere, in virtu' della mia smoderata passione per Jane Austen, evidenziata da alcuni post a mia firma ultimamente presenti in questo blog. Per la verita' cio' non basterebbe, dato che quella stessa passione mi rende spesso scettica su tutto quello che proclama di essere ispirato a o di derivare dall'opera della Austen. Ma poi la lettura della trama e soprattutto la citazione della frase (pare tratta da Kipling) "non c'e' niente di meglio di Jane quando sei nei pasticci", che rispecchia con assoluta fedelta' il mio pensiero, mi hanno convinto all'acquisto del libro. Mi e' sembrata fulminante anche la prima frase del libro: "ciascuno di noi ha la sua Austen privata".
Il romanzo e' la storia di un gruppo di cinque donne e un solo uomo che fondano un "Jane Austen Book Club" per ritrovarsi e discutere dei romanzi della scrittrice. L'iniziativa di costituire il gruppo e' di Jocelyn, una single di mezz'eta' con la mania del controllo che vuole consolare e distrarre Sylvia, la sua migliore amica, appena lasciata dal marito dopo trentadue anni di matrimonio. Si uniscono al gruppo Allegra, la figlia lesbica di Sylvia, Bernadette, una stramba settantenne dai molti mariti, Prudie, una ventottenne professoressa di francese piena di dubbi e che non e' mai stata in Francia, e infine Grigg, l'unico uomo, appassionato per la verita' di fantascienza, ma attratto da Jocelyn.
Il libro poi intreccia alle storie dei membri del gruppo le discussioni e le riflessioni sui romanzi di Jane.
La struttura e' caratterizzata dal fatto che l'attenzione si sposta da un personaggio all'altro, seguendo quello che deve "ospitare" la riunione relativa all'uno o all'altro romanzo (ad esempio Jocelyn-Emma, Mansfield Park-Prudie ecc.). Ma questa e' solo una tendenza, anche perche' non e' chiaro assolutamente chi sia l'io narrante, dato che in genere viene adottata la terza persona, con l'eccezione della parte dedicata a Bernadette (e' lei che racconta?).
Certamente Jane Austen Book Club e' un romanzo che ha delle ambizioni, basta soltanto il fatto che l'autrice abbia cercato il confronto anche solo indiretto con una delle scrittrici piu' amate e conosciute della letteratura inglese. Non so pero', e qui certamente incide il mio personale pregiudizio se queste ambizioni siano state coronate da successo. Ho l'impressione di una certa disorganicita', come se l' "austenianita' " non fosse riuscita a permeare il libro e ci fosse uno iato tra riflessioni austeniane, non sempre folgoranti, e le vicende personali dei membri del gruppo. Peraltro le storie non sono molto originali e si concludono in modo prevedibile.
Ad ogni modo si deve riconoscere alla Fowler il pregio di una buona scrittura e di una serie di grandi idee, come quella appunto di legare la ricostruzione delle psicologie al rapporto con la Austen, o quella di una sorta di "sors" austeniana nel finale del libro.
Dal mio punto di vista, e' anche altamente apprezzabile che ci siano un sacco di richiami alla cultura televisiva, come ad esempio a Ralph Supermaxieroe (The Greatest American Hero) (qualcuno si ricorda questa serie?).
Insomma, vale la pena quanto meno di leggerlo questo romanzo, se come me pensate che niente e' meglio di Jane per cavarsi dai pasticci. Qualche buono spunto di riflessione lo troverete.


mercoledì, 29 giugno 2005
La nave dei folli
Nelle categorie: Ma vaffanculo! — Scritto dal Ratto alle 10:49 am

Il Senato approva la riforma dell'ordinamento giudiziario che mette il guinzaglio ai magistrati. Il Comune di Milano celebra Bettino Craxi con una lapide in piazza del Duomo.


martedì, 28 giugno 2005
Lost movie 18 – The world According to Garp
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 8:22 pm

Non credo che ci sia dubbio possible che The World According to Garp (Il modo secondo Garp, 1982) sia un film curioso, peraltro tratto da un libro di John Irving. Il romanzo, confesso la mia precedente ignoranza, e' giudicato ormai una sorta di classico della letteratura americana, a giudicare dai risultati della ricerca su Google. Garp (Robin Willams) e' uno scrittore che a suo tempo e' stato concepito dalla madre (Glenn Close al suo esordio cinematografico), accesa femminista, con una sua personale forma di fecondazione piu' o meno eterologa; la donna, infermiera, ha violentato sul letto di malattia un pilota malridotto (interpretato dallo stesso regista del film) e poi si e' cresciuta il figlio per conto suo, con idee piuttosto originali. Garp cerca la sua strada come scrittore e come uomo, ma deve sempre scontrarsi con la fama che la madre e' riuscita a conquistarsi con la sua attivita' di femminista, tanto che lo supera anche da un punto di vista editoriale.
Il regista e' il glorioso George Roy Hill (per intenderci quello de La stangata e di Butch Cassidy). Glenn Close e John Lithgow (nella parte di un transessuale ex giocatore di football) ottennero entrambi le nominations all'Oscar come migliori attori non protagonisti. Robin Williams niente invece, neanche a livello di premi secondari, ma in compenso questo e' stato uno dei suoi primi ruoli cinematografici importanti, dopo il Popeye di Altman (sarebbe un altro bel lost movie, ci pensero').
De Il mondo secondo Garp ricordo bene soprattutto una scena (oltre a quella del concepimento di Garp), che mi viene spesso in mente; Garp ad un certo punto deve comprare casa e l'agente immobiliare lo porta a vederne una, sul cui tetto, durante la stessa visita, si schianta un aereo. Garp decide di comprarla, perche' non e' statisticamente possibile che accada di nuovo una cosa del genere. Peccato che poi personalmente gli succeda quasi di peggio (non dico cosa nel caso vi venga voglia di vedere il film). Comunque mi sembra un buon criterio per comprare una casa o in generale prendere una decisione..
Il manifesto dell'immagine e' in tedesco, perche' in questa versione, con il bambino volante, che ricordavo, e' l'unico che ho trovato in rete.


martedì, 28 giugno 2005
Primarie, quali primarie?
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 8:09 pm

Non e' che alle primarie cosi' come erano uscite dall'accordicchio nell'Unione ci fosse da dare piu' di tanto credito. Ma a quanto pare nemmeno quelle si faranno. Come dire: chi credeva che Prodi avesse limitato i danni, ora si trova davanti la piu' clamorosa delle smentite. Date retta, di Ulivo (o di qualunque forma di centrosinistra senza troppi trattini) si riparla (se mai) dopo aver perso le elezioni del 2006.


martedì, 28 giugno 2005
Coerenza
Nelle categorie: Ma vaffanculo! — Scritto dal Ratto alle 3:54 pm

Stamattina al GR3 delle 8.45 ho sentito Clemente Mastella che si lamentava perche' c'e' una profonda disaffezione verso la politica, come dimostra la bassa affluenza alle urne alle recenti elezioni suppletive. Allargando il discorso, Mastella sosteneva anche che se si votasse per le elezioni nazionali adesso il tasso di astensionismo arriverebbe al 40% "e questo e' pericoloso per la democrazia".

A me pareva di ricordare che Mastella sostenesse qualcosa di diverso appena quindici giorni fa. Ma sicuramente ricordo male. Sara' il caldo.

P. S. purtroppo non ho i link: sono in giro per lavoro e la connessione internet e' approssimativa.


lunedì, 27 giugno 2005
Le intemperanze di Tom lo scientologo
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:29 pm

Ho sempre detestato Tom Cruise, non capendo neanche come si faccia a trovarlo bello. Non mi sono mai piaciuti i suoi personaggi ed e' veramente troppo basso. La sua faccia mi e' sempre sembrata irradiare una furba sicurezza in se stesso del tutto aliena a cio' che trovo attraente in un essere umano. Le sue storie con le donne mi sono sempre apparse sospette, come se collezionare bellezze con cui le cose finivano puntualmente male fosse indice di qualcosa che andava nascosto. Pero' ammetto che l'unica prova conclusiva a suo carico era l'adesione a Scientology, fino a tempi recenti non cosi' pubblicizzata. Ora pare che il nostro sia impazzito in seguito ad un cambio di responsabile delle pubbliche relazioni con il passaggio alla sorella Leanne Devette, fanatica adepta di Scientology pure lei, che avrebbe convinto Cruise a lasciarsi andare ad esprimere le sue vere idee e convinzioni. Cosi' ora Top Gun va ostentando la fede in Scientology, nonche' in modo ossessivo e imbarazzante per gli altri il grande amore per la divetta Katie Holmes (lo ha letterlamente urlato in diretta tv da Oprah Winfrey) e di passaggio se la prende con Brooke Shields, che ha curato una depressione post partum con il ritalin. Se questo e' il vero Cruise, ho avuto un buon fiuto a detestarlo, anche perche' ne ha fatte e dette altre che non staro' a riportare. Dicono che sia fuori di testa, ma magari e' sempre stato cosi' e non ce l'hanno detto prima, altrimenti non faceva carriera.
Ora, su Katie Holmes, star di Dawson's Creek, non avevo proprio un'opinione; quando l'ho vista con Cruise ho cominciato a pensar male, ritenendo che fosse un amore pubblicitario (pare che siamo in tanti a pensarla cosi'). Ora non so che pensare; forse e' piu' grave se le piace davvero. Ma pare che in America qualcuno pensi che Katie e' stata come plagiata e inneggia alla sua liberazione, con tanto di sito freekatie.net. Bah.


lunedì, 27 giugno 2005
Diamo i numeri
Nelle categorie: Web — Scritto dal Ratto alle 3:13 pm

Oggi alle 15.08.19.


domenica, 26 giugno 2005
Doris Day Show
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 6:29 pm

Ho appreso dal sito della cnn che esiste una serie tv con Doris Day, andata in onda tra gli anni '60 e '70, in cui la bionda fidanzata d'America partiva come vedova con figli e nell'ultima serie era una single, tipo Mary Tyler Moore. Poi ho cercato qualche altra informazione e ho scoperto che si tratta del Doris Day Show, cinque serie tra il 1968 e il 1973. Doris Day non voleva lavorare in una serie, ma ci si ritrovo' incastrata, a quanto pare, grazie alle mene del marito manager. Non si seppero mai decidere su cosa farne; nella prima serie era una vedova che viveva in una fattoria con i figli, in seguito e' diventata una segretaria, poi si e' trasferita a S. Francisco e infine i figli sono spariti e e' diventata una single. Buffo; nel complesso un pezzo di archeologia televisiva a cui mi piacerebbe dare un'occhiata. Piu' notizie su dorisdaytribute.com.


domenica, 26 giugno 2005
Chelsea Market
Nelle categorie: Mangiare bere e andare a spasso, New York, New York — Scritto dal Ratto alle 5:04 pm

Chelsea Market (75 9th Ave.) e' una vecchia fabbrica di biscotti* attraversata dalla High-Line; dismessa gia' prima della guerra mondiale, e' rimasta abbandonata per decenni e soltanto recentemente trasformata in un centro commerciale e in spazi per uffici, mantenendo una vocazione essenzialmente alimentare.
Noi ci siamo arrivati fuggendo da un improvviso quanto violento temporale [1] — e non abbiamo fatto in tempo a studiarci adeguatamente l'esterno (la foto di apertura quindi non e' nostra). L'interno pero' [2-7] e' stato una delle piu' piacevoli sorprese architettoniche di NY: gli spazi della fabbrica sono stati lasciati piu' o meno intatti, senza alterare troppo nemmeno l'aspetto delabré; una galleria serpeggiante e' stata ricavata nel pianterreno dividendo i negozi e i laboratori dal passaggio pedonale con delle vetrate a vista.

