lunedì, 14 giugno 2004
Fine mandato
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Quel che resta, Umori e malumori, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:28 pm

A un terzo dello scrutinio il candidato dell'Ulivo alla Presidenza della Provincia di Pisa, Andrea Pieroni, ha il 52% dei voti e potrebbe quindi farcela al primo turno ed entrare in carica gia' domani. Di conseguenza io sto sbaraccando il mio ufficio:

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domenica, 13 giugno 2004
The big day may be tonight
Nelle categorie: Umori e malumori, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:40 pm

Mettetela come volete, dite che sono superficiale (sara' anche vero): ma un mondo in cui Fred Astaire canta Steppin' Out With My Baby non puo' essere proprio senza speranza.


domenica, 13 giugno 2004
E uno…
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:18 am

Beh, e' solo un exit poll. Ma Bologna torna a sinistra. Forse le cose ricominciano a girare per il verso giusto.
Per gli altri risultati vedremo.


giovedì, 10 giugno 2004
Un bilancio e qualche considerazione
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:04 am

Sabato e domenica si vota. Nella legislatura che finisce ho fatto l'assessore alla Provincia di Pisa e quindi per me il voto e' anche la chiusura di un'esperienza. Vorrei provare a dare il mio contributo alla campagna elettorale non con un'indicazione di voto, ma con qualche ragionamento che nasce da questi anni. Ovviamente parlo di quello che conosco, cioe' la politica locale: ma non credo che quella nazionale (ed europea) sia molto diversa.
Premessa veloce per capirci. Cinque anni fa non mi consideravo un politico "di professione". Ho sempre fatto politica, ma da militante di base, poco organico ai partiti, poco integrato nelle forme/forze ufficiali. Poi per varie circostanze che e' lungo e inutile spiegare, mi sono trovato (abbastanza inopinatamente) di fronte all'opportunita' di passare "dall'altra parte", tra quelli che decidono, che fanno politica a tempo pieno, che determinano le scelte e usano le risorse. E che sono pagati per farlo (e' un dettaglio fondamentale perche' da quel momento dipendete *economicamente* dalla vostra attivita' politica). Provo a dirvi che cosa ho capito e che cosa ho imparato. Nonostante le cose che diro', credetemi, nessun moralismo, nessun virtuoso "io non c'entro": faccio anche io parte di questo sistema, un politico di professione lo sono diventato pure io. [...]
Il mondo della politica e della pubblica amministrazione visto da dentro e' perfino peggio di come ve lo aspettate. Non tanto per la disonesta' e la corruzione: sono fenomeni tutto sommato marginali e scarsamente influenti. Quello che pesa veramente e' altro: l'autoreferenzialita', per esempio, la difficolta' a capire qual e' il vero impatto delle scelte politiche sulla realta'. I personalismi esasperati, dettati anche dall'esigenza di mantenere i privilegi del potere che si esercita, per piccolo che sia — e perfino dal bisogno di non perdere il "posto di lavoro" (l'ultimo anno prima delle elezioni questa e' la preoccupazione numero uno di tutti noi — e anche comprensibilmente: dopo due mandati provate a reinserire nel suo vecchio lavoro un sindaco cinquantacinquenne…). Di qui derivano slealta', doppi e tripli giochi, mancanza totale di trasparenza. Aggiungeteci la lentezza e macchinosita' delle procedure; gli sprechi sistematici di risorse, umane e finanziarie (dovuti non tanto all'incapacita', all'incuria o alla corruzione, ma per lo piu' ai vincoli che discendono da anni e anni di fatti compiuti, di stratificazioni successive delle decisioni). D'altronde la funzione primaria di qualunque organizzazione, e quindi anche del sistema politico, e' sopravvivere, riprodursi ed estendere se possibile il proprio potere: produrre risultati utili all'esterno viene dopo.
In questo contesto riuscire a *fare* e' davvero difficile — e comporta ogni genere di compromessi, anche poco onorevoli. Ma non solo per una sorta di degenerazione della politica (che pure c'e'). Esiste una complessita' intrinseca della politica e dell'amministrazione: chi pensa di tagliare nodi gordiani con decisioni nette e con puro esprit de geometrie e' destinato a fallire miseramente. Primo perche' ci sono interessi reali e legittimi (e di conseguenza rapporti di forza) che ogni scelta amministrativa deve tenere in considerazione e che ledere sarebbe dannoso per la collettivita': quindi la linea retta che procede gloriosamente verso la ragione e il futuro si adatta a fare zigzag, ritorni indietro, giri intorno agli ostacoli, alle