martedì, 26 aprile 2005
La Costituzione e l'audience
Nelle categorie: Cinema e TV, Umori e malumori — Scritto da waldorf alle 5:32 pm

A giudicare dai dati degli ascolti di domenica 24 e lunedì 25 aprile, che ricavo dal televideo Rai, pag.533 (il link riguarda solo il 25, gli ascolti del 24 non ci sono piu'), si direbbe che agli italiani qualsiasi argomento interessa piu' della Costituzione, della Liberazione e della Resistenza.
Domenica 24, infatti, il Gran Premio di San Marino (Rai Uno, dalle 13.10 in la') ha tenuto incollati 10.220.00 spettatori. 6.577.000 persone hanno seguito nella mattinata la messa di insediamento del Papa su RaiUno (9,30), 3.300.000 hanno visto Tg2 motori verso l'ora di pranzo (13,25). La sera 7.252.000 spettatori si sono appassionati ai pacchi di Bonolis (Affari tuoi, RaiUno, 20.40), 4.600.000 alla Fattoria, noto reality show (Canale 5, 20.40), 2.900.000 hanno seguito le avventure del giovane superman in Smallville (Italia Uno, 20.45). La puntata di Che tempo che fa di Fazio dedicata alla Costituzione,tramessa su RaiTre tra le 20,10 e le 21,00 circa ha avuto 1.900.000 spettatori con Paolo Rossi nella prima parte, circa 2.700.000 nella seconda con il Presidente della Repubblica emerito Oscar Luigi Scalfaro, entrambi noti difensori della nostra Carta costituzionale. In altre parole, per quanto riguarda i principali programmi delle sei reti maggiormente importanti, piu' ascolti solo di Report sulla sanità italiana e americana (2.600.000), andato in onda subito dopo, e del tenente Colombo (2.259.000).
Ieri 25 aprile la trasmissione della serie La grande Storia tricolore sul 25 aprile trasmessa su Rai Tre (21.00) ha attirato 2.053.000 spettatori. 8.437.000 persone hanno apprezzato i pacchi di Bonolis (Rai Uno, 20.35), 7.507.000 Striscia la notizia, (Canale 5, 20.40), 6.027.000 Carabinieri 4 (Canale 5, 21.15), 5.772.000 Batti e ribatti (Rai Uno, 20.30), 3.670.000 L'eredita' di Amadeus (Rai Uno, 18.40), 3.586.000 Mai dire lunedi' (21.00, Italia Uno), 2.974.000 la sit com Una mamma per amica (Italia Uno, 20.12) ,3.020.000 Tg2 costume e società (13.30), 2.626.000 Walker Texas Ranger (Rete4, 20,30). Lo sceneggiato su De Gasperi (Rai Uno, 21.00) per la verita' ha attirato 6.295.000 spettatori , ma l'ottica credo sia un po' diversa rispetto alla valorizzazione della Costituzione e della Resistenza; sono aperta a smentite.
Si tratta di una elencazione un po' disordinata e forse imprecisa, che prescinde dal valore dei singoli programmi, ma credo che renda abbastanza bene l'idea di quanto gli italiani siano distratti da temi invece centrali in questo momento, che necessiterebbero di un minimo di attenzione. Se e' vero che questa riforma costituzionale probabilmente non andra' in porto, cio' non significa che non dobbiamo tenere da conto la nostra storia. L'amnesia e l'ignoranza (anche le mie, per la verita') possono avere brutti effetti collaterali.


martedì, 26 aprile 2005
Habent Papam 2
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 4:34 pm


martedì, 26 aprile 2005
Fare come a Sigonella
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni — Scritto dal Ratto alle 9:38 am

