lunedì, 31 maggio 2004
Finalmente!
Nelle categorie: Quel che resta, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 9:29 pm

[ciliege]

Ma quanto costano, pero'…

venerdì, 28 maggio 2004
Capello? no grazie!
Nelle categorie: Quel che resta, Umori e malumori — Scritto dal Ratto alle 9:35 pm

Sono juventino. Lo confesso. Tifoso blando, di quelli che non conoscono nemmeno la formazione, che guardano una partita ogni anno, che non vanno allo stadio *mai*. Pero' le maglie bianconere e il coro "Goeba, goeba" fanno parte del mio personale patrimonio di emozioni. E lo "stile Juventus" — che non sto a far la fatica di definire, tanto chi sa cos'e' lo riconosce e chi non lo riconosce non ammettera' mai che esiste — e' sempre stato per me un motivo di orgoglio e di identificazione.
Beh, a me gia' Bettega, Moggi e Giraudo mi avevano disgustato. La loro Juve non e' la *mia* Juve. I loro modi da squaletti, la totale mancanza — appunto — di stile, quella prepotenza da parvenus del pallone (e non solo del pallone) mi sono sempre sembrati incompatibili con la Juventus. Potevano andar bene per il Milan o per la Roma.
Ma Capello e' davvero troppo. Capello e' l'immagine becera di un mondo che non tollero — e che (si sarebbe detto una volta a Torino) "non e' da Juve". Percio', con rammarico ma senza ripensamenti, rassegno oggi le mie dimissioni da juventino.


venerdì, 28 maggio 2004
E son soddisfazioni…
Nelle categorie: Vecchi post (Excite), Web — Scritto da Amministratore alle 12:22 am

Si', lo so che e' una stronzata che chiunque abbia qualcosa tra un orecchio e l'altro ci riuscirebbe — ma per un dummy come me aggiustarmi da solo il Javascript della data ebraica qui accanto e' una specie di conquista…


lunedì, 24 maggio 2004
"Ammazzare secondo le istruzioni"
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:24 pm

Se un articolo come questo di Yossi Ziv trova spazio in un quotidiano tendenzialmente conservatore come Maariv, forse e' il segno che qualcosa sta cambiando in Israele. Poco per essere ottimisti, certo. Ma sono i segnali che vanno alimentati, se si vuole arrivare a una svolta reale.


domenica, 23 maggio 2004
Non semplifichiamo, per favore
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:29 pm

La lettura dei post recenti di Lia su Haramlik apre la strada a un certo numero di riflessioni non facili, che tra l'altro richiedono tempi e approfondimenti superiori a quelli abituali di The Rat Race (e alle capacita' del sottoscritto). Percio' provo a dividere le cose che vorrei dire in puntate — e magari cosi' riesco a non perdermi troppo.
Nelle prossime puntate: genocidi reali e simbolici, antisemitismo e correttezza verbale, accordo di associazione tra UE e Israele. [...]

Sono assolutamente d'accordo quando si dice che Israele e' una societa' che ha perso la sua bussola morale. Credo di averlo detto perfino io, nel mio piccolo, qua e la' — e credo anche di essere indissolubilmente legato a quel pregiudizio che mi fa desiderare che lo stato ebraico mantenga uno standard morale almeno un briciolo superiore a quello degli altri paesi, proprio perche' e' figlio della storia e della cultura ebraica (ebbene si' — passero' pure io da antisemita).
Israele oggi e' una societa' incattivita, apatica, sfiduciata. E' una societa' che ha perso la capacita' di reagire, di indignarsi di fronte alle ingiustizie. Non solo di fronte all'occupazione dei Territori: anche di fronte al trattamento inumano dei lavoratori stranieri, allo smantellamento della sicurezza sociale, alla crescita delle disuguaglianze economiche, alla desecolarizzazione della convivenza civile — eccetera.
C'e' di piu': di questa condizione, la parte migliore del paese e' pienamente consapevole. Cosi' come e' consapevole che il veleno da cui tutto cio' discende e' proprio il protrarsi dell'occupazione. Mesi addietro citavo un articolo di Avraham Burg. Non posso che rimandare a quello.