[1] [2] [3] [4]
[5] [6] [7]

I negozi meritano un giro: ci sono alcune belle panetterie/pasticcerie, tra cui Eleni's, che sforna torte-Barbie e altre folli meraviglie [8], un fiorista con le insegne al neon che sembrano uscite dalle foto di cinquant'anni fa [9], un macellaio con i quarti di carne appesi in vetrina [10], e soprattutto la Chelsea Wine Vault, una fornitissima enoteca che dimostra che si puo' bere buon vino (europeo o californiano) a New York senza svenarsi.

[8] [9] [10]

Quando siamo arrivati noi, pero', quasi tutte le botteghe erano gia' chiuse (NY sara' anche la city that doesn't sleep, ma quel che e' certo e' che chiude presto e apre tardino…) e c'era un'aria un po' surreale: la galleria era quasi deserta, a parte una ragazza appollaiata su una panchina con il suo laptop (ovviamente area Wi-Fi pubblica!), apparentemente incurante di qualunque cosa le accadesse intorno [11]; dall'entrata sulla 10 Avenue, invece, arrivavano incongruamente le note di un tango: c'era una specie di festicciola e la gente ballava al suono di un registratorino appoggiato in un angolo, con in sottofondo lo scroscio della pioggia [12-13].

[11] [12] [13]

In attesa che spiovesse, ci siamo decisi a cenare in un localino microscopico dal look alternativo[14], che si chiama The Green Table; e' il front store di una societa' di catering biologico, cosa che personalmente mi lasciava alquanto sospettoso. Invece la cena e' stata piacevolissima: abbiamo atteso sbocconcellando dei curiosi pop-corn all'arancia e zenzero [15], poi un notevole pot pie di pollo e un'insalata di salmone e mele marinata con acero e altri aromi [16]. Nel complesso una delle migliori esperienze alimentari del nostro viaggio.

[14] [15] [16]

A farla corta, Chelsea Market e' una delle cose piu' interessanti che abbiamo visto, un esempio di come si possa trasformare un pezzo di wasteland industriale in uno spazio vivibile e perfino allegro. Una cosa dello stesso genere l'avevamo vista un paio di anni fa a Nantes, dove il vecchio biscottificio LU e' stato trasformato in uno spazio espositivo/culturale/di intrattenimento, anche in questo caso lasciando praticamente inalterate le strutture e il look industriale.
C'e' da chiedersi perche' in Italia non sappiamo fare niente di simile — e la nostra archeologia industriale finisce in rovina oppure viene brutalmente snaturata — o data oscuramente alle fiamme come nel caso del bellissimo Molino Stucky di Venezia.

* La Nabisco produceva qui i famosi Oreo cookies.

Tutte le foto del nostro giro al Chelsea Market si trovano qui.


sabato, 25 giugno 2005
Le serie americane e i problemi morali
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 12:22 am

A pensarci bene, e non si capisce perchè, le migliori serie tv che vengono dagli Stati Uniti sono contraddistinte dalla presenza di numerosi problemi morali, specie in riferimento all'esercizio delle professioni come quella di medico o di avvocato. Si possono citare come esempi i pasticci deontologici in cui si caccia Bobby Donnell in The Practice (scopro ora che il personaggio nell'ultima serie girata non c'e'piu' ma tanto vale anche per i suoi soci di studio) o i dubbi atroci dei medici di E.R.
Io non riesco a guardare le fiction italiane (come si puo' tollerare Incantesimo, e' devastante solo la colonna sonora) ma l'impressione superficiale è che veramente presuppongano un livello intellettivo pari a quello dei polders olandesi e che la gente in genere si ponga il problema di trovarsi il culo con due mani, per usare un'espressione volgare ma efficace. Quello che mi resta misterioso è che gli americani non mi sembrano in media molto più intelligenti di noi. Forse i produttori da quelle parti lavorano pensando che non tutto il pubblico televisivo sia composto da microcefali, cosa che per la verità vale anche per l'Italia. Ma sono in pochi ad essersene accorti o a volerne tenere conto.


venerdì, 24 giugno 2005
Lost movie 17 – I dreamed of Africa
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 10:08 am

Una volta avevo un amico, un gran bravo ragazzo, dedito al volontariato, che pero' amava i libri di Kuki Gallman. Un brutto difetto, mi sa, perche' io i libri di Kuki Gallman non li ho mai letti, ma a giudicare dal film I dreamed of Africa (2000), tratto da uno di loro, si deve trattare di una Karen Blixen, non dei poveri, ma dei miserabili. Non posso invocare molte scusanti per averlo visto, tranne che era una sera in cui in un certo senso non avevo nulla da fare, ma un sacco di pensieri per la testa. In questi casi cacciarsi in un cinema a vedere un film di cui non ti importa assolutamente niente puo' essere una buona soluzione. Nessuno ti rompe le balle per un paio d'ore, mentre scorrono sullo schermo delle immagini su cui puoi non concentrarti.
Ad ogni modo il film racconta la storia di Kuki (Kim Basinger), una frivola tizia di Venezia che si trasferisce al seguito del nuovo marito (Vincent Perez) in Kenya, portandosi dietro il figlio; in Kenya Kuki affronta un sacco di disgrazie (per esempio le muore il figliolo per il morso di un serpente) ma naturalmente contrae una inguaribile passione per il continente nero, per cui non se ne andrebbe mai, anche se la mamma (Eva Marie Saint) glielo consiglia caldamente. Kuki ovviamente matura e diventa una persona seria e aiuta i locali ecc.
Ora per conto mio questo film e' una stronzata micidiale (questo l'ho capito anche se non ero molto concentrata) e mi dispiace vedere una come la Saint, che ha lavorato niente meno che in North by Northwest e On the Waterfront si sia ritrovata in vecchiaia a fare ste' scemate. Quanto a Kim Basinger, si puo' se non altro dire che sia una delle italiane piu' improbabili della storia del cinema.
Io non so se questo film sia rimasto un minimo nella memoria dei suoi spettatori, cosa che non credo. Se non e' successo ed e' proprio un vero lost movie, e' meglio. Se vi ci imbattete non guardatelo. Tranne che, come me, abbiate bisogno di pensare su una serie di cose e prendere una decisione. Per me ha funzionato bene e della decisione presa ancora non mi sono pentita. Un saluto a E.


giovedì, 23 giugno 2005
Non ha torto
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 1:20 pm

Dopo la vicenda delle dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio sul corteggiamento operato nei confronti della Presidente finlandese e sulle sue difficolta' con la renna affumicata e' difficile dare torto a Lietta Tornabuoni sulla necessita' di non pubblicare tutte le scemate dette dai governanti (io amplificherei ai politici in generale). Forse le cose andrebbero meglio se la stampa e le televisioni italiane operassero una sorta di filtro sulle balle dei nostri politici pubblicabili; per la verita' lo penso da anni. Magari ministri e parlamentari vari smetterebbero persino di dirle se in un certo senso togliessimo loro il sonoro; oppure chissa', sarebbero grati a chi impedisse loro di confrontarsi di giorno con le sciocchezze dette di sera o viceversa (devo ammettere che questa e' un'ipotesi improbabile). Suppongo comunque che gli organi di informazione non possano che essere adeguati ai politici che abbiamo.


giovedì, 23 giugno 2005
Quod erat demonstrandum
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:42 am

Massimo D'Alema (stando a Repubblica di carta) spiega oggi che "competition is competition", per riprendere una vecchia battuta prodiana. E che quindi — dopo la decisione della Margherita di correre da sola — i DS non si faranno legare le mani dalla Federazione.
Non che ci sia da esserne felici, ma la morte della Fed (o il suo congelamento a tempo assai indeterminato) e la riduzione dell'Ulivo a legna per il caminetto era una conseguenza naturale della scelta rutelliana di difendere un'identita' separata e della corsa a contarsi per contare.


mercoledì, 22 giugno 2005
Wall – Ford Foundation
Nelle categorie: New York, New York — Scritto da waldorf alle 10:56 pm

Clic sull'immagine per una versione piu' grande.

E. 42nd Street, NYC.


mercoledì, 22 giugno 2005
P-austeniano 4 – Il matrimonio e il romanticismo
Nelle categorie: Pipponi, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 4:12 pm

