sabato, 22 gennaio 2005
In my name, purtroppo
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra — Scritto dal Ratto alle 10:28 am

La morte del maresciallo Cola impone parecchie riflessioni — forse ovvie ma purtroppo non scontate in questo paese.
La prima e' che sbaglia chi non sente questa morte come propria. Cola era un soldato ed e' morto nell'adempimento del dovere che la comunita' nazionale, rappresentata dal Parlamento, gli aveva affidato. E' — a tutti gli effetti — un *nostro* morto. Quando un soldato muore in missione, merita il rispetto e l'onore dei suoi concittadini: perche' sono loro che l'hanno mandato in guerra, soprattutto in una democrazia.
La retorica del "not in my name" puo' avere senso nello scontro politico, ma non ne ha di fronte al fatto che *comunque* i nostri soldati sono in Iraq per una decisione democratica del Parlamento. Sbagliata ma democratica. Ergo, Cola era in Iraq "in my name".
Questo rende soltanto piu' pesante la responsabilita' del governo che ha deciso di partecipare a una guerra di aggressione e di occupazione, dichiarata con pretesti che ormai piu' nessuno ha diritto di ritenere credibili, che non tutela gli interessi nazionali, che mette a rischio le vite dei soldati, che non crea stabilita' e democrazia in Medio Oriente.
C'e' tuttavia un'altra considerazione che vorrei fare, a costo di passare per disfattista e antinazionale. Sappiamo tutto dei ventisei morti italiani nella guerra in Iraq. Ma qualcuno ha mai sentito parlare di vittime irachene dell'occupazione italiana di Nassiriya? Quanti morti ci sono stati negli scontri a fuoco che periodicamente impegnano le nostre truppe? Quanti di questi morti erano combattenti? Quanti erano civili che per le orrende circostanze della guerra si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato? Non e' che mi scandalizzerei al pensiero che ci siano state vittime irachene: c'e' una guerra e in guerra la gente muore. Mi scandalizzo invece per questo irreale silenzio, quasi che i soldati italiani avessero davvero messo dei fiori nei loro cannoni.

3 Commenti a “In my name, purtroppo”

  1. Kekule ha scritto il 22 gennaio 2005 alle 2:42 pm

    Mh, non sono d'accordo.
    Penso che qualsiasi studentello di scienze politiche già abbia un'idea di come il vociare di certi necrolegami siano una reazione strategica.
    Però chi si sente pervaso da una salutare appartenenza nazionale, che vada oltre la collaborazione comunitaria giusta ed obbligatoria (lavoro, tasse eccetera), ha tutto il mio rispetto.
    Il problema è nazionale ed anche mio, le spinte sentimentali non per forza ma a discrezione.

  2. Angelo ha scritto il 22 gennaio 2005 alle 5:31 pm

    Chiedo scusa, ma non ho capito.

  3. gianni ha scritto il 24 gennaio 2005 alle 4:43 pm

    Angelo, le tue sono considerazioni scomode ma vere.
    Può aiutare il ricordo della "guerra umanitaria" in Kosovo, molto diversa dalla guerra in Irak ma comunque assai controversa (io stesso mi sentivo favorevole e poi ho cambiato idea; insomma è difficile).
    Voglio dire che è facile dire "non in mio nome", ma poi cosa faccio in realtà per evitare che certe scelte siano fatte "democraticamente" anche in mio nome ?

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