07.11.06

Lepidotteri

Fortune presents gifts not according to the book

San Salvatore Monferrato.jpg Sabato, poco prima della pennichella pomeridiana, abbiamo notato uno splendido esemplare di vanessa atalanta; s’era tranquillamente posato sul tappeto lasciato a prender aria sul davanzale della finestra della camera da letto e, agitando vivacemente le sue antenne clavate, gettava qui e là la lunga spiritromba cercando di suggere qualche delizioso succo d’acaro, qualche prelibatezza di polvere liquefatta in rugiada. Di tanto in tanto, ad un alito di brezza, per mantenersi in equilibrio sbatteva le ali, permettendoci di ammirare le splendide decorazioni a macchie bianche e rosse delle sue ali squamose. E’ rimasta lì per un paio d’ore prima di spiccare il volo, quando Nadia ha cercato di fotografarla con la fotocamera digitale. Ma era ormai tardi, l’aria s’era fatta più umida, i raggi del sole più inclinati e deboli.
Subito, mi è tornato in mente un episodio d’una decina di giorni prima, quando sul marciapiede che collega la farmacia dove lavoro e la piazzetta dove sono solito lasciare l’automobile, ho scorto un altro esemplare della stessa famiglia (Nymphalidae); con le ali completamente nere chiuse sopra al dorso stava pericolosamente passeggiando in mezzo all’acciottolato, probabilmente cercando un luogo dove ibernare. Istintivamente, preoccupato che qualcuno potesse calpestarla, l’ho fatta salire sul dito e l’ho depositata su un muretto lì vicino; come per ringraziamento la farfalla ha aperto le ali mostrandomi in uno sfavillio di colori le caratteristiche decorazioni a forma di occhio di pavone; si trattava infatti di una vanessa io (Inachis io) che a differenza della “cugina” atalanta è in grado, mimetizzandosi negli angoli più oscuri, di sopravvivere ai rigori dell’inverno senza bisogno di migrare.
Domenica poi, mentre io e Nadia camminavamo nei pressi della Torre di San Salvatore, abbiamo scorto un’altra vanessa atalanta che, appoggiata su una delle pareti assolate della torretta, come se fosse stata lì apposta per salutarci, ritmicamente apriva e chiudeva le ali. Anche in questa spiccavano su un sfondo nero luccicante le macchie color bianco sui lati delle ali anteriori e quelle d’un rosso acceso al centro e sui margini delle ali posteriori.
Era forse lì per avvertirmi, per accompagnarmi in quel momento per me importante della vita? Dio solo sa quanti ricordi, quanti sogni di ragazzino, quanti affetti ho lasciato su quella collina, quanto quel monumento offeso dal tempo e dalle cannonate napoleoniche sia a me caro (più dell’ermo colle leopardiano?).
Io con le farfalle ho sempre avuto un rapporto speciale; sia da bambino quando studiavamo scienze e nei pomeriggi andavamo in giro per i prati in cerca di ogni genere di reperti naturali, sia quando da adolescente ho aiutato mio cugino Domenico studente di agraria e per un intera estate vagammo a caccia di insetti col retino per il suo insettario; inoltre quando, più cresciuto, all’università ho studiato in tossicologia e fisiologia molecole come i feromoni e le strabilianti capacità di certe farfalle notturne di percepire grazie a questi le femmine a chilometri di distanza. Sia quando innamoratomi della letteratura mi sono tuffato nei versi delle celebri epistole entomologiche di Guido Gozzano, e ancora nei miei tentativi poetici (vedi nella “Giostra di Venere” liriche come Amata phegea, Noctua pronuba, Pavonia, Hesperidae, Chrysallis, ecc. che parlano tutte del mondo delle farfalle). Quest’estate in Portogallo, sulla rocca medievale di Castelo de Vide, uno splendido macaone dopo averci danzato attorno più volte si è fatto fotografare posandosi direttamente sul berretto nero che avevo in testa.
Questi fragili e meravigliosi insetti simbolo di cambiamento (le metamorfosi e le varie mute da larva a pupa a forma adulta o imago), di bellezza e di aspirazione alla maturità, alla crescita (fisica, psicologica e spirituale), sono da sempre monito che la vita è breve e che bisogna cercare di viverla intensamente (e si torna all’oraziano carpe diem).
Ma in tutti questi casi che ho citato sorge spontanea una domanda: sono questi incontri frutto della Casualità o sono angeli mandati dal cielo? Erano lì per ringraziarmi di aver salvato una di loro, perché mi sentono come uno di loro (magari in una precedente reincarnazione…) o per qualche oscura missione del destino?
Il destino (quello che con volontà e determinazione e anche un po’ di fortuna si cerca, non quello che fatalmente e passivamente molte volte si subisce) domenica mi ha riportato a San Salvatore.
Cari amici alessandrini (compagni di scuola delle elementari e delle medie) quante volte in questi anni (ventiquattro!) ho desiderato, immaginato, sognato di rivedervi? Solo ora che quando chiudo gli occhi vi rivedo tutti posso dire di essermi riconciliato con quella parte di me che avevo perso e di essere in qualche modo anch’io una forma adulta migliore.
Non lasciamo che la crisalide dell’oblio ancora una volta si richiuda!


P.S. Tornando a casa, domenica uno splendido tramonto dall’aranciato al rosso porpora ci salutava.
Ancora oggi, mia madre dice che i tramonti più suggestivi della sua vita sono quelli che vedeva da San Salvatore Monf. Un altro giorno che nel mio cuore non passerà mai.
San Salvatore Monferrato1.jpg

Posted by SergioG at 16:18

14.07.05

UNA STORIA SEMPLICE N.2

Sono passati venticinque anni, da quell'estate del 1980. Avevo dodici anni. Giocavo sulla collina di S. Salvatore Monf. (AL) insieme ai miei amici di allora: Andrea, Anna, e mia cuginetta Elena, ma la memoria potrebbe ingannarmi.
Non so più che cosa è realmente successo e che cosa è frutto di una rielaborazione della mia memoria o di un mio sogno (da allora ripetuto più e più volte).
A un certo punto mentre giocavamo nei pressi della torretta, abbiamo notato un vecchio (per noi allora ogni adulto sopra i quaranta era vecchio) che si aggirava solitario sulla collina. Era una persona mai vista prima e noi in quel posto ci andavamo quasi tutti i giorni. A un certo punto si è avvicinato e - non so dire con esattezza a chi di noi abbia per primo rivolto parola - s'è messo a raccontare una storia - per noi -incredibile. Diceva che ai tempi della guerra lui aveva combattuto contro i tedeschi proprio lì, a San Salvatore, e che su quella collina insieme ad altri compagni aveva trovato rifugio dalle rappresaglie nazi-fasciste. Infatti, secondo quanto da quest'uomo dall'accento ligure asserito, esisteva un passaggio segreto che collegava la Torre con il Campanone esattamente dall'altra parte del paese. Un tunnel sotterraneo conosciuto e usato già più volte nel passato, ben prima dell'utilizzo da parte dei partigiani. E a prova di ciò l'uomo ci convinse di aiutarlo a cercare la botola, lì nelle vicinanze della Torre, sul versante che dava verso Valenza. Fu una ricerca difficile in mezzo a rovi e a cespugli spontanei e ostili, ma noi l'affrontammo pieni di entusiasmo e di sogni. E alla fine fummo premiati, perché trovammo un' apertura sigillata con lucchetti e grosse catene (che fosse magari il tombino delle acque comunali o quello dell'Enel, non aveva nessuna importanza). Se avessimo potuto, opportunamente attrezzati di funi e di pile elettriche, ci saremmo avventurati (era naturalmente nostro grandissimo desiderio) nell'esplorazione dello storico passaggio (sfidando qualsiasi pericolo: paure, buio, acque marce, sanguisughe, ratti, scheletri, scalini o passaggi crollati, trappole mortali ancora funzionanti. In quel momento ci sentivamo dei piccoli invincibili Indiana Jones). Un paio di giorni più tardi ricordo nitidamente che trovammo anche la seconda apertura, in un campo coltivato a metà strada tra la chiesa di San Martino e il convento delle suore. Fu per noi l'ulteriore conferma che quell'uomo non ci aveva mentito.
Tutto qui, naturalmente grande è la tentazione di andare alla biblioteca di San Salvatore e scoprirne di più su quanto è successo sulla collina e attorno a quella famosa Torre e al suo passaggio sotterraneo. E chissà magari farne una storia vera. Per il momento ho scritto una specie di filastrocca riguardo a tutto ciò e la propongo così come mi è venuta, ben consapevole del suo limitato valore letterario, ma per me dall'elevatissimo significato emotivo:

"C’è un VECCHIO sulla collina con la barba bianca e folte sopracciglia. Fa anelli di fumo con la pipa. Si guarda intorno un po’ smarrito, quel VECCHIO assorto sulla collina. Dice il VECCHIO a noi bambini: «Era il febbraio del ‘44, pativamo il freddo e la fame. Pochi e male equipaggiati combattevamo per la Libertà. Di giorno col fiato corto per il continuo marciare; la notte solo un velo di sonno al calore putrido delle stalle. Nervi tesi, urla soffocate, agli echi delle raffiche, al tintinnio dei bossoli, al rombo delle granate! Una nebbia spessa un dito non ci avrebbe garantito di scampare alla rappresaglia, ma il tunnel sotto il paese in quei giorni di battaglia fu un buon nascondiglio». Ascoltiamo in visibilio quell’uomo che narra: «Collega Torre e Campanone, proprio sotto i vostri piedi. Cercate sul lato est della collina, lungo la scarpata, oltre gli abeti». Per ore ed ore cerchiamo ebbri, finché dietro rovo e saggina non appaiono i sigilli della botola. C’è un VECCHIO sulla collina, negli occhi cela l’azzurro del mare. Ha mani grosse, la voce gentile. Calza un paio di buffe scarpe, quel VECCHIO venuto sulla collina".

P.S. Saluto tutti quelli di San Salvatore che leggeranno questa storia. Se c'è qualcuno che può aggiungere notizie più precise, lo prego di contattarmi via e-mail. Un saluto a tutti i miei ex compagni di gioco e di scuola e in particolare alla maestra delle elementari Ada F. (che so per certo essere ancora viva). Sono stati solo sei anni, ma i più belli della mia vita. Ancora oggi sogno di quei luoghi (ci ritorno di nascosto, quando posso ogni tre-quattro anni) e di quelle persone, che ormai hanno un volto (rimasto giovane) dai contorni svaniti e hanno perso per me il corrispondente nome.

Posted by SergioG at 12:22

07.03.05

L'addio a Mario Luzi e Beppe Manfredi

Il cordoglio dentro di me per la morte, quasi in contemporanea all'inizio della settimana scorsa di Mario Luzi e di Beppe Manfredi è ancora vivo. Pesante l'eredità che ci lasciano questi due maestri, questi due grandi uomini. Col loro esempio hanno tracciato una via, che noi mediocri, ignoranti e stolti, coi nostri paraocchi e le nostre piccole menti provinciali e grandi presunzioni, non possiamo neanche sognare di avvicinare…

Una vita di sacrificio al servizio degli altri, quella del Prof. Beppe Manfredi, per 24 anni sindaco di Fossano (la prima volta a 25 anni come sindaco più giovane d'Italia), innamorato dell'insegnamento, della poesia e della letteratura, innamorato della parola, che sapeva usare come fine e affabile dicitore, come critico letterario formidabile. Ex deputato innamorato della politica, di quella nobile, animata dai più sacri ideali, quella delle "nuove frontiere", innamorato della vita e della moglie Adele, che adorava. Un uomo che lottava per non soffocare tra le scartoffie della burocrazia, che sapeva rimboccarsi le maniche per occuparsi concretamente dei problemi degli altri, che sapeva coniugare cultura e azione come pochi. Che non si arrendeva di fronte alle difficoltà della malattia che lo rendeva ormai sempre più prossimo alla cecità; che poneva al di sopra di tutto il valore dell'amicizia e sapeva essere presente e disponibile per tutti e che per gentilezza d'animo e innata predisposizione, raramente sapeva dire di no.
Chi lo ha conosciuto sa che le mie parole non sono esagerate, ma la semplice descrizione di quello che Beppe era ed ha fatto per tutta la sua vita. Mi mancheranno il suo sorriso unico, le sue battute scherzose, il suo spirito arguto e vivace, il suo saper vedere "oltre", il suo saper parlare al cuore delle persone. La sua capacità di ascoltare a cuore aperto anche i mie fragili e ancora acerbi abbozzi di poesia. Mi mancheranno i suoi incoraggiamenti e la sua fede incrollabile.

Il poeta e senatore Mario Luzi, non lo conoscevo personalmente.
Lo si considerava giustamente il più grande poeta italiano vivente. I suoi dati biografici li potete leggere in qualsiasi antologia di poesia italiana del novecento. Le sue raccolte poetiche migliori appartengono a ben cinque decadi diverse (ma la sua prima raccolta La Barca è del 1935!): quelle a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, come Primizie del deserto (1952), Onore del vero (1957) e Nel Magma (1963); quelle degli anni settanta: Su fondamenti invisibili (1971) e Al fuoco della controversia (1978); quelle degli anni ottanta, come Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) e quelle degli anni novanta, ovvero Frasi e incisi di un canto salutare (1990) e Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994). Forse non alla stessa altezza, ma non per questo meno interessanti, le due ultime raccolte poetiche: Sotto specie umana (1999) e Dottrina dell'estremo principiante, uscita l'anno scorso per i tipi della Garzanti.
Difficile non fare i conti con i versi di questo uomo ossuto dal carattere mite e gentile, fiorentino amante della sua città, geniale assemblatore di parole (Verrà per davvero seppellito in Santa Croce, accanto a Michelangelo, Foscolo e Machiavelli?).

Li immagino entrambi in viaggio verso i Campi Elisi, a confabulare di letteratura, di massimi sistemi e di sentieri dell'anima - loro possono.
Quaggiù intanto, ora che non ci sono più, sembrano meno nitidi e più oscuri i segnali da captare, più astruse e misteriose a leggersi "le indecifrabili carte", più sfuggenti e insensate le amate parole, più pesanti e vuoti i silenzi.
Che possano vegliare su di noi con la loro saggezza, col loro animo semplice e indagatore, ma instancabile, e soprattutto con il loro esempio, un poco illuminarci.

E' difficile scegliere quattro o cinque componimenti tra i tanti straordinari lasciatici da Mario Luzi… Scelgo istintivamente tra i miei preferiti quelli che mi sembrano più adatti all'occasione…Vanno letti a voce alta e…a testa alta.

Aprile-amore

Il pensiero della morte m'accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l'erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos'è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l'esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m'aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fina e debole!