Un po' di mesi fa ho pubblicato un post in cui partendo dal recente film di Ken Loach, Un bacio appassionato, cercavo di riflettere sul significato del matrimonio e del suo ruolo nella ricerca della felicita'. Loach nel suo film rappresentava la situazione di una famiglia pakistana residente a Glasgow alle prese con un forte scontro sociale e culturale tra genitori e figli. I primi vengono ritratti come pienamente inseriti nella logica del matrimonio combinato, che consente la perpetuazione di un certo gruppo sociale e la conservazione dei suoi valori; i secondi subiscono l'influenza della nostra cultura e tendono alla ricerca della felicita' e dell'amore, rischiando la sofferenza e appunto l'espulsione dal gruppo sociale o comunque la marginalita'.
In alcuni casi del resto la cultura del matrimonio combinato, accompagnata alla negazione dei diritti delle donne e alla diffusione della violenza su di loro, porta a tragiche conseguenze , arrivandosi alla uccisione di donne che si sono rese colpevoli di un qualunque comportamento deviante.
Tutto cio' palesemente non c'entra con Jane Austen. Pero' mi serve per ribadire la mia convinzione, forse discutibile, che il matrimonio "antropologicamente" abbia ben poco e che fare con l'amore, per lo meno nel senso di essere frutto di un rapporto amoroso, che magari puo' nascere in conseguenza al matrimonio. Il matrimonio e' stato quasi sempre nella storia teso ad altre finalità e l'amore veniva ricercato in diversi modi. Il matrimonio d'amore e' un portato relativamente recente della cultura romantica.
Cio' che trovo meraviglioso nei romanzi della Austen e' il fatto di essere a cavallo tra due logiche, cioe' appunto quella del matrimonio come coronamento di una storia di amore e quella del matrimonio come assetto di rapporti economici e sociali. In tutti i suoi romanzi le persone sono descritte con indicazione precisissima del loro "valore", in termine di capitale e di rendita, e le possibilita' delle giovani coppie che aspirano al matrimonio sono analizzate minuziosamente, in termini per esempio di numero di stanze della loro futura casa e di possibilita' di andare a giro in carrozza propria.
In certi casi il matrimonio e' palesemente solo una sistemazione (vedere la Charlotte di Pride and Prejudice che sposa l'insopportabile Collins), al contrario a volte una passione interviene per scardinare progetti matrimoniali "perfetti" dal punto di vista della convenienza (vedere Darcy nello stesso romanzo che sposa Elizabeth Bennet, di modeste risorse, nonostante i piani della zia Lady Catherine di accasarlo con la cugina piena di soldi). Spesso la prospettiva e' però molto ambigua.
Mi riferisco in particolare a Persuasione, in cui Anne Elliot riesce a sposare il capitano Wentworth, l'amore della sua vita dopo una separazione durata otto anni e mezzo. Anne era gia' stata fidanzata con il capitano a 19 anni, ma aveva rotto il fidanzamento un po' per la persuasione operata dall'amica Lady Russell in virtu' dell'inadeguatezza del partito, un po' per non essere di peso all'amato che era salpato per fare la sua fortuna nella Marina inglese (erano i tempi di Nelson, per capirci). Anne e' figlia di un baronetto scapato e molto compreso del suo rango, il che almeno di partenza le dava qualche diritto di pretendere uno con i soldi. Poi gli anni passano, Anne continua ad amare Wentworth e capisce di aver fatto uno sbaglio, rifiuta un partito migliore, Charles Musgrove, che si prende la sorella minore; nel frattempo gli affari di famiglia vanno a rotoli. Dopo tanti anni Wentworth (con un capitale di 25mila sterline accumulato in marina) riappare nella vita di Anne, che non spera piu' di poterlo recuperare; del resto a questo punto Wentworth e' un marito assai desiderabile per molte. Ma lui invece la ama ancora e dopo una mezza storia con un'altra, le chiede di sposarlo.
Da un certo punto di vista la storia di una passione cosi' costante e' molto romantica. Dall'altro il fatto che bene o male lui sia stato rifiutato (anche se in seguito ad un'opera di persuasione) da giovane perche' "non abbastanza" e accettato ad anni di distanza con un bel capitale (mentre la famiglia di Anne ha perso soldi e prestigio) sembra indice di un certo peso delle cose materiali. E' particolarmente significativo che Anne dica a Wentworth, quando lui glielo chiede, che lo avrebbe sposato se due anni dopo la loro rottura (quando lui aveva qualche migliaio di sterline in piu') fosse tornato da lei.
Altro esempio di matrimonio "ambiguo" e' quello di Emma, che dopo un sacco di errori di prospettiva sposa il cognato Mr. Knightey. Lui l'ha sempre amata, ma ha circa 15 anni piu' di lei ed e' destinato a farle da padre, visto che il suo e' alquanto vacuo. E' una scelta romantica quella di Emma o di tutta sicurezza visto che Mr. Knightley e' sempre stato la colonna della sua vita e appare in tutto degno delle sue pretese da un punto di vista sociale?
Elizabeth poi sposa Darcy solo per amore o anche per stima o la vista della sua splendida tenuta ha avuto un ruolo determinante nella scelta?
Insomma Jane Austen sembra divertirsi, con una punta di cinismo, a costruire nei suoi romanzi delle storie che cambiano del tutto significato rispetto a seconda del punto di vista. Il che puo' valere anche per la realta' odierna; pensate ad Anna Falchi che vanta il fatto di sposare il nuovo ricco Ricucci in comunione dei beni, dicendo che non riesce a concepire un matrimonio dove si stabilisca cosa e' dell'uno e cosa dell'altro. Sara' molto nobile, ma guarda caso quello con i soldi e' lui. Cosi' i contratti prematrimoniali possono essere visti come espressione di mancanza di fiducia e scarso romanticismo da parte del piu' ricco, ma anche di buona fede e (limitato) disinteresse da parte del meno fornito di pecunia.
Per come la vedo io, non si puo' dare torto a Jane Austen. Nessun matrimonio, temo, puo' prescindere da realta' molto materiali come le possibilita' economiche e le differenze sociali.


mercoledì, 22 giugno 2005
Teo-con anche in Italia?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:40 am

A quanto pare Pera e Ruini, forti del supposto successo del referendum, sono partiti insieme per una sorta di crociata in vista delle elezioni. Il referendum sembra essere stata una sorta di prova in vista del lancio in piena regola di una sorta di versione italiana del modello teo-con in cui politica e religione sono fortemente intrecciate. Forse hanno ragione; gli italiani magari risponderanno a questo richiamo all'ordine e alle prossime elezioni premieranno i politici che, magari con un passato di "miscredenza" o comunque di indifferenza o addirittura di ateismo, dichiarerannodi porre i valori cattolici al centro della propria azione. O forse no. Difficilmente Pera e Ruini possono contare sugli ambigui risultati del referendum per dirlo. E molti degli italiani che non sono andati a votare sono gli stessi che non vanno a messa la domenica e preferiscono stare in coda sulle autostrade per andare al mare, che formano coppie di fatto, che divorziano, che ricorrono all'aborto; quelli stessi che Ilvo Diamanti chiama i teo-non. Io non lo so se questi italiani possono essere convinti da una politica cosi' pesantemente condizionata dalla religione. Ma non credo che lo sappiano neanche Pera e Ruini. Forse ci stanno solo a prova'. Dall'esito del loro tentativo dipende probabilmente molto di come sara' l'Italia futura.
P.S.: il post l'ho scritto e pubblicato senza aver letto prima quello del ratto sullo stesso argomento… mi ha battuto sul tempo.


mercoledì, 22 giugno 2005
Veluti si Deus daretur?
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:12 am

Sostiene il nuovo pontefice che se l'Illuminismo ha partorito il concetto di un'organizzazione della società ispirata ad una morale da praticare "etsi Deus non daretur" (come se Dio non ci fosse), oggi la situazione è diversa. "Il tentativo portato all'estremo di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio – così Benedetto XVI – ci porta sempre più sull'orlo dell'abisso, verso l'accantonamento totale dell'uomo". La soluzione? "Anche chi non riesce a trovare la via dell'accettazione di Dio dovrebbe comunque indirizzare la sua vita "veluti si Deus daretur" (come se Dio esistesse)".
Entusiastica la reazione di Pera: "Il laico credente può e deve rispondere di sì". Soddisfatta la replica di Ruini "Ho molto apprezzato l'introduzione di Pera". Il presidente del Senato, infatti, parla un linguaggio ratzingeriano. Rilancia l'allarme per un "Dio escluso dalla coscienza pubblica", per una religione diventata "irrilevante" per la società. Attacca chi vuole togliere le croci dalle aule. Denuncia un'Europa che sta dimenticando di essere nata a Gerusalemme e Betlemme. C'è anche una piccola critica alla gerarchia cattolica perché si sarebbe accontentata dell'articolo 52 nella Costituzione europea invece del richiamo alle "radici cristiane". (Replica realistica di Ruini: "Non volevano darci né uno né l'altro").

(Marco Politi su Repubblica di oggi)

La questione e' poi tutta qui, referendum o altro: vogliamo uno stato laico, che si regola, nel piu' assoluto rispetto delle scelte religiose di ciascuno, etsi deus non daretur? oppure vogliamo uno stato in cui la legge nasce veluti si deus daretur, e in cui quindi simboli, scelte etiche, convinzioni di una fede religiosa sono imposti anche a chi non la condivide?
Io non credo che ci siano possibili spazi di mediazione: non esiste la possibilita' di avere uno stato quasi laico, un po' laico, non tanto confessionale. Si puo' stare con Ratzinger/Ruini/Pera o si puo' stare con lo stato liberale. Io non credo che tutti gli "astensionisti attivi" volessero un ritorno allo stato confessionale: ma il loro non voto e' stato un grosso aiuto in questa direzione. E' bene che se ne rendano conto — e che decidano da che parte stare nella battaglia che ci aspetta. La chiamata a raccolta verso i partiti cattolici non fa ben sperare.


martedì, 21 giugno 2005
One Tree Hill
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 4:28 pm

La star della squadra di basket di una high school americana, Dan Scott, mette incinta tra l'estate dell'ultimo anno di superiori e l'inizio del primo anno di college ben due ragazze, Karen e Deb. La prima, cheerleader della sua squadra liceale, la molla con il fagottino, l'altra la sposa e mette su famiglia. Passati gli anni, Lucas e Nathan, i figli nati dalle due relazioni, entrambi maschi, a loro volta liceali e giocatori di basket, si incontrano e si scontrano, sia per rivalita' sportiva, sia per motivi amorosi, oltre che naturalmente per il loro complicato rapporto familiare. Il padre massacra di pressioni il figlio legittimo e disprezza quello naturale, facendosi odiare da entrambi.
Questo e' il soggetto di One Tree Hill, serie giovanilistica che mi sono messa a guardare, in preda al mio abituale spappolamento cerebrale estivo (va in onda alle 14,50 su Raidue dal lunedi' al venerdi'). Per alcune puntate mi sono continuata a dire che la vicenda aveva qualcosa di famigliare, poi ho capito che era nient'altro che l'impianto di fondo di Home from the Hill, un film di Minnelli del 1960 con Robert Mitchum, nei panni del padre stronzo, mio personale cult (condiviso con la mia mamma).
A parte questo sebbene One Tree Hill sconti un'eccessiva somiglianza di ambientazione (una cittadina sul fiume del North Carolina piuttosto che una sul mare del Massachusetts) e toni con Dawson's Creek (che trovavo veramente detestabile) non e' male. Non mi dispiace l'incrocio di rappresentazione critica del mondo dello sport liceale americano e trame familiari. E poi ci sono Barry Corbin, il Maurice di Northern Exposure, nella parte dell'allenatore Whitey, e Craig Sheffer(il fratello di Brad Pitt in A River runs trough it di Robert Redford) , Keith, lo zio dei due ragazzi. Curioso il personaggio di Peyton, cheerleader con complicanze intellettuali. Non conosco molto O.C., a cui pare che One Tree Hill sia prevalentemente paragonata, ma non ci vedo molte somiglianze.
Dimenticavo: non so se sia un caso ma in questa serie c'è anche molto che mi ricorda Bleachers (L'allenatore) di John Grisham, uno dei pochi non legal thriller che abbia scritto (discreto come libro, peraltro).


lunedì, 20 giugno 2005
Giapponesi?
Nelle categorie: Pipponi, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:26 am

