mercoledì, 2 marzo 2005
L'ovatta neonatale
Nelle categorie: It, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 6:37 pm

Mutuo l'espressione da una mia collega, e mi pare che illustri bene lo stato in cui cade la neomadre che ha la fortuna di usufruire del periodo di maternita' o comunque di passare tutta la giornata insieme al figlio lattante. Il cervello, del resto gia' un po' intontito dai pianti del caro piccolo e dal naturale rincoglionimento parentale di cui si e' gia' parlato su questo blog, finisce per riempirsi appunto di questa ovatta, nel mezzo delle attivita' e delle preoccupazioni proprie della cura di un neonato, sempre che tutto proceda per il verso giusto per quanto riguarda la sua salute o non scatti la depressione post partum.
Così diventa normale per una persona che prima cercava di seguire questioni di una qualche rilevanza intellettuale nel lavoro di tutti i giorni emettere un quotidiano bollettino della cacca (riguardante la sussistenza, consistenza, quantità della medesima) o preoccuparsi seriamente della funzionalita' dell'ultimo modello di biberon della Avent, la marca piu' trendy del settore (meglio quelli tradizionali a forma di biberon che costano meno e non fanno tanta schiuma da poterci preparare il cappuccino, e tutto sommato non provocano piu' coliche) o ancora angosciarsi per le vicende del ruttino.
Per la verita' il soffocamento da ovatta neonatale non e' neanche un fenomeno troppo spiacevole, ma induce a interrogarsi talvolta sul destino delle donne contemporanee, spesso in bilico tra una vita professionale sentita come importante e di pari dignita' rispetto a quella degli uomini e l'attrazione e a volte risucchio esercitati dalla dimensione familiare. E non mancano i momenti in cui sembra, magari ingiustamente, di vivere un almeno temporaneo ritorno al passato, e si vorrebbe abitare in paesi come la Norvegia, dove e' normale che un uomo lasci il proprio lavoro per un po' allo scopo di seguire un figlio appena nato, anche soltanto per non avvertire la cura dei neonati come un compito esclusivamente femminile.


mercoledì, 2 marzo 2005
Il patto (scellerato) di Sanremo
Nelle categorie: Free Knowledge, Web — Scritto dal Ratto alle 11:12 am

Riporto qui, con qualche variante, una cosa che ho scritto per Il Secolo della Rete.

Oggi, nella cornice significativa del Festival di Sanremo, i Ministri dell'Innovazione, della Cultura e delle Comunicazioni firmeranno il "patto" relativo all'introduzione di "Linee guida per l'adozione di codici di condotta ed azioni per la diffusione dei contenuti digitali nell'era di internet". Il documento, emerso dai lavori di una commissione presieduta da Paolo Vigevano, e' stato redatto a seguito di numerose audizioni con fornitori di connettivita', operatori di telecomunicazioni, fornitori di contenuti, detentori di diritti di proprieta' intellettuale; sono state audite anche alcune associazioni di consumatori e l'Associazione Software Libero, che pero' si sono dissociate dal risultato dei lavori [sulla logica (perversa) delle audizioni, vedere questo post di Beppe Caravita].
Il documento, di cui sono circolate anticipazioni ma che non e' ancora pubblico, si e' focalizzato interamente sul contrasto della "pirateria" di materiale protetto da copyright ed e' sostanzialmente subalterno alla logica dei grandi produttori di contenuti. E' vero che viene dato atto del diritto di tutti a a prendere parte liberamente alla vita culturale della comunita', di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici: ma di questo diritto ben poca cosa rimane nel modello proposto dai tre ministri. Il testo infatti e' interamente rivolto a creare le condizioni per la nascita di "ambienti sicuri" per la fruizione e lo scambio di contenuti digitali, attraverso lo sviluppo e l'adozione di sistemi di Digital Rights Management, cioe' per i non addetti ai lavori di protezione elettronica dei contenuti. Addirittura e' evocata la possibilita' che gli internet provider debbano risolvere i contratti di connettivita' degli utenti che violino il diritto d'autore. In pratica: guerra dichiarata allo scambio dei file su internet, appena mitigata a parole da un impegno a promuovere la disponibilita' e l'utilizzo di contenuti digitali secondo modelli di pubblico dominio e licenze alternative, di cui per altro non si esaminano e non si indicano ne' le tipologie, ne' le logiche di agibilita' in un ecosistema digitale dominato dai DRM.
Vi e' dietro questo documento una visione del tutto distorta di internet come canale di distribuzione essenzialmente di tipo broadcast come la tv: da un lato i fornitori di contenuti, dall'altra la massa dei consumatori che hanno con i primi un rapporto disaggregato e verticale. Ma la rete non e' questo: e' appunto una *rete* – e prima di tutto di relazioni – dove ognuno e' nello stesso tempo fornitore e fruitore di contenuti, dove la viralita' dello scambio di informazioni e' prevalente rispetto alla logica da supermercato del consumo. Se non si capisce questo, non si capisce nulla di internet — e non si ha alcuna possibilita' di incidere sulla sua realta': al massimo se ne puo' rendere piu' scomodo lo sviluppo e piu' lenta la generalizzazione, con dei bei risultati nella lotta al ritardo digitale che affligge l'Italia.
Non sorprende, ma preoccupa che tre ministri e il meglio dell'industria culturale italiana non abbiano saputo partorire che questo provvedimento inefficace nei fatti e potenzialmente liberticida nei principi, anziche' avere il coraggio necessario di affrontare una volta per tutte la questione di come rivedere la protezione della proprieta' intellettuale nell'epoca della rete, esplorando realmente modelli alternativi di remunerazione degli autori (e di disintermediazione reale rispetto alle catene del valore).
Poco male, in fondo: anche queste linee guida saranno spazzate via dai comportamenti sociali nella rete, cosi' come le norme largamente inapplicate e inapplicabili del Decreto Urbani. D'altronde siamo a Sanremo: sono solo canzonette.