Accertare la verita' sulla morte di Nicola Calipari e' cosa difficile. Se non altro perche' i soli testimoni di cui la commissione d'inchiesta dispone sono tutti inattendibili, per le piu' diverse ragioni. I soldati del checkpoint sono parte in causa e si stanno difendendo da un'accusa tanto pericolosa quanto infamante: ovvio che raccontino una versione dei fatti a loro favorevole. Giuliana Sgrena e' (sia detto senza offesa) sospettabile di scarsa amicizia per gli Americani e puo' darsi che tra questa sua posizione di principio, la confusione del momento e lo shock possa aver dato una versione dei fatti men che inattaccabile. Gli operativi dei servizi italiani che erano sull'auto vorranno da un lato difendere la correttezza del loro operato, dall'altro rivendicare giustizia e tutelare la memoria del loro compagno d'armi ucciso: comprensibile che interpretino i fatti in maniera da evidenziare le responsabilita' dei soldati USA. Quanto alla catena di comando americana, e' ben noto che non arde dal desiderio di dare i propri militari in pasto alla giustizia e nemmeno all'opinione pubblica di un paese straniero, per quanto alleato. Il Cermis insegna, e qui le cose sono assai meno chiare che ai tempi del Cermis. In altre parole: non sapremo mai come e' andata e non scandalizza, per quanto ferisca, che in dubio si proceda pro reo, assolvendo i militari americani da ogni responsabilita'.
Detto cio', l'accertamento delle responsabilita' e la politica hanno interessi e logiche diversi. Il governo italiano aveva chiesto con forza una commissione che accertasse i fatti e ha fatto capire con chiarezza che non avrebbe accettato una conclusione che scaricasse le responsabilita' sui nostri operativi. Per altro, se la commissione dovesse in effetti concludere in questo senso, ne emergerebbe un'immagine dell'operazione italiana tale da imporre la decapitazione dei vertici che la hanno decisa, organizzata e gestita in maniera tanto avventurosa ed approssimativa. Quindi il nostro esecutivo non ha altra strada – ormai – che rifiutare le conclusioni a cui gli Americani stanno portando la commissione; altrimenti l'umiliazione politica del governo e del Paese sarebbero tali da destinare l'Italia ad una definitiva irrilevanza sullo scacchiere dei rapporti internazionali: noi saremmo quelli a cui si puo' fare qualunque cosa, tanto siamo disposti a baciare la mano che regge il bastone.
A questo punto sarebbe bello poter sperare che Berlusconi si comporti come il suo mentore Bettino Craxi ai tempi di Sigonella. Dia una dimostrazione di orgoglio nazionale. Chiarisca che in mancanza di una risposta soddisfacente e condivisibile sulla morte di Calipari, la fiducia necessaria tra militari italiani ed americani sarebbe incrinata al punto di imporre il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq. Colga l'occasione per sbaraccare tutto e riportare i nostri soldati a casa. Non ha nulla da perdere e molto da guadagnare: farebbe per una volta la cosa giusta, leverebbe un'arma di propaganda devastante ai suoi oppositori in Italia, riuscirebbe ad uscire dal pantano iracheno se non a testa alta, almeno senza aver perso la faccia. Tutti gliene saremmo grati. Deve solo riuscire a superare il suo bisogno di scodinzolare a tutti i costi intorno a George W. Bush.


martedì, 26 aprile 2005
Habent Papam (e io sproloquio)
Nelle categorie: Laicita'/Religione, Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 12:50 am

Sentite, questo qui e' un post serioso e noioso, di argomento nientemeno che teologico-filosofico. A furia di imbottirmi la testa con il Papa vecchio e con quello nuovo, e' finita che perfino io mi ritrovo ad avere un po' di considerazioni da fare. Se siete allergici al tema o se non avete voglia di rompervi, ripassate al prossimo post.
Per altro, un sacco di tempo fa, Marco su Se me lo dicevi prima si interrogava sul perche' di religione si parla cosi' poco nei blog. Forse i tempi sono cambiati – ora se ne parla perfno troppo – ma non so se questa nostra chiacchiera sia quello che Marco intendeva.