Su Repubblica cartacea di oggi (p. 9) Filippo Ceccarelli fa della facile ironia sui dissenzienti della Margherita che — non convinti dalla svolta nei rapporti tra Prodi e Rutelli — continuano a mostrare disagio e a non escludere la loro uscita dal partito. Costoro sarebbero, con immagine ricorrente ed abusata, paragonabili a quei soldati giapponesi che, ignari della fine della seconda guerra mondiale, continuarono a combattere nella giungla delle Filippine fino agli anni '70.
Non mi piace la polemica per la polemica, e credo che quella di oggi sia particolarmente stupida. O particolarmente qualunquista, nel senso che riduce una questione politica vera a una rissa tra capicorrente. Mi spiego. Ho gia' chiarito piu' volte che considero lo scontro tra Prodi e Rutelli quello tra due concezioni, ugualmente legittime, ma non conciliabili, del centrosinistra e della sua natura politica. Ora quello scontro si e' chiuso (almeno per questa fase) con la vittoria di Rutelli e con la trasformazione sempre piu' evidente del centrosinistra in una coalizione tra forze che mantengono la propria diversita', che la sottolineano come elemento identitario — e che si accordano su un programma e su una squadra di governo comuni, magari scelti attraverso il meccanismo delle primarie (su cui per altro mi pare che la Margherita gia' stia frenando, prima ancora che si sia spenta l'eco dell'accordo raggiunto). Altre prospettive non sono all'ordine del giorno.
La conseguenza ovvia e' che i partiti esistenti si stanno riposizionando: la Margherita ad occupare il centro moderato, con una forte impronta cattolica e con la vocazione di pescare consenso moderato in libera uscita dalla destra; i DS a presidiare l'area elettorale fedele all'idea dell'Ulivo unitario, orfana di una casa politica — e in generale le componenti laiche e socialdemocratiche, in un certo senso il mainstream dello schieramento; Rifondazione, Comunisti e Verdi a contendersi l'area radicale della sinistra*. In un mondo un po' piu' lineare di questo i tre gruppi presenterebbero ciascuno un candidato alle primarie e si conterebbero. Sappiamo gia' che non andra' cosi'.
Personalmente, ho gia' detto che non credo che si senta il bisogno di un altro partitino — e spero che la scissione della Margherita — se e quando avverra' — non abbia questo esito. Oggi un partito ulivista rischia di essere una contraddizione e un elemento di instabilita' di cui possiamo fare a meno. Tuttavia, proprio perche' i partiti rafforzano e ridefiniscono identita' e posizionamenti, credo che sia inevitabile che le persone ne traggano le ovvie conseguenze, lasciando in alcuni casi le loro vecchie collocazioni e scegliendone di nuove. Non ci vedo nessuna rigidita' da giapponesi nella giungla, al contrario, il semplice riconoscimento che sono cambiate alcune condizioni della politica italiana e che c'e' bisogno di adattare la propria attivita' alle nuove condizioni. Chi non si sente cattolico e moderato, chi non crede che ci sia bisogno nel centrosinistra di un partito con una forte impronta cattolica e moderata — evidentemente in Margherita non ha piu' motivo di restare. Da giapponesi, questo si', sarebbe restare a fare una resistenza inutile e isolata per continuare a rivendicare la natura "ulivista" di un partito che ha scelto a larghissima maggioranza di andare in una direzione diversa (se il suo elettorato lo seguira', e' tutt'altra questione).
Ah, dimenticavo: io non votero' un astensionista alle prossime politiche.

* I partitini minori, da Di Pietro ai Socialisti a Mastella — per ora non mi interessano, in questo discorso: tanto della loro identita' separata sono sempre stati difensori strenui — e in questo non sono cambiati per niente.


domenica, 19 giugno 2005
Lost movie 16 – Marty
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 3:29 pm

Marty (Ernest Borgnine) e' un italoamericano trentaquattrenne che lavora nel negozio di un macellaio a New York e vive con la madre Teresa, da tempo vedova (siamo nel 1955). Vorrebbe sposarsi, o almeno tutti intorno a lui vorrebbero che lo facesse, ma per lui trovare moglie si e' rivelata un'impresa difficile e mortificante, che gli frutta tanti rifiuti; Marty infatti e' afflitto da un aspetto goffo e non attraente, ed è molto impacciato con l'altro sesso. A suo tempo ha rinunciato all'universita' per i problemi della sua numerosa famiglia e ora e' incerto se cogliere l'occasione di acquistare il negozio presso cui lavora. Durante una delle tante umilianti serate in una sala da ballo del suo quartiere, lo Stardust, Marty conosce Clara (Betsy Blair), una dimessa insegnante di chimica, vittima di un accompagnatore cafone in un appuntamento a quattro, che cerca di mollarla a qualcuno per liberarsene. Marty e Clara si capiscono e si compatiscono, e il loro incontro da' a tutte e due una nuova speranza. Ma subito Marty si ritrova a combattere contro la disapprovazione della madre e di Angie, il suo migliore amico, in entrambi i casi dovuta a gelosia, il che lo induce ad un momentaneo ripensamento. Non durera' molto e Marty capira' che Clara e' la cosa più importante e che non conta niente se gli altri non la trovano attraente o se non e' italiana come lui.
Marty , stranamente remake di un film tv del 1953, e' uno dei pochi esempi di realismo nel cinema classico americano, e si potrebbe dire anzi una sorta di neorealismo rosa versione stelle e strisce. E' un film girato e interpretato benissimo, con una regia che scava nei dolori e nei problemi di tutti i personaggi. Nonostante una sorta di lieto fine e' anche un film molto triste, non soltanto per i personaggi di Marty e Clara, sfigati a vita che trovano rifugio l'uno nell'altro, ma anche perche' l'idea di famiglia che ne emerge e' quella di una somma di contrasti, egoismi e sacrifici in cui nessuno e' felice, ne' i genitori ne' i figli, ne' le suocere ne' le nuore, ne' i mariti ne' le mogli. In particolare e' molto avvilente la descrizione della vita delle madri vedove di figli adulti, che non potendo piu' occuparsi di una casa propria si sentono prive di senso e disprezzate dalle nuore, che a loro volta tormentano.
E' notevole il fatto che il film sia molto vicino a rispettare le unità aristoteliche, specie quella di azione (c'e' soltanto la trama parallela e fortemente intrecciata a quella principale della zia di Marty, cacciata dalla casa del figlio e della nuora), ma anche di tempo (la vicenda si svolge in poco più di 24 ore), e di luogo (gli ambienti sono pochi e vicini- il film peraltro e' stato girato nel Bronx).
Marty e' comunque stato premiato nel 1956 con ben 4 Oscar (per l'attore protagonista, il regista Delbert Mann, il direttore della fotografia Harold Hecht, lo sceneggiatore Paddy Chayefski) ed il suo successo dell'epoca e' piu' che comprensibile. Era finalmente un film, che nell'America dei divi, poteva far sentire compresi i timidi e gli asociali, portati a rispecchiarsi in Marty e Clara, cosi' teneramente sconfitti dal mondo che li circonda. E ci si ritrova a sperare che possano essere sereni insieme e che Marty diventi il ricco proprietario di una enorme catena di macellerie.

L'importanza di Marty nella storia del costume oltre che del americano e' evidenziata in Quiz Show di Robert Redford (1994), dove lo sfigato ebreo (John Turturro) e' costretto a perdere contro il patrizio wasp (Ralph Fiennes) proprio su una domanda riguardante Marty, il suo film preferito, data l'avvertita vicinanza al protagonista.


sabato, 18 giugno 2005
Everwood
Nelle categorie: Cinema e TV, Serie TV — Scritto da waldorf alle 2:41 pm

Avevo letto della serie Everwood da qualche parte ed avevo stabilito che non mi interessava. La storia del grande neurochirurgo di New York che, colpito da crisi mistica dopo la morte della moglie, se ne scappava in una cittadina del Colorado, Everwood appunto, trascinandosi dietro i due figli (una bambina in eta' da elementari ed un adolescente) mi ricordava troppo Northern Exposure per sembrarmi attraente. Pero' mercoledi' scorso ho letto una recensione altamente elogiativa di Dipollina su Repubblica cartacea e mi sono detta perche' no? tanto in televisione non c'e' niente. Quindi ho registrato alle sette su Canale 5 la puntata di Everwood e ho fatto altrettanto i due giorni successivi.
Il risultato e' che Dipollina non ha torto; Everwood e' sicuramente una serie valida, intelligente e con dialoghi ben scritti (nella puntata di ieri era sicuramente notevole la parte sulla bambina ebrea che cerca dimostrazioni dell'esistenza di Dio). Probabilmente, presa da curiosita', la guardero' ancora, anche se sono perplessa su certe deviazioni verso il settore giovanilistico (Dawson's Creek, O.C. e simili per intenderci), oltre al fatto che a momenti c'e' un po' di sentimentalismo di troppo. E poi mi manca il tono surreale e l'umorismo tutto particolare di Northern Exposure, che, non posso farci nulla, continua a tornarmi in mente, specie qundo gli autori cercano di caratterizzare la comunita' di Everwood, rimanendo lontani dal livello di stramberia di abitanti di Cicely come l'ex astronauta Maurice o il dj della radio locale Chris. Continua e poi continua ancora


venerdì, 17 giugno 2005
Io pero' non sono convinto
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:44 am

A quanto pare la scissione della Margherita non ci sara' — e non ci sara' una lista Prodi alle politiche. Probabilmente e' una buona cosa — di un ennesimo partitino non si sentiva il bisogno. Ma non ci sara' nemmeno la lista unitaria del centrosinistra — il che significa che l'Ulivo e' ormai (come sostenevo qualche giorno fa) legna per il caminetto, nonostante le dichiarazioni in contrario di Prodi (su Repubblica, non online per lo sciopero dei giornalisti, ma ora pubblicato qui). Se ne prende atto.
Si faranno le primarie, in cui i veri oppositori di Prodi fingeranno di sostenerlo e Bertinotti fara' da volonteroso sparring partner. E' un rito di cui capico poco il senso e che non risolve uno solo dei problemi che Prodi aveva posto sul tavolo. Tuttavia si potrebbe essere moderatamente soddisfatti per la ricomposizione delle tensioni e perche' pare che si ricominci a lavorare per non perdere le prossime elezioni, come dice, peraltro con toni troppo ottimisti, Giorgio Bocca su Repubblica di oggi.
Quanto a me, comunque, non vedo un solo motivo per tornare sui miei passi. La Margherita ha dimostrato in questi giorni di essere diventata un partito moderato dalla fondamentale identita' cattolica e di voler difendere quell'identita' come separatezza. Benissimo, prendo atto pure di questo, io che non sono cattolico, non sono un moderato e non credo nella separatezza delle identita', ma nella contaminazione delle culture. Puo' darsi che la Margherita versione Rutelli abbia un ruolo da svolgere nel centrosinistra — certo non puo' pensare di rappresentare persone come me. E io non posso pensare di far politica li' dentro. Nessun dramma, i partiti sono uno strumento e non un fine della politica: se un attrezzo non funziona piu', ci se ne procura un altro. Devo dire invece che non capisco la logica di chi dice che gli ulivisti dovrebbero restare comunque in un partito che non ha piu' nulla a che fare con la loro concezione della politica: in nome del fatto che se no Rutelli si incazza e rovescia il tavolo? No grazie, la maggioranza della Margherita ha il diritto di fare le sue scelte: noi che non le condividiamo siamo liberi di difendere il minimo di coerenza necessario a guardarci allo specchio al mattino. Andandocene.
Per altro, lo ribadisco: io non votero' un astensionista alle prossime politiche, chiunque lo presenti.


giovedì, 16 giugno 2005
A catena
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:49 pm

Riceviamo il testimone da Resto del mondo.

