lunedì, 13 dicembre 2004
A leggere la stampa israeliana in questi giorni si trae una strana sensazione di novita' e di cambiamento. Eppure l'occupazione continua atroce come al solito, la guerriglia palestinese anche, la crisi economica lascia un milione e quattrocentomila persone sotto la linea della poverta' (per parlare soltanto dei cittadini israeliani), una politica economica economica e sociale ferocemente darwinista non sara' cambiata di molto dal prossimo ingresso dei laburisti nel governo.
Non (ancora) un cambiamento nelle cose, dunque: ma nel clima sicuramente si'. Tanto e' vero che una societa' che per anni e' stata del tutto insensibile a quel che l'occupazione comportava nei Territori, ora finalmente si interroga (e con grande durezza) sugli abusi e sui crimini dell'esercito (segnalo alcuni interventi che mi paiono particolarmente significativi). Ma la discussione va finalmente anche oltre, investendo la stessa natura delle scelte delle politiche d'occupazione e di repressione.
Al tempo stesso corre un po' dappertutto la convinzione che siano giorni in cui tutto puo' cambiare, per il meglio o per il peggio, in cui si gioca veramente un pezzo importante del destino di Israele — e che non ci sia tempo da perdere: cosi' Yoel Marcus, ma e' solo un esempio fra i tanti. Al centro di tutto c'e' — ovviamente — il piano di disimpegno da Gaza: quel piano che, non ci si stanca mai di ripetere, e' brutto, inadeguato, insufficiente e nasconde il disegno di concedere pochissimo per allontanare indefinitamente la trattativa sull'essenziale, il West Bank, Gerusalemme, una soluzione per i profughi, l'acqua, il controllo delle frontiere, le infrastrutture. Ma che e' percepito comunque come cio' che ha rimesso in movimento una situazione altrimenti in stallo, la pietruzza tolta da sotto che potrebbe far franare l'intera montagna dell'occupazione. Che, se sara' un passo isolato, portera' a un conflitto ancora piu' duro e ad un aumento del terrorismo; se sara' il primo passo verso una soluzione complessiva e negoziata, potra' diventare — perfino contro la volonta' dei suoi ideatori — uno strumento di pace vero.
Non e' chiaro (a me perlomeno) se tutta la frenetica attesa di questi giorni abbia un fondamento reale o sia l'ennesima illusione dietro a cui si perde una societa' profondamente in crisi. Ancora meno chiaro e' per me (e sarei felice se qualcuno mi segnalasse le fonti per capire qualcosa in piu') e' come questo momento viene vissuto da parte palestinese, con le elezioni, il dibattito aperto sulla tregua, le contestazioni di Marwan Barghouti nei confronti della leadership di Fatah, ecc. Il clima e' cambiato solo per gli Israeliani, o anche per i Palestinesi?
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