Detto questo, possiamo reagire in due modi: dirci che ok, abbiamo trovato di chi e' la colpa, condannare e sentirci meglio. E parlare soltanto con quegli israeliani che hanno gli occhi aperti, che rappresentano la ragione. Oppure provare a capire — vedere la complessita' dov'e' — e cercare di favorire quegli approcci che possono far uscire Israele dallo stallo morale e politico in cui e'. La maggior parte dei cittadini israeliani e' pronta — gia' oggi — ad accettare una soluzione "due popoli due stati"; probabilmente piu' di quanto sia pronta ad accettarlo la maggioranza dei Palestinesi. Ma questa maggioranza silenziosa non ha capacita' di incidere, non pesa abbastanza nelle scelte politiche — non e' capace di tradurre questo atteggiamento in politica nazionale. Ho trovato bellissimo, da questo punto di vista, il discorso di Ami Ayalon alla manifestazione dei 150.000 della settimana scorsa. Che ha detto Ayalon? Che in quella piazza non c'era la maggioranza del paese. Che quella piazza non era stata capace di mobilitare la maggioranza del paese, perche' non l'aveva capita. Io credo che questo sia il passaggio fondamentale. Senza la capacita' di parlare alla maggioranza di Israele, che oggi vuole pace e sicurezza, ma non sa come avere ne' l'una ne' l'altra, non si va oltre una nobile testimonianza.
Non possiamo dimenticare che quella stessa maggioranza si sente minacciata — vive con il complesso dell'attentato e del genocidio. A torto? certo che si' — il terrorismo non e' in grado di spazzare via Israele — cosi' come la repressione israeliana non portera' all'estinzione dei Palestinesi. Ma a furia di parlare di genocidi piu' o meno simbolici — tutti vivono nella convinzione del contrario (per altro, se in Italia avessimo avuto una cosa come diecimila morti per episodi di terrorismo negli ultimi quattro anni — la proporzione, rispetto alla popolazione di Israele, e' questa — probabilmente linceremmo i sospetti per la strada). Quindi al momento del voto, la gente sceglie chi fa la voce piu' grossa sulla sicurezza. E' un voto sbagliato? certo che si'. Ma le esigenze degli elettori vanno capite e soddisfatte — dire che gli elettori sbagliano non porta lontano.

Se mai il problema e' un altro. Gli elettori israeliani hanno due esigenze primarie — entrambe irrinunciabili: pace e sicurezza. A torto o a ragione, hanno votato Sharon perche' rappresentava per loro il mix migliore di pace e sicurezza. Il guaio e' che Sharon non ha mantenuto ne' l'una ne' l'altra promessa. E allora? e allora l'opinione pubblica vota per gli altri? C'e' da sperarlo. Ma che cosa trova dall'altra parte? I laburisti in disarmo e una sinistra piena di nobili e sagge figure, ma del tutto incapaci di parlare a chiunque non faccia parte dell'elite ashkenazita. In altri termini — esiste in Israele un bel problema di rappresentativita' della politica rispetto alla societa'. Ma che strano. C'e' solo in Israele. Perche' in America, dove Bush e' stato eletto dai tribunali, il problema non c'e'. E in Inghilterra, dove la scelta e' stare con Blair che fa la guerra in Iraq o con i conservatori che vogliono rispolverare le politiche sociali della Thatcher, nemmeno. E in Francia, dove si e' eletto Chirac a maggioranza bulgara perche' l'alternativa era Le Pen. O qui in Italia, dove a destra c'e' Berlusconi e dall'altra — dopo il soprassalto del '96 — c'e' una politica incapace di guardare al di la' del proprio ombelico (e lo dico standoci dentro — e mi ci tiro dentro pure io). Guardiamoci in faccia: e' un po' troppo facile dire che il problema della rappresentativita' puo' durare al massimo una legislatura. Il problema della rappresentativita' e' strutturale nelle democrazie. Non e' che ho una risposta a questo. Se ce l'avessi sarei il genio politico del XXI secolo. Pero' e' una questione che dobbiamo avere ben chiara davanti: la politica va avanti per cattive approssimazioni. Se si vuole essere un minimo efficaci, bisogna saper vedere qual e' l'approssimazione meno peggiore. Di questo c'e' bisogno in Israele — e di questo dovrebbe farsi carico chiunque abbia a cuore la Palestina e Israele. Distribuire meriti e colpe, invece, serve davvero a poco. (continua…)

Ripensamento del mattino dopo. Rileggo, dopo aver postato un po' in fretta ieri notte, e mi accorgo di aver lasciato ambigue alcune questioni importanti. Me ne scuso e chiarisco.
1) Nessun giustificazionismo per la politica di questo governo e per coloro che lo sostengono. Sono posizioni che vanno avversate e combattute. Bisogna trovare pero' gli strumenti *efficaci* per cambiare le cose. E gli strumenti efficaci passano attraverso la capacita' di dare risposte migliori alle esigenze per le quali gli elettori israeliani si sono rivolti a Sharon.
2) La questione della rappresentativita' della politica trascende Israele. Il mio ragionamento non e' che dalla politica non possono venire risposte. Le risposte possono venire solo da li'. Ma se — ancora una volta — si vuole che siano almeno un po' efficaci, non possono prescindere dalle forze in campo.


domenica, 23 maggio 2004
Profumi
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:49 am

Una bancarella nelle vie della citta' vecchia di Nizza, ieri pomeriggio.

