martedì, 8 febbraio 2005
Troppe volte abbiamo gioito ad annunci simili per non essere piu' che altro cauti e preoccupati. Ma vedere Ariel Sharon e Mahmoud Abbas dichiarare la cessazione degli atti di ostilita' reciproci tra Israele e ANP e' una cosa che non puo' che essere salutata con gioia.
Certo, e' un inizio fragile e pieno di trappole. Certo, Israele ha concesso pochissimo e manda segnali del tutto contradditori con la volonta' di pace espressa a Sharm-el-Sheikh (e' di oggi l'autorizzazione della Corte Suprema a riprendere la costruzione del muro nella regione di Gerusalemme). Certo, la rappresentativita' reale di Abbas e' tutta da verificare — e non e' un bel segnale che Hamas si sia dichiarata "svincolata" dagli impegni assunti dall'ANP.
Ma un'altra opportunita' e' stata costruita. Tocca soprattutto a Israele metterla a frutto. E Israele puo' farlo in un solo modo: dando un seguito veloce e concreto alle parole di pace pronunciate oggi. Affrontando con coraggio e determinazione la questione dei prigionieri palestinesi, che debbono essere rilasciati anche laddove "abbiano le mani sporche di sangue" (spettera' all'ANP impedire che ritornino a colpire). Bloccando l'espansione territoriale degli insediamenti da subito, a partire da Gerusalemme Est. Dando seguito velocemente al ritiro da Gaza e dalla Cisgiordania settentrionale in forme coordinate con l'ANP e facendo di questo ritiro il primo passo di un percorso concordato verso la nascita dello stato palestinese. E soprattutto avendo il coraggio terribile di non ricadere nella spirale della rappresaglia quando i nemici della pace colpiranno con il prossimo attentato. Perche' colpiranno, c'e' solo da chiedersi quando e dove. E se Israele rispondera' alla cieca, bloccando il processo di pace, allora tutto sara' stato un fuoco di paglia. Piu' dannoso che inutile, perche' l'area non si puo' permettere un'altra disillusione.
Certo, e' chiedere una fermezza ed un coraggio disumani ad Israele. Ma se Israele sapra' guardare lontano, vedra' che soltanto questo coraggio potra' portare alla fine del conflitto.
Inutile dire che non sono d'accordo con questo post di Haramlik. Non sono d'accordo perche' ritengo che da Sharm parta un'opportunita' di pace. Fragile, contradditoria, forse perfino ingiusta: ma imperdibile. E perche' continuo a pensare che "due popoli due stati" non sia uno slogan insensato e ingannevole, ma – piaccia o no – l'unica speranza di venire a capo del conflitto. Pero' guai a liquidare le argomentazioni di Lia con sufficienza: l'esperienza degli anni passati non e' dalla parte di chi spera in una pace dignitosamente insoddisfacente per entrambe le parti. E chi ha piu' sofferto, e ha piu' motivo di dubitare oggi, e' certamente la parte palestinese.







Anch'io sono rimasto perplesso, leggendo il post di Lia (che lei, mi par di capire riporta da un altro sito e certo condivide). Ma è vero, in questo caso il dubbio è utile, anzi necessario.
Hamas 'mainstream'?
Segnalo un'interessante e equilibrata analisi di Al Jazeera sul trionfo elettorale di Hamas (77 seggi contro i 26 di Fatah) a Gaza. Hamas è un movimento complesso, ideologico e pragmatico al tempo stesso, ultimamente seguito con particolare attenzion…
Allora: secondo voi da Sharm parte un opportunità di pace e secondo me no. Ci scommettiamo moneta sonante?
(Dai, che mi ci compro la TV. ;) )