Se devo proprio dirla tutta, a me l'uso che si fa dei termini fondamentalismo e integralismo non mi ha mai convinto. Vedete, il fatto e' che penso che la fede religiosa sia una cosa seria, e non un accessorio culturale da indossare quando fa comodo e da deporre quando da' noia. Una concezione religiosa ha senso se e' vissuta integralmente e se e' il fondamento delle scelte esistenziali, del modo di leggere il mondo. Quindi una fede seria non puo' che essere, in questo senso, integralista e fondamentalista. Ma questo vuol dire necessariamente essere arroccati su posizioni autoritarie e combattere con intolleranza ogni pensiero differente? Sembra questa la risposta che molte parti del mondo religioso hanno dato negli ultimi decenni. Che si tratti del fondamentalismo musulmano, di quello induista o di quello ebraico, dei teo-con protestanti o del pontificato romano di Giovanni Paolo II (e ora – presumibilmente – di quello di Benedetto XVI), la riscoperta della fede religiosa come esperienza integrale e fondante dell'esistenza collettiva ed individuale si e' coniugata con il rifiuto del dialogo e della capacita' di coesistere con ogni forma di dissenso e di pensiero divergente. Le grandi religioni hanno reagito in maniera tipicamente novecentesca alla destrutturazione della realta' e alla "crisi delle certezze" che caratterizza la modernita'. Hanno vissuto quella destrutturazione come uno shock esistenziale, come una minaccia alla sopravvivenza stessa della fede. E dopo essere state in affanno per qualche decennio di fronte alla condizione moderna, hanno costruito una risposta che e' simmetrica alle grandi ideologie politiche novecentesche: il tentativo di sostituire al vecchio ordine andato in pezzi un ordine nuovo e totalizzante, capace di realizzare un orizzonte di senso, ma anche di regolare pienamente le relazioni sociali, i modelli di vita aggregata, le politiche. Non mi si fraintenda, non e' un giudizio di valore: ma il cattolicesimo woytiliano e' simile in questo, come una goccia d'acqua, all'ideologia comunista che ha contribuito a far cadere. E' un progetto integrale che va dalla mentalita' all'organizzazione sociale, alla costruzione dei sistemi legislativi, all'etica individuale e collettiva; e i primi passi di Benedetto XVI sembrano confermare questa direzione. L'Islam khomeinista o quello di Hamas, l'ebraismo che trova espressione in Shas o nel NRP in Israele, il protestantesimo wasp dell'America bushista hanno la stessa pretesa di ristrutturazione globale del mondo, in nome di una superiore verita' che non ammette concorrenza di modelli. Ma si sbaglierebbe a pensare a questa come a una reazione antimodernista: e' al contrario una piena assunzione della modernita', proprio perche' e' una risposta alla destrutturazione della realta' (percepita come crisi catastrofica) attraverso una ristrutturazione forte, globalizzante. Ripeto: e' la risposta che il Novecento ha dato, con i risultati che tutti conosciamo.
Ma ci sono altre risposte possibili. La condizione postmoderna ha accettato la perdita di un senso univoco della realta', l'impossibilita' di dare una lettura coerente e unitaria del mondo. Non la vive come una perdita atroce da rimediare, ma come l'orizzonte dato, la natura stessa della nostra esperienza. Questa lettura si sottrae tanto al nichilismo quanto alle costruzioni ideologiche o religiose totalizzanti, e' percorsa da un pensiero "debole", ma tenacemente interrogante, che assume come fondamento la propria debolezza e la propria parzialita'. A questo pensiero i nuovi fondamentalismi non sanno dare altra risposta che la negazione (si pensi alle parole di Benedetto XVI sulla dittatura del relativismo). Ma tra questa negazione e la religiosita' fatua ed à la carte che riscuote tanto successo in questi anni, non esiste una terza via, che si faccia carico della serieta' del discorso religioso senza imporre un dogmatismo monolitico e incapace di rapportarsi con la condizione postmoderna*? Personalmente non lo so – ed e' in un certo senso il nodo che mi rende tanto difficile dare una risposta religiosa alla mia vita.

* Nel mondo ebraico ci sono stati personaggi come Jonas e Levinas: ma si tratta di un pensiero che non e' diventato pratica religiosa, che e' rimasto speculazione intellettuale.

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