lunedì, 10 maggio 2004
Dopo Abu Ghraib
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:32 pm

Non ho scritto nulla finora sulla vicenda delle torture ai prigionieri iracheni — perche' allo stesso tempo sono convinto che non ci sia da essere sorpresi e che non si possano trovare parole abbastanza dure per condannare quanto e' accaduto.
Col passare dei giorni pero' e' sempre piu' chiaro che la colpa non e' (solo) del sadismo di pochi soldati isolati — ma dell'apparato di occupazione nel suo complesso. C'erano ordini precisi, c'erano per lo meno coperture e complicita' nei gradi piu' alti della gerarchia militare e nel livello politico. La tortura dei prigionieri si e' rivelata parte integrante e funzionale della gestione dell'occupazione occidentale in Iraq.
E allora — due o tre considerazioni *politiche*:
1. In qualunque paese civile e decente il responsabile politico di questa infamia si dimette o viene cacciato dal governo. Se questo non avviene vuol dire non solo che l'Amministrazione nel suo complesso si assume la responsabilita' di cio' che e' accaduto, ma che ne rivendica implicitamente la paternita' (e la continuita') politica.
2. E' oggi chiaro in maniera agghiacciante il senso del rifiuto degli Stati Uniti di sottoporre i propri militari al giudizio del Tribunale Penale Internazionale. Ed e' ancora piu' chiaro che questa vicenda dev'essere riaperta dalla comunita' internazionale, e dall'Europa in primo luogo.
3. Una vicenda come questa demolisce in un sol colpo l'ultima possibile giustificazione della guerra americana contro l'Iraq: l'esportazione della liberta' e della democrazia. Chi tortura i prigionieri non e' in grado di esportare niente altro che orrore e violenza.
4. Quando Berlusconi sostiene che "il senso della nostra missione non cambia" dopo la scoperta degli orrori di Abu Ghraib o mente o sta dicendo che il senso della nostra missione metteva in conto fin dall'inizio di poter essere complici dei torturatori. Nell'uno e nell'altro caso si tratta di una posizione tanto ignobile quanto insostenibile.
5. Alla luce di tutto questo, restare in Iraq senza un cambiamento radicale della missione e del contesto in cui si svolge e' impensabile. Solo con un radicale ridimensionamento della presenza angloamericana e con il passaggio *reale*, non di facciata, del controllo politico e militare all'ONU si possono creare le condizioni minime per tentare di essere utili alla pacificazione e alla ricostruzione del paese. Altrimenti la sola decisione decente ormai e' il ritiro del contingente italiano, perche' restare sarebbe complicita' con un'avventura disonorevole e indegna della civilta' che abbiamo la pretesa di rappresentare. Dopo Abu Ghraib il tempo stringe: il cambiamento o il ritiro debbono essere questione di giorni, piu' che di settimane.
P. S. dell'11 maggio. Sono contento che Rutelli la pensi (una volta tanto) come me.

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