eccezioni, ai casi particolari. Secondo perche' non si agisce mai su terreno vergine, ma ogni decisione ha dietro di se' una storia, situazioni consolidate di fatto e di diritto che limitano l'autonomia della politica: altri arzigogoli, cammini sbarrati, deviazioni. Terzo perche' il contesto normativo introduce vincoli e complessita' ulteriori tali da impedire una realizzazione lineare delle decisioni prese (i "lacci e lacciuoli" di cui parla lo stirato esistono davvero. Ma non sono soltanto frutto di una perversa mentalita' burocratica; il piu' delle volte sono destinati a tutelare davvero l'interesse collettivo — ed e' un bene che ci siano). Spesso — una volta fatte le scelte di merito — il lavoro di elaborazione delle modalita' tecniche e giuridiche per realizzarle e' talmente lungo e difficile che alla fine della decisione originaria resta abbastanza poco — e nel frattempo sono passati mesi e la situazione vi e' cambiata sotto le mani.
Di conseguenza amministrare non e' lavoro da dilettanti. C'e' una drammatica necessita' di formazione, di competenza tecnica degli amministratori. Anche perche' l'idea teoricamente bellissima della separazione tra politica e gestione rischia di essere devastante, altrimenti: un politico che non si intenda delle complessita' della gestione finisce per essere un burattino in mano ai suoi tecnici. Oppure per prendere decisioni inapplicabili quando non addirittura abnormi. L'illusione che una persona qualunque proveniente dalla "societa' civile" possa ricoprire adeguatamente incarichi politici e' appunto una illusione: c'e' bisogno di un sacco di tempo per capire, per studiare, per orientarsi. E quindi c'e' bisogno di persone che facciano politica professionalmente. E' un peccato che sia cosi', perche' il professionismo politico e' assolutamente deleterio sul piano della trasparenza, della moralita', dell'efficienza ecc. (vedi sopra, appunto). Ma il dilettantismo e' perfino peggio. Ve lo dico da persona che e' passata attraverso entrambe le fasi: due anni abbondanti mi sono serviti per capire alla meglio come girava il mondo, per due anni sono riuscito piu' o meno a lavorare davvero (con tutti i limiti che ho detto sopra), l'ultimo anno e' stato di campagna elettorale in cui e' illusorio pensare di fare qualcosa di concreto (chi fa, fa anche errori, e gli errori scontentano. A volte anche le cose fatte bene scontentano, perche' non si possono soddisfare gli interessi di tutti. E allora se volete vincere le elezioni dovete fare il meno possibile). Se fossi stato fin dall'inizio un professionista della politica, avrei avuto due anni di tempo in piu' per cercare di realizzare un programma.
Questo sistema non e' sostanzialmente intaccabile. Se siete all'esterno non contate — e il meccanismo semplicemente non tiene conto di voi — o raccoglie le vostre sollecitazioni ma le trasforma secondo le sue logiche, i suoi tempi, le sue deviazioni. Se entrate nel sistema, potete giocare soltanto secondo le sue regole — e quindi finite per omologarvi. Chi racconta cose diverse, credetemi, o si illude o mente. Anche una discontinuita' traumatica, perfino una rivoluzione non puo' far altro che imporre un cambio di classe dirigente, di persone: i meccanismi di formazione delle decisioni sono destinati comunque a riprodursi e a perpetuarsi. All'interno di una democrazia ben regolata, poi, la continuita' delle istituzioni si trasforma (e fortunatamente, sia ben chiaro! ogni alternativa sarebbe peggiore) in una sorta di capacita' del sistema decisionale di sopravvivere al cambiamento dei decisori politici (ed e' questo che alla fin fine ci salvera' da Berlusconi…).
In questo meccanismo i piu' adatti a sopravvivere sono coloro che si servono dell'esistente piuttosto che quelli che lo vogliono cambiare. La fortuna politica di una persona dipende solo in piccola parte da quanto le sue scelte sono state o saranno utili per la collettivita' — e principalmente dalla sua capacita' di sopravvivere all'interno del sistema, di guadagnare visibilita' e alleanze, di pesare negli equilibri di un'oligarchia. Gli outsiders o vengono tenuti lontani dal disgusto, o vengono sconfitti dal meccanismo, o adottano le regole del gioco e diventano essi stessi parte del gioco. Va anche detto che proprio per questo le forze della classe politica sono sempre piu' esigue — e di conseguenza entrare a farne parte non e' poi cosi' difficile. A patto di lasciarsi inglobare (detto tra parentesi: questa e' probabilmente una delle ragioni principali di quella crisi di rappresentativita' di cui parlavo un po' di tempo addietro; ma su questo magari ritorniamo un'altra volta).