Per le cose serie, ripasso piu' tardi.


sabato, 15 maggio 2004
Stanca e i brevetti software
Nelle categorie: Free Knowledge, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite), Web — Scritto dal Ratto alle 11:03 pm

Con Stanca ho avuto in diverse occasioni motivi di contrasto — se non altro perche' sono un amministratore locale che si occupa di e.government e trovo che la sua impostazione sia troppo centralistica.
Questa volta pero' approvo con entusiasmo la sua presa di posizione contro la proposta di direttiva europea sui brevetti software.
Ieri — nel nostro piccolo — anche l'Unione delle Province d'Italia si era schierata contro la direttiva mandando un comunicato al Ministro. Forse il silenzio non e' cosi' massiccio come dice Beppe Caravita.

martedì, 11 maggio 2004
Sara
Nelle categorie: Quel che resta, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 1:04 am


Mia figlia oggi compie dieci anni. Stamani l'ho salutata troppo di corsa prima di prendere l'ennesimo treno di questo periodo: quindi le faccio di nuovo gli auguri da qui.


lunedì, 10 maggio 2004
L'Iraq visto dalla Palestina e da Israele
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:45 pm

I numeri 15-17 di Bitterlemons International e l'ultimo di Bitterlemons parlano di Iraq — ovviamente nella prospettiva, ben diversa dalla nostra, che se ne puo' avere dalla realta' israelo-palestinese. Merita la lettura, come al solito.


lunedì, 10 maggio 2004
Punizioni esemplari?
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:00 pm

Berlusconi insiste a dire che le torture in Iraq sono state "inflitte da alcuni soldati americani ad alcuni prigionieri iracheni": poche mele marce, insomma, in un contesto immacolato (peccato che i rapporti della Croce Rossa e di Amnesty rendano sempre piu' difficile sostenere questa acrobatica bugia). Nei loro confronti invoca punizioni esemplari. Lasciatemi essere pignolo: una punizione esemplare e' tale perche' non colpisce tutti i responsabili, ma solo alcuni, per fare da monito agli altri, rimasti impuniti. E per meglio fare da esempio, dev'essere pubblica e tale da suscitare terrore negli scampati e dissuaderli per il futuro. Per capirci: un po' come i nazisti alle Fosse Ardeatine.
Che facciamo, prendiamo Lynndie England e la chiudiamo ad Abu Ghraib in compagnia dei suoi ex-detenuti? Cosi' Rumsfeld si spaventa e fa il bravo bambino le prossime volte?
Intendiamoci: credo anche io che ci debbano essere indagini impietose a tutti i livelli e processi severi contro i torturatori. Ma anche loro hanno diritto a un giusto processo, alla garanzia di una difesa vera e — se dimostrati colpevoli — ad una condanna equa e secondo giustizia. Non una punizione esemplare.
Ma queste sottigliezze non sfiorano nemmeno l'alta fronte del nostro Presidente del Consiglio, garantista soltanto quando si tratta di se' e di Previti.


lunedì, 10 maggio 2004
Dopo Abu Ghraib
Nelle categorie: Li' (e pure qui) c'e' la guerra, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:32 pm

Non ho scritto nulla finora sulla vicenda delle torture ai prigionieri iracheni — perche' allo stesso tempo sono convinto che non ci sia da essere sorpresi e che non si possano trovare parole abbastanza dure per condannare quanto e' accaduto.
Col passare dei giorni pero' e' sempre piu' chiaro che la colpa non e' (solo) del sadismo di pochi soldati isolati — ma dell'apparato di occupazione nel suo complesso. C'erano ordini precisi, c'erano per lo meno coperture e complicita' nei gradi piu' alti della gerarchia militare e nel livello politico. La tortura dei prigionieri si e' rivelata parte integrante e funzionale della gestione dell'occupazione occidentale in Iraq.
E allora — due o tre considerazioni *politiche*:
1. In qualunque paese civile e decente il responsabile politico di questa infamia si dimette o viene cacciato dal governo. Se questo non avviene vuol dire non solo che l'Amministrazione nel suo complesso si assume la responsabilita' di cio' che e' accaduto, ma che ne rivendica implicitamente la paternita' (e la continuita') politica.
2. E' oggi chiaro in maniera agghiacciante il senso del rifiuto degli Stati Uniti di sottoporre i propri militari al giudizio del Tribunale Penale Internazionale. Ed e' ancora piu' chiaro che questa vicenda dev'essere riaperta dalla comunita' internazionale, e dall'Europa in primo luogo.
3. Una vicenda come questa demolisce in un sol colpo l'ultima possibile giustificazione della guerra americana contro l'Iraq: l'esportazione della liberta' e della democrazia. Chi tortura i prigionieri non e' in grado di esportare niente altro che orrore e violenza.
4. Quando Berlusconi sostiene che "il senso della nostra missione non cambia" dopo la scoperta degli orrori di Abu Ghraib o mente o sta dicendo che il senso della nostra missione metteva in conto fin dall'inizio di poter essere complici dei torturatori. Nell'uno e nell'altro caso si tratta di una posizione tanto ignobile quanto insostenibile.
5. Alla luce di tutto questo, restare in Iraq senza un cambiamento radicale della missione e del contesto in cui si svolge e' impensabile. Solo con un radicale ridimensionamento della presenza angloamericana e con il passaggio *reale*, non di facciata, del controllo politico e militare all'ONU si possono creare le condizioni minime per tentare di essere utili alla pacificazione e alla ricostruzione del paese. Altrimenti la sola decisione decente ormai e' il ritiro del contingente italiano, perche' restare sarebbe complicita' con un'avventura disonorevole e indegna della civilta' che abbiamo la pretesa di rappresentare. Dopo Abu Ghraib il tempo stringe: il cambiamento o il ritiro debbono essere questione di giorni, piu' che di settimane.
P. S. dell'11 maggio. Sono contento che Rutelli la pensi (una volta tanto) come me.

