Nel numero 63 della quadrimestrale rivista di poesia internazionale e di cultura letteraria "PAGINE" curata, fra gli altri, da Vincenzo Anania e Piera Mattei, ed edita da Roma da Zone Editrice, sono state pubblicate due pagine dedicate al mio lavoro poetico. Vi appaiono 2 inediti e 5 componimenti dai "CANTI DELL'AMORE PERDUTO" (Puntoacapo 2010). Nello stesso numero, per la poesia italiana, vi sono articoli su Pierluigi Cappello, Riccardo Bertolotti e Maria Gabriella Canfarelli.
Per chi fosse interessato, potrete trovare "PAGINE" in molte biblioteche e nei punti vendita Feltrinelli di molte città italiane tra cui Bari, Bologna, Firenze, Genova, Napoli, Padova, Parma, Roma, Torino, Trento, Venezia, ecc.
Riporto di seguito i due inediti:
*
Ma più d’ogni altra cosa gli piace non visto
mettersi prono sulla pietra che sa,
in un gioco di subacquea mosca cieca
immergere le braccia nella corrente gelida:
cercare il ventre della trota.
Sgusciante viscida sentirla curvarsi tra le dita,
pulsante d’amore e di paura
carezzarla con opera di seduzione.
Poi ─ estasi infinita ─ coi polpastrelli
risalire i fianchi del salmonide,
accordarsi al suo respiro: all’improvviso
infilare le dita nelle branchie aperte.
In un turbinio d’acqua e di forze contrapposte,
in un argenteo spaventoso bagliore
tirare fuori il pesce dal suo elemento
e ─ impagabile momento ─ mostrarlo
alla gloria del cielo.
Infine, adagiarlo tra i fili d’erba:
mentre si contorce, lungo la lucente livrea
contare le macchie rosso-arancione;
tra le mani stringerlo ancora boccheggiante
e, prima che sia troppo tardi,
rimetterlo in acqua.
Spiarlo mentre fulmineo
cala nei meandri
del suo regno.
*
Su quella cima poco battuta a Nordest del Chersogno
dove sorprendemmo una coppia di giovani camosci,
c’era un biglietto che il giorno prima
un escursionista felice d’esser giunto in vetta
aveva di proprio pugno lasciato per iscritto:
“Punta della Gardetta h 2637 m
sette luglio 2008
nome e cognome, anno di nascita: 1928.
Ancora una volta in cima!”
A tanto non aspira, il mio miracolato esistere.
E’ sopraggiunto un inverno lungo e rigido.
Ora che la neve comincia a sciogliersi
emergono a centinaia le carcasse
di quelli che non ce l’hanno fatta.
La poesia D.E.A. tratta dalla raccolta "Canti dell'amore perduto" è stata inserita nell'antologia L'IMPOETICO MAFIOSO. 100 POETI PER LA LEGALITA' E LA RESPONSABILITA' curata da Gianmario Lucini.
Ecco la poesia:
D.E.A.
EMERGENCY ROOM
“Non lesioni infiltranti il parenchima, né falde
di versamento pleurico. Fascio cardiovascolare nella norma.
Seni costofrenici normoespansi. Non livelli idroaerei
nelle anse ileo-coliche. Coprostasi nella cornice colica.
Non segni di pneumoperitoneo”.
“Non reperti patologici a carico di fegato, vie biliari,
pancreas, milza e reni. Aorta di calibro regolare.
Colecisti tubuliforme con pareti ipoecogene, probabilmente
ipotrofica. Non falde liquide libere in
addome. Non idronefrosi. Vescica depleta”.
“Paziente vigile, collaborante, eupnoico, tranquillo”.
E' stata presentata sabato 19 giugno la mia nuova raccolta di poesie, CANTI DELL'AMORE PERDUTO, Edizioni Puntoacapo.
Per informazioni: www.puntoacapo-edizioni.com
Domenica 20 settembre al Castello del Roccolo di Busca (CN) si terrà un reading dal titolo Baraonda Poetica. “L’idea della baraonda poetica - spiega Giovanni Tesio, l'ideatore -, si richiama al gioco delle bocce che si faceva nei paesi alle feste patronali. Un sorteggio che assortiva giocatori di qualità diverse. Ma soprattutto un’idea di festa, di kermesse, che sparigliava le forze, divertendosi a mettere insieme il campione e la scartina, il bocciatore sicuro e il puntatore scarso, ogni volta rimescolando abilità e fortuna. Qualcosa del genere vorrebbe essere la ‘baraonda poetica’. Ma in senso molto lato, ossia nel senso di una festa mista e variopinta, che non distingue secondo scelte critiche e secondo giudizi più o meno competenti e autorizzati, ma che si diverte a dare voce a tutti i poeti, noti e no, piccoli e grandi, anche nel senso dell’età. Un modo cordiale, in definitiva, per ammettere tutti al banchetto della poesia”.
L'appuntamento è a partire dalle ore 15.00.
Per informazioni: www.marcovaldo.it
- D'alberi insetti uccelli oceani stelle
mai mi stancherò di cantare,
mai mi verranno a noia
giovani curiose menti
agognanti inespressi boccioli
ansiosi di sapere. E mai
mi sazierò di te, bistrattata PAROLA.
Degli uomini credo d'averne già abbastanza.-
PAROLA figlia rinnegata
amata prima, riverita, curata
come bella donna adorata, poi svilita
in una notte di plenilunio ripudiata,
col tradimento e col disprezzo punita.
Figlia ribelle, figlia troia.
Amica che tradisce,
amore che si consuma.
Amore che svanisce, più non torna.
Passione d'adulto s'esaurisce
in abitudini e ossessione:
«Avrei voluto piantare il mio vessillo
sul tuo Antartide, trovare ristoro
sulle tue labbra,
quiete tra i tuoi seni. Invece brancolo
in questo deserto dell'anima».
PAROLA anguana (1) dalla voce incantevole,
abitatrice di fonti, antri, cime di monti ,
fata dalle lunghissime mammelle
gettate dietro le spalle a sfamare
i bimbi che, numerosi si stringono
nella cesta. PAROLA tempesta
onda che arriva improvvisa,
tutto travolge, fa perdere la rotta.
Inclina sul fianco la nave, sui fondali
dell’oceano ne seppellisce i resti.
Inattesa procella le carte mescola,
rimette tutto in gioco; pone fine
al soffocamento della bonaccia.
“The curse is finally expiated” (2).
PAROLA psicostasia del cuore:
con piuma sottile messa a confronto,
misurata, perlustrata, scrutata,
e da occhio esperto
minuziosamente soppesata;
da altri, vile monile, disprezzata:
per due soldi offerta in baratto,
come rene venduta al mercato
degli organi, al banco dei pegni.
"E tu che sé dinnanzi e mi pregasti,
dì s'altro vuoli udir; ch'i avermi presta
ad ogni tua question tanto che basti "
disse Matelda a Dante: non basta.
«Colpevole, signor giudice, esemplare condanna!».
Nessuna professione d’innocenza,
recita di formula, invocazione sacra.
Nessun ammansito giudice, corrotto
sacerdote, garante di salvezza!
PAROLA zattera per resistere, con coraggio
sfidare la potenza delle correnti:
non esserne irrimediabilmente travolti.
Si vorrebbe riprendere fiato e invece
nelle asperità s'annaspa per non affogare.
Con l'acqua che brucia occhi naso laringe
tra i detriti a stento si resta in superficie.
La stessa forza che ignota
trascina sul fondo, può tenere a galla:
sono la consapevolezza e il controllo
a fare la differenza, a segnare il passaggio
tra lo sbracciarsi non coordinato
e il saper nuotare. In mare...
neppure il saper nuotare può essere sufficiente.
PAROLA alta marea, sopraggiunge:
degli estuari inverte il flusso.
Impetuosa risacca, vulcanico atollo
dai contorni ancora non ben definiti.
Cetaceo arenato, algoso relitto
rugginosa ancora adagiata sul fondo.
Non avere paura di sporcarti le mani
di percorrere antiche rotte,
di trovare nuove corrispondenze,
risonanze inaspettate.
Il messaggio è sottile, l'enigma controverso
fragile il significato, spurio il senso.
E' possibile della verità
non afferrare neanche un frammento.
Non esorcizzare il male dell'universo.
Può bastare un'intenzione, un gesto.
Aprire gli occhi, avere convinzione
muovere le viscere dell'ispirazione.
Seguire le orme, le esili tracce.
Sperimentare più arditi linguaggi.
Giocare di sponda come nel biliardo.
PAROLA ciò che resta da esplorare.
Impervio sentiero, oscuro abisso
angusto orifizio, crepaccio
da scandagliare.
Alato seme soffiato via dal vento,
tatuaggio indelebile, cicatrice
rituale sanguinario.
Pruriginosa vibrazione
dell’organo di fonazione.
Oltraggio, vituperio,
suggestione, plagio.
Lezioso orpello, bisturi letale.
PAROLA messa in decantazione.
In tetri labirinti lasciata scivolare.
In sinuosi alambicchi distillata,
digerita in recipienti di percolazione.
Aromatizzata come vino in botti di rovere,
metabolizzata da enzimi in organi emuntori.
Estratta con solventi in fumanti beute.
Risorta dalle ceneri in alchemici crogioli.
PAROLA test di Rorschach:
graffio, segno, macchia da interpretare.
Devianza della personalità.
Padre perduto, rinnegata madre.
Irrispettosa intromissione il giudicare.
Stenografica la trascrizione, duro
il poetare: magma profondo
ossidiana, rantolo di sopravvivenza
d’un morituro non ancora moribondo.
Ferita la morale, beffeggiata
ogni convenzione sociale.
PAROLA nudità sibillina
scissura dell’anima,
“esile ossatura del pensiero ”(3).
Parola soffio di saggezza,
divina vertigine
albero delle Sephiroth,
albero della conoscenza.
Scheggia di pietra filosofale,
radice d'antico sapere,
specchio di miti, dee, idee.
D'esoterismi e culti pagani.
Metamorfosi d'un suono,
mistero della creazione,
mitopoietico fuoco,
lenzuolo d'eterna benedizione.
PAROLA volatile sostanza,
virus che contamina,
nuoce alla salute:
«Prendimi ora,
prendimi alla lettera, al pari di te
non sono fatta per durare!»
- L'Ego s'annulla.
Si trasforma in terza persona:
ancora desidera, de sidera
"sente la mancanza delle stelle".
Alza lo sguardo
per naturale disposizione,
ma il cielo più non riesce a vedere.
Trema.