E' incredibile ch'io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un'età, la mia
che s'aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

L'amore aiuta a vivere, a durare,
l'amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s'annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest'attimo.
(Da Primizie del deserto)

Come tu vuoi

La tramontana screpola le argille,
stringe, assoda le terre di lavoro,
irrita l'acqua nelle conche; lascia
zappe confitte, aratri inerti
nel campo. Se qualcuno esce per legna,
o si sposta a fatica o si sofferma
rattrappito in cappucci e pellegrine,
serra i denti. Che regna nella stanza
è il silenzio del testimone muto
della neve, della pioggia, del fumo,
dell'immobilità del mutamento.

Son qui che metto pine
sul fuoco, porgo orecchio
al fremere dei vetri, non ho calma
né ansia. Tu che per lunga promessa
vieni ed occupi il posto
lasciato dalla sofferenza
non disperare o di me o di te,
fruga nelle adiacenze della casa,
cerca i battenti grigi della porta.
A poco a poco la misura è colma,
a poco a poco, a poco a poco, come
tu vuoi, la solitudine trabocca,
vieni ed entra, attingi a mani basse.

E' un giorno dell'inverno di quest'anno,
un giorno, un giorno della nostra vita.
(da Onore del vero)

[6]

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.

Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima - cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l'udienza è tolta.
(Da Al fuoco della controversia)

Ispezione celeste

E', l'essere. E'.
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
Come è
diviene.
Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
diviene
se stesso
altro da sé.
Come è
appare.
Niente
di ciò che è nascosto
lo nasconde.
Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
o altra guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
E' essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
E' forse il paradiso
questo? oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?
(Da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini)

-

Toccò a lei, ultima ventata,
sradicarmi da dov'ero
lì a dimora.
Il tempo successivo
arò il mio corpo dalla mia memoria,
ne spense ogni sentore,
sarchiò quel territorio
e fu materia
nella materia
il mio sfatto sudario,
si dissolse il grumo
casuale o necessario -
non so ancora -
che era stato
il mio nido,
il mio calvario,
se non che celeste e tenebroso
era nel suo deliquio
l'esistente provvisorio.
Oh vita, ascoltai quella loquela
provenire da te,
dal tuo profondo grembo.
(Da Dottrina dell'estremo principiante)

Posted by SergioG at 22:14

14.10.04

Libri & Musica

Artemista ha lanciato giorni fa MY BLOG READING#2? dedicato alla MUSICA. Si tratta di contribuire a creare una bibliografia di libri che hanno qualcosa in comune con la musica.
Ecco qualche veloce suggerimento:

Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi citava parecchia canzoni new wave anni ottanta, tra cui i Cure e un pezzo dei Diaframma.

Alta Fedeltà” di Nick Horby è un must (anche se un po’ maschilista) super chi è appassionato di musica, con le sue classifiche dei migliori dischi da portarsi sull’isola deserta, ecc. e con le sue citazioni di famose canzoni degli anni ‘70 e ‘80.

Non si muore tutte le mattine” di Vinicio Capossela è un buon modo per approfondire il mondo musicale e non di questo autore.

Lo straniero” di Albert Camus ha ispirato il primo singolo dei Cure, “Killing an arab".

Ne “L’ultimo Dio", Emidio Clementi dei Massimo Volume, ci dà qualche notizia biografica su quando suonava il basso nella suddetta formazione.

E l’asina vide l’angelo” è il primo e finora unico romanzo scritto da Nick Cave e pubblicato in Italia nel 1989 da Arcana editrice (ma ristampato di recente). Può servire per approfondire il mondo visionario, notturno e biblico di Cave.

RileggereIl partigiano Johnny” e soprattutto “I ventitrè giorni della città di alba” e “Un giorno di fuoco” per approfondire l’ascolto di “Linea Gotica” dei CSI.

Rileggere i più bei versi di Rimbaud (in francese s’intende) ascoltando la raccolta curata da Hector Zazou “Sahara blue” con Dead Can Dance, David Sylvian, John Cale, Cheb Kaleb, Ryuichi Sakamoto, ecc.

Ma in realtà, si potrebbe continuare all’infinito…

Posted by SergioG at 18:07

09.09.04

La magia della parola

"La presenza della televisione, con il suo linguaggio sempre uguale, costantemente "spiegato" dall'immagine che lo sostiene, ha tolto magia, inventiva, mistero alla parola. Ha tolto soprattutto quel senso di stupore e meraviglia che circondava un tempo l'esperienza linguistica. Nell'arco di qualche decennio, come ci racconta con nostalgica lievità il prof. Gian Luigi Beccaria nel suo saggio "I nomi del mondo" sono scomparse dalla nostra lingua centinaia di parole. Altre, ovviamente sono entrate a farne parte, ma quelle nuove hanno un rapporto meno stretto con la magia, con la sacralità o il mistero. Sono parole che non hanno storia, che non ci appartengono e non ci riguardano. Non compensano per la perdita di quelle di un tempo"
Rita Valentino Merletti da "Leggere ad alta voce".

Ecco per me scrivere significa prima di tutto recuperare le parole cariche di storia, di magia e di mistero, scartando quelle che invece provengono dai condizionamenti dei mass-media e che non hanno storia nè ci appartengono.
In secondo luogo scrivere è prendere queste parole moderne (p.es quelle del linguaggio tecnico-scientifico) e in certo senso metabolizzarle e ricontestualizzarle in modo da dare ad esse nuovi significati, insomma una storia e un po' di quella magia di cui mancano, cercando un equilibrio che sia il più possibile autentico e sincero. Non si può dimenticare il presente, né fare finta che non esista, in quanto ogni cosa che si scrive in realtà parla del presente, di quello che sentiamo e emozionalmente affrontiamo tutti i giorni, anche quando parliamo del passato.

"Lo storico della lingua inglese Robert MacNeill osserva nella sua autobiografia, significamente intitolata "Stregato dalla parola" che:
Deve essere, con le parole, come è con la musica. La musica ascoltata presto nella vita lascia una spessa coltre di ricordi ed è sulla base di questa che si valuta e si assorbe la musica incontrata più tardi. Ciascuno strato aggiunge qualcosa alla ricchezza dell'esperienza musicale, contiene le aspettative che governeranno i gusti per la musica futura e forse cambiano ciò che si prova per la musica che già si conosce. Certi schemi armonici si installano nella coscienza e creano un desiderio di ripetizione, così da poter rivivere quel piacevole turbamento dell'anima. E' la stessa cosa con le parole e gli schemi verbali. Si accumulano in strati e a mano a mano che gli strati si ispessiscono governano tutto l'uso e l'apprezzamento del linguaggio che viene dopo…
Per esercitare il loro fascino, le parole hanno bisogno di possedere una componente di mistero…La lettura ad alta voce vuol essere anche un modo di restituire alla parola il ruolo che le spetta. Una parola che si faccia conoscere con tutta la sua carica di creatività e di fantasia, di suono, di ritmo e che conservi il più a lungo possibile la sua magia
".

Riuscirò a ritrovare la magia delle parole e a superare questo "block-writer" che si è impossessato di me da un anno a questa parte?

Posted by SergioG at 18:48

02.09.04

ROCKIT.IT: per informazioni musicali

D'ALTRO CANTO è stato inserito tra i link utili del sito rockit. Ringrazio chi ha reso possibile ciò. Presto, sarà aggiunto tra i miei link musicali preferiti, naturalmente.

Posted by SergioG at 11:24

VIAGGIO IN PORTOGALLO DEL NORD

IN BREVE:

Totale chilometri: 5455

Totale foto: cinque rullini e mezzo di diapositive.

Principali tappe:

Savigliano-Montblanc (Spagna, Cataluña, provincia di Tarragona)
Montblanc-Salamanca (Spagna, Castiglia Y Leon)
Salamanca-Guarda (Portogallo, Beira Alta) . Visita nei dintorni a Serra Estrella, Sabugal, Almeida, Castelo Bom, Castelo Mendo, Sortelha, Monsanto.
Guarda-Viseu-Coimbra (Beira Litoral). Visita al Monte Buçaco e dintorni.
Coimbra-Costa Nova. Visita alle spiagge più belle (praya de Mira, Torreira e altre).
Costa Nova-Aveiro-Porto (Douro).
Porto-Valle del Douro-Amarante.
Amarante-Guimarães-Braga (Minho). Visita agli scavi di Citania de Briteiros e al Santuario di Bom Jesus. Visita nei dintorni di Braga a Ponte de Lima, Ponte de Barca, Lindoso.
Braga-Barcelos-Viana do Castelo-Esposende.
Braga-Chaves-Bragança (Tras-os-montes).
Bragança-Toro-Montblanc (Spagna).
Montblanc-Savigliano.

Colonna Sonora: Compilation 2004

Afterhours: Bye bye Bombai, Varanasi baby
Verdena: Balanite, Luna
Subsonica: Nuvole rapide,Albascura, Nuova ossessione.
La Crus: Urlo.
Giovanni Lindo Ferretti: Cadevo.
Massimo Zamboni/Nada: Miccia prende fuoco.
Marlene Kuntz: Primo maggio, Con lubricità.
Lisagenetica: Canzone gravida.

E poi, U2, PGR, Depeche Mode, Blonde Redhead, Yeah Yeah Yeahs, Placebo,Violent femmes, ecc. Niente Fado, almeno in automobile...

Posted by SergioG at 11:04

13.08.04

CHIUSI PER FERIE

"Uomo o donna, vorrei dirvi quanto vi amo, ma non ci riesco,
Dirvi quello che c'è in me e che c'è in voi, ma non ci riesco,
Dirvi lo struggimento, il palpitare delle mie notti e dei miei giorni.
Badate, io non do lezioni né faccio opere di carità,
Quando io do, dono tutto me stesso."

Walt Whitman da "Foglie d'erba"

Questo per dirvi che siamo in partenza per il Portogallo.
Ci si risente a Settembre. Buone vacanze!

Posted by SergioG at 14:27

01.08.04

Eri così carino

NoliSergiob.jpg

Eri così carino, eri così carino, proprio un amore di ragazzino, pigro di testa e ben vestito ...

Posted by SergioG at 11:07

17.06.04

L'erba del vicino...

"Dalla marijuana speranze di cura per molte patologie". Recita il titolo di un articolo pubblicato sul numero 6 di Partnership (Alleanza Salute Italia), che mi è arrivato in questi giorni in farmacia e che riporto qui di seguito:

"Ormai da alcuni anni la comunità scientifica internazionale ha acquisito la consapevolezza che il cervello umano, in determinate situazioni, produce cannabinoidi endogeni tali da simulare gli effetti dei principi attivi contenuti nella cannabis indica

"Stiamo studiando", ha rilevato il prof. Daniele Piomelli dell'Università di California, "come vengano prodotti dal cervello i cannabinoidi endogeni e come siano poi distrutti, in modo da poter sfruttare queste sostanze a scopo terapeutico".
Si è scoperto, infatti, che quando si fuma la marijuana si producono effetti terapeutici utili, quali l'anestesia e lo stimolo dell'appetito in pazienti che soffrono di tumore. Dal fumo di questa droga si generano però anche effetti collaterali importanti, come le turbe della memoria e l'euforia, che in pazienti già debilitati quali quelli oncologici sono assolutamente da evitare.
"Stiamo quindi cercando", ha proseguito il ricercatore, "di capire bene come funziona il sistema produttore endogeno di cannabinoidi per cercare di ottenere farmaci derivati dai principi attivi contenuti nella cannabis che siano portatori dei soli effetti positivi, capaci di mimare dunque l'azione dei cannabinoidi naturali prodotti dal cervello.
Dallo stesso gruppo di ricerca che fa capo a Daniele Piomelli arrivano anche speranze di impiego terapeutico dei cannabinoidi per le crisi di asma, grazie alla scoperta di un nuovo recettore per i cannabinoidi. Partendo dalla constatazione che fumare la marijuana produce una dilatazione delle vie respiratorie, il gruppo di Piomelli ha indagato sui possibili usi di un cannabinoide naturalmente presente nell'organismo, l'anandamide, per curare le malattie respiratorie. Finché si è arrivati alla scoperta del recettore, che si trova nelle terminazioni nervose dei polmoni, e del suo meccanismo di doppia azione. Il recettore scatena infatti risposte diverse a seconda del grado di contrazione delle vie respiratorie: se queste sono contratte l'anandamide frena la tosse, se invece sono rilassate la stessa sostanza comanda il recettore in modo da produrre costrizione.
Ma le possibili applicazioni terapeutiche dei cannabinoidi naturali e delle sostanze contenute nella cannabis non finiscono qui: dai principi attivi contenuti nella pianta si possono ottenere analgesici periferici che da un lato agiscono direttamente sul dolore localizzato come quello artritico o neuropatico, dall'altro stimolano la produzione di cannabinoidi naturali, farmaci mirati che non producono alcun effetto collaterale.
I cannabinoidi hanno anche dimostrato di essere potenti agenti antiossidanti, capaci di neutralizzare le sostanze ossidanti nocive che si sviluppano a livello celebrale in corso di trauma cranico o di ictus. I risultati che fino a poco tempo fa erano esclusivamente di laboratorio hanno avuto una prima conferma sull'uomo in uno studio clinico compiuto in Israele su alcuni pazienti con trauma cranico: l'impiego del dexanabinol, un un cannabinoide non psicotropo, ha dato ottimi risultati. Futuri campi di impiego potrebbero essere anche le patologie neurovegetative, tra cui il morbo di Alzheimer, il morbo di Parkinson o la còrea di Huntington, ma per queste applicazioni servono ulteriori verifiche cliniche.
Altre ricerche, in corso alla University of Nottingham medical school britannica, forniscono interessanti informazioni sui potenziali effetti degli endocaccabinoidi sulla circolazione sanguigna. Gli studiosi britannici hanno notato che i cannabinoidi endogeni, e in particolare l'anandamide, possiedono effetti ipotensivi, e stanno perciò valutando il possibile impiego terapeutico di queste sostanze come antiipertensivi. E la recente segnalazione di un possibile effetto antiaterosclerotico accentua ulteriormente l'interesse per un possibile impiego di queste sostanze in campo cardiovascolare.
Anche la terapia dei tumori potrebbe essere rivoluzionata dai cannabinoidi: alla dimostrazione dell'efficacia dell'andamide nell'inibizione della proliferazione del tumore alla mammella da parte di un gruppo di ricercatori italiani si è aggiunta recentemente la segnalazione di alcuni ricercatori spagnoli che hanno evidenziato come il delta-9-tetraidrocannabinolo sia in grado di produrre la morte delle cellule dei gliomi cerebrali risparmiando le cellule sane che circondano il tumore. In entrambi i casi si tratta, è il caso di sottolinearlo, di dati contenuti in vitro , ma queste scoperte aprono sicuramente la strada a interessanti filoni di ricerca per il trattamento di svariate patologie dell'uomo".

