domenica, 23 maggio 2004
Non semplifichiamo, per favore
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:29 pm

La lettura dei post recenti di Lia su Haramlik apre la strada a un certo numero di riflessioni non facili, che tra l'altro richiedono tempi e approfondimenti superiori a quelli abituali di The Rat Race (e alle capacita' del sottoscritto). Percio' provo a dividere le cose che vorrei dire in puntate — e magari cosi' riesco a non perdermi troppo.
Nelle prossime puntate: genocidi reali e simbolici, antisemitismo e correttezza verbale, accordo di associazione tra UE e Israele. [...]

Sono assolutamente d'accordo quando si dice che Israele e' una societa' che ha perso la sua bussola morale. Credo di averlo detto perfino io, nel mio piccolo, qua e la' — e credo anche di essere indissolubilmente legato a quel pregiudizio che mi fa desiderare che lo stato ebraico mantenga uno standard morale almeno un briciolo superiore a quello degli altri paesi, proprio perche' e' figlio della storia e della cultura ebraica (ebbene si' — passero' pure io da antisemita).
Israele oggi e' una societa' incattivita, apatica, sfiduciata. E' una societa' che ha perso la capacita' di reagire, di indignarsi di fronte alle ingiustizie. Non solo di fronte all'occupazione dei Territori: anche di fronte al trattamento inumano dei lavoratori stranieri, allo smantellamento della sicurezza sociale, alla crescita delle disuguaglianze economiche, alla desecolarizzazione della convivenza civile — eccetera.
C'e' di piu': di questa condizione, la parte migliore del paese e' pienamente consapevole. Cosi' come e' consapevole che il veleno da cui tutto cio' discende e' proprio il protrarsi dell'occupazione. Mesi addietro citavo un articolo di Avraham Burg. Non posso che rimandare a quello.

Detto questo, possiamo reagire in due modi: dirci che ok, abbiamo trovato di chi e' la colpa, condannare e sentirci meglio. E parlare soltanto con quegli israeliani che hanno gli occhi aperti, che rappresentano la ragione. Oppure provare a capire — vedere la complessita' dov'e' — e cercare di favorire quegli approcci che possono far uscire Israele dallo stallo morale e politico in cui e'. La maggior parte dei cittadini israeliani e' pronta — gia' oggi — ad accettare una soluzione "due popoli due stati"; probabilmente piu' di quanto sia pronta ad accettarlo la maggioranza dei Palestinesi. Ma questa maggioranza silenziosa non ha capacita' di incidere, non pesa abbastanza nelle scelte politiche — non e' capace di tradurre questo atteggiamento in politica nazionale. Ho trovato bellissimo, da questo punto di vista, il discorso di Ami Ayalon alla manifestazione dei 150.000 della settimana scorsa. Che ha detto Ayalon? Che in quella piazza non c'era la maggioranza del paese. Che quella piazza non era stata capace di mobilitare la maggioranza del paese, perche' non l'aveva capita. Io credo che questo sia il passaggio fondamentale. Senza la capacita' di parlare alla maggioranza di Israele, che oggi vuole pace e sicurezza, ma non sa come avere ne' l'una ne' l'altra, non si va oltre una nobile testimonianza.
Non possiamo dimenticare che quella stessa maggioranza si sente minacciata — vive con il complesso dell'attentato e del genocidio. A torto? certo che si' — il terrorismo non e' in grado di spazzare via Israele — cosi' come la repressione israeliana non portera' all'estinzione dei Palestinesi. Ma a furia di parlare di genocidi piu' o meno simbolici — tutti vivono nella convinzione del contrario (per altro, se in Italia avessimo avuto una cosa come diecimila morti per episodi di terrorismo negli ultimi quattro anni — la proporzione, rispetto alla popolazione di Israele, e' questa — probabilmente linceremmo i sospetti per la strada). Quindi al momento del voto, la gente sceglie chi fa la voce piu' grossa sulla sicurezza. E' un voto sbagliato? certo che si'. Ma le esigenze degli elettori vanno capite e soddisfatte — dire che gli elettori sbagliano non porta lontano.

Se mai il problema e' un altro. Gli elettori israeliani hanno due esigenze primarie — entrambe irrinunciabili: pace e sicurezza. A torto o a ragione, hanno votato Sharon perche' rappresentava per loro il mix migliore di pace e sicurezza. Il guaio e' che Sharon non ha mantenuto ne' l'una ne' l'altra promessa. E allora? e allora l'opinione pubblica vota per gli altri? C'e' da sperarlo. Ma che cosa trova dall'altra parte? I laburisti in disarmo e una sinistra piena di nobili e sagge figure, ma del tutto incapaci di parlare a chiunque non faccia parte dell'elite ashkenazita. In altri termini — esiste in Israele un bel problema di rappresentativita' della politica rispetto alla societa'. Ma che strano. C'e' solo in Israele. Perche' in America, dove Bush e' stato eletto dai tribunali, il problema non c'e'. E in Inghilterra, dove la scelta e' stare con Blair che fa la guerra in Iraq o con i conservatori che vogliono rispolverare le politiche sociali della Thatcher, nemmeno. E in Francia, dove si e' eletto Chirac a maggioranza bulgara perche' l'alternativa era Le Pen. O qui in Italia, dove a destra c'e' Berlusconi e dall'altra — dopo il soprassalto del '96 — c'e' una politica incapace di guardare al di la' del proprio ombelico (e lo dico standoci dentro — e mi ci tiro dentro pure io). Guardiamoci in faccia: e' un po' troppo facile dire che il problema della rappresentativita' puo' durare al massimo una legislatura. Il problema della rappresentativita' e' strutturale nelle democrazie. Non e' che ho una risposta a questo. Se ce l'avessi sarei il genio politico del XXI secolo. Pero' e' una questione che dobbiamo avere ben chiara davanti: la politica va avanti per cattive approssimazioni. Se si vuole essere un minimo efficaci, bisogna saper vedere qual e' l'approssimazione meno peggiore. Di questo c'e' bisogno in Israele — e di questo dovrebbe farsi carico chiunque abbia a cuore la Palestina e Israele. Distribuire meriti e colpe, invece, serve davvero a poco. (continua…)

Ripensamento del mattino dopo. Rileggo, dopo aver postato un po' in fretta ieri notte, e mi accorgo di aver lasciato ambigue alcune questioni importanti. Me ne scuso e chiarisco.
1) Nessun giustificazionismo per la politica di questo governo e per coloro che lo sostengono. Sono posizioni che vanno avversate e combattute. Bisogna trovare pero' gli strumenti *efficaci* per cambiare le cose. E gli strumenti efficaci passano attraverso la capacita' di dare risposte migliori alle esigenze per le quali gli elettori israeliani si sono rivolti a Sharon.
2) La questione della rappresentativita' della politica trascende Israele. Il mio ragionamento non e' che dalla politica non possono venire risposte. Le risposte possono venire solo da li'. Ma se — ancora una volta — si vuole che siano almeno un po' efficaci, non possono prescindere dalle forze in campo.

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