Aggiornamento: tutta la documentazione adesso e' qui.


mercoledì, 2 marzo 2005
Le back pages di J.Lo
Nelle categorie: Cinema e TV, Quel che resta — Scritto da waldorf alle 9:27 am

Da "Oggi" del 2.3.2005 (sono recidiva, ma non ho trovato altre fonti per la notizia, se cosi' si puo' chiamare): "a una sfilata di moda a New York della settimana scorsa e' salita in passerella anche la "divina portoricana del Bronx" Jennifer Lopez. ma un brivido e' corso sulla schiena dei fan: il magico sedere è apparso appesantito. Che succede? E quello e' ancora il piu' bello del mondo?".
Come noto, Jennifer Lopez ha costruito molta della sua non trascurabile fortuna sul suo famoso posteriore a mandolino, dando vita ad una frenetica attivita' non solo di attrice ma anche cantante, stilista e perfino dando il nome ad un profumo. Cosi' ha fatto di se stessa una sorta di impero economico, pur non eccellendo in fondo in niente, se non forse in fatto di culo, appunto. Il personaggio puo' non piacere, avendo se non altro aspetti parecchio pacchiani e in media risultando indigesti i suoi film, ma penso che sia difficile non ammirarne la determinazione e l'abilita'.
Rufolando su internet ho scoperto che sono stati persino capaci di fare sul suo butt una questione di incontro-scontro di civilta', quasi fosse una specie di affermazione della cultura ispanica o comunque delle prerogative fisiche delle donne coloured (per usare un termine politicamente scorretto) sulla comune visione estetica imperante in Europa e negli Stati Uniti.
Ora, l'evento di un eventuale e inevitabile, credo, crollo di un posteriore che comunque non e' mai stato esattamente "brasiliano" (Chris Rock, tra l'altro presentatore degli ultimi Oscar, ha detto che ci vuole una limousine solo per quello), mi colpisce per un aspetto: riuscira' Jennifer a riciclarsi? O e' destinata a cadere nel dimenticatoio? In altre parole e' all'altezza di Madonna, che domina ancora pur avendo di partenza forse ancora meno doti, o la sua e' stata solo una corsa ad afferrare l'afferrabile prima che fosse troppo tardi e gli anni si portassero via le sue migliori prerogative? Pur divisa, in fondo faccio il tifo per J.Lo, perche' nessuna ironia puo' cancellare il fatto che per farcela come ce l'ha fatta lei finora, non ci vuole solo culo, ma servono anche, per usare un'espressione di raro maschilismo, le palle.

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