Posted by SergioG at 10:24

27.04.04

UNA PILLOLA CON TELECAMERA PER NAVIGARE NELL'INTESTINO

E' nata la pillola endoscopica. L'ha inventata Paul Swain, un medico inglese del Royal London Hospital. Seguendo la tradizione dei grandi ricercatori del secolo ha voluto provare personalmente questa pillola. Attorno a lui dieci collaboratori osservano il suo volto e il monitor che comincia a trasmettere le immagini chiare della mucosa esofagea, dello stomaco, del piccolo intestino e del colon. Questa volta non vi è la sonda con il tubo fastidioso e ben noto a tutti coloro che si sono sottoposti ad un esame endoscopico. Vi è solo la pillola, con la sua telecamera miniaturizzata che trasmette ciò che vede. L'autoesame effettuato da Paul Swain è stato eseguito su altri dieci pazienti, sempre con ottimi risultati. «Non ho avvertito alcun disturbo e le immagini che abbiamo raccolto sono state nitide fin dal primo esperimento», ha commentato Swain, terminato l'esame, alla prestigiosa rivista scientifica Nature che alla pillola endoscopica ha dedicato un ampio servizio. E' lunga 11 millimetri, larga 30, è composta da una telecamera, una fonte di luce ed un radiotrasmettitore che invia le immagini ad un registratore contenuto in una cintura indossata dal paziente. La pillola, una volta ingoiata, viaggia nell'apparato digerente grazie alla peristalsi, l'azione muscolare del tratto gastro-intestinale. Il paziente non avverte la presenza della pillola che compie normalmente il suo percorso attraverso l'intestino in 24 ore e poi viene espulsa naturalmente e quindi recuperata. « questa tecnologia - afferma Paul Swain - si rivelerà utilissima nella diagnostica di ulcere e tumori ed i medici potranno vedere tratti intestinali che finora erano inaccessibili. Sostituirà inoltre i fastidiosi esami endoscopici che ora vengono compiuti con sonde in fibre ottiche inserite o dalla gola o per via rettale. Il primo immediato impiego sarà legato alla ricerca di emorragie interne, ma prevedo che avrà molte altre applicazioni»., ha aggiunto il gastroenterologo. La pillola endoscopica è l'ultimo esempio di nanotecnologia, la scienza attiva nella miniaturizzazione spinta. Alcuni esperti già prevedono, tra non molto, la realizzazione di robot della lunghezza di pochi millimetri che viaggiando nel sistema sanguigno - proprio come nel film del 1966, con Raquel Welch, "Viaggio allucinante", di Richard Fleischer - liberano le arterie dei pazienti dalle placche aterosclerotiche. Il sottomarino miniaturizzato della fantascienza è stato sostituito per ora da una pillola con telecamera, che viaggia nell'apparato digerente. I grandi gastroenterologi italiani che, all'inizio degli anni Ottanta, crearono a Bologna, Roma, Genova, autentiche scuole il cui valore era riconosciuto anche all'estero per la precisione delle diagnosi e l'efficacia delle terapie, analizzerebbero queste tecniche rivoluzionarie con interesse, ma anche con un certo distacco. «Questi giovani - potrebbero sussurrare - si affidano a tecnologie sempre più evolute, dimenticando troppe volte che una corretta diagnosi è il frutto di una approfondita anamnesi. Se non si conosce la vita del paziente non bastano le immagini, pur nitide, a definire con certezza una patologia.
«La pillola endoscopica è stata per decenni il sogno di medici e pazienti», commenta l'endoscopista Franco Di Pietro, responsabile di alcuni servizi del Gruppo ospedaliero san Donato di Milano. «E' una grande rivoluzione - aggiunge - che necessita di ulteriori sviluppi. Questa pillola in realòtà non consente oggi al gastroenterologo di insufflare aria nella giusta quanmtità e nella sede opportuna, utile per focalizzare la mucosa oggetto di analisi. L'endoscopio tradizionale consente inoltre l'estrazione di polipi, la dilatazione di stenosi e il posizionamento di protesi. La pillola-sonda può essere utile per l'attività diagnostica, ma non ancora per quella interventista che caratterizza oggi la moderna endoscopia».
Tratto da "In Nome Della Vita" di Luigi Cucchi, collaboratore de Il Giornale.

Posted by SergioG at 21:40

24.04.04

Una storia semplice

"Solo ritornando al posto dove la si è amata la vita, si vede come stanno da assenti le cose che abbiamo amato, come sono rimaste orfane di noi, però ancora pronte a restituire quel poco che abbiamo saputo mantenere per loro […] A non buttarsi via del tutto ne rimane qualcosa per ritornare, qualche volta, ma bisogna aver coltivato un poco di mancanza per averne fame. Per averne ancora di cuore, quando la vita ci ridà indietro qualcosa di quello che ci ha tolto".
Vinicio Capossela da "Non si muore tutte le mattine"

Sul numero di aprile del mensile Poesia, edito da Crocetti, nella rubrica "Per competenza" curata da Roberto Carifi, una segnalazione ha inevitabilmente attratto la mia attenzione:
"Un appello, se mi è permesso esprimermi con una certa enfasi su qualcosa che mi sta a cuore. Altre volte ho parlato di Elda M. F., della sua solitudine, del suo desiderio di comunicare.
Elda è "poetessa, scrittrice, saggista, chiromante, cartomante ed astrologa". Dalle sue lettere traspare il dolore di una vicenda esistenziale di dolori e abbandoni. Mi ha scritto di nuovo chiedendomi di pubblicare il suo indirizzo, nella speranza che qualcuno voglia contattarla. Elda M. F….via…, 15046 San Salvatore Monferrato (AL). Ecco anche un suo testo, come altri suoi testi apparentemente dimesso e invece tagliente come una lama.

Ho un amico per passare la vita.
I parenti con loro non m'hanno
Voluto. Non sentivano la voce del
Sangue, l'affetto, la pietà.
Loro stan chiusi in se stessi
Come tartarughe
Guardano il mondo della televisione
E non vengono mai a trovarmi.
Senza nessuno al mondo si sta male
Ma io ho un amico
Che mi accende la stufa
Mi chiama migna (Miciona)
E mi fa le coccole.
A volte è cattivo.
Non vuole che viaggi da sola
Non vuole che spedisca cartoline
Ma poi si fa perdonare
Preparandomi da mangiare.
Peccato che non ami la poesia.
Proprio non vuole sapere quello che scrivo".

Non è stata solo la storia umana di questa donna ad attrarmi, la sua sofferenza o la sua solitudine. Non è stata la sua passione per la poesia, né le sue presunte abilità da "sensitiva" o cartomante. E' stata la località di provenienza. Talvolta è il Destino che chiama e quando il Destino chiama occorre essere pronti a rispondere. Così ho preso carta e penna e le ho scritto una lunga e appassionata lettera…

Gentile Sig.ra F.

Ho visto il suo indirizzo nella rubrica curata da Roberto Carifi sul mensile Poesia, edito da Crocetti editore.
Mi chiamo Sergio Gallo ho trentacinque anni e vivo in provincia di Cuneo, dove svolgo la professione di farmacista.
Non ho resistito e mi sono permesso di scriverle per una serie di motivi che ora mi accingo a spiegare. Sicuro che potremo in qualche modo e per qualche oscuro piano del destino, esserci l'un l'altro utili. Lei che è "cartomante, chiromante e astrologa", sa meglio di me che certi incontri non sono voluti solamente dal caso.
Sono passati ormai ventiquattro anni da quando, adolescente, lasciai S. Salvatore Monf.to. Era l'estate del 1981. A S. Salvatore ho trascorso i sei anni più belli della mia vita, dalla terza elementare alla terza media. Mi ero trasferito al seguito della mia famiglia nell'alessandrino nell'ottobre del '76, per seguire la carriera impiegatizia di mio padre, che è stato prima direttore della Banca Popolare di Novara, poi vicedirettore nella filiale di Alessandria (Molte persone si ricordano del ragioner L. Gallo a S.Salvatore…)
Dopo sei anni, mio padre ottenne di poter tornare nella provincia dove si trovavano i parenti e le radici della mia famiglia e dove tuttora risiedo.
Ormai i ricordi di quegli anni lontani si confondono nel mio immaginario, e i luoghi, le facce, i nomi delle persone, nonché le piccole avventure della giovinezza vanno via via sbiadendo e mescolandosi a ricordi più recenti…assomigliano sempre più a sogni fantastici.
Eppure è un mondo quello del S.Salvatore di quegli anni, da cui traggo ancora ispirazione quando scrivo e a cui ritorno spesso involontariamente quando sogno…è un mondo che sta ancora nel profondo del mio cuore e che paradossalmente sento di dover sviscerare, esorcizzare, perché sento di dovere in qualche modo recuperarlo per poter essere completamente felice.
Per questo chiedo umilmente il suo aiuto. Ho perso tutti i contatti con le persone che allora avevo conosciuto e frequentato e mi piacerebbe, se lei può darmele, avere qualche notizia della vita odierna di questi perduti compagni di gioventù. Mi piacerebbe, anche solo per un giorno, poter riabbracciare qualcuno dei compagni di scuola o dei vicini di casa di allora, sapere se si sono sposati, se hanno figli, che cosa fanno nella vita, ecc.
Circa quattro anni fa è venuto a trovarmi in farmacia il signor S. P., che faceva (e credo faccia ancora) il rappresentante per una ditta orafa di Valenza Po' e che aveva riconosciuto - dopo tanti anni - mia madre (!) per le strade di Savigliano. Anche lui era venuto a cercarmi perché curioso di sapere che cosa ero diventato nella vita, ma l'incontro è stato molto breve (a causa del fatto che in quel momento ero molto occupato) e non ho neppure avuto il tempo di chiedergli il recapito telefonico. Desidererei, se lei è d'accordo mandarle una foto di classe delle elementari o delle medie con tutti i nomi e cognomi dei miei coetanei (la leva è quella del '68) e vedere insieme a lei se riusciamo a raccogliere qualche notizia, qualche indicazione su che cosa fanno oggi queste persone, e se ci sia ancora qualcuno che si ricorda di me o disposta a incontrarmi.
So che non ci saranno solo buone notizie: per esempio, so per certo che uno dei miei migliori compagni di giochi delle medie, di nome G. M. è morto alcuni anni fa per problemi connessi all'uso di sostanze stupefacenti…ma questa è la vita o meglio sono scelte che nella vita si pagano…
Tra l'altro, può darsi che la mia tanto amata maestra delle elementari, Ada F., possa essere una sua parente (chissà se è ancora viva?). Ci sono altre persone a me un tempo care, vicini di casa, amici, con cui vorrei rientrare in contatto se possibile (Le farò i nomi).
Ma c'è di più (non vorrei comunque mettere troppa carne sul fuoco). Sto cercando in questi anni di scrivere una raccolta di poesie avente per tematiche gli anni della giovinezza e quelli vissuti a S.Salvatore in particolare. Gliene mando volentieri una perché so che lei ama la poesia. Mi piacerebbe molto approfondire la storia del suo paese e in particolare sarei interessato a notizie inerenti la storia dei suoi due monumenti più importanti, ovvero la Torre e il Campanone. Purtroppo, per i chilometri che ci separano e il poco tempo libero non posso permettermi di frequentare la vostra biblioteca per informarmi. Le sarei invece infinitamente grato se potesse mandarmi lei qualche fotocopia tratta dal libro del Gobbi ("S.Salvatore, tradizione…storia") oppure da quello del Ricaldone ("S.Salvatore dall'età romana al XIX secolo"). Le risulta che ci sia stato un passaggio sotterraneo di collegamento tra Torre e Campanone usato dai militari o dalla popolazione durante una delle due guerre mondiali?
E qui faccio una pausa.

“Ven as la mea culimna, n’avrà pas et boneur”
Canto tradizionale, S. Salvatore Monf.to (AL).

VI

Cammino tra i sentieri della collina
sgranando la fotografia di quei giorni
luminosi, micelio dai filamenti sottili.
Di quei pollini bramo l’esile fragranza:
mantengono il profumo nobile dei fiori,
si staccano in volo come semi piumosi.
Depongo le larve d’una dolce ossessione.
L’amicizia illumina i volti dei bambini
e tiene lontane le ombre minacciose.

Erta sulla cima è la torre medievale
con una breccia a forma di pera
per le cannonate ai tempi di Napoleone.
Postazione d’avvistamento, prigione,
punto di segnalazione con falò accesi.
Baluardo di difesa contro i francesi,
avamposto per le milizie sabaude.
Rifugio di partigiani nella Resistenza.
Ora rudere come tanti nel Monferrato.

Ma per i bambini luogo d’arditi giochi
d’arrampicate e coraggiose esplorazioni.
Di raffiche di vento e d’innocenti capriole.
Di patti di sangue, di primi innamoramenti.
Scrigno di segreti, di sogni fantastici.
E’ un placido gigante nei meriggi di sole,
ma avvolto dalle nebbie può incutere timore.
Un benefico miraggio che si staglia nel cielo
come nella notte la coltre di stelle.

Sulla torre un tempo v’era una bertesca
di legno e pelle, riparo a chi fosse di vedetta.
Al suo posto sorge ora un albero deciduo.
E’ un pioppo tremolo dall’intimo rimorso,
un albero di Giuda dai legumi porpora
o un acero minore dalle alate samare?

No, è il fico sacro della poesia! Le radici
affonda tra macerie di miti e storia;
il fusto contorce sotto il sole inesorabile.
I frutti marciscono alla pioggia, preda
d'insetti e uccelli voraci, per noi uomini
irraggiungibili, dopo il crollo delle scale!