La PAROLA talvolta acceca,
come luce impedisce di vedere -.
(1). Anguana…dei monti: riferimento alla Gerusalemme Celeste di Giacomino da Verona, dove le anguane sono descritte come “donne bellissime”.
(2). The curse…: The Rime Of The Ancient Mariner, Samuel Taylor Coleridge
(3). Esile ossatura del pensiero: riferimento a un verso di “Essere matita è segreta ambizione”, Valerio Magrelli, Ora Serrata Retinae.
“Al fondo della poesia c’è una sorta di impudicizia che fa emergere quel che non sapevamo di aver dentro (Ed allora restiamo con gli occhi spalancati come se una tigre, con un balzo, ci si fosse parata davanti e se ne restasse lì, alla luce, agitando la coda)”
C. Milosz
“Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero”Alda Merini
“I classici possono consolare, ma non abbastanza”Derek Walcott
L’esigenza primaria che ho sentito ogniqualvolta che ho provato a seguire quell’istinto indomabile, inestinguibile che – vuoi per insoddisfazione, vuoi per bisogno di comunicare – mi spingeva a prendere in mano la penna e a mettere nero su bianco gioie e sofferenze, visioni del mondo, visioni interiori o oniriche, tensioni intellettuali erotiche o spirituali, inquietudini, insofferenze, dubbi esistenziali e chi più ne ha più ne metta (e che qualcuno, spesso impropriamente, chiama “ispirazione”), è soprattutto quella di conciliare sapere e linguaggio scientifico con conoscenze e linguaggio letterari. Ora, man mano che gli anni passano e i tentativi poetici - con alterni risultati che non sta a me giudicare - si sommano, altre esigenze saltano man mano fuori reclamando sempre più la loro parte, il loro ruolo, ribadendo con sollecitudine la loro importanza - e la mia noncuranza, la mia ignoranza -, non senza aumentare difficoltà, dubbi, ore ed ore di faticoso e insoddisfacente lavoro. Più passano gli anni e più capisco i miei limiti. Anche per questo non mi sento di definire i miei componimenti come poesia. Alla Poesia forse ci arriverò un giorno, se riuscirò a coltivare e a far maturare il mio talento. O forse arriverò al punto di smettere di scrivere assolutamente convinto della mia mediocrità poetica e quindi della mia incapacità a comporre versi di una certa qual rilevanza. Prima di rovinarmi definitivamente la salute. Ma se uno ha un ottimo orecchio e una passione innata per la musica, è davvero un peccato che rinunci a diventare, facendo i dovuti studi e le dovute esercitazioni, un compositore o un musicista. Ecco, io da autodidatta mi sto ancora esercitando, cercando un maestro o forse avendone davvero troppi da seguire…Occorrono anni per inventare nuovi e originali linguaggi poetici, anni per diventare consapevoli della propria visone del mondo; occorrono il continuo confronto con gli altri e il lavoro in solitario fatto di letture, letture e ancora letture. E leggere possibilmente ad alta voce e con attenzione, non solo i classici, gli autori del passato, gli illustri morti, ma anche i viventi, che ci danno le coordinate e la misura del nostro tempo. Poi occorre il tempo di metabolizzare e di fare proprio il tutto prima di risputarlo fuori.
Premesso ciò, le mie concezioni poetiche (“intenzioni di scrittura” come dice Luciano Jolly, mi sembra davvero una felice allocuzione, perché il più delle volte ciò che dichiariamo o vogliamo fare restano intenzioni mancate) si possono idealmente riassumere nei seguenti punti:
- La poesia deve essere “autentica”. Essere specchio fedele dell’autore, nutrirsi di esperienze realmente o intimamente vissute o filtrate grazie alla sua sensibilità. Ciò esclude che la vera poesia possa essere imitazione, plagio, mistificazione. Se ci si rifà a qualche modello, occorre sforzarsi di metterci qualcosa di personale.
- La poesia deve possedere un linguaggio moderno. Il poeta è volente o nolente figlio del proprio tempo e di esso fornisce testimonianza. Per questo la poesia moderna è contaminata con la prosa, con il parlato, con i linguaggi mediatici, con i linguaggi tecnico-scientifici: non può più essere poesia lirica o contemplativa. Ma deve comunque restare poesia, assolutamente distante, diversa e superiore dalla narrativa eda ciò con la quale si sporca.
- La poesia deve parlare dell’inconoscibile: occorre parlare di storie, sogni, miti. La poesia è come dice Nelo Risi “concreta e astratta, come per un fedele la sua religione rivelata” e “una continua ricerca del mito del proprio tempo”. Che si parli d’amore, di morte, di Dio (o della mancanza di Dio) è affrontare territori mai esplorati prima, o almeno da cui mai nessun viaggiatore sia tornato. Occorre parlare dell’oltre, dell’inafferrabile, del misterioso, dell’inesprimibile. Di ciò che nutre la nostra anima, delle voci provenienti dal nostro inconscio (o subconscio). Far emergere ciò che non sappiamo di aver dentro (Milosz). Occorre cercare noi stessi: “Conosci te stesso – parti alla ricerca - riporta il Graal”, è l’appellativo di tutto la letteratura dell’Occidente; ad esso bisogna cercare di continuare ad ispirarsi. A costo di sondare abissi infernali, di toccare il fondo di abissi senza ritorno. Anzi, proprio lì si trova la poesia migliore, quella che è fame di Verità, di Assoluto, di Altrove. Nonostante tutto sia già stato scritto, sappiamo ancora così poco dell’Uomo.
- La poesia deve tendere alla perfezione: come un diamante che va con pazienza e maestria intagliato dal materiale grezzo. Come una affascinante ragnatela, intessuta con precisione e pazienza, perché possa attirare la preda inconsapevole: il lettore. Per questo occorrono fatica e sudore: duro lavoro di labor limae: tutto ciò che è superfluo, va tolto. Lasciato solo ciò che è essenziale. La poesia è capacità sintesi, condensazione delle (nostre e altrui) memorie.
- La poesia è impegno. Per questo mi capita a volte di fare venti o trenta stesure. Per questo quello che ieri ho messo nel cassetto più o meno soddisfatto, oggi lo riprendo, lo modifico, lo revisiono. Fino a quando non è stampato in un libro, tutto può essere migliorato ancora. Fenoglio ha scritto e riscritto per tutta la vita lo stesso libro. Montale, anche dopo aver pubblicato “Ossi di Seppia”, scriveva non più di 5 o 6 poesie l’anno. E ha vinto il Nobel per la letteratura. Il faticoso lavoro sui versi ha come obiettivi: personalità, ricchezza, profondità, potenza, purezza.
- La poesia è responsabilità. Meditazione imprescindibile sulla Storia (che non è mai magistra vitae), sugli errori che l’uomo “sapiens sapiens”, continua a commettere. Contemporaneamente è rivoluzione, ritorno all’istante primordiale, all’età dell’oro, speranza nel futuro, in un uomo migliore. Fondamentale è però imparare a prendersi la responsabilità di quello che si dice e tanto più si scrive. E, compito assai arduo, smentire Adorno, trovare una via alla poesia anche dopo Hiroshima, dopo Auschwitz, dopo tutte le stragi commesse da questa contraddittoria obbrobriosa civiltà.
- La poesia è musica. Struttura di silenzi alternati al suono-rumore della parola. Ritmico e primordiale incedere di versi, di sillabe. Sfida al deserto del silenzio e nello stesso tempo lotta contro il limite della parola (significato/significante). Gioco di metafore e delle altre figure retoriche che possa rinominare il nostro mondo e porlo in equilibrio con il mondo là fuori. Trovare il proprio canto, la propria voce. Domare la tigre selvatica (Milosz). Avere il coraggio di esporsi al pubblico. Il coraggio di sperimentare.
- La poesia è terapia, bagno terapeutico, farmaco che cura e non intossica, shamano, magico guaritore, sollievo e consolazione. La poesia è miracolo salvifico, ci libera dalle nostre debolezze, dalle malattie, dalle frustrazioni. E’ rito collettivo di elevazione dello spirito. Per chi legge e per chi scrive.
- La poesia deve essere senza tempo. Cercare di andare oltre, di durare e di farci durare un poco di più. Lasciare un piccolo segno del nostro passaggio. Prima che la morte sopraggiunga e di tutto il nostro meraviglioso bagaglio culturale, del nostro mondo interiore (pensieri, ricordi, immaginazione), non resti più niente, almeno a disposizione dei viventi e dei posteri. Cercare da vox clamantis ovvero da grido personale di farsi messaggio universale, passando dal singolo, al gruppo, alla regione, alla nazione, alla civiltà, al mondo, al cosmo intero…Questa è la qualità più difficile da ottenere, capacità che solo i grandi poeti hanno. Occorre saper guardare in alto, ma anche saper restare con i piedi ben piantati per terra.
E finché mi resterà un briciolo di vita, sono determinato a continuare a scrivere, anche col sangue se occorre.
Testi di riferimento:
Beppe Manfredi – “Angoscia e solitudine nella poesia contemporanea”
Mauro Ferrari – “Poesia come gesto”
Guido Ceronetti – “Siamo fragili, spariamo poesia”
Piero Boitani - “Parole Alate”
Sebastiano Vassalli – “Amore lontano”.
I tulipani sono troppo eccitabili, è inverno qui,
guarda quanto ogni cosa sia bianca, quieta e innevata.
Imparo la pace, mentre si posa quieta a me vicina
come la luce su questi muri bianchi, questo letto, queste mani.
Non sono nessuno; niente a che fare con le esplosioni.
Ho dato il mio nome e i vestiti alle infermiere
la mia storia all'anestesista e il mio corpo ai chirurghi.
Hanno appoggiato la mia testa tra cuscino e bordo del lenzuolo
come un occhio fra palpebre bianche che non si chiuderanno.
Stupida pupilla, di tutto deve fare incetta.
Le infermiere passano e ripassano, non disturbano,
passano come i gabbiani verso terra nelle loro cuffie bianche,
facendo cose con le mani, uguali l'una all'altra,
così che è impossibile dire quante siano.
Il mio corpo è un sasso per loro, vi si apprestano come l'acqua
ai sassi sui quali deve scorrere, levigandoli garbata.
Mi danno il torpore con i loro aghi luccicanti, mi danno il sonno.
Adesso ho perduto me stessa sono stanca di bagagli -
la mia borsa di pelle come un nero portapillole,
mio marito e il bambino sorridono nella foto di famiglia;
i loro sorrisi mi agganciano la pelle, piccoli ami sorridenti.