Libri della mia biblioteca.
Ratrace: tanti, stratificati (fisicamente) e mai piu' riordinati dal trasloco di piu' di tre anni fa. Prima erano grosso modo divisi in categorie (classici latini e greci, altra letteratura, saggi, scolastica) e in vago ordine alfabetico. Ora sono semplicemente incasinati e sparsi (spersi) dappertutto. Highlights: tanta letteratura greca antica (che in fondo sarebbe stata il mio mestiere), narrativa e poesia (soprattutto medievale e novecentesca) in maniera del tutto disorganica, per passioni e affetti di lunga e breve durata. Saggistica soprattutto di recente, da quando ho smesso di leggere letteratura: politica, reti, storia, un po' di filosofia sed pudenter et raro (quasi nulla di scienze: sono analfabeta!). Ovviamente ebraismo e dintorni in abbondanza. Un po' di teologia cristiana, residuata da un'altra vita.
Waldorf: vergognosamente pochi libri, per tanti anni ho attinto alla biblioteca dei miei genitori. Tutto quello che ho e' comunque tristemente sparso in tre case, e sono tanti libri di cinema (il mio preferito e' Billy Wilder di Helmut Karasek), diversi romanzi, un po' di libri di diritto, un sacco di guide Michelin delle regioni francesi (comprate con il ratto). Decisamente non sono una collezionista di libri, e sono dedita soprattutto al parassitaggio (tanti ne ho letti in biblioteca). Da poco ho preso a comprare un po' di libri recenti, mentre in genere preferisco i classici. Prima o poi devo decidermi a diventare più organica.
L'ultimo libro che ho comprato.
Ratrace: mi sa che ho perso il conto, pero' direi Tom Standage, Una storia del mondo in sei bicchieri, Codice, Torino 2005 (o che altro?).
Waldorf: credo Sense and sensibility in versione originale.
Il libro che sto leggendo ora.
Ratrace: sono compulsivo, frammentario, lento e distratto. Quindi in contemporanea: Ragione e Sentimento della Austen (su sollecitazione di Waldorf), Le storie dei Chassidim di Martin Buber, L'Occidente diviso di Jurgen Habermas (arenato alle ultime pagine), la suddetta Storia del mondo in sei bicchieri, One Thousand New York Buildings di Bill Harris e Jorg Brockmann (livre de chevet).
Waldorf: un thriller comprato più o meno a caso e intitolato Colpo secco di Lee Child.
Tre libri che consiglio.
Ratrace: solo tre? Ben tre? sono troppo pochi o troppi. Se proprio devo direi Le livre des questions di Edmond Jabes, l'Odissea e la Commedia [e il Libro di Giobbe (non Covatta)]. E quelli che ho lasciato fuori lista stanno gia' protestando.
Waldorf: L'eta' dell'innocenza di Edith Warton, Alla buon'ora Jeeves (Right ho, Jeeves) di P.G. Wodehouse, I tre moschettieri di A. Dumas
Cinque blogger a cui passo il testimone (perche', c'e' ancora qualcuno che non lo ha ricevuto?). Floria, perche' lei si' che parla bene di libri. Megalomaria, perche' sono curioso di vedere come le nostre letture sono andate divergendo nel tempo. Leonardo, che cosi' ci racconta le novita' editoriali del 2025. Alessio, se i suoi neuroni tornano in tempo dalla settimana corta. Il Contadino, perche' sicuramente i suoi libri sono un mondo diverso dal mio.
Waldorf: non aggiungo nessuno alla lista.
Chi vorrei essere se dovessi rinascere.
Ratrace: Otello, il mio vecchio gatto, che se ne e' andato nei primi giorni di vita di The Rat Race (il che tra l'altro assicura che il posto e' libero…).
Waldorf: Frank Capra.


giovedì, 16 giugno 2005
A volte ritornano?
Nelle categorie: Free Knowledge, Web — Scritto dal Ratto alle 3:13 pm

"Io invece penso che l’open source sia il sistema migliore per precipitare nella barbarie."

E' Loredana Morandi (ve la ricordate?) che torna con le sue invettive* contro la libera diffusione dei contenuti?
No, e' Giorgio Faletti, intervistato da Anna Masera per La Stampa Web. Ma il livello e' lo stesso.

* Il post originale non e' piu' in rete, peccato. Rimando a una mia citazione di qualche mese fa.


giovedì, 16 giugno 2005
Banditi
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 1:13 pm

La mancata elezione di Silvestri alla Corte costituzionale, dopo un accordo bipartisan e dopo che l'Unione ha regolarmente contribuito ad eleggere il candidato del centrodestra, e' puro e semplice banditismo istituzionale. Forse il dispregio della parola data non dovrebbe sorprendere da parte della banda di tagliagole che ci governa — ma l'impudenza degli uomini impudenti, oltre ad essere illimitata, riesce sempre a spiazzare.


giovedì, 16 giugno 2005
Autoreferenziale
Nelle categorie: Web — Scritto dal Ratto alle 1:03 pm

The Rat Race ha superato le diecimila visite dal trasloco in casa Montag. Grazie a tutti voi che ci state leggendo.


mercoledì, 15 giugno 2005
Calderoli e il gatto sull'Aurelia
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:34 pm

Pare che il ministro Calderoli abbia detto (lo riporta l'edizione cartacea di Repubblica) usando un'espressione da lui definita toscana, che il partito unico del centrodestra durera' "quanto un gatto sull'Aurelia". Devo dire che l'uscita e' sicuramente buffa, anche se in modo trucido, ma ho due domande. Com'è che Calderoli conosce e si degna di usare quale leghista un'espressione asseritamente toscana? E poi: qualche toscano la conosce quest'espressione? Lo stampo e' effettivamente piuttosto toscano, ma da toscana dell'entroterra e quindi poco pratica di Aurelia non l'ho mai sentita (nonostante una permanenza abbastanza lunga a Pisa e tante vacanze trascorse in Maremma). Ad ogni modo complimenti al ministro per la particolare incisivita' dimostrata nell'analisi politica della situazione del progetto varato dall'on. Berlusconi.


mercoledì, 15 giugno 2005
Lost movie 15 – Mario, Maria e Mario
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 2:46 pm

Film di Scola del 1993, Mario, Maria e Mario (spassoso il riassunto di Imdb di cui al link) ritrae l'intrecciarsi di passioni politiche e private tra tre personaggi sullo sfondo dellla grande trasformazione del Pci in Pds nel 1989. Mario (Giulio Scarpati) e Maria (Valeria Cavalli) sono due coniugi divisi dalle loro opposte visioni sulla situazione del Pci, cui appartengono, dato che il primo e' a favore del cambiamento e la seconda no. Maria incontra un secondo Mario (Enrico Lo Verso), che condivide le sue idee, ed ha una storia con lui. Il finale prevede la riconciliazione dei due coniugi.
In questo momento storico, ripensare a questo non riuscito tentativo di unire vicissitudini personali e vicende pubbliche, mi fa un curioso effetto straniante. Se gia' nel 1993 Scola raccontava come "storiche" vicende che si collocavano 4 anni prima, ora pensare a come era l'Italia dei primi anni '90 sembra proiettarsi veramente nell'archeologia; quindi e' come un doppio salto all'indietro, se mi spiego. Certamente la prospettiva che nel '93 si aveva delle vicende dell'89 e' totalmente diversa da quella che potremmo avere ora. E del resto il film precede di poco una serie di eventi che hanno cambiato il volto dell'Italia, senza, forse, gattopardescamente cambiare nulla nella sostanza. Persino i protagonisti appartengono sono espressione di un'epoca diversa; Enrico Lo Verso, l'interprete allora acclamato de Il ladro di bambini, sembra aver perso il ruolo di attore di spicco; per quanto riguarda la bella Valeria Cavalli so che ha lavorato, ma personalmente non l'ho piu' vista in un film (me la ricordo specie in Probito ballare, la sit com prodotta da Avati). Giulio Scarpati poi come tutti sanno ha fatto fortuna come medico in famiglia, ma non rammento interpretazioni incisive al cinema negl ultimi anni.
Oggi comunque film di questo genere (Palombella rossa di Nanni Moretti gli puo' essere accostato per comunanza di argomento), cosi' esplicitamente politici, non se ne fanno piu', nel bene e nel male. Se il film di Scola peccava di eccessiva rigidita' e didascalismo, per lo meno era espressione di un'autentica passione politica che ora credo che latiti. E questo probabilmente non e' un bene.


martedì, 14 giugno 2005
Non votero' un astensionista
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:52 pm

Questo post era stato pubblicato per errore a nome di waldorf. Invece e' del ratto, come e' ovvio dato il tasso di pallosita' per rigo di scrittura.

Avvertenza: questo post e' un pippone. Puo' indurre sonnolenza, mal di fegato e/o difficolta' digestive. Non somministrare ai bambini sotto i dodici anni (che non hanno fatto niente di male per meritarsi il pippone) e agli idioti* che non sono andati a votare (che tanto sono idioti* e quindi non ne vale la pena).