Non sarà per tutti così, ma al sottoscritto sembra che le cose che abbiamo vissuto acquistino maggior valore nel momento in cui si ha la possibilità di raccontarle (in versi o in prosa, fa poca differenza). Scrivere, diventa il modo più naturale per incanalare quel flusso impetuoso e confuso che è l'esistenza, per liberarci dal male di una separazione, da una esperienza negativa, dal dolore che ci portiamo dentro…l'unico modo che abbiamo per cercare di durare un poco di più, prima di scomparire definitivamente.
Inutile dire che leggerei volentieri anche qualcuno dei suoi versi…ricambierei mandandole, se lo desidera, le mie due raccolte di poesie.
Avere un contatto, un'amicizia a San Salvatore sarebbe per me importante. Anche solo per avere una scusa per poterci tornare, per fare la sua conoscenza se lei lo vorrà, ma anche solo come turista o come nostalgico…A vedere ciò che è cambiato e ciò che invece è rimasto sempre uguale (in realtà in tutti questi anni vi ho sempre fatto le mie "anonime capatine" - con mia moglie oppure con amici e ancora da solo - quando per una ragione o per un'altra mi trovavo nei paraggi).
Non so se posso aiutarla a lenire "il dolore di una vicenda esistenziale di dolori e abbandoni", ma le offro la mia amicizia e la mia piccola esperienza umana.
Il pensiero precede il cuore, affermava Baudelaire nella prefazione ai Fiori del male e mi creda, anche se non la conosco, le mie parole sono scritte col cuore.
A quasi trentasei anni sento l'esigenza di rallentare e di guardarmi indietro per cercare di tirare le somme di quello che ho combinato nella mia vita, di quello che è stato e di quello che poteva essere. Si è accresciuta l'esigenza di mettere un po' d'ordine, e di recuperare quella parte di me che ho perduto e che quando la mia famiglia ha traslocato nel cuneese è rimasta lì a S. Salvatore, dove c'erano i primi amici e i primi ingenui ma indimenticabili amori.
Mi fermo qua. Spero che lei apprezzi questa mia lettera , mi auguro di averle dato qualche spunto di riflessione e di averla stimolata ad essermi d'aiuto. Naturalmente spero di avere presto una sua risposta.
Ho diverse cose ancora da raccontarle, sulle quali mi farebbe piacere conoscere la sua opinione. Un cordiale saluto
Firma

Se ci sarà una risposta, un incontro, una telefonata…allora la mia semplice storia avrà una continuazione…

Posted by SergioG at 22:23

12.04.04

La scelta di Simone

"Si può esimersi dal venerarlo? Se Dio ha deciso di trovarsi nelle sonate, nei distributori, nei quartieri tangenziali, nelle strade sterrate, nei motel, nei lamenti del porto, nell'alba che tutto spazza, nelle ruote che tagliano da sotto…ci si può opporre a questo? Se Dio ha deciso di non lasciarci in pace! Poteva fare una pianta soltanto, nutrirci di una cosa sola, e invece niente. Egli ha voluto la quantità! Perché Dio è nella quantità![…]A ognuno si rivela come può…ai viaggiatori, ai carcerati, ai musicisti, ai riparatori, ai rinchiusi! Ognuno alla sua altezza, ognuno alla sua portata, basta affacciarsi al livello dove Dio si fa vedere, dove ne regala in quantità!"
Vinicio Capossela da "Non si muore tutte le mattine"

Sabato sera, durante la veglia pasquale, il mio migliore amico Simone è stato battezzato nella cattedrale di Torino da Monsignor Poletto in persona.
In un mondo che va in tutt'altre direzioni (dove conta solo più il Dio Denaro), dove in generale ci si sbattezza e si rinnega Dio, abbracciare la Fede ed i valori cristiani è comunque una scelta coraggiosa, una scelta controcorrente.
Simone poi, proviene da una famiglia della media borghesia dove solo la figlia primogenita è stata battezzata, una famiglia che lo ha educato e spinto a seguire ben altri valori, ovvero idee politiche vicine a quelle di Rifondazione Comunista, libertari ideali "sessantottini" accanto agli slogan dei no global…insomma alla moderna e talvolta contraddittoria cultura di sinistra…
Ma il suo percorso di catecumeno va inquadrato non solo come un affrancamento dai valori suggeriti dalla famiglia, ma soprattutto come la scoperta di nuovi valori e di una nuova consapevolezza con cui affrontare la vita, per ottenere il raggiungimento d'una maturità personale.
Per vivere forse in maniera più piena il rapporto con sua moglie, Chiara, che lo ha aiutato e sostenuto fin dall'inizio in questa scelta che segnerà la sua e la loro vita d'ora innanzi.
Io rispetto la scelta di Simone (come a suo tempo avevo rispettato quella di Pepo di diventare testimone di Geova, anche se ciò aveva segnato l'inizio della fine della nostra amicizia), ma per una serie di motivi, non la posso condividere...

In primo luogo perché Dio ancora lo sto attendendo. Sono stufo del Suo silenzio, così come sono stufo del baccano che si fa quando lo si nomina (il più delle volte a sproposito, come quando si proclamano guerre in Suo nome). Ma sono stufo e confuso della Sua onnipresenza, della Sua debordante e invadente presenza, mi sento affine a Vinicio Capossela quando parla del "Dio della quantità".
Ho rifutato da molti anni ormai i dogmi della Chiesa e il suo essere "Una, Santa e Cattolica", (perché per me non è né una, né tantomeno santa e non più solamente cattolica…); ho rifiutato la ripetitività vuota dei riti cattolici (spesso solo banale riproposizione di più antichi riti pagani), la mentalità opprimente, castrante e ipocrita di alcuni tra i suoi adepti, la visione mentale ristretta di certi parroci poco illuminati e illuminanti. Non ho smesso però di approfondire il mio rapporto, per esempio, con l'amico giornalista paolino Don Dario e non ho mai smesso di ammirare quei preti che si sono rimboccati le maniche per salvare interi quartieri dalle grinfie delle mafie, bambini dalle violenze e dalla strada, uomini dalla schiavitù delle droghe, donne dalla prostituzione ecc. Quelli che si sacrificano ogni giorno per l'umanità derelitta, per i nuovi poveri, per i malati mentali, per i senza tetto, i vagabondi, gli stranieri senza punti di riferimento, ecc.
Al contempo, in questi ultimi anni, è cresciuto esponenzialmente il mio bisogno di religiosità, il mio bisogno di spiritualità, di elevazione dell'anima. Il mio bisogno di preghiera vera, ma rivolta più a un Dio personale, al Dio cristiano-ebreo-musulmano-buddista che non a quello solo cattolico.
La parola "cattolico" mi sta stretta, mi sa di vecchiume, marciume, di concezioni vetero-medievali, con le sue assurde regole, gli assurdi diritti e doveri. Le sue assurde pretese, le sue violente imposizioni.
Resto un discepolo senza maestro. Forse ne saprò di più quando avrò approfondito i miei studi biblici, quando avrò letto qualcosa in più del Talmud, del Corano, dei testi Vedici…quando avrò cercato meglio nelle profondità di me stesso…ma resto con i miei dubbi sull'immortalità dell'anima, con i miei tormenti di sempre e le mie difficoltà a scindere in maniera netta il bene dal male (sò solo che "Mala tempora currunt", di lucreziana memoria); resto con le mie perplessità a coniugare sapienza antica e verità scientifiche del cosiddetto progresso. Resto con la mia inquietudine, con il mio pessimismo e il mio scetticismo di fondo. Resto un piccolo e pigro "poeta" dal talento non coltivato, come dicono quelli di "Atelier".
Quello che ho imparato in questi anni è che la bontà non è (per fortuna) solo la bontà cristiana; che l'ipocrisia è anche protestante (conosco un prete protestante considerato da qualcuno un sant'uomo, un pozzo di scienza e cultura, che sa predicare assai bene, ma sulla cui vita presente e passata pesano non poche ombre…) e non risparmia nessuna fede, nemmeno quelli che si dichiarano atei.
Che certe parole vere (pur nella bolgia e nel caos della modernità) continuano a valere e a durare. Che certe parole dette (o meglio scritte) una volta, valgono per sempre.
E che nella vita ad esse occorre possibilmente far seguire un gesto, un'azione, dei fatti, al momento giusto e prima che sia troppo tardi. Non ha grande importanza se si dovrà affrontare una vittoria o un fallimento.
E' l'unico modo che abbiamo di entrare nella storia, il solo modo per innalzare il nostro piccolo grido di protesta, dato che non si può far molto altro per cambiare il mondo, per cambiare gli uomini, non si può sconfiggere il male e la morte, per esempio.
Non mi aspetto che Simone cambi comportamento o mentalità. Mi aspetto che il mio confronto con lui cresca di livello e che la nostra amicizia duri per sempre.

Posted by SergioG at 12:00

29.02.04

Due piccole muse

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Posted by SergioG at 21:14

Quanto si vive male oggi in Italia

Da un articolo di Lietta Tornabuoni su LA STAMPA di giovedì 26 febbraio:

"Naturalmente non c'è paragone con i Paesi della guerra e della fame, ma si vive così male ora in Italia, fra truffe sistematiche, Berlusconi, costo crescente della vita e perdita costante di valore dei soldi, mix di caos globale e di imposizioni spietate ("Se non paghi sei morto"), disfunzioni di tutto, campagna elettorale permanente, stupidità, squallore: conservare il proprio equilibrio risulta difficile, e i tentativi per riuscirci pigliano più o meno tre strade.
LA PRIMA STRADA, la più frequentata, consiste nell'arrabbiarsi, nel protestare, nello scandalizzarsi, nell'indignarsi: si passano giornate tetre prendendosela con la televisione e con i giornali, con il governo e con la burocrazia, con questo mondo di ladri e con quelli che in autobus entrano dalle porte d'uscita, con i soldi che non bastano ("Altro che arrivare alla fine del mese: neppure all'otto del mese si arriva"), con la disonestà e volgarità collettive.
LA SECONDA STRADA consiste nell'evasione, nel cercare di ignorare la realtà pensando ad altro. C'è chi sceglie la mistica dell'autopunizione (seguire diete dimagranti, controllare le spese sino al pauperismo o all'ascesi di non tirare fuori un soldo, fare niente del tutto se non il lavoro necessario, impegnare energia fisica) e chi tenta l'edonismo (visitare mostre importanti, curare la salute, ricercare e contemplare la bellezza, se è possibile viaggiare altrove, leggere o rileggere grandi opere, fare l'amore e passeggiare dato che non costa un euro). C'è chi si forza a un atteggiamento vitalistico: l'esistenza può essere bella, bisogna saperla apprezzare e sfruttare rifiutando oppressione e depressione, occorre reimmergersi nella propria attività trovando nuovo entusiasmo, viva la leggerezza, allegria.
Ciascuno cerca di salvarsi come sa: ultima risorsa, far finta di non essere vivi, chinare la testa, piegare le spalle, restare fermi, sperare che la sfortuna ci scivoli addosso e vada oltre senza accorgersi di noi, aspettare che passi il peggio (e che per qualche miracolo vengano tempi migliori - aggiunta del sottoscritto). Sono metodi comprensibili, umani, usuali, tante volte applicati nella Storia, ma hanno una spiacevole caratteristica: non funzionano, non servono".

Posso testimoniare sul fallimento di tutte e tre le strade. Perché a fasi alterne le pratico ogni giorno (dando forse la preminenza all'evasione, piuttosto che all'incazzatura o all'abulico attendere). Il problema è sempre più convivere con quel senso di assoluto smarrimento - Dov'è finito Dio? - e con un'inquietudine esistenziale (più subdola di quella adolescenziale, anche se a volte meno violenta) che ti corrode il sangue e che limita la capacità d'agire e di riflettere.
Il problema è alzarsi dal letto ogni mattina e trovare la forza e gli stimoli per affrontare e condurre a termine la giornata. Quando sarebbe necessario essere il più possibile lucidi, motivati e privi di esitazioni…Non riesco ad essere altro che testimone di fragilità e di incapacità a reagire. Anche se sono tra quelli che nella vita si possono dire i fortunati. Ma l'insoddisfazione ormai anche in me s'è fatta patologica…

E dalla mia privilegiata postazione dietro il bancone di una piccola farmacia di provincia, vedo ogni giorno incontrarsi, sfogarsi e "confessarsi" le fasce più deboli della società: anziani, malati gravi, estracomunitari (siano operai africani, muratori albanesi, badanti russe, polacche o ceche) gente comune con i loro piccoli-grandi sintomi patologici e le loro talvolta straordinarie - e uniche - esperienze di vita. E' un guardarsi negli occhi - tra il silenzio delle parole - e riconoscere lo stesso comune disagio. La stessa inappagata voglia di fuggire via o di definitivamente farla finita (almeno con la recita che tutto vada comunque bene o con l'abitudine al lamento che ormai ci devasta ad oltranza e soprattutto con i soprusi e le torture imposte dai prepotenti di turno).
E la piccola fiammella dell'ispirazione non basta (qui occorrerebbe un uragano). Occorrerebbe imparare a ridere (come dice Giuseppe Conte ne "L'Ultimo Aprile Bianco") e…a uccidere. Ma ormai siamo troppo schiavi delle nostre debolezze, incapaci di combattere veramente per qualcosa di nuovo in cui più non crediamo. Non basta guardare negli occhi di un bimbo per ritrovare la speranza.
Non basta un piccolo complimento o un incoraggiamento per farci ritornare il sorriso negli occhi. Ci vorrebbe un'altra vita, una nuova iniezione di speranza.


Ho tinto la mia faccia di nero
Per te per me per loro
Sì, per loro soprattutto
Ma forse più per te
Magari in primo luogo
Per quelli che verranno

Ho tinto comunque
La mia faccia di nero
Mentre il mio cuore
Già da tempo lo era
Pur attraversato da lampi
Più sereni, chiari e illusori

Ho tinto sì la mia faccia di nero
E vedo che tu stai facendo altrettanto
Cosparsa di bitume
Le tue piume anch'esse nere
Albatro corroso dall'olezzo
Di idrocarburo nel mare.

I versi sono del saluzzese Andrea Chiappello strappati alla sua 'zine "LA MACINA".

Posted by SergioG at 21:00

16.01.04

Gruppo di lettura

Lunedì scorso ho partecipato al circolo Ratatoj di Saluzzo ad una specie di "gruppo di lettura" molto stimolante e avvincente. All'incontro hanno aderito - compreso il sottoscritto - dodici persone (tutte da me sconosciute con l'eccezione di chi mi aveva invitato, vista peraltro solo un paio di volte). Ognuna ha portato (come stabilito in precedenza) uno o più libri scelti tra i suoi preferiti o tra gli ultimi letti e a turno li ha presentati agli altri dicendo che cosa le era piaciuto o non piaciuto di quel libro o di quell'autore, che cosa esso aveva rappresentato per lei nel particolare momento in cui lo aveva letto e perché, insomma, valeva la pena secondo lei di leggere quel particolare libro. Ogni testo era poi messo a disposizione degli altri per essere consultato e imprestato qualora si fosse stati interessati a leggerlo.
Inutile dire che i libri e gli autori saltati fuori sono stati tra i più disparati: pochi gli italiani (Mario Rigoni Stern e Baricco), gli altri provenienti dalle più disparate parti del mondo: scrittori cechi (Kundera, Hrabal), sudamericani (Marcela Soriano, Garcia Marquez, e altri), iracheni (Tauwfik), sudafricani, irlandesi, etc.
A classici come "Don Quixote" di Cervantes, si affiancavano surreali opere teatrali come "Ubu re" di Alfred Jarry, a saggi più impegnati si opponevano romanzi più intimisti e "leggeri". Insomma, ce n'era veramente per tutti i gusti. Io, che non avevo capito di dover portare mie letture avevo solo qualche poesia di cui ho opportunamente evitato di parlare, mentre mi sono lanciato in alcuni commenti o osservazioni sulle opere o sugli autori che conoscevo meglio. Devo confessare, però, che l'idea di prestare a sconosciuti i libri della mia libreria di casa non mi ha lasciato senza qualche perplessità (io di solito non presto libri a nessuno, nemmeno agli amici intimi), ma questo è un problema che posso benissimo risolvere per esempio comprando di volta in volta 1 0 2 libri da lasciare in prestito agli altri e donarli poi alla biblioteca (piccola ma assai ben fornita) del circolo. La cosa più interessante della serata indubbiamente è stata ascoltare gli altri, i loro racconti, le loro esperienze di lettori, il loro mettersi nei panni non solo di fruitori di letteratura ma anche di trasmettitori di cultura. Donne e uomini di cui non sapevo altro che il nome e poco altro e che erano lì davanti a me a raccontarmi con entusiasmo dei libri che li avevano emozionati maggiormente, o magari disturbati o messi in discussione o in difficoltà o ancora che li avevano fatti crescere o cambiare o aiutati in un momento di transizione della loro vita, magari solo per il fatto di averli fatti totalmente assorbire nella lettura…senza discorsi da salotto o da intellettuali, ma dando spazio alla esperienza di lettura di ognuno, dodici persone tutte uguali per importanza di opinione e tutte diverse per modalità di pensiero e sensazioni…
La prossima volta si parlerà di "personaggi letterari" e ognuno mostrerà agli altri i suoi "eroi" preferiti. Siamo già d'accordo in futuro di far diventare protagonista anche la poesia; naturalmente, io spero che venga lasciato spazio alla voce dei singoli e che vengano lette pagine scelte di narrativa e versi ad alta voce…è bello sentire come gli altri leggano in maniera differente da noi e che le discussioni si trasformino perché no in animati readings collettivi (come negli anni sessanta, ma senza le false ideologie o l'eccessiva politicizzazione dei contenuti e con tutte le illusioni e contraddizioni dei nostri anni duemila).