lunedì, 10 maggio 2004
Evacuare Sharon
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 2:30 pm

Lo propone Akiva Eldar in questo bellissimo articolo su Haaretz, che fa il punto sul fallimento del piano di evacuazione da Gaza e sul perche' non e' il caso di disperarsene troppo — e su quali sono le sole ipotesi *realistiche* per arrivare alla pace.


domenica, 9 maggio 2004
Papa' e mamme attenti
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:58 pm

Trovo sul weblog di Beppe Caravita un volantino *bellissimo* per spiegare a chi non e' familiare con la rete che cosa succede con il Decreto Urbani.


sabato, 8 maggio 2004
Uno storico che rivede il suo revisionismo
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 10:59 pm

Benny Morris, uno dei principali storici "revisionisti" israeliani, ha dichiarato a Repubblica in un'intervista del 6 maggio (online solo nella versione a pagamento):

Mi considero sempre un uomo di sinistra, nel senso che sono per la soluzione "due stati per due popoli". Considero valide le proposte di Clinton e Barak a Camp Davis, quelle che Arafat ha rifiutato. Ma ora sono convinto che i palestinesi non aderiscano a questa soluzione, che vogliano tutta la Palestina, come fecero nel '37 di fronte alle proposte di partizione della commissione Peel, a quelle del'47 delle Nazioni Unite. Il rifiuto e' lo stesso con cui Arafat ha rigettato la pace di Barak, lanciando una guerra che non e' di liberazione territoriale, ma contro l'esistenza stessa dello Stato ebraico.
[Il muro] fu concepito dalla sinistra per fermare i terroristi suicidi, e dove e' stato costruito ha funzionato. Ma certo hanno ragione a dire che "politicamente" stabilisce una frontiera: d'altra parte Israele e' stata costretta a farlo dalle bombe che esplodevano ogni giorno. E giusto sia stato fatto. (…) I palestinesi devono dare la colpa solo a se stessi se e' stato costruito. E' un'intera societa' che manda centinaia di persone ad ucciderci.

Dichiarazioni come queste danno da pensare: se anche chi ha indagato prima e piu' degli altri sulle responsabilita' israeliane verso il popolo palestinese oggi e' ridotto sostanzialmente a dire "non c'e' un interlocutore, i palestinesi sono la causa dei loro mali e non vogliono altro che la distruzione di Israele" — allora vuol dire che la societa' israeliana — anche nelle sue parti migliori — e' arrivata al coma. Ha rinunciato ad esplorare qualunque ipotesi costruttiva, e' rassegnata alla continuazione indefinita della guerra e giustifica la propria posizione con l'alibi della mancanza di volonta' di pace nell'altro.
Intendiamoci: Morris ha ragione quando sostiene che la leadership palestinese, rifiutando gli accordi di Taba e scatenando la campagna di attentati contro il processo di pace, ha sostanzialmente rifiutato il miglior compromesso realizzabile e ha dimostrato di non avere veramente a cuore la pace. Cosi' come ha ragione a dire che il muro, riducendo il numero di attentati al di qua del confine, ha una funzione positiva per la sicurezza di Israele. Ma e' altrettanto vero — e Morris preferisce non dirlo — che l'attuale leadership israeliana ha lavorato per tutto tranne che per la pace, continuando ad espandere gli insediamenti in Cisgiordania, eliminando l'Autonomia Palestinese, rendendo di giorno in giorno piu' offensiva ed oppressiva l'occupazione, trasformando il muro da barriera difensiva lungo la Linea Verde in strumento di occupazione del territorio e di demolizione del tessuto sociale, economico e perfino geografico palestinese. Non dire questo significa aver chiuso gli occhi di fronte alla realta' — essersi abituati all'idea della guerra e dell'occupazione permanente.
E' grave — ma lo e' ancora di piu' perche' questo atteggiamento e' quello della gran parte della societa' israeliana. Non si puo' costruire nessuna pace da questo presupposto; ma al tempo stesso non si puo' costruire nessuna pace se non partendo da qui, se non partendo dalla percezione della realta' (per quanto distorta) che gli israeliani mediamente hanno. Come dice Amos Oz, nel libro che ho citato nel post precedente, e' necessario che le parti riacquistino la capacita' di immedesimarsi nel punto di vista dell'altro.