Se il quadro e' questo, il bilancio e' totalmente negativo? no. Perche' lavorando sodo qualche cosa si puo' ottenere. Perche' a furia di compromessi, di cammini tortuosi, di sconfitte, di sprechi, di ritorni indietro, qualche risultato arriva. Poco rispetto agli sforzi. Ancora meno rispetto alle speranze. Quasi nulla rispetto agli ideali. Ma rispetto a cinque anni fa, ho la presunzione che il mio lavoro abbia migliorato, qua e la', le cose di cui mi sono occupato. E allora vale la pena di sporcarsi le mani — di scontare le frustrazioni e le disillusioni. Anche perche' se non lo facciamo noi che qualche illusione e qualche ideale ancora lo coltiviamo — padroni del campo restano soltanto quelli che nel brago ci stanno con piena soddisfazione. Bisogna accettare con amarezza, ma con realismo, che l'esercizio del potere politico comporta un'elevatissima inefficienza — e che quindi le risposte ai problemi saranno comunque inadeguate, tardive, insufficienti e imperfette. Ma che le risposte possono venire solo dalla politica, e da questa politica, perche' non ce n'e' un'altra. Percio' niente e' piu' dannoso dei luoghi comuni sui politici che sono tutti uguali e sulla politica che e' una cosa sporca: anche se sono quasi veri. La politica e' una sporca cosa e tutti i politici finiscono per somigliarsi, ma le differenze che ci sono contano eccome. E potrebbero contare assai di piu' se piu' persone decenti avessero la voglia e il coraggio di sporcarsi le mani. Senza illusioni, senza sperare di cambiare tutto, senza pretese di trasformare le buie stanze dei bottoni in luoghi luminosi e trasparenti di produzione del futuro. Ma sapendo che sbilencamente, faticosamente, qualcosa si puo' fare.
Sceglietele bene, le persone che eleggerete sabato e domenica. Con un occhio all'utopia del buon governo e un altro fisso sul disincanto della realta'.


lunedì, 7 giugno 2004
No — antisemita tu — certo che no!
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:39 pm

Questo post e' nato come commento a un intervento di Lia, poi e' cresciuto troppo e quindi lo metto qui, ma preferisco non cambiare il tono ad personam.
Solo un anticipo, per non lasciar cadere il discorso (poi ritorno, leggo gli altri commenti, mi documento, imparo e — se del caso — dico la mia). Nessuna intenzione di "discutere cio' che tu sei" — non solo perche' sei tu il miglior giudice di te stessa, ma soprattutto perche' non ti faccio capace di essere antisemita. Tanto quanto sono certo io di non poter essere un razzista anti-arabo o anti-islamico. E' talmente fuori di dubbio nella mia testa che mi sto chiedendo dov'e' che il mio ragionamento non sta in piedi.
Tuttavia le cose che ho scritto continuo a pensarle. E continuo a pensare che la parte tragica della vicenda sia proprio nello scontro di due diritti entrambi ben fondati e innegabili: quello dei Palestinesi arabi alla loro terra e quello degli Ebrei alla loro terra. Che sciaguratamente e' la stessa. Certo, si tratta di due diritti diversi. Il diritto dei Palestinesi alla Palestina e' ovvio: e' la loro patria, e' il luogo dove per generazioni sono nati e vissuti. In nessun altro luogo possono essere cio' che sono. Quello degli Ebrei e', io credo, meno ovvio ma altrettanto fondato: Erez Israel e' la sola terra che gli Ebrei possano considerare patria. In un certo senso e' la consapevolezza di essere esuli da Erez Israel che ne ha garantito la sopravvivenza per duemila anni.
Io credo che non se ne esca negando uno di questi due diritti. E che negarne uno equivalga a negare l'identita' di uno dei due popoli. Se non vogliamo parlare di antisemitismo — e probabilmente il termine offusca il senso delle mie parole — la questione e' poi tutta qui. E percio' solo un doloroso compromesso — ma fondato sul *reciproco* riconoscimento — puo' permettere agli uni e agli altri una vita dignitosa.
Che poi oggi le colpe di Israele siano probabilmente piu' gravi di quelle dei Palestinesi, se non altro per la sproporzione di forze, e' altra questione — su cui non posso che essere d'accordo. Ma anche in questo caso, non se ne esce se non immaginando dei compromessi.

