martedì, 26 aprile 2005
Habent Papam (e io sproloquio)
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:50 am

Sentite, questo qui e' un post serioso e noioso, di argomento nientemeno che teologico-filosofico. A furia di imbottirmi la testa con il Papa vecchio e con quello nuovo, e' finita che perfino io mi ritrovo ad avere un po' di considerazioni da fare. Se siete allergici al tema o se non avete voglia di rompervi, ripassate al prossimo post.
Per altro, un sacco di tempo fa, Marco su Se me lo dicevi prima si interrogava sul perche' di religione si parla cosi' poco nei blog. Forse i tempi sono cambiati – ora se ne parla perfno troppo – ma non so se questa nostra chiacchiera sia quello che Marco intendeva.

Se devo proprio dirla tutta, a me l'uso che si fa dei termini fondamentalismo e integralismo non mi ha mai convinto. Vedete, il fatto e' che penso che la fede religiosa sia una cosa seria, e non un accessorio culturale da indossare quando fa comodo e da deporre quando da' noia. Una concezione religiosa ha senso se e' vissuta integralmente e se e' il fondamento delle scelte esistenziali, del modo di leggere il mondo. Quindi una fede seria non puo' che essere, in questo senso, integralista e fondamentalista. Ma questo vuol dire necessariamente essere arroccati su posizioni autoritarie e combattere con intolleranza ogni pensiero differente? Sembra questa la risposta che molte parti del mondo religioso hanno dato negli ultimi decenni. Che si tratti del fondamentalismo musulmano, di quello induista o di quello ebraico, dei teo-con protestanti o del pontificato romano di Giovanni Paolo II (e ora – presumibilmente – di quello di Benedetto XVI), la riscoperta della fede religiosa come esperienza integrale e fondante dell'esistenza collettiva ed individuale si e' coniugata con il rifiuto del dialogo e della capacita' di coesistere con ogni forma di dissenso e di pensiero divergente. Le grandi religioni hanno reagito in maniera tipicamente novecentesca alla destrutturazione della realta' e alla "crisi delle certezze" che caratterizza la modernita'. Hanno vissuto quella destrutturazione come uno shock esistenziale, come una minaccia alla sopravvivenza stessa della fede. E dopo essere state in affanno per qualche decennio di fronte alla condizione moderna, hanno costruito una risposta che e' simmetrica alle grandi ideologie politiche novecentesche: il tentativo di sostituire al vecchio ordine andato in pezzi un ordine nuovo e totalizzante, capace di realizzare un orizzonte di senso, ma anche di regolare pienamente le relazioni sociali, i modelli di vita aggregata, le politiche. Non mi si fraintenda, non e' un giudizio di valore: ma il cattolicesimo woytiliano e' simile in questo, come una goccia d'acqua, all'ideologia comunista che ha contribuito a far cadere. E' un progetto integrale che va dalla mentalita' all'organizzazione sociale, alla costruzione dei sistemi legislativi, all'etica individuale e collettiva; e i primi passi di Benedetto XVI sembrano confermare questa direzione. L'Islam khomeinista o quello di Hamas, l'ebraismo che trova espressione in Shas o nel NRP in Israele, il protestantesimo wasp dell'America bushista hanno la stessa pretesa di ristrutturazione globale del mondo, in nome di una superiore verita' che non ammette concorrenza di modelli. Ma si sbaglierebbe a pensare a questa come a una reazione antimodernista: e' al contrario una piena assunzione della modernita', proprio perche' e' una risposta alla destrutturazione della realta' (percepita come crisi catastrofica) attraverso una ristrutturazione forte, globalizzante. Ripeto: e' la risposta che il Novecento ha dato, con i risultati che tutti conosciamo.
Ma ci sono altre risposte possibili. La condizione postmoderna ha accettato la perdita di un senso univoco della realta', l'impossibilita' di dare una lettura coerente e unitaria del mondo. Non la vive come una perdita atroce da rimediare, ma come l'orizzonte dato, la natura stessa della nostra esperienza. Questa lettura si sottrae tanto al nichilismo quanto alle costruzioni ideologiche o religiose totalizzanti, e' percorsa da un pensiero "debole", ma tenacemente interrogante, che assume come fondamento la propria debolezza e la propria parzialita'. A questo pensiero i nuovi fondamentalismi non sanno dare altra risposta che la negazione (si pensi alle parole di Benedetto XVI sulla dittatura del relativismo). Ma tra questa negazione e la religiosita' fatua ed à la carte che riscuote tanto successo in questi anni, non esiste una terza via, che si faccia carico della serieta' del discorso religioso senza imporre un dogmatismo monolitico e incapace di rapportarsi con la condizione postmoderna*? Personalmente non lo so – ed e' in un certo senso il nodo che mi rende tanto difficile dare una risposta religiosa alla mia vita.

* Nel mondo ebraico ci sono stati personaggi come Jonas e Levinas: ma si tratta di un pensiero che non e' diventato pratica religiosa, che e' rimasto speculazione intellettuale.

3 Commenti a “Habent Papam (e io sproloquio)”

  1. delio ha scritto il 26 aprile 2005 alle 12:15 pm

    riflessioni molto interessanti, e in parte condivisibili.
    il punto e` – secondo me – che la terza via che tu auspichi e` molto piu´ vicina alla storia, se non all'intrinseca natura, del luteranesimo piuttosto che del cattolicesimo. se capisco bene. tu auspichi spazi di riflessione collettivi, per cosi` dire, in cui nuove linee teologiche possano essere elaborati senza incorrere subito in eresia, come invece succede ora nella chiesa cattolica e come succedeva nei regimi stalinisti. solo che la chiesa cattolica ha la necessita` – al contempo – di avocare a se´ una lettura univoca e centralizzata, per cosi` dire, dei testi sacri; non sono sicuro che sia possibile (ne´ tanto meno facile) tenere cristallizzata l'etica e al tempo stesso aprire la discussione sulla morale. anche perche´ questo presupporrebbe una solidita` della capacita` di argomentazione teologica che il popolo cattolico (e italiano in primis) non ha mai avuto – in buona misura, almeno dall'inquisizione in poi, per responsabilita` diretta della stessa chiesa cattolica.

  2. Angelo ha scritto il 26 aprile 2005 alle 2:15 pm

    In effetti la mia lettura non e' "interna" al cristianesimo, e tanto meno al cattolicesimo, ma e' una riflessione *generale* e non confessionale sulla possibilita' di un approccio religioso che si faccia carico della destrutturazione della nostra esperienza del mondo senza cercare di cancellarla — ma senza nemmeno cadere nella logica della religione-fai-da-te. Tu giustamente dici che il protestantesimo e' piu' attrezzato in questa direzione — io citavo due esempi ebraici; forse il mondo cattolico ha costitutivamente maggiore difficolta'. Ma i fondamentalismi mi paiono in ottima forma anche in campo protestante ed ebraico…

  3. marco ha scritto il 28 aprile 2005 alle 11:00 am

    Molto d'accordo, Angelo, e la tua domanda la sento anche molto mia.
    Spero di riuscire a elaborare qualcosa al riguardo, perche' sarebbe uno spunto da non lasciar cadere

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