giovedì, 22 luglio 2004
Sharon, l'aliyah e la Diaspora
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:44 pm

L'uscita infelice di Sharon sull'emigrazione degli ebrei francesi merita forse di non essere letta alla luce delle polemiche piu' o meno interessate e della stretta attualita' politica, ma di un ragionamento piu' pacato e piu' generale. Provo qui a fare le mie considerazioni, premettendo che — essendo un gentile — potrei facilmente prendere fischi per fiaschi, se non altro perche' parlo di cose che mi riguardano fino a un certo punto.
Israele fonda la sua stessa ragion d'essere sul superamento della Diaspora e sull'aliyah, il ritorno in Erez Israel del popolo ebraico disperso. Senza questa idea non ci sarebbe il sionismo e non ci sarebbe Israele. Non e' un accessorio e non e' un arnese del passato: la missione di Israele e' riportare *tutti* gli Ebrei a vivere in Erez Israel. Fino a quel momento e' ovvio e naturale che ogni governante israeliano, non solo Sharon, sosterra', invochera', promuovera' l'aliyah degli ebrei della Diaspora. Non fa che perseguire lo scopo originario dello stato che rappresenta. Si puo' essere piu' o meno d'accordo, si puo' essere piu' o meno convinti del sionismo come ideale, ma pensare che un governante israeliano rinunci ad invitare gli ebrei della Diaspora a emigrare in Erez Israel sarebbe come chiedere a McDonald's di smettere di fare propaganda agli hamburger.
Questo porta con se' tutta una serie di questioni aperte e problematiche, al cuore stesso dell'idea sionista e dell'identita' ebraica.
E' evidente che la posizione sionista parte dalla convinzione che gli Ebrei siano *prima di tutto* una nazione. E che quindi la loro identita' sia prevalente su ogni differenza culturale, nazionale, etnica, ecc. Un ebreo e' un ebreo, ed e' connazionale di tutti gli altri ebrei: che sia americano o francese o russo o israeliano ha un'importanza secondaria. La sua identita' ebraica e' una identita' nazionale — e la nazione trova il suo luogo naturale di esistenza e di autogoverno in Erez Israel e nello stato di Israele. In questa prospettiva ovviamente l'aliyah e' la sola forma di completa realizzazione dell'identita' ebraica, ed Israele e' il solo luogo dove si puo' essere pienamente incardinati nella nazione ebraica. Il corollario — spesso inespresso, ma nondimeno evidente — e' che la Diaspora implica una condizione di minorita' dell'ebreo, una sua diminuzione che soltanto l'aliyah puo' sanare. Anche perche' l'ebreo della Diaspora e' comunque *straniero* nel paese in cui e' nato e vive (nella sua stessa percezione, ma soprattutto in quella dei gentili che lo circondano: esemplare ed orrendo — (il resoconto qui, alle pagg. 38-39 — quanto accaduto all'Assessore Ascoli della Regione Marche, che nel corso del dibattito sullo statuo regionale si e' sentito dire da un consigliere di Forza Italia: "Lei e' un ospite in questo paese"). E' una posizione legittima, ma non e' certamente l'unica legittima.
La Diaspora si e' formata in duemila anni di storia di conflitti e di integrazione tra le comunita' ebraiche e il tessuto sociale, economico, nazionale delle realta' in cui esse hanno vissuto. Ha creato un miracoloso intreccio di differenze e di identita' che sta al cuore stesso dell'Europa (e dell'America): di fatto non e' possibile pensare ad una identita' culturale europea o americana senza includere in esse l'apporto dell'ebraismo diasporico. Simmetricamente gli ebrei della Diaspora sono radicalmente integrati nelle comunita' nazionali in cui vivono, pur mantenendo una loro *differenza*: parlano la stessa lingua dei loro connazionali gentili, ne condividono abitudini, cultura, passioni, rappresentazioni. Sono Francesi o Italiani, o Americani — e non percepiscono la loro identita' ebraica come nazionalita'. Certo, come appartenenza al popolo ebraico, ma non ad una nazione separata da quella in cui vivono. Di questo difficile e miracoloso equilibrio tra integrazione e distinzione forse il frutto piu' significativo e piu' fecondo e' l'yddish. Non e' un caso che in Israele l'yddish sia stato scoraggiato e soppiantato dalla rinascita dell'ebraico, lingua *nazionale* e non vincolata alla lunga storia di contaminazione europea.
La Diaspora ha una sua autonoma ebraicita', che non e' meno piena, in questa prospettiva, di quella di coloro che hanno scelto Israele e la concezione dell'ebraismo come nazionalita'. Certo, il legame tra Israele e Diaspora e' comunque indissolubile e non potrebbe essere altrimenti, ma si fonda, ancora una volta, su un intreccio di identificazione e distinzione: Israele e Gerusalemme sono nel cuore di ogni ebreo, ma non sono necessariamente la patria di un ebreo.
Detto cio', mi pare che le dichiarazioni di Sharon perdano completamente di vista — credo inevitabilmente — questa distinzione e l'autonomia stessa della diaspora. Per questo hanno colpito tanto negativamente perfino all'interno delle comunita' ebraiche francesi.
Personalmente credo che una ricchezza profonda dell'ebrasimo moderno possa venire proprio dalla dialettica tra Diaspora e Israele, e che l'emigrazione in massa degli ebrei della Diaspora non potrebbe che impoverire tutti: noi gentili, l'ebraismo e perfino Israele. Se esiste (e io credo che esista) un problema di antisemitismo risorgente in Europa, la soluzione non e' l'emigrazione, ma un rigoroso impegno contro ogni forma di discriminazione e di razzismo, non solo antisemita, qui ed ora, nei paesi della Diaspora.
Off topic, piu' o meno. Noiosamente, ripetitivamente: e' giusta la condanna dell'ONU e la richiesta a Israele di smantellare il muro. Non per il muro in se', che potrebbe essere una misura legittima, per quanto sgradevole, di difesa della propria sicurezza e delle proprie frontiere: ma perche' il muro non e' sulla frontiera e perche' con il suo percorso rende impossibile la vita di molti palestinesi. Questo non ha a che fare con le esigenze di difesa dal terrorismo, ma con quello degli insediamenti ebraici nel West Bank e con l'annessione strisciante di terre palestinesi. Si costruisca il muro sulla Linea Verde — e allora davvero a chi lo contesta si potra' opporre che non prende in considerazione le esigenze di sicurezza dei cittadini di Israele.

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