giovedì, 4 novembre 2004
Mentre Arafat muore
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:32 pm

In queste ore in cui Arafat sta morendo, mi riesce difficile pensare ad altro, ma non riesco a pensare gran che di coerente. E allora provo a metter giu' un po' di annotazioni confuse, tanto per restare fedeli alla caption di questo blog.
Intanto, spero che lo lascino morire con dignita'. Che non gli infliggano il balletto macabro dell'agonia prolungata fino a sistemazione delle beghe dei successori, che non si accaniscano a tenerlo in vita perche' non e' ancora il momento di lasciarlo morire. Nessun uomo merita di essere usato sul letto di morte — e nessuno merita di essere tenuto vivo oltre il limite dell'umana decenza.
E poi credo, sommessamente, che impedire la sepoltura di Arafat a Gerusalemme sarebbe un errore terribile di Israele. Lo sarebbe sul piano morale, perche' non si nega ad un uomo di essere sepolto nel luogo per il quale ha combattuto tutta la vita. Nemmeno se quell'uomo e' un nemico. Lo sarebbe sul piano politico, perche' sarebbe un ulteriore sanguinoso affronto alla dignita' del popolo palestinese: un'offesa al pater patriae e la riaffermazione di una sovranita' ebraica esclusiva su Gerusalemme e sul Monte del Tempio. Ce n'e' di che infiammare una terza intifada.

Terzo: chi pensa che — levato di mezzo Arafat — spariranno le rigidita' palestinesi, non ha capito nulla. Si e' bevuto la storia che non c'e' un partner con cui trattare ecc. ecc. Il fatto e' che ci sono almeno quattro nodi della contesa israelo-palestinese che nessuna leadership puo' affrontare in maniera piu' morbida di come ha fatto Arafat: Gerusalemme, la piena sovranita' palestinese sulla Cisgiordania (tutta intera), il controllo dell'acqua, il controllo delle frontiere (*). Perche' sono le questioni da cui dipende la possibilita' stessa di uno stato palestinese. Arafat su questi punti ha fatto il massimo delle concessioni possibili (anche Barak aveva fatto il massimo delle concessioni possibili, a suo tempo — e non e' bastato) — i suoi successori potranno concedere meno, non piu' di lui.
Quarto: puo' darsi che morendo Arafat renda comunque un ultimo servigio alla sua gente: perche' cadra' l'alibi dietro cui Sharon e i suoi si sono trincerati finora per evitare di negoziare alcunche', per non riavviare il processo di pace. Sharon dice da anni che e' Arafat il vero ostacolo alle trattative. Quando Arafat non ci sara' piu', sara' difficile giustificare il rifiuto di riprendere il dialogo.
Infine. Io credo che Arafat abbia commesso errori terribili e porti responsabilita' politiche e morali terribili. Ma credo anche che sia stato un uomo capace di gesti di coraggio e di lungimiranza — che sia stato, nonostante tutto, un grande leader del suo popolo — e che avrebbe potuto essere, dati i tempi e le circostanze, la miglior controparte realisticamente possibile di Israele. Per gli errori suoi e per gli errori di Israele non e' stato cosi' — che tristezza.

(*) C'e' ovviamente anche la questione — dolorosissima e spinosa — del ritorno dei profughi: ma credo che su questo punto i Palestinesi dovranno fare ancora pesanti concessioni. Perche' e' la questione vitale per l'esistenza stessa di Israele. Ma di questo si e' parlato altre volte.

Su Haramlik ho trovato un post molto bello su Arafat. Mi ha aiutato a capire che cosa ne penso. Mi ha aiutato a non rifugiarmi in un giudizio di comodo — bianco o nero che fosse.

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