L'incazzatura non e' passata. E con ottime ragioni. Pero' in queste righe provo a metterla da parte per spiegare come la vedo.
1. Il referendum dice che oltre dieci milioni di italiani considerano la legge 40 una pessima legge. Gli altri non hanno espresso un'opinione. So benissimo che la politica arruolera' gli altri quaranta milioni tra i favorevoli alla legge — ma chi e' stato a casa semplicemente non ha detto nulla. Il Parlamento farebbe bene a tener conto di quei dieci milioni di voti espressi.
2. La legge che ci teniamo e' per l'appunto pessima. Lo e' rispetto ai diritti delle donne e delle coppie, perche' e' drammaticamente invasiva di una sfera che, proprio in quanto etica, come tanto i cattolici hanno sbandierato, attiene alle scelte individuali e non pubbliche. Lo e' in quanto fa una scelta ideologica e clericale chiarissima laddove riconosce all'embrione i diritti di una persona — e questo riduce a brandelli la laicita' delle nostre istituzioni. Lo e' perche' e' contradditoria, spesso macchinosa e inapplicabile — tanto da essere contraddetta/corretta, con un'acrobazia legale che la dice lunga, dai suoi stessi regolamenti applicativi.
Le conseguenze non saranno probabilmente devastanti nel merito: l'applicazione della legge sara' blanda (le linee guida gia' approvate la smentiscono in piu' punti; molti medici faranno orecchi da mercante e devo ancora vedere i giudici e i carabinieri che vanno a cercare a casa sua una donna che rifiuta l'impianto…); e poi siamo in Europa, perdio: in Francia, in Svizzera e in Spagna si puo' andare facilmente e con poca spesa; la ricerca sulle staminali si fara' altrove e quando i risultati arriveranno non sara' certo una legge italiana a impedire le cure in barba ai doveri deontologici dei medici. Andra' a finire manzonianamente: un'altra grida destinata a fare chiasso e ad essere scarsamente applicata. Qualcuno potrebbe dire "Ma allora perche' ti incazzi tanto? stai zitto e conta sul fatto che la legge restera' lettera morta". No, m'incazzo tanto anche per questo: io alla legalita' ci credo. E fare leggi roboanti e ideologiche destinate a non avere una concreta applicazione e' un modo efficacissimo per minare la credibilita' della Legge (si', con tanto di maiuscola) come fondamento della nostra convivenza.
3. Dove la legge ha implicazioni gravissime e' sul piano delle istituzioni. Perche' sancisce l'intromissione di un'etica confessionale nella legislazione. Perche' dice ai cittadini che c'e' una scelta etica fondata su una religione, quella cattolica, che e' legittimata a diventare legge, mentre le altre sono in una condizione di minorita'. Perche' dice a me non cattolico che l'etica di qualcun altro e' diventata un'etica di stato che puo' coartare la mia. Tra l'altro — e la cosa non e' determinante, ma rende il tutto ancora piu' grave — quella che si fa etica di stato e' l'etica di una minoranza, non della maggioranza (e questo e' dimostrato, oltre che da un milione di statistiche e di sondaggi sul cattolicesimo degli Italiani, anche dal fatto che la gerarchia cattolica non abbia avuto il coraggio di fare la battaglia per il no, ma abbia preferito saldare la propria minoranza a quella degli astensionisti per idiozia*).
Qualche mese fa abbiamo fatto un casino dell'ottanta perche' il governo turco ha provato a inserire delle norme di derivazione islamica nel diritto di famiglia, dicendo (e giustamente) che una cosa del genere era incompatibile con l'appartenenza all'Europa, evocando lo spettro dello stato islamico, della teocrazia. In che cosa quello che succede in Italia e' dverso? Perche' le oche che allora hanno difeso tanto rumorosamente il Campidoglio della laicita' europea oggi sono diventate anatre mute? Perche' una repubblica cattolica deve essere meglio di una repubblica islamica?
4. E' evidente che il voto di domenica e lunedi' altera profondamente il quadro politico italiano, almeno nel breve-medio termine e nonostante tutte le dichiarazioni in contrario. Le dimissioni in AN, le fibrillazioni in Margherita e il nuovo, ulteriore spirito rivendicazionista del mio ex-partito sono li' a dimostrarlo. E d'altronde non potrebbe essere altrimenti: la chiamata alle armi della Chiesa cattolica di fatto pone fine a una tendenza di anni — che personalmente consideravo salutare e positiva, ma tant'e' –, quella che portava allo stemperarsi, nelle varie forze politiche, della differenza tra laici e cattolici. Mi pare di vedere oggi una spinta forte nella direzione opposta: quella di una riaggregazione dei cattolici in forze politiche proprie, con una rivendicazione di una identita' separata e una pretesa di egemonia su entrambi gli schieramenti.
Non credo che questo significhi necessariamente un disegno neocentrista che riporti assieme i Marini, i Casini, i Fiori, i Mantovano ecc. ecc. in una ricomposta balena bianca. Posso anche dare credito a chi come Rutelli o Follini dice che le scelte di campo, centrosinistra o centrodestra, non sono in discussione. Non e' questo il punto, infatti: il punto e' che l'identita' cattolica ridiventa, per una parte significativa delle forze politiche italiane, l'elemento distintivo principale — il tratto di individuazione essenziale.
Questa tendenza, nel centrosinistra, significa una crisi forse mortale del progetto dell'Ulivo — oltre che della leadership di Romano Prodi. L'Ulivo infatti — al di la' di tutte le sub-etichette che gli sono state man mano affibbiate — e' l'idea che ci sia la possibilita' di creare una cultura politica riformista condivisa, a partire da identita' originarie forti ma percepite come radici e non come appartenenze invalicabili. L'Ulivo e' l'ipotesi che cattolici democratici, laici, socialisti di diverse origini possano esprimere una visione comune della societa' al di la' delle loro differenze di provenienza. Di conseguenza l'Ulivo e' anche la convinzione che in questo quadro si possa superare la questione cattolica in Italia. Questo disegno ha riportato una serie di sconfitte gravi, di cui non c'e' da rallegrarsi, ma di cui non si puo' non prendere atto. Probabilmente e' il momento di inventarsi qualcosa di diverso, se vogliamo ancora acciuffare le ultime speranze di fare di questo un paese normale.
In questo senso, Romano Prodi, in quanto cattolico impegnato nell'opera di costruzione di una identita' comune dei riformisti, e' sopravvissuto alla demolizione del suo progetto politico. Credo che ne porti responsabilita' minori di quelle altrui, credo anche che resti per il centrosinistra un asset importante e l'unico uomo politico che possa credibilmente guidare l'Italia attraverso le difficolta' dei prossimi anni. Faremmo bene a tenercelo stretto come leader e come presidente del consiglio; ma il suo disegno politico di fondo e' stato azzoppato — e di conseguenza anche la sua legittimita' a guidare la coalizione e' fortemente indebolita. Dopo il referendum, Prodi fara' bene a concentrarsi sull'Unione — e a lasciar perdere la speranza di poter federare i riformisti, almeno per un bel po' di tempo. Non so se ne avra' voglia, in fondo non e' per questo che e' entrato in politica.
Quel che consola, ma e' una scarsa consolazione, e' che chi crede di trasformare in consenso elettorale l'astensionismo di questo referendum e spera di fare un pieno di voti cattolici, si illude. Questo e' un paese di idioti*, non un paese cattolico. Le formazioni politiche che si daranno una identita' neoconfessionale, dalla Margherita rutelliana all'UDC piu' o meno rinforzata dai cattolici di AN, a chissa' quale diavoleria da grande centro possa essere inventata da qui alle elezioni, non faranno tutte insieme il venti per cento dei voti (e singolarmente nessuna di loro arrivera' al 10%). Scommettiamo? Quanto a Rutelli, si trovera' a fare il leader di un partitino dell'8%, se gli va bene: auguri e figli maschi.
5. Alla luce di tutto questo, mi permetto di fare una personale promessa e di trasformarla in una proposta bipartisan. Chi ha seguito il non expedit in sedicesimo di Ruini non solo dimostra poco attaccamento alle istituzioni democratiche e alla partecipazione popolare, ma rappresenta una concezione della politica e delle istituzioni che — da laico e da portatore di un'etica rispettosa di quella cattolica, ma fieramente diversa — non posso condividere: quindi non avra' il mio voto. Non votero' un astensionista alle prossime elezioni politiche. Non lo votero' ne' al proporzionale ne' al maggioritario, qualunque sia lo schieramento che lo presenta. E lo faro' sapere e faro' campagna perche' la mia posizione sia condivisa da piu' persone possibile nel mio collegio.
La proposta bipartisan e': facciamola in tanti, questa scelta. Facciamolo sapere ai nostri politici locali e nazionali, perche' si sappiano regolare al momento della scelta dei candidati. Facciamo pesare i nostri dieci milioni di voti prima delle prossime elezioni. Chi presenta un astensionista in un collegio uninominale deve sapere che corre il rischio di perdere i voti di tanti dei suoi elettori.
Non e' una ripicca: e' una scelta consapevole, fondata su una differenza essenziale di concezione della politica e delle istituzioni. In fondo, non e' su queste cose che si dovrebbe scegliere chi ci deve rappresentare?

* Termine tecnico: ad Atene si definivano "idiotai" i cittadini che non partecipavano alla vita politica e alle votazioni. Magari ne parlo in un altro post.

P. S. Le considerazioni di oggi ovviamente non fanno che confermare quanto avevo gia' detto qualche giorno fa: la mia esperienza in Margherita e' morta e sepolta. Con tanti auguri a chi resta.


martedì, 14 giugno 2005
Per chi crede nel dovere civico
Nelle categorie: Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 7:26 pm

A margine di tutte le considerazioni sulla legittimita' giuridica e/o morale della propaganda dell'astensione, vorrei soltanto esprimere lo smarrimento di fronte a questa stessa propaganda di chi ha sempre ingenuamente "amato" il rito del voto. Sono ormai passati diversi (tanti) anni da quando ho iniziato a votare, ma le consultazioni elettorali continuano a sembrarmi una festa, per quanto io sia stata raramente esaltata da una qualche battaglia politica e prevalentemente delusa dal livello della vita pubblica italiana. Votare e' un dovere, come dice la Costituzione pur con formula compromissoria (vedi l'aggettivo "civico"), e un diritto. Astenersi da una qualunque consultazione, da un punto di vista del tutto atecnico, mi sembra un po' abidicare alle proprie prerogative di cittadini. Le parole di Ciampi mi sono quindi sembrate le piu' giuste e equlibrate sulla questione.
E devo anche dire che ho particolarmente apprezzato chi ha votato "no". La scelta piu' forte in questi giorni l'hanno fatta proprio loro.
Non so poi come si possa attribuire una opinione a chi si e' astenuto, anche se ce l'aveva. Chi tace, tace e basta.


lunedì, 13 giugno 2005
Senza parole
Nelle categorie: Ma vaffanculo! — Scritto dal Ratto alle 6:06 pm

P. S. Lo so, non e' buona politica mandare in culo gli elettori quando votano o non votano male. Ma questa volta non vi meritate altro.


lunedì, 13 giugno 2005
P-austeniano 3 – Ma non bastava il libro?
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 6:03 pm

Su rete4 stanno trasmettendo la versione cinematografica del 1940 di Pride and Prejudice con Greer Garson (Elizabeth), Laurence Olivier (Darcy), Maureen O'Sullivan (Jane). Per quanto mi riguarda, nonostante che qualche dialogo in qua e la' sia stato lasciato invariato, niente di piu' sbagliato nei toni e nella gran parte delle battute; anche l'interpretazione di Olivier e' affettata e eccessivamente leziosa. Il personaggio di Lady Catherine de Bourgh e' completamente travisato. L'ideale per capire la grandezza della Austen, dalla mancanza della sua finezza.

