martedì, 4 maggio 2004
Sharon, il referendum e il ritiro da Gaza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:37 pm

Il referendum voluto da Sharon dentro il suo partito sul ritiro da Gaza ha dato un risultato clamoroso nelle percentuali: il 60% dei votanti ha detto no al piano del primo ministro. Credo che valga la pena di ragionare un po' su questo dato — e sul contesto: al solito, quel che ne verra' fuori non sara' lineare — ma e' la realta' a non essere lineare. Metto in fila un po' di osservazioni:
1. I numeri di questo referendum sono assai poco significativi. Ha votato il 40% degli iscritti al Likud (meno di 100.000 persone); il risultato si fonda percio' sulla volonta' di circa 60.000 elettori, meno del 2% del corpo elettorale israeliano. Per di piu' si tratta di un campione assolutamente non rappresentativo della popolazione del paese: hanno votato solo le parti piu' ideologizzate della base di un partito di destra che ha raccolto, ricordiamolo, meno del 30% dei consensi alle ultime elezioni politiche. Un governo deciso a perseguire la linea del disimpegno da Gaza potrebbe farlo legittimamente anche dopo questo voto. Naturalmente pagando dei prezzi politici elevati, ma questo e' un altro discorso: l'annuncio di un piano di ritiro “ridotto” da parte di Sharon sembra dimostrare che non c'è la volontà di pagare tali prezzi. [...]

2. In ogni caso non spettava a questo corpo elettorale pronunciarsi su un argomento come la restituzione ai Palestinesi di una piccola parte del loro territorio. Quel territorio non e' Israele, nemmeno secondo lo stato di Israele. Non spetta ad Israele stabilirne unilateralmente il destino. Male ha fatto Sharon a volere il referendum, peggio hanno fatto gli sponsor europei ed americani di Sharon ad appoggiarlo implicitamente o esplicitamente. La notizia peggiore forse e' per Bush, che in campagna elettorale aveva un gran bisogno di dimostrare che la sua politica mediorientale porta da qualche parte.
3. Ancora una volta i migliori alleati dell'estremismo coloniale della destra israeliana sono stati i terroristi palestinesi: l'assalto di Gush Katif, con l'uccisione di una donna ebrea e delle sue quattro figlie e' stato il migliore argomento di propaganda che — nel giorno del voto — potesse essere offerto ai coloni che si oppongono allo sgombero. Non e' escluso che — su un bacino elettorale tanto ristretto — l'attentato abbia spostato una quantita' decisiva di voti.
4. Paradossalmente, l'attentato di Gush Katif dimostra che lo smantellamento degli insediamenti e' l'unica alternativa ragionevole alla prosecuzione della guerra all'infinito. Finche' ci saranno coloni a Gaza e in Cisgiordania, la loro sicurezza richiedera' una pesante occupazione militare, che non sara' comunque sufficiente ad evitare gli assalti e le vittime.
5. Nulla puo' giustificare l'assassinio di una donna e di quattro bambini. Tuttavia mi si permetta di tracciare una distinzione tanto impopolare e odiosa quanto necessaria: i coloni di Gaza e della Cisgiordania non sono civili inermi che non fanno del male a nessuno, come le vittime degli attentati in Israele. Sono li', spesso per una personale scelta politica, con l'intento di rendere impossibile la restituzione ai Palestinesi di quanto resta della loro terra; occupano aree e sfruttano acqua che non appartiengono a loro, protetti da un dispositivo militare che fa continuamente vittime di cui non si parla abbastanza. La semplice presenza dei coloni nei Territori e' un'arma offensiva contro i Palestinesi. Questo non giustifica certo il ricorso al terrorismo: ma e' giusto aver chiara la differenza tra Gush Katif e Tel Aviv.
6. Nel merito, non so quanto ci sia da piangere per l'affondamento del disimpegno unilaterale da Gaza. Il piano Sharon era troppo poco, troppo tardi. Ma soprattutto era stato collegato a una serie di condizioni tali da rendere impossibile il processo di pace successivo: la permanenza di Israele al di la' della Linea Verde, la cancellazione prima dell'accordo sull'assetto definitivo della Palestina del diritto al ritorno dei profughi(*). Aggiungo: il ritiro non negoziato e non gestito insieme all'Autorita' Nazionale Palestinese sarebbe stato un errore grave, perche' avrebbe ulteriormente delegittimato quello che – Israele lo voglia o no – e' il solo interlocutore possibile per un piano di pace e per arrivare alla fine dello spargimento di sangue.

7. Mi riesce difficile pensare che Sharon abbia perso questa battaglia per errore: e' un abile tattico, un uomo spregiudicato, dotato di un notevole istinto e di una grande capacita' di manovra. Possibile che si sia lasciato trascinare a una sconfitta bruciante, giocata per di piu' su pochi voti? Sharon aveva i mezzi per vincere, sia attraverso i meccanismi del potere di partito, sia attraverso la pressione che poteva esercitare come capo del governo, sia grazie ai mezzi di informazione che – per quanto critici del suo operato – erano sostanzialmente schierati a favore del piano di ritiro da Gaza. Si ha l'impressione che il generale Arik abbia quasi giocato per perdere. Perche' diavolo lo abbia fatto non lo so: ma non sarei sorpreso se avesse ancora tutte le sue carte da giocare – e magari pure una o due in piu' proprio grazie a questo risultato.

(*) Sono convinto che Israele non possa accettare in nessun modo un diritto incondizionato al ritorno dei profughi sul proprio territorio: la popolazione ebraica finirebbe per diventare minoranza nel suo paese e l'esistenza stessa dello stato ne verrebbe messa in questione. Il piano di pace di Ginevra riconosce realisticamente questo dato di fatto, prevedendo il rientro di una limitata aliquota di esuli e disponendo la ricollocazione degli altri nello stato palestinese. Ma questa soluzione non puo' che scaturire da una trattativa sull'assetto definitivo delle relazioni tra Israele e Palestina – e deve prevedere delle precise compensazioni. La pace passa necessariamente attraverso la dolorosa ricollocazione di quantita' rilevanti di popolazione: Palestinesi che dovranno rinunciare a rientrare nelle loro terre di origine e trovare spazio nel nuovo stato arabo; Israeliani che dovranno lasciare gli insediamenti dei Territori (magari proprio ai profughi) e reinsediarsi al di qua della Linea Verde. Qualunque altra ipotesi e' destinata a naufragare in partenza.

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