Ho gettato cose in mare, io cargo di trent'anni
tenacemente attaccata al mio nome e indirizzo.
Hanno strofinato via tutti i miei affetti.
Impaurita e denudata sulla plastica verde della barella
ho guardato la mia teiera, il comò della biancheria, i miei libri
affondare lontani, e l'acqua arrivarmi sopra la testa.
Sono una suora adesso, mai stata così pura.
Non volevo fiori, volevo soltanto
sdraiarmi a palme in su completamente vuota.
Come si sia liberi, non avete idea quanto liberi -
la pace è così grande che abbaglia,
non chiede nulla, un'etichetta col nome, qualche bazzecola.
Con questa, alla fine, chiudono i morti; li immagino
masticarsela come un'ostia da Comunione.
I tulipani sono troppo rossi in primo luogo, mi feriscono.
Anche attraverso la carta da regalo li sentivo respirare
piano, attraverso la bianca fasciatura, come un bimbo mostruoso.
Rossastri parlano alla mia ferita, le rispondono.
Sono traditori: sembrano ondeggiare, anche se mi tirano giù,
scompigliandomi con le loro lingue inattese e il colore,
una dozzina di rossi piombi intorno al mio collo.
Prima nessuno mi sorvegliava, adesso sono sorvegliata.
I tulipani si voltano verso di me, e la finestra dietro
dove quotidianamente la luce si allarga e si assottiglia,
io mi vedo, piatta, ridicola, ombra di carta ritagliata
fra l'occhio del sole e gli occhi dei tulipani,
non ho faccia, ho voluto cancellarmi.
I vividi tulipani consumano il mio ossigeno.
Prima che arrivassero l'aria era abbastanza calma,
pulsava, respiro dopo respiro, senza scompiglio.
Poi i tulipani l'hanno riempita di un gran rumore.
Ora l'aria spinge e gli vortica attorno come un fiume
spinge e vortica attorno a una macchina rosso-ruggine affondata.
Concentrano la mia attenzione, che era felice
giocando e riposando senza impegnarsi.
Anche i muri sembrano riscaldarsi tra loro.
I tulipani dovrebbero stare dietro le sbarre come bestie pericolose;
si aprono come la bocca di un grosso felino africano,
ed io mi accorgo del mio cuore: apre e chiude
la sua ampolla di rossi boccioli per vero amor mio.
L'acqua che assaggio è calda e salata come il mare,
e viene da un paese lontano come la salute.
[Traduzione di Elio Grasso]
Vorrei dedicarla a una donna speciale, una cliente della farmacia, Silvia B. Non so in quale altro modo poterle esserle accanto in questo momento e come poterle far arrivare il mio incoraggiamento a non mollare.
_
M'hanno sempre attratto le suburre
e le discariche dimenticate da Dio…
Non la pagnotta, ma le croste del pane.
Non le gru, ma le brutte cornacchie.
Le vie
se tortuose
I boschetti
se radi
I visi
non belli
Gli sgabelli
zoppi.
A tutto ciò che è così imperfetto
donerò, da faziosa come sono, la bellezza…
Quello che davvero è bello, certo
non ha bisogno di me per sopravvivere.
L'ALBERO SUL TETTO
Sono un albero cresciuto sul tetto,
più gracile, più contorto, più basso
di quelli normali, autentici, sicuri
che io sia più superbo e più alto di loro.
Si radicano al suolo con possenti radici
simili ad ancore arrugginite,
mentre in punta di piedi io tremo per loro
che mi mancano tanto, vicini, lontani.
Sradicato, ma ben distante dal cielo.
Mi udite? Come mi sento solo,
confitto dal caso in questa fenditura!
Solo il vento mi carezza la frangia fulva.
Tatjana Bek
(trad. a cura di Gario Zappi, tratto da Arca 10, quaderni di scrittura, edizioni Joker, settembre 2004)
LA CURVATURA DELLE COSE
Su entrambi i lati della risposta indubitabile
cresce la certezza della malerba
per un lungo tratto sulle sponde delle domestiche acque.
Se solo restasse ancora, a volgersi di lato all'enigma.
Si calano forse poesie con la corda, e procede
il discorso lieve come l'acqua?
Nulla imparano le viscere
e un bianco discorrere nevica verso sud
frugando, le isole del Nord si cullano
quel che successe: asciutti e nudi
con i guanti nel Nulla estraniato.
Lieve come l'acqua…e si alza il vento
maree e animali, discorsi
iridunei salgono in sella a cavalli marini
cavalli marini scivolano contro l'aria
affondano i piatti della bilancia, istinti e cose rivoltati
nella testa del macellaio dormono i macellai
lieve come l'acqua lavato tagliò dunque un discorso
attraverso socievoli tappezzerie, pieno sino all'orlo è il mondo
di ossa, costole, lische di pesce
(acquario dei pesci del Mare del Nord?)
lei riflette riflette la figura del proprio svanire
vista con gli occhiali. Noi non siamo di malumore.
_
Non può esser qui
Non può esser là
Dove è la candela, deve essere un lucignolo
Dove scorre il sangue, può essere un omicidio
Può nella stanza non avvertire neppure un vento
Può nel vento non attizzare neppure un pensiero
Dove è il Qui, sarebbe là
Qui come là un luogo estraneo.
Ursula Krechel
(trad. a cura di Riccarda Novello, dalla rivista Poesia, Crocetti editore, giugno 2004)
MI HAI INVENTATA…
Mi hai inventata. Una così sulla terra non c'è.
Non può esserci. Non la guarirà un medico,
non la placherà un poeta: è l'ombra di un fantasma
che ti angoscia giorno e notte.
Ci incontrammo in un anno inconcepibile,
quando languiva l'energia del mondo,
tutto era lutto, tutto piegava sotto la sventura,
ed erano fresche soltanto le tombe.
Senza fanali. Nereggiava come pece il flutto della Neva,
una sorda notte si ergeva attorno come un muro…
Così, quando t'invocò la mia voce,
cosa facessi io stessa non capivo.
E tu, come guidato da una stella,
venisti da me. In un tragico autunno,
in una casa devastata per sempre,
da cui si alzava uno stormo
di versi arsi.
ALLA MORTE
Tu hai da venire: allora, perché non subito?
Ti aspetto - ho molta pena.
Ho spento il lume e aperto l'uscio
a te, così semplice e prodigiosa.
Prendi pure l'aspetto che vuoi.
Penetra come un proiettile avvelenato
o avvicinati piano, esperto assassino,
o avvelenami col delirio del tifo.
Oppure un pretesto di tua invenzione
a tutti noto fino alla nausea
mi mostri il berretto azzurro dello sbirro
e il capofabbricato bianco di terrore.
Uguale è tutto, per me. Turbina lo Enisèj,
brilla la stella dell'Orsa.
La luce degli occhi amati
offusca un'indicibile paura.
Anna Achmàtova
(a cura di Guido Ceronetti, da "Siamo fragili, spariamo poesia", edizioni Qiqajon, 2003)
COSE DI TUTTI I GIORNI
Continuata, solo continuata
e nemmeno dichiarata
è la guerra.
L'inaudito è il quotidiano.
L'eroe sta
lontano dai campi di battaglia.
Il debole è gettato
nella zona del fuoco.
L'uniforme del giorno è la pazienza.
La medaglia
è una povera stella
di speranza sul cuore.
E te la danno, la medaglia
se non succede più niente
se la mitraglia è muta
se il nemico è invisibile.
Se l'ombra del riarmo eterno
nasconde la vista del cielo.
Sì, te la danno, la medaglia:
se abbandoni la tua bandiera
se affronti l'esercito amico
se tradisci i suoi segreti vergognosi.
Se sputi su tutti gli ordini.
IL GIOCO E' FINITO
Mio caro fratello, quando costruiremo una zattera
per scendere giù lungo il cielo?
Mio caro fratello, presto sarà il carico immenso
e noi affonderemo.
Mio caro fratello, sul foglio tracciamo
molti paesi e binari.
Sta attento, su quelle linee nere
con le mine potresti saltare.
Mio caro fratello, poi voglio gridare
legata stretta al palo.
Ma tu già cavalchi dalla valle dei morti
e insieme fuggiamo.
Desti nel campo di zingari e desti in tenda nel deserto
scorre sabbia dai nostri capelli,
la tua, la mia età e l'età della terra
non si misura con gli anni.
Non lasciarti ingannare dall'astuzia dei corvi,
da una zampa vischiosa di ragno, dalla penna nel rovo,
nel paese della cuccagna non mangiare e non bere,
schiuma apprezza da padelle e bicchieri.
Solo chi al ponte d'oro, per la fata rubino,
la parola sa ancora, ha vinto.
Devo dirti che con l'ultima neve
si è sciolta nel giardino.
Han piaghe i nostri piedi per molte e molte pietre.
Uno è sano. Con lui salteremo,
finché il re dei fanciulli con in bocca la chiave del regno
non ci prenderà con sé e noi canteremo:
E' una bella stagione, quando il dattero è in fiore!
Chi cade ha le ali.
Purpurea digitale orla il sudario dei poveri,
e il tuo tesoro sul mio sigillo come foglia cala.
Si va a dormire, caro, il gioco è finito.
In punta di piedi. Si gonfiano le camicie bianche,
papà e mamma dicono che ci sono i fantasmi
quando scambiamo il respiro.
Ingeborg Bachmann
(Traduzione di Luigi Reitani)
Domenica scorsa ho avuto la fortuna di poter passare un po' del mio tempo in compagnia di Mauro Ferrari e fare con lui due chiacchere su poesia, libri, editori, mondo del lavoro, ecc, in realtà m'è parso di incontrare un amico conosciuto da tanto tempo…
Ho potuto finalmente appropriarmi della sua ultima raccolta di poesie, Nel crescere del tempo, edito nella collana Nightingale's dei "quaderni del circolo degli artisti" (per cui ha lavorato e pubblicato anche lo stimato Gian Ruggero Manzoni), di cui avevo avuto un assaggio nell'ottobre 2002 durante una sua lettura di inediti alla biblioteca di Fossano. E ho avuto dalle mani dell'autore anche una copia del suo prezioso saggio Poesia come gesto, appunti di poetica, uscito qualche anno fa per i tipi delle edizioni Joker, da lui diretta...
Si tratta in questo caso di una serie di articoli pubblicati sul quotidiano alessandrino "Il Piccolo" e aventi come argomento tutta una serie di importanti riflessioni e affermazioni sullo scrivere e sul senso del poetare nella società odierna: una vera e propria dichiarazione poetica, indispensabile strumento di verifica per chiunque voglia cimentarsi con lo scrivere e il leggere versi oggi.