Non credo che le altre versioni siano meglio (mi sono rifiutata di vederle), da quella in chiave Bollywood, a quella televisiva con Colin Firth che fa il Darcy sexy che emerge dalle acque con la camicia bianca bagnata (ne ho notizia dal secondo libro di Bridget Jones) a quella giovanilistica americana. Chissa' come sara' quella in preparazione con Keira Knightley e Brenda Blethyn. Tutto sommato sarebbe meglio che non cercassero di saccheggiare cosi' tanto quel povero libro, pur di campare di rendita alle spalle del suo fascino.


lunedì, 13 giugno 2005
La porti un sassolino a Pontida
Nelle categorie: Paradossi, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 10:44 am

Segnalo per opportuno approfondimento culturale un articolo uscito su La Padania on line, che sviscera il tema della vicinanza ideale tra Santiago di Compostela e Pontida, quali luoghi di riferimento della civilta' occidentale, lasciando ai lettori ogni possibile valutazione. Ci chiediamo solo quando inizieranno i pellegrinaggi a piedi e quando potremo assistere alla formazione del cammino di Pontida…


domenica, 12 giugno 2005
P-austeniano 2 – L'impudenza dell'uomo impudente
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 12:16 pm

Premetto che mi rendo conto che questo post e' un pippone domenicale tipo Scalfari (si parva licet..), ma il tema mi preme e richiede di dilungarsi un attimo. Chiedo scusa, ma ho le mie ragioni; ovviamente voi potete non leggermi.

C'e' un passo di Pride and Prejudice , Orgoglio e pregiudizio, che spesso mi e' tornato in mente in questi ultimi mesi. Rammentavo per la verita' una frase del tipo "non ci sono limiti all'impudenza di un uomo impudente", e rileggendo il romanzo ho verificato che in effetti non c'era una massima formulata in questi termini. Il passo in oggetto e' nel capitolo 9 del III volume; riassumendo brevemente il contesto, si tratta del momento in cui la protagonista Elizabeth Bennet deve ricevere con il resto della famiglia, tra cui la preferita sorella Jane, Lydia, un'altra sorella, e il suo seduttore Wickam, gia' in passato corteggiatore di Elizabeth, freschi di matrimonio. Wickam aveva guadagnato una notevole popolarita' presso la famiglia Bennet sfoggiando belle maniere e un aspetto piacente quando come militare era stato acquarteriato nei pressi della loro casa; in seguito Elizabeth aveva scoperto che si trattava di un mascalzone che aveva raccontato a tutti un sacco di bugie e si era reso colpevole di un tentativo di seduzione ai danni di un altra fanciulla, la sorella dell'eroe del romanzo, Darcy, nonostante il loro padre fosse stato un grande benefattore di Wickam medesimo. Il delinquente poi era scappato con Lydia, che comunque e' una ragazza abbastanza stupida, e ha acconsentito a sposarla solo dietro lauto compenso. I due si presentano a casa Bennet tutti allegri, come se il loro matrimonio fosse del tutto "comme il faut".
Così quindi scrive la Austen:
"Wickham was not at all more distressed than herself, but his manners were always so pleasing, that had his character and his marriage been exactly what they ought, his smiles and his easy address, while he claimed their relationship, would have delighted them all. Elizabeth had not before believed him quite equal to such assurance; but she sat down, resolving within herself to draw no limits in future to the impudence of an impudent man. She blushed, and Jane blushed; but the cheeks of the two who caused their confusion suffered no variation of colour."

In uno scatto di presunzione, traduco io alla buona e secondo il mio gusto: "Wickam non era certo piu' avvilito di lei, ma i suoi modi erano sempre cosi' piacevoli che, se il suo carattere e il suo matrimonio fossero stati come dovevano essere, i sorrisi e le parole disinvolte con cui rivendicava la recente parentela avrebbero deliziato tutti. Elizabeth non l'avrebbe mai creduto capace di tanto ardire; ma si sedette e dentro di se' decise che in futuro non avrebbe piu' tracciato dei limiti all'impudenza di un uomo impudente. Lei arrossì e Jane arrossì; ma le guance dei due responsabili del loro imbarazzo non accusarono alcuna variazione di colore. "

Il punto che mi interessa e' la genialita' con cui Jane Austen butta li', senza appunto neanche precoccuparsi di cavarne una massima compiuta, il concetto per cui chi e' veramente impudente tende sempre a sorprendere e a superare i limiti che le persone "normali" dentro di se' pongono alla sfacciataggine. Se la Austen scriveva cosi' piu' di due secoli fa (la prima versione del romanzo e' del 1797) ho motivo di credere che di impudenti ce ne fossero abbastanza anche alla sua epoca. Ma mi pare che nella nostra e specie in Italia siano molto abbondanti. Come Wickam (Lydia e' solo troppo poco intelligente per provare vergogna) gli impudenti di questo momento storico sono bravi a raccontare loro personali versioni dei fatti che li riguardano, dipingendosi come vittime degli altri o al massimo delle circostanze, che li hanno costretti ad agire in un certo modo. Ma se sono particolarmente bravi gli impudenti sono capaci di presentarsi come veri e propri eroi, quando non hanno fatto che il loro personale interesse. Sempre e comunque l'impudente cerchera' di venirne fuori con un'aura di nobilta', perche' da impudente qual e' non gli e' sufficiente cavarsela senza danni, vuole anche avere ragione. E appunto quelli che non hanno il suo talent0, lo stanno ad ascoltare a bocca aperta, si imbarazzano per lui, non credendo alle proprie orecchie, e devono imparare a non porre limiti alla impudenza di un uomo impudente, come decide Elizabeth dentro di se'.
Quello che mi colpisce pero' negli impudenti e' che ho la sensazione che finiscano per credere alle loro stesse balle. Magari la prima volta ti rifilano una delle loro storie sapendo di mentire, ma la seconda gia' sembra loro verosimile e la terza, chissa', sono convinti di avere perfettamente ragione e si sentono pure un po' sacrificati perche' non ti hanno fregato abbastanza. Ma non c'e' molto da fare, perche' hai la sensazione che parlarci e contestare le balle da loro confezionate sia perfettamente inutile. Non c'e' probabilmente altro rimedio che diventare a propria volta impudenti.

Se di qua passa un lettore della Austen fissato come me, potrebbe dirmi se ritiene il Willoughby di Sense and Sensibility un impudente? E se lo e' e' della stessa forza di Wickam?


domenica, 12 giugno 2005
Let's Do It
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 11:43 am

In Spain, the best upper sets do it
Lithuanians and Letts do it
. . .
the Dutch in old Amsterdam do it
not to mention the Finns
. . .
some Argentines, without means, do it
people say, in Boston, even beans do it
let's do it, let's . . .

… go to the polls.


venerdì, 10 giugno 2005
A me sfugge la logica
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:42 am

Lo so, la politica e' una disciplina complicata — in cui non si puo' essere lineari e in cui il percorso migliore per andare da A a B e' tipicamente fatto cosi':

Tuttavia continua a sfuggirmi come sia possibile dire, come fa Rutelli stamani su Repubblica, che la scelta di andare da soli al proporzionale non solo e' compatibile con l'esigenza unitaria dell'Ulivo e addirittura con la fondazione in futuro del Partito Democratico, ma che non lo sarebbe la lista unitaria.
In realta' questa e' la cosa che piu' mi fa rabbia: Rutelli manda avanti un progetto politico assolutamente legittimo, che potrebbe essere difeso alla luce del sole. Non e' il mio, ma riflette un'idea precisa e un'analisi degna di considerazione. Perche' se ne vergogna? Perche' deve fingere di volere il contrario di cio' che fa?


giovedì, 9 giugno 2005
Lost movie 14 – Non sono più guaglione
Nelle categorie: Chi li ha visti? La rubrica dei film dispersi, Cinema e TV — Scritto da waldorf alle 11:27 pm

Silva Koscina nel 1958, mentre girava

Ho scritto piu' volte che non mi interesso del cinema di genere o addirittura trash degli anni '70. Pero' ho speso notevoli energie (lo posso assicurare) nello studio della commedia italiana degli anni '50. Non sosterro' di avere scoperto grandi tesori, anche se non manca qualche opera notevole in qua e la', meno nota de I soliti ignoti, pero' di cose buffe e curiose ce ne sono molte. Una di queste e' Non sono piu' guaglione, un film di Domenico Paolella del 1958, con Gabriele Tinti (Vincenzino), gia' interprete ad esempio della versione cinematografica di Cronache di poveri amanti di Pratolini (Carlo Lizzani, 1954) e Silva Koscina (Carolina), antesignana della grande invasione delle slave.
La cornice del film e' una Napoli abbastanza fasulla e in specie una piazzetta dove affacciano le case sia di Vincenzino che di Carolina, che abita con la sorella Nennella, interpretata da Yvonne Monlaur, da sempre innamorata di Vincenzino, che non se la fila. Carolina e' fatua e tutta presa dall'idea di vincere un concorso di bellezza per poi andarsene a fare l'attrice per i fumetti, ergo i fotoromanzi. Vincenzino, di professione meccanico, e' un coglioncello che la sogna da lontano e perde la testa quando riceve in regalo da un americano che ha soccorso dopo un incidente. La Cadillac e' l'unico modo per sfuggire al mondo in cui il ragazzo e' vissuto fino ad allora e soprattutto all'asfissiante madre vedova. Il povero Vincenzino per mantenersi la macchina e attrarre l'attenzione di Carolina, finisce per farsi coinvolgere in un traffico di cocaina. Ma grazie alle preghiere della mamma e di Nennella e l'aiuto della Madonna di Pompei si ravvede e torna sulla buona strada, sposando Nenella e andando in viaggio di nozze a Capri.
Non sono piu' guaglione merita un po' di attenzione per il suo vitale miscuglio di sceneggiata napoletana e commedia all'italiana, che nasceva in quegli anni, con qualche sorprendente barlume di modernita' (la cocaina, i frullati di carota di Carolina). Non manca comunque anche una comparsata di Tina Pica (nei panni di una maga al contempo insegnante di musica e canto), senza la quale veramente un film degli anni '50 pareva mancare di un elemento essenziale. La scena migliore e' comunque il confronto tra la mamma e la vamp Carolina, con la madre che appare solo di spalle e riflessa nello specchio di Carolina; lo so che e' tanta roba, ma mi sembra che abbia un che di Almodovar ante litteram. Comunque ha ragione Carolina. Vincenzino con quella mamma così italica speranze di non essere piu' un guaglione, proprio non ce le ha.


giovedì, 9 giugno 2005
Lucrare sugli astenuti
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 12:25 am

Secondo dati dell'UAAR (quindi di parte e da verificare, ma credo che siano nelle grandi linee esatti), la Chiesa cattolica italiana incassa quasi il 90% delle somme dell'8 per mille (poco meno di un miliardo di euro, a quanto pare), anche se soltanto un terzo dei contribuenti la ha indicata come destinataria della propria quota. Come e' possibile? Perche' meno del 40% dei contribuenti compila la scheda per la destinazione dell'8 per mille — ma l'intera somma disponibile viene ripartita proporzionalmente alle indicazioni delle schede compilate*. Quindi, come nel caso del referendum, la Chiesa cattolica lucra su chi non prende posizione, sugli astenuti. E come nel caso del referendum, l'astensione di molti fa si' che una minoranza decida per la maggioranza.
Faccio una proposta: tutti coloro che vanno a votare il 12 e il 13 giugno si ricordino di votare anche al momento della dichiarazione dei redditi**. Non importa per chi: ma non si astengano, non favoriscano con la loro passivita' le scelte altrui. E chi ritiene che la Chiesa abbia sbagliato a far propaganda per l'astensione, la colpisca con il contrappasso: destini il suo 8 per mille a qualcun altro.

