martedì, 27 aprile 2004
Ho sempre pensato che i terroristi — di tutti i tipi, di tutti i colori, di tutte le nazionalita' — siano i migliori amici di coloro che dicono di combattere. Cosi' i terroristi palestinesi hanno favorito e probabilmente determinato la vittoria della destra in Israele e forniscono da anni i migliori argomenti al macellaio Sharon. E viceversa la repressione israeliana crea l'humus in cui i terroristi proliferano, in una spirale in cui essere semplicemente ragionevoli diventa sempre piu' difficile.
Oggi lo stesso gioco si ripropone in Italia, dopo il ricatto dei rapitori iracheni ("manifestate o uccidiamo gli ostaggi"). Gli Italiani sono contro la guerra. Hanno gia' manifestato la loro contrarieta' con proteste di massa, con un movimento che dura e resiste da un anno e mezzo almeno, senza flessioni e senza tentennamenti. Hanno probabilmente tenuto a freno le pulsioni servili di un governo che altrimenti avrebbe spinto il coinvolgimento militare del paese a ben altri livelli. Si preparano a fare della pace e della guerra uno dei temi essenziali delle prossime elezioni.
Ma ora il messaggio dei terroristi improvvisamente mette il movimento per la pace in una impasse intollerabile: continuare a rivendicare la propria linea, perche' e' quella giusta, andare in piazza contro la guerra — e cedere implicitamente al ricatto? oppure rifiutare ogni contiguita', anche accidentale, con i sequestratori — e rinunciare a tenere una posizione politica? Geniale. Berlusconi non avrebbe potuto desiderare un migliore supporto alla sua politica — e alla criminalizzazione del movimento per la pace.
Non arrivo a dire che siano tutti d'accordo. Ma e' significativo e sinistro notare la convergenza di interessi.
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