In questo sottile ma importante libercolo Mauro Ferrari, dopo aver sottolineato attraverso le parole di Ezra Pound che l'arte della poesia è tutt'altro che semplice e che occorrono per poterla praticare grande "sensibilità, competenza e applicazione" e dopo aver delineato la figura del poeta come "testimone al centro (anzi: nel fuoco d'ellisse) del proprio tempo", afferma che la poesia è "una lotta quotidiana con le parole, con le cose e con le stesse domande da porsi: è questa la moralità e l’etica del poeta".
Si chiede quindi "Da dove giunge la parola che s'infrange sulla pagina?", si interroga sulle radici dell'ispirazione, sui compiti del poeta "il solo che può sentire la distanza, lo iato fra l'impulso primario, l'ossessione e il testo disteso sulla pagina" e su quale percorso (attraverso il ricordo, il sogno, l'immaginario, o il "mettersi in contatto con la zona limite della propria coscienza", ecc.) egli faccia per giungere alla poesia. Ribadisce che ad essa si arriva in realtà non solo dopo aver appreso le regole base del mestiere ed essersi cimentato con dedizione e "sofferenza" nella sua pratica - e queste sono parole mie - ma soprattutto attraverso "un continuo lavoro di paziente confronto e maturazione critica", nonché un attento lavoro di rinnovamento del linguaggio e delle tematiche e una continua rielaborazione (il cosiddetto labor limae) dei testi.
Interessante poi il discorso dell'unità tra parola e gesto (non solo l'inglese "jest" e il francese "bon mot", ma anche l'ebraico "davar" lega indissolubilmente i sostantivi parola, atto e gesto), che mi vede perfettamente d'accordo, per cui diventa chiaro che "la Letteratura acquisisce il valore di un gesto eroico". Inoltre - continua Ferrari - "anche la letteratura è messaggio di se stessa, metalinguaggio, sistema di segni che si mantiene in efficienza perpetuandosi attraverso le opere e parlando se stesso attraverso gli scrittori […] ma resterà parola alta e fondante finché riuscirà a mantenere alto e ricco proprio il valore del gesto, della pulsione verso la parola scritta che ne perpetua, un modo sempre più precario, una sua "profana perfezione" (ndr qui il riferimento è a Yeats).
Poi si sofferma a chiarire la differenza tra poesia e prosa, la differenza (non sempre facile da cogliere per un neofita, come il sottoscritto) tra poesia e non poesia, sottolinea come "la capacità di costruire bei versi (che comunque conta) non ha nulla a che fare con la Poesia; anzi, un bel verso spesso maschera l'assenza di Poesia e la pretenziosità (il che non vuol dire che per fare Poesia occorra scrivere brutti versi)" . Insomma, Mauro Ferrari non solo s'addentra nella questione etica, morale e filosofica che sta a monte del comporre versi, ma dà pure validi suggerimenti e consigli utili, come quest'altro: "Non c'è nulla di male nell'aver qualcosa da dire alla gente in un linguaggio che tutti capiscono (capita anche al miglior poeta), ma allora non si faccia Poesia, la quale è un'altra cosa: se vogliamo comunicare qualcosa a qualcuno con precisione e immediatezza, la tecnologia oggi ci ha messo a disposizione il fax. E, se vogliamo comunicare e basta, abbiamo il corpo. Solo se vogliamo fare Poesia, abbiamo la Poesia". Inoltre, si sofferma a spiegare le varie fasi compositive della poesia stessa quando "il primo verso è dato dagli dèi" ma poi occorre trovare i successivi - possibilmente all'altezza - e ciò che comporta difficoltà, in quanto "Tutto preso dalla sua lenta avanzata nel tunnel del significato, il poeta rischia di perdere il senso globale della costruzione o di abbandonarsi all'onda della scrittura e perdere il rapporto stretto con la cosa da dire, che è la prima esigenza dell'arte, anzi il suo scopo stesso". Insomma occorre restare in equilibrio, essere funamboli della parola, senza perdere il significato di quello che si vuole dire. Esamina infine il quadro sconfortante del mercato attuale, e la condizione della poesia oggi in Italia (e non c'è bisogno in questa sede di aggiungere altro).
Per quanto mi riguarda sono in una fase di stallo creativo da ben più di un anno e questo è dovuto a fattori diversi che si sommano; uno è sicuramente la maggior serenità lavorativa che mi ha accompagnato in questi mesi, rispetto a quelli turbolenti e carichi di tensione degli ultimi anni (e lo stress, l'inquietudine, l'insoddisfazione insomma i periodi di crisi di solito accendono l'ispirazione, mentre la troppa serenità o spensieratezza la soffocano, la by-passano). Inoltre, ho sentito l'esigenza di staccarmi dalla poesia, soprattutto dai miei tentativi passati di poesia, avendo bisogno di liberarmene e via via coltivando l'esigenza di maturare altre tematiche che non per esempio quelle sentimentali, nonché un altro e più maturo linguaggio (cosa per cui occorre molto tempo e molte letture). Insomma, vorrei mettere da parte la passata tendenza alla poesia lirica e cercare qualcosa di diverso, pur rimanendo nel mio mondo poetico. Ho sentito d'altra parte esigenze molto forti ad allungare i miei versi, a renderli più semplici e più vicini alla prosa (ma in realtà so che devo stare a metà strada, ovvero mantenere versi lunghi ma discostarmi dalla prosa e dal parlato, il ché e facile a dirsi ma assai difficile da ottenersi…). Forse un giorno ci arriverò a scrivere qualcosa di migliore. Di certo ora sono più consapevole dei miei limiti e spero che il confronto con gli altri (con i poeti veri come Ferrari) possa giovarmi e aiutarmi a ritrovare un'autentica ispirazione da incanalare con nuovi e più affinati strumenti. Altrimenti nell'impossibilità di progredire nella scrittura arriverò semplicemente ad una sana e consapevole rinuncia (meglio un silenzio necessario che una poesia falsa). Dice ancora Ferrari ed è musica per le mie orecchie: "il plus dell’Arte, quell’aggiunta che è insita nel saper rappresentare ciò che normalmente va perso nell’esperienza comune, è precisamente l’atteggiamento, il gesto dell’artista [...] inscindibile dalla dedizione e dalla vocazione (in latino “chiamata del dio”, in cui ci piace tuttavia trovare una traccia del dar voce alle cose, chiamarle dall’inesistente caotico e dar loro un nome”)".
Se sarò anch'io chiamato a seguire quella voce, a tentare la "mia" via alla Bellezza e alla Perfezione attraverso la musicalità della parola, allora ad ogni costo cercherò di essere pronto a questo sacrificio e all'altezza di questo compito. Almeno per il momento però, scrivere non è mestiere per me (Lo so che nessuno vive di poesia, nemmeno i grandi poeti!). Scrivere è talvolta - come ho già detto "sofferenza", in quanto richiede dedizione, tempo e fatica e un lottare con accanimento contro tutto e tutti, ma soprattutto contro una parte di sé stessi, scrivere con autenticità e sincerità poi è difficile come difficile è vivere nel mondo complicato e frenetico di oggi. Ma scrivere è anche, quando finalmente riesce, terapia, liberazione dal male, dal negativo, riscatto dal dolore dalle proprie debolezze ed errori. Andare oltre, andare altrove, superare il proprio limite.
Sono parole queste molto impegnative per me oggi, come d'altronde sono impegnative per un poeta le affermazioni dell'amico Mauro Ferrari, a cui auguro un futuro fatto di immortale poesia.
Concluderei con un paio di liriche (spero che Mauro Ferrari mi perdonerà se le riporto qui). Avevo già scritto (e scelto per un mio reading al Ratatoj di saluzzo i suoi versi in chiusura alla raccolta Al fondo delle cose - tra i miei preferiti di quel libro - e li riporto, insieme alla poesia d'apertura di Nel crescere del tempo (altro caposaldo…); auguro loro lunga vita.
*
Ciò che si annida
al fondo delle cose
sotto la carne
più in basso della carpa
silenzioso abitatore
di tane improponibili
è il rombo cupo del tuono
che sovrasta la mente
e non un Verbo che si dica umano:
e incomprensibile discorre
tra le cime estranee
dove si pascono
di piaceri e nostre pene
Dèi superni e alteri
sotto forme note visitando
di tanto in tanto i nostri luoghi,
meravigliati da tanto corpo in così poca mente.
- - -
PENSARSI LIQUIDI
E' questo il limite, credersi forme solide
e risentirsi degli spigoli che s'urtano -
le linee non combaciano, la storia esige
uno sfondo, un pretesto che renda plausibile
il quadro - tanto spazio occupato per anni;
solidi, però sperduti quanto sradicati
dalla terra, e nomadi nel còncavo
di quei fondali finti che ci fanno veri:
si cresce senza troppo merito
svolgendo la banale formula del nautilo,
che cresce nel silenzio e grida sogni eterni.
E la stocastica degli urti,
le occhiate che s'incrociano
attraverso un tavolo come due spade
sono due masse estranee che si sfiorano,
tangenze che si creano e si deformano;
stridore d'un tocco immaginato.
Più facile pensarsi liquidi, legami atomici più deboli,
quell'inumana miscibilità dei corpi che solo un attimo
un angelo in delirio può avere immaginato
chissà da dove cadendo, forse un soffitto di cielo,
e lui un alito soltanto, né pietra né acqua,
ariele senza superfici né liscia traslucenza,
ancora meno, ancora più, un'altra stato ancora,
aria nell'aria; vinto dalla pietà, spinto a donarci un poco,
un poco farci essere di più.