* Alcune confessioni religiose hanno scelto tuttavia di incassare soltanto le somme derivanti dalle indicazioni esplicite dei contribuenti, rinunciando alle quote di chi non ha compilato le schede.
** Anche chi non presenta la dichiarazione dei redditi puo' compilare la scheda per la destinazione dell'8 per mille: c'e' da andare in banca o alle poste, ma ne vale la pena.


mercoledì, 8 giugno 2005
Anche Google ce l'ha col Berlusca
Nelle categorie: Paradossi — Scritto dal Ratto alle 4:11 pm

Se cercate "Milan" su Google e cliccate su "mi sento fortunato", trovate questa pagina.

(Via Blogmatic Café).

Off topic: oggi Google festeggia Frank Lloyd Wright cosi':


martedì, 7 giugno 2005
Il Monnezza e gli infradito
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 11:15 pm

Premetto che non ho mai visto un film del Monnezza, e sono alquanto insensibile, magari per miei limiti culturali, al revival ed anzi alla vera e propria scoperta da parte di molti del cinema italiano, diciamo di genere, anni '70. Pero' ho trovato divertente constatare che a giudicare dai manifesti de Il trucido e lo sbirro (1976) il look del Monnezza è caratterizzato da un paio di orribili infradito, che secondo le intenzioni degli autori credo che fossero emblematici della sua trucidita' (il trucido del titolo e' lui, a quanto pare). Dato l'amore che ho per gli infradito (sono entusiasticamente a favore della campagna anti infradito cui aderisce questo blog) la cosa, devo dire, e' fonte di una qualche soddisfazione. Sono comunque cosciente che la mia e' una battaglia di retroguardia considerando che anche a New York gli infradito (lì chiamati flip-flop) trionfano ai piedi delle donne, incuranti tra l'altro dello sporco delle strade cittadine. E' una curiosa scena vedere ragazze eleganti con gli infradito e i piedi sudici. Ma tant'e', prima o poi la moda passera'. E' difficile per quanto mi riguarda che ne arrivi una molto peggiore.


martedì, 7 giugno 2005
Dalla parte dei visi pallidi
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:46 pm

Tra le varie cose che in questo momento storico mi fanno sentire inadeguata e isolata, almeno in questo paese, e' che ormai non e' piu' socialmente ammissibile non essere abbronzati (non accenno volutamente agli aspetti medici della questione).
Qualche anno fa ancora c'era chi girava pallido nei mesi estivi. Ora non piu'. A giugno sono tutti biscottati, e basta la prima domenica vagamente tiepida per vedere tutti correre al mare a costruirsi la tintarella, se gia' non si sono anticipati con la lampada. Ora l'estate sta tornando, con tutta l'invasione di facce e corpi abbronzati in tutte le gradazioni, e di nuovo mi sento addosso, come mozzarella ambulante, il senso di solitudine e appunto inadeguatezza. Forse dovrebbero costruire una riserva per i visi pallidi. Ci sara' pure qualcun altro che si sente male al solo pensiero di arrostirsi su una spiaggia (?!)
E pensare che un tempo essere abbronzati era considerato volgare.


martedì, 7 giugno 2005
La legge dice…
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 5:45 pm

Copio e incollo dal sito web della Camera dei Deputati:

Art. 98
[ T.U. delle leggi elettorali (DPR 361/1957 e successive modificazioni); Titolo VII ]

Il pubblico ufficiale, l'incaricato di un pubblico servizio, l'esercente di un servizio di pubblica necessita', il ministro di qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell'esercizio di esse, si adopera a costringere gli elettori a firmare una dichiarazione di presentazione di candidati od a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati o ad indurli all'astensione, e' punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000.

Qualcuno mi chiarisce se questa norma si applica alla consultazione referendaria e se no perche'?


lunedì, 6 giugno 2005
Anche Dante avrebbe votato quattro si'?
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 10:59 pm

Questo non si sa, ma certamente non condivideva l'idea che l'embrione fosse vita umana nel senso pieno del termine. Leggete la spiegazione qui.

A margine: ben tornata nella blogosfera, Forsepotrei. E tanti auguri a Leonardo.


lunedì, 6 giugno 2005
P-austeniano 1
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto da waldorf alle 8:29 pm

Credo che a tutti i lettori appassionati, come sono io, capiti di amare alcuni scrittori e libri con i quali ci si confronta ripetutamente nel corso della propria vita non solo intellettuale. il percorso abituale è che ci si imbatte in loro da adolescenti, si e' illuminati, si ritorna a leggerli anni dopo e ci sembrano totalmente diversi, magari ci stanno antipatici. Ci torniamo ancora sopra e la nostra idea cambia di nuovo e cosi' via. A volte leggerli e' un rifugio, una forma di consolazione, quasi una richiesta di consiglio.
Cosi' mi succede con i romanzi di Jane Austen, l'ineffabile zitellina inglese morta a 41 anni nel 1817 che ci ha consegnato dei ritratti meticolosi, un po' cinici e soprattutto folgoranti della buona societa' inglese, specie di provincia, tra sette e ottocento attraverso le sue storie d'amore. Jane (mi scuso per la confidenza, ma la frequento da circa 17 anni) ha anche al contempo delineato con il suo "candore" delle verita' morali di cui personalmente rilevo l'universalita' ogni giorno della mia vita.
Cosi' ora ho deciso di rileggere tutti e sei i romanzi scritti da Jane, cominciando dal primo pubblicato, Sense and Sensibility, normalmente tradotto con Ragione e sentimento, da cui e' stato tratto un noto film di Ang Lee con Emma Thompson, Kate Winslet e Hugh Grant, che mi ha fornito a questo nuovo esame utili spunti di riflessione sul tema dei rapporti tra ipocrisia e della cortesia, su cui ho gia' scritto, confermandomi nelle mie idee.
Il romanzo si fonda, come e' noto, sull'antitesi tra le due sorelle Dashwood, l'assennata Elinor e la romantica Marianne. La prima crede che si debbano controllare i propri impulsi e quando e' opportuno si debbano nasconderli a chi ci e' vicino, in ogni caso rispettando i doveri di cortesia imposti dal vivere in societa'. Marianne invece si abbandona completamente ai suoi sentimenti, li coltiva, se necessario alla sua autostima li esapera, e, ritenendosi superiore al resto dell'umanita', non si perita a dimostrarsi scortese nei confronti di chi le appare non alla sua altezza. L'atteggiamento delle sorelle e' radicalmente differente nell'affrontare le traversie amorose ad entrambe riservate. Elinor sopporta in silenzio, apparendo assai poco innamorata agli occhi della sorella, il distacco da Edward, che ama e con cui aspirerebbe a sposarsi; la ragazza e' addirittura costretta a fingere indifferenza per lui, quando malignamente Lucy Steele, segretamente fidanzata con Edward che pero' e' ormai stanco di Lucy (che non lascia solo per correttezza), fa di lei la sua confidente, chiaramente al solo scopo di allontanare Elinor da Edward.
La Austen ci presenta cosi' una gradazione di possibili comportamenti da adottare nelel relazioni con il prossimo. Elinor rappresenta l'ideale, con la sua capacita' di mantenere sempre l'autocontrollo e di osservare le necessarie forme anche con chi ritiene antipatico o con chi, come l'insopportabile cognata, ha commesso dei torti verso di lei. Marianne sbaglia nel non trattenersi mai dal mostrare quello che prova, senza considerazione del prossimo, come ad esempio il colonnello Brandon, infelicemente innamorato di lei, e Mrs. Jennings, una donna piuttosto volgare ma piena di affettuose attenzioni per lei. Lucy e' chiaramente l'esempio piu' negativo, perche' non si limita a mentire per gentilezza, ma lavora continuamente per ingraziarsi gli altri o comunque per ottenere un qualche scopo, come appunto quando finge di non essersi accorta che Elinor ama Edward.
Forse il comportamento di Elinor puo' non ispirare simpatia a molti lettori, e per la verita' Elinor non e' simpatica, perche' troppo autocontrollata. Marianne e' forse in media una figura che attrae di piu', in quanto giovane, sincera e appassionata. Io personalmente, come chiaramente fa l'autrice, preferisco Elinor e credo che il suo modo di relazionarsi con il prossimo sia il piu' corretto. Quello che e' certo e' che delle Lucy di questo mondo farei volentieri a meno. Per la verita' anche di una Marianne posso fare a meno, persino quando cedo all'impulso di fare come lei.


sabato, 4 giugno 2005
A Rutelli
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:16 am

non gliene freghera' niente, ma appena torno in Italia cambio partito. La posizione sul referendum e' la goccia che ha fatto traboccare il vaso.


venerdì, 3 giugno 2005
Ma e' mai possibile…
Nelle categorie: Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 11:21 am

che non si riesca a usare il proprio computer in giro perche' non si trova una presa di corrente compatibile con le spine italiane o un convertitore con la terra? Ho nel pc la presentazione che devo fare domani, la batteria a terra e nessun modo di ricaricare… e questo e' un convegno internazionale dedicato all'e.Government e alla diffusione delle ICT in Europa. Mah…


mercoledì, 1 giugno 2005
Oggesu'
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 1:21 pm

… come direbbe Lia. Vado a vedere Haramlik e lo trovo chiuso. Spero per poco, davvero.


mercoledì, 1 giugno 2005
Avviso ai naviganti
Nelle categorie: Quel che resta, Web — Scritto dal Ratto alle 12:48 pm

Domani questo blog va a Cracovia per partecipare ad EISCO 2005. Aggiornamenti difficili nei prossimi giorni.

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