Posted by SergioG at 22:41

09.01.04

Parole e spezie

Spezie_a.jpg Spezie_b.jpg
Questa è la scatola porta-spezie indiana che ci ha regalato Comida per Natale.
Contiene polveri colorate dalle proprietà magiche, da usare per preziosi manicaretti ma non solo…
Contiene tra gli altri (non sono bravo come Comida a ricordare tutti i nomi esotici delle varie misture di spezie) ...

- Coriandolo (Coriandrum sativum, Ombrellifere):
la parte utilizzata sono i frutti che vengono impropriamente chiamati "semi"; quando sono freschi hanno un odore sgradevole (la parola "coriandrum" deriva da radici greche che significano "marito della cimice"), mentre con l'essicazione presentano un odore gradevole e un sapore aromatico. E' usato in salumeria, in distilleria, in confetteria, oltre che per insaporire vari piatti di carne (è uno dei componenti della piccantissima salsa Kary utilizzata in India per condire minestre, carni e verdure); possiede però anche proprietà medicinali non trascurabili. Entra nella preparazione di diversi liquori digestivi e dell'acqua di Melissa (che si prepara facendo macerare nell'alcol melissa fresca, scorza fresca di limone, radice di angelica, cannella, garofano, noce moscata e appunto coriandolo, ricetta semplificata da Baumé della più famosa acqua di melissa dei Carmelitani scalzi. Era usata come stimolante e in alcuni disturbi nervosi, nelle dosi di mezzo o un cucchiaino da caffè sciolto in acqua semplice o zuccherata o puro su una zolletta di zucchero). Il coriandolo favorisce nello stesso tempo la secrezione di succo gastrico e l'espulsione di gas, quindi aiuta nelle digestioni difficili e combatte areofagia e gonfiori. Stimolante e anche eccitante, è raccomandato per rinvigorire l'organismo e per ridurre la pesantezza e la voglia di dormire che fa talvolta seguito ad un buon pasto. Si può preparare l'infuso nella dose di uno o due cucchiaini da caffè per tazza, da sorseggiare dopo i pasti.

- Cumino (Cuminum Cyminum, Ombrellifere):
E' detto anche falso anice. Anche qui la parte utilizzata sono i frutti, comunemente chiamati semi, per la caratteristica forma affusolata, dal sapore fortemente aromatico. Figurava nella maggior parte delle ricette culinarie dei Romani ed è oggi particolarmente apprezzato da Tedeschi, Olandesi e Inglesi, che l'usano come aromatizzante nel pane e nei dolci, nei formaggi, ecc.
E' stomachico e carminativo, quindi anch'esso come il coriandolo facilita la digestione delle pietanze un po' pesanti (formaggi forti tipo Munster, crauti, fagioli, carne stufata, piatti orientali). E' un ottimo spasmolitico e quindi può essere utile nelle coliche dell'apparato digerente. Gode anche di proprietà stimolanti e diuretiche, come l'anice, e favorisce la secrezione del latte nelle nutrici (ma non bisogna abusarne perché è irritante). Anche il cumino entra a far parte della salsa indiana Kary. In Arabia è usato come afrodisiaco e nel controllo della fertilità della donna. In Piemonte le ragazze cercavano di farne inghiottire ai loro fidanzati, convinte che avesse lo stesso effetto che questa pianta esercitava sui polli: a questi volatili si dava del cumino, per non farli allontanare dal pollaio.
Come infuso: un cucchiaino di semi per tazza d'acqua bollente. Si lascia in infusione per 10 minuti e si beve una tazza dopo ogni pasto.

- Curcuma (Curcuma longa, Zinziberacee).
E' chiamata anche zafferano delle Indie. Si usa il rizoma che assomiglia un po' allo zenzero per la forma e l'odore, ma è giallo interiormente (viene utilizzato infatti come colorante). E' usata come polvere aromatica in alcuni piatti esotici.
Veniva impiegata un tempo come stimolante del fegato, eccitante delle funzioni digestive e diuretico. Si riteneva avesse proprietà coleretiche e colagoghe (stimola la produzione di bile da parte del fegato), spasmolitiche delle vie biliari e trovava impiego in medicina nel trattamento delle coliche biliari, nelle colecistiti, nelle colelitiasi e nell'ittero.
Più modernamente si sono scoperte le sue proprietà antiflogistiche, epatoprotettive e antiossidanti (intestinali), si è confermata l'azione antispasmodica sulla muscolatura liscia del tubo digerente: pertanto, nei giusti dosaggi (8-10 mg/kg/die di estratto secco titolato in curcumina al 4%, suddivisi in due somministrazioni lontano dai pasti) la curcuma può essere efficacemente usata in fitoterapia nelle malattie infiammatorie del grosso intestino, nelle epatopatie di lieve e media entità, nella sindrome del colon irritabile. (effetti collaterali: può dare fotosensibilizzazione, non ci si deve esporre al sole; non va assunta in gravidanza e allattamento, perché non ci sono dati sicuri a riguardo).

- Zenzero (Zinziber officinale, Zingiberacee):
Anche qui la parte usata è il rizoma. Storicamente si riteneva avesse proprietà aperitive, stomachiche, carminative e febbrifughe. Aveva la fama di essere "eccitante, espettorante, stimolante, usato come diaforetico (per far sudare), diuretico e antiscorbutico". Le sue virtù eccitanti sull'apparato genitale erano conosciute specialmente dagli Arabi che lo ritenevano un afrodisiaco.
E' usato in pasticceria (per dare aroma a bevande e dolci) e in salse per pollame e selvaggina, per il suo gusto forte e pepato. E' usato nelle diete senza sale.
Più recentemente la fitoterapia ne ha scoperto l'azione antiemetica e antinausea (grazie alla sua azione a livello gastrico) e può essere usato efficacemente come antichinetosico (contro il mal di viaggio o il mal di mare) e per combattere nausea e vomito; ci sono interessanti studi che confermano la sua validità - data l'assenza di tossicità a carico del feto e l'assenza di effetti collaterali - nel ridurre la nausea in gravidanza (iperemesi gravidica, per la quale si possono utilizzare con sicurezza assai pochi farmaci, giusto il Maalox o il Biochetasi, tanto per fare un nome). E' stata poi confermata l'azione gastroprotettiva, per cui valgono le indicazioni terapeutiche in caso di gastriti e gastroduodeniti. La posologia è 12-13 mg/kg/die di estratto secco titolato in olio essenziale min. 0,8% o in gingeroli min. 4%, suddivisi in due somministrazioni preferibilmente a stomaco vuoto.

Prossimamente notizie su Cardamomo, Cannella, Anice, varie misture di Curry…

Posted by SergioG at 22:52

14.12.03

le parole e i fatti della schizofrenia

…”Nessuno può sapere che cosa popola il vuoto dei pensieri bloccati, quale inferno si cela all’interno delle pareti rigide di un cranio che intrappola lo schizofrenico dentro la sua mente tortuosa…
E’ doloroso non essere in grado di comunicare ciò che si ha nella mente. Il destinatario è lì davanti, fisicamente a portata di mano, eppure, se non posso raggiungerlo con le parole e non può sentire quel che ho in testa, è come se fosse a migliaia di chilometri di distanza. La solitudine abissale che provo diventa ancora più grande proprio per la vicinanza di qualcuno con cui cerco così disperatamente di stabilire un contatto. Vorrei infondere la mia mente nella sua, per mostrargli cosa sta succedendo dentro di me, ma sono bloccata dai limiti delle parole che si rivelano inadeguate, da un cervello che confonde i pensieri e da una struttura ossea che non mi permette di oltrepassare i suoi limiti…
I miei discorsi sconnessi e ripetuti sono piuttosto parole in codice, si riferiscono a quelle cose che tormentandomi mi rendono psicotica, ma che poi non possono essere rivelate neppure all’interno dell’universo psicotico. Non soltanto sono sola con i miei demoni, ma non posso nemmeno dare loro una forma e riesco soltanto a ripetere in continuazione le stesse parole in codice, scoraggiando chi riesce a sopportarmi solo fino ad un certo punto. Anche quando sono lucida, non riesco a usare il linguaggio per esprimere quanto è sepolto così profondamente dentro di me…
Non so controllare quanto può essere comunicato e quanto no. Io posso soltanto continuare a lottare per comunicare il mio essere interiore a coloro che mi danno sicurezza, soffrendo quando le parole non arrivano, lottando per prendere il controllo di una mente che vaga…
E’ molto affascinante capire come la fisiologia della malattia può suscitare cambiamenti emotivi e viceversa. A volte si verifica una reazione a catena in cui una componente s’innesca, l’altra diventa disturbata, e così di seguito finché ti ritrovi a vagare nel labirinto della follia…”
Sono venuta a conoscenza della definizione di terrore interpersonale anni fa e l’ho tenuta bene a mente perché forse descrive nel modo più adeguato ciò di cui fa esperienza lo schizofrenico: paura di uscire da sé stesso per raggiungere l’altro e paura ancora più forte di permettere a qualcuno di avvicinarsi a lui. Il comportamento stravagante e persino violento degli schizofrenici è un mezzo per spaventare e allontanare le altre persone, così da non dover provare questo terrore interpersonale…”
Tratto da “la schizofrenia dentro” , resoconto di Patricia J. Ruocchio – “Vivere la schizofrenia” , a cura di Paolo Bertrando, Bollati Boringhieri, 1999.
Stupefacente come le parole del malato di mente per raccontare le sue esperienze “folli” siano le stesse – talvolta semplici e banali - usate dalle cosiddette persone “normali”. Esse sono la massima espressione della "follia" del nostro tempo.
Holderlin, Antonin Artaud, Alda Merini ne sanno qualcosa. Ma tutto cambia quando passiamo dalla letteratura alla realtà, esaminando due situazioni difficili ma concrete…

M. l’ex vicino di casa ha divelto le porte, distrutto i mobili, preso a martellate i sanitari del bagno, fatto buchi nei muri, spaccato i vetri delle finestre, divelto le mattonelle del pavimento. Ha picchiato la madre, il padre, il fratello. Ha fatto un deserto attorno a sé all’interno delle pareti domestiche, maledicendo Dio e gridando a più non posso a tutte le ore della notte o del giorno e con tutte le sue forze il suo diritto-desiderio di volersi “scopare una donna”. Ogni tanto passa un periodo sotto osservazione (sedato con farmaci antipsicotici e ansiolitici in dosi da cavallo) al reparto psichiatrico, poi lo rimandano a casa.
Eppure quando lo incontri per strada o quando esce in gruppo con gli amici al sabato sera è docile e sottomesso, ti saluta e fa persino battute spiritose…Solo un’ombra sotto i capelli ricciuti – ma non bisogna che si accorga che lo osservate proprio in quel punto e per questo non vuole farsi vedere mai da nessuno quando si pettina – mostra il segno del forcipe che lo afferrò alla nascita. Tutto per lui ebbe inizio da lì. Ma io so che se M. avesse avuto una madre e un padre più responsabili e presenti, una famiglia insomma meno sbandata e che gli avesse dato qualche briciola in più d’affetto e d’attenzione, forse ciò avrebbe fatto in modo che il decorso della malattia mentale sarebbe stato diverso ed egli stesso sarebbe stato sicuramente una persona meno infelice.

