sabato, 8 maggio 2004
Uno storico che rivede il suo revisionismo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:59 pm

Benny Morris, uno dei principali storici "revisionisti" israeliani, ha dichiarato a Repubblica in un'intervista del 6 maggio (online solo nella versione a pagamento):

Mi considero sempre un uomo di sinistra, nel senso che sono per la soluzione "due stati per due popoli". Considero valide le proposte di Clinton e Barak a Camp Davis, quelle che Arafat ha rifiutato. Ma ora sono convinto che i palestinesi non aderiscano a questa soluzione, che vogliano tutta la Palestina, come fecero nel '37 di fronte alle proposte di partizione della commissione Peel, a quelle del'47 delle Nazioni Unite. Il rifiuto e' lo stesso con cui Arafat ha rigettato la pace di Barak, lanciando una guerra che non e' di liberazione territoriale, ma contro l'esistenza stessa dello Stato ebraico.
[Il muro] fu concepito dalla sinistra per fermare i terroristi suicidi, e dove e' stato costruito ha funzionato. Ma certo hanno ragione a dire che "politicamente" stabilisce una frontiera: d'altra parte Israele e' stata costretta a farlo dalle bombe che esplodevano ogni giorno. E giusto sia stato fatto. (…) I palestinesi devono dare la colpa solo a se stessi se e' stato costruito. E' un'intera societa' che manda centinaia di persone ad ucciderci.

Dichiarazioni come queste danno da pensare: se anche chi ha indagato prima e piu' degli altri sulle responsabilita' israeliane verso il popolo palestinese oggi e' ridotto sostanzialmente a dire "non c'e' un interlocutore, i palestinesi sono la causa dei loro mali e non vogliono altro che la distruzione di Israele" — allora vuol dire che la societa' israeliana — anche nelle sue parti migliori — e' arrivata al coma. Ha rinunciato ad esplorare qualunque ipotesi costruttiva, e' rassegnata alla continuazione indefinita della guerra e giustifica la propria posizione con l'alibi della mancanza di volonta' di pace nell'altro.
Intendiamoci: Morris ha ragione quando sostiene che la leadership palestinese, rifiutando gli accordi di Taba e scatenando la campagna di attentati contro il processo di pace, ha sostanzialmente rifiutato il miglior compromesso realizzabile e ha dimostrato di non avere veramente a cuore la pace. Cosi' come ha ragione a dire che il muro, riducendo il numero di attentati al di qua del confine, ha una funzione positiva per la sicurezza di Israele. Ma e' altrettanto vero — e Morris preferisce non dirlo — che l'attuale leadership israeliana ha lavorato per tutto tranne che per la pace, continuando ad espandere gli insediamenti in Cisgiordania, eliminando l'Autonomia Palestinese, rendendo di giorno in giorno piu' offensiva ed oppressiva l'occupazione, trasformando il muro da barriera difensiva lungo la Linea Verde in strumento di occupazione del territorio e di demolizione del tessuto sociale, economico e perfino geografico palestinese. Non dire questo significa aver chiuso gli occhi di fronte alla realta' — essersi abituati all'idea della guerra e dell'occupazione permanente.
E' grave — ma lo e' ancora di piu' perche' questo atteggiamento e' quello della gran parte della societa' israeliana. Non si puo' costruire nessuna pace da questo presupposto; ma al tempo stesso non si puo' costruire nessuna pace se non partendo da qui, se non partendo dalla percezione della realta' (per quanto distorta) che gli israeliani mediamente hanno. Come dice Amos Oz, nel libro che ho citato nel post precedente, e' necessario che le parti riacquistino la capacita' di immedesimarsi nel punto di vista dell'altro.

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