giovedì, 6 maggio 2004
E tu sceglierai la vita

Sono un gran fautore del compromesso. So che questa parola gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici d'Europa, in particolare tra i giovani. Il compromesso e' considerato come una mancanza di integrita', di dirittura morale, di coerenza, di onesta'. Il compromesso puzza, e' disonesto.

Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo, la parola compromesso e' sinonimo di vita. E dove c'e' vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non e' integrita' e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso e' fanatismo, morte. Sono sposato con la stessa donna da quarantadue anni: rivendico un briciolo di competenza, in fatto di compromessi. Permettetemi allora di aggiungere che quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l'altra guancia a un avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l'altro, piu' o meno a meta' strada. Comunque non esistono compromessi felici: un compromesso felice e' una contraddizione. Un ossimoro.

Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli, Milano 2004.
Oggi ho comprato e mi sono divorato in mezz'ora questo splendido libriccino. Quel che dice su Israele, sulla pace in Palestina — ma anche sulla letteratura e su tutto il resto — mi ha folgorato — e' tutto quel che penso — e che non saprei mai dire altrettanto bene.
Quanto all'elogio del compromesso — in tutta la sua amarezza — ne farei la regola e il motto della mia esistenza.

giovedì, 6 maggio 2004
Per favore, un po' di serieta'
Nelle categorie: Quel che resta, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 12:24 am

Lia di Haramlik e' vittima di una vicenda grottesca, che rivela gli abissi di stupidita' e di maleducazione a cui si puo' arrivare nel nostro mondo dei blog. Con due aggravanti:
1) che Lia ha ogni ragione possibile e immaginabile;
2) che l'argomento (le torture inflitte agli Iracheni dai soldati occupanti) e' terribilmente serio e quindi richiederebbe un po' di serieta' e di decenza.
Con Lia abbiamo litigato — e di brutto — qualche mese fa via blog (di persona non ci siamo mai conosciuti). Questo non mi impedisce di stimarla e di leggerla — e di essere completamente solidale in questa occasione.


mercoledì, 5 maggio 2004
Domani sono qui
Nelle categorie: Free Knowledge, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:11 pm

Non criminalizziamo gli utenti

Giovedì 6 Maggio, alle ore 11.30 presso la Sala Gialla del Senato a Palazzo Madama, si terrà una conferenza stampa relativa al decreto-legge Urbani: "Un Tavolo per risolvere i problemi, senza criminalizzare gli utenti". All'incontro, che sarà moderato da Beppe Caravita (Il Sole 24 Ore), sono stati invitati: l'onorevole Gabriella Carlucci (FI e relatrice del decreto), Paolo Nuti (AIIP), Simona Lavagnini (Business Software Alliance), Stefano Maffulli (FSF Europe), Marco Ciurcina (Creative Commons), Sergio Scalpelli (Fastweb), Stefano Quintarelli (I.Net), Enzo Mazza (FIMI), Aurelio De Laurentis (FIAPF), Angelo Buongiovanni (Il Secolo della Rete), Carlo Formenti (Quinto Stato).


mercoledì, 5 maggio 2004
Le follie dell'occupazione
Nelle categorie: Quel che resta — Scritto dal Ratto alle 9:44 am

Amira Hass racconta una vicenda surreale sull'occupazione e sul trattamento che Israele sta riservando non solo ai Palestinesi dei Territori, ma anche ai suoi cittadini arabi. L'occupazione — e' perfino noioso ripeterlo, ma se ne vedono conferme ad ogni passo — e' un cancro che devasta prima di tutto il paese occupante (e noi occidentali pensiamo allegramente di proseguire l'occupazione dell'Iraq "until the job is finished"? possibile che non si impari nulla dagli esempi che abbiamo sotto gli occhi?).


martedì, 4 maggio 2004
Sharon, il referendum e il ritiro da Gaza
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:37 pm