S. e O. sono sposati da cinque anni. Lei lo ha incontrato in discoteca se n’è innamorata e dopo tre mesi erano insieme davanti all’altare. O. è un bel ragazzo, biondo con gli occhi azzurri, molto socievole e gioviale quando è in mezzo alla gente, al matrimonio ha conquistato tutti raccontando le sue barzellette in dialetto. Lavorava come muratore. Lavorava perché alcuni mesi dopo il matrimonio ha smesso di lavorare, facendosi mantenere da lei. O. è malato di mente, ha avuto in passato episodi psicotici che naturalmente sono stati tenuti nascosti a S. (nemmeno la famiglia di O. ha detto niente alla futura nuora). Ha cominciato con le manie igieniche, costringendo S. ad aprire le porte o ad accendere gli interruttori della luce per lui. Progressivamente l’ha resa succube, allontanandola dal fratello (unico membro rimasto della famiglia di lei) e dalle amicizie di un tempo. Passa tutta la giornata ad aspettare lei che lavora part-time in un magazzino della grande distribuzione della zona.
Devono fare la doccia ogni volta che entrano in casa, dopo essersi tolti tutti i vestiti nella prima camera, la cosiddetta “camera di decontaminazione”. Nella casa non ci sono mobili, né lavandini, le persiane sono sempre tirate giù, i sanitari sono stati distrutti durante una delle crisi di lui. Le tubature sono state rotte e le perdite d’acqua coprono il pavimento di una delle stanze, filtrando poi sul soffitto del vicino di sotto. In una stanza ci sono la nuda rete di un letto e dei cartoni per terra che fungono da secondo letto e in un'altra un fornellino da campo più un tavolino da picnic.
Lui non indossa biancheria intima che non sia stata indossata da lei prima, così ogni volta dopo la doccia lei deve infilarsi le mutande di lui prima delle sue. Se indossa biancheria femminile lo deve fare di nascosto, altrimenti è costretta a mettere la biancheria di lui. Non le dà le chiavi di casa, così S. deve aspettare il marito prima di poter entrare nell’appartamento. Non le dà che pochi soldi per fare la spesa o per comperare ciò di cui necessita.
Progressivamente è passato dalle manie alle paranoie, dalle minacce e dalle urla, alle botte e poi alle coltellate.
Quando i vicini hanno chiamato l’autombulanza stufi delle grida dei giovani coniugi, S. è corsa piangente sul pianerottolo delle scale, abbracciando uno dei portantini. Era nuda se non per un camice da lavoro buttato addosso in fretta. Aveva un taglio che sanguinava copiosamente su un braccio. Lui era calmo e tranquillo – stavamo facendo la doccia - ha dichiarato ad uno dei vicini - non è successo niente -.
All’ospedale si sono accorti che il corpo di lei era totalmente e mostruosamente ricoperto di lividi, morsi e graffi. L’hanno convinta a denunciare il marito per maltrattamenti. Lui è stato ricoverato alla neuro. Lei è andata due volte dallo psicologo e una dall’avvocato del consultorio, poi ha cominciato a rivedere il marito – aveva bisogno di lei - ha detto.
Infine, ha ritirato la denuncia e, contro il parere di tutti, quando lui è stato fatto uscire dal reparto psichiatrico, sono tornati a vivere assieme. O. ha promesso che sarebbe cambiato e che si sarebbe curato. E per un certo periodo tutto è andato bene, finché lui prendeva le medicine, che lo stordivano un po’ ma lo tenevano “sotto controllo”.
Poi lentamente, ha smesso con i farmaci, ha ripreso con le manie e tutto è tornato come prima. Nel frattempo, con una parte dei soldi di lei, hanno comprato una nuova casa. S. non ha accettato l’aiuto di nessuno. Ha mentito per coprire le idee stravaganti e gli atti di violenza del marito. E’ convinta forse di poterlo salvare o forse non vuole rinunciarci perché ciò significherebbe ammettere il suo totale fallimento nella vita. E’ una ragazza emotivamente molto fragile. Ha subìto le umiliazioni più becere, per amore. Fanno l’amore in macchina nel cortile del palazzo dove vivono. Lui grida che l’ha scopata dopo che ha finito, in modo che tutti sentano. Oppure la fa stendere a quattro gambe nuda – anche in pieno inverno - su un sacco dell’immondizia vuoto tagliato come fosse un lenzuolo e poi la prende da dietro, come fosse un animale. Ha ricominciato a picchiarla, ma per fortuna non è arrivato ancora ai coltelli. Si lava i capelli solo con l’acqua di Lourdes e due volte l’anno partono con l’automobile piena di bottiglie vuote per fare il pieno dell’acqua benedetta nella famosa cittadina francese. Non lavano mai gli abiti che portano addosso, ma li buttano direttamente nella spazzatura e poi ne comprano di nuovi.
Vivono praticamente “on the road”, mangiando malamente quello che capita, usando una bottiglia dell’alcool per disinfettarsi le mani dagli oggetti contaminati con cui possono venire a contatto durante gli spostamenti della giornata. Lei non fa più la commessa, ma fa le pulizie. Per fortuna, i suoi datori di lavoro che sanno della situazione hanno fatto in modo che non perdesse il posto. I carabinieri ogni tanto li tengono sotto controllo e così i commissari dell’ufficio di Igiene.
Per fortuna S. non è stata mai messa incinta, forse perchè O. non è fertile o forse perchè la situazione altamente stressante che sta vivendo non le permette di avere una attività ovulatoria normale. Dio faccia in modo che ciò non capiti mai.
Nessuna delle persone che vuole bene a S. può fare qualcosa per aiutarla, anche perché lei per vergogna lo rifiuterebbe. Continua a fare di tutto per nascondere la situazione e coprire le malefatte del marito. La famiglia di lui, ben contenta di esserselo tolto dai piedi, se n’è lavata le mani. Lui non può essere internato, né essere isolato in una casa famiglia se lei non lo vuole o se non arriva a compiere qualche atto definitivamente tragico. Così ci aspettiamo che un giorno o l’altro i carabinieri ci chiamino per dirci che lui è riuscito ad ammazzarla. Perché nessuno può fare nulla prima che questo succeda?

Posted by SergioG at 12:34

15.11.03

TRE ARGOMENTI

Ad uno scrittore famoso di cui non ricordo con sicurezza il nome, credo Henry Miller, fu chiesto di quali argomenti era solito preferibilmente scrivere. La risposta fu che esistono solo tre cose valide ,di cui si può veramente parlare: Sesso, Dio e Morte.
Sul primo credo di aver fatto sufficienti tentativi poetici, soffermandomi con dovizia di particolari sia sul sesso vissuto in realtà, sia soprattutto su quello fantasticato – è curioso come il linguaggio poi renda il sesso di cui si è fatta reale esperienza, solo più verosimile, mentre quello vissuto nella fantasia diventi in qualche modo plausibile. Così, le donne di cui parlo non appartengono solo alla vita vissuta rispecchiando gli innamoramenti e le esperienze passate e presenti, ma spesso incarnano figure ideali, in cui caratteristiche vere delle persone che ho conosciuto si mescolano a caratteristiche completamente inventate e fittizie. Ho cercato di affrontare il tema dell’eros, come dice il professor Renato Scavino, usando “descrizioni senza veli eppure di una innocenza assoluta”, come si trattasse “di vedere in azione Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, prima del peccato originale”.
Il secondo argomento l’ho scartato per scelta: per insufficienza d’argomenti, per ignoranza, per mancanza di preparazione, ma anche per una certa qual forma di umiltà. Che so io di Dio? Che ne so io che credo in un entità superiore, ma che non sono praticante (ok, non è indispensabile essere cattolici praticanti per poter parlare di Dio, anzi forse è del tutto fuorviante), io che ho solo trentacinque anni, che conosco pochi libri della Bibbia – solo alcuni dell’Antico Testamento- e che non pratico certo i Vangeli… Questo non vuol dire che in alcuni miei componimenti non possa scaturire una profonda religiosità e talvolta, in certi versi più felici, un certo qual misticismo autentico. Talvolta, la figura di un essere superiore diventa perfino palese e strettamente connessa con il sentimento di stupore del poeta nei confronti di tutta la Creazione. Ma la mia ricerca di Dio è diciamo così, solo all’inizio (é lui che ha perduto me o io che, pur cercandolo, sono in esilio da lui?). Forse un giorno non lontano potrò affrontare l’argomento con qualche sicurezza (fede) in più.
Così mi sono buttato a capofitto sul terzo tema: la morte. Ho raccolto le poche cose già scritte (alcune liriche de “La Giostra Di Venere”, come Similia Similibus Curentur, Chrisallys e l’ultima che chiude il libro, ovvero Herba Est Ex Luce) e ho concentrato le idee che avevo in proposito, ossia che la morte sia soprattutto una fase di trasformazione e di passaggio per arrivare ad altro, che sia rinascita, forma divina o – se non si crede nella sopravvivenza dell’anima -il vuoto assoluto.
Sto cercando di leggere a più non posso, insomma sto tentando di accumulare una certa conoscenza bibliografica sull’argomento (e qui suggerimenti sarebbero ben accetti): cominciando dal “Libro Tibetano Dei Morti”, per continuare con vari "Libri Egiziani Dei Morti", salmi più o meno funerei, racconti macabri, ecc. (Qualcuno mi ha suggerito di leggere qualche romanzo della anatomo-patologa Patricia Cornwell).
In realtà il lato della morte che più mi interessa approfondire é quello biologico: sintomi di morte evidente (rigor mortis, ecc.), fasi della decomposizione, chimica della putrefazione, forme batteriche e insetti connessi con la decomposizione e così via… insomma tutto ciò che pur nella fase post morte rimane febbrile attività della vita. Descrivendo la decomposizione di un cadavere, come un evento del tutto naturale, come se si trattasse della trasformazione delle foglie in fertile humus. Ma affrontando anche l’argomento come fosse l'ennesima prova che dobbiamo affrontare, come l’esame ultimo di tutto ciò che si è fatto nella vita (e qui vengono fuori le radici del cattolicesimo represso...). Che altro dovrei dire? Spero che tutto questo lavoro porti a qualcosa (come nel caso dei versi del parto), a qualcosa di valido. Dovrei forse intervistare qualche rappresentante di pompe funebri?

Posted by SergioG at 18:50

08.11.03

PERSONE METEORE

Ci sono persone che piombano improvvisamente nella nostre vite, per un periodo limitato anche solo per pochi giorni o pochi mesi e che hanno la capacità di scuoterci, di farci sentire all’improvviso più vivi, di renderci più attivi e pieni di ispirazione. Non solo. Ci fanno sentire migliori dandoci la possibilità di esprimere in maniera più completa tutte le nostre potenzialità, ci travolgono con la loro verve e la loro energia irrefrenabile, illuminando il nostro cammino con la loro sensibilità fuori dal comune, dandoci la possibilità concreta di cambiare e di crescere come persone, facendoci aprire in modo nuovo e inatteso agli altri.
Si crea, insomma, tra noi e questi particolari individui un certo qual rapporto magico, caratteristico di quel momento e irripetibile, un rapporto in grado di trasformare gli avvenimenti quotidiani in poesia, i piccoli spostamenti in grandi avventure, le persone che magari hai conosciuto in maniera superficiale fino a quel momento in incontri nuovi e interessanti.
Come se due pianeti diversi mettessero in compartecipazione un pezzo delle loro orbite e senza scontrarsi, ma soltanto sfiorandosi ne avessero entrambi grandi benefici, e si creasse per questo una nuova energia, un nuovo mondo, un po’ come la sfera esclusiva che avvolge gli amanti e gli innamorati…Come se fossero angeli in carne ed ossa.
Sono "persone meteore". Persone che senza volerlo sono in grado di lasciare un segno profondo nelle nostre vite (ma di questo ci si accorge solo dopo che le abbiamo perdute).
Persone di cui a poco a poco ci si innamora (al di là dell’attrazione fisica si tratta di un amore intellettuale e platonico, un amore fatto d’affinità d’anime). Persone grazie alle quali non solo si ritrovano le nostre affinità elettive, ma grazie a cui tutto nella nostra vita acquista un nuovo senso. Persone che ci fanno star bene e con cui ci sentiamo felici, alle quali vorremmo affidarci completamente, con cui vorremmo fare tutte le nostre più importanti esperienze. Persone al fianco delle quali non vorremmo mai smettere di camminare. Persone che invece restano misteriose, affascinanti e inafferrabili.
Pietro Benso detto Pepo era una di queste persone. Pepo1.jpg

Non ho sue notizie da undici anni. Da quando la sua scelta definitiva di far parte dei testimoni di Geova non gli ha imposto di tagliare i ponti con tutto, perché il suo mondo di allora era considerato, secondo le limitate e fuorvianti idee di questa setta, demoniaco (musica, amicizie, frequentazioni, ecc.).
Ma non è questo di cui voglio parlare. E’ di ciò che mi è rimasto di lui a distanza di tanti anni. E' di ciò che lui era allora e che lo rendeva un amico e una persona davvero speciale e unica. Non voglio parlare del suo aspetto fisico, del suo modo originale e demodé di vestire, della sua gestualità, del suo modo buffo di camminare o di comportarsi in mezzo agli altri. Solo accennare a qualche particolare della sua vita e delle sue idee di allora che mi è rimasto impresso…

Portava sempre un quaderno con sé, dove annotava come in una sorta di diario i piccoli e grandi avvenimenti della sua vita, meditazioni, riflessioni, descrizioni delle persone che conosceva e che frequentava, scritti rigorosamente a mano (ripudiava l’idea di ricopiare il tutto con la macchina da scrivere o peggio con la fredda tastiera d’un computer, repelleva l’idea di ritoccare e riscrivere ciò che aveva partorito in un momento d’ispirazione).
Era molto geloso di questo quaderno e ti concedeva di leggerlo solo a piccole dosi (anche se poi mi aveva concesso il privilegio di tenerlo per interi pomeriggi). La sua calligrafia rimane ancora oggi affascinante e arzigogolata: era come affrontare la decifrazione d’una antica scrittura sconosciuta e misteriosa, come leggere un documento d’epoca medioevale o una ricetta redatta con mano assai leggiadra, occorreva farci l’occhio prima di poter procedere spediti, ma tutto ciò invece di scoraggiare ne aumentava il fascino di scoprire i preziosi segreti che vi erano custoditi…

Era dunque una sorta di linguaggio "gotico", a tratti nervoso e sfuggente, dove con noncuranza si mescolavano maiuscole e minuscole, a tratti elaborato e barocco nella forma di certe lettere come la “u” (fatta a forma di vaso o di serpente), le “g”, “v”, “s”, ”n” (le cui pance gambe e braccia partivano per la tangente verso l’alto o il basso, riempivano la spazio tra le righe come un arricchimento grafico). Una scrittura che sapeva però essere anche essenziale e veloce, fatta di lettere piccole e tonde (le “a”, le “o”, le “p”), con le “d” maiuscole a volte goffe e panciute, a volte rigorosamente a forma triangolare di delta (a seconda del suo stato d’animo) e le “e” caratterizzate solo dalle tre sbarrette orizzontali…
Pepo non leggeva volentieri le opere di altri autori di narrativa o poesia, perché diceva che a leggere le cose scritte da altri poi si rimane irrimediabilmente influenzati, perdendo la propria purezza e originalità (è questa un’idea in un certo senso “elementare” che io naturalmente non ho mai condiviso, dato che per maturare occorre passare attraverso il confronto con gli altri, il cui lavoro va certamente letto e poi fatto proprio, metabolizzato se si preferisce, ma era uno dei tanti aspetti della mentalità di Pepo che rispettavo, che mi affascinava e contemporaneamente mi inteneriva, uno dei tanti residui della sua infanzia difficile e della sua scarsa scolarizzazione, che comunque non inficiava il suo acume e la sua spiccata intelligenza).