Un'ultima battuta, se mi permetti. Tu dici di essere certa che oggi e' (nel nostro caso) lunedi'. Io concordo. Ma ho l'impressione che il problema vero sia che per me questo lunedi' e' il 18 Sivan del 5764, per te il 18 Rabi'ath-Thani del 1425. Fuor di metafora: non e' che diciamo la stessa cosa a partire da strumenti di lettura diversi, e che alla fine non siamo capaci di accordarci sul fatto che oggi e' (per convenzione) il 7 giugno 2004? Francamente, le fotografie sono tutto tranne che oggettive…


mercoledì, 2 giugno 2004
Viva la Repubblica
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Quel che resta, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:34 pm

Nelle mie memorie d'infanzia il 2 giugno e' legato ad una serie di flash: gli autobus addobbati con le bandierine italiane, il Presidente Saragat che concludeva sempre i suoi discorsi con "Viva la Repubblica, viva l'Italia!", le Frecce Tricolori che volavano ancora con i vecchi, bellissimi G91R, la parata militare a Torino in corso Stati Uniti, assai piu' casereccia di quella imponente dei Fori Imperiali, ma piena di bambini come me, accompagnati da papa' e mamme, l'Inno di Mameli ascoltato rigorosamente sull'attenti (brutto era brutto, me ne accorgevo perfino allora. Ma sull'attenti ci si stava eccome).
Stucchevole retorica patriottarda. Certo. Ma sono grato a quella retorica. Perche' e' stata in fondo un modo elementare per farmi sentire l'appartenenza non tanto alla comunita', alla "patria" (quella se mai passa attraverso altri canali), ma all'istituzione, alla Repubblica. E sono contento di aver imparato fin da bambino questo sentimento di appartenenza. Negli anni della mia infanzia poteva perfino sembrare un sentimento superfluo: ma oggi no. Di questi tempi l'attaccamento ai valori su cui la Repubblica e' nata, al "Vento del Nord" della Resistenza e della Liberazione — e soprattutto alla Costituzione — e' tutt'altro che scontato, mal tollerato com'e' dalla genia che ci governa. E se la retorica un po' vuota dei 2 giugno della mia infanzia e' servita a farmi amare tutto questo e a rendermi impermeabile a qualunque revisionismo — beh, come non serbarne gratitudine?

P. S. Leggo delle contestazioni e degli incidenti: notizie ancora del tutto frammentarie, per cui meglio aspettare un po' piu' di chiarezza. Ma due cose le dico subito:
1. Hanno torto i disobbedienti che dicono che oggi non c'e' niente da festeggiare; hanno torto quando fischiano e contestano il gonfalone della Provincia di Alessandria decorata al valore per la Resistenza. Significa non aver memoria democratica — e non avere il senso della storia e della comunita'.
2. Non si puo' accettare che si impedisca ai contestatori il diritto di manifestare — e di rendere visibili le loro opinioni. Fermi e botte sono la negazione del senso della festa di oggi. C'e' solo da sperare che le cose siano andate diversamente.


martedì, 1 giugno 2004
Misteri degli accessi
Nelle categorie: Quel che resta, Vecchi post (Excite), Web — Scritto dal Ratto alle 11:10 pm

Sono davvero curioso: che cosa mai puo' portare uno dalla Prince of Songkla University (Tailandia) a consultare The Rat Race?


martedì, 1 giugno 2004
E basta adesso…
Nelle categorie: Umori e malumori, Vecchi post (Excite), Web — Scritto dal Ratto alle 11:00 pm

Scopro — seguendo un lungo giro di link attraverso Haramlik e Macchianera — di essere anche io chiamato in causa, sia pure marginalmente, nella grottesca vicenda di Loredana Morandi, alias Lunadicarta, fondatrice dei Bloggersperlapace (i link, se proprio volete, ve li cercate su Goooooooogle).
Mi pare che la signora abbia definitivamente perso ogni contatto con la realta'. Tuttavia non e' innocua, visto che pubblica dati personali altrui in giro per la rete, sparge denunce vere o presunte e incita al licenziamento di oneste persone il cui unico torto e' di non aver assecondato il suo delirio. E' il momento che qualcuno la faccia smettere. Ci sara' pure un giudice (un po' piu' vicino di Berlino, si spera) che ponga fine alle sue molestie.

Per dovere di cronaca: non ho avuto il piacere di conoscere la signora Morandi. A quanto ne so, lei ha visto me a una conferenza stampa — io non ho visto lei e non siamo stati presentati.

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