L'incontro con il prof. Bàrberi Squarotti m'ha rinfrancato sotto certi punti di vista. Bàrberi (come già avevo sospettato) è fondamentalmente un uomo buono, che ha sempre una parola gentile per il prossimo, un uomo dalla vastissima cultura e che con la sua vita di lavoro, studi, saggi e poesia può essere certamente considerato come esempio assolutamente illuminante in questi nostri tempi bui e difficili. Dice - con grande umiltà - che si è messo a scrivere versi con maggior assiduità negli ultimi tempi, in quanto "scrivere versi è più facile e meno faticoso che scrivere saggi critici" e gli crediamo, ma scrivere versi lucidi, pieni di citazioni dei suoi "amori" letterari come i suoi, non è da tutti…Dice ancora con profonda convinzione e non senza un tremito di emozione che "L'arte e quindi anche la scrittura (e in particolare lo scrivere versi), il ricercare la bellezza, può essere davvero un modo soprattutto per i giovani per non rimanere sottomessi dalla violenza del mondo e dalla violenza presente in ciascuno di noi. L'unico modo per dire la nostra e opporre fermamente un qualcosa contro l'impossibilità di cambiare il mondo (eliminando il Male e il "trionfo della Morte"…), un qualcosa - di scritto s'intende - che possa in qualche modo perdurare almeno per un po' oltre al nostro breve passaggio sulla Terra…E davvero ci si augura che i suoi versi possano un giorno essere letti come classici, come oggi si legge Dante, Petrarca o Leopardi. Perché Bàrberi Squarotti, con la sua preparazione e con il suo sentire non comune può e deve essere considerato un vero poeta. Egli ha maturato una saggezza che va oltre il pessimismo che ha caratterizzato certe sue composizioni passate, riguardo soprattutto alla storia e al mondo, visti come continuo perpetrarsi da parte dell'uomo di nefandezze e violenze, di sempre uguali errori e stoltezze, che partono dalle piccole prepotenze della vita quotidiana per accrescersi esponenzialmente a livello di intere società o classi dirigenti e contaminare ogni tempo. Tra oppressori e oppressi, suggerisce lo stesso Bàrberi, occorre sempre schierarsi dalla parte dei secondi, scegliere di stare con i vinti. Occorre però anche saper guardare con occhi diversi, saper godere dei piccoli momenti di gioia quotidiani, rieducarsi ad apprezzare le meraviglie della natura e del creato, saper prendere quello che ci è stato dato e saperne fare dono agli altri con generosità. Al di là d'ogni fede religiosa. Parla di "rinascita" e di "resurrezione" in termini Lucreziani e Leopardiani: tutto cambia velocemente, tutto muore rapidamente, ma il gelo dell'inverno è premessa ad una nuova stagione, dopo ogni tempesta ritorna il sereno. Ribadisce l'importanza del sogno e del saper sognare, del saper cogliere ognuno il proprio sogno cercando almeno di farlo perdurare quando non è possibile realizzarlo…E' un uomo che non ha rimpianti, un uomo sereno con se stesso, un uomo che sa incantare con la semplicità delle sue parole…
C'è una lirica della sua ultima raccolta "Le Langhe e i sogni" che può essere presa come emblematica del suo modo di scrivere versi (che non sembra poi essere cambiato molto in tanti anni); c'è in essa come in altre composizioni, una parte colloquiale, dal registro basso, che ci racconta di una vicenda o di un incontro (in questo caso con una ragazza sul tram), c'è frammischiata una parte descrittiva (dove in genere il poeta usa parole precise e lucide) che qualcuno ha definito "cinematografica" e "iperrealista", del paesaggio o della piccola vicenda o della persona di cui si parla, e poi, di solito verso il finale, il pensiero si concentra e si eleva a piccola summa d'esperienza, a piccola perla di saggezza. Talvolta con omaggi più o meno celati ad altri autori "rivisitati" dal professore (S. Tommaso o Dante, per esempio), talvolta con riflessioni spirituali o meditazioni sulla vita e sulla storia (come qui), o preziosi moniti: è qui si fa più alta e vera la sua poesia.
MUSICHE
Sull'autobus la ragazza ascoltava,
con gli occhi azzurri semichiusi, musiche
remotissime, appena percettibili
nel sogno forse che già sta svanendo:
era ora un dolce urlo di tortura,
ora un'atroce allegria di piacere,
ora la festa del precipitare
di colline di querce di palazzi
di corpi nudi di parole eterne.
Non mi accorsi neppure quando scese,
prima del vortice del fiume o dopo
l'apparizione della luna smunta,
ma duravano i suoni nell'assenza
di lei,pallida e bionda, un poco magra
e avvolta solo dalla giacca nera,
come la conoscenza ripetuta
senza fine dell'ambigua ambivalenza
della ferocia della storia e della
speranza dubitosa di chi sa
quale vita.
Torino, 10 maggio 2002.

Da un articolo di Guido Ceronetti su Genova, pubblicato su LA STAMPA, martedì 23 marzo 2004:
"[…] Capitale europea della cultura 2004 è una scelta consapevolmente felice: un'occasione meditativa, un gesto propiziatorio. Tuttavia se per cultura non s'intendono che manifestazioni e spettacoli, restauri di palazzi e personaggi in transito, il senso di questo ammiragliato provvisorio si perde. Bisogna non farsi sviare, essere turisti dell'anima, ascoltare le voci emesse dai punti dove la città non è stata crocifissa da chiodi di materia bruta, senza vita, e guardare con simpatia e refrigerio al suo decadimento industriale, sperando si approfondisca e duri, perché questo segnala in superficie l'insofferenza delle correnti spirituali al cataletto perpetuo, un'attesa delle foglie ingiallite che il verde torni, un'attesa di altro. Dal decadimento industriale nascono i luoghi misteriosi di una speciale bruttura archeologica da cui invece delle colate pestilenziali zampilla una poesia rara, astrattamente oscura: sacer est locus, quantunque di sacro straccione.
Non dagli animali domestici viene il senso profondo della diversità, della non-ominità del vivente: bisogna tuffarsi nei pesci. E Genova da pochi anni si è dotata di un Acquario imbattibile per la ricchezza degli abissi che squaderna, per l'innovazione continua, per l'inaudita abbondanza di conoscenza che offre in cambio di un biglietto di pochi euro. Se ti vuoi disintossicare per un poco di questa immondizia storica che ci tocca trangugiare ogni giorno, che ci stritola, che ci fa qua e là per il mondo carne per assassini, che ci abbrutisce al solo presentirla, fèrmati qua, osserva il tremolio degli ombrelli delle meduse vaganti, la microforesta tentacolata dell'anemone di mare: il demiurgo li ha liberati dall'orrido peso delle vertebre, si ripetono da miliardi di anni e non hanno avuto il cancro dell'evoluzione, né un Cesare a governarli militarmente, né bisogno di un Shakespeare per consolarli di essere nati.
L'Acquario non è soltanto una passeggiata meravigliosa per filosofi un po' sonnambuli, perché informa con precisione, mette il sogno nel surgelatore e fa il mestiere dell'Adamo della Genesi, distribuisce i nomi; per la nostra veramente povera mente, se non li nominassimo, tutti quegli esseri non esisterebbero.
L'Evoluto commette anche nel fondo dei mari crimini inespiabili: ha imparato a catturare vivi gli squali, li tirano su e gli segano le pinne come i potatori comunali segano i rami appena gemmati, poi li ributtano nell'acqua così mutilati, lo squalo è cieco, ha il cane e il bastone bianco, le pinne sono la sua luce e la sua salvezza, va giù a crepare sul fondo. Il racconto non finisce qui: con quelle pinne, frutto di milioni di squali amputati, si fa la celebrata Zuppa di Pinne di Pescecane, specialità cinese e prodotto di salsamenteria nobile, e al ristorante costa cara a chi l'ordina, ma dopo qualche ora il mangiatore di pinne potrà esclamare, davanti allo specchio o a un paio di gambe rassegnate: - Oh finalmente, ce l'ho duro! - Se ogni tanto qualche squalo strappa una gamba di bagnante innocente è Nèmesis.
L'Evolutissimo ha inventato la Stella Rossa della paura e della violenza, ma il Demiurgo ne ha inventata una, infinitamente prima del 1917, che è molto più rassicurante: la Stella Rossa mediterranea, che al sangue umano preferisce le spugne. Non si fa altro che mangiare ed essere mangiati nel mondo submarino, ma qui la direzione dell'Acquario provvede alle vettovaglie secondo orari precisi, perché questo è un Ospizio dorato e ben protetto, la strage endogena ed esogena perpetua della giungla oceanica e dei mari interni è esclusa, e anche la selvaggia libertà degli abissi: tutti godono del Welfare, in silenzio.
Adoro Ceronetti, il suo spolverino beige, i suoi abiti colorati e clowneschi, il basco portato a sghimbescio, la sua magrezza, la sua camminata, il suo sorriso (la fisiognomica talvolta ci dice così tanto d'una persona, prendete una foto del vecchio Ungaretti, prendetene una del vecchio zio d'America Walt Whitman, per esempio). Adoro il suo teatro e le sue marionette splatter, le sue -sorprendenti - traduzioni bibliche dei Salmi o del Cantico, le sue poesie (tra le pubblicazioni più recenti ha curato la splendida antologia"Siamo fragili, spariamo poesia" Edizioni Qiqajon Bose), le sue -sempre argute e intelligenti - osservazioni in pillole scritte nella rubrica "La Lanterna" su LA STAMPA…
Adoro Genova a cui sono profondamente legato essendo la città che mi ha fatto nascere per la seconda volta (quando avevo circa un anno fui operato all'Ospedale Gaslini dallo scomparso dott. Soave)…Su "Uomini & Pesci" ho scritto anch'io qualcosa…e umilmente ve lo ripropongo, ma i miei pesci -invece di farci osservare, come in Ceronetti, una natura certamente diversa e forse migliore della nostra, si portano dentro il riflesso caricaturale dei pregi e dei difetti umani…

SIGNATURAE
Hanno la fragilità dei pensieri
le evoluzioni degli ippocampi
il loro nuoto a scatti, le code a spirale.
Repentini cambiamenti d’umore
richiamano la facoltà di mimetizzarsi
delle piovre, la maestosità tentacolare.
Fantasmi di luminescenti meduse
con moti ad ombrello pulsante
ricordano le manie di protagonismo,
i modi a volte scortesemente urticanti.
Simultanei cambi di direzione
d’argentei banchi di acciughe
suggeriscono un destino comune.
Le danze delle mante: il soffio vitale.
Sergio Gallo da "LA GIOSTRA DI VENERE".
E ancora in NAIADE:
[…]
Ignari sono gli uomini:
come pesci non sanno
dell'acqua in cui vivono.
Sergio Gallo da "LA GIOSTRA DI VENERE".
Devo ringraziare Manuela Ardingo per il suo articolo su PORDENONESETTE (in fondo al primo Chakra).
Mi ha dato nuovi spunti per un poesia che avevo scritto un paio d'anni fa sul numero sette e che era rimasta fuori del libro, proprio per una sua forma incompleta (non che non si possa aggiungere dell'altro, ora però mi sembra migliore; si accettano altri suggerimenti).
Dedico a Manu questi versi, con la speranza che possa non solo apprezzarli, ma si senta coautrice (chi non ha mai "rubato" qualcosa a qualcuno? Ebbene la poesia la restituisce a beneficio dell'intera umanità). Mi sembra non si possa chiedere di più a un blog...