Che cosa scriveva su questo quaderno?
Scriveva molto di certi aspetti che lo colpivano nelle azioni o nei caratteri delle persone che incontrava e che amava; era come un fanciullo che osservava con attenzione tutto e che da tutto si lasciava stupire.
Ricordo l’ironia con cui descriveva i comportamenti alimentari d’un suo vicino di casa (reso esilarante e stravagante come un personaggio tomwaitsiano); ricordo una commovente descrizione delle mani della ragazza di cui era stato innamorato.
I piccoli difetti o le imperfezioni estetiche, le piccole “deviazioni comportamentali” delle altre persone diventavano grazie a lui dei punti di forza, la loro particolare e irripetibile bellezza (così lo strabismo di Venere o la peluria accentuata vicino alle orecchie di una ragazza, o la sua eccessiva magrezza o rotondità del seno, ecc. e allo stesso modo l’eccessiva timidezza o pudore o chiusura di carattere, erano esaltati come virtù fuori dal comune)(e forse a guardare le giovani d’oggi è veramente così, in quanto si tratta di virtù sempre più difficili da trovare).
Scriveva del suo mondo quotidiano: i suoi abiti (ricordo una descrizione personalizzata del suo gilet, che lui chiamava con confidenza la sua “doppio petto grigia”, come fosse una fedele compagna di vita, una specie di dea minore da venerare), la sua stanza, la sua musica [e qui si potrebbero spalancare mondi infiniti perché ascoltava veramente di tutto, senza essere influenzato dalle mode o dall’artista del momento, perché era lui semmai a fare le mode e a innamorarsi di questo o quel disco del presente o del passato, che acquistava magari per la bella copertina…quindi si poteva spaziare da Battisti, ai canti popolari bulgari o yugoslavi, dalla canzonetta pop al cantautore o al gruppo più sconosciuto e maledetto (dal Battiato di “Fetus” e “Pollution” a Nick Cave, dalla musica classica a Leonard Cohen) Tanto per citare qualche nome e dare uno spaccato del suo mondo musicale, tra i suoi artisti preferiti vi erano:
- Tutti quelli che incidevano per l’etichetta 4AD, vale a dire in primis Dead Can Dance, Cocteau Twins, Clan Of Xymox, Wolfgang Press, Dif Juz, ecc.
- Tutta l’ondata elettronico-industriale: Laibach, Skinny Puppy, Front 242, Einsturzende Neubauten, Weimar Gesang, Pankow (i suoi gruppi italiani preferiti insieme agli Underground Life, ai Franti, ai CCCP e agli Afrodisia-città libera), In The Nursery. ecc
- Tutta l’ondata dark-new wave, per es. And Also The Trees, Sad Lovers And The Giants, Siouxsie And The Banshees, Fields Of The Nephilim, Joy Division (gli piacevano meno Cure o Bauhaus)
- Alcuni gruppi più pop in senso generale, come Lotus Eaters, Simple Minds, It’s Immaterial, The The, Depeche Mode, Japan&David Sylvian e così via…
Insomma all’inizio degli anni novanta lui ascoltava il gruppo innovativo (come potevano essere allora i Nirvana di “Bleach” o i rappers-metallari olandesi Suicidal Tendencies o i bostoniani Pixies) contemporaneamente a tutta la musica degli anni ottanta e insieme il meglio degli allora bistrattati e per nulla riscoperti anni settanta (Battisti, Gaber, Area, tutto il rock psichedelico, ecc.
)].

Descriveva i luoghi particolari dove ci recavamo a fare fotografie o semplici esplorazioni: luoghi ricchi di storia e monumenti antichi (con torri, castelli, manieri diroccati) luoghi dalla natura incontaminata (sulle montagne valdostane o piemontesi, presso boschi, torbiere, laghi, luoghi di mare, letti di fiumi), luoghi decadenti o ricchi d’archeologia industriale (chiese sconsacrate, vecchie fabbriche in disuso, cascine diroccate, binari abbandonati), luoghi magici o suggestivi (cimiteri, torri delle fate, ponti del diavolo, ecc.), ogni posto aveva per lui un fascino particolare o acquistava un fascino particolare visitarlo insieme a lui.
Descriveva con rara efficacia le sue inquietudini adolescenziali (l’assenza della figura paterna?), con sottile erotismo le sue pulsioni sessuali (il desiderio di essere l’asciugamano con il quale l’amica Giuliana, credo, si asciugava il corpo dopo il bagno), con lucidità e ironia le sue avventure nel mondo ostile (come fosse un cavaliere d’altri tempi) o i suoi deliri influenzati anche dalle variazioni d’umore (la descrizione della birra favorita, la Trapped, così amara e scura; le divagazioni sulla stupidità umana, sull’assurdità di talune regole o consuetudini sociali, ecc.).

Pur non essendo né uno scrittore, né un pittore, né uno scultore, né un attore o un fotografo professionista (ma avrebbe potuto diventare ognuno di essi se solo avesse voluto, se non fosse stato “deviato” da un ambiente che ha sfruttato al meglio la sua troppo ingenua credulità religiosa e che gli ha dato quella sicurezza famigliare che lui non aveva sino ad allora mai avuto), era un’artista nel senso più genuino della parola, compresa la buona dose di “sana pazzia” che solo i veri artisti comunemente possiedono.
Infine, sempre lo guidava un’idea originale riguardo ai suoi scritti (benché ne fosse geloso): che quegli scritti non gli appartenevano affatto(e proprio per questo non li voleva far leggere ad estranei, egli ne era il semplice custode). Pepo, infatti, sosteneva che le sue meditazioni e le sue riflessioni appartenevano di diritto alla persona che gliele aveva ispirate o a cui erano dedicati. E quante volte te lo vedevi piombare in casa inaspettato o alle ore più strane per farti leggere un pezzo che doveva assolutamente leggerti e lasciarti - magari un’intera pagina di quaderno - perché gli era venuto e voleva assolutamente lasciartelo come testimonianza, come una cosa preziosa e solamente tua, di cui lui era entrato "casualmente" in possesso (e questo lo faceva non solo con gli amici, ma anche con i conoscenti, con le persone con cui entrava in contatto magari per poche volte e che lo ispiravano, a cui doveva lasciare il suo scritto o magari la compilation musicale registrata appositamente…così almeno ti lasciava la musica che ascoltava in quel momento - in verità un piccolo pezzo di se stesso - e poi magari spariva per mesi interi e tu ti chiedevi se era vero o un’apparizione e se l’avresti rivisto ancora).
Per questo e per tanti altri motivi Pepo mi manca, mi mancano la sua solarità e la sua sfrontatezza, mi mancano il suo saper improvvisare e la sua poesia, mi mancano i suoi sguardi e il suo sorriso, mi manca il suo entusiasmo e la sua disperazione, mi manca perfino l’odore dei suoi vestiti e della sua pelle…ma so che sarebbe del tutto inutile andarlo a cercare oggi.
Quel che so per certo è che per “l’uomo dalle scarpe tonde o buffe” ci sarà sempre una porta aperta nella mia vita.

Posted by SergioG at 16:59

25.10.03

depressione e creatività

Questa settimana ho frequentato un corso di aggiornamento organizzato per i farmacisti della provincia di Cuneo, avente per tema la depressione.
Penso che possa essere interessante (anche se un po’ lungo da leggere) estrapolare dalla parte introduttiva delle dispense del suddetto corso (curate dal Dott. Savino Roggia e dalla Dott.sa Costanza Ravbar) le pagine riguardanti l’inquadramento della patologia depressiva e il suo superamento attraverso un lento cammino di auto-consapevolezza, che può trovare anche completa risoluzione nella trasformazione chiave della sofferenza in creatività…
Con l’augurio di poter tutti quanti far tesoro di queste parole (ma la lezione di vita vale in special modo per il sottoscritto).

La depressione, scriveva Richard Burton nel 1621, è l’inferno in terra. E se è vero che essa si sta impadronendo della razza civilizzata vuol dire che l’inferno sulla terra c’è ed è da ricercare nel cuore di questo uomo depresso, incompreso dal mondo. Un desiderio di comprensione del suo universo che è sempre figlio di una incomprensione subita, in genere da parte degli altri, di un collettivo che lo rifiuta, che lo giudica, di una vita che sembra ostinarsi a non regalargli nemmeno un tiepido raggio di sole.
Non sembra, ma il rapporto con i nostri simili può infliggerci ferite più profonde e dolorose di quanto qualsiasi arma non sia in grado di fare. L’isolamento, il rifiuto, il disprezzo degli altri colpiscono la nostra anima con spietata violenza, lasciandovi sempre impresse cicatrici profonde.
Alla legittima domanda se “è possibile vivere serenamente nonostante quel senso di solitudine e quella sofferenza che rendono l’anima schiava di se stessa” oppure se “è possibile convivere con una situazione che alla maggioranza delle persone risulta insopportabile” gli esperti sono concordi: è possibile convivere con simili lacerazioni, solo a condizione di attribuire senso agli eventi che ci provocano tanto dolore.
Per chi ha fatto esperienza, la solitudine e la sofferenza vengono caratterizzate dalla straziante sensazione di non poter fare affidamento su alcun sostegno al di fuori di te stesso. L’unica convinzione che ti accompagna è che nessuno può darti una mano, nessuno è disposto ad aiutarti, ed altri non hai ad eccezione di te stesso. Quando si è soli e in preda alla sofferenza, si avverte la sensazione di essere isolati dal resto del mondo, si è costretti a vivere in una dimensione che si nutre da sola, quasi narcisistica, e con amarezza constatiamo che possiamo contare soltanto sulle nostre forze, che il resto del mondo non potrà mai comprenderci.

“Le ferite dell’anima, però, possono trasformarsi in principi attivatori del nostro risveglio psicologico, capaci di innescare la nostra rinascita, il cambiamento a cui tutte le esperienze vissute ci hanno preparato. La particolarità della sofferenza, infatti, consiste nella possibilità, che essa ci offre, di trarre nutrimento dallo sviluppo della nostra vita interiore. Non dovremmo dunque arretrare impauriti quando ci troveremo al cospetto della sofferenza giacché essa, al di là di quanto si potrebbe pensare, offre una serie di opportunità, di “vantaggi”. Il più importante di essi è dato dal fatto che la sofferenza e la “prigionia” della nostra anima illuminano e rendono visibile il patrimonio più prezioso e nascosto delle nostre risorse psichiche.
Quando si è prigionieri della depressione e nulla e nessuno sembrano poter accorrere in nostro aiuto, dovremmo essere così coraggiosi da lasciarci precipitare nel baratro, da affrontare quella discesa verticale verso l’oscurità che tanto temiamo. Per quanto vertiginosa e devastante sarà la caduta, per quanto fitta sarà la nebbia da cui saremo avvolti, per quanto tetro apparirà il buio nel quale saremo immersi, dovremmo confidare nella luce, nella lieve ma persistente luce che, sempre, fa seguito all’oscurità” (A. Carotenuto).
La depressione, quindi, si configura come un singolare stato d’animo che costringe la persona in una condizione di prigionia emotiva e allontanamento dal mondo. La “prigione” è data dall’individuo stesso, dal suo mondo interno che lo inghiottisce ogni giorno di più, dalle tenebre dentro le quali precipita accompagnato solo dalla spiacevole sensazione di non poter più far ritorno. Non c’è nulla, ma proprio nulla, nella realtà esterna che possa sollecitare l’interesse del depresso, meno che mai accendere un barlume di progettualità. Quando sentiamo parlare della cosiddetta “mancanza di interesse” che caratterizzerebbe le persone depresse, non facciamo altro che confrontarci con un banalissimo luogo comune, un buffo eufemismo che riesce a spostare l’attenzione solo sulla punta dell’iceberg. La depressione distrugge gli interessi della persona, li sgretola fino al punto di farli diventare finissima sabbia. E per quanti sforzi l’individuo compia, per quanto impegno possa metterci, per quanto aiuto possa ricevere, i suoi granitici interessi e le sue solide attività sono solo sabbia che sfugge tra le sue dita. Uno stato depressivo non lascia spazio alla forza d’animo, alle motivazioni, alla capacità di progettare. In questa cupa sensazione di disperato abbandono l’unico “ desiderio” che è possibile avvertire è che l’incubo finisca il prima possibile. E per un buffo segno del destino è il depresso stesso a procrastinare sempre più il risveglio dall’incubo: dormendo quasi tutto il giorno, oppure aspettando con ansia di poterlo fare, la persona depressa si arrende supina alla letargia della sua vita.
Eppure, sebbene possa sembrare paradossale, soprattutto quando sopraggiunge una depressione profonda è il caso di dire “non tutti i mali vengono per nuocere”.
Lo stato di grave prostrazione e l’abbattimento che si vengono così a creare, infatti, costringono giocoforza l’individuo a confrontarsi con gli aspetti più oscuri, segreti e imprevedibili della sua personalità. Sprofondando fino negli abissi dell’anima, prima o poi giunge il momento in cui “si tocca il fondo”. Gli elementi che permettono di comprendere di aver “toccato il fondo” variano da persona a persona, ma in genere è la consapevolezza di aver calpestato se stessi, di essersi lasciati risucchiare da una condizione di degrado personale e psicologico, a far si che il depresso si senta percorso da un brivido raggelante. E’ questo un breve ma preziosissimo momento in cui una flebile luce rischiara per qualche istante il buio in cui si è immersi. Sono attimi da prendere al volo, in cui si deve decidere rapidamente se distendersi su quel fondale oppure usarlo come una piattaforma di lancio da cui ripartire ed emergere. Soltanto chi avrà vissuto sulla propria pelle l’avventura spaventosa e affascinante di un viaggio nei sotterranei della propria anima potrà capire questo discorso, tutti gli altri dovranno accontentarsi di assistere increduli alle evoluzioni della psiche altrui.

Un aspetto veramente interessante della depressione è dato dallo sfacciato contrasto tra la sterilità di giorni trascorsi come creature prigioniere della propria vita e la grande fertilità del momento in cui si decide di ricominciare a vivere.
In quel momento infatti l’individuo porta sulle proprie spalle un pesante carico: si tratta di tutte le esperienze psicologiche e delle riflessioni generate dalla depressione stessa. Non si tratta di zavorra, ma di un prezioso bagaglio che l’individuo potrà decidere di mettere a frutto. Anche da una depressione, come dopo ogni malattia, non si emerge mai come prima di sprofondarvi: la depressione, però, più di altre patologie è soprattutto metamorfosi e, spesso, arricchimento interiore. La sofferenza dell’anima e la depressione che da essa scaturisce è un vero incendio creativo, la volontà di occuparsi di rinnovati interessi.
A quanti invece si domandano “ se questa sofferenza di base di cui stiamo parlando può essere fonte di un certo equilibrio di vita o paradossalmente un sostegno, una risorsa”, rispondiamo che questa è la sintesi dominante tra gli addetti ai lavori.
L’argomento è controverso perché per raggiungere un equilibrio interiore e una certa serenità attraverso la sofferenza, bisogna che il sofferente si evolva, diventi capace di valorizzare determinate condizioni psicologiche, condizioni che generalmente il collettivo disprezza. Non c’è dubbio che, per chi è preparato, un pizzico di sofferenza unita al silenzio possano essere premesse di una crescita interiore unica, feconda e sconosciuta a chi vive in nome dell’utile immediato, del superficiale.
Talvolta, sembra impossibile uscire da una situazione di sofferenza, soprattutto perché ciò implicherebbe un ulteriore patimento. Esistono però momenti della nostra vita in cui è davvero necessario rimettere tutto in discussione e riesaminare gli eventi della nostra esistenza. Ma quanti di noi sono disposti ad una simile rielaborazione? Quanti sono pronti a guardare dritto negli occhi la loro più intima realtà e a gettare luce sulla loro vita? Sono pochi gli eletti che desiderano veramente uscire dalle tenebre dell’inconsapevolezza per diventare “coscienti” dell’errata erranza, per puntare l’infinito. La consapevolezza, infatti, implica sempre un prezzo elevato e un lungo cammino irto di ostacoli e in salita. Nessuno può preservarci da questo percorso perché, se davvero vogliamo uscire dalla nostra sofferenza psicologica, è necessario iniziare a comprendere. A ognuno di noi, seppure in maniera differenziata, la vita offre l’opportunità di rimettere in discussione, di accettare la sfida e di lottare per acquisire consapevolezza, ma tutto ciò implica uno sforzo enorme e molti si chiedono se ne valga la pena. Certo che ne vale la pena, perché dopo aver percorso il nostro cammino individuale al giusto prezzo potremmo incominciare a capire e, quindi, a vivere.