Il referendum voluto da Sharon dentro il suo partito sul ritiro da Gaza ha dato un risultato clamoroso nelle percentuali: il 60% dei votanti ha detto no al piano del primo ministro. Credo che valga la pena di ragionare un po' su questo dato — e sul contesto: al solito, quel che ne verra' fuori non sara' lineare — ma e' la realta' a non essere lineare. Metto in fila un po' di osservazioni:
1. I numeri di questo referendum sono assai poco significativi. Ha votato il 40% degli iscritti al Likud (meno di 100.000 persone); il risultato si fonda percio' sulla volonta' di circa 60.000 elettori, meno del 2% del corpo elettorale israeliano. Per di piu' si tratta di un campione assolutamente non rappresentativo della popolazione del paese: hanno votato solo le parti piu' ideologizzate della base di un partito di destra che ha raccolto, ricordiamolo, meno del 30% dei consensi alle ultime elezioni politiche. Un governo deciso a perseguire la linea del disimpegno da Gaza potrebbe farlo legittimamente anche dopo questo voto. Naturalmente pagando dei prezzi politici elevati, ma questo e' un altro discorso: l'annuncio di un piano di ritiro “ridotto” da parte di Sharon sembra dimostrare che non c'è la volontà di pagare tali prezzi. [...]

2. In ogni caso non spettava a questo corpo elettorale pronunciarsi su un argomento come la restituzione ai Palestinesi di una piccola parte del loro territorio. Quel territorio non e' Israele, nemmeno secondo lo stato di Israele. Non spetta ad Israele stabilirne unilateralmente il destino. Male ha fatto Sharon a volere il referendum, peggio hanno fatto gli sponsor europei ed americani di Sharon ad appoggiarlo implicitamente o esplicitamente. La notizia peggiore forse e' per Bush, che in campagna elettorale aveva un gran bisogno di dimostrare che la sua politica mediorientale porta da qualche parte.
3. Ancora una volta i migliori alleati dell'estremismo coloniale della destra israeliana sono stati i terroristi palestinesi: l'assalto di Gush Katif, con l'uccisione di una donna ebrea e delle sue quattro figlie e' stato il migliore argomento di propaganda che — nel giorno del voto — potesse essere offerto ai coloni che si oppongono allo sgombero. Non e' escluso che — su un bacino elettorale tanto ristretto — l'attentato abbia spostato una quantita' decisiva di voti.
4. Paradossalmente, l'attentato di Gush Katif dimostra che lo smantellamento degli insediamenti e' l'unica alternativa ragionevole alla prosecuzione della guerra all'infinito. Finche' ci saranno coloni a Gaza e in Cisgiordania, la loro sicurezza richiedera' una pesante occupazione militare, che non sara' comunque sufficiente ad evitare gli assalti e le vittime.
5. Nulla puo' giustificare l'assassinio di una donna e di quattro bambini. Tuttavia mi si permetta di tracciare una distinzione tanto impopolare e odiosa quanto necessaria: i coloni di Gaza e della Cisgiordania non sono civili inermi che non fanno del male a nessuno, come le vittime degli attentati in Israele. Sono li', spesso per una personale scelta politica, con l'intento di rendere impossibile la restituzione ai Palestinesi di quanto resta della loro terra; occupano aree e sfruttano acqua che non appartiengono a loro, protetti da un dispositivo militare che fa continuamente vittime di cui non si parla abbastanza. La semplice presenza dei coloni nei Territori e' un'arma offensiva contro i Palestinesi. Questo non giustifica certo il ricorso al terrorismo: ma e' giusto aver chiara la differenza tra Gush Katif e Tel Aviv.
6. Nel merito, non so quanto ci sia da piangere per l'affondamento del disimpegno unilaterale da Gaza. Il piano Sharon era troppo poco, troppo tardi. Ma soprattutto era stato collegato a una serie di condizioni tali da rendere impossibile il processo di pace successivo: la permanenza di Israele al di la' della Linea Verde, la cancellazione prima dell'accordo sull'assetto definitivo della Palestina del diritto al ritorno dei profughi(*). Aggiungo: il ritiro non negoziato e non gestito insieme all'Autorita' Nazionale Palestinese sarebbe stato un errore grave, perche' avrebbe ulteriormente delegittimato quello che – Israele lo voglia o no – e' il solo interlocutore possibile per un piano di pace e per arrivare alla fine dello spargimento di sangue.