ECOLALIA
Scuri platani s'ergono dal fango:
mani di giganti, artigli senza scampo.
Un giovane dal volto adusto, pizzetto incolto,
gambe da grillo in posizione del loto,
dondolante come un ebreo al muro del pianto
si volge ad una ragazzina, cantilenando:
"Sette i chakra, le note musicali, i colori dell'iride.
Sette i Dormienti, i Sapienti, le Pleiadi nel Toro.
Sette gli aromi base, le isole Antille, le stelle dell'Orsa Maggiore.
Sette i tipi di oro, le stole di Iside, le gemme preziose.
Sette i vizi capitali, le virtù calpestate, le opere di misericordia.
Sette i giri del musulmano alla Kaaba, quelli del buddista al monte Kailash, le invocazioni del Pater Noster, i bracci della menorah.
Sette i sacramenti, gli abomini, i gradi di perfezione.
Sette i giorni della settimana, le meraviglie del mondo, i pianeti
nell'antichità.
Sette i veli della danza, le chiavi dell'Universo, le porte del sogno.
Sette i gangli spinali, le ghiandole endocrine, i livelli degli elettroni attorno al nucleo.
Sette i sigilli spezzati, i segreti svelati, le trombe del Giudizio.
__________________________________________________________________
Settantasette in totale.
Regina Reginella, ecco i passi che occorre fare:
sette da formica, sei da canguro,
cinque da coguaro, quattro da struzzo,
tre da gambero, due da elefante".
E la ragazzina comincia ad avanzare…
L'incontro con Barberi Squarotti non c'è stato causa una leggera indisposizione influenzale del professore. Mi è dispiaciuto davvero molto.
In compenso sono stato occupato a organizzare e pensare un reading di poesia tra amici o meglio per alcuni tra i miei amici. Immaginiamo un ipotetico salotto o tavernetta di un casolare di campagna, riscaldato dal fuoco di un grande caminetto e illuminato dalla luce di una quindicina tra candele e lumini sparsi ovunque nella stanza, sulla cornice del caminetto stesso, sul davanzale delle finestre, lungo le sporgenze d'una credenza, agli angoli del tavolo, per terra…immaginiamo un piccolo viavai di persone intente a stappare qualche bottiglia di quello buono e a imbastire una tavola improvvisata con i dolcetti di stagione…i bambini per una sera a casa con le nonne, il vociare allegro degli ospiti che poi, dopo essersi accomodati su sedie e divani o su grandi cuscini gettati sul pavimento e pasciuti a dovere, d'improvviso vengono zittiti - grazie ad una opportuna introduzione musicale - e indotti ad un proficuo silenzio interrotto solo dallo scoppiettio della legna che arde…l'ascolto che viene calamitato verso una o più voci che lentamente, soavemente si alternano a leggere (ma più che un volo di fantasia è questo un deja vu, un ricordo ben preciso, di prove prime di altri readings tenuti in precedenza).
Quali poesie leggere ai miei amici, quali versi scegliere che possano colpire e stuzzicare i loro cuori, magari ammaliarli, stregarli con la sola forza delle parole pronunciate in una notte d'inverno?
Ho dovuto tener conto di alcuni fattori. Innanzitutto, le mie limitate capacità di lettura e quelle della durata di attenzione del mio piccolo pubblico. Non si possono scegliere versi troppo difficili (prima di tutto da leggere, perché non ho studiato dizione, non sono in grado né mi piacerebbe recitare con enfasi) né troppo complessi da capire, in un contesto di persone che abitualmente non frequentano (o frequentano poco) la poesia. Dunque versi semplici, diretti, forti e immediati. Musicali come preghiere. La durata complessiva della lettura poi, non può superare i quarantacinque minuti (già dopo venti minuti non si segue più…)
Gli autori scelti devono essere tutti italiani. Non voglio leggere una traduzione che comporti anche (per questione di completezza e di onestà) il dover leggere un testo in lingua originale (francese, inglese, tedesco, spagnolo, ceco, turco, arabo, ebraico che sia) con le conseguenti complicazioni. Per lo stesso motivo ho scartato testi in dialetto. Non voglio mettere a dura prova la pazienza e l'attenzione dei pochi ascoltatori, sottoponendoli a sforzi intellettuali supplementari…
Mi sono quindi chiesto: tra gli autori italiani del novecento che mi piacciono di più e che sento più affini, chi scelgo? Ho deciso di scartare molti dei grandi maestri, proprio perché o troppo difficili o inarrivabili (per me) o troppo noti (mai abbastanza in realtà) o non pertinenti: ad esempio Montale, Ungaretti, Saba, Pasolini, Luzi, Zanzotto, Caproni, Penna, Sereni, Gatto, Rebora e tanti altri…ho deciso di scegliere tra nomi più recenti e meno altisonanti, forse più alla mia portata…e tra questi poeti ho scelto quelli a me più affini (quelli che ritengo più vicini al mio modo di scrivere, al mio modo di concepire la poesia, o quelli conosciuti ultimamente e che diventeranno - loro malgrado - i miei maestri di domani) e così ho stilato un piccolo elenco che ora riporto (da cui fare la selezione definitiva, sul momento e a seconda dell'atmosfera e degli stati d'animo):
Giovanni Giudici - Una serata come tante (da "LA VITA IN VERSI")
Valerio Magrelli - Essere matita è segreta ambizione (da "ORA SERRATA RETINAE")
Pier Luigi Bacchini - Contemplazioni meccaniche e pneumatiche
Avvertimenti (da "DISTANZE FIORITURE" , "SCRITTURE VEGETALI")
Giuseppe Conte - L'oceano e il ragazzo camminano… (da "L'OCEANO E IL RAGAZZO")
L'ultimo aprile bianco (da "L'ULTIMO APRILE BIANCO")
Cesare Pavese - Paternità (da "LAVORARE STANCA")
Mauro Ferrari - Pensarsi liquidi (da "NEL CRESCERE DEL TEMPO")
Ciò che si annida (da "AL FONDO DELLE COSE")
Gian Ruggero Manzoni - Così credo ai morti e agli angeli custodi
La tristezza appare (da "GLI ADDII")
Giovanni Giudici - La descrizione della mia morte (da "O BEATRICE")
Edoardo Sanguineti - frammento tratto da Novissimun Testamentum (da "SENZA TITOLO").
Uno dei libri che ho finito di leggere in questi giorni è "Il mestiere di scrivere" di Raymond Carver, in cui sono raccolte alcune delle lezioni del professore e alcuni suoi saggi di scrittura creativa. Ero curioso di leggere soprattutto i suggerimenti dati dal nostro, inerenti alla scrittura di poesie.
Sia ben chiaro che il sottoscritto ha sempre considerato le poesie "narrative" come quelle di Carver o di Bukowski tanto per fare un altro nome, come non-poesie, come belle prose dal verso a capo e non come poesie vere e proprie. E ho sempre considerato questi due autori in particolare come autentici maestri del racconto breve, dove sanno dare davvero il meglio, capaci di dare con ironia e intelligenza l'ultima mazzata al sogno americano…
Carver considera invece i versi che scriveva come autentica poesia, in quanto gli davano la possibilità di essere "più intimo e vulnerabile", rispetto ai racconti. E sia. Credo che all'autore di "Cattedrale" si possa perdonare tutto, sia il fatto di non essere stato un grande poeta, sia quello di non aver avuto la vocazione per l'insegnamento, eppure nonostante ciò di aver saputo insegnare molto, con le sue opere, i suoi saggi, il suo carattere.
I suggerimenti dati da Carver sono tuttora validi, per chiunque s'appresti a riempire una pagina bianca: rispetto per il lettore in primis, duro e paziente lavoro di cesello per arrivare alla stesura ottimale (lavoro di rilettura e soprattutto di riscrittura, togliendo tutto ciò che è superfluo e lasciando solo ciò che è fondamentale), di scrivere solo ciò che si è vissuto e che fa parte della propria esperienza, senza usare facili trucchi o artifizi, insomma senza risultare falsi.
Le pagine dedicate alla composizione di una poesia offrono preziosi spunti ed esercizi:
- Trasformare un racconto in poesia e viceversa una poesia in racconto.
- Scrivere una serie di poesie basate sulle proprie ossessioni.
- Scrivere una poesia partendo dalla descrizione d'una fotografia.
- Cercare di mettere a frutto le cose che ci circondano (anche quelle più impoetiche), una frase carpita, un gesto, una situazione, ecc.
- Scrivere una poesia-catalogo, dove si elencano una serie di oggetti, persone, luoghi o idee.
- Scrivere una serie di poesie basate su ricordi personali.
- Scrivere una poesia in cui si guarda al presente da un probabile o immaginario futuro.
- Scrivere una poesia sullo scrivere (o non scrivere) poesia.
Sono cinque mesi che non scrivo nulla. Ma sono abituato a queste pause, a questi mesi (talvolta anche anni) di silenzio e di incapacità di sentire la voce interiore (della Musa, di Dio, della pazzia, di quello che volete). Non bisogna forzare la situazione, non bisogna sedersi e imporsi di realizzare qualcosa. Occorre saper aspettare e nel frattempo leggere, nutrirsi dei giusti argomenti, accumulare tutto ciò che può essere utile un domani, tutto ciò che può riavvicinare alla fase di esplosione della creatività. Non c'è fretta. Non occorre aggiungere altre stupidità o opere inutili al fittizio mondo della "falsa" letteratura. Meglio il deserto e il silenzio alla troppa stupidità e banalità che ci circonda.
Sono qui con Il veliero sommerso e con La Danza di Salomè.
Una telefonata del mio amico architetto Simone mi segnala che una mia poesia è stata pubblicata sulla rivista "Specchio", nella rubrica "scuola di poesia" a cura di Maurizio Cucchi e in edicola il sabato con il quotidiano "La Stampa". Sono veramente contento e fiero di questa segnalazione, che possa essere di stimolo e di buon auspicio per future nuove "avventure letterarie".
Si tratta di frammenti tratti dalla lirica "Il veliero sommerso", inedito scritto quest'anno e letto in anteprima a due voci con Serena alla Festa delle Biblioteche, tenutasi alle Margarie del Castello di Racconigi nel mese di settembre. A questo punto mi sento in dovere di pubblicare per esteso il testo (visti anche i numerosi refusi presenti nel giornale, dove i "fossili" sono stati tramutati in "fossi" e dove un verbo è stato erroneamente trascritto al passato remoto, mentre tutte le altre forme verbali sono al presente. E così l'articolo del titolo è diventato chissà come indeterminativo). Inoltre, le sequenza delle stanze pubblicate è diversa dalla stesura originale (sono state evidentemente scelte le strofe considerate migliori, a discapito del senso del racconto originale).