A prescindere dagli eventi e dalle circostanze, non tutti reagiamo allo stesso modo al dolore psicologico. Chi è più superficiale non potrà che avvertirne meno: non si pone domande e, comunque, non penetra mai la realtà di una situazione o di un problema. La superficialità, com’è ovvio, si esprime anche a livello della dimensione relazionale, laddove un rapporto privo di ogni volontà introspettiva non potrebbe nemmeno definirsi tale.
In base al tipo di esperienze e di rapporti vissuti, dunque, modifichiamo e plasmiamo noi stessi. Pertanto, la nostra serenità psicologica o la nostra sofferenza interiore andranno lette e interpretate alla luce del rapporto con gli altri e delle relazioni che riusciamo a imbastire nel mondo. Le relazioni interpersonali sono il fulcro della nostra esistenza, anzitutto perché vivere un rapporto con gli altri ci permette di imparare e comprendere cose che, altrimenti non potrebbero essere apprese. Nell’ambito di una relazione, inoltre, non soltanto si ha la possibilità di imparare, ma anche di insegnare, di dare all’altro ciò di cui si ha bisogno.
Alla luce di ciò comprendiamo come mai le persone che soffrono di più e che stanno male sono proprio quelle che non hanno la possibilità di dialogo, di rapporto, di interagire e confrontarsi con gli altri. Da un punto di vista psicologico, infatti, le patologie più gravi sono proprio quelle che non consentono all’individuo di entrare in contatto e in relazione con gli altri. Le persone più disperate sono dunque quelle senza relazione, quelle isolate, che non riescono mai a coniugare se stesse con le altre. Si tratta di una sofferenza enorme, talmente grande che l’isolamento viene ormai da tutti considerato come una delle punizioni peggiori che caratterizzano le cosiddette “carceri dure”. Noi tutti siamo spinti prepotentemente ad avere e ricercare rapporti in grado di veicolarci delle emozioni. Le relazioni interpersonali sono dunque determinanti per il nostro sviluppo psicologico, ma celano una grande insidia. Essendo le relazioni il fondamento della nostra vita, comprendiamo anche quale sarà il rovescio della medaglia: esse possono distruggerci. Vi sono persone, ad esempio, che sembrano essere attratte, addirittura calamitate, soltanto da situazioni impersonali disastrose, fallate già sul nascere, che inesorabilmente condannano l’individuo a uno sterile isolamento. Certo, è innegabile che vi sono momenti in cui si ha più bisogno di un dialogo con se stessi piuttosto che con gli altri. Tutto ciò è legittimo, a patto però che queste rimangano “fasi”, episodi circoscritti limitati nel tempo. Dopo aver trascorso una fase di solitudine, meglio di silenzio, di “ritiro interiore” fino alla sofferenza, viviamo letteralmente una “seconda nascita”un momento in cui ci riappropriamo di forze a cui non riuscivamo più ad attingere. Le difficoltà, le carenze, i disagi, in realtà ci permettono di sviluppare le nostre dimensioni migliori.
Ciò che in tal senso è davvero fondamentale capire, peò, è il fatto che la sofferenza e la solitudine possono acquisire un significato e valore positivi, in quanto costruite da noi stessi. L’elemento che più di ogni altro può “creare il mondo” e ricevere frutti dalla solitudine, è l’immaginazione: tanto più saremo ricchi di immaginazione, tanto meglio riusciremo a sopportare il gravoso peso dell’esistenza. Le persone che possiedono questa prerogativa e facoltà, tuttavia, sono sempre giudicate in maniera inadeguata, vengono ritenute dal collettivo un po’ strane, quasi anormali. Esse, però, possiedono uan frattura, una apertura nel loro mondo interno, che diventerà la loro forza, permettendo loro un contatto fecondo e vivificante con la solitudine. Anche la fragilità che alcune persone manifestano, non dovrebbe essere considerata in maniera negativa, ma osservata nei suoi aspetti più positivi, come una fertile apertura. A volte il mondo esterno è particolarmente spietato, ci fa sentire inadeguati, criticati, messi in disparte, i classici “pesci fuor d’acqua”. Per sopravvivere in momenti come questi non c’è altra via che ripiegare su noi stessi e cominciare a cercare nel nostro mondo interno il senso degli eventi. Ma il ripiegamento su noi stessi ci porta ad accorgerci che abbiamo una ferita aperta, profonda, che ci fa male e ci costringe a fare i conti con un mondo che non corrisponde alla nostra aspettativa. Ci si accorge così di essere troppo sensibili per prestare orecchio al rumore incessante di una realtà esterna che pretende di assoggettarci e omologarci.
La sofferenza ferisce, è chiaro, ma le lacerazioni che infligge alla nostra anima possono trasformarsi in straordinarie aperture verso gli altri e la realtà circostante fino al punto, addirittura, di stimolare in alcuni individui lo sviluppo della loro dimensione creativa. Addirittura, è possibile affermare che quanto più nell’anima di una persona la vita infliggerà delle ferite, tanto più aumenteranno le probabilità che questa persona inizi ad interessarsi dell’inconscio e della psiche.

L’impulso creativo, comunque, nasce essenzialmente in quelle persone che sono portatrici di una ferita interna. Si tratta di individui che, in un certo momento della loro vita, sono stati colpiti, feriti da un certo tipo di esperienza, da una situazione che ha lesionato qualcosa in loro. Ecco quindi che tutta la nostra vita, nel momento in cui siamo portatori di una ferita, viene spesa nel tentativo di rimarginare, risanare quell’antica ferita. Il concetto di “ferita-feritoia” riassume e rappresenta brillantemente il fulcro del nostro discorso: da un punto di vista psicologico, la ferita rappresenta qualcosa di estremamente importante perché essa è al contempo anche una feritoia, ossia una finestra aperta sulla sofferenza dell’altro, sulla dimensione più interna.
In quanto esseri feriti, diventiamo diversi e ci comportiamo di conseguenza. Ha così inizio un processo di differenziazione quasi inesauribile, che ci porta a interessarci sempre più al regno dell’inconscio. Le persone di questo tipo denunciano un malessere generalizzato che impedisce loro di vivere serenamente; la vita diviene gravosa, quasi insostenibile. La ferita di cui stiamo parlando non si rimargina mai, tuttavia, con il trascorrere del tempo si trasforma e assume le sembianze e le funzioni di una feritoia, cioè di uno strumento formidabile per guardare dentro di noi e diventare “terapeuti” senza neppure rendercene conto. Infatti, si può dire che si diventa psicoterapeuti nel momento in cui si incomincia a nutrire interesse per il mondo interiore. Ma il mondo della psiche è territorio privilegiato, è popolato da fantasmi, è colmo di paure e si esprime attraverso un linguaggio metaforico spesso complesso.
Quello della psiche è un territorio riservato a pochi eletti e la selezione avviene in virtù della problematicità della persona: solo se si hanno delle reali difficoltà e una ferita sempre sanguinante, sarà possibile accedere al regno dell’inconscio. I problemi, però, nascono quando non si riesce ad attribuire il giusto peso agli eventi dolorosi e, in linea più generale, a dare loro un significato. Come ognuno di noi ben sa, capita a volte di vivere esperienze che, interiormente, ci fanno molto male e sono generatrici di una sofferenza straziante. In un primo momento avvertiamo in maniera nitida la sensazione di non essere in grado di venirne fuori, ma poi, con il trascorrere del tempo, e grazie ad un profondo dialogo con noi stessi, riusciamo a mettere a fuoco quelle esperienze, e a vederle da una luce completamente diversa. E’ così che talvolta si comprende come esse siano state significative e rivoluzionarie per la nostra vita.
E’ diffusa la convinzione che sebbene la dimensione della sofferenza costelli l’esistenza di tutti noi, non sempre siamo in grado di osservare il dolore dell’anima dalla prospettiva corretta. La sofferenza infatti non dovrebbe essere trattata alla stregua di un nemico da combattere e vincere ma, più semplicemente, come una preziosa opportunità per entrare in contatto con aspetti e risorse di noi stessi che altrimenti non avremmo mai avuto l’occasione di scoprire.

Come sosteneva lo stesso Pasolini, l’impulso alla poesia nasce nella feroce e contraddittoria densità dell’essere che si deprime e si esalta, nel suo stesso darsi in modo fenomenico e liberatorio. Sia che sondi tra i più oscuri abissi dell’animo umano, sia che tenda sulle più elevate e spirituali vette, la poesia (quella vera) è gesto, è liberazione, è conquista, è rivelazione e terapia.

Posted by SergioG at 23:35

04.10.03

L'anima gemella

Chi crede nel mito dell’anima gemella ha forse trovato la pezza d’appoggio che gli mancava. Il 28 agosto 1982, al Bolitho Hospital di Penzance in Cornovaglia, un bambino e una bambina venivano al mondo a distanza di tre ore. Essendo gli unici nati di quel giorno, all’infermiera sembrò naturale depositarli in due culle affiancate, dove Adam Redgrave e Melanie Sommerville trascorsero la loro prima notte di vita a strillarsi meraviglie non comprensibili da orecchie adulte. Poi le famiglie li separarono, come forse succede ancora solo a quell’età.
Ma vent’anni dopo il destino assoldò uno sceneggiatore esaurito di Hollywood e fece scontrare i loro carrelli al supermercato. “Sorry, ma … non ci siamo già visti?”. Tirarono l’alba a parlare e, tipico dei colpi di fulmine, pensarono di conoscersi da sempre. Però nel loro caso era vero: lo hanno scoperto mentre preparavano i documenti per il matrimonio.
Adesso su Adam e Melanie (Adamo e la Mela?) grava una certa responsabilità. Se in futuro divorziassero, magari scannandosi sugli alimenti, come la metteremmo con l’anima gemella? Riguadagnerebbe terreno il partito di chi pensa che la metà che abbiamo perso al momento dell’incarnazione, e che per tutta la vita cerchiamo nel sorriso di un nostro simile, non abiti fuori, ma dentro di noi. E ci aspetti oltre lo specchio, al termine di questa esperienza terrena. L’amore per un altro essere umano sarebbe lo strumento magico che ci è stato dato per riconoscerla.
Massimo Gramellini, La Stampa, 4 ottobre 2003

Posted by SergioG at 15:47

30.09.03

Ci sono giorni

Ci sono stati giorni difficili, giorni da incubi, giorni neri, con il morale sotto le scarpe, giorni che avremmo preferito non vivere, dove avremmo fatto meglio a restare nel letto senza muoverci…(altri ce ne saranno)
Ci sono stati giorni grigi di nebbie e anonimi, giorni che non hanno detto niente, che sono scivolati via in sordina, inafferrabili e illeggibili, matasse ingarbugliate…(altri ancora ne arriveranno)
Poi ci sono giorni di gloria e di grazia, giorni del tutto inaspettati, colmi di nuova luce, di gioie d’amore e di sorprese, giorni di soddisfazione come questi (in cui perfino io che sono battezzato ma che non sono praticante trovo un dio minore da ringraziare)…giorni in cui una telefonata inaspettata dall’Olanda, che sia nel pomeriggio (Elena) o alle undici e mezza di sera (Peter), ti appaiono veramente come segnali che qualcosa o tutto stia per cambiare e per girare finalmente nel verso giusto…Auguro a tutti giorni come questi, stancanti ma felici.

Posted by SergioG at 22:01

29.09.03

Perché un blog?

Riflessioni di partenza.
Per una specie di esigenza esistenziale. Per un bisogno ormai sempre più urgente di confronto, di comunicazione. Per avere una specie di diario su cui annotare meditazioni, avvenimenti, riflessioni su argomenti vari, per buttar giù abbozzi di idee, cercando di chiarirsele, un modo per riordinare i ricordi del passato.
Per unire insieme tutto ciò che è sempre stata la mia passione: musica, letteratura, poesia.
E poterne parlare con gli amici di sempre, ma anche con chiunque voglia approfittare per inserirsi e dire la sua, apportare il proprio pensiero, le proprie esperienze.
E soprattutto per tentare di fare quasi in diretta un laboratorio di poesia, dove stendere le cosiddette “Parole per successive riflessioni”, ovvero quello che ho sempre usato come materiale di partenza per arrivare alle poesie, abbozzi di elucubrazioni letterarie, versi sparsi, piccoli lampi di ispirazione da poter rielaborare successivamente. Avendo però la possibilità di sentire suggerimenti e critiche altrui, in modo da poter spero migliorare la qualità della futura prima stesura della poesia. Un modo per fare ricerca di argomenti, ricerca di parole, di linguaggi a trecento sessanta gradi, con una porta reale/virtuale sul mondo virtuale/reale.
Non sono uno che è solito sprecar parole. E vorrei che questa fosse l’occasione per cercare di migliorare la qualità delle mie parole, per poter acquisire una migliore coscienza e responsabilità nei confronti di ciò che dico e vorrei dire. Tutto qua.
Un modo di ricominciare da zero, ripartire daccapo, non cancellando tutto, ma mettendo dei paletti su ciò per cui ancora vale la pena di vivere: l’amicizia, la musica, la poesia.
Nonostante tutto, con ostinazione, dedizione e passione. Perché è sempre più difficile comunicare, è sempre più difficile capirsi veramente, cercare di essere e di dare se stessi, di essere in qualche modo autentici in questa società dove tutto cambia in continuazione, dove tutto viene bruciato, metabolizzato a velocità folle. Ma i tempi dell’organismo, i nostri bioritmi, sono un’altra cosa. Per tentare di essere un po’ più liberi (lo so che è un illusione) e un po' meno schiavi. Per cercare di scovare e trattenere quel poco/molto di bellezza che attorno a noi c’è ancora.

Posted by SergioG at 18:49

28.09.03

Eccoci!

Solo un breve messaggio di prova per dire che sergio è in linea.
Benvenuto nella blogosfera!
Non finirò mai di ringraziare il mio graphic designer preferito Elena.
Non tutti c'hanno il culo d'avere una bella sventola da Amsterdam che ti fa il sito, si preoccupa per te e ti telefona spendendo svariati euriii, ci manca solo il sesso virtuale e poi sono a posto (con il beneplacito dei rispettivi consorti, si intende!)

Posted by ElenaC at 12:09