7. Mi riesce difficile pensare che Sharon abbia perso questa battaglia per errore: e' un abile tattico, un uomo spregiudicato, dotato di un notevole istinto e di una grande capacita' di manovra. Possibile che si sia lasciato trascinare a una sconfitta bruciante, giocata per di piu' su pochi voti? Sharon aveva i mezzi per vincere, sia attraverso i meccanismi del potere di partito, sia attraverso la pressione che poteva esercitare come capo del governo, sia grazie ai mezzi di informazione che – per quanto critici del suo operato – erano sostanzialmente schierati a favore del piano di ritiro da Gaza. Si ha l'impressione che il generale Arik abbia quasi giocato per perdere. Perche' diavolo lo abbia fatto non lo so: ma non sarei sorpreso se avesse ancora tutte le sue carte da giocare – e magari pure una o due in piu' proprio grazie a questo risultato.

(*) Sono convinto che Israele non possa accettare in nessun modo un diritto incondizionato al ritorno dei profughi sul proprio territorio: la popolazione ebraica finirebbe per diventare minoranza nel suo paese e l'esistenza stessa dello stato ne verrebbe messa in questione. Il piano di pace di Ginevra riconosce realisticamente questo dato di fatto, prevedendo il rientro di una limitata aliquota di esuli e disponendo la ricollocazione degli altri nello stato palestinese. Ma questa soluzione non puo' che scaturire da una trattativa sull'assetto definitivo delle relazioni tra Israele e Palestina – e deve prevedere delle precise compensazioni. La pace passa necessariamente attraverso la dolorosa ricollocazione di quantita' rilevanti di popolazione: Palestinesi che dovranno rinunciare a rientrare nelle loro terre di origine e trovare spazio nel nuovo stato arabo; Israeliani che dovranno lasciare gli insediamenti dei Territori (magari proprio ai profughi) e reinsediarsi al di qua della Linea Verde. Qualunque altra ipotesi e' destinata a naufragare in partenza.

martedì, 4 maggio 2004
Alla Camera sono tutti maschi (o quasi)
Nelle categorie: Ma vaffanculo!, Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 6:45 pm

La Camera ha soppresso dalla proposta di legge che vieta la pratica dell'infibulazione, l'articolo che prevede il riconoscimento dello status di rifugiate alle donne che intendono sottrarre se stesse o le figlie minori, al rischio di mutilazioni genitali nei Paesi di origine dove queste non vengono vietate.

Da Repubblica (punteggiatura compresa).

Temo che la notizia meriti ben di peggio che un vaffanculo, ma intanto questo non glielo leva nessuno, a titolo d'acconto.

martedì, 4 maggio 2004
Finalmente…
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Nel paese dei Bogia-Nen, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 4:11 pm

… anche le vigne si sono svegliate:

Queste sono vicino a Perletto, in Alta Langa (il sito web del Comune e' commovente). Clic sull'immagine per ingrandire (390 Kb).

lunedì, 3 maggio 2004
Gozzaniano, con finale micragnoso
Nelle categorie: Nel paese dei Bogia-Nen, Vecchi post (Excite), Web — Scritto dal Ratto alle 11:52 pm

Il fumettaro piu' trendy della blogosfera ha scoperto il "café d'la menopausa" a Torino — e lo ha immortalato alla perfezione:

Per torinesi nostalgici.

lunedì, 3 maggio 2004
Magari fosse cosi' facile
Nelle categorie: Ebraismo, Israele e dintorni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 8:38 pm


Efficace pubblicita' per la raccolta di fondi di Peace Now. Peccato che il Medio Oriente sia terribilmente piu' complicato del Monopoli.


lunedì, 3 maggio 2004
Paulo maiora canamus
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Quel che resta, Vecchi post (Excite), Venticinque parole — Scritto dal Ratto alle 1:54 pm


domenica, 2 maggio 2004
Sunrise in Borgoratto
Nelle categorie: Curiosando e andando in giro, Nel paese dei Bogia-Nen, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:16 pm

Alzarsi all'alba per prendere un treno e' una delle cose che odio di piu' al mondo. Ma ogni tanto ci si puo' perfino trovare qualcosa di bello:

La foto e' fatta attraverso il vetro (assai sudicio) del vagone.

sabato, 1 maggio 2004
Once you've opened a can of worms…
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:14 am

L'ho detto un bel po' di tempo fa e continuo a pensarlo, nonostante tutto: posto che in Iraq non ci si doveva andare — e men che meno con il servilismo e la totale assenza di obiettivi chiari con cui ci si e' andati — non e' che possiamo venircene via come se niente fosse. Sciaguratamente la storia e la politica sono un po' come la termodinamica: i processi sono irreversibili — e non basta disfare quel che si e' fatto per tornare alle condizioni di partenza. L'intervento occidentale ha distrutto ogni struttura statale, economica e di organizzazione della convivenza in Iraq (non che quelle che c'erano prima fossero da apprezzare — ma c'erano — e senza un minimo di strutture un paese non vive) — e prima di andar via bisogna ricostituire delle condizioni minime di autosufficienza. Il vero punto della questione e' che sulla strada che si e' imboccata non si va verso la ricostruzione dell'Iraq, ma soltanto verso una guerra infinita, destinata a logorare tutte le parti in campo, a diminuire la sicurezza e la stabilita' nel mondo, a violare i diritti degli iracheni, a minare alla base i valori della democrazia occidentale. Occupare un paese straniero e imporgli manu militari un dominio a cui e' ostile e' un lavoro sporco, sanguinoso, costoso e inutile — e finisce per devastare gli occupati e rendere disumani e tirannici gli occupanti. L'esempio tragico della deriva di Israele dovrebbe essere di monito a tutti.