In questo caso l'ispirazione è nata da una fotografia di Alberto Raviola intitolata per l'appunto "il veliero" e pubblicata sull'antologia fotografica "IMAGO 10", dove sono raffigurati tre alberi allineati in un prato. L'argomento trattato è quello della crisi d'un trentenne nella società moderna.

IL VELIERO SOMMERSO
Tre alberi - una betulla, un noce nero
e un sorbo - s’innalzano in sequenza
lungo un’ipotetica linea retta.
E’ il relitto d’un veliero sommerso.
Non adagiato su ovattati fondali,
né arenato tra le secche di qualche
sperduta baia; è un trialberi che
ha gettato la ferruginosa ancora
nel bel mezzo d’un campo fiorito.
Qui un tempo v’era il mare
e ancor oggi a rivoltare sassi
lungo gli argini delle strade
si scovano fossili di crostacei,
di gasteropodi, di pesci remoti.
Si direbbe una goletta a palo:
per qualche misteriosa ragione
ricoperta d’un verde manto
e inglobata nel ventre di Madre Natura.
Le chiome depauperate
dall’autunno imminente
sono le auriche sue vele.
L’argentea betulla è l’albero
di mezzana; l’ombra tenue
che proietta lì accanto
- sull’argine-boma d’un fosso -
ha persuaso un giovane
salice bianco a far da randa.
Un noce a portamento robusto
è l’albero maestro; sulla sua cima
spunta in veci di coffa
un ermo nido di ghiandaia.
Il sorbo dalla corteccia bruno-arancio
è l’albero di trinchetto; sul bompresso
d’una limitrofa collinetta, un prugno
un melo selvatico e un albicocco
sono trinchettina, fiocco e controfiocco.
Da prua a poppa è invaso il ponte
da erbe infestanti, da orde
di tarassaco: le taglienti dentate foglie
senza più i capolini dorati,
senza i bianchi piumosi pappi,
mostrano solo marcescenti frutti.
Stretti tra le rampicanti edere
ed il cordame delle sartie,
muoiono la memoria e la ragione.
La stiva è sottoterra: il suo carico
di sogni devastato da un groviglio
di nere amare radici. Viso sfigurato
porge la polena che in forma di sirena
tenacemente s’aggrappa alla prua.
Lo scalpiccio affannato delle blatte
sugli imputriditi assi del ponte
fa da eco allo scomparso equipaggio.
Non batte bandiera di alcun colore.
- Non sospinto dalla fede, il timone
ad un alito di vento, neppur si muove -.
Ripartirà un giorno l’invisibile veliero?
Frangerà i flutti con la sua chiglia invincibile?
Farà ancora rotta verso immaginari porti?
Navigherà incrociando altri più maestosi velieri
fatti d’olmi, larici, cedri, faggi, querce?
Solcherà gli oceani, il Mediterraneo,
il Bosforo, il Mar Nero, il Mar dei Sargassi?
Sfiderà risacche, minacciosi libecci, infide
barriere coralline, improvvise tempeste?
- Ogni vita è un lento naufragio.
Meta d’ogni viaggio è il ritorno a casa -.
In omaggio ad Allen Ginsberg, il grande poeta beat, ho deciso di trascrivere alcune delle sue liriche:
[la traduzione è di Fernanda Pivano]
CANZONE
Il peso del mondo
è amore.
Sotto il fardello
della solitudine,
sotto il fardello
della insoddisfazione
il peso,
il peso che trasportiamo
è amore.
Chi può negarlo?
Nei sogni
sfiora
il corpo,
nel pensiero
costruisce
un miracolo,
nell’immaginazione
langue
finché è diventato
umano -
si affaccia al cuore
ardente di purezza –
perché il fardello della vita
è amore,
ma trasportiamo il peso
stancamente,
e così dobbiamo riposare
tra le braccia dell’amore
finalmente,
dobbiamo riposare tra le braccia
dell’amore.
Non c’è riposo
senza amore,
non c’è sonno
senza sogni
d’amore –
pazzi o gelidi,
ossessionati da angeli
o da macchine,
il desiderio estremo
è amore
- non può essere amaro,
non può negare,
non può contenersi
se negato:
il peso è troppo greve
- deve dare
senza nulla riavere
come il pensiero
è dato
in solitudine
in tutta l’eccellenza
del suo eccesso.
I tiepidi corpi
brillano insieme
nel buio,
la mano si muove
verso il centro
della carne,
la pelle trema
di felicità
e l’anima viene
gioconda nell’occhio –
sì, sì,
è questo che
volevo,
ho sempre voluto,
ho sempre voluto,
ritornare
al corpo
in cui sono nato.
NOTA A URLO
(SI CONSIGLIA DI ASCOLTARE LA VERSIONE MUSICATA & INTERPRETATA DA PATTY SMITH, SUL CD “PEACE AND NOISE” O NELLA VERSIONE DAL VIVO PRESENTE SULLA RACCOLTA “LAND”)
Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo!Santo! Santo! Santo! Santo!
Il mondo è santo! L’anima è santa! La pelle è santa!
Il naso è santo! La lingua e il cazzo e la mano e il buco del culo sono santi!
Tutto è santo! Tutti sono santi! Dappertutto è santo! Tutti i giorni sono nell’eternità! Ognuno è un angelo!
Il pezzente è santo come il serafino! Il pazzo è santo come tu mia anima sei santa!
La macchina da scrivere è santa la poesia è santa la voce è santa gli ascoltatori sono santi l’estasi è santa!
Santo Peter santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Burroughs santo Cassidy santi gli sconosciuti mendicanti sodomiti e sofferenti santi gli orrendi angeli umani!
Santa mia madre nel manicomio! Santi i cazzi dei nonni del Kansas!
Santo il sassofono gemente! Santa l’apocalisse del bop!
Santi gli hipsters di jazz & marijuana pace & streppa & tamburi!
Sante le solitudini dei grattacieli e delle strade! Sante le cafeterias piene di milioni! Santi i misteriosi fiumi di lacrime sotto le strade!
Santo il juggernaut senza compagni! Santo il vasto agnello della borghesia! Santi i pazzi pastori della ribellione! Chi capisce Los Angeles è Los Angeles!
Santa New York Santa San Francisco Santa Peoria e Seattle Santa Parigi Santa Tangeri Santa Mosca Santa Istanbul!
Santo tempo nell’eternità santa eternità nel tempo santi gli orologi nello spazio santa la quarta dimensione santa la quinta Internazionale santo l’Angelo in Moloch!
Santo il mare santo il deserto santa la ferrovia santa la locomotiva sante le visioni sante le allucinazioni santi i miracoli santa la pupilla santo l’abisso!
Santo perdono! pietà! carità! fede! Santi! nostri! corpi! sofferenza! magnanimità!
Santa la soprannaturale ultrabrillante intelligente gentilezza dell’animo!
POESIA D’AMORE SU UN TEMA DI WHITMAN
Senza rumore entrerò nella camera da letto e mi stenderò tra lo sposo e la sposa,
quei corpi caduti dal cielo sdraiati in attesa nudi e irrequieti, braccia posate sugli occhi nel buio,
affonderò il mio volto nelle loro spalle e nei seni,respirando la loro pelle,
e accarezzerò e bacerò il collo e la bocca e farò che il dorso sia aperto e conosciuto,
gambe alzate piegate a ricevere, uccello spinto nel buio tormentato e aggressivo
duro dal buco alla testa eccitata,
corpi nudi allacciati tra brividi, fianchi caldi e natiche avvinte
e occhi, occhi lucenti e maliardi, spalancati nell’abbandono,
e gemiti dei movimenti, voci, mani nei capelli, mani tra le cosce,
mani bagnate, su labbra intenerite, palpitante contrazione di ventri finché lo sperma bianco fluisce tra lenzuola sconvolte,
e la sposa implora pietà, e lo sposo è coperto di lacrime di passione e di compassione,
e io mi alzo dal letto sazio di ultimi gesti intimi e baci di addio –
tutto prima che la mente si svegli, dietro persiane e porte chiuse in una casa oscurata
dove gli abitanti vagano insoddisfatti nella notte,
nudi spettri che si cercano nel silenzio a vicenda.
Avevo solo il primo verso piombatomi addosso dal nulla (c’è chi direbbe per ispirazione), un giorno chissà quando: “Rivoglio la stretta espulsiva del canale del parto”.
Sapevo che dovevo dargli un seguito. Sapevo quale era l’argomento di cui dovevo parlare (la voglia di rinascere – in senso fisico - di un trentacinquenne in crisi…) e come avrei dovuto esprimerlo (usando come metafora proprio la descrizione di un parto, elencando minuziosamente tutte le sue fasi, ma dal punto di vista del feto che sta per nascere – un feto di trentacinque anni…)(In realtà a tutto ciò ci sono arrivato dopo un po’ di tempo).
Doveva essere la descrizione di un parto naturale (visto che quello che mi ha visto nascere peraltro settimino nel lontano maggio del ’68 era stato un parto cesareo…).
L’idea e l’unico verso di partenza mi giravano ossessivamente in testa già da alcune settimane, senza che fossi riuscito a concludere alcunché. Brancolavo nel buio, insoddisfatto.
Ho chiesto suggerimenti a qualche amico durante le cene di rito (aiutato ad affrontare l’argomento da qualche buon bicchiere di vino o da un po’ di fumo), raccontando della mia idea, del mio progetto di scrittura rimasto abbozzo incompleto.
Poi mi è venuto in mente di interrogare tutte le mie amiche diventate madri (Laura, Danila, Monica, Michela), chiedendo loro di raccontarmi l’esperienza vissuta del parto, le aspettative, le sensazioni, i timori, facendomi descrivere anche i particolari del travaglio e i momenti clou di questa esperienza unica per una donna. Attraverso le loro parole ho cominciato a farmi un idea più chiara, ho cominciato a immedesimarmi più concretamente con quel feto.
Ma non bastava. Ho trascorso un intero pomeriggio in biblioteca a documentarmi, a scartabellare in diversi libri di biologia, a imparare i termini scientifici più adatti, a ripassarmi un po’ di anatomia…
Alla fine è arrivata quasi come per magia la prima stesura, che ha assunto poi una veste definitiva dopo svariate correzioni e rielaborazioni nei giorni passati a Monterosso Grana, spesi caparbiamente alla ricerca delle giuste parole e della giusta musicalità. Si tratta in tutto di quaranta versi, anche se si potrebbe parlare più giustamente di prosa lirica…in cui saltano fuori anche altri aspetti non preventivati: per esempio l’attaccamento alla vita e il bisogno di fuga attraverso un continuo rinnovamento.