La situazione irachena e' ormai sfugita di mano all'occupante americano: lo dimostra la vitalita' dell'insurrezione, che soltanto una stampa servile puo' cercare di descrivere come priva di sostegno nella popolazione. Le forze di occupazione non controllano piu' il territorio (a Najaf sono fuori dalla citta', a Kut ne sono state cacciate, a Falluja dopo un mese di combattimenti hanno ceduto "spontaneamente" il controllo a un generale baathista sunnita, cioe' a un rappresentante del vecchio regime, ecc.) — e reagiscono alla disperata — alzando il livello dello scontro (i bombardamenti di questi giorni sono stati — a quanto pare — tutt'altro che "chirurgici") e ricorrendo alla piu' antica e sperimentata tecnica di intimidazione del nemico: la tortura. Se sono ridotti a questi sistemi, vuol dire che i vertici politico-militari americani in Iraq sono alla frutta (o, per dirla in maniera elegante, hanno esaurito le opzioni disponibili).
In queste condizioni tuttavia, la scelta da fare non e' — se possibile — tornarcene a casa. Sarebbe catastrofico per l'Iraq e non solo per l'Iraq. E' necessario che l'occupazione militare si trasformi in qualcos'altro, in un mandato internazionale per la ricostruzione del paese sotto la guida dell'ONU e di un governo iracheno rappresentativo. Cio' implica che gli Stati Uniti riconoscano il fallimento della loro strategia, cedano realmente il comando delle operazioni e diminuiscano la loro visibilita' e invadenza nel paese. Se l'Italia (insieme al resto d'Europa) fosse un alleato fedele e riconoscente degli Stati Uniti — e non un servo –, dovrebbe chiedere questo — e con grande fermezza. Perche' e' la sola cosa che ci possa portar fuori dal pantano, se non e' comunque troppo tardi. Male fanno percio' quei politici (anche del Triciclo) che accarezzano sempre piu' apertamente l'idea, elettoralmente fruttuosa, del "tutti a casa" senza nemmeno aspettare la nuova risoluzione ONU: guardare dall'altra parte e dire "io non c'entro" non migliorera' in nulla la situazione irachena, ne' quella internazionale. Le mani nella merda le abbiamo messe — continueranno a puzzare anche se le togliamo — e forse sarebbe meglio a questo punto dare una mano a togliere la merda, anziche' le mani.
Soltanto se la strada di una piena responsabilizzazione dell'ONU dovesse rivelarsi impraticabile — e soltanto dopo averla perseguita con la piu' grande tenacia e inflessibilita' — andar via dall'Iraq sara' inevitabile, lasciando gli occupanti americani (e con loro gli Iracheni) al loro destino. Ma non ci sarebbe di che rallegrarsi e cantar vittoria.

Mi si permetta una polemica di… bassa Lega: ma se dovessimo applicare la norma leghista sulla tortura ai soldati americani, secondo voi sarebbero colpevoli? magari hanno denudato, maltrattato, picchiato, incappucciato, umiliato, minacciato, terrorizzato i loro prigionieri una volta sola…

sabato, 1 maggio 2004
Partiti stronzi del centrosinistra
Nelle categorie: Politica e altre indignazioni, Vecchi post (Excite) — Scritto dal Ratto alle 11:03 am

No, non mi presto al facile gioco di dire che tanto sono stronzi tutti i partiti del centrosinistra (anche se e' innegabile che lo siano spesso e volentieri — a partire dal mio). Mi riferisco invece a questo giochino divertente che ho trovato per caso. Due osservazioni:
1. la cosa tragica e' che molti dei "partiti stronzi" generati a macchina suonano perfino verosimili alle orecchie di chi fa politica.
2. non c'era mica bisogno di aiutarlo, il nostro ceto politico, regalandogli il generatore automatico di partiti stronzi: siamo bravissimi gia' di nostro, senza ricorrere alle tecnologie (esempio: a Pisa, per le provinciali, ci saranno TRE — dico TRE — candidati a sinistra, l'un contro l'altro armati. Si vince lo stesso, ma il secondo turno questa volta e' quasi assicurato).

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