Il rapporto tra feto e madre è visto come un'unica realtà vivente in evoluzione: dapprima in stretta simbiosi (utero-paradiso), necessario alla crescita fisica psicologica e sensoriale del feto, poi generatore di un necessario conflitto (utero-prigione) che porta all’evento della nascita (un conflitto che anticipa quello nella futura vita del bambino-adolescente-adulto con la madre stessa e con il mondo esterno).
E’ per me un punto di arrivo e allo stesso tempo spero anche un nuovo punto di partenza. (C’è chi ha detto che sono i migliori versi che io abbia mai scritto…ai posteri l’ardua sentenza…).
Da allora non ho scritto più niente, avendo in un certo senso concluso una fase creativa a cui deve per forza seguire un certo periodo di quiescenza, di accumulo di nuove idee e esperienze…E resto in attesa che il filo dell’ispirazione riprenda non so bene in quali direzioni, magari facendomi scrivere un giorno qualche cosa di superiore intensità e valore…
Rivoglio la stretta espulsiva del canale del parto.
E con l’impegno della testa nel materno bacino,
cavalcare le ritmiche ondate delle contrazioni.
Rivoglio il trauma - negatomi – della nascita,
in cambio delle ferite inferte negli anni a venire.
Essere nuovamente marcato dal sacro fuoco della vita.
Testimonianza avita del miracolo d’esistere.
Essere luce di gloria, robusta febbre, carne rinnovata!
E come corolla che s’apre ebbra di vento e di rugiada,
sentire dilatarsi tra le dita il pervio collo dell’utero.
Vincere dei muscoli in tensione ogni resistenza,
porre l’assedio alle mura finché non cedano le difese.
Con il sussulto d’un terremoto scuotere il sacco amniotico.
Seguire il cono di luce sottile che squarcia le grevi tenebre.
Abbandonare al più presto l’angusto e ostile cunicolo.
Con la nuca che preme sulla sinfisi del pube,
sentire esplodere la vulva come un frutto maturo.
Essere gettati nel mondo come il seme del coloquintide.
Alle soglie di spazi immensi condurre il tenero occipite,
spingere fuori dal grembo il volto rubicondo e raggrinzito.
Liberarmi dalla prigionia delle pareti uterine.
E come evaso che getta via la divisa da carcerato,
sbarazzarmi del velo ottenebrante delle membrane.
Non basta più il sonno fetale a questa vita da embrione,
non basta a questa larva pasciuta il volo dell’immaginazione!
Rivoglio il trauma della nascita in cambio d’una vita migliore!
Far uscire le spalle dalla morsa di coccige e vagina
e con un ulteriore sforzo far espellere il resto del corpo.
Poi, fradicio filugello appena tratto dal bozzolo,
stendere le umide ali al calore del materno addome.
Al pulsare dell’ultimo battito del reciso cordone,
sui pendii del seno trarre il primo autonomo respiro.
Sentire il richiamo del colostro sotto l’ingrossato capezzolo.
Ora – finalmente! – odo, tocco, mangio, dormo, respiro.
Distinguo le ombre dai colori, acri olezzi da soavi profumi.
Verso lacrime copiose: di gioia, di fame, di stupore.
Piango d’ansia, di turbamento, del primo inaspettato dolore.
L’emorragia di sangue lentamente si trasforma
nell’emorragia dei giorni. L’espulsione delle placente
dà inizio alla perdita dei primi uterini ricordi.
Questa la dedico a chi magari ha più di trent’anni e l’amore (quello vero) lo sta ancora cercando…
Vince in amore
chi resta, chi fugge
chi ride, chi piange.
Vince il seduttore
se conquista il prescelto.
Il collezionista che
delle amanti incrementa
il gelido elenco.
Vince il cacciatore
che cattura la preda,
il vampiro che succhia
della vittima il sangue.
Vince il ricattatore
che estorce l’ostaggio,
l’aguzzino che tratta
il reo con rigore.
Vince il piagnone se ha
un funerale per il lamento.
Il narciso che ignora
l’illusione dello specchio.
Vince il passionale
se trova nell’amato
legno per il fuoco
del suo ardore. Vince
chi cambia con coraggio.
Per necessità, ogni volta
muore e resuscita
il piccolo dio dell’amore.
P.S. devo scrivere versi pornografici per ricevere qualche commento?
Scrivendo la storia de La Giostra di Venere (sempre per il famoso sito), ho avuto modo di ripercorrere attraverso i vari quaderni di appunti, tutto quello che mi sono letto durante gli undici anni di tempo che coprono la sua stesura…
E’ incredibile la mole di lavoro che c’è dietro a pochi sentiti versi, e quanto sia dura la ricerca dell’ispirazione…
Le liriche più vecchie, del periodo 1991-92 e 1994-95 (in pratica i primi due capitoli del libro) sono coincisi con gli anni universitari e sono stati soprattutto influenzati dagli studi di quel periodo, quindi da materie come botanica, anatomia, farmacologia, tossicologia, meno dalla chimica (che ci hanno fatto uscire dalle orecchie e che nella professione di farmacista serve relativamente), e poi da tutti gli studi sulla storia della farmacia e gli inventari dell’ottocento esaminati per la tesi di laurea e da quelli dei due anni della Scuola Superiore di Omeopatia.
Le liriche successive, del periodo 1999-2002, sono state influenzate dalle letture più disparate che in parte sono riuscito a ricostruire e che vi elenco qui di seguito, per cercare di stuzzicare la vostra curiosità:
- Poesia: Zanzotto (meteo, il galateo del bosco), Ginsberg (jukebox all’idrogeno), Hikmet, Neruda, Garcia Lorca, Rimbaud, Baudelaire (I fiori del male), Rilke (i sonetti di Orfeo, le le elegie duinesi), Caproni, Penna, Rebora, Gozzano (le epistole entomologiche),Campana, Ferlinghetti, Oscar Wilde (Salomé), Iacopone da Todi, Cielo D’alcamo, Saffo, alcuni Inni omerici, etc.
I Carmina burana e una raccolta di magnifici Haiku giapponesi (“Il muschio e la rugiada” della Bur)
- Ampi spezzoni di: Andrea Castellano “De Amore”, Ovidio “Ars amandi”, “Le metamorfosi”, Apuleio “L’asino d’oro”, Orazio “De rerum natura”, Guillame de Lorris “Romance de la rose”, Dante “Vita nova”
- Letture esotiche: medicina ayurvedica, il libro tibetano dei morti.
- Letture bibliche tratte soprattutto dall’Antico Testamento: Qoelet (Ecclesiaste), Cantico dei Cantici, Proverbi, Primo Re, alcuni Salmi, le litanie lauretane. Dai Vangeli: L’apocalisse di Giovanni.
- Letture esoterico-mitologiche: Paracelso, Alchimia ed ebraismo, Antichi culti misterici, danze macabre medievali; L'epopea di Gilgamesh.
- Letture scientifiche: vita degli insetti, mitologia degli alberi.
- Letture varie: Montalban (“Tatuaggio”, “Le ricette immorali”), Tim Robbins (“Natura morta con picchio”, “Coscine di pollo”), Henry Miller (i due tropici, “Primavera nera”, “Paradiso perduto”, “Sexsus”), Anais Nin (“Il delta di Venere”), Jack Kerouac (“I sotterranei”, “Sulla strada”, “Angeli di desolazione”), William Borroughs (”Il pasto nudo”, “La scimmia sulla schiena”).
[Escluso ciò che ho letto nell’ultimo anno.]
Rovistando tra le liriche del mio primo libro, PENSIERI D’AMORE E DI DISASTRO, dove si raccolgono le mie meditazioni adolescenziali dal 1984 al 1991, ho scelto questa per il blog (tra le poche che si possono salvare). E’ un anticipazione in attesa di poterne leggere altre, quando il mio sito che sta facendo Elena da Amsterdam sarà pronto…Serve anche di buon augurio per le molteplici recensioni musicali che sono in programma e che potrete leggere non appena saranno terminate (David Sylvian, Nick Cave e Lisa Gerrard).
E’ SCRITTO NELL’ORIZZONTE
Là
dove le parole non possono arrivare,
dove le aquile non possono volare,
dove sboccia e prende forma
il fiore della speranza
e le onde sospiranti
vanno a riposare
là
dove i comuni mortali
non potrebbero mai osare
là…
osa
la musica.
E’ il titolo della poesia che apre la mia raccolta “La Giostra di Venere”.
Una lirica che è stata definita di influenza Baudleriana, una lirica che parla di amore malato, dove la figura femminile (non me ne voglia il gentil sesso) è trina e malefica, incarnazione del male, simbolo di quanto possano essere crudeli e malvagi gli esseri umani, ma è anche il fuoco che occorre attraversare per poter crescere e diventare puri, iniziazione alla vita.
Una lirica nella quale si ribadisce che essere poeti (ma io non mi definisco certo tale, il mio è solo un timido tentativo di fare poesia, ma la poesia quella vera e immortale, quella di Omero, Dante, Leopardi, Rilke, Montale tanto per fare qualche nome, è ancora su altri livelli) oggigiorno come sempre nella storia dell’uomo, significa ancora essere in qualche modo dannati, compiere una strada difficile, irta di mille difficoltà e di sofferenze. Perché scrivere poesia è un duro lavoro è non nè un semplice svago, né scrivere andando accapo.
Mi sembrava un buon titolo anche per il blog, augurandomi che nell’universo dei blogs questo mio possa divenire in qualche modo un canto originale e diverso.
La Tentatrice mi sedusse
coi suoi capelli corvini
prensili ai miei fragili polsi
e alle mie caviglie sottili.
La Tentatrice s’avvampò,
sorse dai suoi occhi di giada
un’espressione d’insaziabile desiderio
che a poco a poco deformò
quel suo volto fatato.
Cospargendomi
d’olezzante inebriante miele,
con un turbine
di compiaciuta eccitazione
divorò
la mia giovane pallida carne.
Poi venne, la Consolatrice,
ad asciugare le mie lacrime
col suo folle abbraccio
volle essermi scudo,
ma fu soltanto gelido specchio
del mio neonato orrore...
Infine la Dominatrice, gravida
proseguì per la sua strada
di gloria e d’espiazione.
Fu lei credo ad avvelenarmi il cuore
sotto quel cielo color Prussia
- la luna ammantata di tre aloni -.